Visualizzazione post con etichetta universo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta universo. Mostra tutti i post

lunedì 27 luglio 2026

QUANDO SI ACCESERO LE STELLE

 


 Un grande scienziato ti racconta 

la nascita dell'universo



di Guido Tonelli (Autore), Matteo Berton (Illustratore), 


Come è nato l'universo? 

Ciascuno di noi, alzando gli occhi verso il cielo stellato, almeno una volta si è posto questa domanda. La stessa che forse riecheggiava già nelle caverne abitate dai nostri più lontani progenitori, i primi Sapiens o i Neanderthal. 

Oggi la scienza è in grado di spiegare come è nato l'universo. A differenza dei miti dell'antichità ci parla di particelle infinitamente piccole e di corpi celesti dalle dimensioni smisurate e ci offre visioni emozionanti che nascono da intuizioni geniali, ma si tratta ancora del racconto delle nostre origini.

 A guidare questo viaggio straordinario nel nostro passato più remoto è uno scienziato di fama mondiale che ha dedicato la vita alla ricerca e lavora al Cern di Ginevra, dove ha avuto un ruolo fondamentale nella scoperta del bosone di Higgs. 

Le sue parole ci conducono indietro nel tempo, fino a 13,8 miliardi di anni fa. In modo semplice e con un linguaggio adatto a ragazze e ragazzi ci fa assistere a quei momenti straordinari che hanno dato origine a un universo materiale: il nostro.

 E, seguendo questo racconto, ci sembra di poter dare risposta al quesito che da sempre guida il genere umano: come siamo arrivati fin qui oggi? 

E cosa ci riserva il futuro? Nessuno saprà mai quando è successo esattamente, né chi è stato il primo.

 Di certo sappiamo che a un certo momento della nostra storia, qualcuno ha cominciato a raccontare. Era un individuo più estroso degli altri, che ha usato le parole in maniera sorprendente. 

Si trovava all'interno di una caverna dalle pareti dipinte, dove noi oggi siamo tornati, perché un nuovo racconto sta per cominciare: quello della scienza. 

Siediti e ascolta. Età di lettura: da 10 anni.

 

sabato 3 settembre 2022

OLTRE LE TECNOSCIENZE


 Quale conoscenza oltre le tecnoscienze?

- di ROBERTO RIGHETTO

 

Che la nostra sia l’epoca della tecnoscienza è difficile negarlo. Sulla scia del positivismo di ottocentesca memoria e dopo le grandi trasformazioni tecnologiche del ’900 e la grande rivoluzione cibernetica in cui siamo immersi, alla scienza è stato affidato il monopolio della conoscenza, tanto che alla filosofia, cui solitamente spettava il compito di dare un significato e un valore alla vita umana, sembrano rimaste solo le briciole. Eppure, gli eventi più recenti che sono accaduti, spesso imprevisti e forse imprevedibili, dalla pandemia alla guerra che si è ripresentata in Europa ai disastri ambientali, rilanciano la necessità di una ricerca del fondamento e del senso. È questo il tentativo compiuto da Evandro Agazzi, l’allievo di Gustavo Bontadini autore di una novantina di opere e di un lungo magistero in filosofia della scienza dall’Europa all’America Centrale, nel suo ultimo saggio, La conoscenza dell’invisibile, pubblicato da Mimesis (pagine 370, euro 28).

