Visualizzazione post con etichetta convivenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta convivenza. Mostra tutti i post

giovedì 25 giugno 2026

SCUOLA, NON CASERMA

 


Lo stesso Vannacci che ha chiesto

 agli studenti di appendere uno

 striscione con scritto 

"L'Italia agli italiani" 

in ogni istituto scolastico

 d'Italia, ha presentato 

il suo programma per la scuola:

 classi divise

 per merito, studenti separati in base al rendimento, 

i più bravi con i più bravi e i meno bravi tra di loro. 

Lo chiama "fattore inclusivo." La FISH, la Federazione Italiana per i Dirittidelle Persone con Disabilità, lo ha definito "culturalmente arretrato e pericoloso sul piano sociale", aggiungendo che "la scuola non è una caserma organizzata per ranghi, né un'azienda che massimizza la produttività selezionando i più performanti."

Vannacci evidentemente non sa, o non vuole sapere, una cosa fondamentale: la scuola non è una catena di montaggio in cui si selezionano pezzi conformi e si scartano quelli difettosi; è il luogo in cui si formano i cittadini, non solo i professionisti, e quella formazione passa attraverso la convivenza con la diversità, con la complessità, con l'altro.

Quando un bambino condivide la classe con un compagno che impara in modo diverso, più lentamente o attraverso strade alternative, non perde tempo: impara qualcosa che nessun programma ministeriale può insegnare, vale a dire la pazienza, l'empatia, la capacità di riconoscere i bisogni dell'altro prima dei propri. Queste competenze hanno un nome scientifico, intelligenza emotiva, e decine di ricerche internazionali dimostrano che i bambini cresciuti in classi eterogenee la sviluppano in misura significativamente maggiore rispetto a quelli cresciuti in ambienti omogenei e selettivi.

Un adulto con alta intelligenza emotiva è un professionista migliore, un genitore migliore, un cittadino migliore; è qualcuno capace di lavorare in squadra, di gestire i conflitti, di relazionarsi con il mondo reale, che è fatto di persone diverse, non di classi omogenee selezionate per rendimento.

Vannacci vuole invece una scuola dura e selettiva, come la vita, dice lui. Peccato che la vita vera, quella fuori dai recinti militari, sia fatta esattamente dell'opposto: di differenze, di fragilità, di complessità che non si può separare e catalogare.

Formare un bambino significa prepararlo a tutto questo, non a correre in una gara dove vince solo chi è già partito avvantaggiato.

Vannacci viene dall'esercito, dove i ranghi si decidono per grado e i soldati si dividono per livello.

 Peccato che i bambini non siano soldati, e la scuola non sia una caserma. Ma per chi ha passato la vita a dare ordini, tutto il mondo finisce per assomigliare a un plotone.

È il pensiero di chi trova nella divisione tra forti e deboli una spiegazione comoda e rassicurante; di chi ha bisogno di un nemico identificabile, possibilmente diverso, possibilmente più fragile, su cui scaricare la complessità di un mondo che non riesce a capire fino in fondo.

Il disabile, lo straniero, il diverso, chi non tiene il passo: sempre loro, sempre gli stessi, sempre colpevoli di qualcosa.

Omar Lopecia

Immaginee


martedì 2 dicembre 2025

DOVE VA IL MATRIMONIO ?

 


Dalla legge sul divorzio alla cultura dell’interruzione facile: un anniversario che ci interroga

 

di Giovanna Abbagnara

Il 1° dicembre 1970 l’Italia approvava la legge sul divorzio. Cinquantacinque anni dopo, questa data torna come uno specchio: ci costringe a guardarci dentro e a chiederci cosa siamo diventati, quali strade abbiamo imboccato, quali ferite abbiamo aperto – e soprattutto cosa abbiamo smesso di vedere. Pier Giorgio Liverani, giornalista fine e lungimirante, che più volte ha denunciato un meccanismo sottile ma devastante, diceva che una legge pensata per regolamentare casi eccezionali, con il tempo, diventa una prassi ordinaria e poi una cultura.

È accaduto con il divorzio. Doveva essere un’“eccezione umana”, una via d’uscita per situazioni davvero drammatiche. È diventato molto più: un’abitudine sociale, quasi un automatismo, talvolta perfino un’opzione rapida – e spesso superficiale – davanti alle prime difficoltà. E così, lentamente, l’amore stesso si è trasformato. Da promessa, è diventato contratto; da dono, patto rescindibile; da vocazione, esperienza a tempo determinato.

