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sabato 11 luglio 2026

REMIGRAZIONE

 


REMIGRAZIONE

 SENZA 

FUTURO

 

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     di LEONARDO BECCHETTI

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Immaginate un allenatore di una squadra di calcio costretta a giocare 9 contro 11 che decide a un certo punto della partita di ritirare altri due giocatori dal campo. La proposta della “remigrazione” assomiglia un po’ a questo. La crisi demografica ha creato nel Paese difficoltà oggettive sul mercato del lavoro. Gli ultimi dati disponibili della banca dati Excelsior (Unioncamere) segnala che le imprese cercano circa 544mila lavoratori e spesso non li trovano. Di fronte a questo problema, la remigrazione riesce nel capolavoro di proporre di mandarne a casa molti di più.

Anche le più estreme e improbabili ricette populiste hanno bisogno di una spolverata di verosimiglianza per essere credibili. La remigrazione consterebbe di due pilastri.

 

Rimpatriare gli stranieri irregolari e offrire un incentivo a quelli regolari senza problemi con la giustizia per tornare a casa loro. La logica economica sarebbe questa. Se è vero che il centro-Nord è in piena occupazione e ci sono molti posti vacanti per i quali non si trovano lavoratori, il problema (il capro espiatorio) sono gli stranieri che fanno concorrenza al ribasso sui salari. Se mandiamo via loro, magicamente gli imprenditori pagheranno salari più elevati e tanti italiani che al momento non partecipano al mercato del lavoro entrerebbero nel mercato del lavoro e prenderebbero quei posti. Proviamo ad applicare l’idea. Mancano oggi decine di migliaia di infermieri con conseguenze gravi negli ospedali. Con la remigrazione mandiamo via gli infermieri stranieri e magicamente il giorno dopo la carenza del personale (aggravata dalla remigrazione) si supera perché il governo rapidissimamente aumenta i salari degli infermieri e arrivano italiani inattivi che non hanno quella passione o vocazione a riempire quei posti.

Che tutto questo non stia né in cielo né in terra lo confermano le scelte di alcune delle forze politiche oggi al governo, forze che – dopo aver spesso identificato in passato bersagli e capri espiatori negli immigrati e nella moneta unica europea – si trovano oggi a essere (per fortuna) più realiste del re, avendo varato la più grande informata di immigrati regolari, ed essendo il governo diventato affidabile garante della stabilità dei conti pubblici all’interno delle regole europee. Ma è proprio il loro essere aderenti alla realtà e non alla propaganda che crea spazio vuoto soprattutto a destra, spazio occupato da nuove e più astruse fole populiste.

 

La logica della remigrazione non sta in piedi in nessun punto anche a partire dalla premessa. I salari sono bassi nelle attività delocalizzabili soggette alla concorrenza internazionale per la pressione al ribasso della concorrenza anche da altri Paesi su cui non possiamo certo intervenire con la remigrazione. Immaginiamo il settore delle automobili, dove ormai in Cina esistono le “ dark factories” (aziende con all’interno solo macchine che producono a luce spenta). In che modo alzare i salari dei lavoratori italiani da noi senza crescere in qualità e competitività del sistema Paese risolverebbe e non aggraverebbe il problema?

Nei settori non delocalizzabili invece (logistica, vigilanza, servizi di consegna) la soluzione è un salario minimo decente, come già in vigore in Spagna o nella città di New York, perché la consegna delle pizze va svolta comunque qui e non si può minacciare di delocalizzarla in Cina.

 

La sicurezza

Un altro degli argomenti che va per la maggiore nella vulgata remigrazionista è quello della sicurezza. Gli stranieri delinquono di più e quindi bisogna rimandarli a casa. Non è così: basta controllare tutti gli altri fattori che spiegano questi comportamenti e incrociare i dati con gli stranieri regolarizzati. Politiche assennate di accesso attraverso canali sicuri e di regolarizzazione condizionata a percorsi virtuosi sono la risposta migliore a questo problema.

Senza soffermarci per l’ennesima volta sul contributo straordinario che i lavoratori di origine straniera danno all’Italia (sono circa il 10% tra gli imprenditori, fanno il 9% del valore aggiunto e si stima, per i prossimi anni, un fabbisogno i circa 600mila nuovi ingressi) la nuova moda populista di turno della remigrazione è la spia di un disagio più profondo. Esiste in vasti strati della società che partecipano in misura limitata al progresso, una rabbia profonda che li getta tra le mani del pifferaio magico di turno. È pertanto assolutamente urgente costruire percorsi di inclusione, partecipazione, cittadinanza attiva che limitino il più possibile la rabbia di quella quota di cittadini che si sentono esclusi. Ed è al contempo fondamentale essere efficaci nel promuovere quella rivoluzione culturale e antropologica di cui anche l’ultima enciclica di papa Leone, Magnifica humani-tas, si fa promotrice. 

La nostra umanità è magnifica (ed è di gran lunga superiore ai nuovi miti scientisti del transumanesimo) se capiamo che la fioritura della nostra vita non è nello scorrere senza soluzioni di continuità lo schermo di un cellulare, ma sta nella vita di relazioni, nel seguire percorsi generativi, nel valorizzare trascendenza e ricchezza di senso di vita.


www.avvenire.it

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venerdì 27 febbraio 2026

L'INTELLIGENZA DEI PIEDI

 


“La sapienza 

ama giocare”

Un itinerario di significati 

fra sapienza, 

intelligenza, saggezza 

e incoscienza 

Le stringhe di parole sono affascinanti, 

soprattutto per una persona che, 

per motivi diversi ma alla fine convergenti, 

ha avuto tanto a che fare con parole migranti, 

cioè con esigenze di continue traduzioni. 

di Cristina Simonelli *

Non posso tuttavia ignorare gli avvertimenti, meno speculari di quanto potrebbe sembrare, di Gianrico Carofiglio (La manomissione delle parole, Rizzoli, Milano): con più facilità mi colloco nell’asse in cui chiede manomissione, cioè di liberare i significati delle parole. Ma non posso ignorare il secondo asse, quello in cui suggerisce di non essere astrusi e fumosi perché, come diceva Galileo, «parlare oscuro ognun lo sa fare, chiaro pochissimi». Cercherò di tenere come guida a lato strada questi due suggerimenti, mentre provo a tracciare il percorso che mi è stato proposto, formato da “sapienza, intelligenza, saggezza e incoscienza”. Spero di non essere fumosa, mentre provo a seguirlo come una spirale: non una pista circolare in cui si torna sempre al punto di partenza, e neppure una via che si slancia solo in avanti, da partenza a meta, ma una di quelle strade che si inerpicano fra tornanti, che fanno vedere cose simili ma da altri punti di vista e permettono di immettersi da punti diversi, magari apparentemente secondari. 

