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venerdì 11 agosto 2023

MIGRANTI. UNA CURA CHE E' LA MALATTIA


Ostacolare le ONG

 non ha risolto il problema, 

lo ha aggravato


-         di Giuseppe Savagnone


Dopo l’ennesimo naufragio nel Mediterraneo – quello di un barchino con a bordo 45 persone – , possiamo scegliere se continuare a far finta di niente oppure fermarci un momento a riflettere su ciò che la realtà dei fatti sta cercando di dirci sul problema delle migrazioni.

A chi trova il “tempo interiore” – quello materiale, se siamo onesti, sappiamo bene di averlo comunque – per seguire questa seconda via, dovrebbero apparire chiare alcune cose, che provo qui a indicare.

La prima è che non era vero quello che sosteneva il governo Meloni-Salvini quando ha accusato le navi delle ONG di essere, con le loro navi, la vera causa delle partenze dei migranti e della conseguente perdita di vite.

Dopo il decreto-legge approvato il 28 dicembre del 2022, con cui si è voluto limitare e rendere più difficile l’attività di soccorso di queste navi, il flusso migratorio non solo non è diminuito, ma si è enormemente accresciuto. Dall’inizio del 2023 i migranti giunti con gli sbarchi hanno superato i 40.000 – con un aumento del 94% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

E del resto lo si sapeva perfettamente. Negli anni 2018–2022 i migranti approdati con sbarchi autonomi erano stati in percentuale attorno all’84-88% a fronte di quelli trasportati dalle navi delle ONG, che oscillavano tra il 12 e il 16%. Il ruolo delle Organizzazioni non governative nel fenomeno migratorio era dunque limitatissimo. Non stupisce che, anche dopo il suo drastico ridimensionamento, le proporzioni di questo fenomeno siano praticamente raddoppiate.

Questo non significa che il decreto, e la sua successiva conversione in legge da parte del parlamento, non abbiano prodotto degli effetti. Già al momento della sua approvazione, l’Alto commissario dei diritti umani delle Nazioni Unite aveva detto senza mezzi termini che esso era «solamente il modo sbagliato per affrontare una crisi umanitaria». Con la nuova normativa, aveva detto, «molte più persone saranno in pericolo e molte più vite andranno perdute perché non ci sarà il tempo per salvarle».

Ma perché, allora, un provvedimento che non poteva bloccare le partenze, ma rendeva solo più pericoloso il viaggio? Nella conferenza stampa che ha fatto seguito al naufragio di Cutro lo ha detto, senza i giri di parole dei diplomatici, il ministro dell’interno Piantedosi: «L’unica vera cosa che va detta e affermata è: “Non devono partire”. [Non si può] immaginare che ci siano alternative da mettere sullo stesso piano – salvare, non salvare…». I salvataggi creano speranze che vanno spente sul nascere. I migranti devono restare dove sono. Perciò bisogna far loro capire che la sola alternativa a questo è la morte.

Loha ripetuto in un tweet anche Vittorio Feltri, giornalista storico della destra, commentando la tragedia di Cutro: «Agli extracomunitari ricordo un vecchio detto italiano: partire è un po’ morire. State a casa vostra».

Una linea che del resto rientrava nel programma con cui i partiti di destra si sono presentati alle elezioni e le hanno vinte, che prevedeva la «difesa dei confini nazionali ed europei» e il «blocco degli sbarchi». Siamo noi, gli italiani, che abbiamo scelto di seguire questa politica e che continuiamo evidentemente a volerla, come dimostra il consenso, nei sondaggi, al governo che la sta perseguendo. Senza peraltro assumercene la responsabilità e consentendoci anche il lusso di provare una forte e sincera commozione davanti a queste tragedie, come è stato davanti a quella di Cutro.

Una strategia fallimentare

Una seconda cosa che appare chiara, al punto a cui siamo, è il fallimento della strategia della Meloni per combattere il fenomeno migratorio. Davanti all’incessante moltiplicarsi degli sbarchi, la destra al governo, che aveva aspramente criticato quello precedente per la sua incapacità di fermarli – dovuta, secondo le reiterate accuse di Matteo Salvini, all’inettitudine (o addirittura della colpevole complicità) dell’allora ministro dell’interno Lamorgese – , la nostra presidente del Consiglio ha dovuto cercare un altro “colpevole” e l’ha additato negli scafisti.

«Andremo a cercare gli scafisti lungo tutto il globo terraqueo», ha promesso dopo la tragedia di Cutro. E, anche dopo l’ultimo naufragio, dagli ambienti del governo si scarica tutta la responsabilità di ciò che accade sui «trafficanti di carne umana». Soluzione rassicurante per le nostre coscienze.

