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martedì 16 giugno 2026

IL MIRACOLO DELLA FRATERNITA'

 


Noi è il pronome della fede

 e nel vortice silenzioso 

delle preghiere al Santo

 ogni richiesta personale 

diventa di tutti.




-di Mariapia Veladiano *

 Pregare sant’Antonio perché ci aiuti, lo si fa in tutto il mondo. Non a caso lui è chiamato il Santo dei miracoliAnche la rivista degli aderenti all’Associazione universale di Sant’Antonio, legata alla diocesi di Padova, si intitola così e il perché viene da una lunga storia di fedeltà. Le storie che giungono a Padova e che raccontano la preghiera esaudita arrivano da ogni Paese, intercettano ogni età e i bisogni più diversi. La salute fisica, un dolore sentimentale, la guarigione per un amico malato, un dubbio spirituale, un rancore da cui liberare lo spirito. Sono una vera e propria rassegna di umanità, la stessa che ci avvolge come un respiro pieno di voci quando si entra al Santo di Padova. Capita di arrivare con il dolore che ci piega le spalle e ci fa trascinare il passo e di uscire diversi in modo evidente, anche se è difficile da spiegare con le parole. È un sentirsi parte di un mondo più grande del nostro dolore, che però può accoglierlo e lo può alleggerire. Un mondo in cui le preghiere si incrociano, si allargano rispetto al nostro proprio chiuso bisogno, si prestano e si ricevono. C’è la percezione che non siamo soli e non saremo lasciati cadere. 

La Basilica come uno scrigno, un tesoro di preghiere in qualche modo disponibili, basta chiedere, forse nemmeno credere, basta solo non chiudere la porta dello spirito a una storia di fedeltà dentro la quale siamo, e basta. «Non abbandonarci alla tentazione», recita la preghiera che Gesù ci ha insegnato, tutta coniugata alla prima persona plurale. Noi è il pronome della fede e in questo vortice silenzioso delle preghiere al Santo ogni richiesta personale diventa di tutti. Una specie di tessuto che ci ricomprende in una comune umanità amata, oggetto di una fedeltà che è di Dio, del Santo e nostra. Tantissime testimonianze di grazie e miracoli esauditi riguardano altri rispetto a chi chiede e poi ringrazia. È come avere un poco imparata l’arte dell’intercessione. Nel libro di Giobbe, durante la disputa tra Dio e Giobbe, troviamo un versetto un po’ misterioso: «Non c’è fra noi un arbitro, che ponga la mano su di noi» (Gb 9,33). Nella versione del monastero di Bose la traduzione stessa chiarisce il senso: «Ci fosse tra me e te, Signore, uno che mette la mano su di me e su di te, sulla mia spalla e sulla tua spalla». Un intercessore chiede Giobbe. E il toccare le spalle dei nemici vuol dire creare un ponte, mettere in contatto, impedire che la figura dell’allontanamento prevalga nella relazione. 

La teologia ci dice che per noi è stato Gesù l’intercessore, e attraverso di lui lo sono poi anche i santi e le sante e chiunque nelle preghiere partecipi a quel tesoro di bene che sentiamo operare in noi. Si dice anche nel linguaggio comune, oltre che della fede, «ho sentito la mano sua su di me». Di mia madre, della persona amata, di un angelo, di chi mi vuole bene, di Dio su di me. E mi sono sentito non più solo, guarito, meno oppresso, più sereno. Sono tanti i modi di entrare in questa fedeltà reciproca, orizzontale perché è fondata sulla fedeltà di un Dio che ha nei secoli dato prova di non far venire mai meno il suo amore. Quanti pensieri entrando al Santo. Forse il miracolo che sempre accade è questo sentirsi fratelli, responsabili senza deliri gli uni degli altri, alleggeriti nei pensieri di morte che il mondo ci porta. «La fedeltà rischiara ogni infelicità e la ricopre delicatamente di dolce, ultraterreno splendore» scriveva Dietrich Bonhoeffer dal buio del carcere in cui si trovava rinchiuso a Berlino (Resistenza e Resa, Queriniana 2002, p. 461).

*Mariapia Veladiano, scrittrice, laureata in filosofia e teologia, ha lavorato per più di trent’anni nella scuola, come insegnante e poi come preside. Collabora con la Repubblica e con la rivista Il Regno.

«Messaggero di sant'Antonio»! 

 

 

giovedì 9 aprile 2026

LE DIECI PAROLE TRADITE

 


Ci sono parole alla base della nostra civiltà. 
Lo specchio di noi stessi.

 Il vice direttore del «Corriere della Sera» Venanzio Postiglione parte dalla nascita: l’etimologia, i miti più belli, il valore originario. 

Racconta la storia: come sono cresciute e cambiate, gli autori che le hanno scoperte e riscoperte con entusiasmo. Fino a oggi. Tradite, stravolte, irriconoscibili. 

La democrazia che diventa illiberale, la misura perduta, il pianeta offeso e dimenticato, il talento chiuso a chiave, la verità sommersa dalle falsità. 

Così come la felicità che non è più un bene pubblico, la fraternità sparita anche dai sogni, la libertà travolta dall’odio social, la parità uomo-donna prigioniera degli stereotipi, la pace stracciata e umiliata. 

L’età delle potenze spazza via l’età delle regole. La politica dell’istante brucia la politica delle idee. 

