- di FRANCESCO RICCARDI
www.avvenire.it
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non favorisce le classi sociali emarginate
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Stefano
Quaglia
Qualche giorno fa ha fatto scalpore una notizia: «La commissione ha esaminato 1.532 buste (ognuna contiene due elaborati) e sono stati definiti idonei solo 88 di questi». I numeri si riferiscono al concorso per entrare in magistratura e precisamente ai candidati che non hanno commesso errori nella scrittura dei compiti assegnati. Un florilegio di errori di grammatica e sintassi che ci fa chiedere chi ha promosso questa gente a scuola e all’università. In realtà le cose sono molto, ma molto più complesse. Mi permetto solo di fissare quattro punti cardinali, quasi una bussola, per orientarci in questa riflessione: la scuola non può bocciare, perché è un diritto di tutti conseguire il giusto livello di istruzione e aspirare alle più elevate posizioni sociali e culturali; a forza di promuovere tutti abbiamo danneggiato i più bravi e desiderosi di impegnarsi, che spesso appartengono alle classi più fragili e socialmente marginali. La scuola non è più un ascensore sociale; la scuola non deve essere noiosa, ma piacevole. A scuola si deve star bene; se i ragazzi non imparano a scuola il sacrificio e l’impegno non saranno pronti ad affrontare la vita. I lettori avranno riconosciuto che i quattro punti cardinali rappresentano le opposte posizioni pedagogiche che si sono fronteggiate in questi ultimi quarant’anni in tema di scuola ed educazione. Da un lato l’esigenza di potenziare la scuola come luogo di socializzazione. Dall’altro la necessità di rispondere alla richiesta sempre maggiore di competenze da parte della Knowledge Society, la “Società della conoscenza”, nella quale non la ricchezza produce cultura, ma il sapere produce ricchezza.
Evidentemente
qualcosa non ha funzionato. Chi nella scuola vive e lavora da qualche decennio
e guarda agli eventi sempre con la dovuta passione educativa, ma anche con l’impegno
di evitare derive verso la superficialità e il pressapochismo, sa bene che il
nodo non sta tanto nei momenti liturgici della valutazione, come gli scrutini
finali e gli Esami di Stato; il cuore della questione è nella vita scolastica
di tutti i giorni, nella banale, noiosa, insostituibile routine
quotidiana. Non neghiamolo: si sono perse alcune buone pratiche che invece di
essere eliminate e tacciate di arcaismo pedagogico andavano valorizzate e
sostenute. La prima è l’apprendimento a memoria di poesie e di testi facili,
senza il quale non si può arricchire il repertorio personale delle parole; la
seconda è l’esercizio della esposizione narrativa orale e scritta, che richiede
tempi lunghi e distesi di esercizio e di pratica.
Se
in passato la scuola superiore era frequentata da coloro che quasi naturalmente
avevano queste doti, oggi abbiamo una scuola di tutti. L’universo dei nati
coincide, nella scuola primaria, con l’universo degli alunni e nelle superiori
ormai, pur con diverse percentuali di dispersione a seconda dei territori,
la quasi totalità degli adolescenti è comunque presente per assolvere l’obbligo
e conseguire un titolo. L’impegno per i docenti, dunque, si è fatto molto più
difficile e complesso.
Di fronte a questa situazione era evidente che non bastasse un solo docente di italiano in ogni classe. La conoscenza della cultura letteraria è fondamentale, ma è assolutamente necessario avere una persona dedicata esclusivamente alla attività di dialogo e scrittura. Pratica questa che deve essere attivata costantemente in tutti i gradi nel corso dei tredici anni di scuola. La scrittura è un’attività difficile, richiede esercizio, maturazione, fatica, capacità di esprimersi anche oralmente. Nella società dei velocisti, ci sarà spazio per i maratoneti? Forse dobbiamo rivedere il nostro concetto di scuola. Ormai è evidente che la secondarizzazione della primaria comporta ipso facto la primarizzazione della secondaria. Trenta ore settimanali con dieci o dodici materie sono meno efficaci di venticinque con sei o sette materie svolte in modo approfondito e disteso. Ci siamo preoccupati troppo di insegnare di più invece che di insegnare meglio. E questo è il risultato. A scuola non si deve imparare tutto, ma ciò che è funzionale per imparare a imparare. Sono anni che chi sa di scuola lo ripete. Qualcuno ci ascolterà?
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di Giuseppe Savagnone *
Si diceva del problema del lavoro. Se ne è molto parlato in relazione
al Covid, ma soprattutto per segnalare l’aumento della disoccupazione o i
problemi legati all’obbligo del green pass. E in questa direzione sono
andati anche le proteste, i cortei, gli scontri di piazza. In realtà,
però, gli effetti più profondi della pandemia sono quelli che si stanno
verificando non tanto nelle situazioni esterne, ma nel cervello delle
persone.
