Visualizzazione post con etichetta Morin. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Morin. Mostra tutti i post

giovedì 4 giugno 2026

GLI ANTICORPI DELLA PACE

 


Kennedy, Morin

 e il compito 

più urgente


-di MARCO IMPAGLIAZZO

Oltre 60 anni fa, il 10 giugno 1963, nei mesi successivi alla crisi di Cuba che aveva fatto temere una nuova guerra mondiale, John Fitzgerald Kennedy pronunciò un discorso all’American University di Washington che sarebbe passato alla storia come il peace speech: « Ho scelto questo luogo e questo momento per parlare di un tema di cui troppo spesso non si coglie l’importanza, ovvero la pace nel mondo», esordì il presidente statunitense. Per poi continuare: «Quale pace intendo? Che tipo di pace cerchiamo? Non una pax americana, imposta al mondo con le nostre armi. Sto parlando di una pace autentica, il tipo di pace per cui vale la pena vivere. Non abbiamo nessun compito più urgente della ricerca di questa pace».

Si tratta di frasi che segnalano lo iato tra il nostro tempo – figlio invecchiato dell’ordine bipolare, attraversato da mille tensioni, assuefatto alla parola “riarmo” – e una stagione in cui, come ha scritto il Papa nella Magnifica humanitas, «permaneva la consapevolezza che occorresse evitare ad ogni costo un nuovo conflitto mondiale».

Ma il discorso kennediano offre anche altre ragioni per accostare quelle parole ai giorni nostri: «Qualcuno dice che non ha senso parlarne [di pace] finché i leader sovietici non adotteranno una politica più illuminata. Io spero che lo facciano. E credo possiamo aiutarli a farlo. Ma credo anche che dobbiamo riesaminare il nostro atteggiamento nei loro confronti». Non si tratta, oggi come allora, di confondere tra aggressori e aggrediti, ma di rifiutare la logica del “noi che abbiamo ragione” contro “loro che hanno torto”.

Da leader di una superpotenza che si è sempre considerata dalla parte del “bene”, Kennedy metteva infatti in discussione un modo di agire e un’autocoscienza consuetudinari. Quanta differenza con chi, oggi, non cessa di demonizzare gli altri, non si vergogna dei doppi standard di giudizio e dimette non solo ogni sforzo diplomatico, bensì ogni tentativo di comprensione dell’Altro, con i risultati che vediamo in Medio Oriente, dove si è finiti per cadere nella trappola della propria stessa propaganda.

«Questo è un modo di pensare pericoloso», insisteva Kennedy, «perché porta a ritenere che la guerra sia inevitabile, che l’umanità sia condannata, che siamo preda di forze oltre il nostro controllo. E dunque, senza essere ciechi quanto alle differenze tra noi e loro, rivolgiamo l’attenzione a ciò che ci unisce, ai nostri comuni interessi, e ai modi con cui le differenze possono essere appianate. Perché, in ultima analisi, il legame fondamentale che abbiamo, noi e loro, è il fatto che abitiamo tutti questo piccolo pianeta. Che respiriamo tutti la stessa aria. Che ci prendiamo tutti cura del futuro dei nostri figli. E che siamo tutti mortali». Sono parole che, immersi nell’attuale clima geopolitico, ci paiono sorprendenti, ma sono semplicemente vere. Anche oggi «abitiamo tutti lo stesso piccolo pianeta» anche se ci siamo messi a giocare col fuoco accettando, come scrive Leone XIV, «una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre l’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione».

La memoria

«Senza una memoria viva degli orrori della guerra», aggiunge il Papa, «le decisioni politiche rischiano di essere prese sulla base di calcoli di forza, privi di una visione delle conseguenze a lungo termine». Che fare, dunque oggi? Il grande filosofo appena scomparso, Edgar Morin, era molto preoccupato per un’epoca, la nostra, in cui si vive “da sonnambuli” come prima della Grande Guerra in cui «l’inumano dilaga, l’umano va a rotoli, il semplicismo trionfa, la complessità regredisce ». Era però altrettanto convinto – così in una delle sue ultime interviste – che «abbiamo dentro di noi gli anticorpi» che devono essere nutriti da «amicizia, solidarietà, fraternità, comunione, amore, capolavori della poesia, della letteratura, della musica, della pittura, del cinema». In altre parole, abbiamo in noi stessi – se coltivati – gli strumenti per «resistere alla barbarie del mondo ». Perché «tutte le vie nuove che ha conosciuto la storia sono state inattese, figlie di deviazioni che poi hanno potuto radicarsi, diventare tendenze e forze storiche». Sì, la storia può essere “piena di sorprese”. Può esserlo ancora se non cederemo al bellicismo, se disinnescheremo le narrazioni parziali e fuorvianti, se sapremo parlare delle mille cose preziose che ci rendono uomini, se sapremo, come sosteneva Morin, «creare oasi di resistenza fondate sulla fraternità, sulla solidarietà umana, sul rifiuto dell’egoismo trionfante».

www.avvenire.it

 Immagine

sabato 30 maggio 2026

ADDIO EDGAR MORIN

 "Il mio percorso spirituale è un'avventura durata cento anni, in cui ho fatto della mia vita unaricerca soggettiva originarian di verità, una ricerca  fuori strada, e di questa ricerca fuori strada una ricerca di me stesso. 

E' morto a 104 anni Edgar Morin, filosofo, sociologo, antropologo e figura centrale della sinistra intellettuale francese contemporanea. Autore di oltre cento libri tradotti in una trentina di lingue, Morin è stato uno dei pensatori più noti al grande pubblico, anche per la sua insistenza sulla "pensée complexe", il "pensiero complesso", nozione ripresa e resa popolare anche dal presidente francese Emmanuel Macron.