La società dell’ansia sommerge la società del dialogo. Un’epoca senza moderazione e senza moderatori.

Eppure queste parole smarrite sono la nostra vita, la nostra coscienza.

È da loro che dobbiamo partire e ripartiremo: dieci capitoli, dieci storie affascinanti. Che ci riguardano.

venerdì 18 luglio 2025

LAUDATO SI' SIGNORE MIO

 


Da 800 anni il Cantico

 delle creature

ci insegna a vivere

 “senza misure”

 Nell’anno in cui si ricorda l’ottavo centenario della composizione, una riflessione sul testo di san Francesco e sulla sua capacità di rispondere all’odierna idolatria consumistica. «È un invito a riscoprire che tutto è dono»


-di GIUSEPPE CAFFULLI*

 Quest’anno, all’interno del percorso dedicato ai Centenari francescani che preparano all’ottavo centenario della morte del santo di Assisi (nel 2023 sono stati ricordati la Regola bollata e il presepe di Greccio, nel 2024 le stigmate) celebriamo la composizione del Cantico delle creature (o di Frate Sole). Il Cantico è considerato il primo testo poetico in volgare italiano, ma il suo valore trascende la letteratura per toccare corde più profonde. È una preghiera, un inno alla vita, alla fraternità cosmica, un atto di lode a Dio attraverso l’intero Creato, vissuto non come oggetto da usare ma come dono da accogliere. Proprio per questa sua struttura relazionale, il Cantico – a ben guardare – si offre oggi come un manifesto contro l’idolatria contemporanea, che si esprime nella logica del possesso, del denaro, del consumo e del dominio.

Abitare il mondo non possederlo

Francesco d’Assisi si chiamava in realtà Giovanni di Pietro di Bernardone. Il nome « Francesco» gli fu dato dal padre, ricco mercante di stoffe, forse per via dei suoi rapporti commerciali con la Francia. Francesco nasce e cresce in un ambiente di mercanti e commercianti, tra botteghe, tessuti e bilance. Impara fin da piccolo il valore delle cose, il linguaggio dello scambio, la logica del guadagno. Sa misurare, valutare, contrattare. La sua formazione è legata al mondo degli affari e alla mentalità borghese che, nel XIII secolo, si afferma con forza nelle città.

Non si può non tenere conto di questo aspetto per capire fino in fondo la radicalità della scelta di Francesco. Quando sceglie la povertà, non compie solo un gesto spirituale, ma un atto di rottura con la cultura mercantile del misurare, del valutare, del contrattare, del guadagnare... Si spoglia nudo davanti al vescovo e alla città, restituisce tutto al padre, rinuncia a ogni proprietà: un gesto simbolico che segna il rifiuto della «logica economica» nella vita che sta intraprendendo. La sua fede è imitazione concreta di Cristo povero, non solo nella parola, ma nella forma di vita. Proprio perché conosce bene la misura delle cose Francesco sceglie di vivere senza misura, nel dono totale, sottraendosi a ogni calcolo e alla logica dello scambio, del potere e del denaro.

Se rileggiamo in questa luce il Cantico delle Creature appare chiara la distinzione, implicita ma radicale, tra l’abitare e il possedere. San Francesco non celebra la natura come qualcosa da sfruttare, da soggiogare, da ridurre a oggetto, bensì come realtà vivente con cui intrattenere relazioni di fraternità. Il Sole, la Luna, il Fuoco, l’Acqua, la Terra – tutte le creature sono chiamate fratello o sorella. Il linguaggio del Cantico non è metaforico, ma teologico: ogni creatura partecipa della stessa origine, è segno della presenza del Creatore e ha una sua dignità intrinseca.

In questa visione, abitare il mondo significa riconoscere la propria collocazione all’interno di una rete di relazioni. Significa vivere di ciò che il Creato offre con gratitudine, sfuggendo all’ansia dell’accumulo. L’abitare è legato al rispetto, all’ospitalità e alla cura; il possedere, invece, genera distacco, alienazione, competizione.

Il linguaggio di Francesco è pervaso da un senso di meraviglia. Ogni creatura è lodata per ciò che è, non per l’uso che se ne può fare. Il Sole, la Luna, l’Acqua, la Terra non sono elementi da sfruttare ma realtà che esistono in sé, con la loro bellezza e la loro voce. Questo stupore è il contrario dell’atteggiamento consumistico, che riduce tutto a risorsa da consumare, esaurire o merce da scambiare.

Nel Cantico, l’economia del dono sostituisce quella dell’appropriazione. Se tutto è dono, nulla è veramente posseduto. L’uomo non è il vertice della creazione ma il fratello del Sole e della Luna, perché ad esse accomunato dall’unico Padre Creatore cui solo «se konfane le laude et onne benedictione». Insomma, il Cantico propone un’etica dell’interdipendenza e della fraternità cosmica.

Ora, potrebbe sembrare un azzardo, come accennavo all’inizio, ma credo che il Cantico si offra come un sorprendente manifesto contro l’idolatria contemporanea. Dove l’economia del desiderio, con i suoi idoli, ha sostituito il senso del limite e il marketing ha colonizzato con i suoi «fantasmi » l’immaginario (fantasmi che spingono a desiderare oltre il desiderabile), il Cantico appare come una contro-narrazione potente: non siamo padroni del mondo, ma ospiti.

