Visualizzazione post con etichetta naufragio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta naufragio. Mostra tutti i post

lunedì 6 luglio 2026

LA ZATTERA E IL MARE


 L’umanità 

al bivio 


di Lampedusa


Su quest’isola si decide quale civiltà vogliamo costruire: quella che riconosce il volto dell’altro e se ne prende cura, oppure quella che lo lascia naufragare nell’indifferenza. 

 

di Corrado Lorefice *

 Nel Mediterraneo di oggi non si consumano soltanto tragedie: si gioca la tenuta della nostra civiltà. Ciò che si continua a liquidare come “emergenza” è invece il frutto di scelte politiche precise, di una gestione dei confini che ha trasformato il nostro mare in un sepolcro d’acqua. Per levare la voce del Vangelo in questo contesto di disumanità e di inimicizia, papa Leone è approdato a Lampedusa, tredici anni dopo papa Francesco

Il suo messaggio è stato chiaro, potente: «Oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico: qui abbiamo visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti. Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso». 

È il corpo nudo e bisognoso di tutto, il corpo del depredato, del ferito, del morente, della vittima innocente, a chiamarci alla prossimità, alla compassione, al pianto, perché questo corpo è per i cristiani il corpo stesso del Cristo. Qui l’umano e il cristiano coincidono. 

E il Mediterraneo rende tragicamente attuale e visibile la lotta tra umano e disumano, tra la vita e la morte dell’umanità. In questo ottavo centenario di Francesco d’Assisi, Lampedusa diventa cartina di tornasole: separa chi si prende cura dell’umanità dell’altro da chi, inseguendo un cieco inumano protezionismo, trascina le società verso la distruzione totale. Il ritorno del successore di Pietro – del «pescatore di uomini» – a Lampedusa, è un atto di alta valenza profetica. Mentre nel mondo il potere arrogante e folle celebra il tagliare i ponti e l’innalzare muri, il Papa sceglie di stare dove il dolore umano grida nella notte. Non è retorica. È l’unica speranza di una sopravvivenza dignitosa per ogni uomo e per ogni donna, per ogni bambino e per ogni persona fragile. 

La Sicilia assume qui un ruolo di fondamentale peso simbolico, politico, umano ed evangelico: è nel Mediterraneo la zattera che custodisce e recupera l’umano distrutto dalla violenza inumana. Offriamo una zattera, restando fedeli alla nostra storia di accoglienza. Non è un semplice approdo geografico: è un avamposto di umanità che interpella l’intera nazione, richiamandola alla sua bussola: la Costituzione della Repubblica italiana. La nostra Costituzione, in un momento magico, purtroppo oggi brutalmente ignorato, ha raccolto diversità politiche e storiche in quel territorio condiviso che è il vangelo dell’umano. 

Lampedusa oggi – dobbiamo dirlo – è uno sfregio alla bellezza di questa Costituzione. Tutti coloro che l’hanno sfregiata dovranno renderne conto, perché disprezzare la Costituzione – che spinge a non considerare mai l’altro un nemico o un invasore, ma come un fratello da accogliere nella casa comune – significa violare l’identità profonda del nostro Paese, il suo codice culturale fondativo. Siamo davanti a una svolta storica. Inutile tacerlo. O il Vangelo torna a essere la Bella Notizia di un’umanità che sceglie di amarsi, di essere solidale nella sofferenza, di gioire ancora del sorriso di un bambino e dell’amore che genera vita, oppure rischiamo di tornare verso l’orrore di un nuovo Auschwitz. 

