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sabato 30 gennaio 2021

SOCIAL E CADUTA DEI VALORI


 «Il problema dei social è la caduta dei valori che noi adulti trasmettiamo ai giovani»

 «Non possiamo pensare a un’educazione basata soltanto sulla spontaneità e sul piacere», dice il vescovo Erio Castellucci

      La solitudine di un cellulare, un sito, una sfida estrema dettata da un social: così è andata incontro alla morte una ragazzina di dieci anni trovata senza vita nel bagno di casa. Davanti a questi fatti occorre innanzitutto fare una riflessione che ha profonde implicazioni economiche, visti i numeri e il giro d’affari sempre più consistente che ruota intorno ai social network. Inoltre come afferma Elisabetta Aldrovandi, presidente dell’Osservatorio nazionale sostegno vittime e Garante per la tutela delle vittime di reato «come mai una bambina di dieci anni ha un profilo o accesso ad un social che, in base alle sue regole, consente l’iscrizione a partire dai 13 anni? ». Le regole non sono soggette a controlli particolari, e così basta “mentire” sull’età e ci si iscrive. I social non sono giocattoli per bambini, ma mondi virtuali in cui, spesso, senza i dovuti controlli, vengono caricati video e immagini assolutamente non idonei a menti acerbe che non possono capire né i contenuti né le conseguenze cui vanno incontro partecipando a certe assurde sfide. L’Agesc, da sempre attenta ai problemi dei più indifesi si è interrogata a lungo su questo fatto drammatico.

Parlando con monsignor Erio Castellucci presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede. «Credo che il problema sia legato agli adulti – dice il vescovo – però ho l’impressione che ci sia un retroterra di “caduta di valori” che trasmettiamo noi adulti ai ragazzi. In questi giorni, anche a seguito di questo fatto che non è isolato purtroppo, si moltiplicano gli appelli alle famiglie, agli educatori (insegnanti, catechisti…) perché vigilino sull’uso dei social. La vigilanza e la repressione sono importanti perché non possiamo pensare ad un’educazione basata solo sulla spontaneità: l’autoeducazione. Se vogliamo andare alle cause queste si trovano nel mondo degli adulti che vuole rendere tutto lecito. Oramai è molto difficile discutere di ciò che è buono e semplice e di ciò che è cattivo e malvagio.

Ciascuno vorrebbe che i propri atteggiamenti e le proprie decisioni fossero messe sempre nel campo del “legittimo” (mi piace, lo voglio, l’ho deciso), credo che questo sia un modello che mostra parecchie crepe. Risponde ad una precisa linea pedagogica che era già suggerita nel ’700 da Rousseau: l’essere umano è buono e va lasciato esprimere. Poi sappiamo che alcune scuole di pensiero si sono sviluppate su questo arrivando al “vietato vietare” caro al sessantotto. Dobbiamo ripensare non a dei modelli autoritari, bensì a modelli autorevoli. Noi pensiamo che abbiamo inventato recentemente la “categoria dei giovani” perché ne abbiamo fatto l’oggetto di studio degli ultimi decenni e ci chiediamo anche il perché. Semplicemente perché l’abbiamo mitizzata ed aggredita noi adulti che facciamo di tutto per sembrare e rimanere giovani mentre i giovani, che avevano gli adulti come punto di riferimento, sapevano che dovevano diventare grandi, prendersi delle responsabilità, e persino invecchiare, oggi non hanno più una zona dove poter crescere (esagerando i toni). A me sembra che il fenomeno vada cercato in questa direzione, non basta “stracciarci le vesti” condividendo questi fatti, ma dobbiamo pensare alle cause facendo anche un “mea culpa” per non essere farisaici».

 Intanto, mercoledì si è “celebrata” la giornata della memoria. L’anno scorso l’Agesc era presente assieme a scolaresche, a visitare in Polonia i luoghi dell’orrore. Non dobbiamo trattare la pandemia come se fosse l’unico problema, perché quest’ultima svela e non solo causa dei mali presenti. Uno di questi mali - come afferma Castellucci - «è proprio l’odio fratricida presente già ai tempi di Caino. La Shoah è considerata la tragedia più grande della storia non solo per il numero dei morti (oltre sei milioni) ma proprio per l’odio e la violenza la barbarie che si sono convogliate in quegli anni. Noi siamo in una crisi sanitaria, ma dobbiamo ricordare che ci sono state crisi anche più tragiche e presenti in un certo senso anche già nel terzo millennio. 2001: scoppio del terrorismo, 2008: crisi economica, 2011: primavere arabe che hanno determinato il quintuplicarsi dei profughi e dei rifugiati, 2015: presa di conoscenza del problema ecologico, 2020: la pandemia. Dobbiamo imparare “ad abitare le crisi” non assuefarci perché sono tutte connesse».

 www.avvenire.it



 

 



 

giovedì 19 novembre 2020

MERITOCRAZIA E FRATERNITA'


 Contro il “dio incentivo” vinca la fraternità

La meritocrazia può anche essere un valore che crea conflitto e una società di classi. Il Vangelo invita a una conversione di mentalità e autentica giustizia.

Anticipiamo alcune pagine dal volume "Benedetta povertà? Provocazioni su Chiesa e denaro" (Emi, pagine 96, euro 11,00) di Erio Castelluci, arcivescovo di Modena-Nonantola.