Il problema è che, quando la cultura cambia, cambiano anche i desideri, i comportamenti, le attese, le soglie di sopportazione. Non è solo “colpa della legge”. È che una legge apre immaginari, autorizza nuovi modi di pensare. Lo schema si ripropone oggi per molte altre questioni, e una in particolare mi inquieta: il suicidio assistito. Si comincia sempre così: “Solo per pochi casi estremi. Solo quando la sofferenza è insopportabile. Solo in situazioni limite”. Lo abbiamo già sentito. Lo sappiamo già. Perché ciò che diventa legittimo, presto diventa normale. E ciò che diventa normale, prima o poi diventa culturalmente desiderabile.

Ma la domanda che nessuno affronta è un’altra: come prevenire? Ci appassioniamo alla regolamentazione delle uscite, mai alla costruzione dei ponti. Ci muoviamo sempre sul terreno delle emergenze, mai su quello della formazione. Perché non investiamo sulle coppie prima che arrivino al punto di rottura? Perché non sosteniamo i giovani fidanzati, i neo-sposi, le famiglie alle prime armi? Perché non offriamo strumenti psicologici, relazionali, spirituali per attraversare le crisi e non solo per uscire da esse?

Siamo pieni di slogan sulla “prevenzione” – prevenzione dei tumori, delle malattie cardiache, degli incidenti stradali. Ma sulla salute interiore, emotiva e relazionale, sulla salute dell’amore e della speranza… niente. Silenzio. Eppure, non c’è campo in cui la prevenzione sarebbe più decisiva. Lo stesso vale per il tema del suicidio: si parla di legittimare un gesto estremo, ma quasi nessuno parla seriamente di prevenzione della disperazione. Di come intercettare la solitudine prima che diventi abisso. Di come accompagnare chi soffre prima che perda il senso. Di come far sentire alla persona che esiste una comunità, una relazione, un futuro possibile.

Il nodo vero è culturale: tornare a credere che la vita valga. Che l’amore valga. Che restare valga. Una società matura non facilita la fuga, ma sostiene la fedeltà. Non normalizza la rinuncia alla vita, ma moltiplica le ragioni per desiderarla. Cinquantacinque anni dopo il divorzio, abbiamo imparato molto sui diritti individuali e pochissimo sulla responsabilità relazionale. Sappiamo come “chiudere” una storia, ma non come salvarla. Sappiamo come interrompere una vita, ma non come ravvivarla. Ma l’amore non si protegge a valle, quando è quasi finito. Si protegge a monte, quando lo si forma. E lo stesso vale per la vita. possiamo fare molti di più ma vogliamo veramente farlo?

Puntofamiglia

 

 

 

 

sabato 16 luglio 2022

LA SCOMPARSA DEI MATRIMONI


 

- di Giuseppe Savagnone*

 

 «Il crollo della nuzialità 

e della natalità»

L’ultimo rapporto annuale Istat, pubblicato alcuni giorni fa, evidenzia un fenomeno che peraltro abbiamo tutti sotto gli occhi e che forse merita qualche riflessione. Mi riferisco alla crisi sempre più evidente della famiglia come è stata concepita per secoli, crisi che da tempo riguarda tutta l’Europa ma che ha ormai effetti dirompenti anche nel nostro paese.

Eloquente già il titolo del paragrafo in cui il rapporto affronta la questione: «Il crollo della nuzialità, l’aumento dell’instabilità matrimoniale». Gli italiani si sposano sempre più tardi e quelli che lo fanno sono comunque sempre di meno. «Nel 2011 l’età media al primo matrimonio era 32,6 anni per gli uomini e 30,1 per le donne mentre nel 2019, ultimo anno non toccato dalla pandemia era pari, rispettivamente, a 33,9 e 31,7 anni. L’effetto della pandemia ha prodotto un’ulteriore accentuazione del rinvio delle prime nozze. Nel 2020 per i primi matrimoni gli uomini hanno in media 34,1 anni e le donne 32,0».

