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sabato 20 giugno 2026

DISARMARE LAPACE

 


Testimoniare 

la pace
attraverso 

parole e relazioni




In occasione del Festival del Pensiero e del Dialogo 2026, dedicato al tema “Testimoniare la pace”, la direttrice scientifica Beatrice Balsamo firma una riflessione sul valore della pace come pratica quotidiana fatta di parole, relazioni e riconciliazione.

 -di Beatrice Balsamo *

La pace inizia nel quotidiano, nei pensieri, nelle parole, nei gesti di tutti i giorni, nel non dimenticare, nel preservare, nel saper ringraziare e riparare. È logos del quotidiano. 

La pace si coltiva a partire dalle relazioni, nel non chiudersi in assolutismi (in false interpretazioni), vendicatività, rancori, maldicenze, e raggiunge le istituzioni, la politica, il mondo. 

Di fronte a dissensi è buona cosa ritrovare la riconciliazione autentica, riconoscere e riparare l’errore, le mancanze, saper oltrepassare, per un Koinos Logos, discorso che accomuna, per una concordia, non personale, ma più grande. 

Per questo la pace è un processo, un percorso, un continuo formarsi e riformare. 

La radice biblica del vocabolo suppone infatti “compimento”, comprende non solo l’assenza della guerra, ma anche benessere, prosperità, giustizia, gioia, pienezza di vita. Così Spinoza (1632-1677) affermava, giustamente, che la pace non è soltanto assenza di guerra, è una virtù, uno stato d’animo che dispone alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia. Nella Nuova Gerusalemme (Ap. 21,1) Terra e Cielo si uniranno in armonia, persino gli animali tra loro ostili si riappacificheranno, lupo con agnello, leopardo con capretto, il bambino e la vipera (Is. 11,6-8). 

La Nuova Gerusalemme, ospiterà tutte le nazioni della Terra, che giunte alla Città Santa “forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci e un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is. 2-4). 

Ricordiamo che “guerra” è parola attestata in italiano a partire dal XII sec., sulla base dell’antica voce germanica “Werra” che in origine indicava semplicemente “lite”. 

Così la Pace che auspichiamo non è fatta di interessi economici o finanziari, dove la Pace di alcuni corrisponde alla guerra di altri. Cerca, soprattutto, di annullare l’inimicizia e riconciliare. 

Anche san Francesco (quest’anno ricorrono gli 800 anni della morte) pone questo auspicio al centro della sua Vita Santa. Ricordiamo il contrasto tra il vescovo di Assisi ed il Podestà (1225) e nessuno che ristabilisse la Pace e la concordia. Francesco dice ai suoi compagni: «Grande vergogna per noi che serviamo Dio che il vescovo ed il podestà si odino talmente l’un l’altro e nessuno si prenda pena di rimetterli in pace e nella concordia». Compose allora questa strofa da aggiungere alle Laudi: «Beati i pacifici, poiché saranno chiamati figli di Dio. 

Non si può sapere quanta pazienza e umiltà abbia in sé il servo di Dio finché gli si dà soddisfazione. Quando invece non gli verrà data soddisfazione, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta esattamente ne ha e non più». (Ammonizione XII). 

Così chi sono veramente gli operatori di pace? 

La VII Beatitudine è la più attiva, operativa: l’espressione verbale è analoga a quella usata nel primo versetto della Bibbia per la Creazione e indica iniziativa e laboriosità (Mt 5,1-12). Nella pace si colloca la crescita umana integrale, la dignità della persona, la destinazione universale dei beni, la solidarietà, la sicurezza alimentare, di salute, lavorativa, delle città, di un Paese. 

Il processo di costruzione della pace ha bisogno di strategie, di impegni formali, ma soprattutto di cuori pulsanti, prevede il fermo rifiuto della pena di morte, l’auto limitazione degli arsenali, della minaccia delle armi nucleari. 

La guerra è ripudiata dall’articolo 2 (paragrafi 3, 4) della Carta delle Nazioni Unite e in Italia dall’Art. 11 della Costituzione che recita: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa… assicura la Pace e la giustizia per le Nazioni e favorisce le organizzazioni internazionali a tale scopo». 

Purtroppo, ad oggi sono più di 70 gli stati coinvolti in guerre. 

Un grande uomo internazionalista, padre della solidarietà fra le Nazioni, Giuseppe Mazzini, nello statuto della Giovane Europa (1834) parla di Umanitarismo, considerando come fine della politica internazionale e dell’Europa, non gli interessi economici, gli affari, la potenza, ma una umanità più realizzata, in un patto comune (Art.19). 

Così il Logos deve farsi Koinos. Agli uomini spetta fare del loro Logos, carne viva della comunità: la parola umana, infatti, consente di incontrare pluralità e plasmare città e civiltà. 

Così, “ciò che sta tra noi” (in relazione) non è accidentale, perché in realtà è vitale, non è divisivo persino quando è conflittuale, non è artificiale perché dato e non costruito, non è neutro, bensì è il bene più grande di ciascuno. Per questo è necessario il continuo lavoro della costruzione della convivenza. Occorre “disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra! C’è un grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità. Mentre la guerra non fa che devastare le comunità e l’ambiente, senza offrire soluzioni ai conflitti, la diplomazia e le organizzazioni internazionali hanno bisogno di nuova linfa e credibilità. Le religioni, inoltre, possono riaccendere il desiderio della fratellanza e della giustizia, la speranza della pace. Tutto questo richiede impegno, lavoro, silenzio, parole” (papa Francesco, lettera Corriere della Sera del 14/03/2025, contenuti ripresi da papa Leone XIV 05/2025, Prolusione inizio pontificato e in Enciclica Magnifica Humanitas 2026). 

Le parole sono essenziali nel creare relazioni gentili e umane o gelide e ostili. Oggi, sempre più le parole sono portatrici di aggressività e impulso, sradicano le fondazioni etiche delle relazioni, dilagando in aree sempre più vaste della vita, da quelle quotidiane a quelle della vita politica, facendo ferite che continuano a sanguinare. La gentilezza e la mitezza di contro, sono forme di vita antitetiche a quelle divorate dall’insofferenza e dal contrasto e dovrebbero essere insegnate nelle scuole primarie e secondarie, nobilitando, di fatto la condizione umana. 

Bisogna operare per la guarigione della parola, per la sua umanizzazione, dalla parola ingannevole, falsa o impulsiva, violenta, alla “parola vera”, responsabile e sensibile, per vivere bene insieme, avere un’intesa, una visione, parlarsi per fare la pace, attuare la speranza. 

La pace è anche “speranza attiva”, come la visione e la promessa è prospettica, passione per l’ulteriore, ma anche per l’alternativa. Non si lascia vincere dalle difficoltà, è capace di trovare soluzioni alternative di salvezza, non è impaziente, non spende male il tempo, non liquida con frettolosità la partita, ma sa trovare altre possibilità operanti per il bene comune. È risposta perseverante, di riconciliazione e Concordia. Vorrei concludere con il santo di Assisi, nell’ottica della “Perfetta Letizia”: avere la pace nei propri cuori, essere disponibili al dialogo nella verità, nel rispetto, nella mutua comprensione, parlare soprattutto con la testimonianza della propria vita, comunicare con il proprio silenzio, con gli ardori del cuore, con lo zelo della fede, con la pazienza attiva, con il distacco dalle cose e persino da tanti aspetti della propria cultura, con l’Agape. Dando così credibilità alla pace. 