Entrando dunque da uno dei tornanti – primo forse per i lettori delle pagine bibliche, ma non certo per tutti - ci viene incontro una figura femminile di aspetto pluriforme. Sì, perché Donna Sapienza è una signora, che invita a banchetto (Pr 9) e si rispecchia nella donna forte e intraprendente (Pr 31) troppo spesso resa con metafore di buona casalinga per funerali e matrimoni, magari sottomessa. Ma è anche una che balla e ama giocare – e così la immagino ragazza, come quelle che danzano in Ger 31,13 o nelle liriche greche quando giocano nel caldo del meriggio o nella poesia di Neruda Bimba bruna e flessuosa. Così infatti ci viene incontro in un passo che è stato tanto letto anche nelle discussioni teologiche, Pr 8,22: la Figlia di Dio che proprio giocando e scherzando muove gli elementi della creazione, sapienza/sorella della Parola (Gen 1). Che però in greco si dice Logos e che in questo modo, maschile oltre il buon senso, ha subito una transizione da donna a uomo ed è entrato, magari anche un po’ razionalmente algido, nella teologia dell’incarnazione del Figlio (per l’anniversario del Concilio di Nicea 325/2025 se ne è molto parlato). 

Ponderata come la maturità, dunque, ma anche lieve come la giovinezza, movenza umana capace di restituire un’immagine divina, Sapienza ha anche un’altra coppia di rappresentazioni: è saggia ma anche folle, riflessiva e appassionata, perseverante e impulsiva. Ma no, si potrebbe obiettare: l’altra è la stolta, l’incosciente, donna follia. Non ne sarei così sicura: vero sì, che il libro dei Proverbi ama procedere per quadri contrapposti e sdoppia spesso le figure in forma didattica. Però ci sono anche punti in comune: vanno per strada e stanno sulle porte, chiamano e seducono, frequentano luoghi non di troppa rispettabilità, anche i crocicchi delle strade, da sempre luoghi “non autorizzati” (cfr Pr 8,1ss). Certo, quando le figure si mescolano, la chiarezza che si cerca è quella manomessa, liberata nelle sue potenzialità: ma forse anche perché la spartizione dei temi era solo apparentemente chiara, in realtà non corrispondente. 

L’intelligenza dei piedi 

Sappiamo bene – anche questa è una sapienza – che entriamo in relazione con i passi biblici a partire da dove ci “troviamo” e in qualche modo camminiamo sulle pagine, ne riveliamo anfratti e ne liberiamo potenzialità. La lettura appena fatta deve tanto all’esegesi delle teologhe, si capisce. Ma deve molto anche a tante altre vite, a tante tradizioni spirituali, fra cui quella detta mendicante – parola che piace solo in ristretti ambiti storiografici, ma al di fuori sa di insulto, ad esempio rivolto ai Rom o a persone povere. Il vangelo, come il regno, patisce “violenza” (cfr Mt 11,12), che si potrebbe tradurre anche come “viene aperto dalle vite” e sprigiona significati altrimenti inediti. Recupero perciò, sentendola vicina all’anniversario francescano, una frase che ha accompagnato la Chiesa italiana “presso i Rom” [Cristina Simonelli, «L’estensione e lo spessore. La pastorale rom a Verona come recezione del Concilio», in “Esperienza e teologia” 28 (2012) 119-130]: il vangelo si vive con i piedi. Significa che è utile spostare i piedi, fisicamente, abitare crocicchi e piazze, luoghi altrimenti non di buona fama – condizione necessaria, anche se forse non sufficiente, perché dopo i piedi ci siano cuore e mente – per vedere diversamente. Forse è troppo audace il confronto, ma penso spesso a quei due metri scarsi che hanno spostato Francesco (di Assisi) dal centro della via al bordo dei lebbrosi, dove non è stato benefattore “ricco signore che dà obolo”, ma persona che ha trovato normale – dolcezza, dice – la nuova compagnia. Perché anche di questo si tratta: di un’altra normalità, che dunque rifugge la pubblicità e i titoli eroici, fino quasi a rendere saggiamente taciturni, per non parlare al posto di altri. Come ci siamo spesso detti, rischiamo altrimenti di fare della vita uno spot, delle situazioni vissute il piedistallo su cui si stagliano le statue di re e generali (in questo caso, di buoni esibiti su poveri “letteralmente” sotto-posti). 

Questa modalità di lettura con i piedi si chiama a volte anche “posizionamento”. Mi piace vederci una figura sintetica di intelligenza, quella che non è irrazionale, ma pratica ed emotiva (che è di più, non di meno), che consente di intus /legere, vedere, almeno un po’, dentro le cose e le situazioni. Questa intelligenza è anch’essa migrante nelle traduzioni, anche nelle pagine bibliche: per i greci si chiama anche phronêsis, per i latini prudentia e la troviamo niente meno che applicata al serpente. Quello di Genesi 3, che poi si è preso un sacco di colpe, ma anche quello che Gesù propone ai discepoli: siate semplici come colombe, ma, ancora prima, “intelligenti/soppesanti/astuti” come i serpenti (cfr Mt 10,16). Non “prudenti” nel senso di conformisti immobili, come don Abbondio, che, ci suggerisce il Manzoni, stava sempre dalla parte del più forte; ma quella di fra Cristoforo, l’intelligenza rischiosa e soppesante che sa dove posare i piedi, oltre le mode e le convenienze 

Dal proprio tesoro cose folli e cose sagge 

Si potrebbe dunque entrare, un po’ furtivi in effetti, in un altro ben noto detto evangelico, quello che elogia, dopo una serie di brevi e intense parabole, certi scribi fatti discepoli del regno (Mt 13,52), che sono simili a padrone di casa – non ci sarebbe neppure bisogno del fatto che nel testo c’è anthropos, essere umano, e non anêr, maschio, per permetterci una resa al femminile come quella della nostra Donna Sapienza – che sanno cercare e tirare fuori dal tesoro “cose nuove e antiche”. 

