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giovedì 29 ottobre 2026

BUON GOVERNO, SENZA PAURA

 


Repressione

 educazione 

e 

fiducia


-di VITTORIO PELLIGRA

Più una società sente il bisogno di ricorrere alla repressione per garantire la convivenza, più dovrebbe chiedersi perché quella convivenza sia diventata tanto difficile.

Moltiplicare divieti, controlli e sanzioni può essere necessario. Ma può anche rivelare una frattura nel rapporto tra cittadini e istituzioni. Ambrogio Lorenzetti ha dato forma pittorica a questa tensione sulle pareti del Palazzo Pubblico di Siena.

Negli affreschi del Buon Governo, la Securitas sorvola una città indaffarata e una campagna coltivata. Regge una forca con un impiccato e un cartiglio che promette ai viandanti strade libere dalla paura. La pena è lì, esibita senza pudore.

Ma il messaggio è chiaro. Non è la paura della pena a tenere insieme la città. La Sicurezza si fonda sulla Giustizia e sulla Concordia. Su quella trama di legami che permette agli abitanti di lavorare, commerciare, incontrarsi e attraversare le mura senza sospettare di ogni sconosciuto. La pena è il presidio estremo, non il fondamento della vita comune.

Vale la pena ripensare all’Allegoria del Buon Governo mentre si discute dell’ennesimo decreto sicurezza. Davanti alle proteste, agli scontri e alle violenze che coinvolgono anche giovanissimi, la politica torna, come per un riflesso pavloviano, al repertorio che conosce meglio. Si annuncia con orgoglio la creazione di nuovi reati, nuovi divieti e pene più severe.

Una strada già battuta. Con poco successo, per la verità. E le domande più difficili continuano a rimanere sullo sfondo, inespresse. Che cosa si è incrinato nel rapporto tra i giovani e le istituzioni? Dove nasce questa rabbia che talvolta non trova altra lingua se non quella del caos?

C hi aggredisce, devasta o mette in pericolo gli altri deve certamente risponderne. Il dissenso non autorizza la violenza. Ma la responsabilità individuale non esaurisce la responsabilità pubblica. Soprattutto quando sono coinvolti dei minori, la risposta dello Stato non può essere soltanto la repressione. Punire un adolescente senza domandarsi come restituirlo alla vita comune e, ancora prima, qual è l’origine di certi comportamenti, significa rinunciare a una parte essenziale del compito educativo delle istituzioni.

Montesquieu scrive che “nel governo repubblicano si ha bisogno di tutta la potenza dell’educazione”. Il timore, osserva, nasce da sé tra minacce e castighi. La virtù politica, invece, va coltivata. Non basta ottenere obbedienza. Occorre che le persone riconoscano le ragioni delle regole, e possano riconoscersi nella comunità che le ha stabilite. Il senso civico non si genera per decreto. Cresce, o si consuma, nelle esperienze quotidiane di giustizia e ingiustizia, di ascolto e umiliazione, di partecipazione o esclusione. Una società non diventa più sicura soltanto aumentando il costo della trasgressione. Deve anche ridurre le ragioni che la alimentano. La sanzione offre alla politica un gesto netto, immediatamente visibile. L’educazione, l’inclusione, la prevenzione lavorano invece nel tempo lungo, quello che mal si accorda con il corto-termismo delle scadenze elettorali. Da qui la tentazione di una normazione on demand, confezionata sull’ultima emergenza, mentre le cause continuano a operare indisturbate.

Ma la questione è ancora più profonda, perché quando discutiamo di sicurezza, tendiamo a considerare le istituzioni come strumenti chiamati a contenere comportamenti che nascono altrove, indipendentemente da esse.

Ma le istituzioni non si limitano a stabilire ciò che è consentito e ciò che è vietato. Contribuiscono a formare proprio quei comportamenti che poi si trovano a governare. Modificano le aspettative, alimentano o consumano la fiducia, insegnano ai cittadini che cosa possono attendersi gli uni dagli altri. Un’istituzione che presume sistematicamente la malafede rischia di rendere la diffidenza una risposta ragionevole. Una che riconosce responsabilità e autonomia può invece favorirne l’esercizio. È un processo lento, spesso invisibile, nel quale le regole e le disposizioni morali si trasformano reciprocamente. Per questo la qualità della convivenza dipende anche dal modo in cui scegliamo di governarla. Parlare di sicurezza, soprattutto quando ci sono di mezzo giovani e giovanissimi, non può farsi senza parlare di scuola, disuguaglianze e integrazione. Occorre chiedersi perché chi incontra lo Stato, spesso incontra il controllore e quasi mai una promessa mantenuta, nessuno che accoglie o riconosce. Il disagio ignorato alimenta la protesta, la protesta violenta invoca repressione, la repressione può approfondire la distanza da quelle stesse istituzioni che dovrebbero provare a colmarla. Non è un destino. È un rischio alimentato da politiche miopi.

