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giovedì 20 agosto 2026

INDIFFERENTI

 


L’indifferenza oggi 

è il nuovo nichilismo

La società contemporanea non nega necessariamente Dio: più spesso accantona la domanda sulla trascendenza. Ma questa scelta apparentemente neutrale finisce per trasformare il modo in cui l’uomo guarda a sé stesso, agli altri e al mondo

-       di LUIGI ALICI

Ci è stato insegnato che agli antipodi della trascendenza si stende l’esteso bassopiano dell’immanenza, e in un certo senso la distinzione mantiene sempre la sua validità. Tuttavia, quando si guarda alla trascendenza indugiando dentro le pieghe del vissuto, la contrapposizione potrebbe esprimersi anche in altro modo: se la trascendenza si può pensare come irriducibile differenza, voltarle le spalle equivale a soffocare la vita nell’indifferenza.

L’alternativa fra trascendenza e indifferenza ci pone dinanzi al bivio della vita: un bivio che in alcuni casi, in circostanze gravi e impegnative, s’impone come un vero e proprio ultimatum; il più delle volte, tuttavia, l’aut aut s’insinua dentro l’ordinarietà del quotidiano in modi discreti, quasi di soppiatto, finendo per strapparci risposte distratte e sempre effimere, che alla fine, però, diventano responsabili del nostro destino. (...)

A questo punto, prima di guardare più lontano, s’impone una domanda: può esserci un’ombra totale, capace di oscurare completamente la luce? Quale nome potremmo darle? La risposta è implicita nell’intero percorso: non esiste un’ombra totale. La luce è ovunque e proviene da lontano, le tenebre sono tentativi – drammatici e vani – di oscurarla, fabbricati malamente in “casa nostra”.

Possono avere tanti nomi, quante sono le forme di rifiuto della trascendenza, e tuttavia oggi sembrano riassumersi nell’indifferenza, forse il rifiuto più insidioso di tutti, perché subdolo e infido: rifugge dagli attacchi frontali, non “parla” mai a voce alta, predilige il mormorio che sparge il veleno della sfiducia, della diffidenza, dello scetticismo. L’elogio della trascendenza, soprattutto oggi, non è scontato e deve vincere le tentazioni dell’indifferenza. Se l’immanenza rappresenta un’alternativa esplicita, in quanto teorizza un principio, con cui finisce ultimamente per identificarsi, che è oltre ogni singolo ente ma non oltre l’intero, un’alternativa “tacita” è quella che fa sparire il problema, espellendolo di fatto, senza troppi discorsi, dal tessuto stesso dell’esistere.

Basta inoculare nei gangli dell’esperienza il veleno dell’indeterminatezza generalizzata, che interrompe la circolazione del pensiero. Ogni esperienza sarebbe fondamentalmente incommensurabile e relativa: relativa a chi la vive, a chi la vive in un certo momento e non in un altro, in un certo luogo e non in un altro… A quel punto, siamo a un passo dal trionfo indiscriminato del relativo, che possiamo tranquillamente chiamare relativismo. Un passo non dichiarato, però: affermando a chiare lettere che la verità non esiste, qualcuno potrebbe sempre chiederci se tale affermazione debba essere ritenuta vera. Il relativismo è il parente spensierato e più “digeribile” dello scetticismo dichiarato.

Siamo già agli antipodi della trascendenza: il relativismo è in-differenza alle differenze. Il duro messaggio che l’apocalisse riserva alla chiesa di Laodicea sembra interpretare, con un’attualità sconcertante, il senso profondo di questa deriva: «Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. tu dici: sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo» ( Ap 3,15-17).

Il testo denuncia, con una crudezza imbarazzante, un pericolo mortale, più grave di qualsiasi tiepidezza religiosa: la rottura della relazione fra la creatura e il creatore, collegata alla perdita di ogni differenza. Dietro il mito dell’autonomia assoluta («sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla») si nasconde un autoinganno diabolico, che conduce a un’idea “povera” di ricchezza e a una forma “infelice” di felicità. “Non lo riconosco più” – non a caso – è l’espressione amara con la quale di solito atto che una persona amica sembra non aver più bisogno di nulla e di nessuno.

L’indifferenza generalizzata arriva a erodere ogni margine di riconoscimento, e quindi di riconoscenza, smarrendo il senso profondo delle differenze: soprattutto tra vero e falso, bello e brutto, giusto e ingiusto, bene e male, e quindi, alla fine, persino la differenza fra finito e infinito, e quella fra essere e nulla. In un mondo in cui ogni esperienza è appesa all’esile filo del divenire e si risolve in un bagliore effimero, il nulla è l’inizio e la fine di tutto, come nell’episodio del volo notturno di un uccello, raccontato da Beda il Venerabile. Ricordiamo ancora Bonhoeffer di Resistenza e resa: «Gli idoli si adorano: e l’idolatria presuppone che l’uomo adori qualcos’altro. Noi oggi non adoriamo più niente, nemmeno gli idoli.In questo siamo veri nichilisti».

La metafora sgradevole del rigurgito nauseante, in cui si coglie quella noncuranza pratica che è molto più di un nichilismo teorizzato, può essere simbolicamente collegata al secondo capitolo della Genesi, che si apre con la descrizione del giardino di Eden, dove il creatore ha fatto «germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare» (Gen 2,9), ponendo al centro l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male.

Solo i frutti di quest’ultima pianta sono letteralmente indigeribili per il primo uomo e la prima donna, che pure hanno a disposizione tutti gli altri. Le creature umane non possono “mangiare la differenza” tra bene e male: non possono impossessarsene, negarla, metabolizzarla, sostituendosi ad essa.

È singolare che il primo libro della Bibbia metta in guardia da questo primo peccato e che l’ultimo libro ne ricordi gli effetti devastanti. se non vogliamo bere fino in fondo il calice amaro del “nichilismo attivo” di Nietzsche o della nausea sartriana dinanzi all’assurda gratuità dell’esistere, non resta che un atto di umiltà dell’intelligenza dinanzi all’altezza del mistero. L’anestetico dell’indifferenza, alla fine, non ci lascia mai com’eravamo: quando si appiattisce la propria vocazione, si modifica da cima a fondo tutta l’organizzazione ordinaria della vita; la relazione che ognuno di noi intrattiene con se stesso si riflette immancabilmente nell’intera “filiera” pratica delle relazioni con gli altri, con il mondo, con l’assoluto.

