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lunedì 23 dicembre 2024

CONSUMO SENZA FINE

E se ad essere anacronistica fosse l’idea del consumo che non ha fine?

 Le domeniche, le grandi festività religiose o laiche, servono a ri-sincronizzare le persone in un tempo che viene liberato per tutti nello stesso momento

 

- di FRANCESCO RICCARDI

 «Anacronistica». Delle diverse reazioni che ha suscitato la proposta di legge sulla chiusura dei negozi in 6 superfestività, presentata da Silvio Giovine di Fratelli d’Italia, colpisce questa definizione. Perché insiste sul tema fondamentale del tempo e assieme tradisce una precisa weltanschauung, una visione dell’uomo potremmo dire a una sola dimensione: quella del consumo.

 La questione è semplice: dopo anni di liberalizzazione totale del commercio i piccoli negozi di quartiere sono stati spazzati via, in parte per una naturale modernizzazione della distribuzione e in parte perché impossibilitati ad assicurare gli stessi orari di lavoro dei supermercati. Una concorrenza del “sempre aperto” che la stessa grande distribuzione organizzata subisce ora dall’online, per definizione sempre accesa e accessibile. Di qui il forte timore di alcuni operatori del settore che qualsiasi regolamentazione possa intaccare il fatturato. Anche solo di qualche frazione, visto che stiamo parlando di sei-giornate-sei in un anno - Natale, Santo Stefano, Capodanno, Pasqua, Ferragosto, il Primo Maggio - e una tipologia molto limitata di esercizi commerciali (sono esclusi bar, ristoranti, pasticcerie…). Giornate festive nelle quali sono invece chiamati a lavorare gli addetti del settore, un tempo in grande espansione numerica, ora molto meno vista la sempre più spinta automazione che caratterizza anche la Gdo. Con una progressiva “proletarizzazione” del commercio tra addetti alla logistica sfruttati tramite false cooperative, consegne a mezzo rider non tutelati e commesse a basso salario.

 Perché il sistema economico si regge sulla continua e rutilante catena di produzionevendita- consumo, sull’estrazione di valore dalle persone prima ancora che dalla trasformazione delle cose. E affinché ciò avvenga, perché il plusvalore possa generarsi in maniera continuativa – andando in minima parte a remunerare il lavoro e per la maggior parte a valorizzare il capitale e concentrarsi nelle mani di pochi – si deve “conquistare” il tempo delle persone, poterlo in qualche modo indirizzare e concentrare appunto verso il binomio produzione/ consumo. La festa, le domeniche in genere ma soprattutto le grandi festività religiose o laiche, hanno invece questa funzione in particolare: quella di sancire uno  stop, una cesura rispetto al tempo ordinario del lavoro. Le feste servono a ri-sincronizzare le persone in un tempo che viene liberato per ognuno di noi contemporaneamente. Possiamo fare festa assieme perché siamo tutti liberi e siamo tutti liberi proprio perché possiamo fare festa assieme (è il senso della liberazione nell’Esodo, dello shabbat e della domenica). Liberi di stare in famiglia, liberi di incontrarsi con la propria comunità, liberi di impegnarsi nel volontariato, di costruire bene comune, di pensare, liberi veramente in un tempo sincrono.

 Il sistema economico, invece, persegue l’obiettivo di ricondurre tutto e solo alla generazione di profitto, compresi i rapporti sociali. Basti pensare ai centri commercia-li, quei non-luoghi che sono diventati le sedi privilegiate di una socialità che non è mai gratuita ma sempre dominata dallo scambio economico. E per farlo propone un modello di distrazione di massa disimpegnato, finalizzato esclusivamente al consumo, basato sull’a-sincronia: alcuni devono sempre lavorare perché altri a turno acquistino, e viceversa, lungo tutti i 365 giorni dell’anno, a ciclo continuo senza fermate. Senza mai interrompere l’offerta di beni spacciata come indispensabile. Come se la vera e unica urgenza per le persone fosse acquistare anche il giorno di Pasqua, anche il Primo Maggio, l’ennesima camicia, il nuovo telefonino o le uova che ci si è dimenticati di comprare il giorno prima.

 Ma non è forse proprio questa idea della persona “a una sola dimensione” e della libertà stessa ad essere, in maniera interessata, fortemente “anacronistica”?