Sia uomini che donne, dunque, si sposano – quando lo fanno – sempre più tardi. Basta leggere un romanzo ottocentesco o del primo Novecento per constatare che allora era normale sposarsi appena ventenni (le ragazze anche prima). Soprattutto, però, si sposano sempre di meno. Al netto delle inevitabili oscillazioni prodotte dalla pandemia, nel 2021 i primi matrimoni sono diminuiti quasi del 20% rispetto al 2011. Osserva il rapporto: «La protratta permanenza dei giovani nella famiglia di origine ha, come è noto, un effetto diretto sul rinvio delle prime nozze». Gli italiani restano “figli di famiglia” fin dopo i trent'anni.

Certo, giocano spesso anche motivi economici, legati alla difficoltà di trovare un lavoro, almeno un lavoro non precario. Ma ci sono anche altre ragioni. Viene da pensare alla precocità che si riscontra ormai abitualmente nei bambini. Quelli di una volta andavano a letto presto, non sapevano nulla su come nascono i figli, non dicevano parolacce, facevano naturalmente i capricci, ma in sostanza ubbidivano ai genitori.

Oggi molti di loro hanno tra le mani un cellulare o un tablet fin dai primi anni (o addirittura mesi) di vita, cosicché è a loro che il nonno deve rivolgersi per essere aiutato nel suo difficile rapporto con questi strumenti; trascorrono molte ore posteggiati davanti alla TV, dove vedono e sentono ogni sorta di notizie; vengono coinvolti dai genitori nelle uscite serali e notturne; dicono parolacce, e a volte le dicono proprio rivolgendosi al padre e alla madre.

 In un certo senso, sono già adulti da bambini. Ma si tratta di un processo a doppio taglio, perché accade che crescendo restino estremamente fragili e immaturi sotto un profilo più ampiamente umano. Incapaci, perciò, di assumersi responsabilità sponsali e genitoriali. Insomma, sono rimasti un po’ bambini anche da adulti.

Questa crisi del matrimonio appare particolarmente acuta se si guarda a quello religioso. «Sono in particolare i primi matrimoni religiosi ad aver subito la contrazione più forte dal 2011 al 2019 (-29,9 %), con un’incidenza sui primi matrimoni che è diminuita dal 70,1 % al 58,4 %». Ormai solo poco più di metà dei giovani che si sposano lo fanno in chiesa. «Nell’ultimo decennio si è assistito, all’opposto, a un incremento continuo del ricorso al solo rito civile per la celebrazione delle prime nozze: dal 29,9 % del totale dei primi matrimoni del 2011 al 43,4 % del 2021».

La precarietà dei rapporti: convivenze e divorzi

Ma soprattutto crescono le convivenze: «La diminuzione dei primi matrimoni è speculare alla progressiva diffusione delle libere unioni (convivenze more uxorio) che sono più che triplicate dal 2000-2001 al 2020-2021, passando da circa 440 mila a 1 milione e 450 mila».

Rispetto al matrimonio la convivenza è decisamente meno impegnativa. Si resta comunque dei single che stanno insieme finché stanno bene insieme, salvo a riacquistare la propria “libertà” in qualunque momento la relazione non li soddisfi più.

È vero che ormai anche il matrimonio, almeno dal punto di vista civile, dopo l’introduzione del divorzio non è più indissolubile. Ma rimane una scelta assai più impegnativa che quella di “stare insieme”. In ogni caso, nota il rapporto, «i divorzi sono stati in costante aumento dall’introduzione di questa possibilità nell’ordinamento italiano nel 1970 fino alla metà del decennio scorso.

Dal 2015 il numero di divorzi ha subito una forte impennata (+57,5 per cento in un solo anno), a seguito dell’entrata in vigore di due leggi che hanno semplificato e velocizzato le procedure consensuali senza rivolgersi ai tribunali e ridotto l’intervallo tra separazione e divorzio (a dodici mesi per le separazioni giudiziali e sei mesi per quelle consensuali». Rispetto al 2011, le separazioni sono aumentate del 10,1 % e i divorzi del 54,3 %.

La «famiglia unipersonale»

Tutto ciò ha un riflesso immediato sulla composizione della famiglia. Si osserva nel rapporto che «se all’inizio del nuovo millennio la famiglia nucleare formata da una coppia con figli era ancora la più frequente, seppure non più maggioritaria, ai giorni nostri è superata dalla famiglia unipersonale». Per la prima volta quelle formate da una sola persona (33,2 %) sono più numerose di quelle costituite da una coppia con figli (31,2 %).