La strada che porta ai campi di sterminio comincia proprio dall’indifferenza che oggi osserviamo nel mare di Sicilia. «Mai più» è scritto a Dachau: eppure eccoci a ripetere gli stessi orrori nel Mediterraneo. Se smarriamo questo senso di comunità, siamo condannati a scivolare lentamente e nuovamente nelle catastrofi che hanno caratterizzato il Novecento

Il Papa ci ha ricordato con forza che gridare «Umanità!» in nome di Dio (« Magnifica humanitas »!), compiere gesti concreti, quotidiani, di condivisione e di consapevolezza in vista di una nuova Città dell’Uomo, significa scegliere da che parte stare: non con i muri dei potenti che cantano la distruzione, ma con la vita che cerca, disperatamente, di approdare alla spiaggia della speranza. La Chiesa non può ignorare il grido di chi fugge da terre depredate da potenze straniere che, rubando risorse, costringono intere popolazioni all’umiliazione e infine al rischio estremo delle onde. 

Papa Leone XIV, con la sua presenza a Lampedusa, ci ricorda che il mondo è un giardino da custodire, e che il pane che mangiamo ci nutre – e non ci avvelena – solo se condiviso.

*Arcivescovo di Palermo 

Avvenire

lunedì 29 dicembre 2025

CENTOSEDICI PERSONE

 


“L’irripetibilità

 di quelle 116 persone 

morte 

nel Mediterraneo”

 

-di Stefano Arduini

 

La tragedia dei migranti al largo delle coste libiche, di cui si ha avuto notizia nel giorno di Natale e di cui si è parlato pochissimo in questi giorni di festa, non può essere ridotta a fredda contabilità.

Scrivere di loro, nominarli, farne memoria non è pietismo.

È resistenza.

Perché ciò che non viene nominato smette di esistere.

E l’algoritmo questo lo sa bene.

Un solo superstite, tratto in salvo da un pescatore tunisino, è la contabilità dell’ennesima tragedia del mare: 116 morti a seguito del naufragio di una barca, salpata da Zuwara in Libia, e avvenuto al largo delle coste libiche a causa del maltempo.

La tragedia è datata giovedì 18 dicembre, ma se ne è avuta certezza solo nel giorno di Natale (grazie ad Alarm Phone).

In questi giorni di festa (almeno in questa parte del mondo) se ne è parlato pochissimo.

Centosedici morti nel Mediterraneo.

Lo diciamo così. Lo abbiamo letto così sui nostri social.

In una riga, come se fosse un dato. Come se fosse un aggiornamento. Come se bastasse.

Ma 116 non è un numero: è una scorciatoia.

Serve a rendere la tragedia gestibile, a farla stare nello spazio ridotto dell’attenzione pubblica, a permetterci di passare oltre.

È il linguaggio dell’algoritmo, che classifica, riduce, seleziona, dimentica.

Centosedici erano persone, non erano lontane.

Non erano “altre”.

Non erano diverse da noi.

Noi non abbiamo alcun merito nell’essere sopravvissuti.

E loro non hanno alcun demerito nell’essere su quella barca.

Stavano facendo ciò che gli esseri umani fanno da sempre: cercare una possibilità di vita.

Non eroismo.

Non incoscienza.

Necessità.

Hannah Arendt ci ha ricordato che la singolarità di una vita non è sostituibile da nulla.

E allora ogni morte che accettiamo come “inevitabile” è una sconfitta che normalizziamo.

Non perché non potesse accadere, ma perché scegliamo di non fermarci a guardarla.

Ogni essere umano è unico, irripetibile.

La vita di un solo uomo vale più di tutte le idee astratte.

Eppure, continuiamo a sacrificare vite concrete in nome di astrazioni molto ben organizzate: il controllo delle frontiere, la deterrenza, la sicurezza, i flussi, l’indifferenza. Parole che funzionano bene nei documenti, meno nei corpi.

I corpi sono la “grande idea” della storia.

Ce lo ha insegnato Albert Camus.

La linea che separa il “noi” dal “loro” è fragile, mobile, spesso immaginaria, ma rassicurante. Basta nascere qualche chilometro più in là, basta un passaporto diverso, perché quella linea diventi un muro morale.

E perché la morte, improvvisamente, non ci riguardi più.

Ma dimenticare i morti è come ucciderli una seconda volta.