 

 di Erio Castellucci 

 Il futuro della fede cristiana è legato anche alla capacità delle comunità cristiane di dare corpo al sogno di Gesù, il sogno del regno di Dio. Le intuizioni e le provocazioni devono diventare educazione, pena l’insignificanza del cristianesimo. Mi sembra che oggi le nostre comunità si giochino la loro forza profetica soprattutto in questo campo, nella relazione con i beni.

È indispensabile prima di tutto intensificare l’opera formativa a partire dai ragazzi e dai giovani, integrando questi argomenti nel normale itinerario dell’iniziazione cristiana e della catechesi. I percorsi sull’educazione affettiva e quelli sull’educazione economica ed ecologica procedono di pari passo, perché non sono altro che dimensioni del medesimo stile di dono e condivisione, reciprocità e gratuità.

La catechesi cristiana non può ignorare l’atteggiamento evangelico che sta alla base di entrambe le braccia dell’etica, quella cosiddetta individuale e quella sociale: distinzione che ormai dovrebbe peraltro essere superata, perché è “sociale” anche l’educazione sessuale ed è “individuale” anche l’educazione economica ed ecologica. Il rispetto per la vita nascente e morente va di pari passo con il rispetto per la vita emarginata e indigente; la pace e la nonviolenza nelle relazioni tra l’uomo e la donna vanno di pari passo con la pace nelle relazioni sociali e internazionali; la castità – cioè il rispetto dell’altro e il rifiuto dello sfruttamento – nelle relazioni sessuali va di pari passo con la castità nelle relazioni sociali, etniche, ambientali e interreligiose.

Una delle esperienze pastoralmente più dolorose è vedere le nostre comunità cristiane divise su ciò che dovrebbe rimanere unito, anzi profondamente intrecciato. Mi colpiva, prima come parroco e ora come vescovo, registrare nel popolo di Dio – e anche in noi ministri – una sorta di frattura verticale tra chi porta avanti i valori della persona e della famiglia, e chi invece i valori della società e dell’ambiente naturale. È proprio questo “invece” il problema. Se siamo davvero cattolici, non possiamo adottare l’aut-aut ma l’et-et. Finché la Veglia per la pace sarà di sinistra, e rigorosamente frequentata dai soli cattolici “progressisti”, e la Veglia per la vita sarà di destra, e riservata di fatto ai cattolici “tradizionalisti”, la Chiesa sarà divisa. Finché la Giornata del creato sarà di sinistra e la Giornata della famiglia di destra, continueremo a farci del male a vicenda. Una cosa è la maggiore sensibilità per l’una o l’altra dimensione etica cristiana – sensibilità che dipende dalle storie personali e dalle sfide della storia –, un’altra è l’assolutizzazione di una sola dimensione, trasformando inevitabilmente l’appartenenza cattolica in una battaglia «contro» altri cattolici.

Nemmeno questo stupisce, perché fin dai tempi di san Paolo le comunità erano divise, come dimostrano i partiti di Corinto (cfr. 1Cor 1,12); se non stupisce, però addolora. La divisione toglie forza interiore all’evangelizzazione. «Tutto è connesso», «tutto è in relazione », in una sorta di universale fraternità, come ripete la Laudato si’: relazione con Dio, sessualità, famiglia, poveri, giustizia, lavoro, pace, custodia del creato… Sono temi trasversali e interagenti.


Nello specifico, la formazione riguardante l’economia implicherà anche doveri e divieti: i doveri derivanti da un uso casto dei beni, che sono sempre mezzi e mai fini, e dalla necessità di una loro condivisione, del controllo dei propri investimenti perché non favoriscano commerci illeciti e immorali come quello delle armi, il divieto della speculazione e del gioco d’azzardo, il dovere di pagare le tasse, il dovere del rispetto per il creato, insieme a una visione critica della cosiddetta meritocrazia, del “dio incentivo”, del dogma dell’efficienza, produttività, redditività e competitività, i quali producono “gli scarti”; per affermare invece la cultura dell’onestà, del dono e della misericordia, che fa spazio anche a coloro che non sono vincenti e non sono in grado di competere.

Competitività, profitto, competenza: queste parole, che insieme formano il concetto di meritocrazia, non sono certo inique, ma lo diventano quando risuonano avulse dal contesto concreto. Una certa dose di competitività è necessaria e favorisce la qualità; il profitto, quando è proporzionato al lavoro, ne rappresenta un elemento di dignità, perché «l’operaio è degno del suo salario» ( Lc 10,7); la competenza, che fa leva sui talenti di ciascuno, è essenziale per un’equa e ordinata distribuzione ed efficacia del lavoro. Il problema sorge quando queste parole diventano discriminatorie verso coloro che non sono in condizioni di competere, non godono di alcun profitto e non hanno i mezzi per sviluppare i loro talenti. «Il merito può svolgere un buon compito in una società già giusta, ma nelle società ancora non giuste (e sono quelle reali), la meritocrazia, il governo del merito, amplifica le ingiustizie». Ed è proprio la fraternità a fare da ponte tra una povertà da combattere e una povertà da riscattare. Come scrive Edgar Morin: «La fraternità infrange la legge di qualunque regime che comporti discriminazione e oppressione».

 

www.avvenire.it