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sabato 19 luglio 2025

GENERE E IDEOLOGIA


 Lucia Vantini, docente di teologia fondamentale e di antropologia filosofica all'Istituto di scienze religiose e di Studio teologico San Zeno ed è stata Presidente del Coordinamento Teologhe Italiane. La sua attività si muove all’incrocio tra filosofia della religione, teologia contemporanea e neuroscienze, con un focus particolare sul pensiero femminista, la differenza sessuale e di genere.

 

Anzitutto le chiediamo di aiutarci ad orientarci in una terminologia per i più non nota o almeno non chiara. Si parla di teologia gender e teologia Queer? Ci può dire in modo se possibile semplice cosa si intende e che differenze principali ci sono tra queste due teologie? 

In realtà le spiegazioni di queste categorie sono ormai ovunque e pienamente accessibili. Le persone che ancora non hanno le idee chiare probabilmente hanno delle resistenze o delle paure che impediscono loro di avvicinarsi a questi temi. In ogni caso, se repetita iuvant, ricordiamo che le teologie di genere nascono dal riconoscimento che la nostra corporeità è sessuata e che ciò influenza pensieri, parole e interpretazioni sociali e politiche in modo non sempre giusto. Anzi, spesso si tratta non solo di stereotipi ma di vere e proprie violenze simboliche e pratiche che tradiscono le vite concrete. La categoria di "genere" ci aiuta ad accorgercene e a decostruire tutto questo. 

La teoria queer si connette alle prospettive di genere ma è più radicale, perché assume una categoria insultante facendola diventare una vera e propria epistemologia trasformativa: “queer”, infatti, era originariamente un insulto contro le minoranze sessuali. Riappropriandosi del termine, le teorie queer mirano a scardinare completamente le categorie identitarie fisse, creando spazi di libertà per chi non si conforma ai binari previsti. Se il gender distingue tra sesso biologico e ruoli sociali, il queer va oltre, mostrando che esiste sempre uno spazio terzo inassumibile dai binomi tradizionali e arriva fino a proporre un’identità instabile e fluida. 

 Lei pone come premessa per un discorso corretto la distinzione tra "gender" e "ideologia del gender", che è spesso usata in modo peggiorativo per denigrare e respingere a priori qualsiasi riflessione sulle questioni di genere. In positivo invece cosa può portare la riflessione sul concetto di "genere"? 

"Ideologia" indica situazioni che tradiscono la complessità del reale, come ha spiegato papa Francesco: «la realtà è più importante dell'idea». Esiste un’ideologia gender? No, se ci riferiamo a coloro che usano questa categoria in chiave decostruttiva, come spiegato prima: si tratta di non dare per scontato che cosa sia “maschile” o “femminile”. Questo non è ideologia, è intelligenza. 

Per esempio, sappiamo bene che tenere dentro di sé un’altra vita riguarda solo le donne, ma non possiamo da questo dedurre che la cura della vita sia solo femminile. Il dramma di questo sbaglio è sotto gli occhi di chiunque: un mondo violento ed egoista che non si assume mai la responsabilità del dolore inflitto ai popoli, alle vite considerate sacrificabili e alla natura. In positivo, la riflessione sul concetto di “genere” permette di vigilare contro linguaggi escludenti, di impedire determinismi biologici, di riconoscere che le parole non solo descrivono ma creano realtà, e di aprire spazi di inclusività e di giustizia per chi non si conforma agli stereotipi dominanti e per coloro che vivono nella debolezza del mancato riconoscimento. 

 Entrando un po' più nello specifico, quali sono i tratti salienti della teologia di genere e quali vantaggi può apportare al pensiero teologico nel suo insieme? 

La teologia di genere presenta una funzione critico-decostruttiva che smantella stereotipi irrigiditi nel discorso religioso, un'attenzione alla performatività del linguaggio (le parole creano realtà), un'ermeneutica situata che riconosce la parzialità di ogni sguardo, e una valorizzazione dell'esperienza quotidiana come soggetto di riflessione. I vantaggi per la teologia sono significativi: un volto di Dio non patriarcale e una maschilità non sacralizzata, maggiore inclusività ecclesiologica, visione antropologica complessa e arricchita, e connessione tra riflessione teologica e urgenze di giustizia del presente. Questo approccio non relativizza la verità, ma la pluralizza riconoscendo che ogni discorso emerge da una posizione incarnata che chiede discernimento e condivisione. 

 Una delle obiezioni più radicali al concetto di gender e più incompatibile con l'attuale dottrina del magistero, è che darebbe adito ad una autodeterminazione della propria sessualità. In pratica il compito dell'umano non sarebbe quello di ri-conoscere ciò che si è (un dato precostituito) ma piuttosto di deciderlo (in modo creativo) da sé stessi. Lo dico in modo ancora più netto: da creature diverremmo creatori? 

La critica muove da un fraintendimento. Non si tratta di plasmare il proprio corpo secondo una coscienza capricciosa o attraverso una volontà superba e arrogante. Basta entrare in contatto con storie concrete, per capire che si tratta di percorsi molto più complessi. In ogni caso, non si tratta di autodeterminazione assoluta ma di riconoscere che non abbiamo mai una relazione immediata con la corporeità: ci appelliamo sempre a ordini discorsivi per significare l'esperienza. 

La vera questione è distinguere tra ciò che è dato e ciò che è destinale: essere biologicamente maschi o femmine non dovrebbe portare a deduzioni automatiche sul futuro psicologico ed etico di una persona. La creaturalità è destinata alla fioritura del sé, secondo modi e processi abitati dal mistero divino a cui noi cooperiamo: siamo custodi responsabili del nostro essere, non esecutori passivi di un programma predefinito e scritto chissà dove. Ciò non vuol dire che tutte le possibilità sono aperte, ma che il divenire è previsto nella creaturalità stessa, abitata dallo Spirito fin da subito. 

 

Passiamo alla teologia queer. Come riporta nei suoi testi, la prospettiva queer apporta una "preziosa forza decostruttiva degli stereotipi espliciti ed impliciti dell'ordine simbolico cristiano". Cosa c'è di prezioso in questo percorso? 