"Fino ai suoi ultimi giorni, Edgar Morin è rimasto attento al mondo, agli altri e alle grandi sfide umane che hanno nutrito il suo pensiero", ha dichiarato la moglie Sabah Abouessalam Morin in una nota all'Afp. "Oggi il vuoto che lascia è immenso. Ma il suo coraggio, la sua fedeltà alle persone e alle idee, il suo rigore morale e la sua speranza continuano a guidarci", ha aggiunto.

La vita

Nato l'8 luglio 1921 a Parigi in una famiglia ebraica sefardita originaria di Salonicco, Edgar Nahoum, questo il suo nome di nascita, perse la madre all'età di dieci anni. Studiò alla Sorbona, dove conseguì lauree in storia e diritto. Dopo aver frequentato ambienti libertari favorevoli al campo repubblicano nella guerra civile spagnola, aderì al Partito comunista francese nel 1942. Durante la Resistenza assunse lo pseudonimo di Morin, che avrebbe poi mantenuto.

Fu escluso dal Pcf nel 1951 per le sue critiche alla linea staliniana della direzione. "Fu come un dolore d'infanzia, enorme e molto breve", avrebbe raccontato più tardi. La rottura con il comunismo arrivò poco dopo la pubblicazione del suo primo libro, L'An zéro de l'Allemagne, dedicato all'occupazione della Germania, alla quale aveva partecipato nell'esercito francese. Il distacco dal comunismo si legò a una più ampia postura critica, che avrebbe attraversato tutta la sua opera e che trovò una tappa importante in Autocritique, pubblicato nel 1959.

Entrato al Cnrs come sociologo, Morin si dedicò presto a temi allora innovativi: il cinema, la moda, la cultura di massa, il fenomeno delle star e le dinamiche della voce pubblica. In La Rumeur d'Orléans, del 1969, analizzò una vicenda che aveva colpito l'opinione pubblica francese, quella della falsa voce secondo cui responsabili di un grande magazzino avrebbero fatto sparire donne per alimentare un traffico di tratta.

Dopo alcuni anni, trascorsi in America latina, nel 1969 fu invitato all'Istituto Salk di San Diego, in California. Da quell'esperienza nacque Journal de Californie, nel quale studiò la regione come laboratorio della modernità. Negli anni successivi avviò la sua opera maggiore, La Méthode, una serie di sei volumi pubblicati tra il 1977 e il 2004: La Nature de la nature, La Vie de la vie, La Connaissance de la connaissance, Les Idées, L'Humanité de l'humanité ed Éthique.

La Méthode

Con La Méthode, Morin cercò di confrontare e collegare i metodi delle scienze umane con quelli delle scienze biologiche, promuovendo una visione transdisciplinare del sapere. Partecipò anche, insieme ai biologi Jacques Monod e François Jacob, alla creazione del Centro internazionale di studi di biologia e antropologia fondamentale all'abbazia di Royaumont.

"Quando un sapere frammentario e disperso ci rende sempre più ciechi davanti ai nostri problemi fondamentali, l'intelligenza della complessità diventa un bisogno vitale per le nostre persone, le nostre culture, le nostre società", scriveva in occasione di un colloquio organizzato dall'Associazione per il pensiero complesso, fondata da lui nei primi anni Duemila. Per Morin, la complessità, dal latino complexus, "ciò che è tessuto insieme", era il tratto stesso della realtà, irriducibile a un unico schema di spiegazione.

Morin si definì sempre agnostico, o anche "incredulo radicale". Nessuna concezione del mondo, sosteneva, può considerarsi depositaria della Verità, e le rappresentazioni filosofiche e religiose devono poter coesistere in un insieme multicivilizzazionale.

Una "politica di civiltà", la formula ripresa da Macron

Nel 2007, con L'An 1 de l'ère écologique: la terre dépend de l'homme qui dépend de la terre, Morin avviò un dialogo con Nicolas Hulot sulla necessità di promuovere una "politica di civiltà", orientata a rimettere l'uomo al centro della politica e a privilegiare il "vivere bene" rispetto al semplice benessere.

La formula ebbe ampia fortuna mediatica e fu ripresa per un periodo dal governo di Nicolas Sarkozy, da cui Morin prese poi le distanze.
Negli anni Duemila dedicò numerosi libri ai grandi temi dell'attualità: educazione, ambiente, politica internazionale. Pubblicò anche volumi di dialogo con personalità molto diverse, tra cui Boris Cyrulnik, Jean Baudrillard, Stéphane Hessel, François Hollande e Tariq Ramadan. 

"Israel-Palestine: le cancer", la polemica per l'articolo su Le Monde

Nel giugno 2002 suscitò una vasta polemica firmando con Danièle Sallenave un articolo su Le Monde intitolato "Israel-Palestine: le cancer", nel quale denunciava la politica israeliana verso i palestinesi. L'articolo gli valse un procedimento promosso da associazioni come France Israel e Avocats sans frontières. Alcuni critici gli rimproverarono anche di sottovalutare la rinascita dell'antisemitismo in Francia e di coltivare una visione multiculturale giudicata troppo idealizzata.

Rai News


 

martedì 23 gennaio 2024

UN ANTIDOTO ALL'INDIFFERENZA

L’indifferenza sta alla radice dell’amoralità,

è la linfa che la nutre,

è un veleno che penetra nel cuore degli umani

 fino a renderli insensibili alla sofferenza degli altri,

ma dobbiamo anche dire che è vigliaccheria,

 e quindi complicità con chi fa il male.

  

-    


 -    di ENZO BIANCHI

-          

Ancora una volta Edgar Morin ha denunciato che il male più grande e diffuso, che come una pandemia ammorba la nostra società, è l’indifferenza: questo restare insensibili rispetto a ciò che succede e alle persone che ne sono vittime, questo passare oltre che Gesù ha stigmatizzato. Lo ha fatto in particolare nella parabola del samaritano che vede l’altro, si fa vicino e si prende cura della vittima delle violenze, a differenza del sacerdote e del levita che passano oltre. Sì, noi siamo diventati indifferenti al conflitto tra Russia e Ucraina, alla terribile guerra che Israele continua a combattere contro Hamas nel territorio di Gaza, siamo ormai abituati a leggere notizie di naufragi di poveri migranti nel nostro Mediterraneo e a ricevere informazioni di eventi mortiferi per i popoli del globo.

