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mercoledì 21 maggio 2025

NUTRIRE LA VOGLIA DI STUDIARE


 Nutrire la voglia 
di studiare 

per favorire l’equità

 

La voglia di studiare, di imparare e fare meglio non è certo un patrimonio che resta stabile nel tempo. È piuttosto un bagaglio che occorre nutrire e la scuola ha un ruolo cruciale per accrescerlo valorizzando le occasioni di successo, un traguardo spesso più difficile da raggiungere per i ragazzi e le ragazze con maggiori svantaggi. Per uno scopo così alto la valutazione è senza dubbio uno strumento prezioso.

Lavorare a favore dell’equità significa anche stimolare in tutti i ragazzi la motivazione di cui hanno bisogno per affrontare l’impegno di formarsi.

Chi studia e impara davvero ci riesce perché ne ha voglia, perché prova gusto a fare qualcosa in cui ha fiducia di poter riuscire.

Si costruisce così un circuito virtuoso che favorisce il successo e sostiene la motivazione. Quando una cosa ci riesce, infatti, siamo spronati ad andare avanti e a investire sforzi anche in sfide difficili. Al contrario, quando si inizia a sperimentare l’insuccesso e magari questo si ripete perché poggia su uno svantaggio esistente già in partenza, la motivazione a fare per apprendere si perde più facilmente.

Dare senso, una carta vincente

La scuola è il primo posto in cui un allievo si confronta con le sue competenze cognitive, sociali e relazionali. Se già dall’inizio del percorso formativo si sentirà adeguato ad affrontare compiti sfidanti costruirà verso l’impegno che l’apprendere comporta un atteggiamento positivo, che molto probabilmente porterà con sé anche in altre situazioni della sua vita, nel presente e nel futuro.

Se la scuola invece è percepita come un ambiente faticoso, che dà poche soddisfazioni, è facile che il ragazzo entri in un’ottica di “lavoro in economia”; questo lo porterà a cercare di sopravvivere al compito di apprendere facendo il minimo indispensabile per evitare le conseguenze più spiacevoli, come la bocciatura.

Comincerà quindi a rendere meno di quanto è nelle sue possibilità, intraprendendo un percorso che potrebbe anche portarlo ad abbandonare la scuola prima del tempo.

Del resto, è noto da tempo che la motivazione è strettamente legata al rendimento scolastico e che i ragazzi imparano molto più facilmente quando sono interessati a ciò che apprendono, soprattutto perché capiscono l’utilità e l’applicabilità di ciò che gli viene chiesto di imparare.

Non c’è dubbio infatti che, per dare senso a quello che apprendono, gli allievi di ogni grado di scolarità devono poter stabilire collegamenti tra ciò che fanno in aula e l’esperienza fuori dalla scuola.

È questa una strategia didattica certamente applicata da un numero considerevole di docenti, come testimoniano i dati dell’Indagine TIMSS (Trend in International Mathematics and Science Study) della IEA (International Association for the Evaluation of Educational Achievement), nell’ambito del quale è stato chiesto agli insegnanti quanto spesso collegano le lezioni alla quotidianità dei ragazzi.

Le risposte dei docenti – per il TIMSS sono insegnanti di Matematica – rivelano che gli esempi di vita reale sono molto spesso utilizzati durante le lezioni. Gli insegnanti di matematica del 51,5% degli studenti di quarta primaria nell’UE hanno indicato che collegano quasi ogni lezione alla vita quotidiana degli studenti; il 30,9% ha riferito di farlo in circa la metà delle lezioni. Il 17,6% degli studenti di quarta primaria dell’UE riceve esempi di vita reale solo durante alcune lezioni. Quasi nessun insegnante ha detto di non mettere mai in relazione le lezioni con la vita degli studenti.

Costruire condizioni di successo

Proprio perché la motivazione è così legata alla percezione sia della significatività di quello che si sta facendo sia all’esperienza di successo o insuccesso che si vive da studenti, osservare la scuola attraverso dati valutativi validi e attendibili – come accade con le Rilevazioni nazionali e internazionali alle quali il Nostro Paese partecipa – è uno strumento chiave per sostenere lo sforzo di equità e inclusività che il sistema formativo compie nei confronti di ogni allievo.