Nell’Allegoria del Buon Governo la Sicurezza non siede sul trono. Vola sopra le case e i campi. Il suo posto, nell’ordine immaginato da Lorenzetti, dipende dalla Giustizia e dalla Concordia. Perché l’ordine civile non può reggersi esclusivamente sulla minaccia della sanzione.

Ha bisogno di cittadini che riconoscano le ragioni dello stare insieme così come di istituzioni capaci di coltivare questo riconoscimento. Una responsabilità che nessun decreto può assolvere da solo.

www.avvenire.it

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mercoledì 7 giugno 2023

MINORI. NON REPRIMERE, MA EDUCARE

L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza dal gennaio 2021 è Carla Garlatti, che in passato è stata presidente del Tribunale per i minorenni di Trieste e ha molto a cuore i giovani che si trovano all’interno del circuito penale. Da qualche mese ha promosso un progetto sulla giustizia riparativa

 

- di Roberta Barbi – Città del Vaticano

 

Perché un’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, con tutte le tematiche riguardanti i nostri giovani che poteva affrontare, ha deciso di confrontarsi proprio con la giustizia riparativa? Certamente perché le persone non sono quello che hanno commesso né quello che hanno subito, ma c’è di più: “È uno strumento che mette in risalto sia l’autore sia la vittima del reato, senza dimenticare nessuno, ma anche senza stigmatizzare nessuno”. Ha le idee chiare, anzi chiarissime, la dottoressa Carla Garlatti, che spiega come la giustizia riparativa sia vincente perché lavora sulle persone e non sui fatti, che sono un’altra cosa.

Empatia per superare il trauma

L’oggetto dell’indagine avviata dall’Autorità garante riguarda proprio la diffusione e l’utilizzo della giustizia riparativa in Italia, uno strumento da tempo usato nell’ambito della giustizia minorile: “Non si dimentica mai la vittima, che nei processi con i minorenni non può costituirsi parte civile – spiega – anzi, ricevere comprensione, nello specifico dall’autore del reato, rende più agile il superamento del trauma”. “Dal punto di vista dell’autore del reato, invece, comprendere non solo il danno effettivo causato, ma anche quello emotivo è fondamentale – aggiunge – anche perché spesso, quando si tratta di minori, si riscontra quanto non abbiano assolutamente coscienza di ciò che hanno provocato”.

Non solo mediazione penale

C’è un universo intero, dietro il termine giustizia riparativa, che parte dalla mediazione penale in caso di reato contro la persona – la forma intuitivamente più applicata – ma comprende anche conference o circle e tutte quelle declinazioni che coinvolgono le famiglie degli autori di reato, il contesto e la società stessa, utilizzate in caso di reati contro la collettività. “Sono strumenti efficaci, ma non ci si deve improvvisare – avverte la Garante – gli incontri vanno preparati da esperti e non sempre è facile trovare collaborazione soprattutto da parte delle vittime che temono la stigmatizzazione sociale che le chiude in una gabbia da cui è poi difficile venire fuori”.

Un investimento della società sui giovani

La Garante racconta ancora a Vatican News come la giustizia riparativa venga a volte tacciata di buonismo: “In realtà è tutt’altro: è un investimento della società sui giovani. Quando un autore di reato capisce realmente, nel profondo, cosa ha causato nell’altro, la recidiva si abbatte da sé”. Necessaria anche l’introduzione di pene ad hoc per i minorenni: “Ancora di più per i giovani il carcere deve essere educativo e non repressivo – prosegue – oggi il nostro ordinamento prevede che a parità di reato un minore sia punito con la stessa condanna di un adulto, al massimo la pena viene ridotta di un terzo; invece, sarebbero più utili sanzioni alternative come ad esempio l’obbligo di fare volontariato come già avviene in Paesi quali Austria e Spagna”.

Le alternative al carcere: il concetto di comunità

La dottoressa Garlatti si è fatta spesso portavoce della necessità di applicare le alternative al carcere che nel caso di autori di reato minorenni sono molteplici: “Abbiamo la detenzione domiciliare, la semilibertà, l’affidamento in prova – illustra – tutte le alternative al carcere sono state sistematizzate nel decreto 121 del 2018 sull’esecuzione penale per i minorenni, che ha evidenziato come fondamentali la funzione educativa delle misure nei confronti della comunità”. Infine, l’indagine non può non considerare gli effetti a breve, ma soprattutto a lungo termine, che la pandemia appena conclusa ha lasciato e lascerà sui nostri giovani: “La pandemia ha colpito tutti indistintamente, ma è ovvio che abbia rimarcato le disuguaglianze sociali già presenti; ciò significa che chi viveva già prima in contesti di marginalità, oggi è ancora più a rischio devianza e quindi a rischio di entrare nel circuito penale anche molto presto”. 

 Vatican News

  

giovedì 21 luglio 2016

TURCHIA - Che cosa sta succedendo?