L’indifferenza sta alla radice dell’amoralità, è la linfa che la nutre, è un veleno che penetra nel cuore degli umani fino a renderli insensibili alla sofferenza degli altri, ma dobbiamo anche dire che è vigliaccheria, e quindi complicità con chi fa il male.

Sabato 27 faremo memoria della Shoah, della catastrofe voluta, progettata e realizzata dal nazismo e dal fascismo e sarebbe l’occasione per assumere e confessare l’indifferenza dei nostri popoli, a partire da quello italiano che ha per anni permesso questa persecuzione e questo genocidio senza che si levassero parole di denuncia, o senza che si risvegliasse una responsabilità capace di ribellione.

Perché quando si condanna ciò che ha permesso la Shoah si pensa solo a un’ideologia precisa, alla follia di un sentimento di elezione e non si pensa soprattutto all’indifferenza che l’ha resa possibile?

Ma anche a livello di relazioni personali oggi è l’indifferenza a determinare il clima sociale: dell’altro non ci sentiamo responsabili, può essere ignorato, non ci riguarda. Diamo importanza all’individuo e obbediamo a un’antropologia individualista che ci induce a guardare solo a noi stessi. Eppure i maestri ci hanno svelato il fondamento dell’etica: la relazionalità. È la relazione che impone la responsabilità, la cura dell’altro e impedisce ogni forma di indifferenza. Non basta sentire, sapere, ma occorre entrare nelle situazioni di sofferenza fino ad abbracciare, toccare le vittime, mano nella mano. Solo quando si arriva alla compassione, a soffrire con l’altro, si può anche assumere la responsabilità dell’altro e ribellarsi, denunciare il male e l’ingiustizia. E questa assunzione di responsabilità, questo prendersi cura, non può riguardare solo i “nostri”, i vicini, ma anche quelli con i quali non entreremo mai in contatto, il “terzo”, come lo chiama Paul Ricoeur. In questo modo l’etica diventa antidoto all’indifferenza, che è sempre negazione delle relazioni sociali e complice di ogni violenza non contrastata. Un giorno si dirà: come è potuto accadere che all’inizio del terzo millennio siamo in guerra in Europa, in Medio Oriente, e ci sia un’ecatombe di migranti nel Mare Nostrum? E si risponderà: per indifferenza.

Alzogliocchiversoilcielo

mercoledì 29 settembre 2021

EDGAR MORIN: L'ILLUSIONE DELL'UOMO "AUMENTATO"


Noi, la pandemia e il futuro che ci aspetta:

 a colloquio con il filosofo e sociologo francese conosciuto in tutto il mondo per i suoi studi sul "pensiero complesso"

                                                                             Hélène Destombes – Città del Vaticano

Conosciuto in tutto il mondo per i suoi lavori sul “pensiero complesso”, Edgar Morin (pseudonimo di Edgar Nahoum) è nato l’8 luglio 1921 in una famiglia ebrea. Amante della poesia, negli ultimi decenni ha partecipato agli eventi più significativi della nostra storia, ha conosciuto il lutto — ha perso la madre quando aveva solo 10 anni — la guerra e numerose crisi politiche, economiche e sociali. Dall’inizio della pandemia di Covid-19, ha proposto una riflessione sulle lezioni di questa recente crisi, che ha gettato il mondo nell’incertezza, e sui cambiamenti necessari per edificare una società più giusta e fraterna. Ho avuto l’opportunità di incontrare, a Roma, un centenario sempre appassionato dell’umanità e delle sue vicissitudini, che ha conservato la capacità di meravigliarsi e di lasciarsi affascinare dalla realtà.

Che ne pensa della crisi attuale legata alla pandemia di covid-19 che interessa il mondo intero?

Questa pandemia a carattere virale ha suscitato un fenomeno mondiale multidimensionale che non riguarda solo la salute, ma anche la vita quotidiana, con i lockdown che hanno posto il problema del rapporto con il lavoro e hanno cambiato lo stile di vita che avevamo in precedenza. C’è anche il problema della crisi economica e di una crisi della globalizzazione che ha mostrato di non avere creato solidarietà internazionale.

Questa crisi obbliga a quello che io chiamo “un pensiero complesso”, capace di collegare aspetti diversi e di non separare quello sanitario da quello economico, piscologico, o addirittura religioso. Sono implicati tutti gli aspetti della vita umana. È quindi necessario un pensiero molto ampio, che non sia unilaterale, è un punto fondamentale.

Bisogna pure abbandonare un modo di pensare lineare che consisteva nell’avere l’impressione che la storia progredisse e che si potessero prevedere fin da ora gli anni 2030 o 2050, senza tener conto delle enormi incertezze. C’era il regno di un pensiero lineare, di un pensiero puramente quantitativo, che vedeva i problemi umani solo attraverso il calcolo, mentre il calcolo non capisce niente delle nostre emozioni e della nostra vera vita. Il modo di pensare di cui disponiamo non è perciò adeguato a pensare non solo il mondo e noi stessi, ma anche la pandemia.

Quale deve essere il cambiamento di paradigma?

È necessaria una riforma della conoscenza. Non bisogna solo cambiare vita, occorre anche cambiare via. Bisogna non solo rinunciare al consumo di oggetti futili, dal valore puramente immaginario, ma bisogna anche ritornare all’essenziale, a ciò che è umano, ossia le relazioni, lo stare insieme. C’è una riforma della vita che dovrebbe essere attuata e che, purtroppo, ancora non lo è. È necessaria una riforma politica. Bisogna introdurre il gigantesco problema ecologico nella politica: la lotta contro ogni forma d’inquinamento, contro il degrado del suolo, la distruzione della biodiversità e contro il cambiamento climatico. Tutto ciò può dare lavoro, mobilitare forze e creare un’economia che, tra l’altro, avrebbe un carattere sociale e farebbe regredire il potere enorme del profitto sul mondo di oggi. Abbiamo di fronte problemi enormi e la pandemia deve risvegliarci. Purtroppo non ci è ancora riuscita.