L’indifferenza è sempre autolesionista: insidia la verticalità personale. Se la trascendenza è la luce, l’indifferenza è il tentativo di oscurarla, che non può essere una conquista. L’infinito del nulla è il nulla dell’infinito. In-differenza, ovvero vivere (e morire) per nulla.

Volgendo in positivo il discorso, ne potremmo ricavare una duplice conclusione. Una prima conclusione riguarda il riconoscimento imprescindibile della trascendenza, come incontro fra l’atto di essere e la pluralità contingente degli enti. Dall’essere infinitamente trascendente dipendono le galassie e la polvere di Marte, le alghe e i boschi di conifere, le spugne e la mia cagnolina, l’esistenza dello schiavo schiantato nella costruzione delle piramidi e il narcisismo megalomane dell’uomo politico che gioca a fare la guerra. Quanto più si sale nella scala dei viventi, tanto più la dipendenza si fa evidente e polivalente, fino al punto in cui la massima evidenza riconoscibile si attualizza nel soggetto personale. (...) La persona che si scopre capace di apertura infinita aprendosi al mondo, è invece coinvolta direttamente – appunto, in prima persona – in tale atto. L’apertura infinita che l’essere umano scopre in se stesso si rivela come apertura di se stesso. L’infinito che abita il finito lo trascende. Da dentro. Ripensando alle tappe dell’intero percorso, si potrebbe dire: non c’è stupore senza meraviglia, non c’è esistenza senza eccedenza, non ci sono legami senza relazioni, non c’è intelligenza senza senso, non c’è libertà senza responsabilità, non c’è storia senza futuro, non c’è amore senza reciprocità gratuita. Eppure – ecco una seconda conclusione – la possibilità di neutralizzare praticamente la trascendenza appartiene di fatto alla nostra esperienza quotidiana. Se la “via lunga” del pensiero appare complessa, faticosa e a mio avviso impossibile da percorrere fino in fondo in modo esaustivo, possiamo essere tentati di fermarci, voltare le spalle all’intera questione, mettendola sistematicamente in coda nell’agenda quotidiana. È difficile accreditare un pensiero che anteponga l’oscurità alla luce, è più facile vivere semplicemente nella penombra, come se il problema non potesse mai avere l’attenzione che merita. L’infinito non è la maledizione del finito: è la sua benedizione, che ne garantisce la dignità.

Il relativismo, la perdita del senso delle differenze e l’illusione dell’autonomia assoluta sono i segnali di una deriva che impoverisce l’esperienza umana

 SETTE SENTIERI PER SCOPRIRE L'INFINITO NEL QUOTIDIANO, 

di Luigi Alici, ed. Studium

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venerdì 20 marzo 2026

SVEGLIARSI DAL TORPORE

 

Abbiamo davanti a noi uno scenario preoccupante. Davvero siamo nell’“età selvaggia, del ferro e del fuoco” di cui parla il Censis. 
Ai tanti conflitti che già insanguinavano il pianeta si è aggiunto quello che incendia il Medio Oriente. 

E se già la guerra in Ucraina sembrava in grado di innescare pericolose escalation, ancor più drammatiche sono le incognite che accompagnano il braccio di ferro iniziato il 28 febbraio scorso.

       -di MARCO IMPAGLIAZZO

Guerra chiama guerra, barbarie chiama barbarie. Intanto oscure narrazioni – lo denuncia Tommaso Greco – certificano che «il diritto internazionale è superato», potenti interessi spingono verso «un nuovo ordine basato esclusivamente sui rapporti di forza», «l’informazione si è accodata al bellicismo della classe politica adoratrice della forza». Su tutto domina un impasto di propaganda e di tifo da stadio, una grande ignoranza della storia e delle sue lezioni, la raffigurazione del nemico come altro da noi, la rappresentazione della guerra come via per la pace, finanche la benedizione delle armi con un linguaggio parareligioso. E su questo punto è stato chiaro il cardinale Pizzaballa: « Dio non c’entra con giustificazioni pseudoreligiose alla guerra, è invece tra coloro che stanno morendo, che soffrono».

In questa temperie la Chiesa è, come sempre nei tempi recenti, un’arca di umanità e di ragionevolezza. Papa Leone parla di pace, «disarmata e disarmante», dall’inizio del suo ministero. A Chicago ha fatto scalpore la dissociazione del cardinale Cupich dal modo di raccontare l’aggressione all’Iran, e su Avvenire se n’è parlato ampiamente.

Come la guerra in Ucraina, il nuovo conflitto mediorientale è uno spartiacque cruciale nelle relazioni internazionali, i suoi effetti si ripercuoteranno su di noi per decenni. Ma ce ne rendiamo conto solo parzialmente. Sul Corriere della Sera , Carlo Verdelli ha scritto: «Assistiamo, spettatori incuranti, come se le sequenze di orrore quotidiano non fossero quello che sono: la fine di un mondo, e il caos che precede l’inizio di un altro. Viviamo da comparse il tempo del qui e ora, in un presente dissanguato di passioni. Ma a furia di distogliere lo sguardo, contratta l’abitudine di fregarsene, di concentrarsi sul proprio giardino, corriamo il rischio che arrivi qualcosa a sciuparlo quel giardino. C’è una scritta su un muro, in inglese, che circola nei social, “ The world burns while we scroll”, “Il mondo brucia e intanto noi scrolliamo (lo schermo del telefonino)”. Il selfie perfetto su quello che siamo o che siamo diventati».