Il prezioso contributo della prospettiva queer sta nell'apertura di uno spazio terzo e indecidibile che impedisce di ridurre tutto a logiche binarie rigide. Svela la violenza dei sistemi normativi mostrando come certe categorie possano "ferire a morte" le esistenze. Apre varchi di libertà sottraendosi dalle definizioni rigide, interroga l'universalità delle norme rivelando come il "naturale" sia spesso costruzione storica. 

Nel contesto cristiano significa interrogare rappresentazioni stereotipate di santità, modelli rigidi di genere, esclusioni operate in nome della "natura". Non mira a distruggere ma a liberare la vita dalle formule stereotipate, permettendo a ogni differenza di essere riconosciuta nella sua dignità. 

 Nel concetto di queer la persona intesa come un dinamismo, come un'identità che non è fissa, che la persona è essenzialmente peregrina. Secondo lei questa immagine dell'umano è fedele a quella che ci viene dalla scrittura? 

Certamente. Questa visione è fedele alla Scrittura che ci dipinge come viandanti, sospesi tra l’origine e il compimento ci sono i nostri passi e le orme della storia. L'immagine dell'umano fatto "a immagine e somiglianza" di Dio dice proprio questo: siamo immagine di Dio, ma la somiglianza si costruisce nel tempo della libertà, che ci è donato. Noi siamo divenire. 

La Scrittura presenta costantemente l'umano in cammino: Abramo verso una destinazione sconosciuta, il popolo nel deserto, Gesù senza "dove posare il capo", i discepoli chiamati a seguire strade sempre nuove. Lo Spirito aiuta a far memoria creativa, riconoscere eredità e farle fiorire. Questa visione dinamica non nega la consistenza dell'identità ma la sottrae alla fissità: l'identità cristiana è relazionale più che sostanziale, si costruisce nell'incontro. 

 Una comprensione più piena, più completa dell'umano abilita ad una comprensione più piena del divino. Le prospettive gender e queer hanno un impatto sul modo di pensare Dio e in particolare il Dio dei cristiani? 

Sì, l'impatto è significativo. Nel nostro ordine simbolico si è sedimentata un'immagine patriarcale di Dio che rinforza ingiustizie tra i generi. Il problema non è che Dio sia Padre, ma l'uso sessista delle metafore maschili che esclude il mondo femminile. 

Le prospettive di genere contribuiscono a dinamizzare l'immagine di Dio - pensarlo come Verbo attivo piuttosto che sostantivo statico, sviluppare teologie relazionali, integrare dimensioni corporee e cosmiche. Non si tratta di femminilizzare Dio ma di liberarlo dalle gabbie patriarcali per riscoprirne la ricchezza inesauribile che abbraccia e trascende ogni differenza. Dio come mistero che eccede ogni definizione e accoglie ogni vita nella sua pienezza. 

 Perché la teologia gender e queer turba i vertici ma anche un'ampia parte della base della chiesa? 

Il turbamento nasce perché toccare l'interpretazione della differenza sessuale significa andare a toccare qualcosa di cruciale, simbolicamente inaggirabile. Il timore è segno di intelligenza, la paura invece chiude e diventa violenta verso vite che si presentano diverse da come le avevamo previste. 

Le resistenze hanno radici multiple: minaccia ai sistemi di potere consolidati, paura dell'ignoto quando le certezze vengono messe in discussione, resistenze inconsce legate all'ordine simbolico dominante. Spesso si reagisce a caricature piuttosto che ai contenuti reali. Noi non siamo Dio e non sappiamo cosa certe vite siano nello sguardo amorevole e creativo divino. La sfida è distinguere tra timore intelligente e paura paralizzante. 

 La chiesa ha sempre avuto enormi problemi con il tema del desiderio; la teologia queer può portare ad una stagione di pacificazione su questo conflitto? 

Non credo che la teologia queer da sola risolverà il problema del desiderio nella Chiesa. Ci servono sinergie multiple perché il problema è sistemico. La Chiesa ha sempre avuto difficoltà con il desiderio, riducendolo alla sfera sessuale e opponendolo alla spiritualità. Si è creata una scissione tra spirituale e corporeo, pubblico e privato. 

Il paradosso è che la Chiesa vive dei desideri del popolo ma poi li sequestra, non li restituisce arricchiti alla vita. La teologia queer può contribuire mostrando che le identità sono dinamiche, la diversità è ricchezza, l'esclusione impoverisce tutti. Serve una trasformazione verso un'etica della vulnerabilità, una spiritualità incarnata, una pastorale dell'accompagnamento che riconosca: la vita è più importante delle nostre definizioni. 

 L'intervista a Lucia Vantini è realizzata da Paolo Vavassori in collaborazione con Giorgio Gervasoni.   

 Fonte: La barca e il mare 

 

sabato 25 maggio 2024

GENDER: DIRITTI O MASCHERE?


 Una decisione che ha suscitato polemiche

- di Giuseppe Savagnone*

La polemica suscitata nei giorni scorsi dal rifiuto del nostro paese di sottoscrivere la dichiarazione del Consiglio dell’UE per la promozione delle politiche a favore delle comunità LGBTQ+, costituisce un ottimo esempio di come le legittime diversità di opinione possano degenerare in dispute ideologiche che nascondono il senso delle questioni, invece di aiutare l’opinione pubblica a capirne la complessità e a formarsi un giudizio critico.

 «Che rabbia e che vergogna questo governo che decide di non firmare una dichiarazione per le politiche europee a favore delle persone LGBTQ+. Non è accettabile», è stato il commento della segretaria del PD Elly Schlein. «Scelta scellerata», l’ha definita Ivan Scalfarotto, responsabile Esteri di Italia Viva. Quella del nostro governo è stata una «decisione inaccettabile» anche per Avs. E da parte di Azione, la deputata Daniela Ruffino ha parlato di una «brutta pagina».

 Netto anche il leader dei 5Stelle Giuseppe Conte, il quale ha sottolineato che a non firmare il documento, tra i paesi dell’Unione, sono stati, oltre, l’Italia, solo l’Ungheria e altri paesi dell’Est e ha contrapposto questa «posizione reazionaria» al progetto del suo partito di dar vita a una società «in cui tutti siano davvero liberi di vivere la propria vita senza dover rendere conto a nessuno delle proprie scelte».

 A questo coro di critiche, la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella ha replicato con pari aggressività: «La sinistra usa la sacrosanta lotta contro le discriminazioni legate all’orientamento sessuale come foglia di fico per nascondere il suo vero obiettivo, e cioè il gender».