Una critica all’idolatria del nostro tempo

L’idolatria contemporanea non è fatta di vitelli d’oro o divinità pagane, ma di beni di consumo, ideologia del successo e della produttività. È un’idolatria sottile, pervasiva e perversa, che trasforma i mezzi in fini e confonde l’essere con il possesso. In questa prospettiva, la casa non è più luogo delle relazioni affettive ma status symbol; il lavoro non è più servizio ma strumento di affermazione; la natura non è più madre ma risorsa da spremere. Il Cantico delle creature smaschera queste idolatrie proponendo una logica opposta: l’essere invece dell’avere, la relazione invece del dominio, la nostra finitezza come benedizione. Il mondo non è un supermarket a nostra disposizione, ma un mistero da abitare. L’uso strumentale della Creazione è una forma di idolatria perché mette l’uomo al centro, come misura di tutte le cose, cancellando ogni riferimento al Creatore e alla gratuità del dono. San Francesco, invece, restituisce la centralità a Dio, lodandolo per tutte le creature, non al posto loro. È il rifiuto umile di un antropocentrismo arrogante, che invita a riconosce il valore della realtà che ci circonda oltre la sua utilità.

Nell’era del riscaldamento globale, della crisi ecologica che segna una frattura tra uomo e natura, il Cantico delle creature è più attuale che mai. Non è solo un testo spirituale, ma un manifesto etico e culturale che propone un altro modo di «abitare» il mondo. Rileggere oggi il Cantico – a scuola, nelle università, nei gruppi, nelle parrocchie ma anche in famiglia – significa riscoprire la bellezza del piccolo, la forza della semplicità. Significa imparare a ringraziare invece di pretendere, a contemplare invece di possedere. San Francesco, uomo del Medioevo ma profeta del futuro, ci invita in sostanza con il Cantico a un cambiamento radicale di sguardo. Non è un testo per devoti baciapile, ma una bussola esistenziale capace orientarci nelle secche dell’idolatria consumistica.

In un mondo che ci divora e si divora, il Cantico è un invito a lodare, ad abitare, a custodire. A riscoprire che tutto è dono. E ciò che è dono non si possiede, ma si accoglie.

 *Coordinatore della Commissione per i Centenari francescani in Lombardia

 www.avvenire.it

 Immagine: Giotto, San Francesco predica agli uccelli


 

mercoledì 23 aprile 2025

SULLE ORME DI PAPA FRANCESCO

 

Educare alla pace, 

alla cura e alla bellezza:

tre UDA ispirate a Papa Francesco 

per ogni grado di scuola


 

- di  Antonio Fundarò

 Nella sua instancabile opera di parola e di presenza, Papa Francesco ha consegnato alla scuola – laica e cattolica, pubblica e paritaria – una delle visioni educative più universali e radicali del nostro tempo. La sua proposta non è confessionale, ma profondamente umana, fondata su parole-chiave che riecheggiano nei Vangeli e parlano al cuore di ogni educatore: ascolto, cura, pace, fraternità, tenerezza, responsabilità.

Questa eredità può e deve trasformarsi in didattica viva. A partire da tale ispirazione, presentiamo tre Unità di Apprendimento trasversali, pensate per la scuola primaria, la secondaria di primo grado e la secondaria di secondo grado, centrate sui valori della pedagogia francescana e strutturate con criteri concreti, operativi, interdisciplinari. Tre strumenti flessibili e inclusivi, pronti per essere utilizzati nei percorsi di Educazione Civica, nei PTOF, nei progetti d’istituto e nei percorsi PCTO.

UDA per la Scuola Primaria

Titolo: Costruttori di pace: il mondo che vogliamo

Classi: Quarta o Quinta

Durata: 4 settimane (16 ore)

Discipline coinvolte: Italiano, Educazione Civica, Religione, Arte, Musica, Scienze

Questa UDA guida i bambini a scoprire, attraverso attività esperienziali e creative, cosa significhi davvero “prendersi cura”. Attraverso circle time, laboratori artistici, scrittura di lettere di pace, momenti musicali e riflessioni guidate, gli alunni imparano a riconoscere le parole e i gesti che costruiscono una comunità inclusiva. L’UDA culmina con la creazione di un “Albero della Pace” e una mostra di restituzione.

2. UDA per la Scuola Secondaria di Primo Grado

Titolo: Coltivatori di pace. Prendersi cura del mondo, degli altri e di sé”

Classi: Prime, Seconde e Terze

Durata: 4 settimane (12 ore)

Discipline coinvolte: Italiano, Educazione Civica, Religione, Arte, Musica, Storia

Un percorso pensato per preadolescenti, centrato sulla parola “cura”. Il lavoro si sviluppa tra scrittura, circle time, attività di gruppo e realizzazioni creative, per arrivare a una riflessione concreta sulla gentilezza, sull’amicizia, sull’ambiente, sulla solidarietà. Ogni classe costruisce il proprio Diario della Cura e realizza un simbolo visivo collettivo: l’“Albero della Fratellanza”.