Elie Wiesel non parlava solo della Shoah: parlava della responsabilità universale della memoria.

La memoria non è un esercizio del passato, è un atto di giustizia nel presente: ricordare è rendere giustizia.

Scrivere di loro, nominarli, farne memoria non è pietismo.

È resistenza.

Perché ciò che non viene nominato smette di esistere.

E l’algoritmo questo lo sa bene.

Non è la mancanza di notizie a renderci ciechi, ma la loro trasformazione in rumore.

Centosedici morti diventano uno scorrimento veloce, una notifica che non interrompe davvero nulla. Il sistema funziona quando non ci fermiamo.

E invece fermarsi è l’unica cosa da fare.

Fermarsi a dire che dietro ogni numero c’era una voce, un volto, una storia che non conosceremo mai — e che proprio per questo ci riguarda.

Ricordare queste 116 persone non le riporterà indietro.

Ma ci impedisce di diventare complici dell’oblio.

Ci obbliga a restare umani in un tempo che premia la distrazione.

Ci ricorda che nessun algoritmo può decidere quali vite contano.

Finché continueremo a scriverne, a dirne i numeri come nomi mancanti, a farne memoria pubblica, l’algoritmo non avrà vinto.

E forse nemmeno noi avremo perso del tutto.

 VITA

Immagine

venerdì 10 marzo 2023

IL DITO E LA LUNA

 - LA LOTTA AGLI SCAFISTI -

- di Giuseppe Savagnone* 

  

La colpa è tutta degli scafisti?

Davanti all’incessante acuirsi del fenomeno degli sbarchi, la destra al governo, che aveva aspramente criticato quello precedente per la sua incapacità di fermarli, si sta trovando in un’evidente difficoltà. Sta emergendo con chiarezza che il problema non era l’inettitudine (o addirittura della colpevole complicità) della Lamorgese, come Matteo Salvini aveva continuato a ripetere.

E non dipendeva neppure dalle navi delle ONG – così spesso tirate in ballo come causa fondamentale delle partenze verso l’Italia (ma che in realtà operavano poco più dell’11% dei salvataggi) – , tanto è vero che la crisi più grave verificatasi sul fronte migratorio, quella del naufragio di Cutro, è esplosa proprio dopo che il nuovo “decreto sicurezza” ne aveva in buona parte neutralizzato l’attività.

È in questo contesto che le accuse si sono ormai polarizzate sul ruolo degli scafisti, sui quali sono state scaricate dal ministro Piantedosi e dalla stessa Meloni anche le colpe dell’ultima tragedia che ha così profondamente scosso l’opinione pubblica del nostro paese. Sono questi «trafficanti di carne umana» – si continua a ripetere – , non il governo, ad avere sulla coscienza le settanta vittime annegate nelle acque della Calabria. Sarebbe dunque ora di finirla con «squallide polemiche» (come le ha definite Salvini), per lasciar lavorare in pace il governo che, come dimostra il Consiglio dei ministri svoltosi proprio a Cutro, sta già efficacemente fronteggiando il problema con opportuni inasprimenti delle pene nei confronti degli scafisti.

Una versione tranquillizzante, che probabilmente convincerà buona parte degli italiani, ma che presenta qualche falla su cui è il caso di soffermarci.

Il naufragio di Cutro

La prima falla è relativa alla dinamica dei fatti nel naufragio di Cutro. Quali che siano le colpe degli “scafisti”, esse non spiegano il comportamento dei soccorsi italiani. La maggior parte degli osservatori concordano sul fatto che la vera domanda è perché mai incontro al barcone siano stati inviati due mezzi della Guardia di Finanza, del tutto inadeguati ad affrontare il mare grosso, nella logica di una operazione di difesa delle frontiere, e non delle motovedette della Guardia costiera, giudicate “inaffondabili”, nella prospettiva di una operazione SAR di salvataggio.