 E ha accusato i critici di voler rilanciare in sostanza il disegno di legge Zan, bloccato al Senato nell’ottobre del 2021, dopo infinite polemiche: «Siamo contro le discriminazioni. Ma se la sinistra ed Elly Schlein vogliono riproporre la legge Zan, il gender e la possibilità di dichiararsi maschio o femmina al di là della realtà biologica, abbiano il coraggio di dirlo con chiarezza».

 Effettivamente, poco prima del suo rifiuto di sottoscrivere il documento del 17 maggio, il governo italiano aveva firmato un testo – proposto anch’esso a livello europeo – contro omofobia, bifobia e transfobia, datato 7 maggio. Perché, allora,  ad appena dieci giorni di distanza, questa opposizione alla dichiarazione del Consiglio dell’UE?

 La risposta sta in un passaggio in cui si dice che «gli Stati devono riaffermare il proprio impegno a promuovere l’uguaglianza e prevenire e combattere la discriminazione» sulla base non solo «delle caratteristiche sessuali, dell’orientamento sessuale», ma anche «dell’identità di genere e dell’espressione di genere».

 Può essere utile, per chi non avesse familiarità con questi concetti, il piccolo dizionario dei termini che si trovava  proprio all’inizio del disegno di legge Zan: «Per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; per identità di genere si intende l’i­dentificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dal­l’aver concluso un percorso di transizione» (art. 1).

 In altre parole, il nostro governo è disponibile a combattere le discriminazioni che riguardano l’orientamento sessuale  – e dunque quelle che colpiscono gay, lesbiche, bisessuali –,  ma non intende avallare in alcun modo il concetto di “identità di genere”, e dunque la figura del transgender, «indipendentemente dal­l’aver concluso un percorso di transizione», cioè quando ancora il suo corpo rimane quello del sesso precedente.

 Le ricadute pratiche della questione

Che non si tratti di una presa di posizione valutabile semplicisticamente in base alla contrapposizione retorica “reazionari vs progressisti” ce lo dice il fatto – stranamente mai menzionato nell’attuale dibattito – che, al tempo del disegno di legge Zan, ben 17 associazioni femministe, tra cui Arcilesbica, hanno protestato pubblicamente, in un loro documento, contro il concetto di «identità di genere» presente in quel testo.

 In particolare esse denunciavano in questa espressione uno sganciamento dell’identità sessuale percepita soggettivamente da quella biologica del sesso, in cui, a loro avviso, si poteva prefigurare un misconoscimento dell’identità femminile: «In tutto il mondo l’“identità di genere” viene oggi brandita come un’arma contro le donne. Non è più il luogo in cui il sesso si coniuga con tutte le determinazioni sociali e storiche, è oggi il luogo in cui si vuole che la realtà dei corpi – in particolare quella dei corpi femminili – venga fatta sparire. È la premessa all’autodeterminazione senza vincoli nella scelta del genere a cui si intende appartenere».

 A questo punto, continuavano le femministe, «il “genere” in sostituzione del “sesso” diviene il luogo in cui tutto ciò che è dedicato alle donne può essere occupato dagli uomini che si identificano in “donne” o che dicono di percepirsi “donne”: dagli spazi fisici, alle quote politiche destinate alle donne; dai fondi destinati alla tutela delle donne contro la violenza maschile, alle azioni positive, alle leggi, al welfare per le donne».

 E citavano, ad esempio, un caso concreto: «In California 261 detenuti che “si identificano” come donne chiedono il trasferimento in carceri femminili».

 Non si tratta di vaghi timori. In Europa – e non solo – è in atto una tendenza politica ad avallare questo modo di intendere l’identità di genere, che prescinde dal corpo e da qualunque altro accertamento, basandosi solo sull’autocertificazione.

 Come in Spagna, dove, nel febbraio 2023, è stata definitivamente approvata una legge – richiesta a gran voce dalle associazioni LGBTQIA+ e avversata dal Movimiento feminista – che consente di cambiare identità di genere mediate la sola espressione di volontà di modificare il proprio stato civile, con una doppia dichiarazione a distanza di tre mesi, senza autorizzazioni giudiziarie o mediche.

 Si capisce perché in Kansas, il 27 aprile 2023, sia stata approvata, dietro pressione delle femministe, una “Carta dei diritti delle donne”, che le definisce in base alla loro struttura biologica ed esclude i maschi – indipendentemente dal genere in cui si identificano – dai bagni, dagli spogliatoi e da altri spazi intimi femminili, oltre a separare i detenuti e a limitare la partecipazione agli sport in base al sesso di nascita.

 In Italia, il 21 luglio 2015, la Corte suprema di Cassazione ha stabilito che la sterilizzazione e l’intervento chirurgico di riassegnazionenon sono necessari per cambiare legalmente sesso.

 Ma la Corte costituzionale, con la sentenza 180 del 2017, ha messo un chiaro limite all’autodeterminazione individuale, specificando che «il solo elemento volontaristico» non può rivestire un «rilievo prioritario o esclusivo ai fini dell’accertamento della transizione».

 Nella sentenza si menziona la «necessità di un accertamento rigoroso non solo della serietà e univocità dell’intento, ma anche dell’intervenuta oggettiva transizione dell’identità di genere», affidando al giudice il compito di accertare la natura e l’entità delle intervenute modificazioni dei caratteri sessuali. In altri termini, se da un lato non è indispensabile una operazione chirurgica che modifichi il corpo, si vuole evitare che l’autodeterminazione dell’individuo diventi l’unico criterio valido per la comunità.

 Una filosofia in maschera

Si capisce, allora, che invocare l’identità di genere sganciandola da questi limiti non è solo un modo per affermare dei diritti individuali, ma implica uno svincolamento dell’individuo dal controllo sociale, secondo il modello, evocato da Conte, di una libertà «di vivere la propria vita senza dover rendere conto a nessuno delle proprie scelte».

 Una ben precisa concezione filosofica liberista e individualista tradizionalmente propria della destra liberale e che perciò è molto sorprendente trovare sbandierata non solo dai 5stelle, ma da partiti che si dichiarano “di sinistra”. Tanto più che questa visone è tutt’altro che rivoluzionaria, anzi è alla radice dello stile di vita individuale e sociale delle società neocapitaliste.

