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sabato 9 maggio 2026

ARTIGIANI DI PACE

 


Proprio come un artigiano lavora con pazienza, cura e dedizione, anche la pace è il frutto di piccoli gesti compiuti con amore e responsabilità.

La pace inizia dentro ogni persona e si diffonde attraverso semplici atteggiamenti: perdonare, comprendere, accogliere e promuovere il bene.

Essere artigiani di pace significa avere il coraggio di agire in modo diverso. È rispondere al male con il bene, trasformare i conflitti in opportunità di riconciliazione.

Ogni gesto di bontà, ogni atteggiamento di giustizia e ogni parola di incoraggiamento sono come piccoli tasselli che aiutano a costruire un mondo più pacifico.

Che possiamo essere veri artigiani di pace, portando serenità, comprensione e amore a tutti coloro che incrociano il nostro cammino.

(Apollonio Carvalho Nascimento)

giovedì 30 aprile 2026

UNA PEDAGOGIA PER IL FUTURO

 


C’è un paradosso al cuore del modo in cui Gesù forma i suoi discepoli, un paradosso che sfida ogni pedagogia del controllo e ogni spiritualità del possesso: il vero maestro è colui che si ritira, che crea spazio, che rende possibile persino il tradimento. Non come fallimento, ma come dono. 

 


di Paolo Gamberini 

Il Buon Pastore e Giuda 

 Alessandro Deho ci offre una chiave interpretativa sorprendente: Cristo è stato davvero un buon pastore perché tra i suoi c’era anche Giuda. La presenza del traditore nel cerchio più intimo non è una macchia sulla figura del maestro — è la sua più alta certificazione. Un maestro che seleziona solo chi lo amerà per sempre, che si circonda solo di fedeli garantiti, rivela in questo gesto il suo bisogno di conferma, la sua fragilità narcisistica mascherata da autorità spirituale. 

 Gesù non impedisce a Giuda di tradirlo. Non lo espelle quando potrebbe, non lo smonta pubblicamente, non lo usa come esempio ammonitore. Lo lascia libero. E questa libertà lasciata all’altro — anche quando quell’altro sta percorrendo una strada oscura — è lo schema della grazia. Non la grazia sentimentale, consolatoria, ma quella strutturale: quella che abilita alla possibilità del tradimento, e proprio così autentica la libertà del discepolo. 

 Il Maestro che si Sforma 

 Teilhard de Chardin scriveva: “Non sono, né posso, né voglio essere un maestro. Prendete di me ciò che vi aggrada e costruite il vostro edificio.” In queste parole c’è qualcosa di radicalmente anti-pedagogico nel senso corrente del termine. Il grande teologo e scienziato gesuita non rinuncia alla trasmissione — rinuncia al controllo della trasmissione. Offre se stesso come materiale da costruzione, non come schema da replicare. 

 Si coglie in questo movimento la struttura stessa della kenosi di Cristo: il vero maestro forma attraverso uno s-formarsi, si svuota della propria forma per diventare capace di trasformare. Non è il modello che impone la propria sagoma all’argilla, ma la forza che libera la forma già contenuta nella materia. La kenosi — lo svuotamento di Cristo di cui parla Paolo nella lettera ai Filippesi — non è solo un evento cristologico: è il metodo pedagogico di Dio. 

 L’Assenza come Presenza Più Alta 

C’è un momento nel Vangelo di Luca che condensa tutto questo con forza narrativa straordinaria: i discepoli di Emmaus camminano con il Risorto senza riconoscerlo, lo invitano a fermarsi, e nel momento esatto in cui lo riconoscono nello spezzare il pane — lui scompare. Si fa assente proprio nell’istante della rivelazione. 

 Non è crudeltà. È il compimento del metodo. Gesù non lascia i discepoli con una sua immagine da venerare, con modelli o esempi da imitare ma con un gesto da ripetere e una comunità in cui ripeterlo. Fate questo in memoria di me. La sua assenza fisica è la condizione perché la loro presenza — la loro soggettività, la loro libertà, la loro responsabilità — possa finalmente dispiegarsi. Come scrive Deho: “Il vero Dio è presente ma non occupa la presenza. La dispone alla possibilità di assenza perché la mia presenza — e non solo la sua — si possa dare.” 

 Questo è il rovesciamento di ogni forma di maestro seduttivo e manipolatore: costui si rende indispensabile, occupa il campo visivo del discepolo, coltiva la dipendenza affettiva e intellettuale. Gesù invece lavora sistematicamente alla propria irrilevanza operativa — non perché non ami i suoi, ma perché li ama abbastanza da volerli interi, capaci di stare in piedi senza di lui. 

 Una Pedagogia per il Futuro 

 Teilhard chiudeva la sua riflessione con una visione: “Il futuro appartiene a coloro che trasmettono alla prossima generazione motivi per sperare.” Non certezze, non risposte, non sistemi chiusi. Motivi per sperare: cioè orientamenti aperti, energie vitali, domande fecondate. 

 È questo il lascito dell’arte di Gesù di fare discepoli. Non una scuola che perpetua se stessa, non un movimento che custodisce gelosamente il metodo del fondatore, ma una comunità di persone che sanno mettersi da parte perché l’altro cresca. Che sanno, come Cristo, lasciare andare — anche verso il tradimento, anche verso l’errore — perché la libertà non è un rischio da gestire, ma il nome stesso dell’amore quando si fa adulto. 

 Il buon pastore non trattiene il gregge. Lo conduce fino al punto in cui il gregge può camminare da solo. E poi si fa da parte. “Non ambisco che di essere gettato nelle fondamenta di qualcosa che cresce.” Forse questa è, in ultima analisi, la sola ambizione lecita per chi voglia davvero educare persone libere.

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venerdì 20 febbraio 2026

LA VERITA' DEL MARE

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Lungo le coste occidentali di Sicilia e Calabria stanno emergendo i cadaveri dei migranti scomparsi nelle scorse settimane. 

Oggi il mare è il luogo dove, se vogliamo, possiamo finalmente capire cosa significa lasciare morire.

