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venerdì 1 luglio 2022

L'IDENTITA' PERDUTA

                                                                            

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di Sabrina Corsello*


Vi era un tempo in cui la ricerca della propria identità era considerata parte costitutiva ed integrante di ogni crescita umana. In particolare, era l’adolescenza a segnare il momento di crisi o di passaggio all’età adulta per ogni giovane che inevitabilmente si trovava a dover fare i conti con i modelli genitoriali, le tradizioni e i valori della propria comunità di appartenenza.

Era dunque scontato pensare che ogni percorso di conoscenza di sé dovesse passare da una prioritaria assunzione critica della propria storia e da una rivisitazione dei valori sociali di riferimento. La “legge del padre”, i modelli sociali, la cultura dominante, rappresentavano allora il punto di partenza e al tempo stesso il limite-contenimento del processo di costruzione del proprio Sé.

Per quanto ancora oggi la ricerca della propria identità sia riconosciuta come un’aspirazione di ogni essere umano, tuttavia, ciò che oggi sembra sia venuto meno è lo spazio contenitivo in cui, fino ad un passato recente, si svolgeva questa indagine. Sembra che quel carico di inquietudine esistenziale che da sempre l’ha accompagnata, oggi difficilmente trovi il proprio contenimento all’interno di uno spazio rassicurante e ben definito dall’appartenenza ad una propria comunità. Ciò che è venuto meno non è dunque l’anelito personale alla ricerca di sé, ma l’idea che possa esistere una comunità capace di fornire un modello di riferimento. Ad emergere oggi, infatti, è una concezione individualistica che nella comunità non vede altro che una mera somma di individui i quali, non a caso, appaiono sempre più sradicali, privi di appartenenze e di valori condivisi.

Resa dunque ancora più complessa e problematica, la ricerca di se stessi ha così lasciato il posto ad un’ossessiva, ma ben più rassicurante, cura della propria immagine; le relazioni sociali sono state d’altra parte rimpiazzate dalle più comode connessioni e da un compulsivo collezionismo di contatti. Il nuovo identikit è dunque quello di un individuo che, di fatto, di comunità e di ricerca di bene comune sa ben poco.

Le leggi di un mercato globalizzato hanno spazzato via, infatti, quelli che un tempo erano valori consolidati e obiettivi esistenziali: la famiglia, la certezza del lavoro, il salario dignitoso, per lasciare spazio ai nuovi “valori” della flessibilità e competitività, dello sradicamento e precarietà. Tutti falsi miti di una società individualistica e totalizzante che è capace di subordinare tutto a quella prioritaria ricerca di profitto che sta determinando il passaggio dall’ homo politicus, comunitario e socievole per definizione, all’homo migrans, destinato a circolare come merce, sradicato, senza modelli di riferimento e fuori dal contenimento protettivo di una propria comunità.

Non c’è dunque da stupirsi se smarrimento, inquietudine e senso di inadeguatezza siano i sentimenti dominanti nelle nuove generazioni, troppo spesso giudicate irresponsabili e disimpegnate, ma raramente ascoltate e comprese nella loro oggettiva, oltre che soggettiva, difficoltà di vivere il proprio travaglio esistenziale senza veri punti di riferimento e avendo dinanzi un futuro che ogni giorno appare sempre più incerto. Non possiamo infatti non considerare che il difficile percorso di autoconsapevolezza oggi è stata reso ancor più complesso da un vero e proprio progetto culturale che mira scientemente a dissolvere ogni forma di identità, percepita come presunta minaccia alla libertà individuale di autodefinirsi e fonte di pericolosi contrapposizioni e conflitti. Se dunque, appena ieri, sarebbe stato impossibile prescindere dal riconoscimento delle appartenenze alla propria famiglia, alla propria Nazione, a un determinato credo religioso, oggi ci si sta spingendo persino verso la rimozione della stessa possibilità di definirsi a partire dal proprio sesso di nascita.

L’ideologia gender, infatti, sta provando a dissolvere la coscienza di genere, trasformando il dato biologico del sesso di nascita in mero fatto culturale che, in nome di una presunta libertà assoluta, deve anch’esso potersi considerare frutto di una scelta esclusivamente individuale. Il genere sessuale non sarebbe più dunque da considerare un dato biologico, cromosomico, perché il nuovo must impone che maschi o femmine non si nasce, ma si diventa. Dal gender si passa così dal cisgender o al transgender, a seconda che ci si riconosca o meno nell’identità di genere attribuita alla nascita, o al queer di chi addirittura rifiuta di dare un nome alla propria identità di genere o al proprio orientamento sessuale. Tutto appare lecito in uno spazio sempre più dominato da un artificio, che ogni giorno di più si manifesta come soppressione e superamento di tutto ciò che è natura.