Lei ha osservato l’essere umano per decenni, le sue ombre e le sue luci. Crede nella sua capacità di ripensare il nostro modo di vivere, di consumare, ma anche d’interagire?

Un certo modo di consumare sta emergendo molto lentamente in seno a una piccola porzione della popolazione, con l’abbandono di tutto ciò che inquina, ma sta cominciando in forma sparsa. Non c’è una forza politica coerente che consenta di offrire questa prospettiva e di coinvolgere ampiamente le popolazioni. Siamo agli inizi esitanti di quella che potrebbe essere una riforma di vita.

Papa Francesco nei suoi auguri, in occasione del suo centenario, ha reso omaggio alla sua volontà di edificare una società più giusta e più umana. Quale sono i punti chiave per realizzarla?

Le premesse consistono nella presa di coscienza della comunanza di destino di tutti gli esseri umani nell’epoca della globalizzazione, ossia dei pericoli nucleari, dei pericoli della follia fanatica, del pericolo del dominio del profitto. L’umanità è in una fase della sua storia piena di pericoli e al tempo stesso piena di promesse tecniche o scientifiche. Ma persino le sue promesse hanno un duplice volto. Favoriscono l’idea, che ha dominato la civiltà occidentale, pessima a mio avviso, di dominare la natura e di dominare il mondo. E il transumanesimo riprende i concetti attuali della tecnica, dell’informatica, dell’intelligenza artificiale per creare un uomo cosiddetto immortale che dominerà il mondo e i pianeti. È una follia!

Oggi non bisogna fare l’uomo aumentato ma l’uomo migliorato, a partire delle risorse buone che ha in sé. Non siamo ancora a questo punto. La coscienza della comunanza di destino sarebbe un elemento fondamentale per andare verso un altro mondo perché, a quel punto, le nazioni potrebbero federarsi e si potrebbe giungere a quello che è un sogno, ma possibile, ossia la pace sulla terra. Esiste quindi un insieme di condizione che consentirebbe questo cammino. Bisogna continuare ad avanzare sì con problemi, con conflitti, ma facendo in modo che quelle che io chiamo le forze di Eros abbiano sempre più la meglio sulla forza di Polemos e di Thanatos. Occorre rinforzare Eros rispetto a Polemos e a Thanatos.

Lei ha costellato la sua vita di poesia. È stata la poesia ad aiutarla a superare le numerose prove che ha attraversato?

La poesia non consiste solo nei poemi che amo e che continuo a recitare, che mi sostengono e che sono importanti. C’è anche la poesia della vita. Colgo la verità profonda di quello che dicevano i surrealisti della poesia, che non è solo una cosa scritta ma una cosa vissuta. Nella mia concezione dell’umano, trovo che la nostra vita sia bipolarizzata tra prosa e poesia. La prosa sono le cose che facciamo per costrizione, che non ci piacciono, che facciamo per obbligo, per sopravvivere, mentre la poesia è vivere veramente, e vivere è dischiudersi, è comunicare, è ammirare, è meravigliarsi ed è gioire del piacere di una bella musica, come pure del piacere di una relazione amorosa, o di bel paesaggio o di una partita di calcio.

La poesia della vita permette sempre la comunione con gli altri o la comunione con il mondo, con le cose. Si dimentica spesso che ci sono tantissime persone che sono condannate alla prosa e che meriterebbero di poter accedere alla poesia. Io non ho mai cercato la felicità. La felicità è arrivata per caso, per un insieme di circostanze che all’inizio non avevo immaginato. E quella felicità è durata qualche mese o qualche anno, ma alla fine si è dissolta con la morte delle persone care. La felicità, rappresentata da quei periodi meravigliosi, non è duratura. Ma la poesia è qualcosa che si può coltivare tutta la vita e che dà una sensazione di felicità.

La bellezza salverà il mondo, suggerisce Dostoevskij. Lei pensa che la poesia possa salvare il mondo?

Salverà il mondo se verrà davvero applicata, perché ha in sé la parola bellezza.

A quali fonti possiamo attingere oggi per riacquistare la capacità di meravigliarci?

Le fonti sono molteplici perché riacquistare la capacità di meravigliarsi  viene da  fatto di vivere poeticamente. E ciò si può vivere anche attraverso le relazioni con gli altri, quando sono intense, aperte, piene di fraternità e di amore. Credo inoltre che occorra nutrirsi di cultura: di letteratura, di musica, di poesia, di belle arti. Le fonti sono quindi nelle nostra potenzialità di esseri umani che si manifesta fin dall’infanzia, con la capacità di meravigliarsi.

Il grande problema è che la vita presenta crudeltà, orrori. Quando si guarda, per esempio, a quello che sta accadendo oggi in Afghanistan non ci si può meravigliare, al contrario si prova un sentimento terribile. In questo momento in Francia si sta svolgendo il processo ai terroristi che hanno compiuto un massacro nella sala del Bataclan (e nelle terrazze di Parigi, come pure a Saint-Denis, ndr). È una cosa orribile che ti segna, anche se non senti il desiderio di vendetta, che io non ho mai sentito, ma provi una sensazione terribile. Ma se si è capaci di meravigliarsi, si attinge da lì la forza per ribellarsi contro queste crudeltà, questi orrori. Non bisogna quindi perdere la capacità di meravigliarsi.

 Vatican News

mercoledì 7 luglio 2021

EDGAR MORIN, CENTO ANNI! AUGURI!