Conosciamo lo zelo apostolico e missionario di Francesco, come pure le sue prime esperienze missionarie che si pongono, negli anni caldi delle crociate a motivo del riscatto del Santo Sepolcro in Oriente e nell’ottica del Vangelo. Il Poverello nel 1219 volle partire per l’Egitto dove era in corso la quinta crociata indetta dal concilio Lateranense IV (1215), in compagnia di Fra Illuminato. Francesco si recò con zelo e fiducia dal sultano al-Malik al-Kamil (1180-1238) e si conquistò la sua amicizia. Del sultano Malik è stata ormai chiarita la figura: era realmente un uomo giusto e pio e non il ferocissimo sultano rappresentato in alcuni documenti cristiani che volevano evidenziare il carattere violento dell’Islam. Il sultano fu ammirato dal fervore e dal coraggio di Francesco, fino a concepire verso di lui una devozione ancora maggiore

Francesco era convinto dell’esistenza di un’altra via che si ponesse come alternativa alle crociate e alle dispute. 

 «I frati possono vivere il Santo Vangelo anche tra i musulmani, senza rinnegare la propria fede, bensì testimoniandola. Non si tratta di rinunciare all’annuncio, ma di mostrarlo attraverso la propria testimonianza di vita». (E. Scognamiglio, Francesco e il Sultano, EMP, Padova, p.67). 

Così il Santo sentì il bisogno di stare in pace con tutti gli uomini e di contribuire con la sua testimonianza di vita alla costruzione di una fraternità universale. 

La pace quindi è Logos quotidiano, Logos Koinos, Logos che accomuna, è Testimonianza, dal greco màrtys, “testimone”, è fedeltà, verità, perseveranza fino alla fine (martire) e in latino testis, “testimone”, che dà prova credibile, prova veritiera di Pace. 

Così la pace è pazienza di ricostruire Gerusalemme, come ai tempi di Neemia, “pezzo per pezzo, custodendo l’umano e il bene comune” (Leone XIV, Magnifica Humanitas, LEV p.180). 


*Beatrice Balsamo, Filosofa della Persona, Psicoanalista, specializzata in Etica, Comunicazione e Cinema. Collabora con l’Università di Bologna, Parma, Ferrara per l’insegnamento di Scienze Umane e Filosofia della Persona. 

È Presidente di APUN (APS) – Associazione Psicologia Umanistica e delle Narrazioni. Filosofia Arte Scienze Umane. Ideatrice del CINECare – Cinema per pensare, a sostegno dei più fragili, è Direttore scientifico dell’Evento internazionale MENS-A/ Pensiero e Dialogo, che si svolge nell’intera Regione Emilia-Romagna. 

Nel 2023 è stata conferita alla Prof.ssa dal Presidente della Repubblica, l’onorificenza di Cavaliere dell’ordine “Al Merito della Repubblica Italiana” per le tante iniziative culturali e sociali innovative e attenzione agli altri. 

Tra le sue numerose pubblicazioni: Amore sussurro di una brezza leggera (Effatà, 2013), Elogio della dolcezza ( Mimesis, 2017) e, con Mursia, Nella Bellezza. Quando la parola manca (2020). Saggezza gentile. In una scia di parole (2023). Visione Speranza Promessa (Ladolfi Ed. 2026)

Famiglia cristiana 

martedì 26 maggio 2026

IRC - COR AD COR LOQUITUR

 


Don Gastaldi: l’insegnamento dell’ora di religione è confronto

Intervista a don Alberto Gastaldi, responsabile del Servizio Nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica

-di Simone Baroncia

“Sant’Agostino scriveva: “L’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti [o Dio]. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te…” Lui parlava di una ricerca interiore alla quale da sempre sono legate, nell’essere umano, le grandi domande del vivere, il rapporto con Dio, con il creato e con gli altri, per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere pace, per rinnovare la società e per colmarne le contraddizioni”: con una citazione da ‘Le Confessioni’ di sant’Agostino papa Leone XIV aveva accolto, a fine aprile gli insegnanti di religione, che partecipavano al terzo meeting nazionale, svoltosi a fine aprile.

L’evento si era articolato in due momenti con un convegno aperto ai direttori diocesani ed ad una rappresentanza di insegnanti, con la partecipazione di circa 370 persone e l’udienza di papa Leone XIV a circa 6.000 insegnanti di religione cattolica, sul tema “Il cuore parla al cuore. L’Irc laboratorio di cultura e dialogo”, che ha ripreso la frase di san John Henry Newman (cor ad cor loquitur), proclamato patrono del mondo educativo.

Il meeting era stato aperto con un confronto tra dibattito tra il prof. Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, collegatosi via web, ed il presidente della CEI, card. Matteo Zuppi: “Il Santo Padre Leone XIV ha ricordato recentemente che possiamo conoscere molto del mondo, ma ignorare la nostra vita interiore, ed in un mondo in cui si afferma sempre di più la presenza dell’intelligenza artificiale e l’isolamento dovuto all’uso di dispositivi come il cellulare, curare la propria dimensione intima appare sempre più urgente. Così come urgente è alimentare quella pace disarmata e disarmante, invocata dal papa, che deve trovare proprio nella scuola il suo primo compimento naturale”.

Uno stimolo alla spiritualità e al rapporto empatico con l’altro che è stato rilanciato dallo stesso Ministro per trasformare la scuola in un “generatore d’incontro con l’altro. In questo senso assume una decisiva importanza il ruolo dei docenti di religione cattolica. Perché la scuola ha bisogno di sapersi confrontare con le ansie, le preoccupazioni, il desiderio di trascendenza che i ragazzi spesso manifestano”. “Anche per questo”, ha concluso il Ministro Valditara, “occorre dare nuova dignità a chi svolge una funzione fondamentale che deve trovare una sponda salda sia sul versante della famiglia che su quello della società”.

L’invito finale del presidente della CEI è stato quello di “saper raccogliere il ruolo importantissimo, come persone e come docenti, di essere un capitale di relazioni. Insegnando ai ragazzi di usare i mezzi tecnologici attuali, senza esserne usati”.

Ritenendo importante tale meeting per l’educazione di studenti e studentesse abbiamo chiesto a don Alberto Gastaldi, responsabile del Servizio Nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) e direttore dell’UNESU (Ufficio Nazionale per l’Educazione della Scuola e l’Università), di spiegarci il motivo per cui l’IRC è un laboratorio di cultura e di dialogo: 

“Come sottolineano i vescovi nella recente Nota sull’IRC, è un luogo di confronto, di convivenza e integrazione, in cui le differenze possono dialogare e crescere insieme, alimentando una cultura della pace e della fraternità. In questo senso, può essere definito un laboratorio: è uno spazio di libertà che ha il compito educativo di decostruire i pregiudizi e costruire ponti, dove si impara a riconoscere l’altro non come minaccia, ma come mistero da accogliere”.

