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venerdì 23 ottobre 2026

EDUCARE I GIOVANI

 «A Milano servono 500 educatori, non (solo) 500 militari»

Dietro i saccheggi a Milano, il disagio delle seconde generazioni.

 Per don Massimo Mapelli, responsabile della Caritas della zona sud di Milano, la repressione non basta: servono educatori, scuole rafforzate nella loro missione, adulti consapevoli e presidi di comunità. Luca Cereda Una vetrina si ripara. La distanza che separa un ragazzo dal mondo che vede ogni giorno, invece, non si ricuce con una serranda nuova né con una pattuglia in più. 
La frattura
È in quella frattura che don Massimo Mapelli invita a cercare le domande lasciate dalle violenze di Milano: senza attenuanti per chi ha saccheggiato e colpito, ma anche senza l’alibi di chi, condannato il gesto, pensa di avere finito il proprio compito. Sacerdote della diocesi ambrosiana dal 1997, fondatore dell’associazione Una casa anche per te e direttore della Caritas Sud Milano, Mapelli dal 2004 al 2012 è stato impegnato nella Fondazione Casa della carità "Angelo Abriani" di Milano e nel 2013 ha ricevuto l′Ambrogino d′oro, la massima onorificenza del Comune di Milano, oggi vive con una quarantina di adolescenti e li incontra anche nelle scuole, comprese quelle professionali. «La rabbia la senti, la respiri», racconta: non è un’astrazione, ma qualcosa che attraversa relazioni e conflitti quotidiani. «Anche dentro la stessa città esistono città diverse», osserva. Mapelli ricorda alcuni minorenni accolti in comunità dopo essersi ritrovati a vivere nei box di una zona come il Corvetto. Nella stessa Milano ci sono coetanei che ogni fine settimana possono partire per una capitale europea o per le Maldive. 
Iperccompetività
La distanza non è soltanto economica: riguarda le possibilità immaginabili, gli strumenti per raggiungerle e la presenza di una famiglia capace di sostenere. «Abbiamo costituito una società ipercompetitiva», dice il sacerdote. E la domanda che dovremmo porci è semplice e scomoda: che cosa succede a chi non tiene il passo? A chi non ha risorse, appoggi, occasioni? Che cosa gli raccontiamo: che vale zero? È in questa disuguaglianza vissuta ogni giorno che Mapelli colloca una parte della rabbia dei ragazzi, anche di quelli di seconda o terza generazione che sono cresciuti qui e che spesso vengono ancora raccontati anzitutto attraverso le origini familiari. 
L'esclusione
Non propone una spiegazione unica né trasforma la provenienza in un destino. Invita a guardare una condizione comune: giovani che abitano la stessa città e desiderano essere riconosciuti, ma non sentono di avere accesso allo stesso mondo. Per molti di loro l’esclusione non si manifesta soltanto nella mancanza di denaro. Si misura anche nei segni visibili del successo: la marca sulle scarpe, il cappellino firmato, l’oggetto che permette di non sentirsi fuori posto. «Vorrei entrarci anch’io»: una frase che può stare dietro l’assalto a una vetrina, non come spiegazione di ogni gesto, ma come indizio di un desiderio di appartenenza deformato in possesso. Mapelli lo ha visto con ragazzi che vivevano in un box al Corvetto: avere un cappellino di marca, magari di un marchio dell’alta moda, diventava fondamentale, perché ai loro occhi sembrava poter restituire un riscatto. «Poi non è quella roba lì che te lo dà», aggiunge. Ma qualcuno deve accompagnarli a scoprirlo, aiutandoli a riconoscere il proprio valore al di là delle cose che indossano. 
La violenza
 La domanda, allora, non è se rubare una scarpa o spaccare una vetrina sia giusto. Non lo è. «La violenza va condannata, questo è fuori discussione», scandisce Mapelli. Capire da dove arriva, però, è un’altra cosa rispetto ad assolverla. Se ci fermiamo alla punizione, rischiamo di non vedere le condizioni che hanno preparato il terreno: famiglie fragili, scuole con poche risorse, agenzie educative lasciate a reggere da sole situazioni sempre più complesse. «Non succede per miracolo», avverte. La rabbia non scompare perché decidiamo di non guardarla. C’è poi un particolare che dovrebbe inquietare più di molti slogan: tra i ragazzi coinvolti ci sono anche preadolescenti di undici o dodici anni. «Gli adulti dove stanno?», si chiede il sacerdote. La risposta non sta soltanto nell’accusa ai genitori. La responsabilità educativa resta decisiva, ma Mapelli invita a chiedersi perché sia diventato così difficile porre limiti, affrontare i conflitti e accompagnare la crescita. Per paura dello scontro, osserva, gli adulti rischiano di rinunciare proprio a quello scontro necessario tra genitori e figli, tra educatori e ragazzi, in cui si costruiscono regole e fiducia. 