 Ma c’è anche un secondo aspetto da tenere in considerazione, di cui parlano le associazioni femministe nel loro documento, ed è quello che riguarda «la realtà dei corpi – in particolare i corpi femminili», che in una assolutizzazione dell’identità di genere non hanno più importanza, sostituiti dalla percezione soggettiva della propria identità sessuale.

 Anche qui è in gioco una filosofia. A dispetto delle ricorrenti prese di posizione che smentiscono l’esistenza di “teorie del gender” e ne attribuiscono l’invenzione ai reazionari (recentemente nel «Manifesto» si parlava, proprio in riferimento all’attuale polemica, di una «fantomatica “cultura gender”»), basta leggere i loro libri per apprendere che gli esponenti più significativi degli studi sul gender non si sono limitati ai dati scientifici, ma, partendo da essi, hanno costruito una vera propria “teoria”.

 È sicuramente una scoperta di cui dobbiamo essere grati ad autrici come Judith Butler la differenza tra il “sesso” biologico, per cui è femmine o maschi, e il “genere”, per cui si è donne o uomini. Si deve anche ad essa il superamento di secolari discriminazioni di cui dobbiamo tutti vergognarci.

 Ma quando da questa scoperta si passa a sostenere, come fa la Butler nel suo libro più famoso, che «“il corpo” è di per sé una costruzione», in sé inesistente, è chiaro che non siamo davanti a un dato scientificamente osservabile, bensì a una interpretazione filosofica, giusta o sbagliata che sia.

 La «fantomatica “cultura gender”» esiste! Ed è inquietante che se ne neghi con tanta sicurezza l’esistenza. Perché una filosofia diventa veramente pericolosa proprio quando riesce a convincere di non essere tale e di esprimere solo la pura e semplice realtà. Il fantasma, mascherato da puro e semplice dato di fatto, diventa indiscutibile. (Cfr., sull’intera questione, G. Savagnone, La sfida del gender tra opportunità e rischi, Cittadella Editrice, 2024).

 Di tutto questo nessuno della “sinistra” ha ritenuto di far cenno. Si è preferito accusare il governo di una generica discriminazione delle persone LGBTQ+, oscurando agli occhi della gente il vero senso della questione.

 Ma anche il governo ha rivelato tutti i suoi limiti culturali impuntandosi su una altrettanto generica condanna del gender e dando così l’impressione di respingere in blocco la teoria – scientificamente indiscutibile – della differenza tra sesso e genere, senza neppure menzionare il problema, realissimo e molto serio, della disforia di genere.

 Così, invece di sviluppare un confronto più approfondito, che mettesse in luce le condizioni e i limiti entro la società può e deve accettare la scelta del transgender, ci si è trincerati, dall’una e dall’altra parte, su degli slogan.

 In questo modo è impossibile un vero dibattito pubblico, grazie a cui le persone siano messe in condizione di capire e di decidere, come sarebbe consono a una democrazia. Ma questo oggi non sembra interessare a nessuno.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura – Arcidiocesi di Palermo

www.tuttavia.eu

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martedì 21 maggio 2024

CAPIRE IL GENDER


 Quali sono le opportunità 

e quali i rischi 


-         di Luciano Moia

 

La questione gender è tornata al centro del dibattito per la mancata firma del governo italiano alla Dichiarazione europea sui diritti lgbt. La scelta di non aderire al documento, è stato spiegato, nasce anche perché il testo aprirebbe a “pericolose derive sul gender”, ma anche perché ricalcherebbe alcuni passaggi del ddl Zan a proposito dell’identità di genere.

 Senza entrare nel merito di queste giustificazioni, la cui approssimazione sarà senz’altro da attribuire alle semplificazioni di noi giornalisti che le abbiamo riportate, occorre tornare sulla questione per capire cosa c’è in questo multiforme arcipelago del genere e delle sue infinite connessioni, spesso evocato, molto spesso frainteso, quasi sempre strumentalizzato per obiettivi politici se non ideologici. Perché fa tanta paura? Perché viene indicato come la madre di tutta l’emergenza educativa?

 Ne abbiano parlato tantissimo su questo sito (vedi la sezione dedicata proprio al tema) e sulle pagine di Avvenire e di Noi, ma un nuovo testo appena arrivato in libreria ci offre lo spunto per tentare un nuovo e non scontato approfondimento. Il saggio è stato scritto dal filosofo Giuseppe Savagnone, da tanti anni nostro collaboratore, osservatore attento dell’evoluzione culturale di questi decenni, con un occhio puntato sulla questione antropologica. Si intitola La sfida del gender tra opportunità e rischi (Cittadella Assisi, pagg. 133, euro 13,9) e offre un’analisi serena, equilibrata, senza demonizzazioni ma anche senza scelte di campo all’insegna del politically correct.

 Forse per questo non piacerà né agli oltranzisti dell’allarme gender permanente, né a coloro che vorrebbero abbattere tutte le barriere e ridisegnare completamente la mappa del maschile e del femminile.

Savagnone, da studioso qualificato, guarda all’evoluzione storica della sessualità e al rapporto - delicatissimo e decisivo - tra complementarità e reciprocità smascherato dalle teorie di genere (la cosiddetta lobby gender non c’entra nulla). “Il paradigma della complementarità dei sessi, che implicava il primato della diversità e una corrispondente divisione dei compiti a tutto svantaggio delle donne, è stato sostituito da quello della reciprocità dei generi, per cui tutto quello che è consentito ad uno, non può non esserlo all’altro. Qui ormai è in primo piano l’eguaglianza, mentre la differenza (alla luce della pesante eredità del passato) viene guardata con sospetto”.

 Tutto risolto quindi? È bastato far chiarezza su alcuni stereotipi ormai inaccettabili – l’uomo che non deve chiedere mai e la donna fragile, dolce e sottomessa – per cancellare alcuni millenni di discriminazione di genere? Purtroppo, no, e la maggior parte delle questioni rimangono aperte. Il passaggio dalle gender theories (gli studi più seri) alle “teorie del gender” (più estreme e ideologiche), argomenta Savagnone, va affrontato con attenzione e spirito critico. In questa galassia esistono posizioni problematiche legate al concetto di decostruzione del corpo (Judith Butler), alla lettura della maternità come fonte dell’oppressione femminile (Donna Haraway), fino alle dichiarazioni sul “diritto del piacere” senza “anormalità” e “senza patologie” di Michel Foucault che finiscono per cancellare la persona e per mettere a fuoco solo il piacere che si verifica nell’incontro. Il filosofo prende in esame però anche le posizioni più moderate, quelle che si limitano a insistere sull’irrilevanza “del sesso biologico per la determinazione sia dell’identità di gemere sia dell’orientamento sessuale”.