 Perché è di questo che si tratta. Non di una tragedia naturale ineluttabile.

 Il ciclone Harry ha fatto quello che fanno i cicloni. 

Ma mille persone su barche di fortuna in gennaio nel Mediterraneo centrale non sono un fatto della natura

di Stefano Arduini

Il mare non mente. Questa è la cosa che fa più paura, in fondo. Noi possiamo mentire — a noi stessi, agli altri, ai numeri. Possiamo smettere di cercare, possiamo archiviare un file, possiamo scrollare. Possiamo costruire narrazioni in cui mille persone svaniscono in una tempesta e diventano un’«incertezza statistica», un problema di conteggio, una nota a piè di pagina nella cronaca di un ciclone chiamato Harry. Possiamo farlo perché siamo diventati bravi, bravissimi, a guardare senza vedere. Ma il mare, no. Il mare non archivia. Non scrolla. Non passa oltre.

In questi giorni sta restituendo i corpi. Uno a uno, come un contabile che tiene i libri meglio di noi. Come un testimone ostinato che si rifiuta di tacere. Il mare li aveva presi — queste donne, questi uomini, queste bambine — e ora li rimanda indietro, sulla riva, davanti ai nostri occhi. Come a dire: guardate. Eccoli. Adesso guardate.

Grazie alle cronache di Avvenire e Manifesto, i due quotidiani che meritoriamente oggi trattano la vicenda con lo spazio che merita, sappiamo che almeno tredici corpi tra il 6 e il 17 febbraio sono riemersi lungo le coste occidentali di Sicilia e Calabria. Cinque intorno all’isola di Pantelleria — due in mare, tre sulle scogliere. Uno a San Vito Lo Capo, uno a Marsala, uno davanti all’isolotto della Colombaia di Trapani. Poi la Calabria: Scalea, Amantea, Tropea, Paola. Sul lungomare di Paola sono apparsi i resti di un essere umano: metà busto, solo la parte inferiore, con le gambe e il bacino. Si presume appartenesse a un giovane. A Scalea un passante ha notato una salma così consumata dalla decomposizione da sembrare, a prima vista, un arbusto.

A Tropea sono stati alcuni studenti ad avvistare qualcosa tra le onde e ad allertare la Capitaneria di porto. Il comandante Giuseppe Durante è andato a vedere. «Inizialmente si pensava a due corpi distinti», racconta. «In realtà è uno solo. O meglio quel che resta di un uomo». Era spiaggiato, con il salvagente ancora attorno alla parte bassa del corpo. Poi il mare l’ha ripreso. E quando i ragazzi lo hanno rivisto in acqua, con quel salvagente arancione, hanno pensato a un secondo corpo. «Ho riconosciuto quel salvagente», dice Durante. «Sono gli stessi che vengono usati dai migranti. Ho partecipato a tanti soccorsi negli anni scorsi e li riconosco».

Ieri il comandante Durante ha fatto il suo primo bagno in mare della stagione. Avrebbe voluto farlo in un’altra occasione. Invece si è buttato tra le onde agitate per recuperare quel che restava di quell’uomo. Un giovane ridotto a metà. Un salvagente arancione che un comandante riconosce perché ne ha visti troppi. Un corpo che sembra un arbusto. Questo è quello che il mare ci sta consegnando in questi giorni, con la pazienza e l’inesorabilità di chi non ha fretta, di chi sa che prima o poi qualcuno dovrà guardare.

Ora il Mediterraneo ci dà una seconda chance. Perché è fatto così, il mare — antico, indifferente alla nostra indifferenza, impermeabile alle nostre narrazioni. Omero lo chiamava ἀτρύγετος, «infecondo», «inesauribile», sterminato. Aveva ragione in tutto tranne che in una cosa: il Mediterraneo è ferocemente fecondo di verità. Paul Valéry, poeta e filosofo che di questo mare era figlio, scrisse che «il mare è sempre ricominciato». Lo intendeva come una metafora della coscienza, del pensiero che non si lascia fermare. Il mare ricomincia davvero. Ricomincia a parlarci. Ricomincia a mostrarci quello che abbiamo scelto di non vedere.

Mare nostrum

C’è una parola greca che i Romani tradussero con mare nostrum. Era un atto di possesso, di orgoglio imperiale. Questo mare è nostro. Oggi è anche il luogo dove l’umanità muore. E dove — questo è il punto che il mare ci sta sbattendo in faccia — non andiamo a cercarla.

Il filosofo Emmanuel Levinas ha costruito tutta la sua etica attorno a un’idea: il volto dell’altro. Il volto, diceva, è «l’epifania dell’infinito». Incontrare un volto umano è un appello morale irresistibile — o dovrebbe esserlo. È l’origine di ogni responsabilità. «Il volto apre il discorso originario», scriveva. Non si può guardare un volto e restare indifferenti. Ma noi li avevamo resi invisibili, questi volti. Li avevamo trasformati in un numero incerto — 380, o forse mille, non sapremo mai — e un numero non ha volto. Un numero non ti guarda. Un numero non ti chiama in causa. Il mare ora ci restituisce i volti. È questo che sta facendo in questi giorni, riportando a riva i corpi di chi avevamo già dimenticato. È un atto di una crudeltà gentile, se esiste una cosa del genere.

Morire

Il mare è «il luogo dove si capisce finalmente cosa significa morire», sosteneva Albert Camus, che era figlio del Mediterraneo come pochi. Lo scrisse pensando alla bellezza, alla luce, all’assurdità felice dell’estate algerina. Ma quella frase oggi risuona in modo diverso. Il mare è il luogo dove, se vogliamo, possiamo finalmente capire cosa significa lasciare morire. Perché è di questo che si tratta. Non di una tragedia naturale ineluttabile. Il ciclone Harry ha fatto quello che fanno i cicloni. Ma mille persone su barche di fortuna in gennaio nel Mediterraneo centrale non sono un fatto della natura: sono il risultato di scelte politiche, di accordi con governi che non garantiscono la sopravvivenza, di operazioni di soccorso non attivate, di un’Europa che ha deciso che alcune vite valgono il rischio della traversata.