I cento anni di Edgar Morin: 

filosofo della complessità e dell’ossessione per la verità

Un secolo di vita per Edgar Morin, pseudonimo di Edgar Nahoum,  nato a Parigi l'8 luglio 1921, gran parte del quale speso a soddisfare la sua curiosità sull’essere umano

-          di Luigi Maria Epicoco – Città del Vaticano

          

C’è un episodio illuminante alla comprensione di Edgar Morin, il filosofo della “complessità”, e che, come bene egli stesso ha intuito, è stato forse l’anima nascosta di tutta la sua lunga vita e la sua opera: «La morte di mia madre, avvenuta quando avevo solo dieci anni, è l’evento più importante della mia vita e le sue conseguenze decisive per il mio destino. Non avevo capito che quella morte era inseparabile dalla mia ossessione per la verità. Mio padre, infatti, aveva cercato di nascondermi quella morte, credendo di potermi illudere inventando tutti quegli stupidi racconti sulla sua partenza; ma io in realtà avevo capito, sapevo dell’irreparabile sin da quando avevo visto, il giorno stesso del funerale, le sue scarpe e il suo vestito nero. All’orrore per la perdita dell’amore si legò allora in me, e irrevocabilmente, l’orrore per la menzogna. Disgustato dalla pietosa e ottusa bugia di mio padre, ho finito per nascondergli la mia stessa tristezza: non gliela ho mai mostrata, ed egli l’ha scoperta solo quarant’anni dopo, quando l’ho evocata nel mio Diario di California. Non ho mai preteso di possedere la verità, ma sono sempre stato ossessionato dall’errore e dalla cecità».

Se dovessimo trovare un terreno comune di dialogo tra Morin e il Cristianesimo, forse lo potremmo trovare esattamente in questa “ossessione”. La passione per la Verità crea una solidarietà umana che ci fa riconoscere tutti sulla stessa barca, tutti con la medesima domanda.  E se le risposte inevitabilmente ci separano, la domanda però crea un legame di simpatia e mutuo rispetto. Morin, infatti, non ha mai nascosto l’eredità ricevuta più da Spinoza che dal Vangelo stesso: «Ho personalmente una concezione erede di Spinoza, basata sulla capacità creatrice della natura. Credo che la creatività non nasca da un creatore iniziale, ma da un evento iniziale». Sembra completamente assente la figura di Gesù come figlio di Dio, recuperato invece solo in chiave meramente orizzontale. Sembra di sentire le risposte che i discepoli danno a Gesù quando li interroga su cosa la gente pensa di lui: «Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti”» (Mc 8, 28). Ma anche se manca in Morin la messa a fuoco principale su Gesù, egli non perde di vista ciò che sta a cuore al Suo messaggio, come testimonianza che il cammino della ragione laica condotto con lealtà conduce alle medesime priorità della ragione credente. Ecco perché i temi cari a Morin li ritroviamo chiari anche nel Magistero degli ultimi anni.

Ad esempio, in occasione della pubblicazione della lettera enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, Morin rilasciò un’intervista al giornale francese «La Croix» sottolineando ciò che spesso una narrazione eccessivamente veloce e superficiale non riesce a cogliere del pensiero della Chiesa attuale: «Francesco definisce “l’ecologia integrale”, la quale non è affatto quell’ecologia “profonda” che pretende di convertirci al culto della Terra, subordinando tutto il resto. Egli mostra che l’ecologia riguarda le nostre vite in profondità, la nostra civiltà, i nostri modi d’agire, le nostre riflessioni. Più profondamente, critica un paradigma “tecno-economico”, questo modo di pensare che presiede tutti i nostri discorsi, rendendoli obbligatoriamente fedeli ai postulati tecnici ed economici per risolvere ogni cosa. Questo testo segna al contempo una presa di coscienza, un incitamento a ripensare la nostra società e ad agire». Morin coglie ciò che molto spesso sfugge anche a noi credenti: la parola di Papa Francesco non è una parola che si adegua a una visione mondana della storia attuale, è invece parola che prende sul serio la complessità del nostro esistere e ridà profondità a temi, come quelli della cura del creato, che rischiano di diventare ideologici.

Ed è proprio a partire dal rischio ideologico che Morin continua la sua riflessione attenta sul pensiero del Papa, cogliendo l’invio a riscoprire un umanesimo nuovo diverso da un antropocentrismo ateo: «Precisiamo la nozione di umanesimo — continua Morin — la quale ha un senso doppio, come d’altronde dice Francesco nel suo discorso, criticando una forma di antropocentrismo. Esiste in effetti un umanesimo antropocentrista, che mette l’uomo al centro dell’universo, che considera l’uomo come solo soggetto dell’universo. Insomma, in cui l’uomo prende il posto di Dio. Non sono credente, ma penso che questo ruolo divino che l’uomo talvolta si attribuisce sia assolutamente insensato. E una volta scivolati in questo principio antropocentrista, la missione dell’uomo, molto chiaramente formulata da Cartesio, è di conquistare e dominare la natura. Il mondo della natura è diventato un mondo di oggetti. Il vero umanesimo consiste al contrario nel riconoscere in ogni essere vivente al contempo un essere simile e diverso da me». Morin ovviamente non riesce a cogliere che la riflessione di Papa Francesco nasce proprio dalla categoria cristiana della centralità del Cristo uomo-Dio. Solo perché Cristo è al centro della realtà, e della realtà dell’uomo, che possiamo cogliere la verità dell’uomo nella sua complessità e intrinseca relazionalità con se stesso, con gli altri e con il creato. Se Morin vi giunge per sensibilità, il pensiero cristiano vi giunge attraverso la via della fede. Ragione e fede, quindi, non sono in opposizione ma sono davvero «le due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità» (Fides et ratio, 1).

Un altro aspetto da sottolineare è lo sguardo escatologico di Morin sulla realtà. Ovviamente usiamo il termine escatologico in senso lato, intendendo la capacità di saper vedere oltre ciò che la realtà stessa mostra di se stessa.

