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martedì 20 ottobre 2026

UN VALORE AGGIUNTO

 

Migranti, 

un valore aggiunto 

per l’Italia che supera

 i 190 miliardi di euro

di Sara Fornaro

Caritas e Fondazione Migrantes chiedono l’istituzione di un permesso di soggiorno per “radicamento sociale” e un adeguato finanziamento del Fondo nazionale per le politiche migratorie. Presentato il Rapporto immigrazione 2026

Un cartello riporta la frase “Gesù era un migrante” durante la visita pastorale di papa Leone XIV all’isola di Lampedusa, il 4 luglio 2026. Foto: ANSA/ CIRO FUSCO

Bakari Sako aveva 35 anni e stava per diventare padre. Era un gran lavoratore, veniva dal Mali e faceva il bracciante nei campi di Massafra, in provincia di Taranto. Il 9 maggio scorso era uscito di casa verso le 5 del mattino per andare a lavorare, ma era stato preso di mira da un gruppo di ragazzi, quasi tutti minorenni, che dopo una prima aggressione, lo hanno ucciso in soli 4 minuti per noia e divertimento… I colpi letali li ha inferti un quindicenne.

Anche di Bakari Sako si è parlato lunedì 19 ottobre a Roma, in occasione della presentazione del 35simo Rapporto immigrazione 2026 dal titolo “Confini e frontiere”, presso la Pontificia Università Urbaniana. Il Rapporto parla di persone come Bakari, non di numeri. Propone frontiere che aprono alle relazioni, e non confini che segnano separazioni. Racconta storie, non pregiudizi. Invita all’incontro, non alla chiusura. Ma soprattutto ci sollecita a compiere un passo interiore, per superare indifferenza, paura, autoconservazione, e scegliere compassione, fraternità e corresponsabilità.

In un periodo storico in cui si moltiplicano i confini e si riducono le barriere, papa Leone ha scelto per la Giornata mondiale del migrante la frase di Gesù: chi accoglierà “anche uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. “Non è una questione di cifre o di statistiche. Il Vangelo – spiega il papa – ci invita a non fare calcoli: “anche uno solo”.

Parole che interpellano tutti i cristiani: anche coloro che affermano di difendere i valori della Chiesa cattolica, eppure propongono soluzioni alle migrazioni ben diverse dalle parole di Gesù.

L’espressione scelta dal papa sposta “il nostro sguardo dai fenomeni alle persone, dalle statistiche ai volti, dalle paure alle responsabilità”, affermano monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore della Fondazione Migrantes, e don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana, introducendo il Rapporto immigrazione. Le migrazioni, spiegano, “ci costringono a riconoscere che il mondo è un intreccio di confini condivisi. Nessuno si salva da solo, nessun popolo cresce isolandosi, nessuna comunità può immaginare il proprio futuro prescindendo dal grido di chi resta ai margini”. E i bambini sono il simbolo di questa situazione: non hanno rivendicazioni ideologiche, chiedono solo di “vivere, crescere e sperare”.

resentazione del 35simo Rapporto Immigrazione 2026 alla Pontificia Università Urbaniana, foto di Sara Fornaro

La falsa percezione e i veri dati sui migranti

Ad uccidere Bakari hanno contribuito, forse, anche i pregiudizi e le fake news. In Italia, infatti, la “caccia allo straniero” fomentata da diverse formazioni politiche, che enfatizzano i reati da loro commessi e affermano che rubano il lavoro agli italiani, contribuisce ad una falsa percezione della situazione. Al primo gennaio 2026 gli stranieri in Italia erano 5 milioni e 560 mila (9,4% della popolazione). Eppure, c’è chi crede che siano molti di più. Addirittura il 31% della popolazione.

In un anno gli stranieri sono aumentati di circa 188 mila persone (+3,5%). Vengono soprattutto da Romania, Albania e Marocco, ma stanno crescendo le comunità asiatiche. I musulmani rappresentano meno del 5,5% della popolazione. Eppure, la percezione dei cittadini è che siano il 19% della popolazione.

Il 58,1% dei cittadini stranieri risiede nel Nord, il 24,2% nel Centro e il 17,7% nel Mezzogiorno. I lavoratori stranieri sono meno di 2,6 milioni e, secondo la stima della Fondazione Leone Moressa, nel 2025 avrebbero generato 196 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 9,7% del Pil italiano. Eppure, in media, guadagnano molto meno degli italiani, all’incirca 17 mila euro l’anno. Gli stranieri in carcere al 31 dicembre 2025 erano il 31,7% del totale, in calo dal 2021.