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sabato 18 dicembre 2021

SCUOLA: STARE BENE e APPRENDERE BENE

Una scuola troppo “facile” 

non favorisce le classi sociali emarginate

 



-         Stefano Quaglia

 

Qualche giorno fa ha fatto scalpore una notizia: «La commissione ha esaminato 1.532 buste (ognuna contiene due elaborati) e sono stati definiti idonei solo 88 di questi». I numeri si riferiscono al concorso per entrare in magistratura e precisamente ai candidati che non hanno commesso errori nella scrittura dei compiti assegnati. Un florilegio di errori di grammatica e sintassi che ci fa chiedere chi ha promosso questa gente a scuola e all’università. In realtà le cose sono molto, ma molto più complesse. Mi permetto solo di fissare quattro punti cardinali, quasi una bussola, per orientarci in questa riflessione: la scuola non può bocciare, perché è un diritto di tutti conseguire il giusto livello di istruzione e aspirare alle più elevate posizioni sociali e culturali; a forza di promuovere tutti abbiamo danneggiato i più bravi e desiderosi di impegnarsi, che spesso appartengono alle classi più fragili e socialmente marginali. La scuola non è più un ascensore sociale; la scuola non deve essere noiosa, ma piacevole. A scuola si deve star bene; se i ragazzi non imparano a scuola il sacrificio e l’impegno non saranno pronti ad affrontare la vita. I lettori avranno riconosciuto che i quattro punti cardinali rappresentano le opposte posizioni pedagogiche che si sono fronteggiate in questi ultimi quarant’anni in tema di scuola ed educazione. Da un lato l’esigenza di potenziare la scuola come luogo di socializzazione. Dall’altro la necessità di rispondere alla richiesta sempre maggiore di competenze da parte della Knowledge Society, la “Società della conoscenza”, nella quale non la ricchezza produce cultura, ma il sapere produce ricchezza.

Evidentemente qualcosa non ha funzionato. Chi nella scuola vive e lavora da qualche decennio e guarda agli eventi sempre con la dovuta passione educativa, ma anche con l’impegno di evitare derive verso la superficialità e il pressapochismo, sa bene che il nodo non sta tanto nei momenti liturgici della valutazione, come gli scrutini finali e gli Esami di Stato; il cuore della questione è nella vita scolastica di tutti i giorni, nella banale, noiosa, insostituibile routine quotidiana. Non neghiamolo: si sono perse alcune buone pratiche che invece di essere eliminate e tacciate di arcaismo pedagogico andavano valorizzate e sostenute. La prima è l’apprendimento a memoria di poesie e di testi facili, senza il quale non si può arricchire il repertorio personale delle parole; la seconda è l’esercizio della esposizione narrativa orale e scritta, che richiede tempi lunghi e distesi di esercizio e di pratica.

Se in passato la scuola superiore era frequentata da coloro che quasi naturalmente avevano queste doti, oggi abbiamo una scuola di tutti. L’universo dei nati coincide, nella scuola primaria, con l’universo degli alunni e nelle superiori ormai, pur con diverse percentuali di dispersione a seconda dei territori, la quasi totalità degli adolescenti è comunque presente per assolvere l’obbligo e conseguire un titolo. L’impegno per i docenti, dunque, si è fatto molto più difficile e complesso.

Di fronte a questa situazione era evidente che non bastasse un solo docente di italiano in ogni classe. La conoscenza della cultura letteraria è fondamentale, ma è assolutamente necessario avere una persona dedicata esclusivamente alla attività di dialogo e scrittura. Pratica questa che deve essere attivata costantemente in tutti i gradi nel corso dei tredici anni di scuola. La scrittura è un’attività difficile, richiede esercizio, maturazione, fatica, capacità di esprimersi anche oralmente. Nella società dei velocisti, ci sarà spazio per i maratoneti? Forse dobbiamo rivedere il nostro concetto di scuola. Ormai è evidente che la secondarizzazione della primaria comporta ipso facto la primarizzazione della secondaria. Trenta ore settimanali con dieci o dodici materie sono meno efficaci di venticinque con sei o sette materie svolte in modo approfondito e disteso. Ci siamo preoccupati troppo di insegnare di più invece che di insegnare meglio. E questo è il risultato. A scuola non si deve imparare tutto, ma ciò che è funzionale per imparare a imparare. Sono anni che chi sa di scuola lo ripete. Qualcuno ci ascolterà?

 

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sabato 6 novembre 2021

PANDEMIA. LA GRANDE FUGA


Fuga dal lavoro 
per cambiare vita

 

-         di Giuseppe Savagnone *

 Mentre ancora siamo alle prese con la quarta ondata della pandemia, le notizie che vengono dal mondo del lavoro, in queste settimane, confermano che in ogni caso essa non rimarrà soltanto una dolorosa parentesi da dimenticare, lasciandosela dietro le spalle per tornare alla vita di prima e di sempre, ma costituirà una frattura radicale, che già sta profondamente segnando gli stili di vita delle società occidentali, compresa quella italiana.

Si diceva del problema del lavoro. Se ne è molto parlato in relazione al Covid, ma soprattutto per segnalare l’aumento della disoccupazione o i problemi legati all’obbligo del green pass. E in questa direzione sono andati anche le proteste, i cortei, gli scontri di piazza. In realtà, però, gli effetti più profondi della pandemia sono quelli che si stanno verificando non tanto nelle situazioni esterne, ma nel cervello delle persone.