L’ammiraglio Vittorio Alessandro, guardia costiera ora in pensione, spiega la geometria di questa morte: i corpi che stiamo trovando lungo le coste tirreniche della Calabria e della Sicilia occidentale sono stati sospinti prima verso nord dal ciclone, poi verso est, poi verso costa. Una traiettoria che la fisica del mare ha tracciato mentre noi guardavamo altrove. Mentre il governo esultava per la riduzione degli sbarchi nel primo mese e mezzo del 2026.

Secondo l’Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, nel solo mese di gennaio appena trascorso più di 450 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo: tre volte il dato di gennaio 2025. Tre volte. «Hanno trasformato il Mediterraneo in un enorme cimitero», dice Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans. «Da dieci giorni i nostri gruppi locali in Sicilia e Calabria stanno monitorando lo stillicidio di ritrovamenti di corpi lungo le coste: è la tragica conferma dell’ecatombe di persone migranti che si è consumata tra il 15 e il 22 gennaio in mare. 

Ma ci chiediamo: nelle istituzioni del nostro Paese di questa strage e delle centinaia di vittime interessa a qualcuno?»

È una domanda retorica. Ma vale la pena ripetere la domanda finché non diventa insopportabile. Qualcuno ha calcolato che è accettabile girarsi dall’altra parte. 

E noi — opinione pubblica, comunità, cittadini — abbiamo accettato il calcolo?. 

Il mare ha deciso di non accettarlo.

Credit foto: Francisco Seco/La Presse

VITA

 

sabato 14 febbraio 2026

IL BLOCCO NAVALE

 


ESSERE CRISTIANI

 ED 

ESSERE UMANI



-di Giuseppe Savagnone 

 

Una svolta sull’immigrazione

È di questi giorni il varo, da parte del nostro governo, del disegno di legge in cui si prevede il «blocco navale» per impedire l’ingresso nelle nostre acque territoriali di imbarcazioni con a bordo migranti, segnando, a quanto afferma un quotidiano molto vicino al governo, una «svolta sull’immigrazioni». In un video la presidente del Consiglio, sfoggiando ancora una volta la grinta che tanto piace agli italiani, lo ha celebrato come un grande successo personale: «Abbiamo finalmente potuto mantenere un altro impegno che avevamo preso con i cittadini nel nostro programma di governo: per tutti quelli che dicevano che era impossibile voglio ricordare che niente è davvero impossibile per chi è determinato».

La premier non ha mancato di sottolineare il proprio ruolo centrale nella svolta della politica europea che ha reso legittima questa misura, da sempre esclusa in base a criteri umanitari che oggi, grazie a lei, sono stati finalmente superati: «È una opzione – ha detto – compatibile con le nuove regole europee, che l’Italia ha contribuito a formare, a dimostrazione che tutto il lavoro che abbiamo fatto finora sta imprimendo una svolta totale nella gestione del fenomeno in Europa».

Ma di che cosa esattamente si tratta? Lo spiega l’art. 10, dove si dice che «nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’interno». Costituiscono minaccia grave «il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale; la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini; le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale; gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza».

Se il disegno di legge sarà approvato, come è prevedibile, sarà possibile al governo impedire alle navi delle ONG che soccorrono i naufraghi – già penalizzate dalle norme che le costringono a non realizzare più di un salvataggio per volta e a  recarsi, per sbarcarli, in porti spesso molto lontani – di entrare nelle acque territoriali italiane. Più in generale, il blocco blinda le vie di accesso alle nostre coste, alzando una barriera insuperabile  di fronte a cui le imbarcazioni dei migranti saranno destinate  o al naufragio, o  al rientro nelle acque libiche e tunisine, dove i profughi saranno accolti dagli aguzzini e dai lager a cui speravano di essere scampati.

Una legge in contrasto col nostro ordinamento giuridico

Nei confronti delle nuove misure sono state sollevate obiezioni di carattere giuridico. Giorgia Meloni ha parlato di «una opzione compatibile con le nuove regole europee». Ma il passaggio in acque territoriali è materia regolata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), ratificata anche dall’Italia e quindi divenuta anche in Italia legge nazionale in virtù dell’art. 117 della Costituzione, che impone il rispetto «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Nemmeno le regole europee possono invalidare e sostituire queste norme.

Ora, la Convenzione suddetta elenca già tassativamente i casi in cui uno Stato può interdire l’ingresso nelle proprie acque: uso della forza, spionaggio, esercitazioni militari, traffici illegali di persone o merci, pesca o ricerca non autorizzate.  Uno Stato «non può aggiungere arbitrariamente nuove eccezioni, specialmente se violano l’obbligo di soccorso e la tutela dei diritti fondamentali», spiega Giuseppe Cataldi, ordinario di Diritto internazionale all’Università L’Orientale di Napoli e presidente dell’Associazione internazionale del diritto del mare, in una intervista al «Fatto quotidiano». Invece è proprio quello che fa il ddl del governo, che, alle fattispecie previste tassativamente, aggiunge arbitrariamente «pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie internazionali ed eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza».

Siamo dunque di fronte a una chiara violazione del diritto internazionale, il che non stupisce da parte di un governo che, nella persona della premier Meloni e del vice-premier, Salvini ha sempre sottolineato la sua stima incondizionata e la sua  piena sintonia  con quel Donald Trump per cui il diritto ormai coincide con la forza. E non è un caso che la parola magica, per giustificare questa misura come per tutta la politica interna ed estera del presidente degli Stati Uniti, sia la parola «sicurezza».

Il prezzo umano dei successi

Colpisce il fatto che a questa scelta – di decisiva importanza, secondo la nostra premier- i media e l’opinione pubblica abbiano dedicato assai meno attenzione che alla ripresa delle indagini per il delitto di Garlasco, avvenuto diciotto anni fa. Eppure qualche domanda essa dovrebbe sollevarla.