Il guaio è che non è chiaro chi siano gli scafisti. Spesso sono stati individuati come tali coloro che di fatto si trovano al timone delle barche e dei gommoni che portano i migranti sulle nostre coste. La lotta contro questi soggetti è già in corso da diversi anni – dal 2013 ben 2.500 persone sono state arrestate su questa base – , ma con esiti praticamente nulli. Nella migliore delle ipotesi, infatti, si colpiscono solo dei “pesci piccoli”, semplici esecutori di ordini impartiti dai veri responsabili. E a questi ultimi la «stretta sugli scafisti» decisa dal governo dopo Cutro non fa neppure il solletico.

 Anche la Meloni se ne è resa conto, e ha sentito il bisogno di andare a bloccarli nelle basi di partenza dove effettivamente operano, puntando sulla collaborazione dei governi locali. Si inseriscono in questo progetto i due viaggi della premier in Tunisia, insieme al collega olandese Rutte e alla presidente della Commissione europea Ursula von Der Leyen, e la firma – esaltata dal governo e dagli organi di stampa ad esso vicini, come un decisivo successo – di un “Protocollo d’intesa su un partenariato strategico e globale”, sottoscritto il 16 luglio con il presidente tunisino Kais Saied, dopo venti giorni di negoziati.

In esso, l’Unione europea si è impegnata a fornire un sostegno finanziario a Tunisi per fermare la partenza dei migranti, in cambio di cooperazione economica e di finanziamento degli apparati di polizia marittima.

Sfortunatamente, i dati resi noti dal ministero dell’Interno, Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, ci dicono che, a quasi un mese dalla firma dell’accordo, nulla è cambiato. Solo nei primi sette giorni di agosto gli sbarchi sono stati 4.527, quasi 650 persone in media al giorno. Anche i 41 morti dell’ultimo naufragio provenivano da Sfax, sulla costa tunisina.

Qualcuno dirà che bisogna avere pazienza e che i risultati vanno visti alla distanza. Il problema, purtroppo, è più radicale. La Tunisia sta vivendo una profonda crisi democratica. Il presidente Saied ha accentrato tutti i poteri, il dissenso e la protesta sono criminalizzati con arresti, intimidazioni e repressione, il nazionalismo e il razzismo dilagano.

In particolare, Amnesty International ha denunziato la campagna di odio razzista scatenata da Saied contro i migranti neri sub-sahariani emigrati in questi anni in Tunisia, aizzando la popolazione alla violenza nei loro confronti.

A questo punto, è evidente che la fuga dal paese è provocata soprattutto da questa situazione drammatica e non dalle organizzazioni criminali che lo sfruttano per i loro squallidi interessi. La figura e la politica del dittatore tunisino, che Meloni ha creduto una cura, sono in realtà la malattia.

Ma questo è vero anche più in generale. Non sono gli scafisti a creare le emergenze da cui nascono le migrazioni, ma queste emergenze a creare gli scafisti. Il caso della Tunisia è solo un esempio. Basta pensare ai migranti che fuggono dalla Libia, per scampare a una situazione di cui la presidente internazionale di “Medici senza frontiere” ha detto, in un’intervista al «Correre della sera»: «Nei miei ventidue anni in Medici Senza Frontiere non avevo mai incontrato un’incarnazione così estrema della crudeltà umana».

 Anche in questo caso, la Meloni ha stretto nel marzo scorso un accordo col governo libico per bloccare le partenze. Senza però rendersi conto che gli autori delle angherie e delle torture da cui i migranti fuggono sono spesso gli stessi membri della Guardia costiera libica a cui lei ha appena fornito cinque nuovissime motovedette perché impediscano le partenze.

La logica è sempre la stessa e appare chiaramente suicida: ci si accorda con regimi disumani per ottenere da essi il blocco di quelle migrazioni che in realtà sono essi stessi a provocare, o almeno a favorire. Anche in questo caso, come in quello del decreto contro le ONG, lo slogan «aiutiamoli a casa loro» è servito in realtà non per eliminare le ragioni delle partenze, ma per renderle più pericolose o impedirle con la violenza, puntando su soluzioni che non solo non possono eliminare l’emergenza, ma la esasperano o addirittura ne sono la causa.

Aiutiamo loro e noi stessi a casa nostra

La terza evidenza che si impone, alla luce di quanto detto, è che lo slogan in questione, pur essendo astrattamente ragionevole, è di fatto svuotato dalle condizioni in cui versano i paesi dell’Africa e del vicino Oriente. Dittature, regimi politici instabili, situazioni di guerra, da un lato determinano le condizioni che determinano il flusso migratorio, dall’altro impediscono di crearne di nuove, che permettano a chi lo vuole di realizzarsi a casa propria.

Bisogna trovare il modo di «aiutarli a casa nostra», inventando forme di accoglienza che siano convenienti a noi e a loro. Forme che finora, paradossalmente, nessuno ha cercato di realizzare, nemmeno la “sinistra”, che, quando era al governo, ha fatto politiche molto simili a quelle della destra che ora critica.   