3. UDA per la Scuola Secondaria di Secondo Grado

Titolo: La scuola che cura. Dalla parola alla responsabilità”

Classi: Terze, Quarte, Quinte

Durata: 5 settimane (15 ore)

Discipline coinvolte: Italiano, Educazione Civica, Religione, Storia, Diritto, Scienze Umane, Arte, Musica

Pensata per adolescenti e giovani, questa UDA affronta in modo più maturo e articolato i temi del Patto Educativo Globale, della cittadinanza attiva, della dignità umana. Gli studenti sono coinvolti in attività di analisi, discussione, progettazione e produzione (podcast, manifesti, video), fino alla realizzazione di una campagna di comunicazione civile sulla “scuola che vogliamo”, da presentare alla comunità scolastica.

Un filo rosso che unisce: pace, tenerezza, responsabilità

Le tre UDA, pur diversificate per età e linguaggio, condividono una stessa visione pedagogica: quella di un’educazione che non si limiti alla trasmissione di conoscenze, ma generi umanità. Che non si accontenti di valutare, ma scelga di accompagnare. Che non isoli, ma includa. Che non ignori il dolore, ma sappia farsene carico.

Come suggerisce Papa Francesco nel Patto Educativo Globale, è giunto il momento di “mettere al centro la persona, formare al servizio, educare alla pace, custodire la casa comune”. Queste UDA sono il tentativo di rispondere, con rigore e creatività, a questo appello.

Un invito per ogni scuola

Ogni istituto può scegliere di adottare, adattare, personalizzare queste UDA, integrandole nel proprio curricolo o nei propri progetti trasversali. Possono diventare il cuore di una settimana dell’accoglienza, un modulo di Educazione Civica, un percorso laboratoriale, un’occasione di scambio tra ordini di scuola.

In un tempo che ha bisogno di mani e di cuori, educare alla pace, alla cura e alla bellezza non è solo possibile: è necessario.

 UNITÀ DI APPRENDIMENTO SCUOLA PRIMARIA, SECONDARIA DI I e di II GRADO_watermark

Orizzonte Scuola

 

sabato 18 gennaio 2025

L'UNICA POSSIBILITA'



 La fraternità 

come via 

per superare la guerra.


 «L’unica possibilità». 



Ad affermarlo è fratel Enzo Bianchi

«Siamo alla vigilia di una grande guerra mondiale.

La fraternità è da vivere con lo stesso impegno 

avuto per la libertà e l’uguaglianza, 

come qualcosa di politico per cui combattere.


Intervista a ENZO BIANCHI

di Chiara Genisio

 La fraternità deve tradursi in istituti politici, giuridici com’è avvenuto in Sudafrica per la riconciliazione. Finché la fraternità resta un augurio, anche la libertà e l’uguaglianza saranno fragili, come scrivo nel mio libro ». Si intitola proprio così, semplicemente Fraternità (Einaudi Editore), il suo ultimo libro. Un testo che era già pronto anni fa, poco prima dell’uscita dell’Enciclica sociale Fratelli tutti di papa Francesco. Ha scelto di attendere a pubblicare, nonostante i solleciti del suo editore. Ma ora ha sentito che il tema doveva “assolutamente” essere approfondito e divulgato. «Ne ho sentito l’urgenza», afferma, «la società è sempre più rancorosa, più diffidente con la mancanza di fiducia. Un clima in cui viene sempre meno soprattutto la fraternità e, di conseguenza, la solidarietà, lo stare insieme. Ciò mi ha spaventato e mi ha indotto a pubblicare questo libro; con la guerra ormai ai confini dell’Europa e nel Medio Oriente la fraternità diventa l’orizzonte dell’umanità e non più l’orizzonte di cui parlare come se riguardasse solo i cristiani o una parte del mondo». 

 Papa Francesco nella Prefazione scrive che nel libro lei mostra che «la fraternità è la vocazione dell’umanità». Quanto è importante che papa Bergoglio abbia scritto la Prefazione? 

«Molto importante. Non ho mai perso la consapevolezza di essere figlio di uno stagnino, di venire dal Monferrato da una famiglia povera; nella mia vita avrei mai pensato di stringere la mano a un Papa, di diventare poi con Benedetto XVI e con Francesco, in un certo senso, un amico. La Prefazione mi è giunta come un dono grande, un segno di affetto di papa Francesco, di un suo riconoscimento soprattutto dopo un periodo burrascoso, in cui sembrava che ci fossero molte diffidenze verso di me. Quindi, non solo ringrazio Francesco che, in tutto questo tempo, con lettere e messaggi mi ha dato segni di affetto, di confidenza, di rassicurazione, ma lo ringrazio perché ha messo anche un sigillo su quello che scrivo, su quello che può essere il mio insegnamento, la mia eredità». 

Lei a un certo punto cita che Francesco identifica la questione della fraternità come una cosa dei credenti di tutte le religioni, ma lei dice no: è una questione dell’umano... 

«E aggiungo anche dei non credenti. Secondo me la fraternità è universale. Dobbiamo stare attenti a non fare una specie di “Onu dei credenti” in cui al centro ci sarebbero i monoteismi, poi le altre religioni e le altre spiritualità ai bordi. L’uomo non è definito dal credere o dal non credere, ma dal suo operare». 

 C’è, quindi, un’unica fraternità per tutti? 

«Sì. Noi certamente ci sentiamo confermati nella fraternità, perché diciamo che l’unico nostro padre è Dio. Ma i non credenti possono sentire la fraternità come imperativo avvertito dalla coscienza umana come decisivo; è un cammino al quale sono chiamati tutti gli uomini e le donne della terra. L’umanità è una: ciascuno o si colloca in relazione con altri e si umanizza o sperimenta un cammino individualistico che ha come esito la barbarie». 