È così. L’Italia ha vissuto gli ultimi decenni da “sonnambula”, senza farsi toccare più di tanto dal cambiamento d’epoca, sperando di cavarsela come se l’è sempre cavata nella storia (almeno finora). Ma tutto ciò non è più possibile, mentre si vive «una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità» (Leone XIV). In un mondo impazzito, in cui nessuno pare in grado di governare nulla – ma, d’altra parte, l’ordine precedente era più apparente che reale, e si è disgregato per hybris e insipienza di chi avrebbe potuto governarlo –, si tratta di svegliarsi dal torpore, smettere di camminare verso l’abisso, prendere un’altra direzione, facendo emergere il meglio da noi e dagli altri, ritornando a coltivare quell’umanesimo, quella tensione unitiva, quella capacità di andare incontro all’altro, che hanno regalato all’Europa il più lungo periodo di pace della sua storia. Nella lettera del cardinale Cupich cui si è accennato c’è qualcosa che parla anche a noi. Quando dice che «viviamo in un’epoca in cui la distanza tra il campo di battaglia e il salotto di casa si è drasticamente ridotta».

È vero. Il caos è qui, è già alle porte di casa. Ma possiamo evitare che ci annebbi la mente, che ci oscuri la vista, che ci paralizzi il pensiero. Non dimenticando che, come disse Kennedy nel giugno 1963, nel suo famoso peace speech, «i nostri problemi sono stati causati dall’uomo, e dunque possono essere risolti dall’uomo». Un discorso realista e al tempo stesso di speranza, la leva che può e deve muovere i cuori non solo dei credenti ma di ogni uomo e donna a cui sta a cuore le sorti del mondo.

Pensando anche a quale eredità potremo lasciare ai tanti giovani che cercano, nell’inquietante nebbia dell’oggi, un principio di futuro.

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giovedì 9 ottobre 2025

DILEXI TE

 


Esortazione Apostolica Dilexi te 

del Santo Padre Leone XIV sull’amore verso i poveri

[AR - DE - EN - ES - FR - IT - PL - PT]




-di Angela Ambrogetti

 Nei poveri Dio ha ancora qualcosa da dirci.

É il senso del documento che oggi è stato presentato in Sala Stampa ai giornalisti, il primo di Leone XIV o meglio l'ultimo di Francesco.

Siamo il pronto soccorso di Papa Leone, siamo l'ambulanza, cosi ha detto il cardinale  Konrad Krajewski, Prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità.

Ha sottolineato come i poveri dall'inizio della Chiesa sono sempre nel centro della Chiesa. Uscire per sapere di cosa hanno bisogno i poveri.

Ha commentato il capitolo del documento che parla dei Santi. Allora la questione è di cosa hanno bisogno i nostri poveri. Il cardinale ha raccontato alcuni momenti del suo lavoro con i poveri della città di Roma durante il Covid, con il vaccino per 6000 senza tetto.

Nei secoli la Chiesa ha sempre visto il volto di Gesù nei poveri. Poi ha raccontato il lavoro per sostenere la popolazione ucraina. Krajewski parla della elemosina, una bella pagina del documento. L'Elemosineria serve a quello. Papa Francesco, diceva a padre Konrad: Tu devi fare e non parlare con i giornalisti, poi loro vedranno.

Il cardinale Michael Czerny S.J., Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha riassunto il testo e messo l'accento sulla necessità della "Conversione delle strutture". Educazione, Eucarestia, Servizio, così la Chiesa offre misericordia al mondo.

Poi le testimonianze come quella di Suor Clémance delle Piccole Sorelle di Gesù e lavora tra i Roma e ha raccontato la sua esperienza, e sottolineato  che i poveri non sono un probelme da risolvere ma fratelli da accogliere.

Testimonianza anche di Fr. Frédéric-Marie Le Méhauté, Provinciale dei Frati Minori di Francia/Belgio, dottore in teologia che ha messo in luce che l'impegno per i poveri non solo una conseguenza della nostra fede, ma la garanzia di una Chiesa fedele al cuore di Dio.

In sintesi, Dilexi te, ha detto, articola una teologia della rivelazione che scaturisce dalla misericordia verso i più poveri, da un'ecclesiologia della diaconia come criterio di verità e da un'etica sociale che si unisce, con la mano tesa, alla lotta per la giustizia.

Ovviamente il testo che pure ha molto di Papa Francesco, è un testo di Papa Leone XIV perché il Magistero si sviluppa e continua, ha detto il cardinale gesuita Czerny. Certo non si diceva la stessa cosa dopo il pontificato di Benedetto, anzi si sottolineava il cambiamento.

Mentre veniva presentato il documento il cardinale Matteo Zuppi presidente della Conferenza Episcopale italiana, ha sottolineato la "piena continuità con il Magistero di Francesco" con questo testo sui poveri. E aggiunge: "È tempo di passare dalle analisi alle azioni, dall’indifferenza alla cura, dalla speculazione teorica alla concretezza dell’impegno: solo così potremo rimuovere le cause sociali e strutturali della povertà, diffondere attraverso i valori radicati nel Vangelo la custodia dell’umanità, ascoltare il grido di interi popoli, denunciare ciò che non va"

ESORTAZIONE APOSTOLICA

 Dilexi te, l'amore della Chiesa per i poveri da sempre e per sempre

Leggi l'articolo

 Città del Vaticano (ACI Stampa).

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sabato 27 settembre 2025

EUROPA SENZA FEDE E DIREZIONE

 

Intervista a Roberto Repole 

a cura di Giacomo Galeazzi



«Non possiamo permetterci la rassegnazione. La deriva della guerra si contrasta solo con la capacità di ragionare», dice il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e Susa, membro in Vaticano dell'ex Sant'Uffizio e in Cei della Commissione per l'educazione cattolica, per quasi un decennio presidente dei teologi italiani. Dal 9 al 12 ottobre Torino ospiterà il Festival della Missione, terza edizione della rassegna che accende i riflettori sull'impegno internazionale della Chiesa, sull'annuncio del Vangelo e la costruzione della pace. A ospitarla e a inquadrarne il significato in un mondo sull'orlo di una escalation bellica è il porporato torinese impegnato anche nell'organizzazione del Sinodo dei vescovi. 