Quelli del primo livello, infatti, potranno facilmente essere annullati da un cambiamento del trend sanitario ed economico, mentre più difficilmente accadrà lo stesso per quelli che coinvolgono il modo di vedere se stessi e la propria vita. Ora, sembra che proprio qui si stiano verificando delle singolari novità.

Raccolgo dai giornali alcuni dati. A partire dagli Stati Uniti, dove, con l’attenuarsi dell’emergenza sanitaria, si registra un aumento del numero di dimissioni dal posto di lavoro: «Ad agosto 4 milioni di americani si sono licenziati» (C. Benna, “Mi dimetto e cambio vita”. I 40.000 in fuga dalle aziende, «Corriere Torino», 1° novembre 2021).

Addirittura, «un recente report di Microsoft afferma che il 40% delle persone sta pensando di dimettersi dal lavoro attuale entro l’anno» (R. Zezza, Fuga dal lavoro: perché la pandemia sta provocando le Grandi Dimissioni, «Il Sole24ore», 1 ottobre 2021).

Qualcosa di simile sta accadendo anche in Italia, dove «il tasso di dimissioni è più che raddoppiato nel giro di due anni: dall’1,1% sul totale degli occupati al 2,3% di oggi». Il fenomeno ha dimensioni impressionanti: «“Mi dimetto. E cambio vita”. L’hanno pensato, detto, fatto 480 mila italiani, un quarto del totale delle cessazioni del rapporto lavorativo da aprile a giugno, di cui circa 30-40 mila in Piemonte, l’85% in più rispetto all’anno scorso (…). Con lo sblocco dei licenziamenti in tanti prevedevano l’apocalisse del lavoro. È successo il contrario. Sono più i lavoratori a tempo indeterminato che lasciano l’azienda che aziende che li licenziano» (C. Benna, art. cit.).

Le diverse motivazioni e la comune origine nella relativizzazione della “sistemazione”

Le motivazioni sono molteplici. Dalle considerazioni degli analisti esse appaiono non solo diverse, ma per certi versi contraddittorie. Alcuni osservatori ne individuano uno importante nello stress causato dallo smart working, che ha annullato la distanza fisica e temporale tra la sfera professionale e quella privata, dilatando i tempi di lavoro e invadendo la vita personale e familiare dei lavoratori. La tempesta dei messaggi e delle incombenze che li ha assediati attraverso cellulari, tablet e computer non ha più consentito lo stacco, che prima era fisiologico, tra i luoghi e le ore dell’attività lavorativa e quelli dedicati al riposo.

Da un altro lato, però, si segnala una difficoltà dell’impiegato di tornare, ora che la diminuzione dei contagi lo consente, al vecchio ambiente del lavoro “in presenza”. Un ambiente spesso segnato da una freddezza disumana, rispetto al quale lo smart working, pur con la sua invasività, aveva talora costituito l’occasione di trascorrere le proprie giornate in una maniera più autentica, a contatto con la vita “reale”.

L’articolo del «Sole24ore» segnala un simpatico video belga in cui viene raffigurato un padre al ritorno in ufficio, tenuto per mano dalla sua bambina che lo conforta con le classiche parole con cui i genitori di solito incoraggiano i figli nel rientro a scuola: «Rivedrai i tuoi amici, starai bene, non piangere» (R. Zezza, art. cit).

In altri casi si tratta semplicemente dell’aspirazione a trovare un lavoro migliore, a lungo covata, forse, ma che ora, con il trauma determinato dal coronavirus, trova finalmente una concretizzazione. Ci si sente più liberi, si diventa più audaci. 

Alla base di tutte queste motivazioni, però, c’è probabilmente il fatto che «una larga parte della forza lavoro ha reagito alla transizione pandemica interrogandosi sul senso della propria vita – come le crisi spingono a fare – e volendone riprendere il controllo» (ivi). Commenta l’autrice dell’articolo: «Siamo ben lontani da una visione di “risorse” umane, intese come beni che si possono acquistare e manutenere perché non si deteriorino e garantiscano produttività» (ivi).

Il Covid ci ha costretti tutti a fermarci, per certi versi, e a riflettere. Certo, ci sono stati anche quelli che si sono rifiutati di farlo e hanno impiegato le loro energie a immaginare complotti finalizzati a instaurare una dittatura mondiale, al servizio degli interessi di Bill Gates e delle case farmaceutiche, oppure semplicemente a maledire il governo per le restrizioni che imponeva alle loro sacre libertà; ma molti altri hanno trovato nel lockdown, loro malgrado, una insolita occasione di ritrovarsi soli con se stessi e di pensare. E hanno scoperto che non volevano continuare a vivere come avevano fatto finora, prima della pandemia.