Il Rapporto immigrazione, edito da Tau editrice, è stato curato da Manuela De Marco e Simone Varisco, con i poetici disegni di Francesco Piobbichi e contributi di 32 autrici e autori. Alla presentazione sono intervenuti il rettore dell’Urbaniana, Vincenzo Buonomo, il presidente di Caritas italiana, l’arcivescovo Benoni Ambăruş, Manuela De Marco, di Caritas italiana, padre Giovanni La Manna, direttore della Caritas diocesana di Trieste, e monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes.

Il messaggio di papa Leone

Per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, papa Leone ha ricordato che “ogni anno milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, povertà, violenze, disastri ambientali e altre tragedie; e purtroppo il loro numero continua ad aumentare… La sofferenza non si esaurisce nello spostarsi: vi sono giovanissimi che hanno perso genitori, fratelli, sorelle e amici e sono testimoni di violenze indicibili”. Altri sono separati dai familiari e tentano di ritrovarli, altri ancora vengono strappati dai genitori a causa dei rimpatri. “Vi sono poi minori che affrontano il tragitto insieme ai genitori, esposti tuttavia a condizioni estreme e traumatiche”.

A questo scenario già drammatico si sommano altre tragedie: “le morti lungo le rotte migratorie, la tratta e lo sfruttamento, il reclutamento per l’impiego di minori nei conflitti armati, la violenza sessuale, i matrimoni forzati e le atrocità subite o viste durante il tragitto. In troppi modi la loro dignità viene calpestata”. Ricordando le responsabilità di tutti nei confronti dei bambini migranti, il papa ha affermato, in particolare, che “le istituzioni pubbliche e private sono tenute a mettere al centro la protezione e la dignità di ogni singolo bambino e adolescente. Ciò comporta l’adozione di efficaci strumenti legali di protezione, promuovendo i ricongiungimenti familiari e scongiurando i traumi della separazione. È urgente un cambio di prospettiva: occorre spostare l’asse del dibattito dalla mera gestione dei flussi alla tutela piena e immediata dei diritti umani”.

Le 10 richieste ai politici italiani

A fronte delle difficoltà vissute dai migranti e alla luce del messaggio evangelico, Caritas e Migrantes chiedono ai politici italiani 10 impegni urgenti per una politica migratoria fondata su legalità, integrazione e partecipazione.

1.     Rafforzare le vie legali e sicure di ingresso.

Porre fine alle politiche che trasferiscono a Paesi terzi il controllo delle frontiere e della gestione delle migrazioni senza adeguate garanzie sul rispetto dei diritti umani, ivi compresa un’adeguata tutela delle condizioni di vulnerabilità delle persone che giungono alle nostre frontiere. Ogni normativa e ogni accordo di cooperazione dovrebbe essere sottoposto a effettivi meccanismi di trasparenza, controllo e tutela dei diritti, compreso un monitoraggio indipendente dell’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo. Ampliare le vie di accesso legale complementare, come i corridoi umanitari e le sue derivazioni, rendendo più semplici e rapide le procedure per il ricongiungimento familiare.

2.     Prevedere un permesso di soggiorno “per radicamento sociale”.

Introdurre un percorso di regolarizzazione per le persone prive di titolo di soggiorno che possano dimostrare un effettivo radicamento nel territorio, valutando durata della presenza, legami familiari, conoscenza della lingua e inserimento sociale e lavorativo.

3.     Promuovere riconoscimento delle qualifiche, formazione continua e avanzamento professionale.

Potenziare percorsi di crescita professionale, che consentano di superare discriminazioni, sovra-qualificazione e divario retributivo. Migliorare l’incontro trasparente tra domanda e offerta e l’accompagnamento personalizzato, prima e dopo l’assunzione, per le persone fragili, che rischiano di restare ai margini o di ricadere nella povertà. Contrastare lavoro irregolare e sfruttamento lavorativo.

4.     Finanziare adeguatamente il Fondo nazionale per le politiche migratorie.

Garantire risorse stabili per sostenere il processo di inserimento e integrazione nel suo complesso (scuola, formazione professionale, lavoro, servizi sociali e welfare territoriale), affinché l’integrazione sia una politica pubblica strutturale e non affidata alla capacità dei singoli territori e del Terzo settore.

5.     Tutelare i minori stranieri e riconoscere il ruolo delle nuove generazioni.

Riconoscere e valorizzare, anche attraverso investimenti mirati, il contributo dei giovani stranieri o di origine straniera, nati o cresciuti in Italia, attraverso scuola, formazione, sport, servizio civile, orientamento e inserimento lavorativo.

6.     Ripensare il sistema di welfare.

Rivedere le condizioni di accesso dei cittadini stranieri alle misure di contrasto alla povertà. I cittadini stranieri sono infatti pressoché esclusi, eppure sono i più affetti dalla povertà assoluta in Italia.