Non si tratta di praticare un’apertura indiscriminata, che sarebbe insostenibile, ma di potenziare quei corridoi umanitari del cui ampliamento si parla tanto senza mai passare alle misure concrete. Né è sufficiente lasciar entrare le persone straniere: bisogna aiutarle concretamente ad integrarsi, rispettandone la cultura, ma evitando il pericolo di ghettizzarle.

L’esperienza – suffragata dai numeri – dice che, quando ciò accade, gli immigrati diventano una preziosa risorsa anche per la nostra economia. E sono gli stessi imprenditori italiani a chiedere con insistenza che aumenti il flusso dei lavoratori stranieri per colmare i vuoti creati dal calo demografico. Sarebbe ora che il governo prendesse finalmente atto delle conseguenze disastrose delle sue “cure”. E che gli italiani che lo hanno voluto e continuano a sostenerlo gli chiedessero questo cambio di rotta. Per il bene di tutti.

*Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura della Diocesi di Palermo

www.tuttavia.eu

 

  

giovedì 29 dicembre 2022

SICURI DI ANNEGARE

 Le lacrime di Giorgia

 e il decreto sicurezza 

sulle Ong


 

- di Giuseppe Savagnone *

 

Al di là delle polemiche, cosa dice questo decreto?

Il nuovo “decreto sicurezza” varato in questi giorni dal governo è stato oggetto di vivaci e opposte prese di posizione. «Finalmente è lotta alle Ong», titolava in prima pagina «Il Giornale» del 29 dicembre scorso, riferendo la notizia. «L’umanità annegata», era invece il gioco di parole contenuto nel titolo della «Stampa».

La prima cosa da fare, in questi casi, è capire di che cosa si sta parlando. Siamo davanti a un codice di comportamento a cui le Ong (Organizzazioni non governative), impegnate da anni nei Mediterraneo per soccorrere i migranti a rischio di naufragio, dovranno da ora in poi sottostare.

Le operazioni di soccorso devono essere immediatamente comunicate alle autorità italiane e allo Stato di bandiera, ed effettuate nel rispetto delle indicazioni delle predette autorità. Appena effettuato il soccorso, deve essere richiesta l’assegnazione del porto di sbarco. E quest’ultimo, indicato dalle competenti autorità, deve essere raggiunto senza ritardi. Da quel momento i soccorritori non potranno effettuare altre soste, ad esempio per effettuare un altro soccorso – tranne se espressamente autorizzati – , fino allo sbarco nel porto assegnato.

Una normativa che complica ed ostacola

Si tratta, chiaramente, di una normativa volta a restringere e ostacolare l’attività delle navi che in questi anni hanno pattugliato il Mediterraneo alla ricerca di migranti in difficoltà, spesso raccogliendoli in momenti e circostanze diverse, fino al completo riempimento degli spazi disponibili a bordo. Da ora in poi sarà esercitato su ogni salvataggio un controllo rigoroso, obbligando la nave soccorritrice a recarsi immediatamente nel porto assegnatole dall’autorità italiana.

Riguardo a questo punto, bisogna anche notare che, negli ultimi tempi, è diventata frequente l’indicazione alle navi delle Ong di porti di sbarco diversi da quelli usuali e più vicini, in Sicilia e in Calabria. È successo alla «Rise Above 2», a cui è stato assegnato il porto di Gioia Tauro, e alla «Sea-Eye », mandata a Livorno. Secondo il Viminale, allo scopo di alleggerire quelle regioni, per i critici, allo scopo di allontanare le navi dall’area di ricerca e soccorso per limitare i salvataggi.

Al comandante della nave che non rispetti le prescrizioni del decreto sono applicate sanzioni amministrative da 10mila a 50mila euro. In solido ne rispondono anche l’armatore e il proprietario della nave. Alla multa si aggiunge il fermo per due mesi dell’imbarcazione. La confisca del mezzo scatta invece in caso di “recidiva”. Sanzioni severe, ma solo di ordine economico-amministrativo e non penale, come al tempo di Salvini.

Il significato del testo secondo i suoi fautori

Questo dice il testo del decreto. Ma quale ne è il significato? Per i suoi fautori, si tratta un provvedimento necessario per regolamentare un flusso indiscriminato di clandestini che incombe sui nostri confini nazionali e minaccia la sicurezza del nostro paese. Di questo flusso le navi delle Ong sarebbero in buona parte responsabili, con un comportamento ambiguo che le spinge a girovagare per le acque del Mediterraneo andando, come ha scritto un giornale di destra, «a pesca» di migranti e rendendo così più facile il compito degli scafisti, che sanno di poter contare su questo sostegno esterno per svolgere il loro traffico criminale di esseri umani.

Secondo questa lettura, gli appelli umanitari a favore delle Ong che si appellano alla necessità di salvare delle vite in pericolo, nascondono, consapevolmente o no, il fatto che, al contrario, le vite dei migranti sono messe in pericolo proprio da questo sistema perverso di oggettiva (e forse in taluni casi volontaria) complicità tra scafisti e soccorritori. Senza l’“appuntamento”, più o meno concordato, con le navi di questi ultimi, verrebbe meno il fenomeno dei viaggi della disperazione e ci sarebbero molti meno morti.