Identificare le esigenze di apprendimento della popolazione scolastica è infatti il primo passo verso lo sviluppo di itinerari formativi capaci di costruire condizioni di successo fin dall’inizio del percorso formativo per ogni allievo, anche per coloro che provengono da situazioni di svantaggio, dovute a cause diverse. Le circostanze personali e sociali, infatti, non dovrebbero essere un ostacolo al successo scolastico.

L’obiettivo non è solo che l’allievo raggiunga un determinato risultato, ma anche che costruisca un rapporto positivo con l’apprendimento, dove ogni risultato positivo aumenta la sua motivazione a continuare.

Perché ciò accada, trasformando in realtà concreta un’istanza educativa di innegabile valore, occorre creare un ambiente dove ogni bambino o ragazzo abbia la possibilità di affrontare sfide per lui raggiungibili con il giusto supporto, fatto di feedback costruttivi e di riconoscimento dei progressi compiuti, fattori cruciali perché un giovane impari a credere nelle proprie possibilità e sia disponibile a fare la fatica di apprendere.

 

Approfondimenti

 

INVALSI

 

 

giovedì 12 maggio 2022

UNA SCUOLA ORIENTATA AL FUTURO

VERA «CITTADINANZA» ALLA SCIENZA PER UNA SCUOLA ORIENTATA AL FUTURO


L’appello di un grande ricercatore: tre cambiamenti nella formazione dei giovani

 

-         di SILVIO GARATTINI

 Pur con molte eccezioni dovute prevalentemente a iniziative di singole scuole e di singoli insegnanti, la situazione dei programmi scolastici richiede significativi cambiamenti, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo di competenze scientifiche, il vero motore dello sviluppo. La scuola italiana, infatti, è fondamentalmente ancorata a programmi del secolo scorso con una impostazione di tipo letterario-filosofico-artistico.

Se voglio sapere se la terra è sferica, se voglio cambiare le caratteristiche di una pianta, se voglio sapere se un farmaco fa bene o fa male non lo posso chiedere alla filosofia, alla musica o al greco: lo devo chiedere alla scienza, che, come tutte le attività umane, compie errori, ma ha in sé la capacità di correggerli perché nella scienza ha valore solo ciò che è riproducibile da altri ricercatori e con altre metodologie. La scienza appartiene al 'sapere' che è fatto di tanti tipi di conoscenza che la scuola deve saper integrare attraverso docenti, a tutti i livelli scolastici, formati per operare nel senso indicato.

Ce n’è a sufficienza per chiederci cosa si debba fare. Non dimenticando che le possibilità di informazione si sono arricchite di nuove tecnologie come radio, televisione, banche dati, piattaforme informative, internet. Oltre al fatto che sono avvenuti profondi cambiamenti nella popolazione. Vent’anni orsono i diciottenni in Italia erano un milione, oggi sono meno della metà. Infine, le importanti modifiche avvenute nella società hanno aumentato le conoscenze 'non-scolastiche' dei giovani, con il risultato che l’età dell’adolescenza è diminuita iniziando oggi intorno ai 10 anni.

Tenendo in conto anche questi elementi, per semplificare mi riferirò a tre – necessari – grandi cambiamenti, senza ovviamente entrare nei particolari che sono competenze degli esperti di didattica e pedagogia. Il primo cambiamento richiede la presenza nella scuola della scienza come componente della cultura. Purtroppo, nella stessa Costituzione si dice che lo Stato supporta la scienza e la cultura. Sono due cose diverse? In qualsiasi rubrica giornalistica, televisiva di tipo culturale la scienza è raramente presente, e spesso viene discussa in una pagina o in un programma a parte. Qualcuno potrebbe obiettare che la scienza è presente nella scuola attraverso le materie scientifiche come chimica, fisica, biologia. È vero, ma quelli sono i contenuti della scienza che spesso sono superati da altre conoscenze che si aggiungono velocemente in tempi sempre più brevi. Ciò che manca è la scienza come fonte di conoscenza, una conoscenza unica non sostituibile che si ottiene grazie a una specifica metodologia. In altre parole, la scuola non educa alle fatiche del metodo scientifico.