A ben vedere, ciò che viene messo in discussione è la stessa possibilità di pensare l’esistenza di modelli in una società in cui l’unico paradigma è quello libertario, che non ammette definizione di identità a partire da appartenenze date. L’identità fluida diviene allora l’unica forma di identità possibile in una società che non a caso sceglie di definirsi liquida e che alla comunità di appartenenza preferisce quel melting pot che promuove la commistione di individui di origini, religioni e culture diverse, con la pretesa di voler costruire un’identità universalmente condivisa.

Alla base di questa ideologia vi è la convinzione che non ha senso parlare di anagrafe, di biologia, di cittadinanza, poiché ogni essere umano deve essere lasciato libero di andare a vivere dove ritiene, senza limitazioni e senza essere considerato un clandestino, perché l’unica definizione possibile è quella di essere cittadini del mondo e abitanti della Terra. Non sappiamo se tale progetto diverrà realtà o sia destinato a rimanere mera utopia. Intanto quel che è certo è che questo uomo migrante è tutto fuorché felice di essere costretto a lasciare i confini della propria terra, di dover rinunziare ai propri affetti per vagare in un mondo che è ben distante dall’utopia di pace promessa a chi crede nel one world no borders.

Di fatto ciò cui stiamo assistendo è il profilarsi di un homo vacuus, un uomo vuoto, svuotato di ogni identità ma al tempo stesso potenzialmente capace di assumerle tutte. C’è da chiedersi il perché di questo attacco frontale all’identità. Tra le possibili cause certamente quella del grande equivoco di un’egemonia culturale che ha confuso identità e identitarismo, nazione e nazionalismo, sesso e sessismo. In pratica è come se si fosse deciso di demolire qualcosa di significativo, solo in quanto avrebbe in nuce le potenzialità della sua stessa degenerazione.

C’è inoltre da considerare che la ratio apparente di tale demolizione risiede in un’idea astratta di uguaglianza che sarebbe preclusa e minacciata proprio dalla definizione di identità e di appartenenze precostituite. Paradossalmente, infatti, sarebbe proprio l’esigenza di garantire tolleranza e rispetto a giustificare l’affermazione di uguaglianza intesa come indifferenziazione.

In altre parole, il ragionamento sarebbe questo: se vogliamo essere uguali, dobbiamo rimuovere tutte le differenze che fanno sì che si sia diversi ossia, appunto, le diverse identità. Ma è proprio così? Davvero occorre sopprimere le identità per garantire uguaglianza? Se ci pensiamo bene, realizzare uguaglianza non vuol dire sopprime le differenze, ma far sì che, nonostante le differenze, si abbia tutti pari dignità. Così, ad esempio, non occorre demolire la differenza fra maschio e femmina, negarne le differenze biologiche, perché questi possano ritenersi uguali, ma occorre piuttosto lavorare per una società che sappia dare eguale riconoscimento ed eguale dignità all’uomo e alla donna, pur rispettandone le diverse identità.

 

* Laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Palermo, ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in Filosofia politica, presso l’Università degli studi di Pisa. Ha conseguito inoltre il titolo di Mediatrice familiare e comunitaria, presso l’Università Cattolica di Milano.

 

www.tuttavia.eu

 


venerdì 28 maggio 2021

IL TRANSUMANO E L'IDENTITA' DI GENERE


 L’architrave del ddl Zan è solo l’esito ultimo di un’ideologia che punta a cambiare la nostra condizione

La cancellazione della differenza sessuale consegna al mercato un individuo perfettamente neutro, soggetto fluido, precario assoluto. Perfino nel suo corpo