In Palestina e Ucraina la voce dei cannoni. Gli appelli? 
«Prima degli appelli ci sono la vita concreta e i gesti come quello della parrocchia di Gaza che ha rifiutato di abbandonare la città e con coraggio sta aspettando che arrivino i carri armati. Gli appelli del Papa e della Chiesa danno voce a questo coraggio e alla terribile sofferenza delle vittime, ma si pongono anche obiettivi molto concreti, direi operativi: contestare il clima di rassegnazione internazionale e strattonare il mondo perché recuperi la capacità di ragionare». 

Il mondo non ragiona? 
«Mi sembra che lo stia facendo sempre meno. Oggi il mondo improvvisa. È il più grande problema che abbiamo in questo momento: la superficialità. Con la complicità dei social media, che hanno preso il centro della scena, ascoltiamo fiumi di schiamazzi, ma poche idee. Non c'è da stupirsi se anche i governanti improvvisano. La fragilità del pensiero collettivo appare chiara rispetto alle guerre (si pensa solo al riarmo), ma anche di fronte all'emergenza ambientale, alla crisi demografica o ai temi etici come il fine vita, lo scandalo delle povertà, l'emergenza educativa. Non siha più voglia di ragionare a fondo su niente. Pochi guardano lontano, la massa si accontenta di arrivare alla sera». 

Ciò accade ovunque? 
«Di sicuro è un problema dell'Occidente. La crisi culturale è più che evidente in Europa e negli Stati Uniti, molto meno in altre regioni del mondo che danno la sensazione di sapere dove vogliono andare. Noi non lo sappiamo più. Abbiamo voluto credere che l'unica regola della convivenza fosse il denaro e che non servissero altri riferimenti valoriali. Era una menzogna disumanizzante. E il cuore dell'uomo ha bisogno di altro. Così adesso ci troviamo a balbettare, non sappiamo come entrare nel futuro, non ci capacitiamo che scoppino le guerre». 

Mattarella evoca il 1914. 
«Purtroppo non esagera. Oggi la situazione potrebbe essere più grave ancora: lo sviluppo tecnologico ha prodotto armi terrificanti. Abbiamo assistito a una crescita tecnica a cui non è corrisposto uno sviluppo di riflessione antropologica, né di pensiero morale. Abbiamo teorizzato che tecnologia e progresso fossero la stessa cosa e anche qui abbiamo mentito. Dipende dove si orienta la tecnologia: il progresso reale comporta il bene complessivo dell'essere umano e si gioca su molte altre dimensioni della vita, relazionali e spirituali. Averlo dimenticato, aver abdicato ad una riflessione sull'uomo e sul suo fine, aver cessato di chiederci quali strumenti sono buoni e quali cattivi, è il vero fallimento dell'Occidente». 

Come si è arrivati a questo? 
«Forse è avvenuto perché abbiamo dato per scontate le acquisizioni del Novecento: la pace, il welfare, la salute. Abbiamo tramandato la memoria delle guerre, ma non abbiamo più sentito il bisogno di riflettere sulle radici della pace che nasceva dalla coscienza etica delle generazioni che ci hanno preceduto. Rischiamo di perdere quello che abbiamo perché non abbiamo fatto manutenzione, non abbiamo considerato che la pace e il benessere non sono definitivi. Sono un processo dinamico». 

In che modo si sviluppano? 
«Trovano sorgente nel nostro lavoro interiore, nella lotta contro l'egoismo, l'odio, il desiderio di vendetta, l'indifferenza, il disprezzo della vita. Lo dicevano subito dopo la tragedia della seconda guerra mondiale i padri del Concilio Vaticano II, nella "Gaudium et spes", e pensatori come Mounier o Maritain. Ed era in qualche modo evidente anche ai più grandi pensatori della modernità. È vero, oggi l'Europa conosce una certa secolarizzazione spirituale, ma ha tradito anche l'Illuminismo nella sua intuizione di fondo: che la libertà comporti l'assunzione di una responsabilità etica». 

Vede solo nubi all'orizzonte? 
«No, ma cerco di chiamare i problemi con il loro nome, perché è questo che ci può permettere di affrontarli. Finché lo facciamo, sappiamo che è possibile riprendere un compito che abbiamo dismesso: quello di educare le coscienze, orientandole verso qualcosa per cui vale la pena di vivere. Finché lo facciamo, continuiamo ad avere fiducia che c'è nell'uomo un desiderio di pace, di fratellanza, di rispetto per ogni vita umana e di riflessione, che resiste alla superficialità che si è imposta e all'idea che la libertà sia dare sfogo a tutte le passioni dell'anima».



martedì 27 maggio 2025

LA CRUDELTA' DELL'INDIFFERENZA

 

Il dolore dell’altro

 e la lezione di Primo Levi. 

La crudeltà inizia

 con la nostra indifferenza

 

 

 

 

 

 

 

 Lo scrittore americano JONATHAN SAFRAN FOER: «Chi ci ha raccontato Auschwitz ci insegna che il silenzio e l’ombra sono complicità. L’ebraismo deve vivere nel mondo, ci chiederanno se siamo intervenuti di fronte al mondo che grida».

 Pubblichiamo il discorso che lo scrittore americano, autore di «Ogni cosa è illuminata» ha tenuto a Genova, alla cerimonia del premio Primo Levi, che gli è stato conferito. 

 Sono turbato dalla responsabilità che deriva dall'invocare il nome di Primo Levi. È giusto che sia così. Levi non ha scritto per confortarci, intrattenerci o redimerci. Ha scritto per turbarci. Credeva, come diceva lui stesso, che «è successo, quindi può succedere di nuovo», ciò che può succedere non è il cataclisma dell'Olocausto, ma l'indifferenza che ha permesso che accadesse. C'è una domanda alla base di tutta la sua opera: restare svegli. Non solo vigili nei confronti della storia, ma vulnerabili al presente. Levi non mirava a scioccare, ma a turbare. Il suo turbamento non era estetico o psicologico, era morale. Aveva lo scopo di mantenerci in una sorta di inquietudine sospesa. Non era solo un sopravvissuto che raccontava una catastrofe morale, ma un pensatore ebreo, profondamente radicato in una tradizione che diffida dell'agio e guarda con sospetto l'anima serena. 