In quale modo il cuore può parlare al cuore?

“Il cuore può parlare al cuore quando una persona riesce a comunicare in modo autentico e profondo con l’altro. Nel percorso educativo il riferimento al cuore emerge nel suo significato biblico come centro dell’esistenza umana, non solo quale sede delle emozioni come spesso viene oggi concepito. E’ il nucleo dell’interiorità da cui scaturiscono pensieri, decisioni e sentimenti per orientare la propria vita. E gli insegnanti di religione, ogni giorno, sono impegnati ad andare al cuore delle questioni e a parlare al cuore dei ragazzi”.

 Il Papa ha detto che educare richiede pazienza ed amore: a scuola ciò è possibile?

“E’ possibile, ed è doveroso, soprattutto in un tempo segnato da conflitti e linguaggi d’odio. Educare con pazienza e amore significa non imporre risposte preconfezionate, ma stare accanto agli studenti e sostenerli nella crescita. I giovani che si incontrano a scuola portano con sé domande di senso frammentate, ma profondissime. E gli insegnanti di religione sono chiamati a vivere la loro missione accompagnandoli con umiltà e competenza, ascoltando queste domande e aiutandoli nella ricerca di senso”.

Per quale motivo molti studenti scelgono l’ora di religione?

“Rispondo con le parole degli studenti, raccolte in un video realizzato in occasione del Meeting degli insegnanti di religione. Per i ragazzi non è solo una materia: ‘è l’unico momento in cui possiamo davvero riflettere su noi stessi’, durante il quale si può parlare ‘senza avere problemi di essere giudicati o discriminati per ciò che si dice’. Gli studenti apprezzano il fatto di poter affrontare tematiche diverse: il rispetto, la pace, la giustizia riparativa oltre che conoscere figure chiave della storia della Chiesa: da Gesù a don Lorenzo Milani”.

Di contro sono poco ‘attratti’ dalla celebrazione eucaristica: da cosa dipende? 

“L’insegnamento della religione cattolica è una materia scolastica che riguarda lo sviluppo della persona, aprendola alla dimensione religiosa e promuovendo la riflessione sul loro patrimonio di esperienze, contribuendo a rispondere al bisogno di significato degli studenti. La celebrazione eucaristica riguarda invece il percorso di fede di ogni persona che si alimenta attraverso l’ascolto del Vangelo, la partecipazione ai sacramenti e le opere di carità”.

Cosa è Ora Libera’, disponibile e gratuita, che fornisce una selezione di notizie riguardanti temi d’attualità?

“Ora Libera vuole essere un luogo informale ma serio, di scambio di esperienze e di contatti, rivolto principalmente agli insegnanti di religione, ma dedicato a docenti, educatori, responsabili di associazioni che vedono nell’informazione uno strumento per riflettere e mettere in dialogo le generazioni. Si tratta di una newsletter realizzata da Avvenire in collaborazione con il Servizio nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica e l’Ufficio per l’educazione, la scuola e l’università della Cei, che ogni due settimane propone un argomento, lo analizza e lo ‘avvicina’ ai ragazzi, proponendo anche storie che spesso passano inosservate ma che hanno tanto da dire.

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UMANITA' DA MAGNIFICARE

 


LETTERA D’AMORE


 E LODE 


DEL CREATORE


 E 

DEL LIMITE


-di LUIGINO BRUNI

Magnifica humanitas è una lettera d’amore che la Chiesa, in papa Leone XIV, scrive all’umanità di oggi. Questo sguardo buono sulle donne e sugli uomini è il primo dono che papa Leone ci fa. La Chiesa, nei suoi tempi luminosi, ha infatti amato il mondo anche con la “carità degli occhi”, guardandolo con fiducia e speranza. Anche il lungo e centrale discorso sull’intelligenza artificiale (IA), incluse le sue profonde e puntuali “avvertenze antropologiche e spirituali per l’uso” si svolge all’interno di questo umanesimo di speranza: «Desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità» (2). Non è una enciclica generata dalla paura per il nuovo, non condanna il nostro tempo mettendosi al di fuori di esso, ma sotto lo stesso cielo di tutti, il Papa dà voce alle speranze, alle gioie e alle sane preoccupazioni di tanti. Una enciclica che parla dunque la stessa lingua affettuosa del Concilio Vaticano II. Quindi per capirne il senso, il tono e la raison d’être, occorre accostarla non tanto alla Rerum novarum ma alla Gaudium et spes, l’altra lettera d’amore della Chiesa all’umanità in un altro tempo nuovo e difficile.

Un’enciclica molto bella, necessaria e importante, a tratti davvero magnifica e profetica, che ci svela la teologia insieme al cuore di papa Leone, un testo all’altezza delle più grandi encicliche del passato. L’attendevamo, ma in molte pagine supera le aspettative: «L’aumento delle spese militari viene presentato come unica risposta a un futuro incerto o a minacce percepite, mentre il costo reale grava sui più poveri» (204). Il titolo, come in molte encicliche, è sintesi e cuore di tutto il testo: l’umanità è magnifica, e tutti gli appelli che le rivolge sono tesi alla custodia di questa preziosa magnificenza. Parla poco, è vero, delle sfide legate alle creature non umane, perché, semplicemente, a papa Leone, nel tempo del transumanesimo e del postumanesimo, oggi preme l’umano, gli sta a cuore sottolineare la bellezza e la grandezza dell’Adam. «Eppure lo hai fatto di poco inferiore a Dio ( Elohim) » ( Sal 8,5), una distanza teologica che questa enciclica riduce ulteriormente, non perché abbassi gli Elohim ma perché innalza gli uomini e le donne.

Sussidiarietà

E quando ci presenta le sfide dell’IA vista con lo sguardo perfetto del principio di sussidiarietà, papa Leone continua l’elogio dell’Adam, del valore delle sue parole umane perché immagine di quella Parola che dalla Trinità volle farsi uomo: «Quando la parola viene simulata, essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza. L’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può diventare pericolosa » (100). Ci sono dimensioni del lavoro, persino del lavoro di cura, che possono essere ben affiancate dall’IA (e lo vediamo); ma ce ne sono altre decisive dove la sostituzione della parola, del volto, delle mani e del cuore degli umani produce semplicemente disvalore e disumanesimo.

Si parla molto di lavoro nella Magnifica humanitas: la parola “Gesù” ricorre nove volte, Cristo trenta, “lavoro” settantuno, a ricordarci che quel Logos era stato carpentiere. Nelle relazioni umane decisive la parola e il cuore umano non possono, non devono, avere sostituti perfetti, e se lo facciamo sviliamo noi stessi, il nostro lavoro, la nostra magnificenza. Allora quando un direttore deve licenziare un lavoratore, anche se fa ricorso agli algoritmi, alla fine, nell’ultimo miglio, deve entrare in gioco la sua parola umana, parlare con quel lavoratore, deve metterci la faccia e l’anima, con tutti i suoi limiti e imperfezioni. Non a caso alla “lode del limite” sono dedicate le pagine forse più poetiche: «Dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (118), perché «è proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento» (119). 