Quelli del primo livello, infatti, potranno facilmente essere
annullati da un cambiamento del trend sanitario ed economico, mentre più
difficilmente accadrà lo stesso per quelli che coinvolgono il modo di
vedere se stessi e la propria vita. Ora, sembra che proprio qui si stiano
verificando delle singolari novità.
Raccolgo dai giornali alcuni dati. A partire dagli Stati Uniti, dove,
con l’attenuarsi dell’emergenza sanitaria, si registra un aumento del
numero di dimissioni dal posto di lavoro: «Ad agosto 4 milioni di
americani si sono licenziati» (C. Benna, “Mi dimetto e cambio vita”. I
40.000 in fuga dalle aziende, «Corriere Torino», 1°
novembre 2021).
Addirittura, «un recente report di Microsoft afferma che il 40% delle
persone sta pensando di dimettersi dal lavoro attuale entro l’anno» (R. Zezza, Fuga dal lavoro: perché la pandemia sta provocando le
Grandi Dimissioni, «Il Sole24ore», 1 ottobre 2021).
Qualcosa di simile sta accadendo anche in Italia, dove «il tasso di
dimissioni è più che raddoppiato nel giro di due anni: dall’1,1% sul
totale degli occupati al 2,3% di oggi». Il fenomeno ha dimensioni
impressionanti: «“Mi dimetto. E cambio vita”. L’hanno pensato, detto,
fatto 480 mila italiani, un quarto del totale delle cessazioni del
rapporto lavorativo da aprile a giugno, di cui circa 30-40 mila in
Piemonte, l’85% in più rispetto all’anno scorso (…). Con lo sblocco
dei licenziamenti in tanti prevedevano l’apocalisse del lavoro. È successo
il contrario. Sono più i lavoratori a tempo indeterminato che
lasciano l’azienda che aziende che li licenziano» (C. Benna, art. cit.).
Le diverse motivazioni e la comune origine nella relativizzazione
della “sistemazione”
Le motivazioni sono molteplici. Dalle considerazioni degli analisti
esse appaiono non solo diverse, ma per certi versi contraddittorie. Alcuni
osservatori ne individuano uno importante nello stress causato dallo smart
working, che ha annullato la distanza fisica e temporale tra la sfera
professionale e quella privata, dilatando i tempi di lavoro e invadendo la
vita personale e familiare dei lavoratori. La tempesta dei messaggi e
delle incombenze che li ha assediati attraverso cellulari, tablet e
computer non ha più consentito lo stacco, che prima era fisiologico, tra i
luoghi e le ore dell’attività lavorativa e quelli dedicati al riposo.
Da un altro lato, però, si segnala una difficoltà dell’impiegato di
tornare, ora che la diminuzione dei contagi lo consente, al vecchio
ambiente del lavoro “in presenza”. Un ambiente spesso segnato da una
freddezza disumana, rispetto al quale lo smart working, pur con la sua
invasività, aveva talora costituito l’occasione di trascorrere le proprie
giornate in una maniera più autentica, a contatto con la vita “reale”.
L’articolo del «Sole24ore» segnala un simpatico video belga in cui
viene raffigurato un padre al ritorno in ufficio, tenuto per mano dalla
sua bambina che lo conforta con le classiche parole con cui i genitori di
solito incoraggiano i figli nel rientro a scuola: «Rivedrai i tuoi amici,
starai bene, non piangere» (R. Zezza, art. cit).
In altri casi si tratta semplicemente dell’aspirazione a trovare un
lavoro migliore, a lungo covata, forse, ma che ora, con il trauma
determinato dal coronavirus, trova finalmente una concretizzazione. Ci si
sente più liberi, si diventa più audaci.
Alla base di tutte queste motivazioni, però, c’è probabilmente il fatto che
«una larga parte della forza lavoro ha reagito alla transizione
pandemica interrogandosi sul senso della propria vita – come le crisi
spingono a fare – e volendone riprendere il controllo» (ivi). Commenta l’autrice dell’articolo: «Siamo ben
lontani da una visione di “risorse” umane, intese come beni che si possono
acquistare e manutenere perché non si deteriorino e
garantiscano produttività» (ivi).
Il Covid ci ha costretti tutti a fermarci, per certi versi, e a riflettere.