TURCHIA. QUEL CHE SUCCEDE PONE GRAVI INTERROGATIVI

L’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici (UMEC-WUCT) non ha l’abitudine di coinvolgersi negli avvenimenti politici dei vari Paesi del mondo, ma è attenta alle situazioni in cui si trovano le istituzioni scolastiche, gli insegnanti e alle condizioni di esercizio della professione educativa, una professione di valore.
E’ noto a tutti che in questi giorni il governo turco sta mettendo in atto in atto misure di repressione nei confronti di un grande numero di insegnanti e di dirigenti scolastici. Le stesse misure riguardano la magistratura, il personale statale, civile e militare, giornalisti, religiosi e semplici cittadini.
L’UMEC-WUCT teme, a ragione, che molti sono stati imprigionati, trasferiti o isolati dalle famiglie e dai luoghi di vita.
Il fallito "colpo di Stato" degli scorsi giorni ha provocato in Turchia una grave restrizione delle libertà civili e una pericolosa deriva autoritaria che può condizionare la vita e l'educazione.
L'UMEC-WUCT è molto preoccupata per gli avvenimenti accaduti; in particolare è vicina agli insegnanti che stanno vivendo un periodo di grande difficoltà e che sono ostacolati nell'esercizio della loro nobile professione educativa.
L'UMEC-WUCT spera che:
- la vita democratica possa tornare presto e che il popolo turco possa avere una pace duratura e che le sue istituzioni democratiche possano effettivamente funzionare;
- sia garantita agli insegnanti e alle istituzioni universitarie e scolastiche la libertà di ricerca e di insegnamento: è necessario che i ragazzi e i giovani possano – senza paure o impedimenti - frequentare scuole che li aiutino a maturare, divenire adulti responsabili e a esercitare competenza, coscienza civica e agire democratico.
L’UMEC-WUCT augura, dunque, che la vita democratica sia pienamente ristabilita, in un clima di libertà, di cooperazione e di reciproco rispetto. Una Turchia libera e democratica, ricca di risorse umane e culturali, potrà in tal modo dare il proprio contributo allo sviluppo dell'Europa, dell’Asia e del mondo intero.

                                                                                                        Il Comitato Esecutivo


mercoledì 8 giugno 2016

NO ALLE STRAGI!

PROSEGUONO LE STRAGI

 NEL CANALE DI SICILIA!


Ancora una volta le nostre vite sono scosse dalle notizie e dalle immagini che arrivano dal Canale di Sicilia: tre stragi in tre giorni (una cadenza mai verificata prima) ha messo fine alla vita di tanti uomini, donne e bambini che scappavano da realtà di guerre e persecuzioni. Sono 2444 le persone morte e scomparse nel mare Mediterraneo dal 1 gennaio 2016. La morte di tantissime persone non dipende solo dagli aguzzini sanguinari (trafficanti, scafisti), ma soprattutto è la conseguenza di una politica europea ipocrita e immorale.
 
Purtroppo l’UE, piuttosto che inviare una vera missione internazionale di soccorso, lascia che i singoli paesi, come la Gran Bretagna, inviino navi da guerra per “bloccare” le partenze verso l'Europa. Una missione immorale e giuridicamente priva di base legale, ma premiata dal consenso elettorale. Anni di denunce, morti, violenze e vite mercificate in ogni loro aspetto hanno chiarito come il governo europeo della mobilità non sia affatto basato sulla tutela dei diritti fondamentali ma su ben precisi calcoli economici e politici.
 
Per questo diciamo:
• no al dilagare dell’indifferenza verso stragi ormai quotidiane, alle morti in Siria o al bombardamento degli ospedali in diverse parti del mondo;
• no alle soluzioni basate sulla repressione, attraverso misure che vanno dalla detenzione al respingimento, ma anche con i piani di creazione di una polizia di frontiera europea (Migration compact);
• no al millantato afflato umanitario verso gli immigrati del governo italiano, usato come merce di scambio per negoziare condizioni fiscali più favorevoli con la Commissione Europea e per ottenere finanziamenti ed agevolazioni;
• no all’innalzamento dei muri che costringono tantissimi a consegnarsi ai trafficanti di essere umani che vivono periodi felici agevolati da una politica cieca;
• no al sistema di profitto che gira intorno all’immigrazione e che ha raggiunto livelli di complessità e stratificazione molto alti, un meccanismo ben rodato in molto settori economici.

Chiediamo l’apertura dei canali umanitari con meccanismi d’entrata reali e sicuri per le persone che emigrano da paesi terzi, unico strumento per evitare questa ecatombe. Per questo è importante prendere posizione contro le politiche di chiusura dell’Europa. Nelle nostre mani c’è sempre la possibilità di proteggere la vita e di realizzare una società accogliente, segnata da relazioni giuste e rispettose.
 
Commissione Migrantes

Segretariato Missione - Missionari Comboniani