 Possiamo affermare che un credente dovrebbe avere una spinta in più verso la fraternità? 

«Una responsabilità in più». 

 La Chiesa italiana come vive la fraternità? 

«La Chiesa o è una fraternità oppure non è Chiesa di Cristo. La Chiesa italiana non sempre sente quello che dice Francesco, non sempre ascolta le voci più vive. È una Chiesa ancora troppo lenta; al Sinodo non c’è un vero tema di rinnovamento, manca l’invenzione, la scoperta di un segno dei tempi nuovi... Non si percepisce un’urgenza nuova nella Chiesa italiana. Sono ancora valide le indicazioni pastorali dell’inizio del 2000». 

 Di cosa c’è bisogno? 

«Occorre avere del coraggio». 

 La questione femminile affiora nel dibattito anche al Sinodo: nella Chiesa italiana c’è un problema femminile? 

«C’è in tutta la Chiesa, forse un po’ meno nelle Chiese del Nord. Le donne non sono ancora valorizzate come dovrebbero. Abbiamo un Papa che è più profeta e più avanti di quel che è il popolo di Dio». 

 Come sono i giovani che incontra? 

«I giovani non sentono neanche la Chiesa lontano, per loro non esiste più. Viviamo un tempo di esculturazione del cristianesimo A volte parlando con loro mi dicono che la Chiesa non sanno cosa sia. Vivono nell’indifferenza verso tutto, con l’obiettivo di stare bene con sé stessi. Ci mancano dei corridoi di formazione per i giovani. Sono preoccupato, in questo periodo sto lavorando con gli Scout, un’agenzia che fa formazione e che aiuta a crescere umanamente e fornisce una grammatica umana». 

 Da mesi è impegnato con conferenze e iniziative, a parlare non solo di fraternità ma anche di vita, sentimenti, cuore, cibo. Tutta questa vitalità le arriva da “Casa Madia”, la sua nuova casa? 

«No. Io credo che la fonte sia l’assiduità alla parola di Dio. Io sperimento che l’assiduità alla parola di Dio mi infonde un coraggio, una forza per cui non temo nulla. Mi fa dire quello che devo dire a chiunque; non ho paura e affronto anche quelli che mi calunniano o mi hanno calunniato. Se la parola di Dio viene meno anche per un giorno, io mi sento smarrito e mi sento debole». 

 L’invito è a pregare di più? 

«Sì, a leggere di più la parola di Dio. Attaccarsi al Vangelo perché il Vangelo è Gesù Cristo e Gesù Cristo è il Vangelo».

 Alzogliocchiversoilcielo

RIPENSARE LA FRATELLANZA


 Come si diviene fratelli e sorelle al di là del mito della consanguineità?

 Si tratta di realizzare un legame solidale discreto senza la pretesa che tutto sia condiviso.

Senza annullare l’esistenza separata dell’altro.

Senza voler a tutti costi costringere il reale del Due 

dentro il recinto chiuso dell’Uno.

-  di Massimo Recalcati 

A proposito del conflitto israeliano-palestinese diversi commentatori politici hanno fatto notare come uno degli ostacoli maggiori di fronte all’ipotesi dei Due popoli in Due Stati sia la presenza di spinte fondamentaliste di tipo religioso attive da ambo le parti. È una osservazione che condivido perché il discorso religioso quando viene sequestrato dal fanatismo fondamentalista tende sempre a imporre l’Uno sul Due. In questo senso esso sarebbe strutturalmente allergico al principio della democrazia che è invece sempre un’esperienza radicale del lutto dell’Uno nel nome del Due. 

Varrebbe la pena a questo proposito ricordare che il primo moto che orienta i legami tra i fratelli non è quello della fratellanza ma quello dell’odio e dell’inimicizia: l’odio è più antico dell’amore, il ripudio del fratello o della sorella più originario rispetto alla loro accoglienza. Questo per una ragione evidente: la nascita del fratello o della sorella impone un decentramento inevitabile alla vita del figlio, il quale è costretto a esporsi giocoforza al regime plurale del Due, all’impossibilità di essere un Uno tutto solo. 

 In gioco è la difficile esperienza del lutto dell’Uno. Non è, infatti, possibile sottrarsi all’incontro traumatico con il Due, non è possibile consistere solo di se stessi. 

 Accade, come sanno bene gli psicoanalisti, anche ai cosiddetti figli unici. Essi non solo vivono sospesi al fantasma sempre in agguato della nascita di un possibile fratello o sorella, ma molto spesso si trovano nella necessità narcisistica di ribadire costantemente la loro condizione di superiorità. 

Non a caso Franco Fornari, che fu mio professore all’Università Statale di Milano nei primi anni Ottanta, quando qualche studente indugiava troppo nel formulare in aula domande che assomigliavano più a veri e propri interventi, usava chiedere loro, con aria un po’ maliziosa: «Mi scusi, ma lei è figlio unico?». 

Sapeva bene il mio vecchio professore quanto l’esistenza di un fratello o di una sorella introduca nella vita del figlio l’esperienza benefica, sebbene traumatica, di un limite e quanto sia difficile accettarne l’esistenza. 