In un tempo come il nostro dominato da statistiche e calcoli che non lasciano molto spesso spazio alla speranza, Morin, ci offre la fiducia in un imprevisto che sembra essere sempre sotteso alla storia e per cui vale la pena vivere: «Non sono né ottimista né pessimista. Se dovessi guardare con freddezza alla realtà, non potrei nutrire speranze. Ma la storia dell’umanità ci insegna che la salvezza si manifesta all’improvviso e inaspettatamente. Come scriveva il poeta Höldelin, “là dove c’è il pericolo, lì sorge la salvezza”. Siamo fatti in modo che, solo allorché cadiamo nel baratro, prendiamo coscienza della situazione. Non penso nemmeno, con Gramsci, che si debba parlare di ottimismo della ragione e pessimismo della volontà, perché è la ragione a mostrarci i pericoli che corriamo. Sento che siamo in pericolo, e tutto il mio sforzo è teso a impedire che esso ci distrugga». Ci verrebbe da dire che aveva ragione il poeta Eugenio Montale: «Un imprevisto / è la sola speranza».

 

Vatican News

 

 

venerdì 2 luglio 2021

EDGAR MORIN: CENTO ANNI


 Cento anni di Edgar Morin. 

Il Papa: una vita a servizio di un mondo migliore

Francesco si unisce alla giornata speciale di celebrazione che l’Unesco dedica al filosofo e sociologo francese, incontrato in Vaticano nel 2019, con parole di ringraziamento e stima. Un omaggio all’opera e al pensiero di Morin, attento ai valori della cooperazione, della democrazia, dell’accoglienza

 -         di Gabriella Ceraso

       

Felicitazioni e auguri per “una lunga vita ricca di avvenimenti e incontri” e per un’opera intellettuale instancabile e “difficile da contenere in poche parole”. Francesco si fa presente alla tavola rotonda che oggi l’Unesco dedica al filosofo e sociologo francese Edgar Morin, pseudonimo di Edgar Nahoum, nato a Parigi da una famiglia ebrea sefardita, protagonista e osservatore di un secolo di storia che ha vissuto nelle sue svolte cruciali. Con questa, come con altre iniziative nel panorama culturale mondiale, si prepara il compleanno, il prossimo 8 luglio, di questo intellettuale, scrittore, scienziato, studioso complesso con a cuore il destino dell'umanità di cui ha sempre esaltato il senso di responsabilità e gli slanci vitali pur non nascondendone i limiti.

Testimone e analista di cambiamenti sociali

Il messaggio del Papa a firma del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin è stato letto da monsignor Francesco Follo, Osservatore permanente della Santa Sede, presso l’organismo delle Nazioni Unite dedicato alla cultura. Il filosofo francese - il cui entusiasmo il Papa ricorda bene dall’incontro avuto in Vaticano il 27 giugno 2019 - spicca nelle parole di Francesco non solo come “testimone privilegiato di profondi e rapidi cambiamenti” sociali, ma anche come attento analista che, col discernimento, in questo cammino dei tempi, ha tratto “speranze” e ha messo in guardia dai rischi possibili per l’umanità. In particolare il Pontefice rimarca il ruolo di Morin nel richiamare -  per esempio col concetto di "scienza con coscienza" -  al progresso morale e intellettuale perché procedano insieme all’avanzare di scienza e tecnologia per evitare catastrofi. La consapevolezza del fragile destino dell’umanità ha impegnato inoltre - ricorda il Papa - lo studioso francese nel promuovere la necessità di una “politica di civilizzazione”, con al centro l’uomo e non il denaro. Ma soprattutto insieme a molti altri intellettuali eminenti, Morin ha lavorato - riconosce il Papa - per la “cooperazione tra popoli”, la “costruzione di una società più giusta e più umana”, per il “rinnovamento della democrazia”, sottolineando quanto siano “necessari legami di solidarietà e convivialità” che favoriscano “apertura e accoglienza”.

Morin e il "Patto educativo globale"

Una nota personale chiude il messaggio di auguri e di ringraziamento del Papa. Il ricordo vivo torna all’incontro con Morin avvenuto in Vaticano nel giugno di due anni fa. Un ricordo felice - si legge nel testo a firma del cardinale Parolin - sia per gli evidenti e numerosi punti di contatto tra il pensiero del francese e l’insegnamento sociale del Papa, sia per l’entusiasmo e la generosa partecipazione offerta da Morin al “Patto educativo globale”. La sfida cruciale che il Papa ha lanciato per il futuro, l’anno scorso, Morin l’ha infatti condivisa e approfondita specie negli ultimi anni affrontando, tra l'altro , il problema della riforma dei saperi scolastici e dei modi di trasmissione di questi stessi saperi e mettendo a punto quella che alcuni hanno definito una grande pedagogia per il nuovo cittadino planetario.

Al ricordo del Papa si unisce infine nel messaggio, il ringraziamento per “gli sforzi di una vita a servizio di un mondo migliore” e l’auspicio che il Signore continui ad illuminare il cammino che resta da percorrere. 

 

Vatican News

 


giovedì 29 aprile 2021

EDGAR MORIN. IL FILOSOFO DELLA COMPLESSITA'


Nel centenario della sua nascita


                                                                          -         di Emmanuel Banywesize Mukambilwa,

 Professore di Epistemologia Facoltà di Arti e Scienze Umane Università di Lubumbashi (RD Congo)

 

 In questo anno 2021, che segna il centesimo compleanno di Edgar Morin[1], è importante rivisitare la sua[2] opera  per evidenziare la sua attualità e il suo impegno epistemologico ed etico. Si tratta di contribuire alla celebrazione mondiale di un grande pensatore, un umanista che ha attraversato il XX secolo e il cui complesso pensiero è costruito a partire da esperienze vissute, progressi e crisi della scienza, della filosofia, delle società e dell'umanità. Questo scritto vuole soprattutto mostrare che Morin influenza e feconda la ricerca scientifica e filosofica nel mondo, promuove un universo dell'incontro il cui orizzonte è l'umanesimo uni-diversale, cioè un umanesimo che riconosce e promuove l'essere umano nella sua unità e diversità (pluralità). Infatti, parafrasando Edgar Morin, l'unità è il tesoro della diversità umana, così come la diversità è il tesoro dell'unità umana[3].