Il vero aiuto alle popolazioni svantaggiate, come anche papa Francesco ha recentemente ricordato, non è comunque in queste misure di emergenza, ma in un aiuto internazionale che le aiuti a risolvere il problema della povertà “a casa loro”, senza doverne fuggire.

In ogni caso, l’Italia non si può permettere di ospitare un numero potenzialmente illimitato di migranti che vengono ad appesantire la nostra economia e a togliere posti di lavoro agli italiani, oltre che a minacciare la nostra identità nazionale sul piano culturale e religioso. Dev’essere l’Europa che si fa carico del problema dei flussi migratori e, finché non lo fa, l’Italia deve provvedere a difendersi.

Ma il problema erano le Ong?

Queste argomentazioni non vanno misconosciute e respinte a priori – come spesso si fa da parte dei difensori della linea “umanitaria”, che per questo a volte appaiono, una parte consistente dell’opinione pubblica, prigionieri di una facile retorica “buonista” – , ma devono essere vagliate seriamente, riconoscendone sia l’anima di verità, sia i limiti.

Perché è verissimo che il problema dei flussi migratori è molto grave e non può essere risolto con l’accoglienza indiscriminata. Meno vero, anzi falso, è che le Ong ne siano all’origine e che per fronteggiarlo sia stato necessario prendere provvedimenti nei loro confronti.

Intanto perché le loro navi nel 2022 hanno soccorso appena l’11,2% delle poco più di centomila persone approdate sulle coste italiane. Gli altri o arrivano con i propri mezzi, i famosi “barconi”, oppure sono soccorsi da altre navi, con la Guardia costiera e la Marina militare in prima fila. Il «Giornale», commentando il decreto sicurezza, parlava di «decreto anti-sbarchi». Sarebbe stato più onesto spiegare ai lettori che la misura del governo riguarda poco più del 10% di questo fenomeno e perciò non solo non è risolutiva, ma risulta ben poco rilevante per i fini che vengono ufficialmente indicati.

E soprattutto, se è vero che non sono le migrazioni la soluzione ai problemi dell’Africa, è tuttavia chiarissimo che attualmente il progetto di “aiutarli a casa loro” è reso impraticabile dalla difficoltà di trovare nei governi locali – si pensi a quello libico! – degli interlocutori credibili e dalla scarsa volontà dei governi europei (a cominciare dal nostro) di investire le proprie risorse per favorire il decollo di quelle economie. Perciò, allo stato attuale delle cose, continueranno in ogni caso ad esserci migliaia di persone che fuggono dai loro territori resi invivibili dalle guerre, dalla desertificazione o anche semplicemente da una povertà endemica.

La domanda, allora, non è se questa è una situazione accettabile, ma come noi dobbiamo fronteggiarla. Lasciando annegare i migranti – o rendendo comunque più difficile il loro salvataggio da parte di chi, come le navi delle Ong, cerca di evitare che muoiano?

Davanti a questo interrogativo tutti gli argomenti a favore del decreto sicurezza diventano relativi. Certo che bisogna accordarsi con gli altri paesi europei, ma, finché il nostro governo – come del resto quelli precedenti – non riesce a coinvolgerli, la soluzione è di sperare che la minore efficienza dei soccorsi, causando un numero sempre maggiore di tragedie di cui sono vittime degli innocenti, scoraggi dal partire?

È la scelta adottata dal nostro governo. Ma essa, oltre ad essere cinica, finora non ha funzionato. Pur di sfuggire alle persecuzioni, alla miseria, ai lager libici, le persone si sono imbarcate egualmente su mezzi di fortuna, affrontando il pericolo. La “stretta sulle Ong” di cui hanno parlato i giornali è in realtà solo una stretta sulle possibilità di sopravvivenza dei migranti.

Certo, nel decreto non c’è un divieto assoluto alle navi delle Ong di svolgere la loro missione. Ma, ha osservato «Avvenire», in esso «il governo comunica una visione dei salvataggi in mare come un’attività dannosa, da circoscrivere, scrutare, penalizzare». Come se si trattasse di un traffico di rifiuti altamente inquinanti.

Non era un’esigenza economica, ma ideologica

Perché il governo Meloni ha fatto questo? Perché ha dovuto tener conto delle esigenze della nostra economia, soprattutto in questo tempo di crisi?

I dati lo smentiscono. A livello internazionale, il rapporto Ocse 2021 ha già evidenziato che «i migranti contribuiscono in tasse più di quanto ricevono in prestazioni assistenziali, salute e istruzione». Ma anche guardando al nostro paese, i numeri dicono che, sommando il gettito fiscale e i contributi previdenziali e sociali, i contribuenti stranieri in questi anni hanno assicurato entrate per le casse dello Stato di diversi miliardi di euro. Che sono serviti per pagare le nostre pensioni, in un momento in cui la gravissima crisi demografica che attraversiamo rende impossibile contare sui contributi versati dai soli lavoratori italiani per mantenere i loro genitori.