Certo, ci sono stati anche quelli che si sono rifiutati di farlo e hanno
impiegato le loro energie a immaginare complotti finalizzati a instaurare
una dittatura mondiale, al servizio degli interessi di Bill Gates e delle
case farmaceutiche, oppure semplicemente a maledire il governo per le
restrizioni che imponeva alle loro sacre libertà; ma molti altri hanno
trovato nel lockdown, loro malgrado, una insolita occasione di ritrovarsi
soli con se stessi e di pensare. E hanno scoperto che non volevano
continuare a vivere come avevano fatto finora, prima della pandemia.
Il riflesso di questo è l’accentuarsi di una tendenza già da molto tempo in
atto nelle società post-industriali: «Oggi il posto per tutta la vita non
esiste più: le persone hanno smesso di desiderarlo perché si stanno
rendendo conto che cambiare si può, anche dopo tanti anni» (C. Benna, art. cit.). Ma soprattutto il Covid ha
messo in evidenza la relatività di certe scelte materiali – quella
del lavoro era tradizionalmente considerata la base di una “sistemazione”
umana
definitiva – rispetto al grande problema della felicità personale. Non si
può assolutizzare un lavoro. Anzi, forse, neppure il lavoro. Prima viene
il vivere, poi il lavorare.
Il contro-esodo
In questo senso va, per quanto riguarda l’Italia, un altro effetto
della pandemia: il profilarsi di un contro-esodo. Secondo una ricerca
condotta dal Centro Studi Pwc , «l’epidemia da Covid induce una
parte consistente dei giovani emigrati all’estero per motivi di studio e di
lavoro a prendere in considerazione un ritorno “a casa” (…). Un
talento su cinque pensa di tornare in Italia, 1 su 4,3 sta per tornare
nelle regioni del Sud» (V. Viola, Cervelli in fuga, controesodo
spinto da Covid e sgravi fiscali, «Il Sole24ore», 18 settembre 2020).
Una ragione importane è sicuramente la crisi economica che, a seguito
del Covid, ha colpito Paesi dove l’emigrazione aveva portato molti giovani
italiani alla ricerca di opportunità che in Italia non trovavano. Ma anche
in questo caso, siamo davanti a un cambiamento che non è solo dovuto a ragioni
puramente materiali, ma implica la trasformazione del modo di vedere le
cose da parte delle persone: «Prima della primavera 2020 – recita lo
studio di Pwc – si pensava di ritornare nelle città di origine solo avendo
la certezza di poter migliorare retribuzione e livello di carriera; oggi
questi obiettivi di vita perdono smalto (…). È cambiata la scala dei
valori dei nostri giovani» e «il Covid ha inciso profondamente» (ivi).
Si recupera il valore delle relazioni umane, di quelle familiari in
modo particolare. Non è un caso che il contro-esodo si annunci massiccio
soprattutto verso le regioni meridionali. Certo, è da queste che la
migrazione all’estero di giovani in cerca di lavoro si è soprattutto verificata
in questi anni. Ma le interviste parlano anche del desiderio di recuperare
relazioni più ricche e più intense, come sono quelle abituali al Sud.
Guadagnare bene non basta, se poi si è
soli e si vive male.
Non c’è dubbio che il Covid sia stato e continui ad essere una seria
minaccia per tutti noi. Eppure, da quanto detto, emerge che gli effetti
che sta producendo non sono solo negativi. Pur nella loro problematicità e
provvisorietà, i dati che abbiamo trovato e riportato ci parlano di una
scossa che le nostre società “evolute” non conoscevano da molto tempo e
che le rimette in discussione sotto un profilo di decisiva importanza
com’è quello del senso attribuito al lavoro.
Non è garantito da nessuno che questo cambiamento abbia un esito
finale positivo. Però qualcosa si muove, non solo nei numeri, ma nelle
coscienze e nella cultura. Quanto basta per aprire uno spiraglio di
speranza in un futuro diverso da quello a cui, al tempo del perdurante dominio
della logica del mero profitto, ci eravamo rassegnati.
La meritocrazia può anche essere un valore
che crea conflitto e una società di classi. Il Vangelo invita a una conversione
di mentalità e autentica giustizia.
Anticipiamo alcune pagine dal volume
"Benedetta povertà? Provocazioni su Chiesa e denaro" (Emi, pagine 96,
euro 11,00) di Erio Castelluci, arcivescovo di Modena-Nonantola.
di Erio Castellucci
È indispensabile
prima di tutto intensificare l’opera formativa a partire dai ragazzi e dai
giovani, integrando questi argomenti nel normale itinerario dell’iniziazione
cristiana e della catechesi. I percorsi sull’educazione affettiva e quelli
sull’educazione economica ed ecologica procedono di pari passo, perché non sono
altro che dimensioni del medesimo stile di dono e condivisione, reciprocità e
gratuità.