La risposta del ministro e di tutto il governo, secondo cui la responsabilità è di Frontex, che non avrebbe segnalato lo stato di pericolo, è chiaramente insostenibile, perché le pessime condizioni del mare – confermate dal fatto che i mezzi della Guardia di Finanza avevano dovuto rientrare in porto – erano evidenti. E allora?

In ogni caso, sostenere che la colpa è degli scafisti, che peraltro hanno rischiato la vita come gli altri in questo naufragio, è solo un modo per cercare di distrarre l’attenzione della gente da quell’interrogativo, finora senza risposta, eludendo il vero problema, che proprio questa ostinata strategia diversiva fa sospettare sia politico.

 Capire meglio chi sono gli “scafisti”

La seconda falla della versione che si limita a criminalizzare gli scafisti è la genericità della categoria “scafisti”. Spesso sono stati individuati come tali coloro che di fatto si trovano al timone delle barche e dei gommoni che portano i migranti sulle nostre coste. La lotta contro questi soggetti è già in corso da diversi anni – dal 2013 ben 2.500 persone sono state arrestate su questa base – , ma con esiti praticamente nulli.

Nella migliore delle ipotesi, infatti, si colpiscono solo dei “pesci piccoli”, semplici esecutori di ordini impartiti dai veri responsabili, che non si avventurano certo per mare guidando personalmente i viaggi che hanno organizzato.

Di più: c’è il grave rischio di punire col carcere persone che sono anche loro delle vittime, costrette dai  “capi” a pilotare il gommone o la barca come condizione per lasciarli partire. Quando addirittura non si tratta di semplici passeggeri che hanno preso in mano la guida del mezzo solo occasionalmente, nel tentativo di non farlo naufragare. E a volte si tratta di ragazzi minorenni, come nel caso di uno di quelli arrestati all’indomani del naufragio di Cutro.

Alla base del “traffico di esseri umani” non sono certo queste persone, le uniche che la nostra giustizia riesce a raggiungere, bensì le organizzazioni criminali che operano nelle basi partenza, in Libia o in Turchia. E a questi – spesso fortemente collusi con le autorità locali – la «stretta sugli scafisti» decisa dal governo non fa neppure il solletico.  Saranno altri disgraziati a pagare con pene più dure, come hanno pagato colpe non loro (o comunque solo marginalmente loro) quelli che li hanno preceduti, con lo stesso risultato ottenuto finora.

Gli scafisti ci sono perché ci sono i migranti

Ma è la terza falla del teorema che indica nella “lotta agli scafisti” la soluzione del problema delle migrazioni a risultare la più grave. Basta riflettere un poco per rendersi conto che non sono gli scafisti a creare le migrazioni dei clandestini, ma le migrazioni dei clandestini a creare gli scafisti.

Questi ultimi non fanno altro che approfittare cinicamente della disperazione di uomini e donne che non hanno altro mezzo per fuggire da situazioni drammatiche se non affidarsi a dei delinquenti, che però promettono loro di farli arrivare – sia pure a rischio della vita – in un posto come l’Italia, dove staranno sicuramente meglio che in patria.

Checché ne pensi il ministro Piantedosi, nessun senso di responsabilità personale può dissuadere dalla fuga da paesi come l’Afghanistan o la Siria o la Libia, dove, al di là dell’aspetto strettamente economico, i diritti sono sistematicamente calpestati e non c’è futuro. «Riscattare» questi paesi dall’interno è molto al di là delle possibilità dei loro abitanti.

Ma, in tempi brevi, appare impossibile anche un serio aiuto dall’esterno. Lo slogan, così spesso ripetuto, «aiutiamoli a casa loro», è solo un alibi vuoto di contenuto quando si tratta di regimi politici fanatici o in crisi profonda. Perciò non si può stigmatizzare chi cerca in tutti i modi di andare via per salvare se stesso e dare una speranza ai propri figli.