In questo caso si potrebbe dire che con sapienza sanno unire cose che potrebbero sembrare opposte, ma possono far sprigionare significati importanti, se escono dalle sacrestie per dimorare nei crocicchi delle vie. Con l’intelligenza dei piedi ben posizionati, che rovescia – ma solo apparentemente se meglio guardiamo – ciò che pare scandalo e follia ed è sapienza (cfr 1Cor 1, 22-25) e soprattutto praticano la prudenza evangelica, che spesso sembra addirittura incoscienza. Certo, vegliando, mentre spesso dormiamo (Francesca Albanese, Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite dalla Palestina, Rizzoli, Milano 2025), e come scribi convertiti, accogliendo la profezia che spesso ci raggiunge da fuori. Perché è saggio conoscere il proprio limite e abitarlo con autoironia, oltre che con responsabilità.

Fonte: Messaggero cappuccino

* docente di teologia patristica a Verona e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale

 

lunedì 29 dicembre 2025

CENTOSEDICI PERSONE

 


“L’irripetibilità

 di quelle 116 persone 

morte 

nel Mediterraneo”

 

-di Stefano Arduini

 

La tragedia dei migranti al largo delle coste libiche, di cui si ha avuto notizia nel giorno di Natale e di cui si è parlato pochissimo in questi giorni di festa, non può essere ridotta a fredda contabilità.

Scrivere di loro, nominarli, farne memoria non è pietismo.

È resistenza.

Perché ciò che non viene nominato smette di esistere.

E l’algoritmo questo lo sa bene.

Un solo superstite, tratto in salvo da un pescatore tunisino, è la contabilità dell’ennesima tragedia del mare: 116 morti a seguito del naufragio di una barca, salpata da Zuwara in Libia, e avvenuto al largo delle coste libiche a causa del maltempo.

La tragedia è datata giovedì 18 dicembre, ma se ne è avuta certezza solo nel giorno di Natale (grazie ad Alarm Phone).

In questi giorni di festa (almeno in questa parte del mondo) se ne è parlato pochissimo.

Centosedici morti nel Mediterraneo.

Lo diciamo così. Lo abbiamo letto così sui nostri social.

In una riga, come se fosse un dato. Come se fosse un aggiornamento. Come se bastasse.

Ma 116 non è un numero: è una scorciatoia.

Serve a rendere la tragedia gestibile, a farla stare nello spazio ridotto dell’attenzione pubblica, a permetterci di passare oltre.

È il linguaggio dell’algoritmo, che classifica, riduce, seleziona, dimentica.

Centosedici erano persone, non erano lontane.

Non erano “altre”.

Non erano diverse da noi.

Noi non abbiamo alcun merito nell’essere sopravvissuti.

E loro non hanno alcun demerito nell’essere su quella barca.

Stavano facendo ciò che gli esseri umani fanno da sempre: cercare una possibilità di vita.

Non eroismo.

Non incoscienza.

Necessità.

Hannah Arendt ci ha ricordato che la singolarità di una vita non è sostituibile da nulla.

E allora ogni morte che accettiamo come “inevitabile” è una sconfitta che normalizziamo.

Non perché non potesse accadere, ma perché scegliamo di non fermarci a guardarla.

Ogni essere umano è unico, irripetibile.

La vita di un solo uomo vale più di tutte le idee astratte.

Eppure, continuiamo a sacrificare vite concrete in nome di astrazioni molto ben organizzate: il controllo delle frontiere, la deterrenza, la sicurezza, i flussi, l’indifferenza. Parole che funzionano bene nei documenti, meno nei corpi.

I corpi sono la “grande idea” della storia.

Ce lo ha insegnato Albert Camus.

La linea che separa il “noi” dal “loro” è fragile, mobile, spesso immaginaria, ma rassicurante. Basta nascere qualche chilometro più in là, basta un passaporto diverso, perché quella linea diventi un muro morale.

E perché la morte, improvvisamente, non ci riguardi più.

Ma dimenticare i morti è come ucciderli una seconda volta.

Elie Wiesel non parlava solo della Shoah: parlava della responsabilità universale della memoria.

La memoria non è un esercizio del passato, è un atto di giustizia nel presente: ricordare è rendere giustizia.

Scrivere di loro, nominarli, farne memoria non è pietismo.

È resistenza.

Perché ciò che non viene nominato smette di esistere.

E l’algoritmo questo lo sa bene.

Non è la mancanza di notizie a renderci ciechi, ma la loro trasformazione in rumore.

Centosedici morti diventano uno scorrimento veloce, una notifica che non interrompe davvero nulla. Il sistema funziona quando non ci fermiamo.

E invece fermarsi è l’unica cosa da fare.

Fermarsi a dire che dietro ogni numero c’era una voce, un volto, una storia che non conosceremo mai — e che proprio per questo ci riguarda.

Ricordare queste 116 persone non le riporterà indietro.

Ma ci impedisce di diventare complici dell’oblio.

Ci obbliga a restare umani in un tempo che premia la distrazione.

Ci ricorda che nessun algoritmo può decidere quali vite contano.

Finché continueremo a scriverne, a dirne i numeri come nomi mancanti, a farne memoria pubblica, l’algoritmo non avrà vinto.

E forse nemmeno noi avremo perso del tutto.

 VITA

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venerdì 12 dicembre 2025

LA RISORSA DEI MIGRANTI

 


La Santa Sede:

 migranti risorsa 

per la pace, 

superare stereotipi

 e polarizzazioni

 

Nel suo intervento al Consiglio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), l’arcivescovo Ettore Balestrero, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra, invita a un’“analisi oggettiva e completa” dei movimenti migratori, che ne consideri cause e conseguenze. 