Di poco inferiore, ancora, alla media di famiglie composte di single nei paesi europei (35,9 % nel 2021) ma con una crescita progressiva (dal 24,0 % del 2000) che, tendenzialmente, sembra portare ai numeri dell’Europa Centrale (Germania e Francia 41 %) e del nord Europa (Svezia al 50,1 %). Insomma, il processo è stato, nel giro di pochi decenni,dalla famiglia patriarcale del secolo scorso a quella mononucleare dell’inizio del terzo millennio a quella composta di una sola persona, di cui ancora in Italia abbiamo solo un’avvisaglia (33,2 % è già una forte percentuale), ma che altrove è ormai pienamente affermata.

Tutto ciò ha preciso riscontro a livello di diminuzione delle nascite. Leggiamo nel rapporto: «Il saldo naturale, già pari a -335 mila unità nel 2020, si è sommato a un ulteriore decremento di 310 mila unità nel 2021, determinando un deficit di “sostituzione naturale” di 645 mila persone».

Il crollo delle nascite è particolarmente accentuato tra le donne con meno di 30 anni. A conferma di quanto si diceva prima sulla incapacità dei giovani di assumersi responsabilità. Anche qui, come per il matrimonio, giocano sicuramente fattori economici. Si aggiungano ad esse le ovvie conseguenze, sul piano biologico, di avere un figlio in un’età in cui la curva della fertilità della donna è in netto calo. Ma, come per il matrimonio, questi elementi non possono nascondere una difficoltà più profonda, che rende gli italiani sempre meno capaci di generare.

Questo il quadro oggettivo dell’andamento della famiglia , secondo il nostro Istituto di statistica. Quale valutazione darne? Dobbiamo guardare con favore a un futuro in cui il single sembra destinato a sostituire la comunità familiare? Personalmente dubito che la maggior parte delle persone, almeno in Italia, saluti questo come un traguardo auspicabile. Allora però è necessario chiedersi quali sono le cause che lo stanno rendendo, col passare degli anni, sempre più vicino. E poiché questa cause non sono solo economiche, ma anche culturali , dobbiamo interrogarci su ciò che dobbiamo cambiare nel nostro modo di pensare e di agire, se vogliamo davvero evitare quell’esito.

Un diverso concetto di libertà

A dominare lo scenario della crisi della famiglia, come abbiamo visto, è l’affermarsi sempre più indiscusso – già in Italia e ancora più in altri paesi europei – della figura del single, di una persona, cioè, che è senz’altro disposta ad avere rapporti con un partner, ma tende sempre di più a evitare un legame stabile e definitivo. Convivenze, divorzi, famiglie unipersonali, hanno come protagonista il single. Analogamente, si è restii a fare figli, perché ad essi non si può applicare la logica del “stiamo insieme finché stiamo bene insieme”. Padri e

madri lo si è per sempre.

Il punto è che per il single la libertà si identifica con l’autonomia, con la possibilità di operare senza essere condizionati da vincoli di sorta. E se noi non rimettiamo in discussione questa idea, il futuro sarà sempre più dominato dal declino della famiglia come comunità. Bisogna riscoprire, accanto a questo concetto di libertà, quello per cui essa non è solo la possibilità di fare e di avere quello che si desidera senza incontrare ostacoli (non a caso di questa libertà di dice che «finisce dove comincia quella dell’altro»: l’ostacolo invalicabile è

l’altro), ma la capacità di scegliere qualcosa o qualcuno per il valore che vi si trova e di impegnarsi nei suoi confronti con tutto il proprio essere.

In questa prospettiva, veramente libero è alla fine solo chi sa scoprire il senso della propria esistenza in un ideale o in una persona a cui rimane fedele malgrado tutte le difficoltà. Questo non esclude l’autonomia, ma le dà un orientamento e una regola. Poter fare o avere senza ostacoli ciò che si desidera non è ancora avere compreso che cosa davvero desiderare.

L’esperienza di tante persone – si pensi a molti giovani – che fanno “liberamente” (nell’accezione dell’autonomia) esperienze balorde e autodistruttive ci mette in guardia dal ridurre a questo la libertà. Se essa non include anche la responsabilità verso qualcosa di buono, di importante, gira a vuoto e non porta da nessuna parte. Ma la responsabilità è inscindibile dalla serietà dell’impegno: nel caso della famiglia, verso il partner e verso i figli. Se non vogliamo che la famiglia del futuro sia in maggioranza formata da single.