Un secondo cambiamento riguarda l’eccessivo ancoraggio al 'passato' della scuola italiana. In realtà, di quasi tutte le materie si insegna la storia: della letteratura, della filosofia, dell’arte, anche se l’insegnamento della storia dei popoli e delle nazioni si ferma molto spesso alla Prima guerra mondiale, sorvolando non di rado su cosa è stato il fascismo, il nazismo, le dittature, la Shoah. Ciò nonostante, questo determina nello studente certamente una buona conoscenza del passato. Sappiamo molto bene – ed è importante saperlo – da dove veniamo, ma non sappiamo dove andiamo. Ciò determina una scarsa capacità, che si riflette logicamente anche nella classe politica, di pensare al futuro, di capire cosa si deve fare per averne uno migliore. La mancanza di protocolli per affrontare una pandemia o per pensare in tempo a preparare un vaccino è frutto anche di questa distorsione. Abbiamo grandi difficoltà a sviluppare strategie. Quanti sono, ad esempio, i piani pluriennali a livello comunale, regionale, nazionale, che vengono poi realizzati e controllati in materia di produzione e consumo di energia? Sapere dove andiamo, a quale porto vogliamo approdare, si può apprendere solo se la scuola ci fornisce gli elementi fondamentali.

Un terzo cambiamento riguarda la 'passività' degli studenti dalle elementari all’università. Regna ancora la lezione 'frontale' in cui si deve ascoltare, ma non c’è un incitamento a fare domande, a esprimere opinioni diverse. Occorre invece fare in modo che gli studenti facciano almeno una parte delle lezioni. Esistono oggi enormi fonti di informazione a cui ci si può riferire, per cui gli stessi studenti possono fare una parte delle lezioni. I professori dovrebbero essere d’aiuto per indicare le fonti, correggere gli errori, completare le lacune. Meno 'temi' e più riassunti. Molti maturandi non sono in grado di riassumere in modo adeguato ciò che hanno letto. Occorre anche che la scuola sia più attiva nel mettere a disposizione laboratori interni o esterni in cui gli studenti possano vedere come la teoria si traduce poi in attività pratica. Ciò dovrebbe facilitare una formazione che permetta di essere più vicina alle richieste del mondo dell’impresa e del lavoro. Ci si deve augurare che i politici capiscano la necessità di questi cambiamenti. Se non si faranno, la scuola sarà sempre meno la fonte della cultura di cui la nostra società ha bisogno.

 *Fondatore e presidente dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri Irccs

 

www.avvenire.it

 

 

sabato 18 dicembre 2021

SCUOLA: STARE BENE e APPRENDERE BENE

Una scuola troppo “facile” 

non favorisce le classi sociali emarginate

 



-         Stefano Quaglia

 

Qualche giorno fa ha fatto scalpore una notizia: «La commissione ha esaminato 1.532 buste (ognuna contiene due elaborati) e sono stati definiti idonei solo 88 di questi». I numeri si riferiscono al concorso per entrare in magistratura e precisamente ai candidati che non hanno commesso errori nella scrittura dei compiti assegnati. Un florilegio di errori di grammatica e sintassi che ci fa chiedere chi ha promosso questa gente a scuola e all’università. In realtà le cose sono molto, ma molto più complesse. Mi permetto solo di fissare quattro punti cardinali, quasi una bussola, per orientarci in questa riflessione: la scuola non può bocciare, perché è un diritto di tutti conseguire il giusto livello di istruzione e aspirare alle più elevate posizioni sociali e culturali; a forza di promuovere tutti abbiamo danneggiato i più bravi e desiderosi di impegnarsi, che spesso appartengono alle classi più fragili e socialmente marginali. La scuola non è più un ascensore sociale; la scuola non deve essere noiosa, ma piacevole. A scuola si deve star bene; se i ragazzi non imparano a scuola il sacrificio e l’impegno non saranno pronti ad affrontare la vita. I lettori avranno riconosciuto che i quattro punti cardinali rappresentano le opposte posizioni pedagogiche che si sono fronteggiate in questi ultimi quarant’anni in tema di scuola ed educazione. Da un lato l’esigenza di potenziare la scuola come luogo di socializzazione. Dall’altro la necessità di rispondere alla richiesta sempre maggiore di competenze da parte della Knowledge Society, la “Società della conoscenza”, nella quale non la ricchezza produce cultura, ma il sapere produce ricchezza.