Chi è costretto a lasciare la propria casa, sottolinea, incarna il “volto umano della globalizzazione”, spesso sostenuto, nelle aree più remote e carenti di servizi, da organizzazioni religiose

 

-         -di Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

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La voce grossa dei dibattiti odierni finisce per ammutolire, attraverso "stereotipi e narrazioni", chi potrebbe farsi portavoce di "relazioni pacifiche tra le nazioni". I migranti, ovvero non “problemi da risolvere” né “opportunità da sfruttare”, ma il vero e autentico “volto della globalizzazione”. È questa la posizione della Santa Sede, espressa dall’arcivescovo Ettore Balestrero, osservatore permanente vaticano presso le Nazioni Unite e le altre Organizzazioni Internazionali a Ginevra, nel suo intervento del 10 dicembre alla 116.ma sessione del Consiglio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM).

Considerare oggettivamente i migranti

L’intervento dell’arcivescovo si apre da un dato: 304 milioni di migranti internazionali nel mondo. Chi lascia il proprio Paese è, prima di tutto, “un essere umano”, ricorda Balestrero, la cui dignità e i cui diritti devono costituire il fulcro della cooperazione internazionale e delle politiche in materia. Per questo, occorre superare discussioni permeate da pregiudizi e visioni divisive, che impediscono una “considerazione oggettiva e completa della migrazione”, delle sue cause e delle sue conseguenze.

Il volto umano della globalizzazione

Tali contrasti ignorano inoltre i contributi positivi che i migranti apportano alle società. Se da una parte, come ricordava Papa Benedetto XVI, essi “hanno il dovere di integrarsi nel Paese di accoglienza, rispettandone le leggi e l’identità nazionale”, dall’altra rappresentano il volto umano dei processi di globalizzazione e possono promuovere l’armonia internazionale.

I diritti degli Stati e di chi migra

Balestrero ribadisce il diritto di ogni Stato di proteggere i propri confini. Esso, tuttavia, deve andare di pari passo con il rispetto della dignità di coloro che li raggiungono. Come sottolineava Papa Leone XIV, quando chi cerca protezione subisce maltrattamenti “non assistiamo al legittimo esercizio della sovranità nazionale, ma piuttosto a gravi crimini commessi o tollerati dallo Stato”.

 Le piaghe delle rotte pericolose e dei trafficanti

La Santa Sede ribadisce profonda preoccupazione per la vulnerabilità dei migranti, spesso costretti a percorrere "rotte pericolose". Un presagio che trova conferma nel dato drammatico del 2024: almeno 8.939 persone hanno perso la vita durante gli spostamenti dai propri Paesi di origine. “L’anno più letale mai registrato”, osserva l’arcivescovo, ricordando che ogni decesso rappresenta un fallimento dell’umanità, degli Stati e della comunità internazionale. Un’altra piaga connessa alle migrazioni è lo sfruttamento operato da trafficanti e contrabbandieri che “approfittano della disperazione a scopo di lucro”. In questo senso, la Santa Sede accoglie con favore l’impegno dell’OIM nel proseguire le attività di prevenzione, soccorso e assistenza alle vittime.

L'apporto delle organizzazioni religiose

Balestrero riconosce inoltre il valore dell’adozione di “un linguaggio concordato e consensuale nel Programma e Bilancio dell’OIM per il 2026”, così da evitare definizioni ambigue o prive di un significato condiviso nel diritto internazionale e tra gli Stati membri. Nel contesto migratorio, spiega l’arcivescovo, un ruolo decisivo è svolto dalle organizzazioni religiose. La loro presenza capillare e di lunga data, “anche nelle aree più remote e carenti di servizi”, rappresenta un sostegno concreto alle persone in movimento. Un aiuto che ha preceduto il momento in cui la migrazione è divenuta una "questione internazionale". Un impegno che continua “anche dopo che l’attenzione dei media è svanita”, grazie alla promozione di una rete globale lungo le rotte migratorie. Con un unico obiettivo, già delineato da Papa Francesco: “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”, senza distinzioni. L’arcivescovo conclude ribadendo ciò che i migranti non devono essere: questioni da dirimere o “opportunità” da cui trarre vantaggi personali. Per questo, gli sforzi congiunti della comunità internazionale devono puntare a “promuovere il rispetto della loro dignità e permettere loro di viverla pienamente”.

Vatican News

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sabato 27 settembre 2025

SCUOLE SENZA PERMESSO


 Stranieri. Nelle «Scuole senza permesso» si impara la lingua dell'integrazione




-         -di Maurizio Ambrosini 

È suonata la campanella nelle scuole di tutta Italia, e gli alunni di ogni età sono tornati sui banchi. Tra loro, fra l’altro, oltre 900.000 privi della cittadinanza italiana.

Ma un altro sistema educativo ha riaperto le porte: i corsi d’italiano per stranieri. Una parte è organizzata dal sistema pubblico, mediante i Centri Provinciali per l’Istruzione degli adulti (Cpia), con oltre 200.000 iscritti nel 2023/2024. Un’altra cospicua parte invece è mandata avanti da una galassia d’iniziative associative ed ecclesiali, distribuite in tutto il Paese, con l’apporto di migliaia di volontari.

A Roma e nel Lazio la rete Scuolemigranti raccoglie un centinaio di associazioni e più di 10.000 iscritti ai corsi ogni anno. A Milano e dintorni, esiste da dieci anni una rete che coordina una quarantina di scuole, giovandosi di 250 insegnanti volontari e accogliendo circa 3.000 studenti. Si è data un nome emblematico: “Scuole senza permesso”.

 Caratteristica delle scuole mandate avanti da soggetti della società civile è infatti la flessibilità organizzativa, la moltiplicazione delle soluzioni praticate in termini di orari e modalità d’insegnamento, nonché la capacità d’intercettare anche persone che per diversi motivi non riescono a rientrare negli schemi dell’offerta educativa pubblica.

Troviamo infatti scuole che offrono corsi al mattino per le mamme che hanno qualche ora disponibile dopo aver accompagnato i figli a scuola, oppure servizi di baby-sitting per accudire i più piccoli mentre le madri partecipano alle lezioni, oppure ancora corsi per sole donne e con insegnanti donne per riuscire a coinvolgere studenti che per vincoli culturali e religiosi non parteciperebbero a corsi misti. Intorno ai corsi poi spesso si sviluppano attività socializzanti e di tempo libero. Molti insegnanti non solo danno prova di creatività, inventando moduli didattici e modalità d’insegnamento non convenzionali, agganciate alla vita quotidiana e alle sue necessità, ma diventano punti di riferimento e consulenti anche per molte esigenze extrascolastiche: ricerca di lavoro, casa, orientamento nei meandri della burocrazia. Qui prendono forma le basi dell’integrazione e della convivenza auspicabile.