Una nasce spontanea ascoltando le parole di compiacimento che la nostra premier pronuncia esaltando i risultati della su apolitica migratori: «I numeri che abbiamo raggiunto in questi anni, -60% di sbarchi, +55% di rimpatri, ci incoraggiano a fare ancora meglio e vogliamo farlo».

Dove sono finite le persone che non sono più riuscite a sbarcare e quelle che abbiamo rimpatriato nei paesi da cui erano fuggite? Possibile che nessuno sembri chiederselo? Meloni sicuramente non lo fa. La sua viene presentata come una vittoriosa campagna contro dei delinquenti. In realtà, coloro di cui si parla, contrariamente a quanto ci è stato ripetuto continuamente, sono esseri umani fuggiti dal loro mondo di povertà e di violenza per cercare da noi, col nostro aiuto, una vita migliore.

Se sono fuori-legge, lo sono solo nel senso che le leggi xenofobe fatte da questo governo e a quelli precedenti – per lo più sotto l’impulso della Lega, quasi sempre al potere negli anni bui di questa Seconda Repubblica – hanno impedito loro di giungere legalmente nel nostro paese, costringendoli a spendere i loro poveri risparmi e a rischiare le loro vite per fare clandestinamente un viaggio che i ricchi stranieri fanno in aereo, con tanto di passaporto.

Per questo hanno lasciato le loro case, il loro lavoro, le loro relazioni umane, avventurandosi in luoghi inospitali, attraversando deserti in balìa di trafficanti di esseri umani che li trattavano come bestie, e sono arrivati sulle coste del Mediterraneo, in Libia e in Tunisia, da dove speravano di partire per l’Italia.

Ma i nostri governi – il primo è stato quello di “sinistra” presieduto dall’on. Gentiloni, sotto la gestione del ministro Minniti, ma poi ha continuato  quello attuale – hanno fatto accordi con i leader libici e con il presidente-dittatore tunisino che, in cambio di lauti finanziamenti, si sono impegnati a impedire le partenze e hanno bloccato  coloro che arrivavano dalle più vare regioni dell’Africa in campi di detenzione che tutti gli osservatori internazionali descrivono come veri e propri lager. Ecco spiegata  la diminuzione delle partenze.

Malgrado queste restrizioni violente, a un certo numero di persone è stato concesso di partire, in cambio di soldi o, per le donne, di prestazioni sessuali, ma sono stati stipate su barconi fatiscenti e abbandonate in mezzo al Mediterraneo,  esposti alle condizioni metereologiche avverse e a rischio continuo di naufragio.

E proprio da questi naufragi cercavano di salvarli le navi delle Ong, riscendoci sempre di meno per le misure con cui   il nostro governo ha  sistematicamente ostacolato la loro opera. Così molti non sono arrivati mai in Italia semplicemente perché sono affogati.  Leggiamo su «Avvenire» che solo a gennaio almeno 375 migranti sono stati dichiarati morti o dispersi a seguito di molteplici naufragi “invisibili” nel Mediterraneo centrale, in condizioni meteorologiche estreme, con centinaia di altre morti che si ritiene non siano state registrate.   

Ma è davvero per il bene dell’Italia?

È per il bene dell’Italia, dicono molti. Altrimenti la nostra economia tracollerebbe. Tanto è vero che anche gli altri paesi europei stanno adottando la linea Meloni. A smentire questa tesi, però, c’è l’esempio della Spagna, la cui crescita economica è attualmente la più elevata d’Europa – più del doppio della media europea – proprio grazie, dicono gli osservatori, ai migranti. Proprio in questi giorni ha fatto scalpore la notizia che in Spagna sono stati regolarizzati 500.000 migranti.

Perché il governo spagnolo ha seguito una politica opposta alla nostra, considerando gli immigrati una risorsa. Così nel 2025 il Pil spagnolo è cresciuto del 2,9%., mentre quello italiano dello 0,4%.

Certo, questo implica una vera accoglienza, non quella che in Italia facciamo chiudendo nei Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) quelli che riescono ad arrivare e ostacolando in ogni modo la loro integrazione, col risultato di inchiodarli alla loro condizione di emarginati. Il governo spagnolo si è impegnato a mettere questi stranieri in condizione di inserirsi nel sistema produttivo, ovviando così alla crisi demografica che travaglia l’Europa e mettendo così al sicuro il sistema pensionistico. A differenza dell’Italia, dove gli imprenditori chiedono più mano d’opera e molti economisti italiani seri denunziano l’impossibilità dell’Inps di continuare  a pagare le pensioni agli anziani, a causa della riduzione dei contributi dei giovani.

La divaricazione tra la Chiesa e il nostro governo

Ma c’è anche un altro aspetto della questione migranti, che il disegno di legge sul blocco navale solleva. Lo ha messo in luce papa Leone XIV, ai primi dello scorso ottobre, in un’omelia in pazza San Pietro. «Penso ai fratelli migranti, che hanno dovuto abbandonare la loro terra, spesso lasciando i loro cari, attraversando le notti della paura e della solitudine, vivendo sulla propria pelle la discriminazione e la violenza», ha detto il Papa all’inizio dell’omelia. E ha continuato: «Quelle barche che sperano di avvistare un porto sicuro e quegli occhi carichi di angoscia e speranza non possono e non devono trovare la freddezza dell’indifferenza o lo stigma della discriminazione!».

Paradossalmente il laicista governo socialista di Sanchez sta facendo una politica migratoria molto più conforme allo spirito del vangelo e alla visione  della Chiesa che non la nostra premier Meloni, che ha sempre dichiarato di ispirarsi all’insegnamento dei papi e il nostro vicepremier Salvini, che fino a poco tempo fa esibiva nei suoi discorsi la Bibbia e il rosario.