 Quanto all’argomento della invasività sul piano culturale e religioso, bisognerebbe onestamente chiedersi se la profonda crisi che il nostro paese e l’Europa intera attraversano sotto questo profilo sia veramente effetto dell’accoglienza degli stranieri, o non costituisca invece un fenomeno autonomo, causato da ben altre ragioni.

 Alla fine, purtroppo, il solo significato del “decreto sicurezza” è quello di una bandiera identitaria, finalizzata a esprimere la visione di un fronte politico, la destra, che finora ha potuto fare ben poco, da quando è al governo, per creare discontinuità con il passato che aveva sempre criticato (si ricordino i violentissimi attacchi di Salvini al ministro Lamorgese e la richiesta della leader di Fratelli d’Italia di un “blocco navale”), e che vuole dimostrare la coerenza di una posizione ideologica. Il guaio è che questa ideologia, a quanto pare condivisa da molti italiani (tra cui molti buoni cattolici), parla di discriminazione e di indifferenza per la vita di tanti esseri umani troppo poveri per meritare rispetto.

Pochi giorni fa Giorgia Meloni si è visibilmente commossa parlando delle vittime delle persecuzioni razziali durante la cerimonia per la festa ebraica Hannukkah al museo ebraico. Il suo intervento è iniziato asciugandosi le lacrime: «Noi femmine ogni tanto facciamo questa cosa un po’ così… Di essere troppo sensibili… Noi mamme in particolare…». Calorosi applausi di simpatia. Chi sa, però, se, nell’approvare il decreto sicurezza, la Meloni ha pensato a tutte le mamme che annegheranno, insieme ai loro bambini, per la sua tenace volontà di dimostrare di “essere Giorgia”.

 * Pastorale della Cultura – Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

MIGRANTI E SICUREZZA

 Dl sicurezza, Perego: il problema non sono le ong che salvano chi è in pericolo

Il presidente della Fondazione Migrantes analizza il decreto approvato ieri con le nuove norme previste per le navi di soccorso in mare. "È fondato su un segnale di insicurezza che è fasullo. La politica superi l'impatto ideologico sulle migrazioni. La mobilità è una struttura fondamentale del futuro delle nostre città"

 - di Antonella Palermo - Città del Vaticano

 Paradossi, opacità e limiti. Sono quelli espressi ai nostri microfoni dal vescovo Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes, a proposito del decreto-legge con disposizioni urgenti per la gestione dei flussi migratori, approvato ieri dal Consiglio dei ministri.

 Le nuove regole per le ong che soccorrono in mare

Il decreto contiene le nuove regole per le ong che operano per salvare i migranti nel Mediterraneo. Tra le novità, multe e confische per chi non rispetta le nuove prescizioni. Le navi potranno transitare e intervenire solo per i soccorsi, e comunque sotto il controllo e le indicazioni delle autorità territoriali. Di una "idoneità tecnica" per la sicurezza nella navigazione dovrà essere dotata la nave di soccorso. Per il resto delle misure sulla sicurezza il governo lavora ad un nuovo decreto che sarà pronto a gennaio. Si tratta di un risultato di compromesso frutto di numerose riunioni tecniche e diversi confronti politici, caratterizzati da momenti di tensione all'interno della maggioranza. Intanto continuano gli sbarchi: sono 112 i migranti arrivati fra la notte e l'alba, con tre diversi barchini, a Lampedusa. La prima barca, con a bordo 14 persone (8 minori) originarie di Costa d'Avorio e Tunisia, è stata agganciata al largo dalla motovedetta V1102 della Guardia di finanza. A Cala Madonna sono stati bloccati 36 (10 donne e 3 minori) bengalesi, senegalesi, malesi e gambiani. L'imbarcazione utilizzata per la traversata non è stata ritrovata. All'alba, sempre la motovedetta delle Fiamme gialle, ha bloccato un barcone di 12 metri con a bordo 62 (15 donne e 4 minori) originari di Mali, Guinea, Costa d'Avorio e Camerun. Ventuno algerini - tra loro anche sei donne e tre minori - sono stati intercettati ieri notte al largo di Sant'Antioco dalla Guardia di Finanza e poi traportati al sicuro al porto. Quindi il trasferimento al centro di accoglienza di Monastir (Cagliari) a cura della Polizia di Stato.

"Non sono le ong a generare insicurezza"

Abbiamo chiesto una valutazione complessiva dell'impianto del decreto a monsigno Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes.

Monsignor Perego, quale analisi può offrici sul decreto appena approvato?