La famiglia
 E non basta chiedere conto alle famiglie il giorno dopo, magari riducendo tutto a una frase rabbiosa o a un titolo facile. Che cosa facciamo per aiutare quei genitori che hanno pochi strumenti, che vivono a loro volta una precarietà materiale o affettiva? Come li sosteniamo prima che la fatica diventi solitudine? «Nessuno vive su un pianeta a sé», ricorda Mapelli. Questi ragazzi incontreranno i nostri figli a scuola e nei quartieri: la loro fragilità non resta confinata nelle periferie. 
Per questo, secondo il sacerdote, anche la distinzione tra centro e periferia non basta più. I confini amministrativi non corrispondono necessariamente ai confini vissuti dai giovani: Milano è anche la sua città metropolitana, le aree in cui si studia, si lavora, si prende un autobus e si cerca un posto nel mondo. La questione delle seconde generazioni non si riduce alla cronaca delle origini: le relazioni tra adolescenti attraversano da tempo le categorie con cui gli adulti li classificano. La ragazza italiana e il ragazzo di seconda o terza generazione originario del Marocco non abitano due pianeti diversi. Il discrimine decisivo, sempre più spesso, è tra chi si sente atteso e chi si sente lasciato fuori. 
La guerra
 C’è poi un’altra contraddizione che gli adulti dovrebbero avere il coraggio di riconoscere. Viviamo in un tempo in cui i leader più potenti parlano continuamente di guerre, bombe, distruzione. Poi chiediamo ai ragazzi di rispettare un manuale di comportamento impeccabile, come se le parole pubbliche non lasciassero tracce. «Le parole che buttiamo nel mondo fanno qualcosa», osserva Mapelli. Non significa attribuire agli adulti la responsabilità diretta dei saccheggi, ma riconoscere che il linguaggio della forza modella l’immaginario, soprattutto quando mancano parole per nominare il disagio. 
La repressione
La risposta, dunque, non può essere soltanto repressiva. Mapelli conosce anche le carceri, comprese quelle minorili, e mette in guardia dal pensare che rinchiudere un ragazzo basti a risolvere il problema. Il rischio è restituirlo alla società più arrabbiato e più solo di prima. La sicurezza è necessaria, ma non esaurisce la politica: servono scuole attrezzate, sostegno alle famiglie, luoghi di aggregazione e presenze educative continuative, prima dell’emergenza. Dopo gli scontri a Milano, due facce da bambini e gli occhi sul cellulare «Un Paese che spende più in armi che in scuola poi raccoglie quello che raccoglie», dice con una battuta amara. E propone un’immagine concreta: «Se in strada ci sono cinquecento militari, perché non immaginare anche cinquecento educatori»? Non è una contabilità contro la sicurezza, ma la misura di ciò che manca: adulti riconoscibili, disposti ad ascoltare e a restare; luoghi in cui un adolescente sia accompagnato, non soltanto contenuto. È un lavoro meno spettacolare delle forze dell’ordine e più lento di una risposta d’emergenza. 
La comunità
Ma dopo gli scontri la partita è questa: ricostruire comunità, legami, dialogo. «Se non dialoghiamo noi con questi ragazzi, se non li educhiamo noi, li educano gli altri», avverte Mapelli. E quegli altri possono essere proprio coloro che alimentano la rabbia e la trasformano in un gesto di cui, domani, i ragazzi stessi potrebbero pentirsi. Una vetrina rotta si vede subito. Il vuoto educativo, invece, resta a lungo sotto gli occhi di tutti, finché qualcuno non decide di farsene carico. Don Gino Rigoldi: «Aiutiamo i giovani a vedere il futuro» 

 Famiglia Cristiana

venerdì 11 luglio 2025

GIOVANI e POLITICA

 


A che cosa oggi 

la politica 

educa i giovani

 


-       di  Giuseppe Savagnone 


 Un aspetto trascurato

Un aspetto della politica che raramente viene preso in considerazione è la sua ricaduta sul piano educativo. Non mi riferisco qui all’influsso intellettuale delle ideologie, ormai in profonda crisi. 