Evidentemente qualcosa non ha funzionato. Chi nella scuola vive e lavora da qualche decennio e guarda agli eventi sempre con la dovuta passione educativa, ma anche con l’impegno di evitare derive verso la superficialità e il pressapochismo, sa bene che il nodo non sta tanto nei momenti liturgici della valutazione, come gli scrutini finali e gli Esami di Stato; il cuore della questione è nella vita scolastica di tutti i giorni, nella banale, noiosa, insostituibile routine quotidiana. Non neghiamolo: si sono perse alcune buone pratiche che invece di essere eliminate e tacciate di arcaismo pedagogico andavano valorizzate e sostenute. La prima è l’apprendimento a memoria di poesie e di testi facili, senza il quale non si può arricchire il repertorio personale delle parole; la seconda è l’esercizio della esposizione narrativa orale e scritta, che richiede tempi lunghi e distesi di esercizio e di pratica.

Se in passato la scuola superiore era frequentata da coloro che quasi naturalmente avevano queste doti, oggi abbiamo una scuola di tutti. L’universo dei nati coincide, nella scuola primaria, con l’universo degli alunni e nelle superiori ormai, pur con diverse percentuali di dispersione a seconda dei territori, la quasi totalità degli adolescenti è comunque presente per assolvere l’obbligo e conseguire un titolo. L’impegno per i docenti, dunque, si è fatto molto più difficile e complesso.

Di fronte a questa situazione era evidente che non bastasse un solo docente di italiano in ogni classe. La conoscenza della cultura letteraria è fondamentale, ma è assolutamente necessario avere una persona dedicata esclusivamente alla attività di dialogo e scrittura. Pratica questa che deve essere attivata costantemente in tutti i gradi nel corso dei tredici anni di scuola. La scrittura è un’attività difficile, richiede esercizio, maturazione, fatica, capacità di esprimersi anche oralmente. Nella società dei velocisti, ci sarà spazio per i maratoneti? Forse dobbiamo rivedere il nostro concetto di scuola. Ormai è evidente che la secondarizzazione della primaria comporta ipso facto la primarizzazione della secondaria. Trenta ore settimanali con dieci o dodici materie sono meno efficaci di venticinque con sei o sette materie svolte in modo approfondito e disteso. Ci siamo preoccupati troppo di insegnare di più invece che di insegnare meglio. E questo è il risultato. A scuola non si deve imparare tutto, ma ciò che è funzionale per imparare a imparare. Sono anni che chi sa di scuola lo ripete. Qualcuno ci ascolterà?

 

www.avvenire.it

 

 

sabato 22 agosto 2020

ASPETTANDO LA SCUOLA "DAL VIVO"


.... PER RIANIMARE LA VOGLIA DI CONOSCERE

- Giovanna Genco *

La musica è pericolosa dice Nicola Piovani al numeroso pubblico venuto ad ascoltarlo a Segesta in questo strano fine agosto che ci vede tutti in mascherina in un teatro che nei secoli ben altre maschere ha ospitato.
La musica è pericolosa chiarisce, cogliendo gli sguardi smarriti di tutti noi, perché è desiderio, è creatività, è voglia di conoscere. La scuola è pericolosa fa eco la sua voce dentro la mia testa di dirigente scolastica che non riesce a staccare la spina neanche nei cinque giorni di ferie che mi sono concessa.
La scuola è pericolosa chiarisco subito non per la necessità di mantenere 1 metro di distanza tra le rime buccali dei bambini, non per la sanificazione necessaria post referendum o per la necessità di distanziamento tra i genitori in attesa dell’uscita dei figli. 
La scuola è pericolosa perché è desiderio, è creatività, è voglia di conoscere. È pericolosa perché come la musica deve essere vissuta dal vivo. È relazione, socialità, confronto e talvolta scontro.
Piovani parla di “musica subita”. Quella degli autogrill, quella delle segreterie telefoniche, del vicino di ombrellone. Una musica involontaria, non scelta, non cercata. Ed io penso subito alla scuola che abbiamo vissuto in quest’anno così complicato. Penso al rumoroso dibattito intorno alla scuola. Affrontato talvolta come problema e non come priorità.
Siamo a meno di 24 giorni dall’apertura delle porte. Il telefono squilla ed io rispondo a genitori, docenti, collaboratori, che mi chiedono certezze. Non ho nessuna certezza se non quella di volere una scuola dal vivo, come questa meravigliosa musica dal vivo che ci ha portati qui sopportando file, mascherine e distanziamento. 
Il 14 settembre il conto alla rovescia non si fermerà perché non tutto sarà per come lo abbiamo pensato oggi. Torneremo a fare il conto alla rovescia per quando saranno consegnati i banchi, per quando gli enti locali completeranno i lavori che attendiamo, per quando l’organico sarà completo. Siamo abituati ad adattare il percorso alle mutate condizioni del campo di gara. Sono certa che tutti direttore, funzionari, dirigenti, docenti, dsga, amministrativi, stiamo lavorando con lo stesso obiettivo. Sono certa che anche le famiglie capiranno e con responsabilità condivideranno percorsi e temporanee soluzioni. Da sportiva praticante di orienteering so perfettamente che la strada più breve non sempre è quella che ti porta al traguardo. Occorre guardare buche e curve di livello, monitorare con costanza le risorse di fiato e di energia che ti ritrovi. Dall’otto marzo abbiamo speso tante energie e tante ne spenderemo. Ma la posta in gioco è altissima: rianimare il desiderio di conoscere dei nostri bambini, soprattutto di quelli più fragili.
Le dita di Piovani si muovono agili sul pianoforte al centro della scena. Riconosco le note de “La vita è bella” giusto epilogo di questa serata di libertà. Si accendono le luci e colgo dietro le mascherine i sorrisi e le emozioni di tutti coloro che hanno condiviso con me questa esperienza. 
Sono gli stessi sorrisi e la stessa emozione che mi aspetto di cogliere all’apertura della scuola, quella dal vivo, quella pericolosa, quella che davvero ci piace."