La matrice di questo universo è certamente l'epistemologia della complessità. La sfida di questa epistemologia, non cartesiana, è quella di collegare la conoscenza, di elevare la complessità della conoscenza e della scienza e, inoltre, di complessificare la ragione, che è stata a lungo rinchiusa nei binari riduttivi ed esclusivi istituiti dai principi epistemologici e metodologici del paradigma della semplicità. Sappiamo che ogni cultura riproduce il suo paradigma nelle sue attività cognitive e sociopolitiche. La modernità occidentale ha favorito il paradigma della semplicità che, nel tempo, ha contribuito a installare e legittimare posture disgiuntive e riduttive nel cuore delle pratiche epistemiche e sociali. Questo paradigma ha generato una conoscenza frammentata, riduttiva e persino discriminatoria, le cui conseguenze dannose possono essere viste nel rapporto tra gli esseri umani e il mondo e tra gli stessi esseri umani.


Se la ricerca del semplice è stato a lungo l'ideale epistemologico della scienza, d'ora in poi  (Gaston Bachelard ha avuto il merito di delinearlo in Le nouvel esprit scientifique -1934), la complessità costituisce la sfida del pensiero scientifico e  ......

MORIN - COMPLESSITA'





martedì 22 dicembre 2020

FRATELLI. PERCHE'?

La fraternità 

di nuovo al centro 

del dibattito pubblico

 

-         dI Rocco Gumina

-          

Con l’enciclica Fratelli tutti, il tema della fraternità è stato rimesso al centro della riflessione sociale, filosofica e teologica. Si tratta di una questione rilevante in ampiezza e profondità che permette di affrontare i vari e incerti snodi geopolitici contemporanei alla luce di una prospettiva capace di salvaguardare la dignità di ogni uomo, specie dei poveri e degli emarginati. Proprio sulla fraternità ha riflettuto – in uno dei suoi ultimi libri – il filosofo francese Edgar Morin. Infatti, nel volume La fraternità perché? Resistere alla crudeltà del mondo (AVE, 2020), Morin articola una riflessione etico-sociale sul necessario ritorno al senso di fraternità per l’odierna umanità sempre più connessa e globale.

Resistere alla crudeltà del mondo

Il modello occidentale ha mostrato come sia impossibile imporre la fraternità per legge come accade, invece, per la libertà e la giustizia. Così, se il senso fraterno non può prescriversi attraverso le costituzioni è necessario, secondo l’autore, interrogarsi su quale sia la sua fonte. A ogni generazione l’esperienza delle comunità umane ci ricorda che ciascuno di noi ha bisogno per crescere e maturare di un “noi” senza il quale la deriva verso l’egoismo e la solitudine appare come l’unico possibile esito. Difatti, per lo studioso francese, accogliere l’altro comporta: «il riconoscimento della nostra comune umanità e il rispetto delle sue differenze. Sono queste le basi su cui potrebbe svilupparsi la fraternità tra tutti gli umani in un’avventura comune di fronte al nostro destino comune» (p. 42). Riletta in simili termini la fraternità è un mezzo per resistere alla crudeltà del mondo la cui fonte non può scaturire dagli ordinamenti giuridici ma dal cuore stesso dell’uomo attraverso un movimento di consapevolezza avviato dal basso cioè dai singoli, dalle comunità e dai popoli.

Pensiero “complesso” e umanesimo

Una tale consapevolezza ha bisogno di un approccio educativo e culturale assai diverso rispetto al modello del turbocapitalismo, liberale per pochi ma schiavizzante per molti. Quest’ultimo deriva da un pensiero fondato sulla separazione delle conoscenze e sul calcolo matematico e perciò impossibilitato ad accedere sia a una visione d’insieme sia a risolvere i problemi globali. Secondo Morin, cambiare via è possibile tramite il superamento di questa prospettiva al fine di favorire un modo di pensare: «complesso capace di legare, capace di comprendere i fenomeni al tempo stesso nella loro diversità e nella loro unità, così come nella loro contestualità» (p. 50). A parere del filosofo francese, da simile visione può generarsi un umanesimo fraterno che oltre a riconoscere l’uguaglianza nei diritti per tutti gli uomini comporta tanto l’accoglienza delle varie forme di diversità quanto la coscienza dell’appartenenza ad un’unica comunità di destino.

Ambiente, biologia, interconnessioni

In tal modo, il pensiero proposto da Morin si lega a quanto viene sostenuto nell’enciclica Laudato sì’ di papa Francesco che nell’allargare l’orizzonte della riflessione all’ambiente sostiene che nel mondo ogni realtà – vivente o meno – è intimamente connessa. Questo dato è ripreso nel volume anche nell’ottica biologica poiché l’autore afferma che: «le specie più adatte non sono le più aggressive, bensì le più solidali» (p. 19). Ciò dimostra come la dimensione solidale – che per l’umanità può tradursi con la fraternità – ha una fondazione oltre che culturale anche biologica.