Ma già Aristotele aveva osservato che nella sfera morale l’educazione alle virtù – oggi parliamo preferibilmente di valori – non dipende tanto da “prediche” astratte, quanto dall’esempio che viene dall’ambiente in cui si cresce e si vive.   

Di questo ambiente vitale fa parte la politica. Di politica e delle scelte di coloro che la gestiscono parlano ogni giorno i quotidiani e i notiziari radiofonici e televisivi. E i protagonisti della vita pubblica rappresentano inevitabilmente dei modelli etici.

Ciò vale per tutti, ma in particolare per i giovani, che inevitabilmente vedono nel successo di un personaggio politico la conferma del sistema valoriale a cui i suoi comportamenti si ispirano. Naturalmente parliamo qui dei leader riconosciuti dai mezzi di comunicazione e dall’opinione pubblica come espressioni della nostra civiltà e del nostro costume.  È improbabile che si guardi a Putin o a Xi Jinping come a modelli etici. 

Trump e Callicle

E perciò in primo luogo la domanda che ci poniamo riguarda il presidente del paese che dalla fine della seconda guerra mondiale costituisce il punto di riferimento non solo politico, ma anche culturale, dell’Occidente. Quali valori suggerisce il modo di Donald Trump di intendere e di vivere la politica?

Il Tycoon lo ha dichiarato, fin dalla sua campagna elettorale: il suo obiettivo è quello di “Rendere di nuovo grande l’America”. L’elemento, però, che differenzia la sua politica da quella dei suoi predecessori – i quali, pur senza dirlo così apertamente, perseguivano lo stesso obiettivo – è che essi ritenevano di poterlo conciliare con l’idea di un bene comune più ampio, inclusivo di quello degli altri paesi disposti a camminare sulla via della democrazia.

Per Trump, invece, il primato degli interessi degli Stati Uniti comporta, inesorabilmente, la loro affermazione illimitata, a spese anche di quanti erano stati finora amici o almeno alleati dell’America. 

Il punto è che, per il presidente americano, il bene non è un valore integralmente umano – comprensivo, perciò, della dimensione morale e di quella relazionale  –  , destinato perciò ad accrescersi se condiviso, ma tende a identificarsi con gli “interessi,” in primo luogo con quelli rappresentati dalla ricchezza e dal potere.  Perciò, come di qualunque realtà materiale, per assicurarne una quota maggiore agli Stati Uniti si deve inevitabilmente ridurre quella degli altri. 

Questo atteggiamento competitivo esige il ricorso alla forza, anche in violazione di tutte le regole. Trump, a proposito del diritto internazionale, mostra di condividere (probabilmente senza saperlo) la tesi che Platone mette in bocca a Callicle, quando, nel Gorgia, replica agli argomenti di Socrate che difende il valore imprescindibile della legge morale e giuridica: «Io credo che ad inventare la legge sia stata la massa dei deboli. Dunque, a proprio favore i deboli pongono le leggi (…), dicono che è brutto e ingiusto mettersi al di sopra degli altri (…). E la loro mira – a mio parere – sta nell’ottenere l’uguaglianza, pur essendo più deboli (…). Ma mi pare che la natura stessa mostri che giusto è che chi è migliore abbia più di chi è peggiore e chi è più potente abbia più di chi è meno potente (…), che il più forte domini il più debole e abbia più di lui (…). Ma, ne sono convinto, se nascesse un uomo dotato di una natura forte quanto occorre, allora essa scuoterebbe da sé tutte queste remore, le spezzerebbe e si ribellerebbe ad esse, calpesterebbe le nostre scritture, i nostri incantesimi e i nostri sortilegi e le nostre leggi» .

Questo passo esprime bene la portata educativa della questione. Socrate è stato un educatore di giovani, come lo erano i sofisti, che miravano a formare le nuove generazioni proponendosi di insegnare loro ad affrontare la vita come realmente è. Platone impersona in Callicle la posizione di questi ultimi. Ma il dibattito del Gorgia si è prolungato nei secoli e le prese di posizione di Trump dimostrano che dura fino ad oggi.