Nella prospettiva della psicoanalisi i legami fraterni o di sorellanza rischiano da una parte la fusione incestuosa, la spinta a costituire un solo tragico corpo come accade ai gemelli ginecologi raccontati da Cronenberg negli Inseparabili. L’illusione della consanguineità favorisce questa distorsione perversa: il Due sarebbe solo una manifestazione apparente della sostanza inscalfibile dell’Uno. 

Non a caso tutti i deliri totalitari sono ossessionati dalla negazione di ogni forma di plurilinguismo. 

Per un’altra parte però i fratelli e le sorelle rischiano il conflitto aperto, la lotta senza esclusione di colpi, l’aggressività inesausta di una rivalità irriducibile (Romolo e Remo, Caino e Abele, Giacobbe e Esaù, ecc). È l’altra faccia della stessa medaglia poiché sia la follia della fusione sia quella della rivalità fratricida vorrebbero sopprimere il Due. 

Il mito di Narciso che si specchia nella rappresentazione ideale di se stesso converge in questo senso con quello di Caino che uccide il fratello Abele, mosso dall’invidia nei confronti di chi incarnava il proprio ideale. Invece di intraprendere il lutto dell’Uno imposto dall’esistenza del Due, Caino vorrebbe, infatti, cancellare per sempre il Due al fine di continuare a essere “l’unico” e il “solo” figlio. 

È questo uno dei complessi psichici a fondamento del fenomeno collettivo della guerra: difesa a oltranza dell’Uno di fronte alla minaccia destabilizzante del Due. Non a caso i vissuti che scaturiscono dalla nascita di un fratello e di una sorella non sono mai solo di gioia, ma evocano sempre anche l’intrusione e l’esclusione. Il fratello e la sorella incarnano, infatti, la minaccia sempre possibile della nostra sostituzione. Si tratta di una esperienza di intrusione che ha come effetto principale una espropriazione: “il mio posto è stato preso da un altro”. 

Ma come si diviene fratelli e sorelle al di là del mito della consanguineità che sostiene l’illusione fondamentalista dell’Uno che vorrebbe escludere il Due? Come si realizza una fratellanza e una sorellanza che non siano preda dell’odio? Si tratta di realizzare un legame solidale discreto senza la pretesa che tutto sia condiviso, senza annullare l’esistenza separata dell’altro, senza voler a tutti costi costringere il reale del Due dentro il recinto chiuso dell’Uno. 

È quello che possiamo trovare nel gesto solo apparentemente enigmatico con il quale Esaù e Giacobbe si abbracciano lasciandosi alle spalle la lotta a morte per il loro prestigio, decidendo però di seguire due cammini differenti, di rimanere Due. 

Ne L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio è quello che viene descritto attraverso l’amore della protagonista per una sorella la cui differenza radicale assomiglia all’estraneità anarchica del mare. 

Accade, insomma, ogni volta che la nostra vita sceglie la vertigine del Due rinunciando a volere fare e essere: Uno con l’altro.

Alzogliocchiversoilcielo

sabato 9 novembre 2024

FRATERNITA' CERCASI

  


Il futuro 

della cristianità 

oltre il Dio 

dei muri 

e delle divisioni

 e la società 

che si è sempre più

 incattivita

 


Estratto dell'intervista di Paolo Rodari

Dopo mesi non facili, Enzo Bianchi è tornato anche alla scrittura, dando alle stampe un nuovo lavoro per Einaudi intitolato “Fraternità”. Elemento più trascurato dei tre coniati dalla rivoluzione francese, la fraternità è per Francesco - che del volume firma la prefazione - «resistenza alla crudeltà del mondo». Perché, dice, «da quando c’è l’umanità Polemos, il demone della guerra, è presente e si manifesta nella rivalità che giunge alla negazione, all’uccisione dell’altro come rivela il fratricidio di Abele da parte di Caino». 

 Enzo Bianchi, partiamo da qui, cos’è per lei “fraternità” e perché l’umanità fatica a riconoscerla e a viverla? 

«Purtroppo, pensiamo che la fraternità sia un dato di fatto naturale, perché si nasce fratelli, perché qualcuno viene al mondo e ha un fratello, una sorella, prima di lui o dopo di lui. Ma in realtà tutta la storia ci mostra che questa fraternità naturale facilmente accede alla rivalità, alla concorrenza e quindi alla violenza, fino all’uccisione del fratello, come raccontano i miti di tutte le culture. Non solo nella Bibbia - Caino e Abele - ma anche nella cultura romana - Romolo e Remo -, in quella greca, in quella babilonese c’è sempre il fratricidio. Si arriva proprio da fratelli, tra fratelli e sorelle, alla violenza, all’uccisione, alla negazione dell’altro, perché l’altro è colui che è venuto a chiedere di decentrarsi, è venuto a prendere parte del nostro posto, che era un posto unico, tutto nostro, è venuto a prendere parte dei nostri affetti. Affetti della madre e affetti del padre, che erano tutti per noi. E sentiamo ciò come privazione. Ci sentiamo defraudati da quest’altro intruso, sconosciuto, che arriva, che è fratello perché nato dallo stesso grembo della madre come dicevano i greci, ma che in qualche misura ci ha detronizzato. E allora ecco la rivalità. Rivalità che a volte cova tutta una vita e arriva alla fine quando c’è la divisione dell’eredità della famiglia, del padre e della madre. Allora noi comprendiamo come la fraternità non sia un dato di fatto che sta dietro di noi nella vita, ma una vocazione. È un appello. È un esercizio che dobbiamo assumere. È qualcosa che dobbiamo tenere come assolutamente necessario per arrivare alla relazione, ai rapporti e ai rapporti innanzitutto di famiglia. Ma i rapporti poi anche di una comunità, ai rapporti di una società. La fraternità s’impara, non si riceve, s’impara a fatica e s’impara a caro prezzo». 