L’IA riduce i costi cognitivi, semplifica la complessità: ma l’homo sapiens non ama sempre le riduzioni dei tempi e dei costi, perché spesso ci piace partecipare ai processi, ci piacciono le vie più lunghe e lente per tornare a casa perché vogliamo guardare alberi e fiori. L’IA può crearci un agente che imiti perfettamente il san Francesco di ieri, ma non può creare nuovi san Francesco e Leopardi oggi, che sono ciò di cui abbiamo un bisogno infinito per vivere bene. Perché gli algoritmi e le macchine non riusciranno a soddisfare la dimensione essenziale della felicità umana, quella di desiderare di essere desiderati da esseri umani. Siamo un desiderio desiderante altri desideri, soltanto umani – i desideri più piccoli ci servono ma non ci bastano: solo l’Adam è l’ultimo piolo della scala della terra che può toccare il paradiso.

Dialogo

Il dialogo che papa Leone pone tra l’universo dell’IA e il principio di sussidiarietà, è allora altamente fecondo. Per come si sta sviluppando, l’IA è anti-sussidiaria, perché è concentrata in pochissimi giganti economico- finanziari, e perché in essa non c’è vera biodiversità. Le intelligenze umane, invece, sono tante quante sono le persone, e nessuna somma di intelligenze umane è superiore in dignità all’intelligenza di una singola persona. La democrazia, e in essa i mercati civili, funzionano aggregando miliardi di intelligenze diffuse in un mirabile processo cognitivo dal basso, e nel momento in cui qualcuno pensasse che milioni di intelligenze umane abbiano più dignità di una sola, la democrazia muore: «La sussidiarietà chiede che tali processi non si impongano dall’alto in modo opaco e unilaterale» (71). Infine, la lettera di Leone XIV si svolge seguendo due fili biblici, uno buio e l’altro luminoso: la torre di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme da parte di Neemia. Una costruzione sbagliata e una giusta. Neemia (Ne 1-2) sente una chiamata a tornare a Gerusalemme, per ricostruirla: «Ricostruire oggi significa riconoscere che … esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, … far crescere giustizia e fraternità » (10). Il fondatore di Babele è invece Nimrod, che «fu il primo a divenire potente sulla terra» (Gen 10,8). Babele è dunque un grande insegnamento sul potere e sugli imperi, e sulla loro corruzione intrinseca. Sia i ricostruttori con Neemia sia quelli di Babele erano lavoratori, in entrambi c’era azione collettiva, una comunità di lavoro. Ogni giorno, da millenni, la storia è un intreccio di lavoratori che costruiscono Babele e di lavoratori che edificano arche e ricostruiscono città.

La sindrome di Babele

Nella Bibbia, Babele viene dopo il diluvio e l’arca di Noè. La «sindrome di Babele» (10) arriva puntuale quando si è usciti da diluvi (globalizzazione, guerre…) o se ne temono altri, e la tentazione di costruire mura sbagliate diventa molto forte: «Molti e molti anni furono dedicati alla costruzione della torre. Agli occhi dei costruttori un mattone divenne allora più prezioso di un essere umano; se un uomo precipitava e moriva nessuno vi badava, ma se cadeva un mattone tutti piangevano. Alle donne incinte non permettevano di interrompere il lavoro nemmeno per le doglie: partorivano forgiando mattoni» (Louis Ginzberg, Le leggende degli ebrei). 

In questo tempo di grande e nuova sofferenza, Magnifica humanitas accresce la gratitudine per la Chiesa e per papa Leone, ed è un grande dono per tutti coloro che continuano a sperare e a credere che l’umanità, nonostante tutto, sia magnifica. 

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lunedì 16 marzo 2026

ADDIO AD HABERMAS

Addio ad Habermas, araldo della modernità incompiuta 

Addio ad Habermas,

 araldo 

della modernità incompiuta

Filosofo della postmetafisica e del discorso democratico, è scomparso a 96 anni

“La società civile è composta da quelle associazioni e movimenti che più o meno spontaneamente intercettano e intensificano la risonanza suscitata nelle sfere private di vita dalle situazioni sociali problematiche, per poi trasmettere questa risonanza, amplificata, alla sfera politica.

 Il nucleo della società civile è costituito da una rete associativa che istituzionalizza – nel quadro d' una "messa in scena" di sfere pubbliche – discorsi miranti a risolvere questioni d' interesse generale... 

Una vitale società civile può svilupparsi solo nel contesto di una cultura politica liberale, nonché su una base di un’intatta sfera privata. Essa può dunque fiorire solo in un mondo di vita già razionalizzato. In caso diverso sorgono dei movimenti populistici che difendono alla cieca le tradizioni ossificate d' un modo di vita minacciato dalla modernizzazione capitalistica”

Celebre il dibattito su ragione e fede con Ratzinger

di Simone Paliaga

 «Dunque, i laici non devono escludere a priori di poter scoprire contenuti semantici dentro i contributi religiosi; a volte possono addirittura trovarvi idee già da loro intuite e, fino a quel momento, non del tutto esplicitate. Tali contenuti possono essere utilmente tradotti sul piano dell’argomentazione pubblica». Già in queste parole scritte nel tardo Verbalizzare il sacro (Laterza) echeggia il progetto che da sempre ha animato il pensiero di Jürgen Habermas. Il filosofo, scomparso oggi a 96 anni a Starnberg, nel sud della Germania, aspirava a portare a compimento quanto promesso dalla modernità laica fin dalle sue origini traducendo il sacro nel linguaggio secolare e lasciandosi alle spalle ogni orizzonte metafisico, come si vede anche nel dibattito sul rapporto tra ragione e fede intrapreso nel 2004 con l’allora cardinale Joseph Ratzinger a Monaco presso la Katholische Akademie in Bayern.

Non si può dire che con Habermas scompaia l’ultimo testimone e maestro del Novecento. L’anagrafe, classe 1929, gli schiude solo i due terzi finali del Secolo breve. Gli risparmia la Grande Guerra e di trovarsi in prima linea nella Seconda. Eppure, da quel Novecento ha appreso il gusto per l’engagement e gli j’accuse sulla stampa. Bastino ricordare le polemiche con Joachim Fest, che l’aveva accusato nelle memorie di aver aderito alla Hitlerjugend, le accuse di eugenismo a Peter Sloterdijk o quelle a Wolfgang Streeck per aver criticato l’UE.

E come dimenticare l’appoggio alle guerre umanitarie in ossequio ai diritti dell’uomo, dai bombardamenti su Belgrado nel 1999 alle invasioni del Medio Oriente dopo l’11 settembre del 2001. Se a Habermas è sfuggito il Novecento nella sua completezza, di certo non è sfuggita la modernità di cui è forse l’ultimo degli araldi. Lo prova l’imponente storia della filosofia pubblicata, novantenne, nel 2019. Auch eine Geschichte der Philosophie (Suhrkamp) non è una piatta ricostruzione della storia del pensiero filosofico, ma la proposta di una filosofia per tempi postmetafisici e per un uomo moderno orfano della trascendenza.