Al di là delle leggi

Sulla linea di Callicle il presidente si è posto quando ha dichiarato senza mezzi termini, fra lo sbalordimento generale, di volersi annettere, anche con la forza, la Groenlandia, che appartiene alla Danimarca, con la sola giustificazione che ciò è nell’interesse degli Stati Uniti. 

Calpestando così apertamente tutte le regole del diritto internazionale e tutti gli accordi (la Danimarca è un membro della NATO dunque, per statuto, un alleato che gli Stati Uniti dovrebbero difendere in caso di attacco esterno!). La forza al posto del diritto, l’interesse particolare dell’America – il solo che conti – che cancella bene e il giusto.

Nella stessa prospettiva Trump – sempre in nome della sua interpretazione economica degli interessi degli Stati Uniti –  ha rivoluzionato le regole e violato tutti gli accordi riguardanti il commercio internazionale, utilizzando lo strapotere economico del suo paese per imporre agli altri, anche agli amici e agli alleati, le sue decisioni in materia di dazi.

Non per far nascere un nuovo ordine, ma col chiaro intento di evidenziare, con la stessa imprevedibilità delle sue scelte, il proprio assoluto potere rispetto a qualunque ordine.

La stessa pretesa di onnipotenza ha ispirato l’annuncio del Tycoon a un mondo incredulo del suo progetto di trasformare Gaza in un resort turistico di lusso, cacciando coloro che lo abitano.

Anche questa volta, come per i dazi, non si è trattato solo di minacce, perché, proprio grazie all’appoggio politico e militare di Trump, il premier israeliano Netanyahu ha potuto rompere la tregua che a gennaio aveva accettato e riprendere, con una violenza più cieca e disumana di prima, il massacro sistematico dei civili palestinesi, per convincerli ad andarsene “liberamente” dalla loro terra.

Questo esercizio illimitato della forza per garantire l’inizio di una «età dell’oro» degli Stati Uniti si sta realizzando non solo nella politica internazionale, ma anche nei confronti degli immigrati irregolari – 11 milioni – presenti negli Stati Uniti, che Trump sta sradicando con la forza dal tessuto sociale in cui ormai erano inseriti per deportarli in paesi che, a suon di dollari, convince ad accoglierli, in condizioni spesso disumane.

Una violenza così evidente da suscitare la protesta ufficiale dei vescovi degli Stati Uniti, molti dei quali erano stati favorevoli alla sua elezione.

Rientra in questa spregiudicata volontà di potenza la pretesa del Tycoon di piegare anche la realtà alla propria volontà. Come gli antichi sofisti, anche Trump pensa  che il vero coincida con ciò che egli ritiene e dichiara tale. 

I giornali americani hanno fatto l’elenco lunghissimo delle sue clamorose menzogne, sia prima che dopo la sua elezione. Che non incrinano, anzi consolidano il suo trionfo.

Un capovolgimento della realtà peraltro confortato dalla proposta, avanzata dal Pakistan e sostenuta da Netanyahu, di conferire al presidente americano il premio Nobel per la pace.  

L’impotenza culturale e politica dell’Europa

Questa è la lezione che viene ai giovani della massima autorità politica del mondo democratico.  Ma a renderla pienamente convincente è la debolezza delle alternative.

Il mondo occidentale, con tutta la sua storia democratica, non trova in se stesso le risorse culturali – prima che politiche ed economiche – per affrontarlo e additare una alternativa. 

L’Europa, che dovrebbe essere la custode delle radici valoriali della nostra civiltà, da tempo le ha smarrite, per consegnarsi a una frammentazione spirituale che rispetta, giustamente, le diversità, ma non riesce a ricondurle a una prospettiva unitaria. Esattamente come avviene nell’ambito politico.

Da qui anche l’incapacità dell’Occidente di schierarsi risolutamente a difesa di quelli che un tempo erano i suoi valori. Primo fra tutti, il rispetto della persona umana, solennemente sancito nelle dichiarazioni dei diritti.

Emblematica, già prima dell’ascesa al potere di Trump, la complice inerzia di fronte allo spaventoso massacro perpetrato da Israele a Gaza e quotidianamente registrato dalle notizie e dalle immagini di giornali e telegiornali. 