 Le cronache quotidiane raccontano di grandi conflitti in diverse parti del mondo, e poi dei conflitti, altrettanto terribili, più prossimi a noi: femminicidi, infanticidi, delitti di ogni genere. Scrive Luigi Zoja, «per millenni un doppio comandamento ha retto la morale ebraico-cristiana: ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso. Alla fine dell’Ottocento Nietzsche ha annunciato: Dio è morto. Passato anche il Novecento non è tempo di dire quel che tutti vediamo? È morto anche il prossimo?». Di chi è la responsabilità di tutto ciò? 

«Dobbiamo essere molto seri con noi stessi e guardare in profondità, ciascuno di noi e guardare le relazioni che ci sono nella società. Negli ultimi anni, negli ultimi due decenni, c’è stato un forte imbarbarimento. È cresciuto il rancore, è cresciuta la rabbia, come dicono sovente anche le indagini che vengono fatte a livello italiano da istituti che sono più che autorevoli. E poi è cresciuta la sfiducia degli uni verso gli altri. Certamente, c’è stata anche la pandemia, ma io non maggiorerei mai questo evento che ci ha tenuti lontani, ci ha separati e ha creato quel bisogno di immunitas che allontana e rende diffidenti gli uni dagli altri. No, siamo diventati più cattivi. E qui la violenza cova più facilmente, a partire dalla famiglia, a partire dai rapporti più intimi, dove vediamo che si manifesta il parricidio, il matricidio, il femminicidio. Ci sono sempre stati, ma oggi c’è una frequenza che non è adeguata alla crescita che si ha all’interno della società di alcuni valori che pur anch’essi sono cresciuti: il rispetto degli altri, l’affermazione della dignità di ciascuno. Il che ci dice come è diventato davvero molto forte, molto efficace, questo desiderio di violenza verso gli altri fino al desiderio dell’annientamento e dell’omicidio. E quindi oggi abbiamo un’epifania di ciò che c’è sempre stato, ma che ha delle cause ben precise in questa evoluzione ultima all’interno della società e della nostra cultura, che è una cultura che non ascolta, che ama lo scontro, che ama assolutamente contrapporsi all’altro senza mai avere la possibilità di uno scambio, di un dialogo. Lo vediamo addirittura nei mass media come si ama lo scontro, la polemica e non il dialogo, non l’ascolto reciproco. Addirittura, dobbiamo confessarlo con vergogna, è lo scontro che fa audience, è lo scontro che richiama spettatori. Sembra che il dialogo, l’ascolto reciproco, non riesca più ad attirare l’attenzione dei telespettatori». 

 A chi scrive Enzo Bianchi? Ovvero, a chi è rivolto questo libro? Da tempo molte categorie che ci hanno accompagnato per anni, credenti e non credenti, laici e atei, sembrano essere sfumate in un nichilismo di fondo, come se la maggior parte delle persone non si ritrovasse più in nessuna categoria. Cosa pensa? 

«Io mi rivolgo da sempre a credenti e non credenti, perché ciò che per me è importante è veramente l’umanità. Ciò che per me non è estraneo è l’umano. E quindi se io dico una parola, la posso solo dire nello spazio dell’umano. Però attenzione, non si tratta con questo di annullare la differenza cristiana sulla quale ho sostato più volte e che faccio emergere sempre. C’è una differenza cristiana. Certo, la salvezza, la buona notizia riguarda tutti. Non ci sono muri, non ci sono certamente delle enclave per i credenti. Non ci sono posizioni di privilegio nei confronti di una vita umana, se vale o non vale. Tutti saremo giudicati sulla capacità di rapporti con gli altri, nell’amore, nella cura degli altri, nella responsabilità per gli altri alla stessa maniera. Ma se c’è una speranza cristiana, che non è solo per i cristiani, che è quella che la vita vinca la morte, l’amore vinca la morte a causa della resurrezione di Cristo, di questo non mi vergogno, lo dico e penso che possa essere l’annuncio anche per i non credenti. La accolgano o no, la mettano davanti a loro come interrogativo o no…, però la devo dire». 

 Gesù propone una nuova fraternità, se vogliamo, che come scrive lei abbatte le barriere di divisione e distrugge i muri di separazione. Eppure, ancora oggi assistiamo a un cristianesimo dei muri, delle chiusure verso chi è ritenuto essere diverso. Perché secondo lei questa «rigidità», come la chiama a volte anche Francesco? 