Il possesso della lingua è un fattore basilare dell’integrazione degli immigrati, una risorsa essenziale per trovare e migliorare il lavoro, interagire con i servizi pubblici (pensiamo alla sanità), seguire i figli nell’apprendimento, costruire relazioni con la popolazione locale. Ma la lingua è nello stesso tempo anche un fattore di emancipazione, come insegnava don Milani: il mezzo per potersi esprimere in pubblico, partecipare alla vita sociale, diventare attori a pieno titolo della società italiana.

Per provare a uscire dall’integrazione subalterna che il mercato del lavoro e tanta parte della società italiana sembra richiedere agli immigrati. Le scuole d’italiano sono anche scuole di cittadinanza, nel duplice risvolto del termine: scuole in cui insieme alla lingua, s’imparano le regole della vita in comune in un nuovo paese, e in cui la lingua è il veicolo della presa di parola e della partecipazione democratica.

Dal punto di vista degli interessi nazionali, invece di lamentare la mancata integrazione, l’incapacità di comunicare, la formazione di società parallele e separate, sarebbe fondamentale estendere l’esperienza delle scuole d’italiano là dove ancora non esistono o non sono sufficienti, dotarle di sedi e attrezzature più adeguate quando ne sono carenti, aumentare il numero di volontari coinvolti per rendere più efficace e personalizzato l’insegnamento.

Più scuole d’italiano, più immigrati accolti e formati, più esperienze di successo educativo, significano meno spaesamento, meno emarginazione, meno derive devianti, meno rischi di banlieues nelle nostre città.

www.avvenire.it



 

 

sabato 13 settembre 2025

L'ERA DELLE MIGRAZIONI

 

Immaginiamoci in una situazione simile a quella di tanti migranti: sradicati da casa nostra, strappati alla nostra lingua madre, in cerca di un futuro per noi e i nostri cari mossi da disperata speranza. Che cosa faremmo?


- di Luciano Manicardi

 

«Non opprimerai il forestiero: voi infatti conoscete il respiro del forestiero, perché siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 23,9). Il divieto di opprimere gli immigrati è motivato dal rimando alla situazione vissuta da Israele quando era emigrato in Egitto. Rimando di valenza teologica: JHWH è il Dio dei migranti. Egli si è rivelato a Israele quando questi era emigrato in Egitto. Proteggere lo straniero residente nel proprio Paese significa per Israele confessare la fede in JHWH. Al contrario, sfruttare, maltrattare, respingere gli immigrati, per Israele equivale a bestemmia e idolatria. Se Israele si è preoccupato della sorte degli immigrati, non è perché minacciato da loro, ma perché cosciente che essi abbisognavano di protezione. Così Israele ha elaborato un «diritto dell’immigrato» redigendo diversi corpi legislativi che sono giunti a rendere l’immigrato un membro della comunità dei figli d’Israele: «Come un nativo dei vostri sarà per voi l’immigrato» (Lv 19,34). I nostri tempi sono stati definiti «l’era della migrazione». Un’era caratterizzata da globalizzazione delle migrazioni, aumento della diversità dei Paesi da cui si emigra e dei motivi per cui si emigra, femminilizzazione delle migrazioni, passaggio di un sempre maggior numero di Paesi da terre di emigrazione a terre di immigrazione. E anche da elaborazione di politiche migratorie dei Paesi di destinazione che si sono sempre più spudoratamente colorate di tinte «criminali» (Etienne Balibar). 

Occorre dunque una presa di coscienza e una denuncia. Una «società decente» non umilia, cioè non assegna a categorie deboli uno statuto di minore umanità. E una società può umiliare anche assicurando ai propri cittadini ciò che non assicura a immigrati, rifugiati, esiliati che godono di diritti limitati. La burocrazia può essere umiliante, basata com’è su relazioni spersonalizzate e insensibile all’unicità di ogni persona. Respingimenti di massa di migranti, detenzioni illegali, deportazioni annunciate di interi popoli, non sono più solo casi di violazione di diritti umani ma fanno parte di un esplicito processo di rigetto di principi di civiltà enunciati dalle Costituzioni di molti Stati. I discorsi e le pratiche pubbliche sdoganano comportamenti «facili» e «di pancia» da parte di tanta gente comune, così che si assiste a espressioni e pratiche di odio che sgomentano. Nel 2019, dopo un naufragio nel Mediterraneo in cui erano morti 150 esseri umani, diverse persone hanno scritto dei post sui social di impressionante crudeltà: «Peggio per loro», «Mangeranno i pesci», «Se non partono non muoiono». Ernst Bloch, nel 1935, interrogandosi sul consenso di massa ottenuto del nazismo, parlava di «metamorfosi in demoni di gente proletarizzata». L’ostentazione pubblica di cattiveria e inumanità spacciate per autenticità e l’esibizione di crudeltà verso povera gente echeggiano le farneticazioni presenti nel Mein Kampf, dove si inneggia al «dovere» di essere crudeli «con la coscienza pulita». Le emozioni della paura (suscitare la paura dei locali verso gli immigrati e incutere negli immigrati la paura dei locali) e della vergogna (indurre gli stranieri a vergognarsi della loro condizione e infondere nei locali il senso della vergogna per la presenza sporca e indecorosa degli immigrati) rientrano in una strategia che rastrella consensi per politiche disumane spacciate per misure securitarie. 