Il riflesso di questo è l’accentuarsi di una tendenza già da molto tempo in atto nelle società post-industriali: «Oggi il posto per tutta la vita non esiste più: le persone hanno smesso di desiderarlo perché si stanno rendendo conto che cambiare si può, anche dopo tanti anni» (C. Benna, art. cit.). Ma soprattutto il Covid ha messo in evidenza la relatività di certe scelte materiali – quella del lavoro era tradizionalmente considerata la base di una “sistemazione” umana
definitiva – rispetto al grande problema della felicità personale. Non si può assolutizzare un lavoro. Anzi, forse, neppure il lavoro. Prima viene il vivere, poi il lavorare.

Il contro-esodo

In questo senso va, per quanto riguarda l’Italia, un altro effetto della pandemia: il profilarsi di un contro-esodo. Secondo una ricerca condotta dal Centro Studi Pwc , «l’epidemia da Covid induce una parte consistente dei giovani emigrati all’estero per motivi di studio e di lavoro a prendere in considerazione un ritorno “a casa” (…). Un talento su cinque pensa di tornare in Italia, 1 su 4,3 sta per tornare nelle regioni del Sud» (V. Viola, Cervelli in fuga, controesodo spinto da Covid e sgravi fiscali, «Il Sole24ore», 18 settembre 2020).

Una ragione importane è sicuramente la crisi economica che, a seguito del Covid, ha colpito Paesi dove l’emigrazione aveva portato molti giovani italiani alla ricerca di opportunità che in Italia non trovavano. Ma anche in questo caso, siamo davanti a un cambiamento che non è solo dovuto a ragioni puramente materiali, ma implica la trasformazione del modo di vedere le cose da parte delle persone: «Prima della primavera 2020 – recita lo studio di Pwc – si pensava di ritornare nelle città di origine solo avendo la certezza di poter migliorare retribuzione e livello di carriera; oggi questi obiettivi di vita perdono smalto (…). È cambiata la scala dei valori dei nostri giovani» e «il Covid ha inciso profondamente» (ivi).

Si recupera il valore delle relazioni umane, di quelle familiari in modo particolare. Non è un caso che il contro-esodo si annunci massiccio soprattutto verso le regioni meridionali. Certo, è da queste che la migrazione all’estero di giovani in cerca di lavoro si è soprattutto verificata in questi anni. Ma le interviste parlano anche del desiderio di recuperare relazioni più ricche e più intense, come sono quelle abituali al Sud. Guadagnare bene non basta, se poi si è
soli e si vive male.

Non c’è dubbio che il Covid sia stato e continui ad essere una seria minaccia per tutti noi. Eppure, da quanto detto, emerge che gli effetti che sta producendo non sono solo negativi. Pur nella loro problematicità e provvisorietà, i dati che abbiamo trovato e riportato ci parlano di una scossa che le nostre società “evolute” non conoscevano da molto tempo e che le rimette in discussione sotto un profilo di decisiva importanza com’è quello del senso attribuito al lavoro.

Non è garantito da nessuno che questo cambiamento abbia un esito finale positivo. Però qualcosa si muove, non solo nei numeri, ma nelle coscienze e nella cultura. Quanto basta per aprire uno spiraglio di speranza in un futuro diverso da quello a cui, al tempo del perdurante dominio della logica del mero profitto, ci eravamo rassegnati.

 *Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 

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giovedì 19 novembre 2020

MERITOCRAZIA E FRATERNITA'


 Contro il “dio incentivo” vinca la fraternità

La meritocrazia può anche essere un valore che crea conflitto e una società di classi. Il Vangelo invita a una conversione di mentalità e autentica giustizia.

Anticipiamo alcune pagine dal volume "Benedetta povertà? Provocazioni su Chiesa e denaro" (Emi, pagine 96, euro 11,00) di Erio Castelluci, arcivescovo di Modena-Nonantola.

 

 di Erio Castellucci 

 Il futuro della fede cristiana è legato anche alla capacità delle comunità cristiane di dare corpo al sogno di Gesù, il sogno del regno di Dio. Le intuizioni e le provocazioni devono diventare educazione, pena l’insignificanza del cristianesimo. Mi sembra che oggi le nostre comunità si giochino la loro forza profetica soprattutto in questo campo, nella relazione con i beni.

È indispensabile prima di tutto intensificare l’opera formativa a partire dai ragazzi e dai giovani, integrando questi argomenti nel normale itinerario dell’iniziazione cristiana e della catechesi. I percorsi sull’educazione affettiva e quelli sull’educazione economica ed ecologica procedono di pari passo, perché non sono altro che dimensioni del medesimo stile di dono e condivisione, reciprocità e gratuità.