Per il filosofo di Düsseldorf la modernità non è finita né conclusa. Essa è, come testimonia quel manifesto del pensiero postmetafisico intitolato Il discorso filosofico della modernità (Laterza), solo incompiuta. Dimentico dell’eredità consegnata dalla Scuola di Francoforte, alla cui ispirazione deve comunque il suo Storia e critica dell’opinione pubblica (1962), Jürgen Habermas ha investito le sue risorse teoretiche nello sforzo di perfezionare quella modernità illuministica rimasta incompiuta. In tempi in cui l’uomo non riconosce più l’intreccio indissolubile di bello, bene e giusto nel cuore dell’Essere, per il pensatore tedesco, non ci sarebbe altro da fare. Ne danno conferma le due opere più impegnative, Teoria dell’agire comunicativo (il Mulino), risalente al 1981, e Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia (Guerini e associati), di un decennio più tardo.

Habermas sa bene che è difficile recuperare interamente il ruolo della ragione teorizzato dall’Illuminismo. Il suo esito totalitario, denunciato da Theodor Adorno e Max Horkheimer, lo rende impossibile. Occorre pertanto ricorrere a una razionalità a basso profilo, di tipo procedurale e non sostanziale, orgogliosa però dell’impossibilità di elevarsi all’altezza dell’Essere. Una ragione comunicativa e argomentativa, solo frangiflutti al dilagare di una ragione strumentale pronta a colonizzare i mondi della vita. «Il concetto di agire comunicativo - scrive Habermas nella sua summa - si riferisce all’interazione di almeno due soggetti capaci di linguaggio e azione che (con mezzi verbali o extraverbali) stabiliscono una relazione interpersonale. Gli attori cercano un’intesa per coordinare di comune accordo i propri piani di azione e il proprio agire».

Per il filosofo dell’Etica del discorso (Laterza), attingendo alle risorse morali della comunicazione umana sarebbe possibile stabilire un impianto normativo condiviso che consentirebbe agli uomini di regolare la propria convivenza. Il passo ormai verso l’intreccio di questioni morali, giuridiche e politiche è davvero breve. Se dall’impianto normativo condiviso nasce quello che Habermas, negli anni Novanta, definisce “patriottismo costituzionale” ovvero un patriottismo fondato sulla lealtà ai principi politici universalistici della libertà incorporati nella leggi fondamentali degli Stati, allo stesso impianto si aggrappa anche la riflessione sulla democrazia deliberativa e procedurale al centro di Fatti e norme. «Il senso del voto democratico non è quello di fotografare la gamma delle opinioni quali si manifestano allo stato brado - sostiene Habermas in un'intervista -, bensì di riflettere il risultato di un processo pubblico di formazione dell’opinione. Il voto espresso nella cabina elettorale acquista il peso istituzionale di una compartecipazione democratica solo in relazione a opinioni articolate pubblicamente, formatesi attraverso la comunicazione e lo scambio di informazioni, motivazioni e posizioni pertinenti ai singoli temi».

Ma la strategia argomentativa, proposta a compimento del processo emancipatore della modernità, funziona ancora nel XXI? È all’altezza degli inediti problemi etici dovuti alla diffusione dell’intelligenza artificiale e agli interventi spesso arbitrari sulla struttura genetica del vivente? Sono domande che attraversano Auch eine Geschichte der Philosophie, rimanendo però senza risposta. E non casualmente. I

n tempi orfani dell’Essere vacilla l’uso della ragione argomentativa ma anche l’utilizzazione delle “riserve semantiche” della religione per promuovere concezioni procedurali, pubbliche e verificabili per accostarsi ai valori, a cui Jürgen Habermas ha dedicato tutta la vita, non basta più.

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sabato 7 marzo 2026

I CAMMINI DELL'EDUCAZIONE

 


Il Papa: educare è promuovere dignità, giustizia, fiducia in un mondo di conflitti

 

-diAntonella Palermo - Città del Vaticano

 

Davanti ai tanti milioni di bambini nel mondo ancora senza accesso alla scolarizzazione primaria, e alle drammatiche situazioni di emergenza educativa provocata da guerre, migrazioni, diseguaglianze e diverse forme di povertà, come è interpellata l’educazione cristiana? Sono solo alcune delle domande da cui prende le mosse Papa Leone XIV nella sua Lettera apostolica “Disegnare nuove mappe di speranza” firmata ieri, 27 ottobre, e oggi diffusa, in occasione del 60mo anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum Educationis. Un testo, sottolinea Leone, che in un ambiente educativo complesso, frammentato, digitalizzato come quello attuale, “non ha perso mordente”, anzi mostra “una tenuta sorprendente”.

Quel messaggio di slancio delle comunità educative a costruire ponti in modo da offrire, con creatività, formazione professionale e civile a scuola e in università, si rivela oggi infatti quanto mai valido e urgente, afferma il Papa. La direzione da seguire è pertanto quella già indicata nel documento del Vaticano II che ha dato origine a una costellazione di opere e carismi, patrimonio spirituale e pedagogico prezioso.

Spiccato è il dinamismo che attraversa la Lettera di Leone XIV che invita a usare i carismi educativi sempre come risposta “originale” ai bisogni di ogni epoca. Citando Sant’Agostino - il quale aveva compreso che il maestro autentico suscita il desiderio della verità, educa la libertà a leggere i segni e ad ascoltare la voce interiore -, il Pontefice accenna al contributo che nei secoli è stato maturato in questo ambito: dal Monachesimo, capace, anche nei luoghi più impervi, di portare avanti questa tradizione, all’opera degli Ordini Mendicanti, e alla Ratio Studiorum in cui confluirono il filone della scolastica e quella della spiritualità ignaziana. Ricorda poi l’esperienza di San Giuseppe Calasanzio con le scuole gratuite per i poveri, quella di San Giovanni Battista de La Salle, con l’attenzione ai figli di contadini e operai a cui si sarebbero dedicati i Fratelli delle Scuole Cristiane, e ancora l’impegno di San Marcellino Champagnat a superare ogni discriminazione nell’opera educativa, quello storico di San Giovanni Bosco con il suo “metodo preventivo”. Non tralascia, il Papa, di nominare il coraggio di tante donne che, ricorda, hanno aperto varchi per le ragazze, i migranti, gli ultimi: Vicenza Maria López y Vicuña, Francesca Cabrini, Giuseppina Bakhita, Maria Montessori, Katharine Drexel o Elizabeth Ann Seton.

L’educazione cristiana è opera corale

Ci tiene molto, il Papa, a sottolineare l’importanza del “noi”, a ribadire che “nessuno educa da solo”: nella comunità educante il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio, i pastori e la società civile convergono per generare vita. La ripresa del pensiero di San John Newman – che proprio nel contesto del Giubileo del mondo educativo viene dichiarato co-patrono insieme a San Tommaso d’Aquino – è qui particolarmente pertinente per “invitare – spiega il Papa - a rinnovare l’impegno per una conoscenza tanto intellettualmente responsabile e rigorosa quanto profondamente umana”. Nel mettere in risalto la vivacità da alimentare negli ambienti educativi, afferma che occorre “uscire dalle secche col recuperare una visione empatica e aperta”. E aggiunge:

Non si devono separare il desiderio e il cuore dalla conoscenza: significherebbe spezzare la persona. L’università e la scuola cattolica sono luoghi dove le domande non vengono tacitate, e il dubbio non è bandito ma accompagnato.