Di che cosa c’è bisogno? Di memoria storica. Le leggi dell’Antico Testamento sugli immigrati si reggono sulla memoria: «Ricordati che sei stato emigrato in terra straniera». Gli italiani potrebbero ricordare che nello stesso tratto di mare in cui ai nostri giorni muoiono migliaia di persone che dall’Africa cercano di venire in Europa, tra fine XIX e inizi XX secolo sono morti tanti italiani che su imbarcazioni di fortuna si recavano in cerca di lavoro in Tunisia, allora protettorato francese. E poi dovettero sottostare al rimpatrio ordinato dalle autorità francesi. La memoria della sofferenza subita preserva dal ripeterla e riversarla su altri. C’è bisogno di empatia. Come quella espressa dal protagonista del romanzo Voci del verbo andare di Jenny Erpenbeck. Riflettendo sulla condizione dei migranti, che egli coglie come persone escluse dallo spazio e dal tempo, fuggite da un luogo inospitale verso Paesi che li rigettano, senza più passato e senza un futuro, egli dice tra sé: «Una vita nella quale un presente vuoto è occupato da un ricordo che ti riesce insopportabile e il cui futuro non accenna a manifestarsi, dev’essere molto faticosa, perché in una vita simile manca, per così dire, una riva a cui approdare». C’è bisogno di tanto altro ancora, ma proviamo anche noi a fare l’impossibile esercizio di immaginar noi stessi in una situazione simile: sradicati da casa nostra, strappati alla nostra lingua madre, in cerca di un futuro per noi e i nostri cari mossi da disperata speranza.

Messaggero di Sant'Antonio



 

mercoledì 3 settembre 2025

IL MEETING DI RIMINI

 


Lettera alle sorelle e ai fratelli 

di Comunione e Liberazione

 


 -       di  Giuseppe Savagnone 



Saluto

Cari sorelle e fratelli, se mi permetto di scrivevi, a proposito del Meeting di Rimini, è perché una lettera non è un discorso “su” qualcosa – come potrebbe essere un articolo – , ma “con” qualcuno, non un giudizio, ma un appello rispettoso.

Preciso subito che non rivesto, né a livello politico né a livello ecclesiale, alcun ruolo ufficiale e che in quanto dico rappresento solo me stesso. Ma poiché per il battesimo condivido con voi la dignità di re, sacerdote e profeta, penso di avere il diritto e il dovere di esprimere la mia opinione su un evento che coinvolge sia la società che la Chiesa di cui tanto voi che io facciamo parte.

A condizione –  ne sono ben consapevole –  di non scadere in quella sterile e acre polemica che in passato ha diviso e  ancora, a volte, divide sorelle fratelli nella fede.

Aggiungo di non essere cresciuto  né nell’Azione cattolica né in Comunione e Liberazione, ma in un piccolo gruppo ecclesiale della mia diocesi, Palermo, a cui devo la mia formazione di laico cristiano. Anche se conto molti amici sinceri, con cui mantengo rapporti di profonda stima, sia in AC che in CL.

Alcune osservazioni generali

Un dialogo o un monologo?

Il motivo di questa lettera è il profondo disagio che ho provato leggendo sui giornali che l’edizione di quest’anno del Meeting – una grande esperienza di popolo importante e significativa (forse l’unica,  almeno in Italia, in cui il mondo cattolico riesce a esprimersi a livello pubblico) – è stata dalla grande maggioranza degli osservatori considerato un chiaro endorsement dei cattolici ai partiti di destra oggi al governo.

In tempi in cui si parla molto del possibile ritorno dei cattolici alla politica, questa presa d’atto da parte dei media acquista un significato che inevitabilmente va al di là di Comunione e Liberazione e chiama in causa il mondo cattolico in quanto tale. Da qui la rilevanza del problema anche per un semplice fedele come me e la  mia esigenza di verificare quanto effettivamente è accaduto.

 Dico subito che il mio non è tanto un discorso sul Meeting, ma su ciò che l’opinione pubblica ed io per primo ne abbiamo colto, attraverso  le semplificazioni dei mezzi di comunicazione.

Mi rendo conto dell’impossibilità – per me, come per chiunque non abbia partecipato personalmente, all’evento – di capire la ricchezza e la complessità di ciò che  esso ha rappresentato. Qui, al di là della varietà di iniziative e di esperienze che hanno giustamente entusiasmato coloro che hanno vissuto queste giornate, è del volto pubblico di questa edizione del Meeting che intendo parlare.

E, a questo livello, l’impressione di una scelta di campo ha un suo innegabile fondamento. A parte la prolusione di Draghi, tutte le relazioni sono state affidate a 13 ministri del governo di destra in carica, oltre che alla premier Giorgia Meloni. Nemmeno una voce dissidente. Era inevitabile, a questo punto, che il messaggio trasmesso ai partecipanti fosse univoco. Il contrario, a dire il vero, di quello che implicherebbe il nome “Meeting”, incontro tra diversi.

La mia meraviglia è aumentata quando ho sentito un’intervista del presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, Davide Prosperi, che dichiarava di aver voluto garantire la maggior varietà possibile di voci.

Può darsi che ci sia stata, ma posso assicurare che dall’esterno si è sentita solo quella dei ministri che vantavano, senza contraddittorio, i loro successi. Ripeto che con questo non intendo assolutamente minimizzare la bella testimonianza di creatività, di impegno e di sacrificio data dagli organizzatori e dai partecipanti anche quest’anno. Ma l’impressione di un monologo, invece che di un dialogo, rimane.

Mattoni nuovi?

Viviamo in un momento in cui la società occidentale, e quella italiana in particolare, assomiglia veramente a un deserto, come il  felicissimo titolo del Meeting evidenziava.

I «luoghi deserti», ha osservato Giorgia Meloni nella sua relazione, sono «una potente metafora della nostra epoca, un’epoca nella quale si vorrebbe omologare tutto, trasformare ognuno di noi in un consumatore perfetto, un vuoto a rendere che può essere riempito da qualsiasi cosa si voglia.

Individui senza identità, senza memoria, senza appartenenza nazionale, familiare o religiosa. Individui in cui desideri cambiano in continuazione e che quindi non amano più nulla. Individui in sostanza nella cui esistenza non c’è più nulla, per cui valga la pena impegnarsi, costruire o combattere».

In Italia questa cultura si è affermata con la crisi della Prima Repubblica e nel corso della Seconda, di cui l’attuale classe politica, maggioranza e opposizione, è l’ultima espressione.

Basti pensare alla crisi ideologica della Sinistra che, orfana del marxismo, ha finito per abbracciare la visione individualista radicale, che è ancora la sua bandiera. Ma non si possono neppure chiudere gli occhi sul ruolo che ha avuto nello stravolgimento dei valori – a livello sia privato che pubblico –  l’avvento delle televisioni commerciali e l’immagine privata e pubblica di Silvio Berlusconi, che i nostri partiti di governo considerano una figura di riferimento.