«Innanzitutto lei deve pensare che la Chiesa ha sedici secoli dietro le spalle in cui ha amato l’uniformità, ha amato essere una sola voce, ha amato soprattutto avere una voce contro gli altri. Tutti gli altri che non erano dentro lo spazio della Chiesa, erano nemici. Sono cambiati, sono stati i saraceni, sono stati a un certo punto gli eretici, sono stati gli ebrei: nella Chiesa è stato davvero quasi un piacere poter espellere, poter innalzare muri e dire che qualcuno stava fuori. A me ha sempre impressionato come al mio paese, quando c’era un suicida lo si seppelliva fuori del muro del cimitero. Neanche coi morti lo si metteva. Perché c’era questa volontà di esclusione. Si spiavano i peccati degli altri. Se spiava il pensiero degli altri se era eretico, e lo si rigettava. Ecco, dal Concilio Vaticano II in poi sembra che la Chiesa abbia imboccato un’altra via, che è una via dell’inclusione. E soprattutto è Papa Francesco che ha capito che l’orizzonte per un futuro è quello dell’umanità, non è quello delle confessioni religiose, se pure hanno un significato, ma è l’umanità. E allora lui parla a nome di tutta l’umanità, e anche se dà a volte il messaggio ai cristiani, chi lo sa leggere bene vede che lui con gli occhi guarda all’umanità non cristiana, vede i confini del mondo. Tutta un’umanità deve essere salvata, tutta un’umanità è degna di una vita migliore. Questo mi sembra anche il fondamento della sua “Fratelli tutti” che ha voluto indirizzare a tutti gli uomini. Questo è l’orizzonte cristiano. Ma la Chiesa fa fatica. I cristiani sovente sono gretti. Sono persone molto devote, molto religiose, ma che hanno poca fede. Non hanno una fede stabile, salda, di non temere l’altro. Hanno la religione con cui con l’altro si va solo in concorrenza». 

 Cosa ha portato di nuovo Francesco nella vita della Chiesa? Alcune sue parole in merito ai temi eticamente sensibili ricordano alcune chiusure dei pontificati precedenti, anche se poi le aperture non mancano. Cosa pensa? 

«Francesco è un uomo conservatore. Ha un’età che può essere solo conservatore. Non potrebbe essere diversamente. E in questo è fedelissimo alla tradizione. E direi che è addirittura pauroso di uscire dalla grande tradizione. E molte sue dichiarazioni portano questo segno, la volontà di non uscire, la volontà di riaffermarla, e qualche volta lo fa con accenti che possono anche essere spiacevoli. L’abbiamo sentito più volte anche contestato per questo. Però è anche vero che lui ha portato una ventata nuova là dove, al di là di queste dichiarazioni, ha saputo aprire alla misericordia, alla compassione della Chiesa. Insomma, io voglio dire con una frase che so da molti non è accettata e non è amata, che Francesco ha evangelizzato Dio. Dio aveva sovente un volto perverso, un volto di giudice severo e cattivo, un volto che non era quello narratoci da Gesù Cristo. Francesco lo riporta là, evangelizza Dio, e il Dio misericordioso che anche di fronte ai nostri peccati li cancella, li dilegua, perché noi possiamo entrare tra le braccia di Cristo per un amore che non va mai meritato.

 Questo è Francesco».

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venerdì 23 agosto 2024

POPULISMO e FRATERNITA'

 

Francesco: l'onda populista in Europa fa svanire i principi di fraternità

Ai partecipanti al Forum Alpbach, in corso fino al 30 agosto, il Papa invia un messaggio in cui condivide le sue apprensioni circa il diffondersi crescente di movimenti che rischiano di mettere in secondo piano i più deboli. "Le società in Europa sono chiamate a trovare modi e mezzi per ridurre la polarizzazione al loro interno e per rimanere aperte verso il mondo che le circonda"

 -       -  di Antonella Palermo - Città del Vaticano

 Frenare le spinte populiste in Europa e ogni polarizzazione che disperde i valori fondanti dell'Unione. È il cuore del messaggio di Papa Francesco indirizzato ai partecipanti al Forum europeo Alpbach (17 - 30 agosto), piattaforma che riunisce giovani dal vecchio continente e da tutto il mondo, per condividere riflessioni e azioni con pensatori e analisti di spicco nell'ambito della politica, imprenditoriale, della società civile, della cultura.

 

I movimenti populisti stanno marginalizzando i deboli

Alla luce della finalità del Forum - guidare idee per un'Europa forte e democratica -, Francesco illustra alcuni motivi di preoccupazione sulle sorti del continente che vive, afferma, "un tempo in cui vari movimenti populisti godono di grande popolarità". Alla base di questa tendenza che va affermandosi sempre più, secondo il Pontefice ci sono fattori economici e politici.

 [...] In Europa, in seguito a questa “onda” populista, alcuni ideali sono svaniti e qualche principio, relativo al comportamento nei confronti dei membri più deboli della società, è stato messo in secondo piano.

 L'Europa non perda i valori universali di fraternità

La questione posta dal Papa è pertanto quella relativa ai principi di dignità umana e fraternità, "connessi alla matrice del Vangelo": che fine fanno? Le parole di Bergoglio sono, da un lato, di rassicurazione, perché anche in un contesto secolarizzato, che - "non deve meravigliare né spaventare" - la Chiesa può continuare a operare ("Dio è presente anche lì"); dall'altro lato, sono parole di appello:

 Con rinnovate motivazioni, ci sforziamo, in quanto cristiani, di apportare la ricchezza della dottrina sociale cattolica con la sua pretesa di universalità. Anche l’Unione Europea, fin dalla sua fondazione, ha dei tratti universalistici, ed è auspicabile che non li perda. [...] Le società in Europa sono chiamate a trovare modi e mezzi per ridurre la polarizzazione al loro interno e per rimanere aperte verso il mondo che le circonda.

 Vatican News

Messaggio del Santo Padre