 L'ebraismo ha sempre posto il disagio al centro del risveglio morale. Ad Abramo, il patriarca del monoteismo, viene comandato di non rimanere dove si trova, ma di «andare avanti» - lech lecha - un doppio comando di lasciare il luogo fisico e di allontanarsi da se stessi, dal proprio comfort, dalla stasi. Mosè non diventa profeta in virtù della sua discendenza o della sua intelligenza, ma perché si ferma a notare la violenza contro uno schiavo. La sua grandezza inizia con l'attenzione, il turbamento. I profeti della Torah sono figure profondamente turbate. Camminano per le loro città gridando contro l'ingiustizia, le loro parole sono come sirene contro l'autocompiacimento di chi vive nell'agiatezza. Non sono venerati dai loro contemporanei, anzi vengono derisi, esiliati, ignorati. Eppure, nella coscienza ebraica, sono la coscienza del popolo. Coloro che non permettono che la sofferenza diventi normalità. Nelle parole del profeta Amos: «Guai a coloro che vivono nell'agio». Non perché l'agio sia intrinsecamente sbagliato, ma perché genera dimenticanza. I profeti ci turbano perché la dimenticanza è il seme della crudeltà. 

 Essere turbati, nell'immaginario morale ebraico, non è una debolezza. È una forma di forza. È ciò che Dio loda in Giobbe: il suo rifiuto di accettare in silenzio le ingiustizie. Giobbe discute con Dio. Abramo discute con Dio. Mosè discute con Dio. Il tratto distintivo dell'esempio morale ebraico è la protesta. E non la protesta come rumore, ma la protesta come empatia, come rifiuto di accettare un mondo in cui la vita umana non viene venerata. 

 Il turbamento di Levi non era performativo. Non era autocelebrativo. Era faticoso. Era uno scienziato e uno scrittore, e ha usato gli strumenti di entrambe le professioni per illuminare i meccanismi della disumanizzazione: il linguaggio, i sistemi e i silenzi. Ci ha mostrato non solo cosa è successo ad Auschwitz, ma come è successo, come questa mancanza di reazione potrebbe succedere ovunque. 

 E così voglio parlare non solo di Levi, ma di questa tradizione più profonda su cui ha lavorato. Che dice: essere umani significa essere turbati. Diamo un'occhiata al mondo in cui viviamo. A Gaza sono stati uccisi più di 30.000 civili, molti bruciati nelle loro case, i loro nomi mai registrati, le loro vite a mala pena compiante. È una presa d'atto, un'emergenza che diventa politica. Gli esseri umani non sono statistiche. Sono bambini che cercano le braccia delle madri, madri che cercano di proteggere i figli. Dopo un anno e mezzo, ci sono ostaggi israeliani ancora nei tunnel, molti dei loro nomi dimenticati dai titoli dei giornali, il loro destino non menzionato nelle conversazioni quotidiane. La loro prigionia è uno specchio del nostro distacco. 

 In Sudan, ci sono quasi 9 milioni di sfollati per la guerra, la carestia e il collasso politico. Eppure, per la maggior parte di noi, il Sudan rimane un nome su una cartina, e che forse non proviamo neppure a cercare. In Ucraina, una guerra che un tempo ha sconvolto la coscienza dell'Occidente non fa più notizia. Ogni giorno muoiono civili. Abbiamo imparato a scorrere lo sguardo sugli schermi oltre la loro sofferenza, a tenere gli occhi e la bocca chiusi. Ma, come ben sapeva Levi, il silenzio non è assenza. È complicità. E mentre ci aggiorniamo in silenzio sulle notizie dai cellulari, 45 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione, la forma più letale di denutrizione. Corrisponde quasi alla popolazione della Spagna. 

Fermiamoci un attimo a immaginare la Spagna popolata esclusivamente da bambini che muoiono di fame di età inferiore ai cinque anni. Proviamo a immaginarli mentre camminano come zombie lungo Le Ramblas, seduti per terra dentro Reina Sofia, o che affollano ristoranti senza cibo... 

 Undici bambini muoiono di fame ogni minuto. Quasi un miliardo di persone va a letto affamato ogni sera. Quando è stata l'ultima volta che avete avuto fame? Una fame perenne? 

Per me, la fame è un concetto astratto. Ma per chi ha bisogno di mangiare, non è qualcosa di astratto. È un bambino che piange ed esausto si addormenta. È una madre che finge di aver già mangiato lasciare al figlio l'ultimo cucchiaio di riso. Non è solo una vergogna, non è solo una tragedia. Primo Levi aveva compreso qualcosa di essenziale: l'atrocità non inizia con la brutalità. Inizia con l'indifferenza. 

 Il pericolo più grande oggi non è una minaccia esterna, ma il fatto che non siamo più sufficientemente inorriditi. Diciamo: «È terribile» e andiamo avanti. Diciamo: «Non ce la faccio più», come se fosse un peso per noi e non la morte del figlio di qualcun altro. Nel Talmud c'è un insegnamento: «Se qualcuno può protestare per i peccati del mondo e non lo fa, è responsabile dei peccati del mondo». 

Nei suoi ultimi sermoni pubblici, Papa Francesco ha insistito sul fatto che la nostra speranza risiede in quella che ha definito una «cultura dell'incontro». Non la carità a distanza, non la pietà da uno schermo, ma l'incontro. Come ha affermato: «Dobbiamo aprire il nostro cuore a coloro che sono scartati e riconoscerli non come un peso, ma come uno specchio». Questa non è poesia. È strategia. Non combattiamo l'indifferenza con le statistiche. La combattiamo con i volti, i nomi, le storie. Questo è il ruolo della letteratura: non distrarci, ma disarmarci. Farci sentire più di quanto sia comodo. Riumanizzare ciò che il mondo ha reso anonimo, gettare luce dove le ombre si sono radicate più profondamente. 

 Io sbaglio costantemente. Vedo titoli che non clicco perché non voglio sapere. C'è uno strano conforto nell'indignazione: ci fa sentire svegli, giusti, impegnati. Ma l'indignazione senza azione è solo teatro. E io sono stato così spesso un attore. Quindi non vi parlo stasera da una posizione di chiarezza morale. Sono al vostro fianco come qualcuno che cerca, continuamente, di rimanere turbato. E fallisce. E ci riprova. 