La catechesi cristiana non può ignorare l’atteggiamento evangelico che sta alla base di entrambe le braccia dell’etica, quella cosiddetta individuale e quella sociale: distinzione che ormai dovrebbe peraltro essere superata, perché è “sociale” anche l’educazione sessuale ed è “individuale” anche l’educazione economica ed ecologica. Il rispetto per la vita nascente e morente va di pari passo con il rispetto per la vita emarginata e indigente; la pace e la nonviolenza nelle relazioni tra l’uomo e la donna vanno di pari passo con la pace nelle relazioni sociali e internazionali; la castità – cioè il rispetto dell’altro e il rifiuto dello sfruttamento – nelle relazioni sessuali va di pari passo con la castità nelle relazioni sociali, etniche, ambientali e interreligiose.

Una delle esperienze pastoralmente più dolorose è vedere le nostre comunità cristiane divise su ciò che dovrebbe rimanere unito, anzi profondamente intrecciato. Mi colpiva, prima come parroco e ora come vescovo, registrare nel popolo di Dio – e anche in noi ministri – una sorta di frattura verticale tra chi porta avanti i valori della persona e della famiglia, e chi invece i valori della società e dell’ambiente naturale. È proprio questo “invece” il problema. Se siamo davvero cattolici, non possiamo adottare l’aut-aut ma l’et-et. Finché la Veglia per la pace sarà di sinistra, e rigorosamente frequentata dai soli cattolici “progressisti”, e la Veglia per la vita sarà di destra, e riservata di fatto ai cattolici “tradizionalisti”, la Chiesa sarà divisa. Finché la Giornata del creato sarà di sinistra e la Giornata della famiglia di destra, continueremo a farci del male a vicenda. Una cosa è la maggiore sensibilità per l’una o l’altra dimensione etica cristiana – sensibilità che dipende dalle storie personali e dalle sfide della storia –, un’altra è l’assolutizzazione di una sola dimensione, trasformando inevitabilmente l’appartenenza cattolica in una battaglia «contro» altri cattolici.

Nemmeno questo stupisce, perché fin dai tempi di san Paolo le comunità erano divise, come dimostrano i partiti di Corinto (cfr. 1Cor 1,12); se non stupisce, però addolora. La divisione toglie forza interiore all’evangelizzazione. «Tutto è connesso», «tutto è in relazione », in una sorta di universale fraternità, come ripete la Laudato si’: relazione con Dio, sessualità, famiglia, poveri, giustizia, lavoro, pace, custodia del creato… Sono temi trasversali e interagenti.


Nello specifico, la formazione riguardante l’economia implicherà anche doveri e divieti: i doveri derivanti da un uso casto dei beni, che sono sempre mezzi e mai fini, e dalla necessità di una loro condivisione, del controllo dei propri investimenti perché non favoriscano commerci illeciti e immorali come quello delle armi, il divieto della speculazione e del gioco d’azzardo, il dovere di pagare le tasse, il dovere del rispetto per il creato, insieme a una visione critica della cosiddetta meritocrazia, del “dio incentivo”, del dogma dell’efficienza, produttività, redditività e competitività, i quali producono “gli scarti”; per affermare invece la cultura dell’onestà, del dono e della misericordia, che fa spazio anche a coloro che non sono vincenti e non sono in grado di competere.

Competitività, profitto, competenza: queste parole, che insieme formano il concetto di meritocrazia, non sono certo inique, ma lo diventano quando risuonano avulse dal contesto concreto. Una certa dose di competitività è necessaria e favorisce la qualità; il profitto, quando è proporzionato al lavoro, ne rappresenta un elemento di dignità, perché «l’operaio è degno del suo salario» ( Lc 10,7); la competenza, che fa leva sui talenti di ciascuno, è essenziale per un’equa e ordinata distribuzione ed efficacia del lavoro. Il problema sorge quando queste parole diventano discriminatorie verso coloro che non sono in condizioni di competere, non godono di alcun profitto e non hanno i mezzi per sviluppare i loro talenti. «Il merito può svolgere un buon compito in una società già giusta, ma nelle società ancora non giuste (e sono quelle reali), la meritocrazia, il governo del merito, amplifica le ingiustizie». Ed è proprio la fraternità a fare da ponte tra una povertà da combattere e una povertà da riscattare. Come scrive Edgar Morin: «La fraternità infrange la legge di qualunque regime che comporti discriminazione e oppressione».

 

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mercoledì 29 aprile 2020

SIAMO PIÙ' FRAGILI. SERVE PIÙ' UMANITÀ'


A colloquio col filosofo Mauro Ceruti su pandemia e conseguenze: «Il morbo del nostro tempo è la semplificazione. 
Siamo figli dell’abitudine moderna a pensare che le cose abbiano una spiegazione semplice. 
E questa si accompagna alla droga della quantificazione 
Dietro calcoli e diagrammi non si vedono le sofferenze umane»