Una prima considerazione è se siano le ong il problema della sicurezza dell'Italia o se invece sono proprio le ong le navi che salvano persone, che sappiamo da quali Paesi provengono, cioè Paesi in forte crisi internazionale, 40 in guerra e diversi dove anche i cambiamenti climatici hanno costretto a partire. Forse sono proprio le ong che creano sicurezza più che mettere in pericolo. Una seconda considerazione è che mi sarei aspettato che, a fronte eventualmente di una regolamentazione delle azioni delle ong che di fatto limitano il salvataggio delle persone, ci fosse un impegno italiano ed europeo per proprie navi di salvataggio di persone che continueranno a fuggire da situazioni disperate. La terza considerazione è che bisogna capire se sono legittime, alla luce del diritto internazionale e del diritto del mare, alcune indicazioni che sono presenti nel decreto. Infine, nel decreto sicurezza non c’è una parola sulla sicurezza delle persone in pericolo e che sono in fuga. È un decreto che dimentica che sono le persone che si trovano in mare il soggetto insicuro e che hanno bisogno di approdo.

Che ne sarà del lavoro degli immigrati?

Per quanto riguarda i lavori degli immigrati, contemplati negli ultimi numeri di questo decreto, c’è molta incertezza. Si parla della necessità del visto di ingresso per un permesso di soggiorno che dovrebbe essere conseguente a un corso di formazione del lavoratore. Non si capisce se questo corso deve avvenire in patria, online… e poi non si capisce cosa significa che la questura dà un silenzio assenso, di fatto, in ordine a questo visto di ingresso. Il che sta allora a indicare che forse la questura, di fronte a un nominativo fa una verifica, con la polizia internazionale, l’interpol o la banca dati europea, riservandosi di verificare se la persona ha delle situazioni particolare...

Così come non si capisce perché il corso di formazione ha una validità solo di sei mesi: se è un corso di formazione deve essere fatto e poi rimanere un patrimonio del lavoratore, senza scadenze. Se ci sono degli aggiornamenti da fare nella formazione si fanno. Quindi è un decreto sicurezza che è nato soprattutto per le navi ong, inserisce questo elemento dei lavoratori stranieri che è una grande necessità perché tutte le categorie del mondo del lavoro hanno chiesto più lavoratori e prepara in maniera imprecisa il decreto flussi, si parla di 89mila persone, 10mila in più rispetto al decreto flussi ultimo di Draghi.

La matrice che ha ispirato il decreto è ancora l’idea che siano le ong ad alimentare gli scafisti... risulta evidente che non si riesce a rompere questo convincimento...

Sì, è paradossale che uno strumento che in questi anni è stato di sicurezza per almeno il 10% delle persone che sono sbarcate nel nostro Paese e in Europa sia considerato uno strumento di insicurezza. Da questo punto di vista credo che questo decreto cadrà presto, nel senso che è costruito sul nulla, costruito soprattutto su un segnale di insicurezza che è in realtà è fasullo.

Qui si parla di sanzioni pesanti che arriverebbero a 50mila euro in caso di mancato rispetto delle norme...

Come sempre si utilizza anche lo strumento della sanzione per indebolire e impedire questo tipo di azione delle ong che, di fatto, già precedentemente avvertivano sempre la guardia costiera di tutto… il percorso che qui è indicato è quello che più volte i responsabili delle diverse ong hanno detto di seguire da sempre. Queste sanzioni amministrative non penali stanno dunque a dire che si vuole inserire una serie di elementi i quali di fatto non sono importanti in ordine alla gestione di questa realtà.

 Alcune ong, tra cui per esempio Emergency, lamentano già che, impedendo il decreto di fare ulteriori salvataggi dopo il primo soccorso, esso porterà da un lato all’aumento dei morti in mare e dall’altro al respingimento ancora una volta verso la Libia…

Certamente. Che ci sia nel decreto l’intenzione di limitare le possibilità di salvataggio da parte delle ong e che questo porterà a maggiori respingimenti è una conseguenza inevitabile. Non si capisce perché una nave che ha a bordo delle persone salvate e che nel tragitto ne incontra delle altre non possa e non debba fermarsi per salvarle.

L'Emilia-Romagna, la Regione in cui lei vive, si prepara ad accogliere i 113 migranti soccorsi al largo della Libia dalla nave 'Ocean Viking' della ong Sos Méditerranée. L'arrivo al porto di Ravenna è previsto sabato. Tra di loro ci sono 23 donne, alcune incinte, 34 minori non accompagnati e 3 neonati, il più piccolo ha solo tre settimane. Quale è il suo stato d'animo di fronte a queste scene in questo tempo di Natale?

Che questo è il Natale da vivere: il Natale dei bambini che stanno fuggendo come il Bambino Gesù in fuga e che chiedono di essere accolti, chiedono casa, città, chiedono un Paese dove crescere e vivere e dare il meglio di sé. L’Emilia-Romagna è una delle Regioni che già sta accogliendo moltissime di queste persone. Proprio ieri sera ero in un Centro di accoglienza qui a Ferrara dove hanno ospitato una famiglia che sono andati a prendere al porto e ne stanno aspettando altre. Questi segnali sono quelli che ci aiutano a vivere il Natale in maniera diversa e che provocano la politica a superare un impatto ideologico sulle migrazioni. Bisogna riuscire a capire che la mobilità è una delle strutture fondamentali del cambiamento futuro delle nostre città.