 Da dove cominciare? La valanga di sofferenza non esiste solo nei titoli dei giornali di Paesi lontani. Vive nei nostri quartieri. Si nasconde in bella vista. Cosa significherebbe guardare i senzatetto. Non l'archetipo, ma l'individuo. L'uomo che dorme vicino alla stazione avvolto in coperte di recupero. Lo guardiamo. Ma non lo vediamo. E che dire del bambino che mangia solo a scuola, per il quale le vacanze estive sono una stagione di fame? Che dire del vicino malato di mente di cui non conosciamo il nome? O dell'immigrato le cui qualifiche non vengono mai riconosciute? Le loro vite non sono note a piè di pagina nelle nostre vite. Sono testi a sé stanti, testi sacri. E noi li stiamo ignorando. 

 Primo Levi ci ha chiesto di fermarci a leggerli. Levi non ha scritto solo di Auschwitz. 

L'immaginazione etica di Levi appartiene a questa tradizione. La sua scrittura è una forma di testimonianza, non solo dell'orrore, ma della struttura della coscienza. In questo, il suo lavoro riecheggia la filosofia di Emmanuel Levinas, che insegnava che il volto dell'altro è l'inizio di ogni etica. Per Levinas, il volto umano non è una maschera, è una chiamata. Dice, senza usare parole: «Non uccidere». Ma solo se lo guardiamo. Martin Buber, un altro pensatore ebreo la cui influenza aleggia sull'opera di Levi, ha scritto della relazione «Io-Tu», quello spazio in cui un essere umano si rivolge completamente a un altro, non come oggetto, ma come presenza. 

L'etica di Buber non parte dalle leggi, ma dall'incontro. E l'opera di Levi è piena di incontri di questo tipo: il compagno di prigionia che non può dimenticare, la guardia di cui non ha mai saputo il nome, i momenti di inaspettata gentilezza che hanno attraversato la nebbia dell'atrocità. Non sono momenti sentimentali. Sono eventi etici. 

 Hannah Arendt, anch'essa segnata dai traumi del totalitarismo, sosteneva che il male spesso assume la forma della banalità: non mostri, ma funzionari. Anche Levi lo sapeva. Non ha scritto solo della crudeltà, ma anche dell'ordine. Di persone che seguivano le regole. Che spuntavano caselle. Che non alzavano mai la voce. Eppure il loro silenzio ha facilitato la morte di massa. Questo è ciò che intendeva quando ci avvertiva: è successo, può succedere di nuovo. 

 Ecco perché Levi ha scritto. Ed ecco perché dobbiamo essere lettori, di libri ma anche dei nostri fratelli uomini. Leggere Sopravvivere ad Auschwitz non significa piangere i morti, ma leggerne i volti e così facendo, fare della loro memoria una protesta contro il mondo così com'è. Ma la memoria da sola non basta. È necessaria l'azione. Il Talmud ci dice che in un mondo alla deriva, ogni piccola azione diventa un'àncora. Visitare i malati. Vestire gli ignudi. Istruire gli ignoranti. Non sono opzioni caritatevoli, sono obblighi. 

 Sì, il mondo è vasto. Sì, le sue ferite sono profonde. Ma dobbiamo resistere alla paralisi causata dalle dimensioni globali. Dobbiamo scegliere: interrompere il meccanismo dell'ingiustizia con la nostra presenza. Colui che ha raccontato non solo le atrocità dei campi di concentramento, ma anche il progressivo cedimento della coscienza, sarebbe addolorato da come il benessere e la sicurezza degli ebrei in Occidente hanno, in troppi punti, offuscato il nostro impulso profetico. Mentre un tempo eravamo un popolo la cui antenna morale vibrava ad ogni ingiustizia, siamo ora anestetizzati dal nostro stesso successo. Siamo gli eredi di Abramo, che trattò con Dio per salvare la vita a stranieri; di Mosè, che ruppe le tavole piuttosto che ignorare l'idolatria; di Ester, che rischiò tutto per salvare il suo popolo. E di Levi, che capì che sopravvivere non è sufficiente: bisogna testimoniare. 

 Cosa penserebbe Levi di una comunità che raccoglie milioni per i musei ma rimane in silenzio mentre i vicini hanno fame? Che racconta la storia della propria schiavitù storica senza reagire con urgenza all'attuale schiavitù di altri? Il cui valore fondamentale è: «Chi salva una vita, salva il mondo intero», ma nella pratica spesso permette la morte. Non ricordiamo solo la sofferenza ebraica, ma risvegliamone la responsabilità. 

 L'ebraismo deve vivere nel mondo. Perché il mondo sta gridando, e non ci sta chiedendo se abbiamo acceso le candele il venerdì sera. Ci sta chiedendo: Dove eravate quando il voto è stato rubato? Quando il profugo è stato espulso? Quando il padre ha sollevato in alto il suo bambino morto? E noi dobbiamo essere in grado di rispondere, non con teorie o difese, ma con tremore e verità: Noi c'eravamo. Levi ci ha ricordato che «gli obiettivi del fascismo non sono stati raggiunti convincendo, ma trasformando le persone in ombre». Il nostro compito è quello di trasformare le ombre in persone: insistere sul colore, sull'individualità, sull'umanità. 

 Fonte: La Stampa

 


lunedì 8 luglio 2024

PARTEGGIARE o PARTECIPARE ?

Il Papa: la democrazia non gode di buona salute, serve creatività per il futuro

L'indifferenza é il cancro della democrazia.