La divaricazione tra il nostro governo e la posizione di papa Leone – in perfetta continuità con i suoi predecessori – è evidenziata da un altro discorso del pontefice, alla fine dello stesso mese di ottobre, dove affronta esplicitamente, tra l’altro, il tema cruciale della sicurezza. «Gli Stati, ha detto il pontefice, hanno il diritto e il dovere di proteggere i propri confini, ma ciò dovrebbe essere bilanciato dall’obbligo morale di fornire rifugio. Con l’abuso dei migranti vulnerabili, non assistiamo al legittimo esercizio della sovranità nazionale, ma piuttosto a gravi crimini commessi o tollerati dallo Stato. Si stanno adottando misure sempre più disumane – persino politicamente celebrate – per trattare questi “indesiderabili” come se fossero spazzatura e non esseri umani».

In un mondo occidentale che – negli Stati Uniti con Trump, in Europa e in Italia con la linea Meloni – sembra aver perduto di vista il senso della dignità delle persone, la Chiesa cattolica sembra essere rimasto oggi l’ultimo punto di riferimento per la salvaguardia di ciò che significa essere non solo cristiani, ma anche semplicemente umani.

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mercoledì 4 febbraio 2026

SENZA COMPASSIONE

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Lo scrittore De Giovanni:

 «Senza compassione, 

perdiamo l’umanità»

Fino a mille persone potrebbero essere disperse nel Mediterraneo centrale dopo i giorni del ciclone: numeri che sfuggono ai report e all’attenzione. L’autore napoletano riflette sull’indifferenza e sulle parole necessarie per restituire voce a ogni singola storia. «Gli altri», spiega, «vanno guardati con compassione, intesa in senso etimologico: immedesimandosi nelle loro condizioni e nel loro dolore»

di Daria Capitani

Secondo l’ong Mediterranea, potrebbero essere mille i migranti partiti durante le tempeste degli ultimi giorni di cui non si hanno più notizie. «Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale», ha dichiarato ieri la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi qui su VITA (l’intervista si può leggere qui sotto). Mille vite finite nel nulla, di cui poco si scrive e poco si legge. Sfuggono ai report e all’attenzione mediatica, non tracciabili e per questo invisibili. Ben visibile, però, è l’enormità di quel numero, che supera la metà dei morti accertati in quelle stesse rotte nel 20251.873 secondo i dati forniti dall’Iom, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

Come si supera l’indifferenza? Quali parole usare per restituire unicità a ogni singola storia? Lo abbiamo chiesto a Maurizio De Giovanni, scrittore e sceneggiatore, uno che con le parole vive e lavora. Scrive della sua Napoli (ama definirsi “visceralmente tifoso della sua città”), costruisce avvincenti inchieste investigative attorno alla figura del Commissario Ricciardi e insieme a un gruppo di autori conduce il laboratorio di scrittura con i ragazzi dell’Istituto penale minorile di Nisida.

«Io scrivo facendo sempre un passo indietro», ha detto in un’intervista, «mettendo me stesso come emozione e commozione mentre racconto i personaggi». È così che dobbiamo avvicinarci a notizie come questa?

Ne sono profondamente convinto. Gli altri vanno guardati con compassione, intesa in senso etimologico: immedesimandosi nelle loro condizioni e nel loro dolore. I protagonisti di questi eventi non sono invasori, non sono rapinatori né persone che vengono a rubarci il lavoro: la stragrande maggioranza di chi raggiunge l’Italia su un barcone non vuole restarci ma andare altrove. E quando vuole rimanere, non cerca altro che un luogo in cui vivere e sfuggire alla disperazione, un posticino che gli consenta di mangiare.

Che cosa ha pensato quando ha letto quel numero?

Che le tragedie non sono tutte uguali. Che l’attenzione dell’Occidente non è la stessa di fronte alle vicende umane. Ci addoloriamo, piangiamo, ci immedesimiamo (come è giusto che sia) di fronte a una notizia atroce, grave e terribile come quella di Crans-Montana, poi volgiamo lo sguardo ai migranti e li lasciamo andare a fondo nel silenzio e nella disattenzione. Una strage continua, ripetitiva, insostenibile di cui non ci accorgiamo, che teniamo a lato, osservando i commenti di chi continua a scrivere sui social “Dovrebbero restare a casa loro”. 

In un Paese a crescita zero, che invecchia spaventosamente, continuiamo a temere i nuovi arrivi come se ci potessero togliere il piatto dal tavolo. Li vediamo come un rischio e un pericolo sociale, li lasciamo ai margini, e invece dovremmo pensare che tra quei mille c’è chi avrebbe potuto dipingere il quadro più bello della storia dell’umanità, un cantante di successo o un poeta.

Lo scrittore Maurizio De Giovanni.

Di fronte ai naufragi e al vuoto lasciato dai dispersi, sarebbe forse più semplice non guardare, non porsi domande, provare a reimmergersi ognuno nella propria quotidianità. Perché invece serve ricordare?

Una cosa è provare orrore, altra cosa è non guardare. Capisco che faccia male: anch’io preferisco immaginare che siano sbarcati da un’altra parte o che non siano proprio partiti, che ci sia stato un errore di valutazione. Ma non guardare non significa cancellare qualcosa che è accaduto, il silenzio non attutisce il dolore. Occupiamoci ancora dei dati di vendita del film di Checco Zalone, apriamo infiniti dibattiti sul Var (e lo dico da appassionato di calcio), continuiamo a indignarci per il ritardo di un treno, ma ricordiamoci sempre che il mondo non si limita a quello che succede attorno a noi.

In un commento su Fb, una nostra lettrice chiede: «Dov’è l’umanità? Non riesco più a trovare le ragioni dell’inedia, del non far nulla. Siamo anestetizzati dal dolore». Come possiamo risponderle?

L’umanità resiste al di là dell’odio e delle urla da tastiera. 

Esisterà finché ci sarà qualcuno che inorridisce di fronte a un bambino morto, che piange (anche soltanto dentro) di fronte alla sofferenza degli altri.

In apertura, il naufragio di Cutro del 26 febbraio 2023, in cui sono morte 94 persone, tra cui 35 minori. (Foto: Antonino Durso/LaPresse)


 

venerdì 30 gennaio 2026

IL METAL DETECTOR ?