*D.S. Giovanna Genco   - D.D. De Amicis Palermo.


sabato 8 ottobre 2016

A PROPOSITO DI DIALOGO


Zygmunt Bauman: “Il vero dialogo non è parlare con gente che la pensa come te”
Il sociologo e filosofo polacco denuncia che le reti sociali non sono una comunità, ma solo un sostituto

Zygmunt Bauman, nato a Poznań (Polonia) nel 1925, dovette emigrare con la sua famiglia in quella che all’epoca era l’Unione Sovietica quando era appena un bambino per sfuggire alla persecuzione nazista. Nel 1968 dovette nuovamente fuggire per evitare la purga antisemita seguita al conflitto arabo-israeliano. Si stabilì temporaneamente a Tel Aviv, per poi trasferirsi in Inghilterra, dove fece carriera all’Università di Leeds.
In un’intervista rilasciata a gennaio di quest’anno a Ricardo De Querol per Babelia, su El País, ha spiegato come le reti sociali, pur avendo cambiato in buona misura le forme tradizionali dell’attivismo sociale, non siano se non un sostituto della formazione di comunità autentiche.
Nell’intervista, De Querol ha citato lo stesso Bauman, per il quale l’attivismo online è un “attivismo da sofà” e Internet la maggior parte delle volte non fa che “addormentare con intrattenimento a basso costo”. Il giornalista gli ha quindi chiesto se le reti sociali, parafrasando Marx, non siano il nuovo “oppio dei popoli”. Bauman non ha esitato a rispondere che l’identità, come le comunità, non è qualcosa che si debba creare, ma qualcosa che “si ha o non si ha”.
            “Quello che le reti sociali possono creare”, ha segnalato il sociologo, “è un sostituto. La differenza tra la comunità e la rete è che tu appartieni alla comunità ma la rete appartiene a te. Puoi aggiungere amici e puoi cancellarli, controlli la gente con cui ti relazioni. La gente si sente un po’ meglio perché la solitudine è la grande minaccia in quest’epoca di individualizzazione. Ma nelle reti aggiungere amici o cancellarli è così facile che non c’è bisogno di capacità sociali”.
Queste ultime, ha segnalato Bauman nell’intervista, si sviluppano nel contatto quotidiano umano diretto, in spazi condivisi, sia pubblici che privati: per strada o nell’ambiente di lavoro, in cui è necessaria un’interazione “ragionevole” con la gente; insomma, in interazioni che esigono dialogo, negoziato e apertura.
A questo proposito, Bauman non esita a ricordare che papa Francesco ha concesso la sua prima intervista dopo essere stato eletto Sommo Pontefice a un giornalista apertamente e ateo, Eugenio Scalfari.
“È stato un segno”, ha indicato Bauman: “il vero dialogo non è parlare con gente che la pensa come te”.
Il dialogo, ha specificato il sociologo in un’intervista rilasciata di recente ad Avvenire, è “insegnare a imparare. L’opposto delle conversazioni ordinarie che dividono le persone: quelle nel giusto e quelle nell’errore”.
“Entrare in dialogo significa superare la soglia dello specchio, insegnare a imparare ad arricchirsi della diversità dell’altro. A differenza dei seminari accademici, dei dibattiti pubblici o delle chiacchiere partigiane, nel dialogo non ci sono perdenti, ma solo vincitori”.
“È la vera rivoluzione culturale rispetto a quanto siamo abituati a fare ed è ciò che permette di ripensare la nostra epoca. L’acquisizione di questa cultura non permette ricette o facili scappatoie, esige e passa attraverso l’educazione che richiede investimenti a lungo termine. Noi dobbiamo concentrarci sugli obiettivi a lungo termine”.
“E questo”, ha concluso Bauman, “è il pensiero di papa Francesco. Il dialogo non è un caffè istantaneo, non dà effetti immediati, perché è pazienza, perseveranza, profondità. Al percorso che lui indica aggiungerei una sola parola: così sia, amen”.
[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