Chiamare al Meeting esponenti di questa Seconda Repubblica, come Salvini o Tajani (e lo stesso varrebbe per la Schlein o Conte) significa davvero costruire con “mattoni nuovi”? O – al di là dei singoli personaggi, al di là anche della usurata dialettica Destra-Sinistra – oggi non sarebbe necessario proporre idee nuove, che non possono venire  da persone “vecchie” (il deserto di cui si parlava)?

La relazione di Giorgia Meloni alla prova dei fatti

Probabilmente un senso autentico di novità il popolo del Meeting l’ha provato davanti alla giovanile e appassionata figura di Giorgia Meloni, a cui ha riservato, secondo i media, un’entusiastica, commovente accoglienza.

E davvero la sua relazione  è sembrata prospettare una politica tesa a «ricostruire con i mattoni nuovi della verità», «con metodi nuovi», ispirati all’«umanesimo cristiano», riportando al centro gli esseri umani nella loro unicità e irripetibilità, contro tutte le falsificazioni ideologiche.

Perché, ha detto la premier, «mille miliardi di idee non valgono una sola persona. Noi dobbiamo amare le persone, è  per loro che bisogna vivere e morire». Soprattutto i più deboli e poveri, perché «la vita è sacra e la cura per i più fragili è un valore assoluto» .

Insomma, il messaggio cristiano che finalmente si fa politica non in sogno, ma nei fatti, poiché la relatrice ha rivendicato, «con orgoglio», di aver costruito con questi «mattoni nuovi» la sua opera di governo.

Ma è veramente così? E qui vi chiedo, fratelli e sorelle, ché forse avete anche voi condiviso l’entusiasmo per le cose che  Giorgia Meloni ha detto, di provare a guardare insieme a me quelle che non ha detto e che mi sembra smentiscano drasticamente la sua  pretesa di stare portando nella politica i valori dell’umanesimo cristiano.

L’accoglienza dei migranti

Potrei indicarvene tante quanti sono i punti trattati nella relazione. Ma sono troppe. Mi limito, a titolo di esempio, al tema dei migranti: «Abbiamo posato mattoni nuovi sul fronte delle migrazioni, contrastando gli arrivi irregolari, ampliando quelli regolari in una cornice di serietà e rigore, come non era mai avvenuto prima».

Discorso a prima vista ragionevole, perché nessuno potrebbe  pensare (e nessuno ha mai pensato) ad una apertura indiscriminata. Eppure, a ben vedere, è significativo che il primo punto – in piena coerenza col programma elettorale della Destra, centrato sulla «difesa dei confini nazionali ed europei» – si quello del “contrastare”, come si fa con gli invasori.

Una linea ben diversa da quella proposta da papa Francesco che, nel suo «Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato» del 2018, la riassumeva in quattro verbi: «accogliere», «proteggere», «promuovere» «integrare».

A questo programma Francesco ha ispirato tutto il suo pontificato, in deciso contrasto con un governo fedele alla linea della Lega, che ha sempre rivendicato la sua fedeltà al messaggio cristiano (Salvini si è spesso presentato ai suoi comizi con il vangelo in mano), ma precisando che il comandamento dell’amore del prossimo vale solo per i più vicini e «non è estendibile al vù cumprà o al vù lavà, certamente prossimi di molte altre persone, ma non del sottoscritto. Grazie a Dio» (M. Borghezio).

La Destra ha risposto squalificando Francesco come un pericoloso utopista. Ma in realtà la posizione di papa Bergoglio è semplicemente quella del magistero della  Chiesa.  San Giovanni Paolo II (citato da Meloni al Meeting), nell’Esortazione apostolica «Ecclesia in Europa», del 2003, scriveva: «Di fronte al fenomeno migratorio, è in gioco la capacità, per l’Europa, di dare spazio a forme di intelligente accoglienza e ospitalità. È la visione “universalistica” del bene comune ad esigerlo: occorre dilatare lo sguardo sino ad abbracciare le esigenze dell’intera famiglia umana» (n.101).

Sottolineando, subito dopo, la necessità di una «matura cultura dell’accoglienza che, tenendo conto della pari dignità di ogni persona e della doverosa solidarietà verso i più deboli, richiede che ad ogni migrante siano riconosciuti i diritti fondamentali» (ivi). In conformità, del resto, a quel testo del vangelo in cui Gesù si identifica con lo straniero che chiede di essere accolto: «Ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25,35).

In tutto il discorso di Giorgia Meloni la sola volta che si parla di “accoglienza” è quando ringrazia per quella che le è stata riservata al Meeeting. E, contrapponendosi – senza rendersene conto – proprio alle parole di Giovanni Paolo II, ha rivendicato il ruolo, «che io considero decisivo, del governo italiano per cambiare anche l’approccio europeo» inducendo tutta l’UE a considerare prioritari «la difesa dei confini esterni» e «il rafforzamento della politica dei rimpatri».

Il cimitero del Mediterraneo

Ma il problema non è di parole. Ad esse sono corrisposti, in questi tre anni, dei fatti gravissimi. Come il decreto-legge del 28 dicembre 2022, che ha reso molto più difficile alle navi delle ONG operanti nel Mediterraneo salvare i migranti vittime di naufragi, vietando loro di effettuare più di un’operazione di salvataggio e imponendo di sbarcare i naufraghi in porti spesso lontani, allontanandole  dalle zone critiche. Proprio in questi ultimi giorni due sono state trattenute in stato di fermo per non  aver rispettano queste regole assolutamente arbitrarie.

Si vogliono scoraggiare le partenze rendendo più alte, per chi vi si avventura, le probabilità di morire. Le possibilità di salvezza indeboliscono il divieto. Lo  ha detto, senza i giri di parole dei diplomatici, il ministro Piantedosi (un altro invitato applaudito al Meeting) all’indomani del disastro di Cutro, il 26 febbraio 2023, rispondendo a chi gli chiedeva se si poteva di più per salvare le 180 persone perite nel naufragio: «L’unica vera cosa che va detta e affermata è: “Non devono partire”. [Non si può] immaginare che ci siano alternative da mettere sullo stesso piano – salvare, non salvare…». La sola vera alternativa al restare nella propria condizione di miseria o di pericolo, è la morte. Questa la filosofia che sta dietro i provvedimenti anti-Ong.