Educare è un compito d’amore, ricorda il Successore di Pietro che parla dell’insegnamento come di “un mestiere di promesse” giacché si promette tempo, fiducia, competenza, giustizia, misericordia, coraggio della verità, balsamo della consolazione.

Una persona non si riduce a un algoritmo

Nella Lettera apostolica Leone XIV riprende quel concetto centrale contenuto nel documento conciliare che mette in guardia da ogni riduzione dell’educazione ad “addestramento funzionale o strumento economico” e ribadisce che “una persona non è un ‘profilo di competenze’, non si riduce a un algoritmo prevedibile, ma un volto, una storia, una vocazione”. E insiste:

L’educazione non misura il suo valore solo sull’asse dell’efficienza: lo misura sulla dignità, sulla giustizia, sulla capacità di servire il bene comune.

Ricostruire la fiducia in un mondo di conflitti

Secondo una visione che non vuole essere meramente nostalgica ma ben radicata al presente, il testo di Papa Leone usa la metafora delle stelle nel firmamento per dire che i principi a cui si fa riferimento sono “stelle fisse” e “dicono che la verità si cerca insieme; che la libertà non è capriccio, ma risposta; che l’autorità non è dominio, ma servizio”. Da qui ancora la riaffermazione di non costruire muri, di educare alla mondialità e alla concordia tra persone e popoli:

L’educazione cattolica ha il compito di ricostruire fiducia in un mondo segnato da conflitti e paure, ricordando che siamo figli e non orfani: da questa coscienza nasce la fraternità.

Intrecciare fede, cultura e vita

L’accento posto sulla centralità della persona nell’opera educativa – come Papa Francesco evidenziava anche nella Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona -, porta il Pontefice a un ricordo personale che lo riporta alla sua missione in Perù, nella “amata diocesi di Chiclayo” dove, racconta, visitando l’università cattolica San Toribio de Mogrovejo, rassicurava la comunità accademica: non si nasce professionisti – diceva all’epoca -, ogni percorso universitario si costruisce passo a passo, libro a libro, anno per anno, sacrificio dopo sacrificio. Torna ancora il modo di concepire da un lato la scuola cattolica e dall’altro il corpo educante, tenuto conto che non bastano gli aggiornamenti tecnici per ritenersi al passo coi tempi, ma sempre è necessario il discernimento:

La scuola cattolica è un ambiente in cui fede, cultura e vita si intrecciano. Non è semplicemente un’istituzione, ma un ambiente vivo in cui la visione cristiana permea ogni disciplina e ogni interazione. Gli educatori sono chiamati a una responsabilità che va oltre il contratto di lavoro: la loro testimonianza vale quanto la loro lezione. Per questo, la formazione degli insegnanti — scientifica, pedagogica, culturale e spirituale — è decisiva.

Fare rete, la famiglia resta il primo luogo educativo

L’espressione “alleanza educativa” che ricorre nel testo della Lettera è emblematica per precisare quanto la famiglia non possa essere sostituita da altre agenzie educative: si tratta di collaborare e di essere consapevoli che la priorità educativa attiene a questo nucleo.

Necessari sono l’ascolto, l’intenzionalità, la corresponsabilità: “È fatica e benedizione: quando funziona, suscita fiducia; quando manca, tutto si fa più fragile”. Del resto, lo stesso Concilio pone questa responsabilità dei genitori a fondamento di una sana istruzione. Se il mondo è interconnesso anche la formazione deve esserlo, promuovendo la partecipazione a ogni livello e abbandonando rivalità retaggio del passato e unendo ogni sforzo per una sana e fruttuosa convergenza tra scuole parrocchiali e collegi, università e istituti superiori, centri di formazione professionale, movimenti, piattaforme digitali, iniziative di service-learning e pastorali scolastiche, universitarie e culturali. Ciò che conta, secondo la visione di Papa Leone, è coordinare la pluralità dei carismi per comporre un quadro “coerente e fecondo”, facendo tesoro di eventuali differenze metodologiche e strutturali le quali vanno considerate delle risorse, non delle zavorre.

Il futuro ci impone di imparare a collaborare di più, a crescere insieme.

 L’educazione cattolica unisca giustizia sociale e ambientale

L’obiettivo da cui non bisogna scostarsi è quello della formazione integrale della persona, in cui la fede viene considerata non “materia aggiunta”, ma “respiro che ossigena ogni altra materia”. Solo così, specifica la Lettera, l’educazione cattolica diventa “lievito” per un umanesimo integrale che abiti le domande del nostro tempo. E il nostro tempo, purtroppo, segnato in più parti dalle guerre, chiede proprio un’educazione alla pace che, si precisa ancora una volta, non è assenza di conflitto ma “forza mite che rifiuta la violenza. Un’educazione alla pace ‘disarmata e disarmante’ insegna a deporre le armi della parola aggressiva e dello sguardo che giudica, per imparare – sottolinea il Vescovo di Roma - il linguaggio della misericordia e della giustizia riconciliata”.

Dimenticare la nostra comune umanità ha generato fratture e violenze, e quando la terra soffre, i poveri soffrono di più. L’educazione cattolica non può tacere: deve unire giustizia sociale e giustizia ambientale, promuovere sobrietà e stili di vita sostenibili, formare coscienze capaci di scegliere non solo il conveniente ma il giusto.

 Le tecnologie servano la persona, senza sostituirla

Mentre Leone XIV, attingendo sempre al Vaticano II, rimette in guardia dal rischio di “subordinazione dell’istruzione al mercato del lavoro e alle logiche spesso ferree e disumane della finanza”, in merito alle tecnologie lancia un messaggio chiaro:

devono arricchire il processo di apprendimento, non impoverire relazioni e comunità. Un’università e una scuola cattolica senza visione rischiano l’efficientismo senza anima, la standardizzazione del sapere, che diventa poi impoverimento spirituale.

In particolare, il Papa afferma che “nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino, l’educazione all’errore come occasione di crescita”. E aggiunge, entrando nel vivo del dibattito pubblico contemporaneo, che “l’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza”.

Meno cattedre e più tavole dove sedersi insieme, senza gerarchie inutili

Raccogliendo l’eredità profetica di Papa Francesco, dunque, con la Lettera Disegnare nuove mappe di speranza”, Papa Leone aggiunge tre priorità ai sette percorsi già illustrati dal predecessore nel Patto Educativo Globale:

La vita interiore

La prima riguarda la vita interiore: i giovani chiedono profondità; servono spazi di silenzio, discernimento, dialogo con la coscienza e con Dio. La seconda riguarda il digitale umano: formiamo all’uso sapiente delle tecnologie e dell’IA, mettendo la persona prima dell’algoritmo e armonizzando intelligenze tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. La terza riguarda la pace disarmata e disarmante: educhiamo a linguaggi non violenti, riconciliazione, ponti e non muri; «Beati gli operatori di pace» (Mt. 5,9) diventi metodo e contenuto dell’apprendere.

Meno sterili contrapposizioni, più sinfonia dello Spirito

La richiesta lanciata dalla Lettera è, in conclusione, quella di disarmare le parole, alzare lo sguardo, custodire il cuore.