7.     Puntare su una strategia nazionale contro razzismo e discriminazioni.

Promuovere campagne pubbliche e percorsi educativi contro razzismo, discriminazione e discorsi d’odio, coinvolgendo scuole, istituzioni, media, mondo dello sport, società civile e comunità religiose, anche di origine estera. I giovani con background migratorio sono i primi a non identificarsi con “maranza” e “baby gang”.

8.     Valorizzare il protagonismo delle comunità migranti nella vita sociale e civile.

Riconoscere le associazioni, le reti civiche e le comunità di origine straniera come interlocutori stabili delle istituzioni nazionali e locali.

9.     Sostenere il contributo delle comunità religiose dei migranti alla coesione sociale.

Moltiplicare gli spazi di incontro e collaborazione tra confessioni e comunità religiose, riconoscendo il ruolo positivo che esse svolgono nell’accompagnamento delle persone, nella costruzione di legami di fiducia, nell’educazione alla convivenza e nella prevenzione dell’emarginazione. Le comunità di fede di origine straniera rappresentano una risorsa per l’integrazione e un’opportunità di arricchimento reciproco per l’intera società. In un clima di libertà religiosa e dialogo, possono contribuire a rafforzare la coesione sociale e il senso di appartenenza alla comunità locale e nazionale.

10. Fondare le politiche migratorie su dati, valutazione e responsabilità.

Assicurare la disponibilità di dati pubblici, aggiornati e accessibili e condividere valutazioni sull’efficacia delle politiche adottate. Il dibattito sull’immigrazione deve essere sottratto alla logica dell’emergenza e della contrapposizione e ricondotto a evidenze, risultati e responsabilità istituzionale per alimentare anche una comunicazione basata su dati di realtà.


Città Nuova

 

sabato 11 luglio 2026

REMIGRAZIONE

 


REMIGRAZIONE

 SENZA 

FUTURO

 

-     


     di LEONARDO BECCHETTI

-           

Immaginate un allenatore di una squadra di calcio costretta a giocare 9 contro 11 che decide a un certo punto della partita di ritirare altri due giocatori dal campo. La proposta della “remigrazione” assomiglia un po’ a questo. La crisi demografica ha creato nel Paese difficoltà oggettive sul mercato del lavoro. Gli ultimi dati disponibili della banca dati Excelsior (Unioncamere) segnala che le imprese cercano circa 544mila lavoratori e spesso non li trovano. Di fronte a questo problema, la remigrazione riesce nel capolavoro di proporre di mandarne a casa molti di più.

Anche le più estreme e improbabili ricette populiste hanno bisogno di una spolverata di verosimiglianza per essere credibili. La remigrazione consterebbe di due pilastri.

 

Rimpatriare gli stranieri irregolari e offrire un incentivo a quelli regolari senza problemi con la giustizia per tornare a casa loro. La logica economica sarebbe questa. Se è vero che il centro-Nord è in piena occupazione e ci sono molti posti vacanti per i quali non si trovano lavoratori, il problema (il capro espiatorio) sono gli stranieri che fanno concorrenza al ribasso sui salari. Se mandiamo via loro, magicamente gli imprenditori pagheranno salari più elevati e tanti italiani che al momento non partecipano al mercato del lavoro entrerebbero nel mercato del lavoro e prenderebbero quei posti. Proviamo ad applicare l’idea. Mancano oggi decine di migliaia di infermieri con conseguenze gravi negli ospedali. Con la remigrazione mandiamo via gli infermieri stranieri e magicamente il giorno dopo la carenza del personale (aggravata dalla remigrazione) si supera perché il governo rapidissimamente aumenta i salari degli infermieri e arrivano italiani inattivi che non hanno quella passione o vocazione a riempire quei posti.

Che tutto questo non stia né in cielo né in terra lo confermano le scelte di alcune delle forze politiche oggi al governo, forze che – dopo aver spesso identificato in passato bersagli e capri espiatori negli immigrati e nella moneta unica europea – si trovano oggi a essere (per fortuna) più realiste del re, avendo varato la più grande informata di immigrati regolari, ed essendo il governo diventato affidabile garante della stabilità dei conti pubblici all’interno delle regole europee. Ma è proprio il loro essere aderenti alla realtà e non alla propaganda che crea spazio vuoto soprattutto a destra, spazio occupato da nuove e più astruse fole populiste.

 

La logica della remigrazione non sta in piedi in nessun punto anche a partire dalla premessa. I salari sono bassi nelle attività delocalizzabili soggette alla concorrenza internazionale per la pressione al ribasso della concorrenza anche da altri Paesi su cui non possiamo certo intervenire con la remigrazione. Immaginiamo il settore delle automobili, dove ormai in Cina esistono le “ dark factories” (aziende con all’interno solo macchine che producono a luce spenta). In che modo alzare i salari dei lavoratori italiani da noi senza crescere in qualità e competitività del sistema Paese risolverebbe e non aggraverebbe il problema?