L’alternativa agli scafisti è quella che i nostri governi stanno perseguendo da anni – già a partire da quello Gentiloni – , facendo degli accordi che blocchino i migranti con la forza prima della loro partenza. È la linea della Meloni, che ha appena rinnovato un accordo del genere col governo libico fornendo cinque motovedette alla sua Guardia costiera a questo scopo.

Il risultato è stata la nascita di centri di detenzione che sono dei veri e propri campi di concentramento e che tutti gli organismi internazionali (ONU, Consiglio d’Europa) denunziano per la loro invivibilità.

A parte il fatto che il sistema non funziona, perché le organizzazioni criminali in realtà hanno sempre continuato a gestire le partenze (sembra con la complicità della stesa Guardia costiera libica), ma davvero sarebbe auspicabile, da parte di chi si appella all’etica per condannare i disumani “viaggi della morte”, neutralizzare gli scafisti costringendo uomini, donne, bambini in queste condizioni altrettanto disumane? 

Ci sarebbe un modo – uno solo –  di eliminare il problema. Basterebbe rendere legale l’arrivo in Italia e in Europa. Perché mai persone, come i poveri naufraghi di Cutro, disposte a pagare 8.000 euro per viaggiare stipate nella stiva di un barcone fatiscente, rischiando la vita, non hanno scelto la via molto più economica, agevole e sicura di un normale viaggio in aereo? Per il semplice motivo che la nostra legislazione impedisce loro di trasferirsi nel nostro paese legalmente.

Da qui la necessità di arrivarci clandestinamente con l’aiuto di organizzazioni criminali. Diventando addirittura, a propria volta, dei criminali, dopo che il governo Berlusconi nel 2009 ha introdotto il reato di ingresso e soggiorno illegale.

Insomma, gli scafisti sono dei mostri, ma a creare questi mostri siamo noi.

Uno scontro tra ricchi e poveri

Il nostro governo continua ad insistere che questa situazione potrà risolversi solo con la collaborazione dell’UE.  Non certo per “bonificare” l’Afghanistan o la Siria o la Libia, aiutando la gente a vivere meglio. Questo supera di gran lunga le possibilità dei governi europei, che non ci provano neppure. La collaborazione internazionale dovrebbe servire, piuttosto, a rafforzare la «difesa delle frontiere» che la destra si propone da sempre. E in questo effettivamente l’Europa, ultimamente, sembra intenzionata a dare una mano all’Italia, anzi a sposarne la linea.

In una lettera inviata alla fine di gennaio a tutti i capi di Stato e di governo dell’UE, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è sembrata intenzionata ad imprimere una svolta in questo senso, virando verso la strada dell’intransigenza. La numero uno dell’Esecutivo europeo apre sostanzialmente alla possibilità di utilizzare i fondi del bilancio dell’Unione per costruire barriere e muri anti-migranti. Un cambiamento di rotta, visto che poco più di un anno fa la stessa Bruxelles aveva escluso questa possibilità.

 Già adesso in Ungheria esiste un muro di filo spinato alto quattro metri, voluto da Viktor Orban nel 2015, che si estende per 175 chilometri al confine con la Serbia. L’esempio è stato presto seguito anche da Slovenia, Austria e Macedonia. Successivamente anche la Bulgaria ha predisposto quasi 176 chilometri di recinzione di filo spinato lungo il confine con la Turchia.

La von der Leyen propone anche di potenziare il sostegno a Tunisia, Egitto e Libia, fornendo a questi Stati più motovedette per monitorare le acque territoriali e riportare a terra i profughi intercettati.

L’alternativa alle organizzazioni che controllano i flussi migratori, insomma, sono sul fronte marittimo i campi di concentramento, sulla terraferma i muri.

Il mantra della “stretta sugli scafisti” serve a nascondere questo movimento di chiusura delle società del benessere nei confronti di quelle della miseria e della disperazione. La previsione di Samuel Huntington, nel 1996, secondo cui il futuro sarebbe stato caratterizzato da uno «scontro delle civiltà», che avrebbe coinvolto le grandi identità culturali e religiose (prime fra tutte quella cristiana e quella islamica), si sta rivelando infondata.