Il mandato alla comunità educante, tuttavia, non ignora le fatiche: “l’iper-digitalizzazione può frantumare l’attenzione; la crisi delle relazioni può ferire la psiche; l’insicurezza sociale e le disuguaglianze possono spegnere il desiderio”.

Qualità, coraggio, gratuità

Proprio in questo quadro del presente, servono “qualità e coraggio”, da praticare in vista di una sempre maggiore inclusività che non sia indifferente verso le povertà e le fragilità, perché, rimarca il Papa, “la gratuità evangelica non è retorica: è stile di relazione, metodo e obiettivo”.

Beati gli operatori di pace (Mt 5,9) diventa sia il metodo che il contenuto dell’apprendimento”.

 Vatican News

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sabato 28 febbraio 2026

QUARESIMA E RAMADAN


 Il Ramadan e la Quaresima raccontati

 da un padre imam 

e un figlio sacerdote

Adrien è un missionario dei Padri Bianchi, burkinabè. Al-Hâdjdj Issa è imam e papà di Adrien. Padre e figlio vivono insieme il periodo di digiuno del Ramadan e della Quaresima che quest’anno coincidono. Non è sempre stato così. Quando Adrien si è convertito, è stato cacciato dalla sua famiglia. Il percorso di riconciliazione è durato trent’anni.

-         -di Jean-Charles Putzolu et Janvier Yaméogo - Città del Vaticano

È piuttosto raro incontrare all’interno di uno stesso nucleo familiare due vocazioni tanto incarnate. Nel 1992 Adrien Sawadogo, primogenito della famiglia, è stato quasi folgorato da un incontro con Cristo “alla maniera di san Paolo”, dice, “al di sopra dell’esperienza umana”. Quell’incontro ha sconvolto la sua vita: “tutto è cambiato nella mia famiglia. Il fatto che io fossi il primogenito e che fossi un esempio di figlio maggiore fedele che onora il padre, nella sua fede e in tutto, e che improvvisamente diventassi ciò che non ci si poteva aspettare in una famiglia musulmana seria, un primogenito che si converte al cristianesimo, è stato uno shock”, racconta Adrien.

Ciò che Dio non vuole, nessuno può realizzarlo

Di fatto, suo padre, Al-Hâdjdj Issa, e la comunità musulmana gli hanno voltato le spalle. È stata una frattura profonda che li ha separati. “Sono stato io a generarlo e a dargli il nome stesso del Profeta. Ma quando, dopo gli studi, si è orientato verso il cammino di Nabi Issa (Gesù), personalmente all’inizio non l’ho accettato”, testimonia il papà imam. Ma Dio era all’opera. Lentamente, stava operando per la riconciliazione. “Mio fratello maggiore mi ha consigliato di lasciarlo libero perché, se lo avessi forzato a ritornare all’islam, avrebbe rischiato di perdere tutto, senza appartenere più veramente a nessuna delle due religioni”, prosegue Al-Hâdjdj Issan, che alla fine ha permesso ad Adrien di proseguire i suoi studi di teologia. “Dio ha voluto mostrarmi che avevo agito bene lasciando che proseguisse il suo cammino; in seguito ha studiato anche il Corano (islamistica). Così ha fatto ciò che voleva fare e anche quello che io desideravo che facesse. Si è dunque compiuta la volontà di Dio. Ciò che Dio non vuole, nessuno può realizzarlo”.

30 anni prima della pace

Ci sono voluti trent’anni, dal 1992 al 2022, per arrivare a queste parole pacificate. “Papà ha riconosciuto che effettivamente la fede cristiana è una fede vera, autentica. Oggi dice: “in verità, voi cristiani, conoscete Dio”, confida Adrien. “Noi ci opponiamo spesso in discussioni sterili”, continua il papà. “Ma se riflettiamo bene su ciò che sta accadendo, siamo noi, gli uomini, a sbagliare; questo non succede mai a Dio. È più proficuo per noi essere indulgenti gli uni verso gli altri e lavorare insieme piuttosto che impegnarci in dispute inutili. Se Dio volesse condurci alla sventura, lo farebbe attraverso le nostre divisioni e le nostre discussioni sterili. Ma in verità, Dio non ci ordina di opporci gli uni agli altri”. Con un gioco di parole, Adrien scherza sulla coincidenza quest’anno dei periodi della Quaresima e del Ramadan: “Uno dei fratelli di un monastero nel Regno Unito, a Salisbury, aveva scritto sulla sua porta in inglese riguardo agli eventi della vita: ‘some people call them coincidence, I call them god-incidence”, per dire che alcuni chiamano questi segni coincidenze, ma lui li chiama ammiccamenti di Dio”. Ed è proprio ciò che percepisce oggi il religioso. Questa corrispondenza temporale è un invito alle grandi tradizioni dell’islam e del cristianesimo a vivere una “mistica dell’incontro”, spiega il missionario d’Africa, facendo riferimento, attraverso questa espressione, alla lettera apostolica di Papa Francesco a tutti i consacrati del 2014. È un momento propizio per mettersi all’ascolto dell’altro, per cercare insieme un cammino e il metodo per vivere insieme. L’ascolto è anche al centro del messaggio della Quaresima di Papa Leone XIV: “l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”.

Ramadan e Quaresima: un tempo di incontro

Se l’ascolto della Parola di Dio è al centro della Quaresima, l’ascolto del Corano è allo stesso modo al centro del digiuno del Ramadan: “In Africa occidentale, in Burkina Faso come in Mali, è un momento di vita attorno alla lettura del Corano. È la rivelazione di Dio. È per questo d’altronde che il culmine del Ramadan è tradizionalmente attribuito alla notte del destino, leila al qadr, che è la commemorazione dell’inizio della rivelazione coranica. Un intenso momento di silenzio, di preghiera, di ascolto, di pentimento e di manifestazione della misericordia divina”, spiega padre Adrien. “La Bibbia e il Corano non si oppongono”, continua il papà imam. “Questa coincidenza è un invito all’intelligenza e alla conversione del nostro comportamento, al fine di ricercare l’eccellenza ognuno nella propria religione, invece di denigrare la religione dell’altro con eventuali derive”.

Denunciando con fermezza queste “derive”, Al-Hâdjdj Issa Sawadogo si impegna piuttosto in un processo di dialogo: “Se accetteremo di incontrarci per confrontarci e per ascoltarci, capiremo che l’obiettivo è simile”. E prosegue: “questa coincidenza è un invito per noi, cristiani e musulmani, a unire i nostri sforzi. È Dio che ci offre questa opportunità, non è opera nostra. È chiaramente un’indicazione divina che noi dobbiamo sapere accogliere con intelligenza”.

Il Ramadan e la Quaresima, conclude Adrien Sawadogo, sono entrambi “un momento in cui l’uomo e Dio sono alla presenza l’uno dell’altro. Per il musulmano è un momento prescritto da Dio per incontrarLo nella sua Parola.

 Per il cristiano è un tempo propizio che Dio offre all’umanità per andarGli incontro, per lasciarsi trasportare nel mistero stesso di Dio.

Dunque, sono due momenti veramente forti nella vita di queste due tradizioni, di queste due grandi comunità, che rappresentano insieme più della metà della popolazione mondiale”.