Nei settori non delocalizzabili invece (logistica, vigilanza, servizi di consegna) la soluzione è un salario minimo decente, come già in vigore in Spagna o nella città di New York, perché la consegna delle pizze va svolta comunque qui e non si può minacciare di delocalizzarla in Cina.

 

La sicurezza

Un altro degli argomenti che va per la maggiore nella vulgata remigrazionista è quello della sicurezza. Gli stranieri delinquono di più e quindi bisogna rimandarli a casa. Non è così: basta controllare tutti gli altri fattori che spiegano questi comportamenti e incrociare i dati con gli stranieri regolarizzati. Politiche assennate di accesso attraverso canali sicuri e di regolarizzazione condizionata a percorsi virtuosi sono la risposta migliore a questo problema.

Senza soffermarci per l’ennesima volta sul contributo straordinario che i lavoratori di origine straniera danno all’Italia (sono circa il 10% tra gli imprenditori, fanno il 9% del valore aggiunto e si stima, per i prossimi anni, un fabbisogno i circa 600mila nuovi ingressi) la nuova moda populista di turno della remigrazione è la spia di un disagio più profondo. Esiste in vasti strati della società che partecipano in misura limitata al progresso, una rabbia profonda che li getta tra le mani del pifferaio magico di turno. È pertanto assolutamente urgente costruire percorsi di inclusione, partecipazione, cittadinanza attiva che limitino il più possibile la rabbia di quella quota di cittadini che si sentono esclusi. Ed è al contempo fondamentale essere efficaci nel promuovere quella rivoluzione culturale e antropologica di cui anche l’ultima enciclica di papa Leone, Magnifica humani-tas, si fa promotrice. 

La nostra umanità è magnifica (ed è di gran lunga superiore ai nuovi miti scientisti del transumanesimo) se capiamo che la fioritura della nostra vita non è nello scorrere senza soluzioni di continuità lo schermo di un cellulare, ma sta nella vita di relazioni, nel seguire percorsi generativi, nel valorizzare trascendenza e ricchezza di senso di vita.


www.avvenire.it

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venerdì 27 febbraio 2026

L'INTELLIGENZA DEI PIEDI

 


“La sapienza 

ama giocare”

Un itinerario di significati 

fra sapienza, 

intelligenza, saggezza 

e incoscienza 

Le stringhe di parole sono affascinanti, 

soprattutto per una persona che, 

per motivi diversi ma alla fine convergenti, 

ha avuto tanto a che fare con parole migranti, 

cioè con esigenze di continue traduzioni. 

di Cristina Simonelli *

Non posso tuttavia ignorare gli avvertimenti, meno speculari di quanto potrebbe sembrare, di Gianrico Carofiglio (La manomissione delle parole, Rizzoli, Milano): con più facilità mi colloco nell’asse in cui chiede manomissione, cioè di liberare i significati delle parole. Ma non posso ignorare il secondo asse, quello in cui suggerisce di non essere astrusi e fumosi perché, come diceva Galileo, «parlare oscuro ognun lo sa fare, chiaro pochissimi». Cercherò di tenere come guida a lato strada questi due suggerimenti, mentre provo a tracciare il percorso che mi è stato proposto, formato da “sapienza, intelligenza, saggezza e incoscienza”. Spero di non essere fumosa, mentre provo a seguirlo come una spirale: non una pista circolare in cui si torna sempre al punto di partenza, e neppure una via che si slancia solo in avanti, da partenza a meta, ma una di quelle strade che si inerpicano fra tornanti, che fanno vedere cose simili ma da altri punti di vista e permettono di immettersi da punti diversi, magari apparentemente secondari. 

Entrando dunque da uno dei tornanti – primo forse per i lettori delle pagine bibliche, ma non certo per tutti - ci viene incontro una figura femminile di aspetto pluriforme. Sì, perché Donna Sapienza è una signora, che invita a banchetto (Pr 9) e si rispecchia nella donna forte e intraprendente (Pr 31) troppo spesso resa con metafore di buona casalinga per funerali e matrimoni, magari sottomessa. Ma è anche una che balla e ama giocare – e così la immagino ragazza, come quelle che danzano in Ger 31,13 o nelle liriche greche quando giocano nel caldo del meriggio o nella poesia di Neruda Bimba bruna e flessuosa. Così infatti ci viene incontro in un passo che è stato tanto letto anche nelle discussioni teologiche, Pr 8,22: la Figlia di Dio che proprio giocando e scherzando muove gli elementi della creazione, sapienza/sorella della Parola (Gen 1). Che però in greco si dice Logos e che in questo modo, maschile oltre il buon senso, ha subito una transizione da donna a uomo ed è entrato, magari anche un po’ razionalmente algido, nella teologia dell’incarnazione del Figlio (per l’anniversario del Concilio di Nicea 325/2025 se ne è molto parlato). 

Ponderata come la maturità, dunque, ma anche lieve come la giovinezza, movenza umana capace di restituire un’immagine divina, Sapienza ha anche un’altra coppia di rappresentazioni: è saggia ma anche folle, riflessiva e appassionata, perseverante e impulsiva. Ma no, si potrebbe obiettare: l’altra è la stolta, l’incosciente, donna follia. Non ne sarei così sicura: vero sì, che il libro dei Proverbi ama procedere per quadri contrapposti e sdoppia spesso le figure in forma didattica. Però ci sono anche punti in comune: vanno per strada e stanno sulle porte, chiamano e seducono, frequentano luoghi non di troppa rispettabilità, anche i crocicchi delle strade, da sempre luoghi “non autorizzati” (cfr Pr 8,1ss). Certo, quando le figure si mescolano, la chiarezza che si cerca è quella manomessa, liberata nelle sue potenzialità: ma forse anche perché la spartizione dei temi era solo apparentemente chiara, in realtà non corrispondente. 

L’intelligenza dei piedi 

Sappiamo bene – anche questa è una sapienza – che entriamo in relazione con i passi biblici a partire da dove ci “troviamo” e in qualche modo camminiamo sulle pagine, ne riveliamo anfratti e ne liberiamo potenzialità. La lettura appena fatta deve tanto all’esegesi delle teologhe, si capisce. Ma deve molto anche a tante altre vite, a tante tradizioni spirituali, fra cui quella detta mendicante – parola che piace solo in ristretti ambiti storiografici, ma al di fuori sa di insulto, ad esempio rivolto ai Rom o a persone povere. Il vangelo, come il regno, patisce “violenza” (cfr Mt 11,12), che si potrebbe tradurre anche come “viene aperto dalle vite” e sprigiona significati altrimenti inediti. Recupero perciò, sentendola vicina all’anniversario francescano, una frase che ha accompagnato la Chiesa italiana “presso i Rom” [Cristina Simonelli, «L’estensione e lo spessore. La pastorale rom a Verona come recezione del Concilio», in “Esperienza e teologia” 28 (2012) 119-130]: il vangelo si vive con i piedi. Significa che è utile spostare i piedi, fisicamente, abitare crocicchi e piazze, luoghi altrimenti non di buona fama – condizione necessaria, anche se forse non sufficiente, perché dopo i piedi ci siano cuore e mente – per vedere diversamente. Forse è troppo audace il confronto, ma penso spesso a quei due metri scarsi che hanno spostato Francesco (di Assisi) dal centro della via al bordo dei lebbrosi, dove non è stato benefattore “ricco signore che dà obolo”, ma persona che ha trovato normale – dolcezza, dice – la nuova compagnia. Perché anche di questo si tratta: di un’altra normalità, che dunque rifugge la pubblicità e i titoli eroici, fino quasi a rendere saggiamente taciturni, per non parlare al posto di altri. Come ci siamo spesso detti, rischiamo altrimenti di fare della vita uno spot, delle situazioni vissute il piedistallo su cui si stagliano le statue di re e generali (in questo caso, di buoni esibiti su poveri “letteralmente” sotto-posti). 

Questa modalità di lettura con i piedi si chiama a volte anche “posizionamento”. Mi piace vederci una figura sintetica di intelligenza, quella che non è irrazionale, ma pratica ed emotiva (che è di più, non di meno), che consente di intus /legere, vedere, almeno un po’, dentro le cose e le situazioni. Questa intelligenza è anch’essa migrante nelle traduzioni, anche nelle pagine bibliche: per i greci si chiama anche phronêsis, per i latini prudentia e la troviamo niente meno che applicata al serpente. Quello di Genesi 3, che poi si è preso un sacco di colpe, ma anche quello che Gesù propone ai discepoli: siate semplici come colombe, ma, ancora prima, “intelligenti/soppesanti/astuti” come i serpenti (cfr Mt 10,16). Non “prudenti” nel senso di conformisti immobili, come don Abbondio, che, ci suggerisce il Manzoni, stava sempre dalla parte del più forte; ma quella di fra Cristoforo, l’intelligenza rischiosa e soppesante che sa dove posare i piedi, oltre le mode e le convenienze 

Dal proprio tesoro cose folli e cose sagge 

Si potrebbe dunque entrare, un po’ furtivi in effetti, in un altro ben noto detto evangelico, quello che elogia, dopo una serie di brevi e intense parabole, certi scribi fatti discepoli del regno (Mt 13,52), che sono simili a padrone di casa – non ci sarebbe neppure bisogno del fatto che nel testo c’è anthropos, essere umano, e non anêr, maschio, per permetterci una resa al femminile come quella della nostra Donna Sapienza – che sanno cercare e tirare fuori dal tesoro “cose nuove e antiche”. 

In questo caso si potrebbe dire che con sapienza sanno unire cose che potrebbero sembrare opposte, ma possono far sprigionare significati importanti, se escono dalle sacrestie per dimorare nei crocicchi delle vie. Con l’intelligenza dei piedi ben posizionati, che rovescia – ma solo apparentemente se meglio guardiamo – ciò che pare scandalo e follia ed è sapienza (cfr 1Cor 1, 22-25) e soprattutto praticano la prudenza evangelica, che spesso sembra addirittura incoscienza. Certo, vegliando, mentre spesso dormiamo (Francesca Albanese, Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite dalla Palestina, Rizzoli, Milano 2025), e come scribi convertiti, accogliendo la profezia che spesso ci raggiunge da fuori. Perché è saggio conoscere il proprio limite e abitarlo con autoironia, oltre che con responsabilità.

Fonte: Messaggero cappuccino

* docente di teologia patristica a Verona e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale

 

lunedì 29 dicembre 2025

CENTOSEDICI PERSONE

 


“L’irripetibilità

 di quelle 116 persone 

morte 

nel Mediterraneo”

 

-di Stefano Arduini

 

La tragedia dei migranti al largo delle coste libiche, di cui si ha avuto notizia nel giorno di Natale e di cui si è parlato pochissimo in questi giorni di festa, non può essere ridotta a fredda contabilità.

Scrivere di loro, nominarli, farne memoria non è pietismo.

È resistenza.

Perché ciò che non viene nominato smette di esistere.

E l’algoritmo questo lo sa bene.

Un solo superstite, tratto in salvo da un pescatore tunisino, è la contabilità dell’ennesima tragedia del mare: 116 morti a seguito del naufragio di una barca, salpata da Zuwara in Libia, e avvenuto al largo delle coste libiche a causa del maltempo.

La tragedia è datata giovedì 18 dicembre, ma se ne è avuta certezza solo nel giorno di Natale (grazie ad Alarm Phone).

In questi giorni di festa (almeno in questa parte del mondo) se ne è parlato pochissimo.

Centosedici morti nel Mediterraneo.

Lo diciamo così. Lo abbiamo letto così sui nostri social.

In una riga, come se fosse un dato. Come se fosse un aggiornamento. Come se bastasse.

Ma 116 non è un numero: è una scorciatoia.

Serve a rendere la tragedia gestibile, a farla stare nello spazio ridotto dell’attenzione pubblica, a permetterci di passare oltre.

È il linguaggio dell’algoritmo, che classifica, riduce, seleziona, dimentica.

Centosedici erano persone, non erano lontane.

Non erano “altre”.

Non erano diverse da noi.

Noi non abbiamo alcun merito nell’essere sopravvissuti.

E loro non hanno alcun demerito nell’essere su quella barca.

Stavano facendo ciò che gli esseri umani fanno da sempre: cercare una possibilità di vita.

Non eroismo.

Non incoscienza.

Necessità.

Hannah Arendt ci ha ricordato che la singolarità di una vita non è sostituibile da nulla.

E allora ogni morte che accettiamo come “inevitabile” è una sconfitta che normalizziamo.

Non perché non potesse accadere, ma perché scegliamo di non fermarci a guardarla.

Ogni essere umano è unico, irripetibile.

La vita di un solo uomo vale più di tutte le idee astratte.

Eppure, continuiamo a sacrificare vite concrete in nome di astrazioni molto ben organizzate: il controllo delle frontiere, la deterrenza, la sicurezza, i flussi, l’indifferenza. Parole che funzionano bene nei documenti, meno nei corpi.

I corpi sono la “grande idea” della storia.

Ce lo ha insegnato Albert Camus.

La linea che separa il “noi” dal “loro” è fragile, mobile, spesso immaginaria, ma rassicurante. Basta nascere qualche chilometro più in là, basta un passaporto diverso, perché quella linea diventi un muro morale.

E perché la morte, improvvisamente, non ci riguardi più.

Ma dimenticare i morti è come ucciderli una seconda volta.

Elie Wiesel non parlava solo della Shoah: parlava della responsabilità universale della memoria.

La memoria non è un esercizio del passato, è un atto di giustizia nel presente: ricordare è rendere giustizia.

Scrivere di loro, nominarli, farne memoria non è pietismo.

È resistenza.

Perché ciò che non viene nominato smette di esistere.

E l’algoritmo questo lo sa bene.

Non è la mancanza di notizie a renderci ciechi, ma la loro trasformazione in rumore.

Centosedici morti diventano uno scorrimento veloce, una notifica che non interrompe davvero nulla. Il sistema funziona quando non ci fermiamo.

E invece fermarsi è l’unica cosa da fare.

Fermarsi a dire che dietro ogni numero c’era una voce, un volto, una storia che non conosceremo mai — e che proprio per questo ci riguarda.

Ricordare queste 116 persone non le riporterà indietro.

Ma ci impedisce di diventare complici dell’oblio.

Ci obbliga a restare umani in un tempo che premia la distrazione.

Ci ricorda che nessun algoritmo può decidere quali vite contano.

Finché continueremo a scriverne, a dirne i numeri come nomi mancanti, a farne memoria pubblica, l’algoritmo non avrà vinto.

E forse nemmeno noi avremo perso del tutto.

 VITA

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venerdì 12 dicembre 2025

LA RISORSA DEI MIGRANTI

 


La Santa Sede:

 migranti risorsa 

per la pace, 

superare stereotipi

 e polarizzazioni

 

Nel suo intervento al Consiglio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), l’arcivescovo Ettore Balestrero, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra, invita a un’“analisi oggettiva e completa” dei movimenti migratori, che ne consideri cause e conseguenze. 

Chi è costretto a lasciare la propria casa, sottolinea, incarna il “volto umano della globalizzazione”, spesso sostenuto, nelle aree più remote e carenti di servizi, da organizzazioni religiose

 

-         -di Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

-          

La voce grossa dei dibattiti odierni finisce per ammutolire, attraverso "stereotipi e narrazioni", chi potrebbe farsi portavoce di "relazioni pacifiche tra le nazioni". I migranti, ovvero non “problemi da risolvere” né “opportunità da sfruttare”, ma il vero e autentico “volto della globalizzazione”. È questa la posizione della Santa Sede, espressa dall’arcivescovo Ettore Balestrero, osservatore permanente vaticano presso le Nazioni Unite e le altre Organizzazioni Internazionali a Ginevra, nel suo intervento del 10 dicembre alla 116.ma sessione del Consiglio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM).

Considerare oggettivamente i migranti

L’intervento dell’arcivescovo si apre da un dato: 304 milioni di migranti internazionali nel mondo. Chi lascia il proprio Paese è, prima di tutto, “un essere umano”, ricorda Balestrero, la cui dignità e i cui diritti devono costituire il fulcro della cooperazione internazionale e delle politiche in materia. Per questo, occorre superare discussioni permeate da pregiudizi e visioni divisive, che impediscono una “considerazione oggettiva e completa della migrazione”, delle sue cause e delle sue conseguenze.

Il volto umano della globalizzazione

Tali contrasti ignorano inoltre i contributi positivi che i migranti apportano alle società. Se da una parte, come ricordava Papa Benedetto XVI, essi “hanno il dovere di integrarsi nel Paese di accoglienza, rispettandone le leggi e l’identità nazionale”, dall’altra rappresentano il volto umano dei processi di globalizzazione e possono promuovere l’armonia internazionale.

I diritti degli Stati e di chi migra

Balestrero ribadisce il diritto di ogni Stato di proteggere i propri confini. Esso, tuttavia, deve andare di pari passo con il rispetto della dignità di coloro che li raggiungono. Come sottolineava Papa Leone XIV, quando chi cerca protezione subisce maltrattamenti “non assistiamo al legittimo esercizio della sovranità nazionale, ma piuttosto a gravi crimini commessi o tollerati dallo Stato”.

 Le piaghe delle rotte pericolose e dei trafficanti

La Santa Sede ribadisce profonda preoccupazione per la vulnerabilità dei migranti, spesso costretti a percorrere "rotte pericolose". Un presagio che trova conferma nel dato drammatico del 2024: almeno 8.939 persone hanno perso la vita durante gli spostamenti dai propri Paesi di origine. “L’anno più letale mai registrato”, osserva l’arcivescovo, ricordando che ogni decesso rappresenta un fallimento dell’umanità, degli Stati e della comunità internazionale. Un’altra piaga connessa alle migrazioni è lo sfruttamento operato da trafficanti e contrabbandieri che “approfittano della disperazione a scopo di lucro”. In questo senso, la Santa Sede accoglie con favore l’impegno dell’OIM nel proseguire le attività di prevenzione, soccorso e assistenza alle vittime.