 Una posizione che, argomenta Savagnone, ha senso solo se si ammette che le persone “alla ricerca della loro identità sessuale, non abbiano già dalla loro struttura fisica , e in ultima istanza da ciò che sono, una indicazione normativa, che nella stragrande maggioranza è decisiva”. Le eccezioni alla norma iscritta nell’identità biologica esistono – come esistono appunto le persone omosessuali e le persone transgender – e non vanno demonizzate, ma vanno considerare appunto eccezioni e non la prova che non “esista una qualsiasi regola iscritta nella biologia”.

 Con la stessa serenità, insieme a tante altre questioni connesse – il dibattito sulla natura umana, il significato della corporeità, le categorie universali e il gender fluid – l’autore affronta il tema della “famiglia” e delle “famiglie”. Accerta il superamento della figura del padre-padrone, che nella cultura della complementarietà aveva il suo radicamento, ammette che esiste una parte di verità nella denuncia di alcune autrici femministe a proposito della possibilità di cogliere in un certo paradigma del rapporto eterosessuale l’origine di violenze e sopraffazioni, ma argomenta che “senza la peculiarità dell’identità femminile e di quella maschile – inseparabili dal rispettivo sesso biologico – la ricchezza dell’umano, così come oggi la conosciamo e la viviamo, non esisterebbe”.

 E non esisterebbe neppure la famiglia in cui va sottolineata “la priorità innegabile del modello eterosessuale”. Non significa che “non si possano dare forme analoghe di relazione in cui la complementarità si possa realizzare in modo meno pieno”, ma la logica a cui far riferimento è sempre quella dell’analogia. È questo il punto decisivo per superare da un lato forme univoche di famiglia, come nel passato, ma dall’altro per azzerare qualsiasi equivocità (per esempio pedofilia o zoofilia).

 Savagnone ammette quindi che l’idea della famiglia arcobaleno è praticabile nel senso di “dare spazio alle unioni tra persone che non rientrano nel paradigma eterosessuale e che hanno l’umana esigenza di vivere una vita familiare”, ma senza negare la peculiarità della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, “anzi, proprio il riferimento a tale modello garantirebbe alle possibili varianti di queste unioni un riferimento comune che evidenzi il loro significato di famiglie”.

 Insomma, in questa lunga stagione di dibattito sul gender se non vanno negati alcuni aspetti positivi, come un nuovo clima culturale di rispetto, il riconoscimento dei diritti delle persone lgbtq+, la lotta contro il bullismo, rimangono altre questioni gravemente problematiche come il problema della generazione con la pretesa del diritto ai figli e più in generale l’affermazione di teorie che pretendono di imporre una rivoluzione antropologica ed etica.

 Qual il rischio? Quello di ogni rivoluzione culturale, argomenta Savagnone, è cioè “che le mode se ne impadroniscano e finiscano per gestirla” dando luogo a nuove forme di totalitarismo culturale. “Allora, un movimento di idee nato originariamente con l’intento di aprire nuovi orizzonti e di sconfiggere l’intolleranza, può finire per diventare a sua volta una fonte di luoghi comuni e di slogan acriticamente accettati e ritenuti indiscutibili”.

 

www.avvenire.it


 

venerdì 1 marzo 2024

L'IDEOLOGIA del GENDER

 


-di Angela Ambrogetti

 

 "Oggi il pericolo più brutto è l’ideologia del gender, che annulla le differenze. Ho chiesto di fare studi a proposito di questa brutta ideologia del nostro tempo, che cancella le differenze e rende tutto uguale; cancellare la differenza è cancellare l’umanità. Uomo e donna, invece, stanno in una feconda “tensione”". Papa Francesco ci tiene a dirlo nonostante sia ancora un po' raffreddato e non legga tutto il discorso preparato. L'occasione è ai partecipanti al Convegno Internazionale “Uomo-Donna immagine di Dio. Per una antropologia delle vocazioni” promosso dal Centro di Ricerca e Antropologia delle Vocazioni (CRAV), che ha luogo in Vaticano, presso l’Aula del Sinodo, oggi e domani.

 Aggiunge anche: "ricordo di aver letto un romanzo dell’inizio del Novecento, scritto dal figlio dell’Arcivescovo di Canterbury: The Lord of the World. Il romanzo parla del futuribile ed è profetico, perché fa vedere questa tendenza di cancellare tutte le differenze. È interessante leggerlo, se avete tempo leggetelo, perché lì ci sono questi problemi di oggi; è stato un profeta quell’uomo".

 Nel testo letto da Mons. Filippo Ciampanelli, perché, dice Francesco, "ho ancora il raffreddore e mi affatica leggere per un po’" si parla di antropologia di ogni vocazione: "la vita dell’essere umano è vocazione" perché "ciascuno di noi, sia nelle grandi scelte che riguardano uno stato di vita, sia nelle numerose occasioni e situazioni in cui esse si incarnano e prendono forma, scopre ed esprime sé stesso come chiamato, come chiamata, come persona che si realizza nell’ascolto e nella risposta, condividendo il proprio essere e i propri doni con gli altri per il bene comune".

 Relazione quindi per evitare di "ridurre l’essere umano ai suoi soli bisogni materiali o alle sue esigenze primarie" ad un "ingranaggio meccanico. E invece l’uomo e la donna sono creati da Dio e sono immagine del Creatore" e "in noi abita una sana tensione interiore che mai dobbiamo soffocare: siamo chiamati alla felicità, alla pienezza della vita, a qualcosa di grande a cui Dio ci ha destinato". Ognuno ha una missione "per migliorare il mondo e forgiare la società, a me piace sempre ricordare che non si tratta di un compito esterno affidato alla nostra vita, ma di una dimensione che coinvolge la nostra stessa natura, la struttura del nostro essere uomo-donna a immagine e somiglianza di Dio".

 Cita il Cardinale Newman dicendo che Dio "non ha creato me inutilmente. Io farò del bene, farò il suo lavoro".