Vatican News

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mercoledì 25 febbraio 2026

LA CARTA DELLA DEMOCRAZIA

 

Dialogo, confronto,
 no alle parole d’odio: così ciascuno può difendere la democrazia



LA “CARTA” DI FONDAZIONE GARIWO PER RICOSTRUIRE LA FIDUCIA PARTENDO DAGLI ATTI CONCRETI DI OGNI CITTADINOCHE VOGLIA ESSERE MESSAGGERO DI NON VIOLENZA

 

La Carta della Democrazia, di cui pubblichiamo un’ampia sintesi, è il documento che guiderà tutte le celebrazioni per la Giornata dei Giusti dell’Umanità, che coinvolgeranno i circa 300 Giardini dei Giusti sparsi in tutto il mondo.

Le celebrazioni iniziano idealmente il 6 marzo alla Camera dei Deputati e hanno come fulcro la cerimonia al Giardino dei Giusti di Milano dell’11 marzo, in cui verranno onorati Piero Calamandrei, Martin Luther King, Vivian Silver, Reem Al-Hajajreh e Aleksandra Skochilenko.

 

Oggi, molti anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la caduta del Muro di Berlino, sta accadendo qualcosa di inaspettato per chi ha creduto che i valori della democrazia, del dialogo, della pace e della nonviolenza fossero garantiti. Le immagini delle autocrazie del XXI secolo, che perseguitano e mettono a tacere ogni voce differente, così come il clima di odio e di contrapposizione che si percepisce sulla scena pubblica, ci fanno capire come si sta perdendo il gusto e il richiamo ai fondamenti della democrazia. Cosa può fare dunque la persona comune per arrestare questa deriva, che ci costringe a vivere in un clima sempre più ostile, fino a quasi abituarci a diventare sudditi servili e impotenti?

Ritrovare il gusto del dialogo e dell’ascolto

La prima nostra responsabilità è ritrovare il gusto del dialogo e della conversazione, anche con persone che la pensano diversamente da noi.

Troppo spesso, in un dibattito, lo scopo principale è quello di affermare sé stessi e non quello di cercare con umiltà un orizzonte comune. Questa degenerazione ha inquinato profondamente la vita pubblica, dove i gruppi

politici si affrontano come nemici in un campo di battaglia. Sta, purtroppo, nascendo l’idea che chi governa debba affermare unicamente la propria posizione e non, invece, rappresentare la moltitudine delle opinioni e degli interessi. Da qui nasce il pericolo maggiore per il futuro della democrazia, che si può trasformare, così, in una dittatura della maggioranza o in una democrazia illiberale. Per questo, nel tempo di oggi, essere democratici significa salvaguardare con i propri comportamenti la pluralità umana.

Riscoprire la forza dell’agire comune

Tante volte, anche nei momenti più bui, persone di diverse opinioni si sono ritrovate assieme per cambiare il corso degli eventi. È accaduto durante il confino di Ventotene, quando alcuni intellettuali resistenti scrissero il Manifesto alla base dell’idea di un’Europa unita; è accaduto dopo la caduta del fascismo, quando esponenti di partiti con ideologie diverse scrissero la Costituzione italiana, che unì un Paese intero; è accaduto durante gli anni del potere comunista a Praga, quando personalità con differenti visioni diedero vita a Charta 77, il gruppo che creò le premesse della Rivoluzione di Velluto del 1989; è accaduto negli Stati Uniti, quando nacque il movimento nonviolento di Martin Luther King contro la segregazione razziale. Anche oggi, se nel nostro piccolo saremo capaci di costruire delle esperienze comuni con persone diverse, si può rivitalizzare la democrazia e creare dal basso modalità nuove di partecipazione che possono diventare esempi virtuosi per tutta la società.

Essere un argine all’odio in ogni luogo

Una volta odiare era considerato un sentimento da cui prendere le distanze. Oggi, al contrario, il disprezzo dell’altro è diventato una consuetudine.

Non si discute o si dissente, ma si disprezza e si attacca pubblicamente chi ha un'idea diversa.

Ogni cittadino ha la possibilità di contrastare questo odio se nella propria vita pubblica e privata è capace di manifestare sentimenti di rispetto. Aprirsi agli altri e sentirsi parte di un destino comune è la condizione per sottrarsi all’odio e all’invidia e provare il piacere di vivere la prossimità dell’altro. Come scrisse Etty Hillesum, l’odio è una malattia che deturpa la nostra anima e «ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale».

Avere un controllo sulle proprie parole

Oggi le parole non si perdono e si esauriscono tra le mura di casa e nelle discussioni nei bar, ma con i social si amplificano e durano nella memoria del tempo. Per questo, nella comunicazione virtuale, è importante autoimporsi un galateo etico che preveda l’umiltà di ricercare la verità, di citare le fonti, di evitare che una affermazione affrettata possa ferire una persona. Dobbiamo sempre ricordare il comandamento biblico “non mentire”, perché ogni informazione falsa fatta circolare, anche se in buona fede, inquina la vita democratica del nostro Paese. Possiamo, così, rendere nudo quel nuovo re che ci racconta che i cambiamenti climatici sono una invenzione, che il paese aggredito è un aggressore, che uno sterminio è solo propaganda politica, che un attacco ad un parlamento è legittimo, che dobbiamo difenderci dall’invasione dei migranti.

Essere custodi dell’etica della nonviolenza e messaggeri di pace Una delle grandi conquiste della democrazia è stata la creazione di istituzioni nazionali e sovranazionali che trasformassero le contrapposizioni in dialogo politico, sociale e culturale. Le Nazioni Unite sono nate per affermare il diritto internazionale e istituire luoghi di discussione per trovare soluzioni condivise ai conflitti. Oggi, questi organi non solo si dimostrano impotenti nelle crisi internazionali, ma sono messi in discussione da coloro che ritengono debba prevalere la legge del più forte.

Ognuno di noi ha la possibilità di arrestare il nuovo pericoloso fascino della violenza. Anche con piccole azioni quotidiane. Si può, per esempio, sostenere quei palestinesi e israeliani che, nel conflitto del Medio Oriente, cercano il dialogo e la condivisione; i russi e gli ucraini che cercano di costruire, nonostante la guerra, nuove relazioni; le associazioni di pace che operano in aree di conflitto costruendo scuole, ospedali, corridoi umanitari.

Ricreare lo spazio comune della pluralità umana

 Dobbiamo dare forza a tutti coloro che, nel mondo, in nome della nonviolenza e della sacralità della vita umana, si sentono messaggeri dello spirito della Convenzione di Raphael Lemkin del 1948 sulla prevenzione dei genocidi. Perché la storia ha insegnato che la stazione finale dell’odio, il genocidio, non giunge mai all’improvviso, ma arriva passo dopo passo, proprio quando le parole violente e malate contagiano le persone. Solo attraverso un lavoro interiore che ci fa riscoprire la dimensione morale, possiamo uscire dal nostro piccolo ego, ritrovare il gusto del dialogo con gli altri e la nostra appartenenza all’intera umanità.

 

*Presidente di Fondazione Gariwo

www.avvenire.it  


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