Il testo di Morin è un valido contributo per alimentare e sostenere il dibattito sulle ricadute sociali, politiche, economiche e culturali della fraternità. Nel testo, il filosofo francese riprende la sua celebre tesi del “pensiero complesso e transdisciplinare” – ampiamente presentata in studi passati – per la costruzione di una cultura umana radicata sulla fraternità. Dalla sua proposta si delinea che l’unica via per il futuro dell’umanità sia quella della fraternità al fine di superare ogni crudeltà e istituire una cittadinanza globale.  

 www.tuttavia.eu

lunedì 5 ottobre 2020

MORIN: NOI FRATELLI NELLA COMPLESSITA' DEL MONDO

 Proponiamo la prefazione del filosofo e sociologo francese Edgar Morin al nuovo libro di Mauro Ceruti Sulla stessa barca (Qiqajon, pagine 102, euro 10,00). Ceruti rilegge la Laudato si’ nell’orizzonte di un umanesimo planetario, volto a delineare una nuova rotta per l’umanità. La Laudato si’, infatti, è stata una bussola insperata e necessaria: dopo la libertà e l’uguaglianza, protagoniste dell’Ottocento e del Novecento, la fraternità può diventare protagonista del XXI secolo.

 di Edgar Morin

La lettera enciclica Laudato si’ di Francesco è un testo che è arrivato imprevisto, e in questo senso provvidenziale, a indicare all’umanità che è urgente cambiare via. Viviamo in un’era desertica del pensiero, che non riesce a concepire la complessità della condizione umana nell’età globale, e in particolare la complessità della crisi ecologica. È infatti un pensiero sbriciolato in tanti frammenti, che non riesce a vedere i rapporti fra le molte dimensioni della nostra crisi: economica, politica, sociale, culturale, morale, spirituale… Nel “deserto” attuale, dunque, l’enciclica risponde alla necessità di pensare questa complessità. Anch’io sono sempre stato mosso da questa stessa esigenza di uno sguardo complesso, globale, ovvero dal bisogno di trattare i rapporti fra i diversi aspetti della condizione umana. Perciò l’enciclica è stata per me una felice sorpresa. E perciò anche invito a leggere questo libro di Mauro Ceruti, fra i pochi pensatori del nostro tempo ad avere compreso e raccolto la sfida che ci è posta dalla complessità dei nostri esseri e del nostro mondo globalizzato. Egli ci aiuta a leggere l’enciclica di Francesco nell’orizzonte di un umanesimo planetario, volto a delineare una nuova rotta per l’avvenire dell’umanità.

Francesco definisce il progetto di una “ecologia integrale”, che non è affatto però quell’ecologia “profonda” che pretende di convertirci al culto della Terra, subordinando tutto il resto. Francesco mostra, piuttosto, che l’ecologia riguarda le nostre vite in profondità, la nostra civiltà, i modi delle nostre azioni, le nostre riflessioni. La Laudato si’ segna una presa di coscienza, è un incitamento a ripensare la nostra società e ad agire. E indica il cammino della costruzione della “casa comune” planetaria, che io chiamo Terra- Patria. Critica quello che definisce “l’antropocentrismo deviato”, che mette l’uomo al centro dell’universo, che considera l’uomo come solo soggetto dell’universo, e attraverso il quale l’uomo prende il posto di Dio. Scivolare in questa deriva antropocentrica significa infatti fare dell’uomo, secondo la formula di Cartesio, il padrone e il dominatore della natura. Io non sono credente, ma penso che questo ruolo divino che l’uomo talvolta si attribuisce sia assolutamente insensato. Il mondo della natura è diventato un mondo di oggetti. Il vero umanesimo consiste al contrario nel riconoscere in ogni essere vivente al contempo un essere simile e diverso da me. Francesco rigenera l’invocazione di san Francesco d’Assisi, riconoscendo la fratellanza degli esseri umani con ogni creatura. E questo sentimento di fratellanza converge, in certo senso, con ciò che la scienza è giunta a raccontarci.

Oggi sappiamo che possediamo cellule che si sono moltiplicate fin dall’origine della vita e di cui siamo composti, come ogni altro essere vivente. Se ripercorriamo la storia dell’universo, ci accorgiamo così che, pure in modo singolare, portiamo in noi tutto il cosmo. Esiste una solidarietà profonda nella natura, anche se beninteso siamo diversi, per via della coscienza, della cultura. Ma pur essendo diversi, siamo tutti figli del Sole, o fratelli del Sole, secondo l’espressione di san Francesco… E il vero problema non consiste nel ridurci allo stato di natura, ma di separarci dallo stato naturale. Nel contempo, la questione del rapporto degli esseri umani con la natura è a sua volta strettamente intrecciata con la questione della povertà. E, anche in questo caso, Francesco è profondo e lucido nel suo pensiero. Critica il “paradigma tecnocratico”, cioè quel modo di pensare oggi dominante che sottomette ogni discorso e ogni azione alla logica tecnoeconomica del profitto. La sua critica al paradigma tecnocratico e alle sue conseguenze per gli stili di vita e per le diseguaglianze sociali ha senz’altro potuto trovare linfa vitale nella sua cultura latino-americana. In America Latina, troviamo una vitalità, una capacità d’iniziativa che noi non abbiamo. Ritrovo nell’enciclica un senso della povertà che è così forte in questo continente. In Europa, abbiamo completamente dimenticato i poveri, li abbiamo emarginati.

Ma, nell’enciclica, la preoccupazione per la povertà è viva. C’era bisogno che un Papa venisse da lì, con questa esperienza umana. È un Papa imbevuto di questa cultura andina che oppone al “benessere” europeo esclusivamente materialistico lo star bene (il buen vivir), che rappresenta una pienezza personale e comunitaria autentica. Un’ultima cosa voglio sottolineare: tutti gli sforzi per sradicare le religioni sono completamente falliti. Le religioni sono delle realtà antropologiche. Il cristianesimo ha conosciuto una contraddizione fra alcuni suoi sviluppi storici e il suo messaggio iniziale, evangelico, che è amore degli umili. Ma, quando la chiesa ha perso il suo monopolio politico, una sua parte ha ritrovato la sua fonte evangelica. La Laudato si’ è un ritorno integrale alle origini evangeliche. E la fede può dare coraggio. In un’era virulenta come la nostra, per salvare il nostro pianeta davvero minacciato, il contributo delle religioni non è superfluo. Questa enciclica ne è una manifestazione eclatante. Il messaggio di Francesco invita a un cambiamento, a una nuova civiltà, e lo trovo molto toccante.

 

www.avvenire.it