Il vero scontro, ormai, è tra i ricchi e i poveri del pianeta. Molti dei migranti respinti alle nostre frontiere sono cristiani come i cattolici del bergamasco che votano Lega. Non è un problema di religione, ma di difesa del proprio sistema di vita, che si crede minacciato da questi “nuovi barbari”.

È in questa prospettiva più ampia che va visto anche il problema degli scafisti. Certo, esecrare il cinismo spietato di questi criminali è più che giusto. Ma puntare l’attenzione esclusivamente su di essi fa tornare alla memoria la storia di quell’uomo che, quando gli si indicò la luna, si limitò a guardare il dito che gliela indicava.

 

* Giuseppe Savagnone, scrittore ed editorialista.

Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo,

 

www.tuttavia.eu

 

giovedì 29 dicembre 2022

SICURI DI ANNEGARE

 Le lacrime di Giorgia

 e il decreto sicurezza 

sulle Ong


 

- di Giuseppe Savagnone *

 

Al di là delle polemiche, cosa dice questo decreto?

Il nuovo “decreto sicurezza” varato in questi giorni dal governo è stato oggetto di vivaci e opposte prese di posizione. «Finalmente è lotta alle Ong», titolava in prima pagina «Il Giornale» del 29 dicembre scorso, riferendo la notizia. «L’umanità annegata», era invece il gioco di parole contenuto nel titolo della «Stampa».

La prima cosa da fare, in questi casi, è capire di che cosa si sta parlando. Siamo davanti a un codice di comportamento a cui le Ong (Organizzazioni non governative), impegnate da anni nei Mediterraneo per soccorrere i migranti a rischio di naufragio, dovranno da ora in poi sottostare.

Le operazioni di soccorso devono essere immediatamente comunicate alle autorità italiane e allo Stato di bandiera, ed effettuate nel rispetto delle indicazioni delle predette autorità. Appena effettuato il soccorso, deve essere richiesta l’assegnazione del porto di sbarco. E quest’ultimo, indicato dalle competenti autorità, deve essere raggiunto senza ritardi. Da quel momento i soccorritori non potranno effettuare altre soste, ad esempio per effettuare un altro soccorso – tranne se espressamente autorizzati – , fino allo sbarco nel porto assegnato.

Una normativa che complica ed ostacola

Si tratta, chiaramente, di una normativa volta a restringere e ostacolare l’attività delle navi che in questi anni hanno pattugliato il Mediterraneo alla ricerca di migranti in difficoltà, spesso raccogliendoli in momenti e circostanze diverse, fino al completo riempimento degli spazi disponibili a bordo. Da ora in poi sarà esercitato su ogni salvataggio un controllo rigoroso, obbligando la nave soccorritrice a recarsi immediatamente nel porto assegnatole dall’autorità italiana.

Riguardo a questo punto, bisogna anche notare che, negli ultimi tempi, è diventata frequente l’indicazione alle navi delle Ong di porti di sbarco diversi da quelli usuali e più vicini, in Sicilia e in Calabria. È successo alla «Rise Above 2», a cui è stato assegnato il porto di Gioia Tauro, e alla «Sea-Eye », mandata a Livorno. Secondo il Viminale, allo scopo di alleggerire quelle regioni, per i critici, allo scopo di allontanare le navi dall’area di ricerca e soccorso per limitare i salvataggi.

Al comandante della nave che non rispetti le prescrizioni del decreto sono applicate sanzioni amministrative da 10mila a 50mila euro. In solido ne rispondono anche l’armatore e il proprietario della nave. Alla multa si aggiunge il fermo per due mesi dell’imbarcazione. La confisca del mezzo scatta invece in caso di “recidiva”. Sanzioni severe, ma solo di ordine economico-amministrativo e non penale, come al tempo di Salvini.