-         di MARCO RONCALLI

Mauro Ceruti risponde al telefono da Bergamo. Due anni fa nel libro Il tempo della Complessità (Cortina), per certi versi, aveva delineato lo scenario di questa crisi, riflettendo sulla possibilità di fatti inattesi in grado di ribaltare situazioni su scala planetaria. La voce è triste: «Mi mancano persone che in questi giorni se ne sono andate. E tuttavia, in questo tempo pasquale, la loro assenza si fa, strappando le parole al poeta, più acuta presenza …».
Professore dicevano che gli algoritmi prevedono tutto. Per Nassim Nicholas Taleb quanto accaduto era prevedibile...
Il problema è un altro: è prevedibile che accada l’imprevedibile. Ma ciò non lo rende comunque prevedibile. Per questo bisogna sviluppare la capacità di affrontare l’intreccio di concause, l’incerto, l’aleatorio, l’imprevisto.
Soprattutto nel caso dei virus …
La pandemia ci pone di fronte ai rischi della condizione globale. Il virus rivela che viviamo in un mondo in cui tutto è connesso. I fili della globalizzazione biologica, antropologica, economica, politica sono aggrovigliati e inestricabili.
Bernard–Henri Levy dice che bisogna liberarsi dall’idea di causa–effetto tra globalizzazione ed epidemia: lei?
Ma ciò, in partenza, significa ammettere che tutto è connesso. Che non bastano risposte tecniche a singoli problemi. Il morbo del nostro tempo è la semplificazione. Siamo figli dell’abitudine moderna a pensare che le cose abbiano una spiegazione semplice. E questa si accompagna alla droga della quantificazione. Dietro i calcoli, le simulazioni, i diagrammi, non si vedono le sofferenze umane. Ma, detto con Foucault, le sofferenze umane mai devono essere lo scarto muto della politica.
Siamo solo all’inizio dei guai, o c’è luce in fondo al tunnel? La storia è costellata di crisi, pandemie, catastrofi...
La metafora del tunnel non funziona. Dà per scontata l’idea che siamo in una parentesi. Che all’uscita del tunnel troveremo lo stesso mondo, seppure impoverito. Dobbiamo invece scommettere in un cambiamento di paradigma. Dobbiamo assume- re la fragilità come condizione di opportunità e come condizione permanente. È dalla cura della fragilità, non dalla forza della guerra al nemico, che si genera la creatività umana.
La fragilità è ora. Conviviamo con la paura del contagio. Martini diceva che non aveva paura della morte, ma dell’atto di morire senza nessuno a tenergli la mano ….
Il dramma della solitudine del morire, in questi giorni, ci spinge a voler ritrovare questo grande rimosso della nostra civiltà: proprio il morire. Che abbiamo sempre più confinato e sterilizzato fuori dalla nostra cura, fuori dalla necessità di tenere e farci tenere la mano. Il bisogno di riappropriazione della morte può essere una via per riappropriarsi della vita…
Viviamo questo tempo trascinati da quanto passa sui nostri schermi, la tv, la rete sembrano le grandi soccorritrici…
C’è un paradosso nella nostra società: più si comunica e meno si comunica, più piovono informazioni e meno siamo informati, più siamo interdipendenti e meno siamo solidali. Il morbo della semplificazione è andato di pari passo con la frammentazione dei saperi e delle discipline, che ha isolato gli “esperti” nelle rispettive “specialità”.
Quali le priorità appena si riapriranno le porte di casa?
È necessario riformare i sistemi di educazione e di istruzione. C’è ancora poca interdisciplinarità e molta burocratizzazione, tecnicizzazione nelle
scuole e nelle università! Usiamo la Rete, ma non mettiamo in rete fra loro i saperi, i problemi, le crisi.
E’ da ripensare anche la medicina?
Può darsi che questa pandemia abbia costretto a far comunicare di più tra loro medici infettivologi, microbiologi, virologi. Per affrontare le prossime epidemie dovrà emergere una scienza e una figura di scienziato polidisciplinare. Certo, anche la medicina deve essere ripensata. Aumenta l’imprevedibilità di nuovi fattori patogeni esterni e, dal momento in cui compare e minaccia la salute, si può allungare il tempo tra la conoscenza e la cura della malattia provocata dal nuovo fattore patogeno.
Quale ruolo avrà l’Europa? Chiediamo unità, ma in Italia i partiti accantoneranno le logiche di consenso immediato?
La ricerca del consenso immediato? Ma è la fine della politica! Quanto all’ Europa la crisi sanitaria ne ha aggravato la crisi. Di fronte al pericolo comune, lo spirito di solidarietà è mancato. Si sono rinvigoriti gli egoismi nazionali. Certe parole della politica sono proprio inconsistenti e pericolose: ad esempio prima noi, solo noi… Ma l’Europa o si unirà o soccomberà.
C’è chi dice che le frontiere aperte saranno viste come pericoli, chi pensa saremo più umani, chi si ricomincerà come prima. Cosa potremmo avere imparato?
Che è necessaria un’altra globalizzazione, più umanizzata, più solidale, non dominata dalla potenza anarchica di profitto e tecnoscienza. Sembra un’utopia: ma, alla prova dal Coronavirus, è diventata più concreta, non differibile. Per affrontare crisi globali, c’è bisogno di mettere insieme risorse e conoscenze al di là delle frontiere nazionali. Il virus ignora i confini territoriali. Lo devono fare anche gli Stati.
Tutti dentro una condizione inedita?
Tutti legati dagli stessi problemi di vita e di morte, dallo stesso destino. La fraternità non è più solo un’aspirazione etica. È necessità inscritta nella nuova condizione umana. Come ha detto Papa Francesco: tutti sulla stessa barca e nessuno che può salvarsi da solo.