Il metal detector vede le lame, 

l’educatore vede il “volto umano” dei ragazzi. 

La lezione di don Bosco oggi

“Il volto umano della devianza minorile” è quello che sono chiamati a cercare psicologi, insegnanti, educatori. Una riflessione a più voci, a Roma, in occasione della Festa di don Bosco. Il criminologo Silvio Ciappi, l’educatore Ernesto Affinati e don Silvano Oni raccontano il disagio giovanile oltre le scorciatoie securitarie. Perché «le mele marce non esistono»

di Chiara Ludovisi

«In ogni giovane, anche il più disgraziato, vi è un punto accessibile al bene»: suonano come un monito le parole di don Giovanni Bosco, nei giorni in cui parliamo di metal detector a scuola e di eserciti in strada, per rispondere alla devianza dei giovani.

Ma questi sono anche i giorni in cui si ricorda, appunto, l’opera di don Bosco e la sua vita spesa accanto a quei “disgraziati” che ha amato, accolto e accompagnato.

In occasione della Festa di don Bosco, che si celebra il 31 gennaio, una delle realtà salesiane della capitale, Borgo don Bosco, ha ospitato una mattinata di riflessione e approfondimento sul tema “Il volto umano della devianza minorile”. Un titolo che è anche una risposta alla logica securitaria e repressiva che sembra prevalere. 

La posizione emersa è chiara, ferma e comune a tutte le voci intervenute questa mattina, a partire da quella di Sandro Iannini, Sandro Iannini, delegato per l’emarginazione e il disagio dell’Ispettoria centrale. «I metal detector a scuola non sono una risposta possibile per chi ancora crede nell’umanità e nella prevenzione. Servono piuttosto patti educativi, reti, comunità reali capaci di leggere i vissuti dei ragazzi e delle ragazze».

Non esistono mele marce, ma contenitori in cui manca la felicità

Perché «non si nasce criminali, e non esistono mele marce: esistono contenitori marci, contesti che producono solitudine, noia, vergogna, assenza di senso», ha detto Silvio Ciappi, criminologo, autore del recente libro “Il branco. Storie di giovani, violenza e noia”.

«Io è una vita che mi arrabatto intorno alla questione del male», ha esordito. «Ho sempre visto davanti a me contraddizioni». Come quella del ragazzo incontrato pochi giorni prima in carcere: «Non un ragazzo dei palazzi popolari del Quarticciolo, ma un ragazzo di una “villetta”. Perché i delitti di sangue oggi non avvengono solo nelle borgate pasoliniane, ma anche nelle villette, appunto, che nascondono le psicopatologie del vuoto».

Il quadro che Ciappi ha descritto è quello di un mondo “orizzontale”: «Un ragazzo che ha avuto tutto, potrebbe essere mio figlio. Università, viaggi, sport, Erasmus, una famiglia senza fame, senza disoccupazione, senza le tradizionali cause che predispongono al reato. Eppure è un assassino. Ha ucciso la persona che amava». 

Dobbiamo costruire comunità e isole come questa in cui ci troviamo oggi, perché oggi quel che manca è proprio questo: luoghi di incontro, spazi per parlarsi, per riparare ferite. Una comunità intesa come civitas, non come polis

La spiegazione non c’è, ma pure bisogna provare a spiegare ciò che accede. E una spiegazione, per Ciappi, si trova nel «branco, che non è quello fisico che si vede per strada, ma quello digitale, che si nutre di angoscia, di noia e di vergogna, non per ciò che vorrei essere, ma per ciò che dovrei essere, agli occhi degli altri». 

Che fare, allora? «Costruire comunità e isole come questa in cui ci troviamo oggi, perché oggi quel che manca è proprio questo: luoghi di incontro, spazi per parlarsi, per riparare ferite. Una comunità intesa come civitas, non come polis».

E poi bisogna riscoprire, giovani e adulti, la «mitezza, l’umiltà del conoscere e la semplicità delle cose, dietro cui fa capolino la felicità. Perché io mi chiedo: questi giovani che incontro in carcere, che sembra abbiano avuto tutto, sono mai stati felici per quelle piccole cose che possono e devono renderci felici?».

Infine, l’autoscritica: «Noi psichiatri abbiamo psicologizzato, psichiatrizzato, medicalizzato i giovani, con saperi attuariali che non si interrogano più sulle cause del male. Nessuno vuole mettere mani e testa nei luoghi della sofferenza, perché lì ci si possono sporcare le mani. E invece è lì che la vita scorre».

La scuola che pensa ai metal detector può solo peggiorare

Sul fronte educativo, Eraldo Affinati, scrittore e fondatore della scuola di italiano per stranieri gratuita Penny Wirton, ha approfondito il tema, cruciale, della relazione educativa. «L’educatore deve essere maestro e amico: amico quando scende nella notte interiore dell’adolescente, ma anche limite, ostacolo da non superare», ha detto

E sulla base della sua esperienza, come «ragazzo agitato» prima, poi come insegnante alla Città dei Ragazzi e alla Penny Wirton, Affinati lo afferma senza ombra di dubbio: «I giovani non sono solo quelli che uccidono con un coltello. Sono anche i tanti giovani volontari che vengono a insegnare italiano ai loro coetanei stranieri. E i più bravi a farlo sono spesso quelli che a scuola vanno male: qui tirano fuori qualità insospettate, al punto che gli insegnanti non li riconoscono più».

La scuola deve tornare ad essere un’avventura conoscitiva, fondata sulla qualità della relazione. Se sei solo uno spartitore di traffico concettuale e non ti interessa profondamente del ragazzo, lui lo percepisce. E non ti seguirà più

Anche la scuola, allora, può diventare uno di quei «contenitori marci» di cui parlava Ciappi, se non tira fuori il meglio, ma addirittura il peggio dei ragazzi : «Se arriva a pensare di risolvere tutto con i metal detector, non può che peggiorare». La scuola quindi deve cambiare, perché «tanti insegnanti non parlano più con gli studenti e gli studenti a loro volta non parlano, sono intimoriti. La scuola deve tornare ad essere un’avventura conoscitiva, fondata sulla qualità della relazione. Se sei solo uno spartitore di traffico concettuale e non ti interessa profondamente del ragazzo, lui lo percepisce. E non ti seguirà più».