-         - di MARINA TERRAGNI

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L’allattamento maschile è una pratica già piuttosto diffusa nel mondo occidentale, in particolare negli Stati Uniti: atto politico-performativo e/o feticismo autoginefilo, senza troppe differenze. Indurre la produzione di latte in un maschio non è così difficile, basta l’assunzione off label e in dosi adeguate di un gastroprotettore piuttosto comune. Esiste anche la chirurgia di 'nullificazione del sesso' per persone non-binary: interventi demolitivi che rimuovono del tutto i genitali senza nemmeno abbozzare quelli del sesso opposto, conferendo al pube l’aspetto di quello di una bambola. Venduta – a tariffe ragguardevoli – come libertà, ricorda l’orrore delle mutilazioni genitali. Ecco il transumanesimo. Meglio distrarsi dai dettagli, per quanto stupefacenti, e osservare il quadro d’insieme. L’ orizzonte transumano sembra orientare sempre di più la proposta progressista: il vuoto del fine-guerra fredda si è progressivamente colmato di un dirittismo individualistico ossessivo. Modello di ogni libertà diventa potersi resettarsi in radice, nel corpo, manipolando e riconfigurando i propri caratteri sessuali primari e secondari o avventurandosi in percorsi di ibridazione almeno simbolica con le altre specie, e perfino con il non-vivente.

Le geografie politiche otto-novecentesche – destra e sinistra – non danno adeguatamente conto del quadro. Prendiamo la Spagna. Il Psoe, maggiore partito della sinistra, si oppone alla libera identità di genere, o self-id, ma non al commercio di ovociti (quel Paese è il più grande fornitore d’Europa). Non è raro vedere nelle università grandi cartelli pubblicitari per cooptare ragazze che non riescono a pagarsi gli studi. D’altro canto l’utero in affitto è sempre stato un cavallo di battaglia di Ciudadanos, formazione di destra.

Sui temi transumani la faglia destra-sinistra si muove a zig zag. E non basta nemmeno, come per altri temi sensibili, parlare di trasversalità. La bandiera, certo, è tenuta più alta da una sinistra che a quanto pare non trova altri contenuti per significare la propria vocazione al progresso, e cavalca il transumano come un destino ineluttabile: si veda l’ultima, iconica cover dell’Espresso con il transman incinta. Il popolo di sinistra spesso non capisce ma si adegua, autocensurandosi ed evitando la rogna del libero pensiero ' uncorrect'. Dal canto suo, la destra tende ad arroccarsi su posizioni esasperatamente conservatrici che si spingono fino al rifiuto della 'semplice' omosessualità. L’alternativa al progetto transumano non può venire di qui. E da dove, allora?

Il fatto è che questo progetto è in larga parte business, il che complica ulteriormente il quadro. Qualcuno ha calcolato che ogni bambina/o transitato verso l’altro sesso può fruttare a Big Pharma una media di 1 milione e 300mila dollari in terapie ormonali a vita e per inevitabili patologie iatrogene (esclusi interventi chirurgici ed eventuali complicazioni). Non è strano che la propaganda dei transattivisti punti alle scuole per introdurre prima possibile la libera scelta del genere e la cosiddetta 'carriera alias', ovvero la possibilità di essere riconosciuti e chiamati con nomi e pronomi corrispondenti al genere di elezione, diversi da quelli anagrafici. In Canada, paradiso del transumanesimo, nelle scuole è stato ingaggiato Gegi, magico unicorno che non solo aiuta i bambini a scegliere ma insegna anche, da amico del cuore, come difendersi da genitori impiccioni che provino a mettere i bastoni fra le ruote.

I profitti di Big Pharma però sono il meno. La questione del business transumano è molto più complessa e nessuno l’ha spiegata meglio del filosofo Ivan Illich, padre dell’ecologismo contemporaneo, che nel 1984 in Gender aveva profetizzato il «sogno futurista di una società moderna in cui le persone sono plastiche, e le loro scelte di di- ventare dentisti, maschi, protestanti o manipolatori di geni meritano tutte il medesimo rispetto». Illich lo chiama «imbroglio unisex » e vede l’annullamento della differenza sessuale come «un cambiamento della condizione umana che non ha precedenti » e che si rende necessario perché la differenza sessuale, «segno caratteristico della civiltà tribale e contadina», è ritenuta un «ostacolo allo sviluppo». «La scomparsa del genere – aggiunge – è la condizione decisiva dell’ascesa del capitalismo e di un modo di vivere che dipende da merci prodotte industrialmente»: se all’economia di sussistenza corrispondono differenza sessuale e relazioni, il mercato chiede l’individuo neutro. Illich gli dà il nome di neutrum oeconomicum, «soggetto su cui si basa la teoria economica ». Un soggetto fluido, flessibile, fungibile. Un precario assoluto, perfino nel corpo, soggetto-oggetto perfetto per il neocapitalismo liberale, in una logica del profitto senza regole, limiti o contrappesi.