venerdì 13 marzo 2020

LA VOGLIA DI NORMALITA'

 COMBATTERE GLI ALLEATI DEL VIRUS PER SCONFIGGERE IL NEMICO

  Fabrizio Giannola

In questi giorni il sentimento più diffuso e naturale è quello di una voglia di ritorno alla normalità.
Io stesso sperimento questo sentimento. Con una certa insofferenza, infatti, vivo l’impossibilità di far più di quello che mi è consentito tra le mura del mio bilocale.
Quello che nei ristretti confini fisici di una casa non mi è mancato è stato il tempo per pensare. E la meditazione ti sorprende, un’altra volta, perché ti presenta una verità che non conoscevi, smontando le tue certezze.
Ciò che si può scoprire nel silenzio di una meditazione è che certi eventi – nella loro drammaticità – sono rivelatori.
Il mio cuore – per esempio – sollecitato dalla meditazione, mi ha svelato una verità; come il sole, che – al disperdersi delle nuvole dal cielo, con il soffiare del vento – illumina più chiaramente la valle che si apre davanti ai nostri occhi.
La riflessione silenziosa mi ha svelato che ciò a cui il mio cuore tende di più non è semplicemente un ritorno alla normalità, no, non è il desiderio di un ritorno al passato così come lo abbiamo conosciuto; ma qualcosa di diverso.
E spero che anche altri si domandino se – quando tutto sarà passato – non occorrerà cambiare qualcosa nelle nostre vite.
Io, sinceramente, credo di si.
La capacità del virus, nato in in un bancone di un mercato cinese, di raggiungere il nostro Paese e di presentarsi dentro le nostre case, è tutto frutto della biologia? No, il virus e la sua capacità di diffondersi deve molto alla lealtà dei suoi alleati, alleati che – paradossalmente – noi stessi abbiamo fornito al nostro nemico.
Uno status imperfetto
La nostra vita nei giorni precedenti al virus non era perfetta, il comandamento del “chi si ferma è perduto” e a cui ognuno di noi, consapevolmente o meno, aderisce è stato il principale alleato del Coronavirus.
Ciò che l’uomo contemporaneo sa fare meno è infatti fermarsi, accontentarsi.
L’ospite del virus è un uomo che non accetta di essere semplicemente uomo e in quanto tale finito.
Ci siamo dimenticati che l’uomo non è solo, come ci ha ricordato Joseph Ratzinger, “libertà che si crea da sè”, ma è ancor prima creazione.
Questa semplice verità è capace di rivoluzionare il nostro punto di vista, rivelandoci la limitatezza umana.
Chi può negare che l’uomo del 2020 sia quello a cui la società chiede ogni giorno di superare se stesso, nelle relazioni lavorative, in quelle di amicizia o in quelle amorose?
Ognuna di queste relazioni – per essere considerata in linea con il sentire comune – deve essere informata al principio utilitaristico, caro alla cultura occidentale e all’unica vera religione universale, il capitalismo.
Il comandamento “del chi si ferma è perduto” ci ha convinti che un’azione ha senso solo e soltanto se è capace di produrre un evento misurabile in termini di utilità. È come se tra azione umana ed evento il nesso di causalità possa spiegarsi solo se retto dalla “legge utilitaristica”. Ciò significa che se un’azione non è mi è utile, poichè non mi apporta nulla in termini materiali, non va fatta.
La dittatura del profitto
Si spiegano così la corruzione nel mondo politico, la totale assenza di solidarietà nei nostri luoghi di lavoro, la superficialità delle relazioni amorose e amicali. A che cosa serve fare il politico se non è possibile trarne un profitto? A che cosa serve lavorare se non per ottenere lo stipendio? A che cosa serve un amore o un amico se quell’amore o quell’amico non è in grado di offrirmi sensazioni immediate e misurabili in termini di maggiore o minore godimento?
Insomma, tornando al tema del virus, quest’ultimo fin ora ha avuto fortuna perché ha trovato nel suo ospite l’uomo che sceglie soltanto ciò che gli è utile o comunque un uomo impreparato o distratto.
Non ci possiamo spiegare, se non in una logica ego-riferita, la resistenza al rispetto delle regole che il Governo italiano ha trovato in quei cittadini che, salvo eccezioni particolari, non hanno pensato due volte se salire o meno su di un treno o un aereo per lasciare le zone del nostro territorio che sarebbero diventate da lì a poco rosse o che in quei luoghi sono andati – notte tempo – a fare una spesa da pre-copifuoco, violando l’imperativo di non creare assembramenti, togliendo beni di prima necessità alla comunità e accumulando risorse alimentari che molto spesso andranno a finire nell’immondizia. L’utilità ha indirizzato altresì la scelta di quanti, in piena crisi epidemica, hanno comunque scelto di non rinunciare alla movida o ad una discesa libera calzando degli scii.
Cambiare stile di vita
Oggi però occorre trasformarsi. Soltanto così l’alleato del virus, che è un certo stile di vita contemporaneo, sarà respinto.
Ma soprattutto, ed è la cosa più importante, domani, quando avremo debellato il virus e alleati, la realtà sarà migliore di quella precedente all’epidemia.
Un uomo nuovo e un mondo nuovo ci attende in fondo a questi giorni che mai avremo immaginato.
Il comandamento che muoverà il tempo nuovo non dovrà essere più quello per cui un’azione ha senso solo e soltanto se è utile, ma perché importante, cioè capace di produrre un evento misurabile in termini di bontà.
Verso ciò che è importante per tutti
Questa volta è come se tra azione umana ed evento il nesso possa spiegarsi con un’altra legge, non quella del profitto, ma con quella del bene comune.
Ognuno di noi, prima di agire, dovrà domandarsi, ancor prima di ciò che gli è utile, ciò che è importante, quindi buono. E ciò che è buono spesso non è ciò che ci restituisce qualcosa in termini monetari o prettamente utilitaristici.
Se ci convinciamo di ciò, quando tutto sarà finito non sarà un semplice ritorno alla normalità.
Si, perchè oltre al virus avremo debellato il suo alleato, uno stile di vita sedimentatosi spesso nell’inconsapevolezza e che ne ha catalizzato la diffusione.
Domani allora – davanti a vicende anche molto meno drammatiche – il Coronavirus di turno troverebbe un ospite, un uomo, che – seppur privo di vaccino – sarà più forte, perché più uomo e meno Dio.