«La filosofia – spiega Agazzi – da sempre si è presentata, almeno in Occidente, come un sapere inteso a offrire una conoscenza della realtà considerata in generale». Per questi motivi il dominio della tecnoscienza non può mai escludere, anzi rende ancor più necessaria, la questione della conoscibilità dell’invisibile. A partire da alcune domande essenziali: «L’Universo è solo un’Idea? Dio è solo un’Idea? L’anima spirituale dell’uomo è solo un’Idea? Il dovere, la giustizia, la rettitudine morale e tanti altri valori per i quali gli uomini molto spesso ritengono che valga la pena di vivere e anche di morire sono soltanto Idee? Oppure a esse corrispondono altrettanto Realtà che pur essendo invisibili è possibile conoscere in forme e modalità adatte?». Se non ci si lascia imbrigliare da una teoria della conoscenza angusta, quale quella espressa da Kant, che «ha assunto la conoscenza delle scienze esatte come unica forma di autentica conoscenza», e ci si rivolge alle arti, alla letteratura e alla religione, si possono aprire nuovi orizzonti. Da filosofo della scienza, Agazzi non demonizza affatto la conoscenza scientifica, ma non può non rilevare un paradosso proprio dei nostri tempi: da un lato, la cultura oggi insiste sulla necessità di accentuare lo sviluppo di conoscenze scientifiche e tecnologiche, in termini di investimenti, programmi di ricerca, curricoli educativi, considerate l’unico motore dell’innovazione e della crescita economica; dall’altro emerge la tendenza a sottolineare gli accenti apocalittici e i pericoli che incombono sull’umanità proprio a causa dello sviluppo incontrollato della tecnoscienza. Un’ambivalenza che rispecchia un altro paradosso secondo Agazzi: se scienza e tecnologia dominano la nostra esistenza concreta, al contempo assistiamo a un loro scarso peso culturale. Ci stupiamo per le continue scoperte e realizzazioni, ma esse non danno un senso più pieno alla vita. «Non per nulla – rileva il filosofo – l’immagine corrente che si ha della scienza e della tecnologia è quella di un sapere e di un operare capaci di attingere certezze indiscutibili e risultati pratici strepitosi, di un qualcosa che ci stupisce, ci rassicura e ci inquieta, ben più che farci riflettere, pensare, giudicare». Per questi motivi occorre certamente promuovere una cultura scientifica e tecnologica ma al tempo stesso incentivare una riflessione epistemologica sul suo significato e non penalizzare le discipline umanistiche, il cui «valore culturale e formativo risulta dal fatto che esse consentono di riflettere sulla vita dell’uomo, di comprendere quella complessità di significati, problemi, scelte, valori che caratterizza-no la condizione e la situazione umana». Tutto ciò vale ancor di più in una società dominata dal caso e dall’imprevedibilità, manifestatisi nelle varie crisi che hanno colpito questi due decenni del XXI secolo con eventi e modalità (dall’11 settembre alle catastrofi economiche e ambientali, dal Covid alla guerra in Ucraina) che hanno messo ancor più sotto scacco l’idea di progresso, già sgretolata dalle tragedie delle guerre mondiali e dei totalitarismi del secolo scorso. Commenta Agazzi: 'Considerando questi esempi, appare del tutto ingenuo pensare che ormai siamo riusciti ad eliminare radicalmente l’imprevedibilità del futuro'. Come immaginare allora il futuro? E come costruirlo? Riscoprendo le categorie filosofiche della prudenza e della saggezza, dato che «le sfide del nuovo e dell’imprevisto esigono risposte basate su una creatività, una plasticità, un’adattabilità che non possono scaturire da un vuoto relativista o agnostico, bensì da una ricchezza di convinzioni che ci spinge a cercare, in qualunque circostanza, ciò che è meglio e che dipende da noi». Solo ritrovando valori e ideali forti potremo guardare ancora al futuro con speranza.

L’idolatria tecnologica finisce per creare paure e visioni apocalittiche È molto diffusa, eppure incide relativamente poco sulla cultura «Bisogna riscoprire prudenza e saggezza»

 

www.avvenire.it

 

venerdì 15 luglio 2022

UNIVERSO: LOGICA e BELLEZZA

 Nell'universo 

non solo logica 

ma anche bellezza

L'Osservatorio della Santa Sede commenta lo spettacolo delle foto trasmesse dal grande telescopio spaziale: sono "un alimento necessario per lo spirito umano, non si vive di solo pane, soprattutto in questi tempi"

Vatican News 

"Siamo davvero entusiasti delle nuove immagini del telescopio James Webb!" Così si legge nel comunicato diffuso oggi dalla Specola vaticana in merito alle foto di un universo mai visto arrivate sulla Terra il 12 luglio scorso e che gli studiosi fanno risalire a 14 miliardi di anni fa. "Le immagini sono stupende, chiunque può rendersene conto da solo - prosegue il testo -. È una anticipazione allettante di ciò che saremo in grado di imparare sull'universo con questo telescopio in futuro. Queste immagini sono un alimento necessario per lo spirito umano - non si vive di solo pane - soprattutto in questi tempi".

Nell'universo c'è logica, ma anche bellezza

A firmare il comunicato è il direttore della Specola, il gesuita fratel Guy Jpseph Consolmagno, che si dice "felice di questo successo anche per un fatto più personale". Spiega che essendo l'astronomia un settore di ricerca piccolo, gli astronomi si conoscono fra loro e che "molti degli scienziati che hanno costruito gli strumenti e pianificato le osservazioni" sono suoi amici personali e che conosce bene quanto loro e i loro colleghi hanno lavorato per far funzionare "questa macchina incredibile". "La scienza su cui è basato questo telescopio - si legge ancora nel comunicato - è il nostro tentativo di usare la nostra intelligenza, dataci da Dio, per comprendere la logica dell'universo. L'universo non funzionerebbe se non avesse questa logica. Ma come mostrano queste immagini, l'universo non è solo logico, è anche bello. Questa è la creazione di Dio che ci viene rivelata, e in essa possiamo vedere sia la Sua sorprendente potenza che il suo amore per la bellezza.