 Vatican News

 

venerdì 5 luglio 2019

MIGRAZIONI: GLI ESSERI UMANI SE NON ANNEGANO SONO ... UN PROBLEMA!

di Giuseppe Savagnone

L’arrivo di un’altra nave, questa volta italianissima, carica di 54 persone (tra cui 4 bambini e una donna incinta) raccolte al largo delle coste libiche, apre un nuovo psicodramma, dopo quello creatosi con la Sea-Watch.
Si riapre il duello tra una Ong – questa volta è «Mediterranea» – e il ministro Salvini, reduce dalla dura sconfitta subita in quello, appena concluso, con la capitana Carola Rackete, ma ancora risoluto a impedire lo sbarco dei migranti.
Anche se sta diventando sempre più evidente che siamo chiamati ad assistere a una specie di sceneggiata: ormai sappiamo – lo ha ribadito, tra gli altri, il sindaco di Lampedusa – che gli sbarchi sull’isola da tempo si sono moltiplicati e che, proprio mentre il nostro ministro degli Interni, fronteggiando la Sea-Watch, giurava che nessun migrante avrebbe messo piede in Italia, dai barconi ne arrivavano quasi ogni giorno molti di più di quelli bloccati a bordo della nave.
I migranti che arrivano e quelli che affogano
Il punto è che, come i fatti dimostrano inequivocabilmente, attribuire alle Ong la responsabilità di rendere possibili le traversate del Mediterraneo, come ha fatto ostinatamente Salvini e, sulla sua scia, il tam tam dei social – arrivando ad accusarle di essere complici degli scafisti nel traffico di esseri umani – è utile per polarizzare su un “nemico” l’ostilità dell’opinione pubblica, ma non rispecchia la realtà.
I migranti arrivano comunque. Solo che, con la diminuita presenza delle navi delle Ong, accade che una parte di loro muoiano annegati.
La tesi governativa che bloccando le Ong ci sono meno morti è smentita dai fatti. È di questi giorni la tragica notizia che un barcone con 85 persone a bordo è affondato al largo della Tunisia. Solo 5 i superstiti.
Sarebbe accaduto lo stesso, probabilmente, a quelli recuperati dalla Sea-Watch. Certo, i problemi che sono nati dopo non sarebbero mai sorti, ma per il semplice motivo che avremmo saputo da un trafiletto di cronaca dell’ennesimo naufragio senza superstiti, a cui ormai abbiamo fatto l’abitudine.
Il problema allora non sono le Ong
Quanto all’accusa di essere d’accordo con gli scafisti, proprio recentemente nella relazione fatta da Luigi Patronaggio, procuratore di Agrigento, alle commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia della Camera, si sostiene che «il legame tra Ong per i migranti e scafisti non è mai stato dimostrato».
Non sono competente per verificare la validità di una simile affermazione. Ma nessuno finora, che io sappia, l’ha smentita con delle prove.
In ogni caso, è chiaro, ormai, che il problema vero non sono le Ong (quali che possano essere le critiche a loro carico). Primo, perché, come si è detto, i migranti arrivano anche senza di esse.
Secondo, perché, anche a prescindere da esse, una legge del mare antichissima, ribadita e codificata nell’art.98 dell’ UNCLOS (acronimo del nome in inglese “United Nations Convention on the Law of the Sea”), prevede che il comandante di una nave «presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo».
La nave «Diciotti» non era di una Ong, ma della nostra marina militare. E parlare di «salvataggi illegali», come fa con indignazione qualche nostro giornale, è ridicolo. 
Gli esseri umani, se non annegano, sono un problema!
Il «Decreto sicurezza bis», appena approvato, stabilisce agli articoli 1 e 2 limiti e penali pesantissimi all’ingresso di queste navi soccorritrici nelle nostre acque territoriali. Ma degli esseri umani, una volta che non sono stati sepolti e nascosti dal mare, è difficile sbarazzarsi.
Anche la sentenza della Corte europea, che non ravvisava gli estremi di un uno stato di necessità per sbarcare quelli della Sea-Watch, obbligava però il governo italiano «a fornire tutta l’assistenza necessaria alle persone in situazione di vulnerabilità a causa dell’età o dello stato di salute che si trovano a bordo della nave».
«Porti sicuri» (parola di Salvini)
Salvini in questi mesi ha spesso ripetuto che i migranti devono essere riportati in Libia, da dove partono, e che questo Paese è «sicuro». Ma le reiterate dichiarazioni dell’Onu e del Commissario per i Diritti umani del Consiglio di Europa, sulle condizioni disumane dei campi libici – ora confermate dalla recentissima, tragica notizia del bombardamento di uno di questi campi e della morte di 44 migranti là detenuti – hanno sempre smentito questa tesi.