mercoledì 8 giugno 2016

NO ALLE STRAGI!

PROSEGUONO LE STRAGI

 NEL CANALE DI SICILIA!


Ancora una volta le nostre vite sono scosse dalle notizie e dalle immagini che arrivano dal Canale di Sicilia: tre stragi in tre giorni (una cadenza mai verificata prima) ha messo fine alla vita di tanti uomini, donne e bambini che scappavano da realtà di guerre e persecuzioni. Sono 2444 le persone morte e scomparse nel mare Mediterraneo dal 1 gennaio 2016. La morte di tantissime persone non dipende solo dagli aguzzini sanguinari (trafficanti, scafisti), ma soprattutto è la conseguenza di una politica europea ipocrita e immorale.
 
Purtroppo l’UE, piuttosto che inviare una vera missione internazionale di soccorso, lascia che i singoli paesi, come la Gran Bretagna, inviino navi da guerra per “bloccare” le partenze verso l'Europa. Una missione immorale e giuridicamente priva di base legale, ma premiata dal consenso elettorale. Anni di denunce, morti, violenze e vite mercificate in ogni loro aspetto hanno chiarito come il governo europeo della mobilità non sia affatto basato sulla tutela dei diritti fondamentali ma su ben precisi calcoli economici e politici.
 
Per questo diciamo:
• no al dilagare dell’indifferenza verso stragi ormai quotidiane, alle morti in Siria o al bombardamento degli ospedali in diverse parti del mondo;
• no alle soluzioni basate sulla repressione, attraverso misure che vanno dalla detenzione al respingimento, ma anche con i piani di creazione di una polizia di frontiera europea (Migration compact);
• no al millantato afflato umanitario verso gli immigrati del governo italiano, usato come merce di scambio per negoziare condizioni fiscali più favorevoli con la Commissione Europea e per ottenere finanziamenti ed agevolazioni;
• no all’innalzamento dei muri che costringono tantissimi a consegnarsi ai trafficanti di essere umani che vivono periodi felici agevolati da una politica cieca;
• no al sistema di profitto che gira intorno all’immigrazione e che ha raggiunto livelli di complessità e stratificazione molto alti, un meccanismo ben rodato in molto settori economici.

Chiediamo l’apertura dei canali umanitari con meccanismi d’entrata reali e sicuri per le persone che emigrano da paesi terzi, unico strumento per evitare questa ecatombe. Per questo è importante prendere posizione contro le politiche di chiusura dell’Europa. Nelle nostre mani c’è sempre la possibilità di proteggere la vita e di realizzare una società accogliente, segnata da relazioni giuste e rispettose.
 
Commissione Migrantes

Segretariato Missione - Missionari Comboniani