E che non si tratti di una mia lettura «ideologica», lo dicono le parole di papa Francesco nell’Udienza generale del 28 agosto 2024: «Il mare nostrum (…) è diventato un cimitero. E la tragedia è che molti, la maggior parte di questi morti, potevano essere salvati. Bisogna dirlo con chiarezza: c’è chi opera sistematicamente e con ogni mezzo per respingere i migranti – per respingere i migranti. E questo, quando è fatto con coscienza e responsabilità, è un peccato grave».

Tornano alla mente le parole della premier al Meeting: «Non c’è niente di più importante che salvare una vita umana».

Gli accordi con la Libia

E poi ci sono gli accordi con la Libia. Meloni non vi ha fatto cenno, e con ragione. Perché avrebbe dovuto dire che, almeno in questo caso, non solo il nostro attuale governo non si è discostato da quelli precedenti, come lei spesso ha sottolineato, ma ne ha continuato la politica nella sua espressione più disumana.

È stato infatti il ministro dell’Interno del governo di centrosinistra guidato da Paolo Gentiloni, Marco Minniti, che nel febbraio del 2017, con l’accordo della UE, ha firmato un “Memorandum d’intesa” col governo libico in cui si concedevano aiuti  economici e supporto tecnico, in cambio dell’impegno di quel governo di controllare più strettamente le partenze dei migranti dalle sue coste, facendone bloccare i barconi dalla sua Guardia costiera e trattenendo le persone in appositi “centri d’accoglienza”.  

«Nei miei ventidue anni in Medici Senza Frontiere non avevo mai incontrato un’incarnazione così estrema della crudeltà umana», dice Joanne Liula presidente internazionale di “Medici senza frontiere”, in un’intervista al «Corriere della Sera» del 1 febbraio 2018. E non è una denunzia isolata.

In realtà già poche settimane dopo quegli accordi, il 28 settembre 2017, il commissario dei Diritti umani presso il Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, aveva scritto al nostro ministro degli Interni Marco Minniti, una lettera, «consegnare individui alle autorità libiche o altri gruppi in Libia li esporrebbe a un rischio reale di torturao trattamento inumano o degradante e il fatto che queste azioni siano condotte in acque territoriali libiche non assolve l’Italia dagli obblighi previsti dalla Convenzione sui diritti umani».

Così, non stupisce che, a metà novembre 2017, dopo il Consiglio d’Europa, anche l’ONU sia intervenuta. Durante la riunione del comitato delle Nazioni Unite a Ginevra l’Alto commissario ONU per i diritti umani Zeid Raad al Hussein ha bollato con parole durissime il patto stretto con Tripoli dal governo Gentiloni per conto dell’Unione Europea: «La politica UE di assistere le autorità libiche nell’intercettare i migranti nel Mediterraneo e riportarli nelle terrificanti prigioni in Libia è disumana. La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità».

«Non possiamo», ha sottolineato l’Alto commissario, «rimanere in silenzio di fronte a episodi di schiavitù moderna, uccisioni, stupri e altre forme di violenza sessuale pur di gestire il fenomeno migratorio e pur di evitare che persone disperate e traumatizzate raggiungano le coste dell’Europa».

Incurante di questi moniti, il nuovo governo di destra ha rinnovato l’accordo. Anzi, a suggellarne la continuità, la nostra premier, il 28 gennaio 2023, in occasione della sua visita in Libia, ha concordato la consegna di cinque modernissime motovedette alla Guardia costiera (una delle quali, recentemente ha anche sparato, in acque internazionali, alla nave Ocean Viking, mentre stava soccorrendo un gruppo di migranti in mare).

E anche ultimamente Meloni è tornata a Tripoli per confermare e consolidare gli accordi, che anzi sono stati estesi, nel quadro del piano Mattei, alla Tunisia, dove il presidente Kaïs Saïed sta imponendo un regime autoritario e, in cambio di ingenti fondi italiani ed europei, si è impegnato a bloccare, con i mezzi che gli sono propri, i migranti  in procinto di partire per l’Italia.

Davanti a questo quadro di inaudite violenze, decise a tavolino contro poveri esseri umani, colpevoli solo di essere assetati di un po’ di felicità, rileggiamo le parole di Meloni nella sua bella relazione: «Noi dobbiamo amare le persone, è  per loro che bisogna vivere e morire». Perché «la vita è sacra e la cura per i più fragili è un valore assoluto».

Ci si può entusiasmare per il male minore?

Mi fermo qui. Era solo un esempio tra i tanti della totale dissonanza tra le nobili affermazioni di principio della premier e la prassi reale del suo governo e solo per ragioni di spazio ho preferito soffermarmi su questo. Ma spero almeno di aver fatto capire i motivi del mio disorientamento nel vedere  la nostra presidente del Consiglio non solo invitata – questo potrebbe essere un modo per mantenere i buoni rapporti con le istituzioni – , non solo cortesemente ricevuta – questo rientrerebbe nella buona educazione verso un’ospite – , ma entusiasticamente applaudita e acclamata (tra l’altro, in particolare quando ha parlato dei migranti).

Perché ad aver fatto questo sono  persone a cui mi sento unito dalla profonda convinzione che “i mattoni nuovi” per costruire in questo deserto possono venire solo da una visione della persona e della società che si ispiri all’insegnamento sociale della Chiesa e, soprattutto, al Vangelo.

Si può capire – anzi credo che in questo momento capiti a tutti i cattolici –  che qualcuno, in mancanza di meglio, voti per un partito che, pur compromettendo alcuni valori, ne salva però altri e che per questo può, a malincuore, essere considerato un male minore. Ma se Elly Schlein ricevesse un’accoglienza trionfale in un consesso di cattolici mi stupirei e mi addolorerei molto. Esattamente come mi stupisce e mi addolora che questo sia accaduto nei confronti di Giorgia Meloni.

Sorelle e fratelli, ringrazio chi di voi ha avuto la pazienza e la gentilezza di arrivare alla fine di questa lettera. Non chiedo che alla fine ci troviamo d’accordo su tutto, ma che siano chiare le ragioni per cui mi sono sentito a disagio, come cristiano, di quello che del Meeting ho appreso dai media.

E che consideriate l’averlo comunicato non un attacco, ma un atto di sincerità fraterna, nello stile del vangelo che ci unisce tutti.

 

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