Un’Europa che celebra ogni anno con commozione la memoria delle innocenti vittime della Shoah, continua da diciotto mesi a non muovere un dito per fermare   il nuovo Olocausto che si sta verificando sotto i suoi occhi, anche solo fermando il flusso di armi fornite allo Stato ebraico.

Senza per questo rinunziare, quando invece si tratta della giusta difesa del popolo ucraino, a invocare a gran voce il diritto e la giustizia. Clamoroso doppio standard che mette in dubbio la serietà degli ideali dichiarati e fa il gioco della spregiudicatezza di Trump.

Ancora più evidente è il cedimento alla logica del Tycoon nell’atteggiamento verso i migranti, che vede il Vecchio Continente, un tempo aperto all’accoglienza – come è nella storia delle sue origini e nella sua tradizione cristiana – , al pari degli Stati Uniti, e ora, al pari degli Stati Uniti, sempre più ripiegata su se stessa, in nome dei suoi “interessi”, e sempre più indifferente alle drammatiche esigenze degli esseri umani che vengono a cercare alle sue frontiere una vita migliore.

Un messaggio nella bottiglia

Rappresenta bene questa paralizzante contraddizione dell’Europa la posizione della nostra presidente del Consiglio, che non perde occasione per ribadire la sua fedeltà ai valori cristiani, che nei suoi discorsi non manca mai di ribadire il primato della persona umana, e che al tempo stesso, non solo si dichiara in profonda sintonia con Trump, ma ne segue di fatto le orme.

A cominciare dalla sua politica nel Medio Oriente: l’Italia, come per la verità ha fatto in passato, continua a rifiutarsi di sostenere ogni tentativo di fermare Israele nella sua politica criminale (il termine è della Corte Penale Internazionale). Ma anche per quanto riguarda le politiche migratorie, il nostro governo  si vanta di essere per tutta l’Europa un modello di chiusura e di deportazione.

Callicle trionfa e i giovani non possono non registrare che quella indicata da lui è la via per il successo. Anche oggi, tuttavia, Socrate continua a testimoniare che un’alternativa esiste, se non per il successo, almeno per restare umani. Egli continua a farlo nella esperienza degli operatori umanitari che spendono la vita per palestinesi e migranti, nel coraggio dei giornalisti che sfidano –  , rischiando anche la vita –  le censure e il silenzio dei governi e della maggior parte della  stampa, nelle prese di posizione dei giudici che negli Stati Uniti, ma anche in Italia, cercano di opporsi all’arbitrio del potere.   

Anch’essi sono, a modo loro, con i loro limiti, con i loro errori, degli educatori.  La loro voce, è vero, assomiglia a quella del naufrago che consegna il suo messaggio in una bottiglia gettata in mare. 

Ma basta perché non sia spenta la speranza e che ci sia chi lo raccoglie.

www.tuttavia.eu

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giovedì 19 novembre 2020

MERITOCRAZIA E FRATERNITA'


 Contro il “dio incentivo” vinca la fraternità

La meritocrazia può anche essere un valore che crea conflitto e una società di classi. Il Vangelo invita a una conversione di mentalità e autentica giustizia.

Anticipiamo alcune pagine dal volume "Benedetta povertà? Provocazioni su Chiesa e denaro" (Emi, pagine 96, euro 11,00) di Erio Castelluci, arcivescovo di Modena-Nonantola.

 

 di Erio Castellucci 

 Il futuro della fede cristiana è legato anche alla capacità delle comunità cristiane di dare corpo al sogno di Gesù, il sogno del regno di Dio. Le intuizioni e le provocazioni devono diventare educazione, pena l’insignificanza del cristianesimo. Mi sembra che oggi le nostre comunità si giochino la loro forza profetica soprattutto in questo campo, nella relazione con i beni.

È indispensabile prima di tutto intensificare l’opera formativa a partire dai ragazzi e dai giovani, integrando questi argomenti nel normale itinerario dell’iniziazione cristiana e della catechesi. I percorsi sull’educazione affettiva e quelli sull’educazione economica ed ecologica procedono di pari passo, perché non sono altro che dimensioni del medesimo stile di dono e condivisione, reciprocità e gratuità.