Il carcere minorile, dove i ragazzi si considerano «merde»

Il luogo in cui, per eccellenza, deve essere raccolta la sfida di vedere «il volto umano della devianza minorile» è il carcere. Don Silvano Oni, cappellano al Ferrante Aporti, ci ha introdotto a piccoli passi, a partire dal «rumore continuo delle porte blindate che sbattono e scandiscono le giornate».

Oggi al Ferrante Aporti ci sono 49 ragazzi, di cui 38 minori stranieri non accompagnati. Uno è dentro per aver rubato un telefonino alla persona sbagliata, tanti per altri piccoli reati come questo. Sono ragazzi che non hanno avuto pane, affetto, casa. Tanti non sanno neanche perché hanno commesso reato».

Quando sono entrato in carcere, ho buttato tutte le prediche. Mi sembravano idiote. A noi preti si chiedono risposte, ma finalmente ho capito che dovevo smettere di rispondere, dicendo cosa è giusto e cosa sbagliato. E ho iniziato ad ascoltare le domande

La realtà è che «io in carcere non incontro autori di reato, ma persone che spesso non coincidono con quello che hanno fatto. Eppure, si sentono “merde”, come uno di loro ha scritto chiaramente in un rap».

Osservando e ascoltando questi ragazzi, don Silvano ha cambiato il modo di vedere il mondo: «Quando sono entrato in carcere, ho buttato tutte le prediche. Mi sembravano idiote. A noi preti si chiedono risposte, ma finalmente ho capito che dovevo smettere di rispondere, dicendo cosa è giusto e cosa sbagliato. E ho iniziato ad ascoltare le domande».

Se i metal detector fanno scoprire le lame, l’educatore che entra in rapporto con il ragazzo scoprire «il volto umano» anche dietro la devianza e da quello parte per ricostruire qualcosa che si è rotto, se è vero che criminali non si nasce.  

Il lavoro dell’educatore «è fatto di gesti minimi: guardare, ascoltare, restituire dignità». E lo ha spiegato con la storia di un ragazzo, che «quando parlava teneva sempre una mano davanti alla bocca. Gli ho chiesto perché e alla fine ho scoperto che aveva solo tre denti. Gli abbiamo chiesto se volesse sistemarsi la bocca, ha detto di sì e ora c’è una dentista che, anche grazie alla Caritas, viene in carcere ogni martedì e pieno piano lo sta curando. I ragazzi parlano poco, tanti sono analfabeti anche nella loro lingua, ma se li osserviamo e stiamo accanto a loro senza fretta, ci lasciano scoprire le loro storie e tutto diventerà più chiaro».

Tutto il contrario del decreto Sicurezza e, prima ancora, del decreto Caivano: questo «ha prodotto un sovraffollamento che ha alzato molto lo stress: le occasioni di conflitto aumentano, i ragazzi non possono più incontrarsi tutti insieme, ma solo a piccoli gruppi, perciò alcune attività anche belle si sono perse. Certo, i ragazzi a volte vanno fermati, perché sono treni impazziti, come hanno dimostrato anche le rivolte dello scorso anno. Ma fermarli non può essere l’unica risposta, dopo devono ripartire e noi dobbiamo accompagnarli. Dobbiamo rintracciare in ogni ragazzo qualcosa di positivo e aiutarlo a farlo fiorire, ritrovando la fiducia in se stesso, non identificandosi con l’errore che ha fatto. Perché l’errore non è la fine, ma il punto di partenza». 

VITA

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domenica 18 gennaio 2026

IL SORRISO DI DIO

 In che modo Dio ci parla? Quali parole sono riconducibili al linguaggio quotidiano di Dio? 


Iniziamo un nuovo viaggio, all'insegna delle parole. E partiamo dal sorriso.


-di  Lidia Maggi e Angelo Reginato


Il sorriso dovrebbe comparire come ultima parola di un vocabolario biblico-teologico. Se non altro in base all'adagio popolare "ride bene chi ride ultimo"! Invece, questa parola "escatologica" fatica a trovare una sua collocazione tra chi prova a rendere ragione della speranza cristiana. Forse perché troppo poco solenne, sentita persino come disdicevole. 

Anche se non ha la sguaiatezza del ridere, né il cinismo del deridere, il sorridere al massimo suscita un ulteriore sorriso, che suona come un benevolo giudizio di irrilevanza. 

 Non fa parte delle grandi parole della fede; serve solo a non comparire sulla scena troppo tristi, per quanto la serietà della fede non scorga una vera e propria opposizione tra tristezza ed Evangelo. Solo questione di tatto e anche un inevitabile scendere a patti con un mondo poco serio, che cerca a tutti i costi la risata. 

 Sdoganiamo il sorriso come strategia pastorale, ingrediente oggi necessario per il marketing religioso; ma senza la pretesa di scorgervi scenari rivelativi, percorsi spirituali. Diciamo che si tratta di un compromesso tra il caso serio della fede e l'ironia postmoderna che ci ha stregati. Niente di più. Senonché, in lontananza, riusciamo ancora a sentire l'eco del "risus paschalis", di quella fragorosa risata che nel Medioevo cristiano accompagnava l'annuncio della resurrezione di Gesù. Un'eco percepibile solo tra i documenti che fanno memoria di quella stagione, prima che nei secoli successivi quella risata se l'accaparrasse Rabelais, per prendere in giro la presunta, spesso ipocrita, serietà cristiana. Eppure, quella sconveniente tradizione liturgica, che faceva del riso il protagonista della festa principale della cristianità, non nasceva da qualche mente corrotta: era frutto di una seria (!) meditazione delle Scritture. 