 Nel primo discorso presso il Centro Congressi di Trieste, Francesco sottolinea che “l’indifferenza è un cancro della democrazia”, forte l’invito alla partecipazione che va allenata – afferma il Papa - con solidarietà e sussidiarietà perché la fraternità fa fiorire i rapporti sociali. Preoccupa l'astensionismo elettorale

 

-        - di Benedetta Capelli – Città del Vaticano

 

È un discorso sottolineato da molti applausi quello che Papa Francesco rivolge ai partecipanti alla 50.ma Settimana sociale dei cattolici sul tema: “Al cuore della democrazia. Partecipazione tra storia e futuro” che si chiude in questa domenica, 7 luglio, a Trieste. Giunto poco prima delle 8 nella città di frontiera tra l’Italia e i Balcani, il Pontefice intreccia il suo discorso con il ricordo personale, parlando del nonno che aveva combattuto sul Piave e che per primo gli aveva fatto conoscere Trieste.

Cuore e democrazia

Francesco si sofferma poi sulla parola “cuore” che declina accanto al termine “democrazia” e citando il Beato Giuseppe Toniolo la lega al bene comune.

È evidente che nel mondo di oggi la democrazia non gode di buona salute. Questo ci interessa e ci preoccupa, perché è in gioco il bene dell’uomo, e niente di ciò che è umano può esserci estraneo.

Da qui l’appello ad una assunzione di responsabilità per “costruire qualcosa di buono nel nostro tempo”, dando “attenzione alla gente che resta fuori o ai margini dei processi”.

Una crisi trasversale

Ricordando la Nota Pastorale con cui nel 1988 la Chiesa italiana ha ripristinato le Settimane sociali, il Papa sottolinea la concordanza con la visione promossa dalla Dottrina Sociale della Chiesa, che guarda alle “dimensioni dell’impegno cristiano" e ad "una lettura evangelica dei fenomeni sociali” non solo per l’Italia ma per l’intera società umana. 

Così come la crisi della democrazia è trasversale a diverse realtà e Nazioni, allo stesso modo l’atteggiamento della responsabilità nei confronti delle trasformazioni sociali è una chiamata rivolta a tutti i cristiani, ovunque essi si trovino a vivere e ad operare, in ogni parte del mondo.

Cuore ferito

La crisi della democrazia è vista dal Papa come un cuore ferito. "Costruzione e intelligenza" mostrano un cuore “infartuato” ma preoccupano le diverse forme di esclusione sociale.

 Ogni volta che qualcuno è emarginato, tutto il corpo sociale soffre. La cultura dello scarto disegna una città dove non c’è posto per i poveri, i nascituri, le persone fragili, i malati, i bambini, le donne, i giovani, i vecchi. Questa è la cultura dello scarto.  Il potere diventa autoreferenziale, - è una malattia brutta questa - incapace di ascolto e di servizio alle persone.

Preoccupazione per l'astensionismo

Ricordando le parole di Aldo Moro per cui lo Stato è democratico se a servizio dell’uomo, Francesco sottolinea come la democrazia è tale se ci sono le condizioni per esprimersi e partecipare.

Nel frattempo, a me preoccupa il numero ridotto della gente che è andata a votare. Cosa significa quello? Non è il voto del popolo solamente ma esige che si creino le condizioni perché tutti si possano esprimere e possano partecipare.

Una democrazia da allenare

“La partecipazione – afferma il Papa - non si improvvisa: si impara da ragazzi, da giovani, e va ‘allenata’, anche al senso critico rispetto alle tentazioni ideologiche e populistiche”. Il Papa insiste poi sull’apporto che il cristianesimo può dare allo sviluppo culturale e sociale europeo nell’ambito di una corretta relazione fra religione e società: …promuovendo un dialogo fecondo con la comunità civile e con le istituzioni politiche perché, illuminandoci a vicenda e liberandoci dalle scorie dell’ideologia, possiamo avviare una riflessione comune in special modo sui temi legati alla vita umana e alla dignità della persona. Le ideologie sono seduttrici. Qualcuno le comparava come a quello che a Hamelin suonava il flauto; seducono, ma ti portano a negarti.

L'indifferenza è il cancro della democrazia

Fecondi restano i principi di solidarietà e di sussidiarietà. “La democrazia richiede sempre il passaggio dal parteggiare al partecipare, dal ‘fare il tifo’ al dialogare”. "Ogni persona ha un valore; ogni persona è importante".

Tutti devono sentirsi parte di un progetto di comunità; nessuno deve sentirsi inutile. Certe forme di assistenzialismo che non riconoscono la dignità delle persone ...Mi fermo alla parola assistenzialismo. L’assistenzialismo, soltanto così, è nemico della democrazia e è nemico dell’amore al prossimo. E certe forme di assistenzialismo che non riconoscono la dignità delle persone sono ipocrisia sociale. Non dimentichiamo questo. E cosa c’è dietro questo prendere distanze dalla realtà sociale? C’è l’indifferenza, e l’indifferenza è un cancro della democrazia, un non partecipare.

Partecipare con creatività

Papa Francesco, parlando del cuore risanato, elenca numerosi esempi di segni dell’azione dello Spirito Santo che sono espressione di creatività. Ricorda, ad esempio, chi assume nella propria attività una persona con disabilità o le comunità energetiche rinnovabili che promuovono l’ecologia integrale. "Tutte queste cose - afferma - non entrano in una politica senza partecipazione. Il cuore della politica è fare partecipe. E queste sono le cose che fa la partecipazione, un prendersi cura del tutto; non solo la beneficenza, prendersi cura di questo …, no: del tutto!".

La fraternità fa fiorire i rapporti sociali; e d’altra parte il prendersi cura gli uni degli altri richiede il coraggio di pensarsi come popolo…In effetti, «è molto difficile progettare qualcosa di grande a lungo termine se non si ottiene che diventi un sogno collettivo». Una democrazia dal cuore risanato continua a coltivare sogni per il futuro, mette in gioco, chiama al coinvolgimento personale e comunitario. Sognare il futuro. Non avere paura di quello.

Non una scatola vuota

L’esortazione del Papa è a non cercare soluzioni facili, ma ad appassionarsi al bene comune e come cristiani “avere il coraggio di fare proposte di giustizia e di pace nel dibattito pubblico”.

Ci spetta il compito di non manipolare la parola democrazia né di deformarla con titoli vuoti di contenuto, capaci di giustificare qualsiasi azione. La democrazia non è una scatola vuota, ma è legata ai valori della persona, della fraternità e anche dell’ecologia integrale.