 Occorre interrogarsi "sulle sfide odierne, sulla crisi antropologica in atto e sulla necessaria promozione delle vocazioni umane e cristiane" per "generare la speranza in un mondo sul quale incombono pesanti esperienze di morte". Finita la lettura il Papa prende di nuovo la parola: "non abbiate paura in questi momenti così ricchi nella vita della Chiesa. Lo Spirito Santo ci chiede una cosa importante: fedeltà. Ma la fedeltà è in cammino e la fedeltà ci porta spesso a rischiare. La “fedeltà da museo” non è fedeltà. Andare avanti con il coraggio di discernere e rischiare cercando la volontà di Dio.

Vi auguro il meglio. Coraggio e avanti, senza perdere il senso dell’umorismo!".

 Il convegno si può seguire sul sito CRAV.

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DISCORSO DEL SANTO PADRE



 

 

sabato 11 febbraio 2023

ED E' SANREMO !


Sanremo 

specchio dell’anima

 del nostro paese


 - di Giuseppe Savagnone*

  L’abbattimento dei confini

Ormai bisogna prenderne atto: lo specchio in cui guardare per cogliere l’anima dell’Italia non è il Parlamento, non sono i convegni e le prese di posizione degli intellettuali, né i libri che si pubblicano, bensì il festival di Sanremo. A dirlo sono già i numeri: quest’anno sono stati 10 milioni 757 mila – pari al 62.4% di share –  i telespettatori che hanno seguito su Rai1 la prima serata del festival  (dalle 21.18 all’1.40!). Con un picco di ascolti di 16 milioni 470 mila spettatori.

Lo confermano ampiamente l’eco che questo evento ha avuto sulla stampa nazionale e sui social e le stesse risonanze polemiche che ha suscitato. Quella che era soltanto una rassegna canora di canzonette si è trasformata in un palcoscenico dove si alternano non solo cantanti, ma anche influencer, comici, esponenti del mondo della cultura e dello sport, che dicono la loro su tutta una serie di problemi che con la musica non c’entrano, ma sono invece di vitale importanza per la nostra interpretazione di noi stessi.

Quest’anno questa “contaminazione dei generi” ha raggiunto forse il suo apice con la presenza addirittura del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che non ha disdegnato di salire sul palco dell’Ariston e di essere immortalato in un selfie con Amadeus, Chiara Ferragni e Gianni Morandi.

Già questo contesto  – impensabile pochi anni fa – è eloquente. Esso parla del superamento di rigidi confini tra l’ambito delle “cose impegnative”, come la morale o la politica, e quello definito tradizionalmente “divertimento”. Tutto diventa spettacolo e in questo “apparire” confluiscono, senza più distinzioni, le sceneggiate di Blanco, i monologhi delle influencer, la difesa della nostra Carta costituzionale.

 Profondità e superficialità

Superficialità? Direi che siamo davanti a un segno dei tempi. Qualcuno ha scritto una volta che «ciò che è profondo sta alla superficie». E, prima, un filosofo inglese del Settecento, Berkeley, aveva sostenuto che «esse est percipi», esiste ciò che viene percepito. Il contenuto coincide con l’immagine. La nostra società si fonda su questa filosofia e il festival di Sanremo non fa che esprimerla in modo particolarmente eloquente.

 Nel constatare questo dato di fatto è inevitabile che il pensiero vada ad una frase di Antoine De Saint-Exupéry ne «Il piccolo principe», un libro forse più ammirato che compreso: «L’essenziale è invisibile agli occhi». Un’affermazione secondo cui sarebbe fondamentale, per comprendere qualcosa, andare al di là delle apparenze – e quindi delle pulsioni che esse suscitano – , attivando le risorse profonde dell’anima, il pensiero, l’affettività. La cultura dell’immagine si fonda invece sulle reazioni immediate, irriflesse, altrettanto superficiali degli stimoli che le suscitano. Non per nulla il nostro è il tempo della post-verità, che si pone al di là del tradizionale dualismo tra vero e falso, perché non riconosce più la differenza tra l’apparenza e la realtà.

 Non si tratta di astratte considerazioni teoriche. Tutto ciò ha una precisa ricaduta sul nostro modo di vivere e risulta determinante nella formazione delle persone più giovani, educandole fin alla più tenera età, attraverso l’accesso alla televisione e l’uso di cellulari e di tablet, a rispondere automaticamente agli stimoli visivi e auditivi, senza passare attraverso uno sforzo di comprensione che aiuti a capire il senso di questi stimoli.

 L’elogio della Costituzione

Ma quale è stato il messaggio veicolato da questo festival? Una grande eco, anche polemica, ha avuto quello che Roberto Benigni ha detto sulla Costituzione: «Non bisogna solo leggerla, bisogna viverla. Bisogna amarla». Il brillante comico, fra una battuta e l’altra, ha citato l’articolo 11: «Nella nostra Costituzione c’è un articolo che dice l’Italia ripudia la guerra. Noi l’abbiamo scritto nella Costituzione. Se l’avessero adottato tutti non potrebbe più accadere che un Paese ne invade un altro». Benigni non l’ha detto, ma sono in molti a sostenere che anche l’Italia, che sulla carta il ripudio della guerra ce l’ha, in realtà sta partecipando a una guerra «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», ciò che appunto l’art. 11 esclude.

 Poi Benigni si è soffermato sull’art. 21 che tutela la libertà d’espressione: «L’art. 21 ci ha liberati dall’obbligo di aver paura», dice. «Durante il Fascismo non si sarebbe potuto fare nemmeno Sanremo. Si cantava sempre la stessa canzone sul partito, sui soldati, sulla guerra».

 Sarà stato il riferimento polemico – peraltro assolutamente corretto – al significato antifascista della nostra Carta costituzionale, sarà stato che il governo attuale si propone esplicitamente di stravolgerla in un punto essenziale, introducendo il presidenzialismo, sta di fatto che questo intervento non è piaciuto affatto a Matteo Salvini. «Non penso che la Costituzione abbia bisogno di essere difesa sul palco dell’Ariston», ha detto il ministro.