Ora il ministro degli Interni parla della Tunisia. Ma la Convenzione di Amburgo – ratificata dall’Italia e che nel nostro ordinamento ha valore di legge, anzi, per l’art. 117 della Costituzione, superiore alla legge (quindi anche al “Decreto sicurezza») – stabilisce che il soccorso si conclude solo con lo sbarco delle persone in un porto sicuro, dove i diritti umani fondamentali dei migranti sono loro garantiti.
Ora, come conferma l’odissea della nave bloccata al largo delle coste tunisine con 75 naufraghi, la Tunisia, pur essendo firmataria degli accordi di Ginevra, non è affatto un «porto sicuro» perché non ha mai fatto una legge che attui effettivamente questo principio e che permetta di chiedere protezione umanitaria.
Resterebbe tra gli approdi vicini, Malta, che però è un’isola più piccola della città di Milano e già ha una percentuale di 18,3 rifugiati ogni mille abitanti, a fronte dei 2,4 dell’Italia. Può darsi che in qualche caso il ricorso ad essa possa essere una via d’uscita diplomaticamente utile, ma è assurdo immaginarla come una soluzione al problema delle migrazioni nel loro complesso.
Forse è meglio cercarla, la collaborazione con l’Europa…
E allora? Allora forse il ministro degli Interni farebbe meglio a partecipare alle riunioni dei suoi colleghi europei, invece di disertarle, come ha fatto in sette occasioni su otto, per impegni elettorali.
In questo modo, invece di girare per le piazze a dire ai suoi sostenitori che l’Europa non ci ascolta, potrebbe farsi ascoltare e rendere possibile quella collaborazione di cui a gran voce ha sempre denunziato l’assenza, salvo poi schierarsi sistematicamente con i Paesi sovranisti di Visegrad, che questa collaborazione non la vogliono affatto.
L’abbandono dell’illusione sovranista, coltivata finora dal nostro governo, sembra l’unica soluzione possibile, al di là degli spettacolari duelli muscolari con la Ong di turno, buoni forse per far aumentare i consensi elettorali, ma assolutamente sterili ai fini di una soluzione reale del problema migratorio.
Del resto, le elezioni europee e il nuovo assetto dell’UE hanno totalmente smentito i bellicosi e trionfali proclami che davano per certa la “cacciata” della “casta” franco-tedesca e l’avvento al potere, sulla scena europea, dei partiti populisti. Il solo guadagno dell’Italia, in seguito a questa linea, è stato un totale isolamento e la perdita di rappresentatività.
Al di là del “buonismo” e del “cinismo”
Non basta, però, un vero accordo con l’Europa. È in Italia che deve avvenire una svolta. La contrapposizione tra “buonisti” di “sinistra” e “cinici” di “destra” ha ormai mostrato tutti i suoi limiti.
La difesa dei diritti umani, sostenuta come priorità dai primi, così come la realistica considerazione che non possiamo accogliere tutti i poveri dell’Africa, fatta valere dai secondi, non sono necessariamente incompatibili.
Si tratta di prendere sul serio, dall’una e dall’altra parte, il principio, ribadito spesso da papa Francesco, che un’accoglienza non è praticabile se non garantendo una reale integrazione.
Quella operata dai governi di “sinistra” è stata una falsa accoglienza, che ha creato marginalità e ha indignato e allarmato gli italiani, preparando il terreno alla reazione, altrettanto unilaterale, di chi ha eliminato anche quel po’ di integrazione che si faceva, giustificando in questo modo il rifiuto drastico dell’accoglienza.
Se il Pd finalmente smettesse di vivere, parassitariamente, della critica puramente negativa di quanto fa il governo ed elaborasse una seria proposta per regolamentare i flussi migratori in rapporto alle nostre possibilità di integrazione; e se la Lega, da parte sua, prendesse atto che l’interesse degli italiani non è l’esclusione degli stranieri (gli ultimi dati demografici dimostrano che fra poco senza di loro non potranno funzionare né il nostro sistema previdenziale né la nostra scuola, per non parlare del mercato del lavoro, specialmente nel settore delle badanti), ma l’eliminazione delle disfunzioni che facilitano sfruttamento e criminalità – forse usciremmo finalmente dallo sterile batti e ribatti polemico che ha dominato in questi ultimi anni.
Per essere più umani
L’Italia ha bisogno di questo salto di qualità della sua classe politica. Ma è un salto che deve avvenire, prima ancora, sui giornali, nell’opinione pubblica, nella gente che scrive sui social, che fa le manifestazioni.
Il livello di faziosità e di imbarbarimento del linguaggio e degli atteggiamenti pubblici mi ha fatto ricordare che Platone, in un suo dialogo, indica il pudore come una fondamentale virtù del cittadino.

Forse dobbiamo riscoprire questa capacità di vergognarsi. Non solo per affrontare meglio il problema delle migrazioni, ma per essere noi più umani.