 Verso la Resurrezione 

 "Ride bene chi ride ultimo" è il titolo della storia di Abramo e Sara e del loro agognato e disperato desiderio di avere un figlio. Entrambi – non solo Sara – ridono di una promessa che appare ai loro occhi ridicola: concepire un figlio quando si è avanti negli anni, quando il tempo di generare è finito. Ma quando Isacco viene messo al mondo, a ridere è Dio. E se non limitiamo questa storia alla vicenda di una coppia sterile, che desidera un figlio e trova in Dio il fautore di un'inseminazione artificiale non ancora brevettata; se cogliamo la posta in gioco della narrazione dei patriarchi e delle matriarche d'Israele, tutti affetti da sterilità, soggetti di una commedia umana incapace di generare futuro e per questo afflitta da una tristezza mortale, che impedisce anche solo di scorgere un avvenire; se cioè ci misuriamo con la strategia narrativa dell'autore biblico, che racconta come "il futuro del mondo non possa nascere da un parto verginale della storia", di come sia necessario l'intervento divino per rendere generativa la nostra umanità sterile: allora intuiamo il peso di quella risata divina, che non è altro che un sorridere dell'incredulità umana, del suo attenersi allo stato di cose presente, incapace di volare alto, di sognare un mondo bello e buona, generativo, come invece compare nel desiderio di Dio, fin dal tempo della creazione del mondo. Il sorriso di Dio rimarrà iscritto nel nome stesso di Isacco e, dunque, anche in quello divino, essendo Lui il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Come dirà lo stesso Gesù, quella risata non sarà solo il titolo di un episodio del passato, che la storia successiva ha pensato bene di dimenticare. 

 Rifacendosi proprio a questo nome divino, in cui Dio lega la sua identità a quella dei patriarchi, ne spiega il senso in questi termini: è un Dio dei vivi, non dei morti. Isacco continua a vivere e a far udire il riso di Dio, perché la storia è destinata alla resurrezione. La nostra storia non è destinata a "scendere nella tomba", come osa dire il Salmo 29, che continua a cantare l'opera di Dio in questi termini: "Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia". Il libro dei Salmi, laddove è la Parola stessa di Dio a darci le parole per incontrarlo, accompagna costantemente il grido con il canto; e in questo contrappunto la gioia del sorriso riempie la scena. 

 Forza generativa 

 Ma che dire, allora, del monito di Gesù: "Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete"? La serietà dei tempi ultimi muterà in smorfia il sorriso? Il Dio di Gesù non è più il Dio di Isacco? Tutt'altro! Il sorriso di Dio si mostrerà più forte del riso dei potenti di questo mondo, che saranno rovesciati dai loro troni. Il sorriso divino non ha nulla di accondiscendente, non è l'espressione simpatica di chi pensa non vi sia alcun problema. Il suo è un sorriso sovversivo, di chi desidera ristabilire la giustizia e rendere di nuovo generativa una storia resa sterile dall'agire iniquo. 

 Secoli di cristianesimo "sacrificale" ci hanno privato della forza generativa del sorriso divino. Ora, per quel misterioso movimento a pendolo a cui sembra rispondere la nostra storia, un cristianesimo che propugna solo il benessere dell'anima rischia di farci perdere il mondo, privandoci della forza trasformativa della fede. Dunque, allegro ma non troppo? In un certo senso, sì, se il sorridere è pagato al prezzo di una levata di spalle di fronte alle ingiustizie che affliggono altri. Ma solo in questo senso. Perché l'allegria, il sorriso, una volta depurati dalle loro cattive interpretazioni, sono risorse divine. Sono il sì di Dio alla vita buona, a un mondo in cui finalmente la giustizia è ristabilita. È la forza di chi non ha potere eppure riesce a raggirare il potente, come Sifra e Pua, le levatrici che si fanno gioco di quel re che si crede Dio ed è convinto di avere controllo sulla vita e la morte dei suoi sudditi. È potente il faraone, così potente, da non riuscire a controllare quanto avviene nello spazio dove c'è meno potere: lo spazio delle donne. Da lì parte la cospirazione contro il faraone. I gemiti delle partorienti non si trasformano in pianto di cordoglio, ma in sorriso di vita. 

 Dal sorriso della puerpera a quello della profezia c'è una linea di continuità tracciata dal Dio della vita, Colui che non smette di insistere affinché l'umanità inizi a esistere. Come annunciano i profeti, si può sorridere solo di fronte a una vita vissuta in pienezza, a una storia riconciliata, poiché la gioia è il segno dei tempi ultimi, quando chi è muto, senza voce, griderà di gioia; quando l'afflizione si muterà in gioia. La parola biblica dà voce al canto e alla danza di gioia di uomini e donne che, insieme, si scoprono liberati dalle catene del faraone. Hanno attraversato le acque minacciose e sono scampati alla furia dell'esercito e, sull'altra sponda, prima di riprendere il cammino verso la libertà, celebrano quel Dio che li vuole liberi e che li accompagna nel viaggio. Allo stesso modo si sorride per quel sussulto di un bimbo nel grembo della madre alla voce del saluto della parente e per il cantico gioioso di Maria, che risponde all'accoglienza festosa di Elisabetta. E lo stupore che accomuna le due donne, trova voce in quel cantico che vede l'invisibile, un mondo che ancora non c'è eppure è già presente: "ha rovesciato i potenti dai troni e innalzato gli umili". Il sorriso, in questa prospettiva, non allarga solo il viso, ma il cuore e lo sguardo, fino a vedere oltre e scorgere l'impossibile di Dio. 

 Valore politico 

 È la "gioia piena" promessa da Gesù a chi rimane unito a Lui e alla sua parola. Pensando all'annuncio del Regno fatto da Gesù, l'apostolo Paolo scrive: "Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo". Perché i cibi e le bevande possono essere consumati ingiustamente, ridendo di coloro a cui sono stati tolti. Ma se vivi la vita lasciandoti muovere dallo Spirito di Gesù, allora sarai abitato da quella gioia che desidera pace e giustizia per tutte e tutti. 

 Sorridere alla vita è gesto politico, della polis sognata da Dio e affidata all'umanità perché custodisca e coltivi questo sogno. 

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