Una voce che denuncia e il "fiuto" del popolo

I cattolici, sottolinea Francesco, non devono accontentarsi di "una fede marginale o privata", hanno qualcosa da dire, “non per difendere i privilegi”, ma perché devono essere “voce che denuncia e che propone in una società spesso afona e dove troppi non hanno voce”, agendo senza la pretesa di essere ascoltati ma avendo “il coraggio di fare proposte di giustizia e di pace nel dibattito pubblico”. “Questo – afferma il Papa - è l’amore politico, che non si accontenta di curare gli effetti ma cerca di affrontare le cause”. "Una forma di carità che permette alla politica di essere all’altezza delle sue responsabilità e di uscire dalle polarizzazioni".

Formiamoci a questo amore, per metterlo in circolo in un mondo che è a corto di passione civile. Impariamo sempre più e meglio a camminare insieme come popolo di Dio, per essere lievito di partecipazione in mezzo al popolo di cui facciamo parte. E questa è una cosa importante nel nostro agire politico, anche dei pastori nostri: conoscere il popolo, avvicinarsi al popolo. Un politico può essere come un pastore che va davanti al popolo, in mezzo al popolo e dietro al popolo. Davanti al popolo per segnalare un po’ il cammino; in mezzo al popolo, per avere il fiuto del popolo. Un politico che non abbia il fiuto del popolo è un teorico.

“Organizzare la speranza”

In conclusione, l’invito del Papa al laicato cattolico italiano, sull’esempio di Giorgio la Pira, è quello di alimentare progetti di buona politica che possono far rinascere la speranza. Francesco indica un orizzonte di lavoro, guardando al prossimo Giubileo, invitando a promuovere iniziative di formazione politica e sociale dei giovani, prevedendo luoghi di confronto e di dialogo e favorendo sinergie per il bene comune.

 Non smettiamo mai di alimentare la fiducia, certi che il tempo è superiore allo spazio... Tante volte pensiamo che il lavoro politico è prendere spazi, no! È scommettere sul tempo, avviare processi, non prendere luoghi. Il tempo è superiore allo spazio e non dimentichiamo che avviare processi è più saggio di occupare spazi. Io mi raccomando che voi nella vostra vita sociale, abbiate il coraggio di avviare processi, sempre. È la creatività e anche è la legge della vita. Una donna quando fa nascere un figlio, incomincia a avviare un processo e lo accompagna. Anche noi nella politica dobbiamo fare lo stesso.

Artigiani e testimoni

“Vi benedico – conclude il Papa - e vi auguro di essere artigiani di democrazia e testimoni contagiosi di partecipazione”.

Questo è il ruolo della Chiesa: coinvolgere nella speranza, perché senza di essa si amministra il presente ma non si costruisce il futuro. Senza speranza, saremmo amministratori, equilibristi del presente e non profeti e costruttori del futuro.

 Vatican News

 

DISCORSO DEL PAPA



martedì 2 luglio 2024

LA COMPASSIONE PERDUTA

 


A PROPOSITO

 DI  

SATNAM SINGH


-di ENZO BIANCHI

 

Bastano forse due settimane per dimenticare un atto di barbarie e di patologica indifferenza verso il prossimo?

 Possibile che non si ricordi più con orrore e condanna che un uomo, un lavoratore agricolo mutilato da una macchina mentre lavorava, è stato abbandonato sulla soglia di casa: lui, sua moglie e il suo braccio amputato gettato in una cassetta della verdura?

Questa è una narrazione opposta a quella che fece Gesù per indicare che cos’è l’amore per il prossimo: non l’indifferenza di chi abbandona il sofferente al suo destino, ma la sollecitudine di chi, provando compassione, se ne prende cura per salvargli la vita.

 È incredibile ciò che è successo nelle campagne di Latina, ma è il segno della morte della compassione e del regnare dell’indifferenza. Si fa silenzio e non si denuncia l’imbarbarimento della vita sociale nel mondo occidentale.

 Chiunque abbia capacità di osservazione si rende conto che facciamo passi verso la barbarie, che la nostra vita è sempre meno segnata da fiducia, mitezza, rispetto degli altri, riconoscimento della loro infinita dignità. Eppure, i filosofi dedicano attenzione alla compassione considerata non solo come virtù personale, ma come emozione sociale di base, come fondamento della vita della polis.

 Martha Nussbaum arriva a considerare la compassione come una mediazione verso la giustizia perché il suo interesse è nell’orizzonte dell’altruismo, è un’emozione dolorosa causata dalla consapevolezza della sofferenza altrui. André Comte-Sponville afferma che ogni sofferenza merita la compassione, è un appello a condividere il dolore in cui uno si trova, senza che si pongano condizioni. Per lui la compassione è una virtù universale che scaturisce dalla vulnerabilità umana. Compassione, patire-con, è più che simpatia, è più che empatia, perché è un avvicinamento consapevole all’altro fino a condividere la sua “passione”. Infatti, non è la molteplicità di volti umani che crea la socialità, ma quella relazione che inizia nel dolore, nel mio dolore in cui faccio appello all’altro e nel suo dolore che mi turba, nel dolore dell’altro che non mi è indifferente.

 Lo sappiamo tutti: soffrire non ha senso, ma la sofferenza per ridurre la sofferenza dell’altro è la sola giustificazione della sofferenza.

 Alla compassione bisogna essere aperti e occorre esercitarvisi.

 La sofferenza dell’altro grida, chiama, e la compassione che a essa risponde fa del mio corpo una cassa di risonanza della sua sofferenza.

 Così la visione di colui che soffre si fa ascolto e spinge alla cura. Noi umani non abbiamo altre vie per combattere il male se non quella di sentire compassione ed esercitarla attivamente: combattere contro il male è più decisivo che vincerlo.

 Così si combatte l’indifferenza, la barbarie: avvicinandoci a chi soffre e rendendolo prossimo per giungere a un vero contatto fisico, mano nella mano. E allora non solo i cuori batteranno insieme ma le viscere soffriranno insieme e ogni cura tentata porterà sollievo.

 Alzogliocchiversoilcielo

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