Tradizionalmente la difesa dei capitalisti e del business sarebbe un lavoro della destra, non della sinistra. Qui in apparenza sta capitando il contrario. Ma le cose sono ancora più complicate. In effetti i più grandi capitalisti che la storia umana abbia mai conosciuto, capi delle aziende hi-tech della Silicon Valley (Google, Amazon, Facebook...) – i cosiddetti capitalisti della sorveglianza, come li chiama Shoshana Zuboff –, ostentano un look decisamente progressista. Posizionandosi dalla parte giusta della Storia, Mark Zuckenberg alla fine ha bannato Donald Trump. Eppure non aveva disdegnato di farci affari, vedi lo scandalo Cambridge Analytica. Business is business.

       Il diritto di fare profitti multimiliardari sfruttando i nostri dati sensibili ( big data) fa leva su un perfetto indifferentismo politico rivestito di progressismo. In realtà destra, sinistra, perfino la democrazia non contano più nulla se provano a ostacolare il profittevole lavoro degli algoritmi. I nostri avatar social somigliano ai nuovi avatar di carne post-umani, corpi 'liberamente' smontati e riassemblati in identità alias.

Nel suo Il capitalismo della sorveglianzaZuboff chiarisce che il vero obiettivo delle aziende della Valley non è tanto scrutare i nostri comportamenti quanto piuttosto influenzarli e modificarli per massimizzare i profitti. A quanto pare lavorare sui comportamenti non basta più: anche i nostri corpi, come profetizzato da Illich, vanno modificati per le ragioni del profitto. I social ci fanno sentire liberi, e anche la guerra contro il corpo nella nuova dimensione onlife – definizione del filosofo della comunicazione Luciano Floridi –, ambiente delle nuove generazioni, viene venduta come libertà. I l transumanesimo si presenta come una cosa nuova: non lo è affatto. Appare come futuro ma è solo l’ultima – forse l’estrema – figura fenomenologica e glitterata di un passato brutale e arcaico. L’uomo che allatta è la perfetta rappresentazione di quel moto invidioso delle origini che ha dato vita all’oppressione patriarcale. La negazione della realtà del corpo – questa volta in direzione di un impalpabile percepito, l’«identità di genere» – è una mossa antica e reiterata nei millenni. È rinascere dalla testa maschile purificati dalla materia femminile. La stessa storia di sempre. Ma il transumanesimo non è affatto un destino ineluttabile. L’alternativa è lì dove è sempre stata, se la si fosse voluta vedere. È ricominciare dal punto in cui si è generato l’errore capitale: l’aver fatto della donna l’Altro, l’eccentrico e l’abietto, per fare largo a un unico Soggetto sessuato al maschile. L’alternativa è ripartire da quella relazione materna, aggredita ovunque, che oggi costituisce l’estremo punto di resistenza. Se il soggetto del transumanesimo è l’individuo assoluto irto di diritti, quello del neoumanesimo è più donna che uomo. Meglio: è l’inscindibile due rappresentato dalla relazione materna, l’atomo non divisibile di una nuova possibile civiltà umana a radice femminile. Ci si deve porre in ascolto autentico delle donne, non limitarsi alla graziosa concessione di diritti. Si deve guardare quello che stanno facendo in difesa delle bambine e dei bambini, figli reali e simbolici, di loro stesse, della continuità della vita. Si deve saper riconoscere che la posizione della donna non è ai margini, dove è stata sospinta. Che le donne non sono una minoranza – come la definisce strabicamente il ddl Zan –, bisognosa di tutela e di politiche inclusive. La natura ha collocato la donna al centro insieme al figlio. Ne ha fatto la madre del mondo. Sono capaci gli uomini di accettare questa centralità e questa autorità femminile, che è al contempo cura, e di mettersi in ascolto autentico delle donne? Perché altra strada non c’è.

Su questi nodi la faglia culturale destra-sinistra si muove in modo imprevedibile. Né l’ossessivo «dirittismo» individualistico né il rifiuto dei temi più controversi offrono risposte a un progetto di manipolazione senza precedenti L’estremo punto di resistenza è l’insuperabile relazione materna, fondamento di un neoumanesimo a radice femminile.

 

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