Il significato del testo secondo i suoi fautori

Questo dice il testo del decreto. Ma quale ne è il significato? Per i suoi fautori, si tratta un provvedimento necessario per regolamentare un flusso indiscriminato di clandestini che incombe sui nostri confini nazionali e minaccia la sicurezza del nostro paese. Di questo flusso le navi delle Ong sarebbero in buona parte responsabili, con un comportamento ambiguo che le spinge a girovagare per le acque del Mediterraneo andando, come ha scritto un giornale di destra, «a pesca» di migranti e rendendo così più facile il compito degli scafisti, che sanno di poter contare su questo sostegno esterno per svolgere il loro traffico criminale di esseri umani.

Secondo questa lettura, gli appelli umanitari a favore delle Ong che si appellano alla necessità di salvare delle vite in pericolo, nascondono, consapevolmente o no, il fatto che, al contrario, le vite dei migranti sono messe in pericolo proprio da questo sistema perverso di oggettiva (e forse in taluni casi volontaria) complicità tra scafisti e soccorritori. Senza l’“appuntamento”, più o meno concordato, con le navi di questi ultimi, verrebbe meno il fenomeno dei viaggi della disperazione e ci sarebbero molti meno morti.

Il vero aiuto alle popolazioni svantaggiate, come anche papa Francesco ha recentemente ricordato, non è comunque in queste misure di emergenza, ma in un aiuto internazionale che le aiuti a risolvere il problema della povertà “a casa loro”, senza doverne fuggire.

In ogni caso, l’Italia non si può permettere di ospitare un numero potenzialmente illimitato di migranti che vengono ad appesantire la nostra economia e a togliere posti di lavoro agli italiani, oltre che a minacciare la nostra identità nazionale sul piano culturale e religioso. Dev’essere l’Europa che si fa carico del problema dei flussi migratori e, finché non lo fa, l’Italia deve provvedere a difendersi.

Ma il problema erano le Ong?

Queste argomentazioni non vanno misconosciute e respinte a priori – come spesso si fa da parte dei difensori della linea “umanitaria”, che per questo a volte appaiono, una parte consistente dell’opinione pubblica, prigionieri di una facile retorica “buonista” – , ma devono essere vagliate seriamente, riconoscendone sia l’anima di verità, sia i limiti.

Perché è verissimo che il problema dei flussi migratori è molto grave e non può essere risolto con l’accoglienza indiscriminata. Meno vero, anzi falso, è che le Ong ne siano all’origine e che per fronteggiarlo sia stato necessario prendere provvedimenti nei loro confronti.

Intanto perché le loro navi nel 2022 hanno soccorso appena l’11,2% delle poco più di centomila persone approdate sulle coste italiane. Gli altri o arrivano con i propri mezzi, i famosi “barconi”, oppure sono soccorsi da altre navi, con la Guardia costiera e la Marina militare in prima fila. Il «Giornale», commentando il decreto sicurezza, parlava di «decreto anti-sbarchi». Sarebbe stato più onesto spiegare ai lettori che la misura del governo riguarda poco più del 10% di questo fenomeno e perciò non solo non è risolutiva, ma risulta ben poco rilevante per i fini che vengono ufficialmente indicati.

E soprattutto, se è vero che non sono le migrazioni la soluzione ai problemi dell’Africa, è tuttavia chiarissimo che attualmente il progetto di “aiutarli a casa loro” è reso impraticabile dalla difficoltà di trovare nei governi locali – si pensi a quello libico! – degli interlocutori credibili e dalla scarsa volontà dei governi europei (a cominciare dal nostro) di investire le proprie risorse per favorire il decollo di quelle economie. Perciò, allo stato attuale delle cose, continueranno in ogni caso ad esserci migliaia di persone che fuggono dai loro territori resi invivibili dalle guerre, dalla desertificazione o anche semplicemente da una povertà endemica.

La domanda, allora, non è se questa è una situazione accettabile, ma come noi dobbiamo fronteggiarla. Lasciando annegare i migranti – o rendendo comunque più difficile il loro salvataggio da parte di chi, come le navi delle Ong, cerca di evitare che muoiano?