 E gli hanno fatto eco tutti i giornali governativi, secondo cui il festival è stato manipolato dalla Sinistra. Un autogol, se si riflette sul significato delle cose. Perché questo malessere nei confronti della Costituzione evidenzia le origini post-fasciste di una Destra che ha messo a presiedere il Senato un suo rappresentante storico come La Russa, che tiene a casa il busto di Mussolini. Come è un autogol l’attacco di Salvini e Calderoli alla Egonu per avere denunciato il razzismo che cova nel nostro paese e di cui i rappresentanti della Lega negano l’esistenza. Perché mai si sono sentiti chiamati in causa?

 Una concezione della libertà

In realtà, però, è difficile parlare di Destra e di Sinistra in una manifestazione che ha avuto come filo conduttore, se mai, il “politically correct”, con tutto ciò che di valido esso comporta – la rivendicazione del diritto della donna a non aver paura di essere se stessa, nel monologo della Ferragni, o quella della umana dignità dei carcerati e del mancato apporto della scuola, in quello della Fagnani – , ma anche sposando una idea di libertà che, ancora una volta, esprime una filosofia oggi dominante, e che potrebbe riassumersi nella formula usata da Amadeus nella  conferenza stampa del giorno di apertura del Festival: diritto di ognuno «di vivere la propria vita come meglio crede. E di vivere pubblicamente come meglio crede».

 Il conduttore e direttore artistico del festival ha voluto tornare sulle polemiche che, prima dell’apertura della manifestazione, hanno riguardato gli artisti in gara e le persone gender fluid: «Io non amo le etichette, non amo parlare di generi, ma di essere umani», ha detto. «Ognuno è libero di vivere la propria vita come meglio crede. E di vivere pubblicamente come meglio crede. Ho sempre un po’ paura del moralismo. Ai bambini va spiegato che esiste una persona diversa da un’altra, un uomo che ama un uomo o una donna che ama una donna. L’amore non deve essere etichettato. Questo va portato dovunque, anche in televisione. Io educo i miei figli così e non li ho mai visti sconvolti».

 Al di là dell’esempio particolare dell’omosessualità, ciò che il principio enunciato da Amadeus dice potrebbe sembrare ovvio. È ciò che non dice a essere preoccupante. Manca, in questo concetto di libertà, un qualsiasi riferimento agli altri e alla responsabilità che ognuno di noi ha verso di loro. È la base teorica dell’individualismo selvaggio che oggi regna sovrano nella nostra società, tanto più radicato come ideologia in quanto finge di non esserlo e di costituire il sano residuo della “morte delle ideologie”.

 È così che sono entrate in profonda crisi tutte le forme di vita comunitaria, dalla famiglia alla società politica. Perché, se si dice che «ognuno è libero di vivere la propria vita come meglio crede», si dimentica che la vita degli altri dipende in buona parte dalle nostre scelte e dai nostri comportamenti.

 Che è profondamente diverso dal riconoscere che «la libertà di ognuno finisce dove comincia quella dell’altro» – come Amadeus sicuramente sarebbe d’accordo nel precisare – , perché, al contrario, implica che la nostra libertà non è mai assoluta, neppure quando si esercita nei confronti della nostra vita privata, ma è caratterizzata fin dalla sua prima origine dal riferimento all’altro. Cosicchè non è vero che l’alterità di chi ci sta di fronte ne sia il limite, perché, al contrario, ne è la condizione. Fin dall’inizio gli altri sono dentro di noi.

 La fluidità del genere

Applicato al problema del gender, questo significa che la fluidità di cui sul palco dell’Ariston si è avuta ampia testimonianza, con i fatti e con le parole, è certamente un diritto personale, ma se diventa un potente messaggio culturale – come lo è nel caso del festival di Sanremo – assume un significato educativo che non può non influenzare la vita di milioni di persone, specialmente giovani. Coloro che studiano i problemi legati all’omosessualità e all’identità di genere concordano nel concludere che in entrambe ha sicuramente un peso anche la dimensione sociale e culturale. La battaglia contro il paradigma binario tradizionale maschio-femmina non avrebbe, del resto alcun senso se non si riconoscesse questo ruolo della cultura.

 Il rischio, però, è di sostituire questo paradigma con un altro, non meno influente, secondo cui l’orientamento sessuale e la identità di genere vanno inventati da ognuno giorno per giorno, indipendentemente dalla propria caratterizzazione sessuale. Con la conseguenza di rendere sempre più problematico quel delicato processo di identificazione sessuale che, da sempre, porta un ragazzo o una ragazza a coincidere pienamente col proprio corpo.

 Peraltro, anche in questo caso, il festival di Sanremo è solo lo specchio di una società in cui ormai film, messaggi pubblicitari, mode, vanno in questa direzione. Qualcuno dirà che uno specchio non è responsabile dell’immagine che riflette. Ma forse bisognerebbe essere almeno un po’ più consapevoli che, nel tempo dell’«esse est percipi», esso contribuisce alla formazione dell’identità di coloro che vi si specchiano.

 *Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, Scrittore ed Editorialista.

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venerdì 1 luglio 2022

L'IDENTITA' PERDUTA

                                                                            

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di Sabrina Corsello*


Vi era un tempo in cui la ricerca della propria identità era considerata parte costitutiva ed integrante di ogni crescita umana. In particolare, era l’adolescenza a segnare il momento di crisi o di passaggio all’età adulta per ogni giovane che inevitabilmente si trovava a dover fare i conti con i modelli genitoriali, le tradizioni e i valori della propria comunità di appartenenza.

Era dunque scontato pensare che ogni percorso di conoscenza di sé dovesse passare da una prioritaria assunzione critica della propria storia e da una rivisitazione dei valori sociali di riferimento. La “legge del padre”, i modelli sociali, la cultura dominante, rappresentavano allora il punto di partenza e al tempo stesso il limite-contenimento del processo di costruzione del proprio Sé.

Per quanto ancora oggi la ricerca della propria identità sia riconosciuta come un’aspirazione di ogni essere umano, tuttavia, ciò che oggi sembra sia venuto meno è lo spazio contenitivo in cui, fino ad un passato recente, si svolgeva questa indagine. Sembra che quel carico di inquietudine esistenziale che da sempre l’ha accompagnata, oggi difficilmente trovi il proprio contenimento all’interno di uno spazio rassicurante e ben definito dall’appartenenza ad una propria comunità. Ciò che è venuto meno non è dunque l’anelito personale alla ricerca di sé, ma l’idea che possa esistere una comunità capace di fornire un modello di riferimento. Ad emergere oggi, infatti, è una concezione individualistica che nella comunità non vede altro che una mera somma di individui i quali, non a caso, appaiono sempre più sradicali, privi di appartenenze e di valori condivisi.