La catechesi
cristiana non può ignorare l’atteggiamento evangelico che sta alla base di
entrambe le braccia dell’etica, quella cosiddetta individuale e quella sociale:
distinzione che ormai dovrebbe peraltro essere superata, perché è “sociale”
anche l’educazione sessuale ed è “individuale” anche l’educazione economica ed
ecologica. Il rispetto per la vita nascente e morente va di pari passo con il
rispetto per la vita emarginata e indigente; la pace e la nonviolenza nelle
relazioni tra l’uomo e la donna vanno di pari passo con la pace nelle relazioni
sociali e internazionali; la castità – cioè il rispetto dell’altro e il rifiuto
dello sfruttamento – nelle relazioni sessuali va di pari passo con la castità
nelle relazioni sociali, etniche, ambientali e interreligiose.
Una delle
esperienze pastoralmente più dolorose è vedere le nostre comunità cristiane
divise su ciò che dovrebbe rimanere unito, anzi profondamente intrecciato. Mi
colpiva, prima come parroco e ora come vescovo, registrare nel popolo di Dio –
e anche in noi ministri – una sorta di frattura verticale tra chi porta avanti
i valori della persona e della famiglia, e chi invece i valori della società e
dell’ambiente naturale. È proprio questo “invece” il problema. Se siamo davvero
cattolici, non possiamo adottare l’aut-aut ma l’et-et. Finché la
Veglia per la pace sarà di sinistra, e rigorosamente frequentata dai soli
cattolici “progressisti”, e la Veglia per la vita sarà di destra, e riservata
di fatto ai cattolici “tradizionalisti”, la Chiesa sarà divisa. Finché la
Giornata del creato sarà di sinistra e la Giornata della famiglia di destra,
continueremo a farci del male a vicenda. Una cosa è la maggiore sensibilità per
l’una o l’altra dimensione etica cristiana – sensibilità che dipende dalle
storie personali e dalle sfide della storia –, un’altra è l’assolutizzazione di
una sola dimensione, trasformando inevitabilmente l’appartenenza cattolica in
una battaglia «contro» altri cattolici.
Nemmeno questo stupisce, perché fin dai tempi di san Paolo le comunità erano divise, come dimostrano i partiti di Corinto (cfr. 1Cor 1,12); se non stupisce, però addolora. La divisione toglie forza interiore all’evangelizzazione. «Tutto è connesso», «tutto è in relazione », in una sorta di universale fraternità, come ripete la Laudato si’: relazione con Dio, sessualità, famiglia, poveri, giustizia, lavoro, pace, custodia del creato… Sono temi trasversali e interagenti.
Nello
specifico, la formazione riguardante l’economia implicherà anche doveri e
divieti: i doveri derivanti da un uso casto dei beni, che sono sempre mezzi e
mai fini, e dalla necessità di una loro condivisione, del controllo dei propri
investimenti perché non favoriscano commerci illeciti e immorali come quello
delle armi, il divieto della speculazione e del gioco d’azzardo, il dovere di
pagare le tasse, il dovere del rispetto per il creato, insieme a una visione
critica della cosiddetta meritocrazia, del “dio incentivo”, del dogma
dell’efficienza, produttività, redditività e competitività, i quali producono
“gli scarti”; per affermare invece la cultura dell’onestà, del dono e della
misericordia, che fa spazio anche a coloro che non sono vincenti e non sono in
grado di competere.
Competitività,
profitto, competenza: queste parole, che insieme formano il concetto di
meritocrazia, non sono certo inique, ma lo diventano quando risuonano avulse
dal contesto concreto. Una certa dose di competitività è necessaria e favorisce
la qualità; il profitto, quando è proporzionato al lavoro, ne rappresenta un
elemento di dignità, perché «l’operaio è degno del suo salario» ( Lc 10,7);
la competenza, che fa leva sui talenti di ciascuno, è essenziale per un’equa e
ordinata distribuzione ed efficacia del lavoro. Il problema sorge quando queste
parole diventano discriminatorie verso coloro che non sono in condizioni di
competere, non godono di alcun profitto e non hanno i mezzi per sviluppare i
loro talenti. «Il merito può svolgere un buon compito in una società già
giusta, ma nelle società ancora non giuste (e sono quelle reali), la
meritocrazia, il governo del merito, amplifica le ingiustizie». Ed è proprio la
fraternità a fare da ponte tra una povertà da combattere e una povertà da
riscattare. Come scrive Edgar Morin: «La fraternità infrange la legge di
qualunque regime che comporti discriminazione e oppressione».