DANIEL R. ESPARZA/ALETEIA


domenica 11 settembre 2016

BENVENUTI A SCUOLA!

A scuola per imparare a vivere
Gli insegnanti che fanno la differenza sono quello che credono negli allievi e non si fanno intrappolare dalla burocrazia

di Vincenzo Bertolone

«Lo studio è la migliore previdenza per la vecchiaia». La saggezza di Aristotele è sempre lì, salda nei secoli, a ricordare l’importanza dell’istruzione. Ancor più in questi giorni in cui le scuole riaprono i battenti. Un nuovo anno scolastico comincia, col suo carico di entusiasmo e aspettative: si aprono orizzonti, lo spirito gode nella bellezza, il cuore freme nella ricerca, la mente si esalta nella scoperta della verità per acquisire quel tesoretto di competenze e conoscenze da utilizzare nel lavoro e, soprattutto, nella vita.

Qualcosa di simile era suggerito dal cardinale e teologo John Henry Newman, quando sollecitava ad abbandonare ogni concezione commerciale del sapere per farne pure «un fine al quale fermarsi e da perseguire per se stesso». Insomma, un salto verso un mondo di infinite conoscenze, colorate, gentili e gioiose: un sapere che passa – o per lo meno, dovrebbe passare – attraverso il gioco, l’interazione, la narrazione, la comunicazione, l’attitudine alla curiosità e all’immaginazione.

Sono questi i contorni di una scuola che ancora non c’è, o forse c’è solo in parte: moderna sì, ma saldamente ancorata alle tradizioni. Una scuola che sa coniugare lavagne e tablet, tabelline e web, cartelloni disegnati a mano e registri elettronici, filastrocche e coding, per offrire a bambini e giovani ciò che essi sperano di trovare varcando il portone: il futuro, la felicità. Parola complicata, ambita, visionaria e non misurabile, men che meno monetizzabile, ma essenziale per un ambiente educativo caldo stimolante ed efficiente, ricettivo ed accogliente.

Per riuscire in ciò, è indispensabile trovare in cattedra maestri di vita, insegnanti capaci di parlare questo linguaggio. Uomini e donne motivati e attrezzati per coinvolgere e trasmettere nozioni, valori, metodi di studio e il gusto per la cultura. Un requisito necessario: sono gli insegnanti quelli che fanno la differenza, quelli che i ragazzi seguono, quelli a cui si legano, si affezionano. Quelli di cui si fidano: persone, e sono tante, che considerano l’insegnamento come vocazione e non un ripiego. Che non si sono fatte intrappolare dalla burocrazia, dai disagi, dai tagli e dai frammenti di riforma. Che credono nella scuola perché credono negli studenti.

È in loro che ogni speranza è riposta: l’allievo presta più attenzione a quello che un insegnante fa, rispetto a ciò che dice. Ecco perché devono essere sempre ben presenti la consapevolezza, la testimonianza e la coscienza che l’insegnamento spesso abbonda in astrattezza, teoricità, indeterminatezza e che per questo occorre uscire dal guscio protettivo e confrontarsi col mondo, i suoi valori ed i suoi scandali.

In questo inizio di settembre in cui tra studenti, famiglie e professori ci si rimette in moto, ognuno con il proprio carico di ansie, timori e buoni auspici, non sarà tempo perso, allora, fermarsi un attimo a guardare negli zaini e tra i registri per cominciare con fiducia e piena consapevolezza il compito delicato ed essenziale che attende tutti. Il mondo, ci ricorda il Talmud, «può essere salvato solo dal soffio della scuola».