Resa dunque ancora più complessa e problematica, la ricerca di se stessi ha così lasciato il posto ad un’ossessiva, ma ben più rassicurante, cura della propria immagine; le relazioni sociali sono state d’altra parte rimpiazzate dalle più comode connessioni e da un compulsivo collezionismo di contatti. Il nuovo identikit è dunque quello di un individuo che, di fatto, di comunità e di ricerca di bene comune sa ben poco.

Le leggi di un mercato globalizzato hanno spazzato via, infatti, quelli che un tempo erano valori consolidati e obiettivi esistenziali: la famiglia, la certezza del lavoro, il salario dignitoso, per lasciare spazio ai nuovi “valori” della flessibilità e competitività, dello sradicamento e precarietà. Tutti falsi miti di una società individualistica e totalizzante che è capace di subordinare tutto a quella prioritaria ricerca di profitto che sta determinando il passaggio dall’ homo politicus, comunitario e socievole per definizione, all’homo migrans, destinato a circolare come merce, sradicato, senza modelli di riferimento e fuori dal contenimento protettivo di una propria comunità.

Non c’è dunque da stupirsi se smarrimento, inquietudine e senso di inadeguatezza siano i sentimenti dominanti nelle nuove generazioni, troppo spesso giudicate irresponsabili e disimpegnate, ma raramente ascoltate e comprese nella loro oggettiva, oltre che soggettiva, difficoltà di vivere il proprio travaglio esistenziale senza veri punti di riferimento e avendo dinanzi un futuro che ogni giorno appare sempre più incerto. Non possiamo infatti non considerare che il difficile percorso di autoconsapevolezza oggi è stata reso ancor più complesso da un vero e proprio progetto culturale che mira scientemente a dissolvere ogni forma di identità, percepita come presunta minaccia alla libertà individuale di autodefinirsi e fonte di pericolosi contrapposizioni e conflitti. Se dunque, appena ieri, sarebbe stato impossibile prescindere dal riconoscimento delle appartenenze alla propria famiglia, alla propria Nazione, a un determinato credo religioso, oggi ci si sta spingendo persino verso la rimozione della stessa possibilità di definirsi a partire dal proprio sesso di nascita.

L’ideologia gender, infatti, sta provando a dissolvere la coscienza di genere, trasformando il dato biologico del sesso di nascita in mero fatto culturale che, in nome di una presunta libertà assoluta, deve anch’esso potersi considerare frutto di una scelta esclusivamente individuale. Il genere sessuale non sarebbe più dunque da considerare un dato biologico, cromosomico, perché il nuovo must impone che maschi o femmine non si nasce, ma si diventa. Dal gender si passa così dal cisgender o al transgender, a seconda che ci si riconosca o meno nell’identità di genere attribuita alla nascita, o al queer di chi addirittura rifiuta di dare un nome alla propria identità di genere o al proprio orientamento sessuale. Tutto appare lecito in uno spazio sempre più dominato da un artificio, che ogni giorno di più si manifesta come soppressione e superamento di tutto ciò che è natura.

A ben vedere, ciò che viene messo in discussione è la stessa possibilità di pensare l’esistenza di modelli in una società in cui l’unico paradigma è quello libertario, che non ammette definizione di identità a partire da appartenenze date. L’identità fluida diviene allora l’unica forma di identità possibile in una società che non a caso sceglie di definirsi liquida e che alla comunità di appartenenza preferisce quel melting pot che promuove la commistione di individui di origini, religioni e culture diverse, con la pretesa di voler costruire un’identità universalmente condivisa.

Alla base di questa ideologia vi è la convinzione che non ha senso parlare di anagrafe, di biologia, di cittadinanza, poiché ogni essere umano deve essere lasciato libero di andare a vivere dove ritiene, senza limitazioni e senza essere considerato un clandestino, perché l’unica definizione possibile è quella di essere cittadini del mondo e abitanti della Terra. Non sappiamo se tale progetto diverrà realtà o sia destinato a rimanere mera utopia. Intanto quel che è certo è che questo uomo migrante è tutto fuorché felice di essere costretto a lasciare i confini della propria terra, di dover rinunziare ai propri affetti per vagare in un mondo che è ben distante dall’utopia di pace promessa a chi crede nel one world no borders.

Di fatto ciò cui stiamo assistendo è il profilarsi di un homo vacuus, un uomo vuoto, svuotato di ogni identità ma al tempo stesso potenzialmente capace di assumerle tutte. C’è da chiedersi il perché di questo attacco frontale all’identità. Tra le possibili cause certamente quella del grande equivoco di un’egemonia culturale che ha confuso identità e identitarismo, nazione e nazionalismo, sesso e sessismo. In pratica è come se si fosse deciso di demolire qualcosa di significativo, solo in quanto avrebbe in nuce le potenzialità della sua stessa degenerazione.

C’è inoltre da considerare che la ratio apparente di tale demolizione risiede in un’idea astratta di uguaglianza che sarebbe preclusa e minacciata proprio dalla definizione di identità e di appartenenze precostituite. Paradossalmente, infatti, sarebbe proprio l’esigenza di garantire tolleranza e rispetto a giustificare l’affermazione di uguaglianza intesa come indifferenziazione.

In altre parole, il ragionamento sarebbe questo: se vogliamo essere uguali, dobbiamo rimuovere tutte le differenze che fanno sì che si sia diversi ossia, appunto, le diverse identità. Ma è proprio così? Davvero occorre sopprimere le identità per garantire uguaglianza? Se ci pensiamo bene, realizzare uguaglianza non vuol dire sopprime le differenze, ma far sì che, nonostante le differenze, si abbia tutti pari dignità. Così, ad esempio, non occorre demolire la differenza fra maschio e femmina, negarne le differenze biologiche, perché questi possano ritenersi uguali, ma occorre piuttosto lavorare per una società che sappia dare eguale riconoscimento ed eguale dignità all’uomo e alla donna, pur rispettandone le diverse identità.

 

* Laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Palermo, ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in Filosofia politica, presso l’Università degli studi di Pisa. Ha conseguito inoltre il titolo di Mediatrice familiare e comunitaria, presso l’Università Cattolica di Milano.

 

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