Il ricordo delle prime ricerche del gesuita Angelo Secchi

Padre Colsomagno si dice stupito e grato che tanta meraviglia sia stata consegnata da Dio a noi esseri umani, insieme alla capacità di "comprendere cioò che Egli ha fatto". E cita il Salmo n.8 che recita: ”Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi? Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato". Ad affascinare particolarmente il direttore della Specola vaticana è stato "vedere il primo spettro di vapore acqueo dell'atmosfera di un pianeta extra-solare prodotta dal telescopio James Webb", quindi ricorda le prime ricerche di un altro gesuita studioso di astronomia. Scrive: "Sono passati circa 150 anni da quando padre Angelo Secchi SJ ha messo un prisma davanti alla lente del suo telescopio sul tetto della Chiesa di Sant'Ignazio a Roma, ed ha effettuato le prime misure spettrali delle atmosfere dei pianeti nel nostro stesso sistema solare. Posso solo immaginare - conclude - quanto sarebbe stato felice di vedere come questa scienza, di cui è stato un pioniere, ora venga applicata a pianeti a lui sconosciuti in orbita attorno a stelle lontane".

Il telescopio Webb

Il telescopio James Webb è un telescopio spaziale per l'astronomia a raggi infrarossi, nato dalla collaborazione fra Nasa, Agenzia Spaziale Europea (Esa) e agenzia spaziale canadese
Csa, venne lanciato il 25 dicembre 2021 dallo spazioporto di Arianespace a Kourou, nella Guiana Francese e trasportato in orbita solare da un razzo Ariane 5. "E' un giorno storico", ha affermato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, alla presentazione delle prime immagini riprese dallo strumento. Immagini che sono un "primo assaggio", ha dichiarato.


giovedì 29 aprile 2021

EDGAR MORIN. IL FILOSOFO DELLA COMPLESSITA'


Nel centenario della sua nascita


                                                                          -         di Emmanuel Banywesize Mukambilwa,

 Professore di Epistemologia Facoltà di Arti e Scienze Umane Università di Lubumbashi (RD Congo)

 

 In questo anno 2021, che segna il centesimo compleanno di Edgar Morin[1], è importante rivisitare la sua[2] opera  per evidenziare la sua attualità e il suo impegno epistemologico ed etico. Si tratta di contribuire alla celebrazione mondiale di un grande pensatore, un umanista che ha attraversato il XX secolo e il cui complesso pensiero è costruito a partire da esperienze vissute, progressi e crisi della scienza, della filosofia, delle società e dell'umanità. Questo scritto vuole soprattutto mostrare che Morin influenza e feconda la ricerca scientifica e filosofica nel mondo, promuove un universo dell'incontro il cui orizzonte è l'umanesimo uni-diversale, cioè un umanesimo che riconosce e promuove l'essere umano nella sua unità e diversità (pluralità). Infatti, parafrasando Edgar Morin, l'unità è il tesoro della diversità umana, così come la diversità è il tesoro dell'unità umana[3].

La matrice di questo universo è certamente l'epistemologia della complessità. La sfida di questa epistemologia, non cartesiana, è quella di collegare la conoscenza, di elevare la complessità della conoscenza e della scienza e, inoltre, di complessificare la ragione, che è stata a lungo rinchiusa nei binari riduttivi ed esclusivi istituiti dai principi epistemologici e metodologici del paradigma della semplicità. Sappiamo che ogni cultura riproduce il suo paradigma nelle sue attività cognitive e sociopolitiche. La modernità occidentale ha favorito il paradigma della semplicità che, nel tempo, ha contribuito a installare e legittimare posture disgiuntive e riduttive nel cuore delle pratiche epistemiche e sociali. Questo paradigma ha generato una conoscenza frammentata, riduttiva e persino discriminatoria, le cui conseguenze dannose possono essere viste nel rapporto tra gli esseri umani e il mondo e tra gli stessi esseri umani.


Se la ricerca del semplice è stato a lungo l'ideale epistemologico della scienza, d'ora in poi  (Gaston Bachelard ha avuto il merito di delinearlo in Le nouvel esprit scientifique -1934), la complessità costituisce la sfida del pensiero scientifico e  ......