 

*Pastorale della Cultura, Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

lunedì 5 ottobre 2020

LA DIVERSITÀ' CON-VIVENTE


 Avere a cuore il dialogo fraterno non è dire che non esiste tra noi alcuna differenza,  ma rendere questa diversità “con–vivente” con quella degli altri.

di Mauro Leonardi

 Papa Francesco ha firmato sulla tomba di san Francesco la sua nuova enciclica “Fratelli tutti” sulla fraternità e l’amicizia sociale.

Il mondo attende una direzione. L’intero pianeta soffre una pandemia che mette tutti i Paesi in difficoltà e per questo cerca nel pontefice chi lo aiuti a passare dalla fraternità del dolore a quella dell’amore. Abbiamo bisogno di chi ci aiuti a trovare un senso, in mezzo a tante leadership culturali e politiche che proprio in queste occasioni si dimostrano quanto mai inadeguate a rispondere alla nostra domanda più vera, quella di saper affrontare la tempesta essendo fino in fondo noi stessi. Se ne esce soltanto assieme: ecco perché l’idea della fraternità è quella necessaria.

Esistono però fratelli che si trattano con cortesia, ma sono distanti, freddi, non hanno a cuore la loro relazione. Per vivere la fratellanza e l’amicizia sociale dobbiamo dialogare ma, se dobbiamo dialogare, il dialogo deve essere vero. I buoni sentimenti non bastano. C’è bisogno che intervenga anche la ragione.

Non basta il negativo: “non litighiamo”, “non usiamo violenza”. Cosa significa davvero convivere pacificamente? Cos’è questa con–vivenza, questo “vivere insieme”? Il rischio dell’indifferentismo, cioè del “tutti differenti tutti uguali”, è gravissimo perché l’espressione “tutti differenti tutti uguali” dice che la diversità è insignificante, indifferente, ovvero che la differenza non vale più, non ha nessun significato. Ma, se così fosse, questo sarebbe un enorme problema, perché ciascuno di noi ha bisogno di definire la propria diversità, dal momento che la nostra identità viene definita in quanto differente da quella degli altri: la relazione è possibile solo fra diversi.

Avere a cuore il dialogo fraterno, quindi, non è dire che non esiste tra noi alcuna differenza – affermazione che, tra l’altro, sarebbe una gravissima menzogna –, ma rendere questa diversità “con–vivente” con quella degli altri. Significa porre in essere delle relazioni in cui da una parte si mantiene la diversità e dall’altra, nello stesso tempo, si alimenta, attraverso questa diversità, una relazione di piena convivenza interculturale e interreligiosa.

È trovare ciò che accomuna nel “fra”, nell’ “inter”. Può sembrare una novità e invece è ciò che è già accaduto storicamente moltissime volte. È avvenuto tra cristiani e musulmani nei numerosi secoli e nelle tante nazioni in cui cristiani e musulmani convivevano pacificamente insieme, è accaduto tra cristiani di diverse confessioni dopo gli anni in cui i loro rapporti erano stati di “guerra religiosa”: inter– religiosità è lo sforzo per trovare degli spazi comuni in cui coltivare gli stessi valori – quello della pace o della responsabilità per la “casa comune” – anche se a partire da sensibilità diverse, da modi di vedere diversi.

Siamo fratelli: l’uno per l’altro e tutti insieme verso un nuovo inizio. Fratelli, in volontaria rivolta dell’uomo di fronte al male che insidia il mondo e che deriva dalle nostre fragilità. Parafrasando Ungaretti possiamo ricordare come il riconoscersi fratelli sia da sempre un modo per l’uomo di reagire al dolore, al pericolo, all’incertezza. Il Papa lo sa bene e per questo ha pensato di centrare la sua nuova Enciclica sulla fraternità, sul bisogno di trovare una radice comune per essere più forti del destino che mai come oggi pare avverso. Come i pesci più piccoli si radunano in branco per fingere di essere una creatura marina enorme che mette in fuga i predatori, così l’uomo riconoscendo una comune fraternità trova un senso nel dolore proprio quando è condiviso, portato insieme.

E, se siamo fratelli, siamo anche figli. Maria, dal Presepe di cui san Francesco è stato profeta, ci insegna l’importanza di sentirci figli e ci offre una maternità che non solo offre Dio, ma custodisce libero il creato: pastori, gente venuta da lontano, mercanti, artigiani, centurioni: persino oche, pecore e bovini, trovano riparo in Maria, nuova arca dell’alleanza.

 

www.avvenire.it


 

 

 

mercoledì 3 giugno 2020

UNA CONVIVENZA CIVILE. Itinerari di educazione civica

Il progetto ministeriale per l’educazione dei cittadini ha due obiettivi importanti:
  • costruire progressivamente una coscienza civile nei ragazzi
  • essere un insegnamento trasversale sviluppato da tutto il consiglio di classe, con competenze e obiettivi di insegnamento comuni all’interno del gruppo docente.
D’altra parte l’educazione civica rappresenta un momento importante di contatto tra scuola e società civile, per preparare i ragazzi a entrare nella vita reale con una maggiore responsabilità di sé, degli altri, della cosa di tutti: un libro di testo che aiuti il consiglio di classe a lavorare in modo omogeneo può essere una buona base di lavoro comune.

Gli autori di questo corso hanno un particolare coinvolgimento nel riconoscimento di questa disciplina e nel suo inserimento nella scuola: Luciano Corradini, professore emerito di Pedagogia generale all’Università di Roma Tre, ha lavorato per questo scopo da molti anni, con un personale contributo all’elaborazione dei fondamentali della materia e per il suo inserimento tra le discipline curricolari. Andrea Porcarelli è professore associato di pedagogia generale all’Università di Padova, impegnato attivamente nella formazione del corpo docente.


Il progetto, strutturato in cinque grandi sezioniLa comunitàDiritti e doveriLe nostre regoleI poteri dello StatoCittadini del mondo, procede dalla dimensione dei ragazzi (la famiglia, gli amici, la scuola, il web) verso quella dello Stato (i diritti e i doveri, le responsabilità, il coinvolgimento nella politica e il diritto di voto, il lavoro delle istituzioni) per finire a quella delmondo (le grandi istituzioni sovranazionali, il rispetto e la salvaguardia dell’ambiente, del patrimonio artistico e culturale, il funzionamento globale dell’economia e dei diritti). Idealmente il progetto si sviluppa con quattro argomenti per ogni anno di corso, ma può essere utilizzato trasversalmente secondo le esigenze degli insegnanti e del contesto.


Nella Guida per il docente sono proposte attività di verifica utili per la valutazione comune della materia.
Per i docenti che adottano questo titolo, un corso on line di 15 ore dal titolo “BULLISMO E CYBERBULLISMO”, disponibile da settembre 2020 nell’area Materiali digitali integrativi.


Corradini, Porcarelli, UNA CONVIVENZA CIVILE, ed. SEI, 2020



sabato 8 settembre 2018

UNESCO: DARE A TUTTI L'ALFABETO DELLA CONVIVENZA

 
XLIV GIORNATA MONDIALE DELL'ALFABETIZZAZIONE

                di Marco Impagliazzo

La Giornata internazionale dell’alfabetizzazione, istituita nel 1965 dall’Unesco, ha come tema quest’anno «Alfabetizzazione e pace». Si tratta di un’indicazione autorevole: vincere la sfida dell’istruzione, fin nei suoi primi passi, è vantaggioso non solo per chi è escluso da quella grande libertà che è poter leggere e scrivere, ma per chiunque, anche in società più sviluppate come la nostra.
La strada per vincere le tensioni, sanare le contrapposizioni, prevenire la violenza, mettere fine ai conflitti, passa anche per lo sforzo di garantire a tutti l’istruzione. L’analfabetismo è una condizione non residuale. Si calcola in 7-800 milioni, in special modo donne e bambine, il numero di chi non sa leggere e scrivere: un decimo della popolazione mondiale, cui è negato un diritto fondamentale, di cui è lesa profondamente la dignità. Una ferita aperta, che significa più arretratezza, emarginazione, povertà, caos; minore possibilità di avviare quel circolo virtuoso fatto di sviluppo, partecipazione, convivenza civile. Un caso particolare di questa fetta dell’umanità, quasi un continente, che vive il dramma dell’analfabetismo riguarda le decine di milioni di rifugiati che – al contrario di quanto una vulgata nostrana tende a dire – sono accolti da Paesi in via di sviluppo (che già fanno fatica a garantire l’istruzione ai propri cittadini). Un recentissimo rapporto dell’agenzia Onu per i rifugiati, dal titolo 'Invertire la rotta', calcola quattro milioni di bambini sradicati dalla guerra o da condizioni ambientali avverse che non frequentano la scuola, una cifra accresciutasi di ben 500mila unità nel solo 2017.
«L’istruzione aiuta i bambini a guarire dalle loro ferite, ma è anche la via per ricostruire i Paesi da cui fuggono», ha detto Filippo Grandi, alto commissario Onu per i Rifugiati. Sono parole che fanno eco a quelle della giovane pachistana Malala, premio Nobel per la Pace: «Un bambino, un maestro, una penna e un libro possono fare la differenza e cambiare il mondo».
Riflettendo sul tema della giornata, viene da pensare a tutti coloro che creano nel mondo scuole per bambini nei campi per rifugiati: personalmente ne ho conosciute alcune in Congo e in Nord Uganda. Posso dire che rappresentano la scommessa di ripartire dalla normalità della scuola, dalla semplicità dell’alfabeto, dell’essere insieme, dell’avere maestri buoni per porre i primi mattoni della casa del futuro, per rifondare vite che sarebbero disperse nel caos. A quei minori, che hanno presente il solo modello del miliziano armato di kalashnikov o del matrimonio precoce, si offre una nuova figura di riferimento, il maestro che apre la porta della conoscenza e delle regole del vivere insieme.
Nel videomessaggio di papa Francesco per le intenzioni di preghiera di questo mese si dice: «L’Africa è un continente ricco, e la ricchezza più grande, più preziosa, sono i giovani.
Preghiamo perché i giovani del continente abbiano accesso all’educazione e al lavoro nel proprio Paese».
Un’intera generazione deve credere che nessuno è escluso dal domani, e che quel domani può essere nella terra in cui si è nati. Per un mondo di bambini, adolescenti, donne, rifugiati e non, l’alfabetizzazione, la scuola sono insieme la restituzione del presente e l’acquisizione di una chiave per il futuro. Per ciascuno, però, c’è un alfabeto da recuperare, l’abc di una stagione di rispetto, collaborazione, unità in un mondo sempre più spaesato, frantumato, diviso. Abbiamo tutti bisogno di imparare l’alfabeto della convivenza.
Non solo il bambino, o il rifugiato. Rispetto al «cambiamento d’epoca» di cui parla il Papa, la domanda è: come lo gestiremo senza gli strumenti per comprenderci?
Senza un minimo di basi comuni? È interesse di ogni società e cultura che nelle periferie del pianeta – e ai margini del nostro centro, relativamente ricco – si faccia strada un alfabeto della cultura, dei valori, di una fraternità più larga.






venerdì 15 settembre 2017

CONVIVERE CON GLI ALTRI E CON IL MONDO .... per una società condivisa.

DALL'INDIVIDUALISMO ALLA CONDIVISIONE  

«Convivere non è soltanto stare con altri ma anche la capacità di stare col mondo in tutte le sue sfaccettature»

Dall’intellettuale tedesco, Peter Sloterdijk, l’idea di una società condivisa che edifica la storia Una risposta alle teorie minimaliste, libertarie e individualiste del ’900, capace di condurre anche a un diverso modo di pensare il rapporto fra uomo e natura L’alternativa di Sloterdijk Non più solo
                                                                                                                 
                                                                                                                          di SIMONE PALIAGA

Riprendiamoci la storia e ridiventiamone protagonisti. Con responsabilità. A noi uomini tocca, oggi come oggi, in sorte un compito immane. Occorre sottrarsi a ogni determinismo, biologico, tecnico o economico figlio del Novecento. Bisogna emanciparsi però anche dal sogno rinunciatario di una fine della storia erede di quei tempi. Ecco la posta in gioco dei prossimi anni. Anzi della prossima epoca, come dice Peter Sloterdijk in Che cos’è successo nel XX secolo (pagine 282, euro 26,00) in uscita per Bollati Boringhieri il 15 settembre.
Sloterdijk in Germania è una star. I suoi saggi veleggiano verso i vertici delle classifiche di vendita. Eppure non si tratta proprio di un filosofo facilmente commestibile. Con lui la filosofia torna a ritagliarsi uno spazio. Lasciatasi alle spalle minimalismi decostruzionisti ed ermeneutici pensa di avere ancora qualcosa da dire. È lì a provarlo l’imponente trilogia intitolata Sfere che, come racconta Dario Consoli in Introduzione a Peter Sloterdijk. Il mondo come coesistenza, appena dato alle stampe da Il Melangolo (pagine 210, euro 16,00) è «una grandiosa descrizione del processo materiale e simbolico di costruzione di mondi condivisi».
Senza condivisione non c’è l’uomo, insomma. Non è pensabile secondo Sloterdijk l’esistenza di un uomo come quello descritto dalla filosofia moderna. L’individuo isolato non esiste così come il soggetto in sé e per sé autosufficiente. Dal concepimento l’essere umano ha la possibilità di vivere finché partecipa a una soggettività condivisa. Per questo l’individuo casomai può considerarsi al massimo «il resto di una coppia». Ma questo ancora non gli basta per definirsi perché, per crescere e diventare se stesso, ha bisogno di «prendere casa, rendere domestico l’ambiente ». E non può farlo da solo, isolato dagli altri e dalla Terra che lo ospita.
Secondo il pensatore di Karlsruhe non esiste l’uomo allo stato di natura come è stato sognato nel corso della modernità. L’uomo è autoplastico. Significa che a formarlo sono le tecniche e le forme di convivenza che lui stesso si dà insieme agli altri e al pianeta su cui vive. Per comprenderlo bene occorre però intendere l’idea di convivenza in senso lato. Convivere non equivale, per Sloterdijk, solo a stare con gli altri uomini, ma anche alla capacità di stare col mondo in tutte le sue sfaccettature. E quindi pure con gli apparati tecnici che via via lo popolano con maggiore intensità.
Rispetto agli altri viventi però l’uomo, per sua costituzione, si trova in una posizione privilegiata. Pericolosa ma pur sempre privilegiata. Egli non è irretito infatti dalle situazioni che lo circondano, ma nei loro confronti «lussureggia». Vale a dire «sviluppa delle potenzialità superiori – sottolinea Consoli – a quelle richieste dalla situazione» che deve fronteggiare. Dal mondo, o detto meglio, dalle sue sfere di convivenza e condivisione non viene intrappolato. Ecco perché non finisce imprigionato da esse diventando facitore di storia. E libero, diremmo noi. L’uomo è «un agente metabiologico che in virtù del suo potere d’azione – scrive Sloterdijk nel primo saggio di Che cos’è successo nel XX secolo – può esercitare sull’ambiente un influsso ben più ampio di quello che farebbe supporre la sua relativa mancanza di peso fisico». Ma se «è diventato in tutto e per tutto responsabile dell’insediamento e della gestione della Terra» allora «si istituisce un indirizzo cui rivolgere possibili atti di accusa». Riconoscersi responsabili non significa solo autoflagellarsi, ma anche sapersi capaci di cambiare le proprie condizioni di vita. Passo irrinunciabile se non si vuole mettere a repentaglio il futuro proprio e della Terra.
         «La variazione del clima che c’è da aspettarsi – ammonisce Sloterdijk – porterà in molte zone della Terra a condizioni che non sono compatibili con l’esistenza umana». Infatti «la battaglia sul clima non ha più per oggetto il 'dominio della Terra'. Concerne invece la possibilità di mantenere aperto il processo della civiltà e di assicurarne la prosecuzione».
Per questo «quell’essere-nelmondo da parte dell’uomo di cui ha parlato la filosofia del XX secolo si rivela come un essere-abordo di un veicolo cosmico esposto a fenomeni per- turbativi» che schiudono a una vera e propria «ontologia politica della natura». E dove fa capolino la politica fa capolino pure la storia. Lo aveva intuito anche Martin Heidegger secondo Sloterdijk. Ma per sottrarre l’uomo alla noia e alla inautenticità della fine della storia aveva abbracciato, per un periodo della sua vita, il nazionalsocialismo.
Anche oggi l’uomo pensa di trovarsi al di fuori della storia vedendo scorrere gli eventi sopra la testa. Eppure basta riconoscere il peso che la sua azione possiede nei confronti della Terra, come fanno i teorici dell’antropocene, per avvedersi che così non è. Anzi che se la sua azione scandisce le epoche del mondo fino a renderne possibile la fine può anche riaprire i conti con la storia, consapevole però di poter «aprire una prospettiva di enormi conflitti».


Pubblicato in  AVVENIRE