L'apporto delle organizzazioni religiose

Balestrero riconosce inoltre il valore dell’adozione di “un linguaggio concordato e consensuale nel Programma e Bilancio dell’OIM per il 2026”, così da evitare definizioni ambigue o prive di un significato condiviso nel diritto internazionale e tra gli Stati membri. Nel contesto migratorio, spiega l’arcivescovo, un ruolo decisivo è svolto dalle organizzazioni religiose. La loro presenza capillare e di lunga data, “anche nelle aree più remote e carenti di servizi”, rappresenta un sostegno concreto alle persone in movimento. Un aiuto che ha preceduto il momento in cui la migrazione è divenuta una "questione internazionale". Un impegno che continua “anche dopo che l’attenzione dei media è svanita”, grazie alla promozione di una rete globale lungo le rotte migratorie. Con un unico obiettivo, già delineato da Papa Francesco: “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”, senza distinzioni. L’arcivescovo conclude ribadendo ciò che i migranti non devono essere: questioni da dirimere o “opportunità” da cui trarre vantaggi personali. Per questo, gli sforzi congiunti della comunità internazionale devono puntare a “promuovere il rispetto della loro dignità e permettere loro di viverla pienamente”.

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sabato 27 settembre 2025

SCUOLE SENZA PERMESSO


 Stranieri. Nelle «Scuole senza permesso» si impara la lingua dell'integrazione




-         -di Maurizio Ambrosini 

È suonata la campanella nelle scuole di tutta Italia, e gli alunni di ogni età sono tornati sui banchi. Tra loro, fra l’altro, oltre 900.000 privi della cittadinanza italiana.

Ma un altro sistema educativo ha riaperto le porte: i corsi d’italiano per stranieri. Una parte è organizzata dal sistema pubblico, mediante i Centri Provinciali per l’Istruzione degli adulti (Cpia), con oltre 200.000 iscritti nel 2023/2024. Un’altra cospicua parte invece è mandata avanti da una galassia d’iniziative associative ed ecclesiali, distribuite in tutto il Paese, con l’apporto di migliaia di volontari.

A Roma e nel Lazio la rete Scuolemigranti raccoglie un centinaio di associazioni e più di 10.000 iscritti ai corsi ogni anno. A Milano e dintorni, esiste da dieci anni una rete che coordina una quarantina di scuole, giovandosi di 250 insegnanti volontari e accogliendo circa 3.000 studenti. Si è data un nome emblematico: “Scuole senza permesso”.

 Caratteristica delle scuole mandate avanti da soggetti della società civile è infatti la flessibilità organizzativa, la moltiplicazione delle soluzioni praticate in termini di orari e modalità d’insegnamento, nonché la capacità d’intercettare anche persone che per diversi motivi non riescono a rientrare negli schemi dell’offerta educativa pubblica.

Troviamo infatti scuole che offrono corsi al mattino per le mamme che hanno qualche ora disponibile dopo aver accompagnato i figli a scuola, oppure servizi di baby-sitting per accudire i più piccoli mentre le madri partecipano alle lezioni, oppure ancora corsi per sole donne e con insegnanti donne per riuscire a coinvolgere studenti che per vincoli culturali e religiosi non parteciperebbero a corsi misti. Intorno ai corsi poi spesso si sviluppano attività socializzanti e di tempo libero. Molti insegnanti non solo danno prova di creatività, inventando moduli didattici e modalità d’insegnamento non convenzionali, agganciate alla vita quotidiana e alle sue necessità, ma diventano punti di riferimento e consulenti anche per molte esigenze extrascolastiche: ricerca di lavoro, casa, orientamento nei meandri della burocrazia. Qui prendono forma le basi dell’integrazione e della convivenza auspicabile.

Il possesso della lingua è un fattore basilare dell’integrazione degli immigrati, una risorsa essenziale per trovare e migliorare il lavoro, interagire con i servizi pubblici (pensiamo alla sanità), seguire i figli nell’apprendimento, costruire relazioni con la popolazione locale. Ma la lingua è nello stesso tempo anche un fattore di emancipazione, come insegnava don Milani: il mezzo per potersi esprimere in pubblico, partecipare alla vita sociale, diventare attori a pieno titolo della società italiana.

Per provare a uscire dall’integrazione subalterna che il mercato del lavoro e tanta parte della società italiana sembra richiedere agli immigrati. Le scuole d’italiano sono anche scuole di cittadinanza, nel duplice risvolto del termine: scuole in cui insieme alla lingua, s’imparano le regole della vita in comune in un nuovo paese, e in cui la lingua è il veicolo della presa di parola e della partecipazione democratica.

Dal punto di vista degli interessi nazionali, invece di lamentare la mancata integrazione, l’incapacità di comunicare, la formazione di società parallele e separate, sarebbe fondamentale estendere l’esperienza delle scuole d’italiano là dove ancora non esistono o non sono sufficienti, dotarle di sedi e attrezzature più adeguate quando ne sono carenti, aumentare il numero di volontari coinvolti per rendere più efficace e personalizzato l’insegnamento.

Più scuole d’italiano, più immigrati accolti e formati, più esperienze di successo educativo, significano meno spaesamento, meno emarginazione, meno derive devianti, meno rischi di banlieues nelle nostre città.

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