La catechesi cristiana non può ignorare l’atteggiamento evangelico che sta alla base di entrambe le braccia dell’etica, quella cosiddetta individuale e quella sociale: distinzione che ormai dovrebbe peraltro essere superata, perché è “sociale” anche l’educazione sessuale ed è “individuale” anche l’educazione economica ed ecologica. Il rispetto per la vita nascente e morente va di pari passo con il rispetto per la vita emarginata e indigente; la pace e la nonviolenza nelle relazioni tra l’uomo e la donna vanno di pari passo con la pace nelle relazioni sociali e internazionali; la castità – cioè il rispetto dell’altro e il rifiuto dello sfruttamento – nelle relazioni sessuali va di pari passo con la castità nelle relazioni sociali, etniche, ambientali e interreligiose.

Una delle esperienze pastoralmente più dolorose è vedere le nostre comunità cristiane divise su ciò che dovrebbe rimanere unito, anzi profondamente intrecciato. Mi colpiva, prima come parroco e ora come vescovo, registrare nel popolo di Dio – e anche in noi ministri – una sorta di frattura verticale tra chi porta avanti i valori della persona e della famiglia, e chi invece i valori della società e dell’ambiente naturale. È proprio questo “invece” il problema. Se siamo davvero cattolici, non possiamo adottare l’aut-aut ma l’et-et. Finché la Veglia per la pace sarà di sinistra, e rigorosamente frequentata dai soli cattolici “progressisti”, e la Veglia per la vita sarà di destra, e riservata di fatto ai cattolici “tradizionalisti”, la Chiesa sarà divisa. Finché la Giornata del creato sarà di sinistra e la Giornata della famiglia di destra, continueremo a farci del male a vicenda. Una cosa è la maggiore sensibilità per l’una o l’altra dimensione etica cristiana – sensibilità che dipende dalle storie personali e dalle sfide della storia –, un’altra è l’assolutizzazione di una sola dimensione, trasformando inevitabilmente l’appartenenza cattolica in una battaglia «contro» altri cattolici.

Nemmeno questo stupisce, perché fin dai tempi di san Paolo le comunità erano divise, come dimostrano i partiti di Corinto (cfr. 1Cor 1,12); se non stupisce, però addolora. La divisione toglie forza interiore all’evangelizzazione. «Tutto è connesso», «tutto è in relazione », in una sorta di universale fraternità, come ripete la Laudato si’: relazione con Dio, sessualità, famiglia, poveri, giustizia, lavoro, pace, custodia del creato… Sono temi trasversali e interagenti.


Nello specifico, la formazione riguardante l’economia implicherà anche doveri e divieti: i doveri derivanti da un uso casto dei beni, che sono sempre mezzi e mai fini, e dalla necessità di una loro condivisione, del controllo dei propri investimenti perché non favoriscano commerci illeciti e immorali come quello delle armi, il divieto della speculazione e del gioco d’azzardo, il dovere di pagare le tasse, il dovere del rispetto per il creato, insieme a una visione critica della cosiddetta meritocrazia, del “dio incentivo”, del dogma dell’efficienza, produttività, redditività e competitività, i quali producono “gli scarti”; per affermare invece la cultura dell’onestà, del dono e della misericordia, che fa spazio anche a coloro che non sono vincenti e non sono in grado di competere.

Competitività, profitto, competenza: queste parole, che insieme formano il concetto di meritocrazia, non sono certo inique, ma lo diventano quando risuonano avulse dal contesto concreto. Una certa dose di competitività è necessaria e favorisce la qualità; il profitto, quando è proporzionato al lavoro, ne rappresenta un elemento di dignità, perché «l’operaio è degno del suo salario» ( Lc 10,7); la competenza, che fa leva sui talenti di ciascuno, è essenziale per un’equa e ordinata distribuzione ed efficacia del lavoro. Il problema sorge quando queste parole diventano discriminatorie verso coloro che non sono in condizioni di competere, non godono di alcun profitto e non hanno i mezzi per sviluppare i loro talenti. «Il merito può svolgere un buon compito in una società già giusta, ma nelle società ancora non giuste (e sono quelle reali), la meritocrazia, il governo del merito, amplifica le ingiustizie». Ed è proprio la fraternità a fare da ponte tra una povertà da combattere e una povertà da riscattare. Come scrive Edgar Morin: «La fraternità infrange la legge di qualunque regime che comporti discriminazione e oppressione».

 

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