MORIN - COMPLESSITA'





mercoledì 16 settembre 2020

SAPER CONTEMPLARE PER PRENDERSI CURA DI SE STESSI E DEL MONDO

Papa Francesco: Per uscire da una pandemia, occorre curarsi e curarci a vicenda. E bisogna sostenere chi si prende cura dei più deboli, dei malati e degli anziani. C’è l’abitudine di lasciare da parte gli anziani, di abbandonarli: è brutto, questo. Queste persone – ben definite dal termine spagnolo “cuidadores”, coloro che si prendono cura degli ammalati – svolgono un ruolo essenziale nella società di oggi, anche se spesso non ricevono il riconoscimento e la rimunerazione che meritano. Il prendersi cura è una regola d’oro del nostro essere umani, e porta con sé salute e speranza (cfr Enc. Laudato si’ [LS], 70). Prendersi cura di chi è ammalato, di chi ha bisogno, di chi è lasciato da parte: questa è una ricchezza umana e anche cristiana.

Questa cura, dobbiamo rivolgerla anche alla nostra casa comune: alla terra e ad ogni creatura. Tutte le forme di vita sono interconnesse (cfr ibid., 137-138), e la nostra salute dipende da quella degli ecosistemi che Dio ha creato e di cui ci ha incaricato di prenderci cura (cfr Gen 2,15). Abusarne, invece, è un peccato grave che danneggia, che fa male e che fa ammalare (cfr LS, 8; 66). Il migliore antidoto contro questo uso improprio della nostra casa comune è la contemplazione (cfr ibid., 85; 214). Ma come mai? Non c’è un vaccino per questo, per la cura della casa comune, per non lasciarla da parte? Qual è l’antidoto contro la malattia di non prendersi cura della casa comune? È la contemplazione. «Quando non si impara a fermarsi ad ammirare e apprezzare il bello, non è strano che ogni cosa si trasformi in oggetto di uso e abuso senza scrupoli» (ibid., 215). Anche in oggetto di “usa e getta”. Tuttavia, la nostra casa comune, il creato, non è una mera “risorsa”. Le creature hanno un valore in sé stesse e «riflettono, ognuna a suo modo, un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 339). Questo valore e questo raggio di luce divina va scoperto e, per scoprirlo, abbiamo bisogno di fare silenzio, abbiamo bisogno di ascoltare, abbiamo bisogno di contemplare. Anche la contemplazione guarisce l’anima.

Senza contemplazione, è facile cadere in un antropocentrismo squilibrato e superbo, l’“io” al centro di tutto, che sovradimensiona il nostro ruolo di esseri umani, posizionandoci come dominatori assoluti di tutte le altre creature. Una interpretazione distorta dei testi biblici sulla creazione ha contribuito a questo sguardo sbagliato, che porta a sfruttare la terra fino a soffocarla. Sfruttare il creato: questo è il peccato. Crediamo di essere al centro, pretendendo di occupare il posto di Dio e così roviniamo l’armonia del creato, l’armonia del disegno di Dio. Diventiamo predatori, dimenticando la nostra vocazione di custodi della vita. Certo, possiamo e dobbiamo lavorare la terra per vivere e svilupparci. Ma il lavoro non è sinonimo di sfruttamento, ed è sempre accompagnato dalla cura: arare e proteggere, lavorare e prendersi cura… Questa è la nostra missione (cfr Gen 2,15). Non possiamo pretendere di continuare a crescere a livello materiale, senza prenderci cura della casa comune che ci accoglie. I nostri fratelli più poveri e la nostra madre terra gemono per il danno e l’ingiustizia che abbiamo provocato e reclamano un’altra rotta. Reclamano da noi una conversione, un cambio di strada: prendersi cura anche della terra, del creato.

Dunque, è importante recuperare la dimensione contemplativa, cioè guardare la terra, il creato come un dono, non come una cosa da sfruttare per il profitto. Quando contempliamo, scopriamo negli altri e nella natura qualcosa di molto più grande della loro utilità. Qui è il nocciolo del problema: contemplare è andare oltre l’utilità di una cosa. Contemplare il bello non vuol dire sfruttarlo: contemplare è gratuità. Scopriamo il valore intrinseco delle cose conferito loro da Dio. Come hanno insegnato tanti maestri spirituali, il cielo, la terra, il mare, ogni creatura possiede questa capacità iconica, questa capacità mistica di riportarci al Creatore e alla comunione con il creato. Ad esempio, Sant’Ignazio di Loyola, alla fine dei suoi Esercizi spirituali, invita a compiere la “Contemplazione per giungere all’amore”, cioè a considerare come Dio guarda le sue creature e gioire con loro; a scoprire la presenza di Dio nelle sue creature e, con libertà e grazia, amarle e prendersene cura.

La contemplazione, che ci conduce a un atteggiamento di cura, non è un guardare la natura dall’esterno, come se noi non vi fossimo immersi. Ma noi siamo dentro alla natura, siamo parte della natura. Si fa piuttosto a partire da dentro, riconoscendoci parte del creato, rendendoci protagonisti e non meri spettatori di una realtà amorfa che si tratterebbe solo di sfruttare. Chi contempla in questo modo prova meraviglia non solo per ciò che vede, ma anche perché si sente parte integrante di questa bellezza; e si sente anche chiamato a custodirla, a proteggerla. E c’è una cosa che non dobbiamo dimenticare: chi non sa contemplare la natura e il creato, non sa contemplare le persone nella loro ricchezza. E chi vive per sfruttare la natura, finisce per sfruttare le persone e trattarle come schiavi. Questa è una legge universale: se tu non sai contemplare la natura, sarà molto difficile che saprai contemplare la gente, la bellezza delle persone, il fratello, la sorella.

Chi sa contemplare, più facilmente si metterà all’opera per cambiare ciò che produce degrado e danni alla salute. Si impegnerà a educare e promuovere nuove abitudini di produzione e consumo, a contribuire ad un nuovo modello di crescita economica che garantisca il rispetto per la casa comune e il rispetto per le persone. Il contemplativo in azione tende a diventare custode dell’ambiente: è bello questo! Ognuno di noi dev’essere custode dell’ambiente, della purezza dell’ambiente, cercando di coniugare saperi ancestrali di culture millenarie con le nuove conoscenze tecniche, affinché il nostro stile di vita sia sempre sostenibile.

Infine, contemplare e prendersi cura: ecco due atteggiamenti che mostrano la via per correggere e riequilibrare il nostro rapporto di esseri umani con il creato. Tante volte, il nostro rapporto con il creato sembra essere un rapporto tra nemici: distruggere il creato a mio vantaggio; sfruttare il creato a mio vantaggio. Non dimentichiamo che questo si paga caro; non dimentichiamo quel detto spagnolo: “Dio perdona sempre; noi perdoniamo a volte; la natura non perdona mai”. Oggi leggevo sul giornale di quei due grandi ghiacciai dell’Antartide, vicino al Mare di Amundsen: stanno per cadere. Sarà terribile, perché il livello del mare crescerà e questo porterà tante, tante difficoltà e tanto male. E perché? Per il surriscaldamento, per non curare l’ambiente, per non curare la casa comune. Invece, quando abbiamo questo rapporto – mi permetto la parola – “fraternale” in senso figurato con il creato, diventeremo custodi della casa comune, custodi della vita e custodi della speranza, custodiremo il patrimonio che Dio ci ha affidato affinché ne possano godere le generazioni future. E qualcuno può dire: “Ma, io me la cavo così”. Ma il problema non è come tu te la caverai oggi – questo lo diceva un teologo tedesco, protestante, bravo: Bonhoeffer – il problema non è come te la cavi tu, oggi; il problema è: quale sarà l’eredità, la vita della generazione futura? Pensiamo ai figli, ai nipoti: cosa lasceremo, loro, se noi sfruttiamo il creato? Custodiamo questo cammino così diventeremo “custodi” della casa comune, custodi della vita e della speranza. Custodiamo il patrimonio che Dio ci ha affidato, affinché possano goderne le generazioni future. Penso in modo speciale ai popoli indigeni, verso i quali abbiamo tutti un debito di riconoscenza – anche di penitenza, per riparare il male che abbiamo fatto loro. Ma penso anche a quei movimenti, associazioni, gruppi popolari, che si impegnano per tutelare il proprio territorio con i suoi valori naturali e culturali. Non sempre queste realtà sociali sono apprezzate, a volte sono persino ostacolate, perché non producono soldi; ma in realtà contribuiscono a una rivoluzione pacifica, potremmo chiamarla la “rivoluzione della cura”. Contemplare per curare, contemplare per custodire, custodire noi, il creato, i nostri figli, i nostri nipoti e custodire il futuro. Contemplare per curare e per custodire e per lasciare un’eredità alla futura generazione.

Non bisogna però delegare ad alcuni: quello che è il compito di ogni essere umano. Ognuno di noi può e deve diventare un “custode della casa comune”, capace di lodare Dio per le sue creature, di contemplare le creature e di proteggerle.

 

DISCORSO DI PAPA FRANCESCO