Davanti a questo interrogativo tutti gli argomenti a favore del decreto sicurezza diventano relativi. Certo che bisogna accordarsi con gli altri paesi europei, ma, finché il nostro governo – come del resto quelli precedenti – non riesce a coinvolgerli, la soluzione è di sperare che la minore efficienza dei soccorsi, causando un numero sempre maggiore di tragedie di cui sono vittime degli innocenti, scoraggi dal partire?

È la scelta adottata dal nostro governo. Ma essa, oltre ad essere cinica, finora non ha funzionato. Pur di sfuggire alle persecuzioni, alla miseria, ai lager libici, le persone si sono imbarcate egualmente su mezzi di fortuna, affrontando il pericolo. La “stretta sulle Ong” di cui hanno parlato i giornali è in realtà solo una stretta sulle possibilità di sopravvivenza dei migranti.

Certo, nel decreto non c’è un divieto assoluto alle navi delle Ong di svolgere la loro missione. Ma, ha osservato «Avvenire», in esso «il governo comunica una visione dei salvataggi in mare come un’attività dannosa, da circoscrivere, scrutare, penalizzare». Come se si trattasse di un traffico di rifiuti altamente inquinanti.

Non era un’esigenza economica, ma ideologica

Perché il governo Meloni ha fatto questo? Perché ha dovuto tener conto delle esigenze della nostra economia, soprattutto in questo tempo di crisi?

I dati lo smentiscono. A livello internazionale, il rapporto Ocse 2021 ha già evidenziato che «i migranti contribuiscono in tasse più di quanto ricevono in prestazioni assistenziali, salute e istruzione». Ma anche guardando al nostro paese, i numeri dicono che, sommando il gettito fiscale e i contributi previdenziali e sociali, i contribuenti stranieri in questi anni hanno assicurato entrate per le casse dello Stato di diversi miliardi di euro. Che sono serviti per pagare le nostre pensioni, in un momento in cui la gravissima crisi demografica che attraversiamo rende impossibile contare sui contributi versati dai soli lavoratori italiani per mantenere i loro genitori.

 Quanto all’argomento della invasività sul piano culturale e religioso, bisognerebbe onestamente chiedersi se la profonda crisi che il nostro paese e l’Europa intera attraversano sotto questo profilo sia veramente effetto dell’accoglienza degli stranieri, o non costituisca invece un fenomeno autonomo, causato da ben altre ragioni.

 Alla fine, purtroppo, il solo significato del “decreto sicurezza” è quello di una bandiera identitaria, finalizzata a esprimere la visione di un fronte politico, la destra, che finora ha potuto fare ben poco, da quando è al governo, per creare discontinuità con il passato che aveva sempre criticato (si ricordino i violentissimi attacchi di Salvini al ministro Lamorgese e la richiesta della leader di Fratelli d’Italia di un “blocco navale”), e che vuole dimostrare la coerenza di una posizione ideologica. Il guaio è che questa ideologia, a quanto pare condivisa da molti italiani (tra cui molti buoni cattolici), parla di discriminazione e di indifferenza per la vita di tanti esseri umani troppo poveri per meritare rispetto.

Pochi giorni fa Giorgia Meloni si è visibilmente commossa parlando delle vittime delle persecuzioni razziali durante la cerimonia per la festa ebraica Hannukkah al museo ebraico. Il suo intervento è iniziato asciugandosi le lacrime: «Noi femmine ogni tanto facciamo questa cosa un po’ così… Di essere troppo sensibili… Noi mamme in particolare…». Calorosi applausi di simpatia. Chi sa, però, se, nell’approvare il decreto sicurezza, la Meloni ha pensato a tutte le mamme che annegheranno, insieme ai loro bambini, per la sua tenace volontà di dimostrare di “essere Giorgia”.

 * Pastorale della Cultura – Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu