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martedì 20 ottobre 2026

UN VALORE AGGIUNTO

 

Migranti, 

un valore aggiunto 

per l’Italia che supera

 i 190 miliardi di euro

di Sara Fornaro

Caritas e Fondazione Migrantes chiedono l’istituzione di un permesso di soggiorno per “radicamento sociale” e un adeguato finanziamento del Fondo nazionale per le politiche migratorie. Presentato il Rapporto immigrazione 2026

Un cartello riporta la frase “Gesù era un migrante” durante la visita pastorale di papa Leone XIV all’isola di Lampedusa, il 4 luglio 2026. Foto: ANSA/ CIRO FUSCO

Bakari Sako aveva 35 anni e stava per diventare padre. Era un gran lavoratore, veniva dal Mali e faceva il bracciante nei campi di Massafra, in provincia di Taranto. Il 9 maggio scorso era uscito di casa verso le 5 del mattino per andare a lavorare, ma era stato preso di mira da un gruppo di ragazzi, quasi tutti minorenni, che dopo una prima aggressione, lo hanno ucciso in soli 4 minuti per noia e divertimento… I colpi letali li ha inferti un quindicenne.

Anche di Bakari Sako si è parlato lunedì 19 ottobre a Roma, in occasione della presentazione del 35simo Rapporto immigrazione 2026 dal titolo “Confini e frontiere”, presso la Pontificia Università Urbaniana. Il Rapporto parla di persone come Bakari, non di numeri. Propone frontiere che aprono alle relazioni, e non confini che segnano separazioni. Racconta storie, non pregiudizi. Invita all’incontro, non alla chiusura. Ma soprattutto ci sollecita a compiere un passo interiore, per superare indifferenza, paura, autoconservazione, e scegliere compassione, fraternità e corresponsabilità.

In un periodo storico in cui si moltiplicano i confini e si riducono le barriere, papa Leone ha scelto per la Giornata mondiale del migrante la frase di Gesù: chi accoglierà “anche uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. “Non è una questione di cifre o di statistiche. Il Vangelo – spiega il papa – ci invita a non fare calcoli: “anche uno solo”.

Parole che interpellano tutti i cristiani: anche coloro che affermano di difendere i valori della Chiesa cattolica, eppure propongono soluzioni alle migrazioni ben diverse dalle parole di Gesù.

L’espressione scelta dal papa sposta “il nostro sguardo dai fenomeni alle persone, dalle statistiche ai volti, dalle paure alle responsabilità”, affermano monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore della Fondazione Migrantes, e don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana, introducendo il Rapporto immigrazione. Le migrazioni, spiegano, “ci costringono a riconoscere che il mondo è un intreccio di confini condivisi. Nessuno si salva da solo, nessun popolo cresce isolandosi, nessuna comunità può immaginare il proprio futuro prescindendo dal grido di chi resta ai margini”. E i bambini sono il simbolo di questa situazione: non hanno rivendicazioni ideologiche, chiedono solo di “vivere, crescere e sperare”.

resentazione del 35simo Rapporto Immigrazione 2026 alla Pontificia Università Urbaniana, foto di Sara Fornaro

La falsa percezione e i veri dati sui migranti

Ad uccidere Bakari hanno contribuito, forse, anche i pregiudizi e le fake news. In Italia, infatti, la “caccia allo straniero” fomentata da diverse formazioni politiche, che enfatizzano i reati da loro commessi e affermano che rubano il lavoro agli italiani, contribuisce ad una falsa percezione della situazione. Al primo gennaio 2026 gli stranieri in Italia erano 5 milioni e 560 mila (9,4% della popolazione). Eppure, c’è chi crede che siano molti di più. Addirittura il 31% della popolazione.

In un anno gli stranieri sono aumentati di circa 188 mila persone (+3,5%). Vengono soprattutto da Romania, Albania e Marocco, ma stanno crescendo le comunità asiatiche. I musulmani rappresentano meno del 5,5% della popolazione. Eppure, la percezione dei cittadini è che siano il 19% della popolazione.

Il 58,1% dei cittadini stranieri risiede nel Nord, il 24,2% nel Centro e il 17,7% nel Mezzogiorno. I lavoratori stranieri sono meno di 2,6 milioni e, secondo la stima della Fondazione Leone Moressa, nel 2025 avrebbero generato 196 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 9,7% del Pil italiano. Eppure, in media, guadagnano molto meno degli italiani, all’incirca 17 mila euro l’anno. Gli stranieri in carcere al 31 dicembre 2025 erano il 31,7% del totale, in calo dal 2021.

Il Rapporto immigrazione, edito da Tau editrice, è stato curato da Manuela De Marco e Simone Varisco, con i poetici disegni di Francesco Piobbichi e contributi di 32 autrici e autori. Alla presentazione sono intervenuti il rettore dell’Urbaniana, Vincenzo Buonomo, il presidente di Caritas italiana, l’arcivescovo Benoni Ambăruş, Manuela De Marco, di Caritas italiana, padre Giovanni La Manna, direttore della Caritas diocesana di Trieste, e monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes.

Il messaggio di papa Leone

Per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, papa Leone ha ricordato che “ogni anno milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, povertà, violenze, disastri ambientali e altre tragedie; e purtroppo il loro numero continua ad aumentare… La sofferenza non si esaurisce nello spostarsi: vi sono giovanissimi che hanno perso genitori, fratelli, sorelle e amici e sono testimoni di violenze indicibili”. Altri sono separati dai familiari e tentano di ritrovarli, altri ancora vengono strappati dai genitori a causa dei rimpatri. “Vi sono poi minori che affrontano il tragitto insieme ai genitori, esposti tuttavia a condizioni estreme e traumatiche”.

A questo scenario già drammatico si sommano altre tragedie: “le morti lungo le rotte migratorie, la tratta e lo sfruttamento, il reclutamento per l’impiego di minori nei conflitti armati, la violenza sessuale, i matrimoni forzati e le atrocità subite o viste durante il tragitto. In troppi modi la loro dignità viene calpestata”. Ricordando le responsabilità di tutti nei confronti dei bambini migranti, il papa ha affermato, in particolare, che “le istituzioni pubbliche e private sono tenute a mettere al centro la protezione e la dignità di ogni singolo bambino e adolescente. Ciò comporta l’adozione di efficaci strumenti legali di protezione, promuovendo i ricongiungimenti familiari e scongiurando i traumi della separazione. È urgente un cambio di prospettiva: occorre spostare l’asse del dibattito dalla mera gestione dei flussi alla tutela piena e immediata dei diritti umani”.

Le 10 richieste ai politici italiani

A fronte delle difficoltà vissute dai migranti e alla luce del messaggio evangelico, Caritas e Migrantes chiedono ai politici italiani 10 impegni urgenti per una politica migratoria fondata su legalità, integrazione e partecipazione.

1.     Rafforzare le vie legali e sicure di ingresso.

Porre fine alle politiche che trasferiscono a Paesi terzi il controllo delle frontiere e della gestione delle migrazioni senza adeguate garanzie sul rispetto dei diritti umani, ivi compresa un’adeguata tutela delle condizioni di vulnerabilità delle persone che giungono alle nostre frontiere. Ogni normativa e ogni accordo di cooperazione dovrebbe essere sottoposto a effettivi meccanismi di trasparenza, controllo e tutela dei diritti, compreso un monitoraggio indipendente dell’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo. Ampliare le vie di accesso legale complementare, come i corridoi umanitari e le sue derivazioni, rendendo più semplici e rapide le procedure per il ricongiungimento familiare.

2.     Prevedere un permesso di soggiorno “per radicamento sociale”.

Introdurre un percorso di regolarizzazione per le persone prive di titolo di soggiorno che possano dimostrare un effettivo radicamento nel territorio, valutando durata della presenza, legami familiari, conoscenza della lingua e inserimento sociale e lavorativo.

3.     Promuovere riconoscimento delle qualifiche, formazione continua e avanzamento professionale.

Potenziare percorsi di crescita professionale, che consentano di superare discriminazioni, sovra-qualificazione e divario retributivo. Migliorare l’incontro trasparente tra domanda e offerta e l’accompagnamento personalizzato, prima e dopo l’assunzione, per le persone fragili, che rischiano di restare ai margini o di ricadere nella povertà. Contrastare lavoro irregolare e sfruttamento lavorativo.

4.     Finanziare adeguatamente il Fondo nazionale per le politiche migratorie.

Garantire risorse stabili per sostenere il processo di inserimento e integrazione nel suo complesso (scuola, formazione professionale, lavoro, servizi sociali e welfare territoriale), affinché l’integrazione sia una politica pubblica strutturale e non affidata alla capacità dei singoli territori e del Terzo settore.

5.     Tutelare i minori stranieri e riconoscere il ruolo delle nuove generazioni.

Riconoscere e valorizzare, anche attraverso investimenti mirati, il contributo dei giovani stranieri o di origine straniera, nati o cresciuti in Italia, attraverso scuola, formazione, sport, servizio civile, orientamento e inserimento lavorativo.

6.     Ripensare il sistema di welfare.

Rivedere le condizioni di accesso dei cittadini stranieri alle misure di contrasto alla povertà. I cittadini stranieri sono infatti pressoché esclusi, eppure sono i più affetti dalla povertà assoluta in Italia.

7.     Puntare su una strategia nazionale contro razzismo e discriminazioni.

Promuovere campagne pubbliche e percorsi educativi contro razzismo, discriminazione e discorsi d’odio, coinvolgendo scuole, istituzioni, media, mondo dello sport, società civile e comunità religiose, anche di origine estera. I giovani con background migratorio sono i primi a non identificarsi con “maranza” e “baby gang”.

8.     Valorizzare il protagonismo delle comunità migranti nella vita sociale e civile.

Riconoscere le associazioni, le reti civiche e le comunità di origine straniera come interlocutori stabili delle istituzioni nazionali e locali.

9.     Sostenere il contributo delle comunità religiose dei migranti alla coesione sociale.

Moltiplicare gli spazi di incontro e collaborazione tra confessioni e comunità religiose, riconoscendo il ruolo positivo che esse svolgono nell’accompagnamento delle persone, nella costruzione di legami di fiducia, nell’educazione alla convivenza e nella prevenzione dell’emarginazione. Le comunità di fede di origine straniera rappresentano una risorsa per l’integrazione e un’opportunità di arricchimento reciproco per l’intera società. In un clima di libertà religiosa e dialogo, possono contribuire a rafforzare la coesione sociale e il senso di appartenenza alla comunità locale e nazionale.

10. Fondare le politiche migratorie su dati, valutazione e responsabilità.

Assicurare la disponibilità di dati pubblici, aggiornati e accessibili e condividere valutazioni sull’efficacia delle politiche adottate. Il dibattito sull’immigrazione deve essere sottratto alla logica dell’emergenza e della contrapposizione e ricondotto a evidenze, risultati e responsabilità istituzionale per alimentare anche una comunicazione basata su dati di realtà.


Città Nuova

 

giovedì 15 ottobre 2026

FIDUCIA IN CRISI

Fiducia, in crisi… di f 

Fiducia, in crisi… di fiducia

Viaggio al centro di un’attitudine alla base di ogni relazione, personale e sociale, che oggi appare sempre più difficile da vivere. Perché? A che cosa è dovuta questa difficoltà? E, soprattutto, come affrontarla?

di  Sabina Fadel

La fiducia permea le nostre vite. Da quando saliamo in auto confidando che gli altri non guidino contromano a quando, al bar, confidiamo che il barista non ci avveleni il caffè; da quando prendiamo l’ascensore tranquilli confidando nel lavoro dei manutentori a quando, in macelleria, confidiamo che il negoziante non ci propini carne avariata... Confidiamo, cioè diamo fiducia, decine di volte al giorno a persone, istituzioni, oggetti. Ma che cos’è davvero la fiducia? La parola, dal latino fidĕre, «confidare» appunto, sta a indicare quell’attitudine umana che ci rende capaci di riconoscerci vulnerabili rispetto alle azioni di altre persone, con cui decidiamo di relazionarci basandoci sulla convinzione che esse agiranno in modo corretto verso di noi. Si tratta, dunque, di una scelta complessa, che mette insieme ragione ed emozione, perché se è vero che per fidarci di qualcuno dobbiamo valutare in modo razionale le sue intenzioni, è anche vero che la fiducia ci fa provare un senso di sicurezza molto profondo. 

Il filosofo svizzero Mark Hunyadi, nel suo libro Credere nella fiducia (Vita e Pensiero, 2025), sostiene che la fiducia non permea solo i rapporti tra esseri umani, ma il nostro stesso rapporto con l’intero mondo del reale: la fiducia, scrive infatti, è una «scommessa che orienta la mia azione e le azioni tutte» e rappresenta «ciò che ci connette con il mondo», perché l’intero nostro rapporto con il mondo, le persone, gli oggetti, le istituzioni «è di natura fiduciaria». E, allora, la crisi di fiducia che la nostra società sta attraversando quando è arrivata? Secondo Hunyadi, le sue radici risalirebbero addirittura al XIV secolo, con l’avvento della cosiddetta «rivoluzione nominalista», che affermò il concetto di individuo, vero «nemico» della fiducia. Prima di allora, infatti, in Occidente vi era una visione della realtà (ereditata da Aristotele) secondo cui tutto era orientato a uno scopo ben preciso. In questa visione, dovere dell’essere umano era solo quello di eseguire, più o meno diligentemente, il compito, il fine specifico, che gli era stato assegnato da Dio, dall’universo, da un’entità superiore, e che egli era chiamato a «conoscere attraverso la ragione e perseguire attraverso il desiderio».

Una visione che non contemplava l’idea di libertà così come noi oggi la intendiamo. In tale contesto, ovviamente, il problema della fiducia non si poneva, perché il legame sociale era la finalità stessa dell’essere umano, che riusciva a compiere il suo destino grazie, e in compagnia, degli altri. Il nominalismo si oppone a tutto questo, decretando il primato dell’uomo sulla realtà. Nulla è determinato, tranne la volontà dell’individuo, la quale, se non deve obbedire a «leggi buone» universali, non è detto sia buona per tutti. E infatti, di esempi negativi è piena la Storia. Se poi, spiega ancora Hunyadi, ci mettiamo pure la rivoluzione digitale in cui siamo immersi, la frittata è fatta. Quest’ultima, infatti, ha ulteriormente accelerato il processo di chiusura nell’individualismo, rendendo l’appagamento dei nostri desideri (più o meno guidati dal mercato e dalle big tech) più immediato e comodo e il legame sociale più fragile, dal momento che si comunica e ci si confronta realmente sempre più di rado, chiusi nelle nostre «camere di risonanza» in cui le nostre idee vengono continuamente ripetute, confermate e amplificate.

Fiducia, per sottrazione

In questo panorama sempre più desolante, che fare dunque? Accettare come inesorabile la perdita della fiducia mettendo a rischio la stessa società? Ovviamente no, risponde Luciano Manicardi, monaco e già priore di Bose, autore di un illuminante e sempre attualissimo volume, Il Vangelo della fiducia (Qiqajon, 2014). «La fiducia – ci dice infatti – è un elemento costitutivo dell’umano. Noi non siamo mai “assoluti”, cioè completamente sciolti dagli altri, non siamo autosufficienti e neppure dotati di piena indipendenza. Quindi la fiducia è irrinunciabile. Noi siamo relazione. E la relazione ha bisogno della fiducia». 

Una fiducia che impariamo sin dai primi mesi di vita, quando sperimentiamo un rapporto esclusivamente fiduciario con le nostre figure di accudimento. «La fiducia – spiega Manicardi – trova il suo alveo sorgivo nell’esperienza del bambino con la madre e i genitori, e si situa tra l’estrema vulnerabilità del neonato e la responsabilità della madre e del padre. È in quella relazione originaria che si pongono le basi della fiducia che consentirà al bambino di svilupparsi, maturare, aprirsi al mondo e agli altri. La fiducia è la matrice della vita e questo appare con evidenza nell’esperienza del neonato che sopravvive solamente grazie alle attenzioni di chi si prende cura di lui. Cura che consiste nel saper riconoscere e rispondere ai suoi bisogni e nell’accoglierlo in un contesto accudente e amoroso. Possiamo dire, allora, che la fiducia nasce da un legame e genera legami. È la vulnerabilità che, portando il neonato ad affidarsi totalmente, sollecita una risposta etica. E, più radicalmente e immediatamente, di amore. La fiducia, pertanto, contiene in sé una dimensione generativa». 

Una dimensione generativa che a un certo punto, esaurito il proprio compito, chiede anche di fare un passo indietro, in famiglia e nei contesti sociali. E pure questo va fatto con fiducia. «È proprio così – conferma Manicardi–. La dimensione generativa arriva a richiedere, nella vita adulta, anche la capacità di generare “per sottrazione”, ovvero sapendo diminuire per lasciar posto ad altri. Accade ai genitori, ma anche a livello sociale. E sappiamo come questo sia spesso difficile: ci pensiamo insostituibili, non nutriamo fiducia in chi deve succederci, e riteniamo di essere i soli che possono mandare avanti l’azienda, il dipartimento, la comunità, decidendo ciò che è bene per gli altri… In questi ambiti spesso si verifica l’incapacità o la non volontà di fare spazio ad altri accettando di mettersi di lato. La tirannia dell’ego impedisce di “fare fiducia”. Il ritirarsi, invece, è un atto di fiducia nell’altro, è un alveo fecondo, un grembo generante in cui l’altro può svilupparsi e crescere. L’esempio di Giovanni Battista che sceglie di diminuire affinché Cristo cresca è un bell’esempio di generatività gioiosa, non nella recriminazione o nel lamento. La fiducia esprime l’amore e nasce dall’amore.

La fiducia tradita

Il problema, a livello personale ma anche sociale, nasce quando la fiducia, pur appresa e messa in campo, viene a un certo punto tradita. Ed ecco allora che le amicizie o le famiglie si sfasciano e i cittadini iniziano a dubitare di tutto: non vanno più a votare «perché i politici fanno solo i loro interessi…», non credono più nella veridicità di quanto leggono «perché i giornalisti sono prezzolati e mentono…», non si fidano più dei medici «sempre al soldo di big pharma» e così via… Ma quando il virus della sfiducia colpisce una società, la mette seriamente a rischio. Urgono allora anticorpi che risanino il corpo sociale evitandogli l’annientamento. In questi casi, come possiamo ripristinare la fiducia ferita?

Guardiamo che cosa accade, per esempio, in una relazione di coppia o amicale. «Quando in una relazione viene meno la fiducia – avverte a riguardo Luciano Manicardi –, quest’ultima molto difficilmente può essere ricostruita. E, in ogni caso, la relazione cambia, perché il tradimento della fiducia ha significato, per chi l’ha subito, una rivelazione inattesa e sconvolgente del volto dell’altro per cui è come se ora avesse a che fare con un’altra persona, o almeno con aspetti inediti e indesiderati e insospettati di essa. E questa rivelazione getta un’ombra inquietante sul passato che si è vissuto con quella persona: è stato tutto falso? Con chi ho vissuto? Posso ricominciare o è tutto finito? Ne ho ancora la forza? Dire che la fiducia è essenziale a ogni relazione autentica significa riconoscere che la relazione avviene tra persone libere e che restano mistero l’una all’altra. La fiducia mi impedisce di considerare l’altro come mia propaggine: egli rimane altro da me. Mi impedisce di possederlo: egli resta libero. Mi consente di vivere ogni momento della relazione come un dono prezioso e inestimabile. E al tempo stesso precario. Anzi, tanto più prezioso proprio perché precario». 

Il che, ovviamente, può essere trasposto anche sul piano sociale: in una «società del rischio», come la nostra, proprio dal rischio di venire feriti e delusi dobbiamo ripartire, accettando che il limite è costitutivo della condizione umana. «È proprio così – ammette Manicardi–. Bisognerebbe aver sempre chiaro che la fiducia ammette la possibilità del tradimento o della delusione: non so se l’altro sarà all’altezza della fiducia, se mi deluderà, così come non posso essere certo che non sarò io stesso a tradire e deludere. La fiducia è fatta della stessa “materia” di cui è fatta l’esistenza umana e di cui sono fatte le relazioni. L’incertezza, la delusione sono sempre possibili. La fiducia non è un contratto stringente (e costringente). Questo non lenisce certo il dolore di una fiducia tradita, ma non possiamo accordare troppo potere a tale tradimento, fino al punto da toglierci la volontà di vivere. La fiducia ci ricorda che io non posseggo l’altro, non lo conosco con assoluta chiarezza, ma resta sempre un mistero. E questo vale nelle relazioni sociali ma anche nel caso di quelle profondamente intime. Il tradimento della fiducia resta all’interno di quella fragilità e vulnerabilità da cui è attraversata la fiducia stessa. Eppure sono le stesse ferite dovute alla fiducia tradita che paradossalmente ci rinviano al necessario rinnovamento della fiducia. Solo grazie alla vicinanza di altri, solo grazie a nuove o rinnovate relazioni, noi potremo mettere le nostre ferite in un contesto relazionale in cui potranno trovare consolazione. Il giusto amore di sé e per la vita ci chiede di fare delle ferite subite un elemento di conoscenza di noi e degli altri, sicché diventino dei punti di forza nel cammino esistenziale».

Ma che cos’è che rende accettabile tale rischio e la fiducia ancora possibile, nonostante tutte le esperienze negative che possiamo fare nel corso della nostra vita? «Il sentirsi amati – replica deciso Luciano Manicardi –. Il sapere che c’è chi crede in te. E crede in te perché ti conosce attraverso quella via regale che è l’amore. Conoscendo e amando in te anche le mancanze e le ombre. E questo amore ti dona libertà, ti aiuta a essere te stesso, a esprimere chi tu sei con gioia e libertà. La fiducia è estranea alle logiche del controllo, così come il controllo è estraneo alla dinamica dell’amore. Ma quando mi sento e mi so amato, posso respirare a pieni polmoni, correre nelle praterie che l’amore dell’altro mi apre dinanzi, posso essere me stesso. Essere amato mi dà fiducia nella vita e in me stesso». 

Tutto ciò, trasportato sul piano sociale, si traduce in un ripartire dalla forza della «parola data». «Nella fiducia – conferma il monaco – c’è quasi un mettersi a nudo, anche se non sempre è facile. Per far cadere le barriere che si oppongono a una piena apertura, sia nelle relazioni personali che politiche, è fondamentale la saldezza della parola, in particolare della parola della promessa. La promessa mantenuta testimonia l’affidabilità di chi promette e alimenta la sicurezza del destinatario della promessa che vede ben riposta la sua fiducia. Al contrario, la promessa non mantenuta ingenera diffidenza, fa sentire usato e manipolato colui che ha dato credito a chi prometteva e lo induce a ritrarsi della relazione. La statura etica della persona  “di parola” accresce la fiducia e costruisce relazioni più stabili. Del resto, l’autorevolezza di una persona si rivela, in modo particolare, nel suo “essere in ciò che dice”. Allora il parlare diviene non solo un dire, e neppure solo un dirsi, ma anche un darsi. Ovvero, un’apertura di fiducia verso l’altro. Analogamente alla promessa non mantenuta, anche la menzogna è distruttiva delle relazioni perché mina la fiducia. Ci possiamo chiedere se la crisi del rapporto tra generazioni, tra adulti e giovani, non sia legata anche a promesse non mantenute. E forse a un ascolto non avvenuto o deficitario da parte dei più adulti (le classi dirigenti) nei confronti dei più giovani. La fiducia, infatti, è nutrita dall’ascolto: ascoltare è accogliere, è dire di sì all’altro. E questo vale tanto nelle relazioni interpersonali quanto in quelle sociali e politiche. Grazie alla fatica dell’ascolto, le diversità che attraversano una relazione a due come le relazioni politiche e sociali possono accordarsi per costruire percorsi di convivenza comune». «Certo – conclude Luciano Manicardi – la fiducia, come abbiamo più volte ribadito, non è certezza assoluta, è sempre esposta al rischio del tradimento, non ci dà garanzie, e proprio queste sue caratteristiche ci dicono come essa sia al tempo stesso umile e coraggiosa. E, in questo, essa appare la sostanza stessa della vita che chiede coraggio e umiltà per reiniziare ogni giorno l’avventura esistenziale». 

 Messaggero Sant’Antonio

© vawiley / Getty Images

 

 

mercoledì 30 settembre 2026

CLASSI SENZA CONFINE

 


Quale scuola 

per una 


società plurale




-di MILENA SANTERINI

L’obiettivo di integrare maggiormente nella scuola alunni e studenti con background migratorio è certamente condivisibile. Ma non è facile convincersi che le politiche scolastiche attuali, compreso l’ultimo decreto-legge sul tetto del 30% degli stranieri nelle classi, realizzino effettivamente questo progetto. Al di là delle dichiarazioni ufficiali sulla necessità di far apprendere l’italiano a studenti e famiglie immigrate, compito fondamentale dell’istruzione, l’orientamento attuale sembra lentamente erodere il patrimonio di universalismo (tutti a scuola) e insieme di rispetto delle diversità culturali, sociali, etniche, di genere (scuola interculturale), che è stato costruito faticosamente negli ultimi decenni.

Un’equa distribuzione indubbiamente evita la concentrazione degli alunni di origine immigrata nelle stesse classi.

Tuttavia, ci si è chiesti perché non vigilare e far rispettare nelle scuole le disposizioni che già dal 2010 chiedono di distribuirli nelle classi e nei plessi, cosa possibile nella grande maggioranza degli istituti. E in quelli dove per motivi urbanistici vi è un alto numero di alunni neo-arrivati (Nai), perché non agire per evitare il white flight (la fuga delle famiglie italiane) con progetti di potenziamento dell’offerta formativa (dalle lingue allo sport) che rendano attraente la scuola. Ci si domanda poi perché ricorrere a un decreto che probabilmente riguarderà, secondo le proiezioni di Costanzo Ranci – tolti i nati qui e chi ha già frequentato anni di scuola – una stretta minoranza di alunni in tutta Italia. 

Se si vuole più conoscenza dell’italiano perché non aumentare le risorse a disposizione degli insegnanti?

Molti hanno osservato che le carenze linguistiche possono essere recuperate attraverso il potenziamento dell’insegnamento dell’Italiano L2, anziché la redistribuzione degli alunni. Ma le risorse messe a disposizione dal decreto, come osserva Tuttoscuola, sono largamente insufficienti.

Anche rispetto all’opportunità che i genitori imparino l’italiano, la strada maestra non è certo l’obbligo ma semmai il potenziamento dei Cpia (Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) e soprattutto il sostegno alla rete del volontariato, delle comunità, del Terzo settore, delle parrocchie, che si caricano del peso di un servizio che lo Stato non svolge sufficientemente. 

E, infine, se veramente si vuole integrare bambini e ragazzi che si sentono e sono italiani, il vero potente strumento di inclusione e coesione sociale sarebbe concedere loro la cittadinanza.

Quindi, mentre si proclama la necessità di integrare, si manda un messaggio che in realtà va in altra direzione. Temere che i bambini italiani “si sentano nell’angolo” e diventino “minoranza” a scuola evoca l’invasione da parte degli “altri” minacciosi, in realtà sempre bambini. Ma così la classe non viene considerata come una comunità di minori tutti diversi perché maschi e femmine, di diversa classe sociale o origine etnica e di differenti personalità, ma come un luogo di incontro/scontro tra appartenenti a nazioni diverse. Perché arruolare nel nazionalismo bambini e ragazzi creando un conflitto di appartenenza?

 Perché richiamare la gerarchia tra i gruppi (“prima gli italiani”) invece di insegnare l’uguaglianza dei diritti di tutti gli esseri umani? Il termine “assimilazione”, utilizzato nei dibattiti di questi giorni, suona in modo equivoco. I valori della Costituzione non soltanto si insegnano ma si vivono realmente nella scuola. 

L’uguaglianza deve essere praticata senza che gli alunni venuti da lontano si sentano di serie B, tollerati e guardati con sospetto, smistati per rispondere alle paure delle famiglie. Paure alimentate sempre dalla politica per avere un bersaglio su cui far scaricare la frustrazione della gente. Il curricolo ufficiale dice “integrazione”, quello nascosto comunica divisione tra gruppi e sovranismo.

Nelle ultime Indicazioni nazionali del 2025 il tema dell’inclusione degli alunni stranieri non compare. L’educazione interculturale, di cui già parlavano le Circolari dell’allora Ministro Mattarella, sarebbe la risposta ad una scuola delle diversità, dove ciascuno è differente dall’altro per mille motivi (e non solo la lingua), ma è divenuta un tabù, mai nominata in nessun documento. Senza educare al confronto si isolano le identità culturali contrapponendole (“Occidente” contro il resto del mondo) mentre nel mondo attuale siano tutti interconnessi e interdipendenti. 

Le identità, come nota Mauro Ceruti, non sono “contro l’alterità” ma sempre in relazione reciproca. Quindi non abbiamo bisogno di una scuola identitaria, ma che insegni a vivere nel pluralismo, specie in tempi di guerra. Rendere estranei e considerare gli immigrati persone da cui difendersi mortifica Ahmed, che si sente italiano, Irina, che si è rifugiata nel nostro Paese, Andrei, che vorrebbe essere figlio di due popoli, Camila, che sogna di avere tanti amici.

Ma soprattutto è una minaccia a quella grande ricchezza che è l’unità e la coesione di una società.

www.avvenire.it

sabato 9 maggio 2026

ARTIGIANI DI PACE

 


Proprio come un artigiano lavora con pazienza, cura e dedizione, anche la pace è il frutto di piccoli gesti compiuti con amore e responsabilità.

La pace inizia dentro ogni persona e si diffonde attraverso semplici atteggiamenti: perdonare, comprendere, accogliere e promuovere il bene.

Essere artigiani di pace significa avere il coraggio di agire in modo diverso. È rispondere al male con il bene, trasformare i conflitti in opportunità di riconciliazione.

Ogni gesto di bontà, ogni atteggiamento di giustizia e ogni parola di incoraggiamento sono come piccoli tasselli che aiutano a costruire un mondo più pacifico.

Che possiamo essere veri artigiani di pace, portando serenità, comprensione e amore a tutti coloro che incrociano il nostro cammino.

(Apollonio Carvalho Nascimento)

giovedì 30 aprile 2026

UNA PEDAGOGIA PER IL FUTURO

 


C’è un paradosso al cuore del modo in cui Gesù forma i suoi discepoli, un paradosso che sfida ogni pedagogia del controllo e ogni spiritualità del possesso: il vero maestro è colui che si ritira, che crea spazio, che rende possibile persino il tradimento. Non come fallimento, ma come dono. 

 


di Paolo Gamberini 

Il Buon Pastore e Giuda 

 Alessandro Deho ci offre una chiave interpretativa sorprendente: Cristo è stato davvero un buon pastore perché tra i suoi c’era anche Giuda. La presenza del traditore nel cerchio più intimo non è una macchia sulla figura del maestro — è la sua più alta certificazione. Un maestro che seleziona solo chi lo amerà per sempre, che si circonda solo di fedeli garantiti, rivela in questo gesto il suo bisogno di conferma, la sua fragilità narcisistica mascherata da autorità spirituale. 

 Gesù non impedisce a Giuda di tradirlo. Non lo espelle quando potrebbe, non lo smonta pubblicamente, non lo usa come esempio ammonitore. Lo lascia libero. E questa libertà lasciata all’altro — anche quando quell’altro sta percorrendo una strada oscura — è lo schema della grazia. Non la grazia sentimentale, consolatoria, ma quella strutturale: quella che abilita alla possibilità del tradimento, e proprio così autentica la libertà del discepolo. 

 Il Maestro che si Sforma 

 Teilhard de Chardin scriveva: “Non sono, né posso, né voglio essere un maestro. Prendete di me ciò che vi aggrada e costruite il vostro edificio.” In queste parole c’è qualcosa di radicalmente anti-pedagogico nel senso corrente del termine. Il grande teologo e scienziato gesuita non rinuncia alla trasmissione — rinuncia al controllo della trasmissione. Offre se stesso come materiale da costruzione, non come schema da replicare. 

 Si coglie in questo movimento la struttura stessa della kenosi di Cristo: il vero maestro forma attraverso uno s-formarsi, si svuota della propria forma per diventare capace di trasformare. Non è il modello che impone la propria sagoma all’argilla, ma la forza che libera la forma già contenuta nella materia. La kenosi — lo svuotamento di Cristo di cui parla Paolo nella lettera ai Filippesi — non è solo un evento cristologico: è il metodo pedagogico di Dio. 

 L’Assenza come Presenza Più Alta 

C’è un momento nel Vangelo di Luca che condensa tutto questo con forza narrativa straordinaria: i discepoli di Emmaus camminano con il Risorto senza riconoscerlo, lo invitano a fermarsi, e nel momento esatto in cui lo riconoscono nello spezzare il pane — lui scompare. Si fa assente proprio nell’istante della rivelazione. 

 Non è crudeltà. È il compimento del metodo. Gesù non lascia i discepoli con una sua immagine da venerare, con modelli o esempi da imitare ma con un gesto da ripetere e una comunità in cui ripeterlo. Fate questo in memoria di me. La sua assenza fisica è la condizione perché la loro presenza — la loro soggettività, la loro libertà, la loro responsabilità — possa finalmente dispiegarsi. Come scrive Deho: “Il vero Dio è presente ma non occupa la presenza. La dispone alla possibilità di assenza perché la mia presenza — e non solo la sua — si possa dare.” 

 Questo è il rovesciamento di ogni forma di maestro seduttivo e manipolatore: costui si rende indispensabile, occupa il campo visivo del discepolo, coltiva la dipendenza affettiva e intellettuale. Gesù invece lavora sistematicamente alla propria irrilevanza operativa — non perché non ami i suoi, ma perché li ama abbastanza da volerli interi, capaci di stare in piedi senza di lui. 

 Una Pedagogia per il Futuro 

 Teilhard chiudeva la sua riflessione con una visione: “Il futuro appartiene a coloro che trasmettono alla prossima generazione motivi per sperare.” Non certezze, non risposte, non sistemi chiusi. Motivi per sperare: cioè orientamenti aperti, energie vitali, domande fecondate. 

 È questo il lascito dell’arte di Gesù di fare discepoli. Non una scuola che perpetua se stessa, non un movimento che custodisce gelosamente il metodo del fondatore, ma una comunità di persone che sanno mettersi da parte perché l’altro cresca. Che sanno, come Cristo, lasciare andare — anche verso il tradimento, anche verso l’errore — perché la libertà non è un rischio da gestire, ma il nome stesso dell’amore quando si fa adulto. 

 Il buon pastore non trattiene il gregge. Lo conduce fino al punto in cui il gregge può camminare da solo. E poi si fa da parte. “Non ambisco che di essere gettato nelle fondamenta di qualcosa che cresce.” Forse questa è, in ultima analisi, la sola ambizione lecita per chi voglia davvero educare persone libere.

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venerdì 20 febbraio 2026

LA VERITA' DEL MARE

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Lungo le coste occidentali di Sicilia e Calabria stanno emergendo i cadaveri dei migranti scomparsi nelle scorse settimane. 

Oggi il mare è il luogo dove, se vogliamo, possiamo finalmente capire cosa significa lasciare morire.

 Perché è di questo che si tratta. Non di una tragedia naturale ineluttabile.

 Il ciclone Harry ha fatto quello che fanno i cicloni. 

Ma mille persone su barche di fortuna in gennaio nel Mediterraneo centrale non sono un fatto della natura

di Stefano Arduini

Il mare non mente. Questa è la cosa che fa più paura, in fondo. Noi possiamo mentire — a noi stessi, agli altri, ai numeri. Possiamo smettere di cercare, possiamo archiviare un file, possiamo scrollare. Possiamo costruire narrazioni in cui mille persone svaniscono in una tempesta e diventano un’«incertezza statistica», un problema di conteggio, una nota a piè di pagina nella cronaca di un ciclone chiamato Harry. Possiamo farlo perché siamo diventati bravi, bravissimi, a guardare senza vedere. Ma il mare, no. Il mare non archivia. Non scrolla. Non passa oltre.

In questi giorni sta restituendo i corpi. Uno a uno, come un contabile che tiene i libri meglio di noi. Come un testimone ostinato che si rifiuta di tacere. Il mare li aveva presi — queste donne, questi uomini, queste bambine — e ora li rimanda indietro, sulla riva, davanti ai nostri occhi. Come a dire: guardate. Eccoli. Adesso guardate.

Grazie alle cronache di Avvenire e Manifesto, i due quotidiani che meritoriamente oggi trattano la vicenda con lo spazio che merita, sappiamo che almeno tredici corpi tra il 6 e il 17 febbraio sono riemersi lungo le coste occidentali di Sicilia e Calabria. Cinque intorno all’isola di Pantelleria — due in mare, tre sulle scogliere. Uno a San Vito Lo Capo, uno a Marsala, uno davanti all’isolotto della Colombaia di Trapani. Poi la Calabria: Scalea, Amantea, Tropea, Paola. Sul lungomare di Paola sono apparsi i resti di un essere umano: metà busto, solo la parte inferiore, con le gambe e il bacino. Si presume appartenesse a un giovane. A Scalea un passante ha notato una salma così consumata dalla decomposizione da sembrare, a prima vista, un arbusto.

A Tropea sono stati alcuni studenti ad avvistare qualcosa tra le onde e ad allertare la Capitaneria di porto. Il comandante Giuseppe Durante è andato a vedere. «Inizialmente si pensava a due corpi distinti», racconta. «In realtà è uno solo. O meglio quel che resta di un uomo». Era spiaggiato, con il salvagente ancora attorno alla parte bassa del corpo. Poi il mare l’ha ripreso. E quando i ragazzi lo hanno rivisto in acqua, con quel salvagente arancione, hanno pensato a un secondo corpo. «Ho riconosciuto quel salvagente», dice Durante. «Sono gli stessi che vengono usati dai migranti. Ho partecipato a tanti soccorsi negli anni scorsi e li riconosco».

Ieri il comandante Durante ha fatto il suo primo bagno in mare della stagione. Avrebbe voluto farlo in un’altra occasione. Invece si è buttato tra le onde agitate per recuperare quel che restava di quell’uomo. Un giovane ridotto a metà. Un salvagente arancione che un comandante riconosce perché ne ha visti troppi. Un corpo che sembra un arbusto. Questo è quello che il mare ci sta consegnando in questi giorni, con la pazienza e l’inesorabilità di chi non ha fretta, di chi sa che prima o poi qualcuno dovrà guardare.

Ora il Mediterraneo ci dà una seconda chance. Perché è fatto così, il mare — antico, indifferente alla nostra indifferenza, impermeabile alle nostre narrazioni. Omero lo chiamava ἀτρύγετος, «infecondo», «inesauribile», sterminato. Aveva ragione in tutto tranne che in una cosa: il Mediterraneo è ferocemente fecondo di verità. Paul Valéry, poeta e filosofo che di questo mare era figlio, scrisse che «il mare è sempre ricominciato». Lo intendeva come una metafora della coscienza, del pensiero che non si lascia fermare. Il mare ricomincia davvero. Ricomincia a parlarci. Ricomincia a mostrarci quello che abbiamo scelto di non vedere.

Mare nostrum

C’è una parola greca che i Romani tradussero con mare nostrum. Era un atto di possesso, di orgoglio imperiale. Questo mare è nostro. Oggi è anche il luogo dove l’umanità muore. E dove — questo è il punto che il mare ci sta sbattendo in faccia — non andiamo a cercarla.

Il filosofo Emmanuel Levinas ha costruito tutta la sua etica attorno a un’idea: il volto dell’altro. Il volto, diceva, è «l’epifania dell’infinito». Incontrare un volto umano è un appello morale irresistibile — o dovrebbe esserlo. È l’origine di ogni responsabilità. «Il volto apre il discorso originario», scriveva. Non si può guardare un volto e restare indifferenti. Ma noi li avevamo resi invisibili, questi volti. Li avevamo trasformati in un numero incerto — 380, o forse mille, non sapremo mai — e un numero non ha volto. Un numero non ti guarda. Un numero non ti chiama in causa. Il mare ora ci restituisce i volti. È questo che sta facendo in questi giorni, riportando a riva i corpi di chi avevamo già dimenticato. È un atto di una crudeltà gentile, se esiste una cosa del genere.

Morire

Il mare è «il luogo dove si capisce finalmente cosa significa morire», sosteneva Albert Camus, che era figlio del Mediterraneo come pochi. Lo scrisse pensando alla bellezza, alla luce, all’assurdità felice dell’estate algerina. Ma quella frase oggi risuona in modo diverso. Il mare è il luogo dove, se vogliamo, possiamo finalmente capire cosa significa lasciare morire. Perché è di questo che si tratta. Non di una tragedia naturale ineluttabile. Il ciclone Harry ha fatto quello che fanno i cicloni. Ma mille persone su barche di fortuna in gennaio nel Mediterraneo centrale non sono un fatto della natura: sono il risultato di scelte politiche, di accordi con governi che non garantiscono la sopravvivenza, di operazioni di soccorso non attivate, di un’Europa che ha deciso che alcune vite valgono il rischio della traversata.

L’ammiraglio Vittorio Alessandro, guardia costiera ora in pensione, spiega la geometria di questa morte: i corpi che stiamo trovando lungo le coste tirreniche della Calabria e della Sicilia occidentale sono stati sospinti prima verso nord dal ciclone, poi verso est, poi verso costa. Una traiettoria che la fisica del mare ha tracciato mentre noi guardavamo altrove. Mentre il governo esultava per la riduzione degli sbarchi nel primo mese e mezzo del 2026.

Secondo l’Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, nel solo mese di gennaio appena trascorso più di 450 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo: tre volte il dato di gennaio 2025. Tre volte. «Hanno trasformato il Mediterraneo in un enorme cimitero», dice Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans. «Da dieci giorni i nostri gruppi locali in Sicilia e Calabria stanno monitorando lo stillicidio di ritrovamenti di corpi lungo le coste: è la tragica conferma dell’ecatombe di persone migranti che si è consumata tra il 15 e il 22 gennaio in mare. 

Ma ci chiediamo: nelle istituzioni del nostro Paese di questa strage e delle centinaia di vittime interessa a qualcuno?»

È una domanda retorica. Ma vale la pena ripetere la domanda finché non diventa insopportabile. Qualcuno ha calcolato che è accettabile girarsi dall’altra parte. 

E noi — opinione pubblica, comunità, cittadini — abbiamo accettato il calcolo?. 

Il mare ha deciso di non accettarlo.

Credit foto: Francisco Seco/La Presse

VITA

 

sabato 14 febbraio 2026

IL BLOCCO NAVALE

 


ESSERE CRISTIANI

 ED 

ESSERE UMANI



-di Giuseppe Savagnone 

 

Una svolta sull’immigrazione

È di questi giorni il varo, da parte del nostro governo, del disegno di legge in cui si prevede il «blocco navale» per impedire l’ingresso nelle nostre acque territoriali di imbarcazioni con a bordo migranti, segnando, a quanto afferma un quotidiano molto vicino al governo, una «svolta sull’immigrazioni». In un video la presidente del Consiglio, sfoggiando ancora una volta la grinta che tanto piace agli italiani, lo ha celebrato come un grande successo personale: «Abbiamo finalmente potuto mantenere un altro impegno che avevamo preso con i cittadini nel nostro programma di governo: per tutti quelli che dicevano che era impossibile voglio ricordare che niente è davvero impossibile per chi è determinato».

La premier non ha mancato di sottolineare il proprio ruolo centrale nella svolta della politica europea che ha reso legittima questa misura, da sempre esclusa in base a criteri umanitari che oggi, grazie a lei, sono stati finalmente superati: «È una opzione – ha detto – compatibile con le nuove regole europee, che l’Italia ha contribuito a formare, a dimostrazione che tutto il lavoro che abbiamo fatto finora sta imprimendo una svolta totale nella gestione del fenomeno in Europa».

Ma di che cosa esattamente si tratta? Lo spiega l’art. 10, dove si dice che «nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’interno». Costituiscono minaccia grave «il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale; la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini; le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale; gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza».

Se il disegno di legge sarà approvato, come è prevedibile, sarà possibile al governo impedire alle navi delle ONG che soccorrono i naufraghi – già penalizzate dalle norme che le costringono a non realizzare più di un salvataggio per volta e a  recarsi, per sbarcarli, in porti spesso molto lontani – di entrare nelle acque territoriali italiane. Più in generale, il blocco blinda le vie di accesso alle nostre coste, alzando una barriera insuperabile  di fronte a cui le imbarcazioni dei migranti saranno destinate  o al naufragio, o  al rientro nelle acque libiche e tunisine, dove i profughi saranno accolti dagli aguzzini e dai lager a cui speravano di essere scampati.

Una legge in contrasto col nostro ordinamento giuridico

Nei confronti delle nuove misure sono state sollevate obiezioni di carattere giuridico. Giorgia Meloni ha parlato di «una opzione compatibile con le nuove regole europee». Ma il passaggio in acque territoriali è materia regolata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), ratificata anche dall’Italia e quindi divenuta anche in Italia legge nazionale in virtù dell’art. 117 della Costituzione, che impone il rispetto «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Nemmeno le regole europee possono invalidare e sostituire queste norme.

Ora, la Convenzione suddetta elenca già tassativamente i casi in cui uno Stato può interdire l’ingresso nelle proprie acque: uso della forza, spionaggio, esercitazioni militari, traffici illegali di persone o merci, pesca o ricerca non autorizzate.  Uno Stato «non può aggiungere arbitrariamente nuove eccezioni, specialmente se violano l’obbligo di soccorso e la tutela dei diritti fondamentali», spiega Giuseppe Cataldi, ordinario di Diritto internazionale all’Università L’Orientale di Napoli e presidente dell’Associazione internazionale del diritto del mare, in una intervista al «Fatto quotidiano». Invece è proprio quello che fa il ddl del governo, che, alle fattispecie previste tassativamente, aggiunge arbitrariamente «pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie internazionali ed eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza».

Siamo dunque di fronte a una chiara violazione del diritto internazionale, il che non stupisce da parte di un governo che, nella persona della premier Meloni e del vice-premier, Salvini ha sempre sottolineato la sua stima incondizionata e la sua  piena sintonia  con quel Donald Trump per cui il diritto ormai coincide con la forza. E non è un caso che la parola magica, per giustificare questa misura come per tutta la politica interna ed estera del presidente degli Stati Uniti, sia la parola «sicurezza».

Il prezzo umano dei successi

Colpisce il fatto che a questa scelta – di decisiva importanza, secondo la nostra premier- i media e l’opinione pubblica abbiano dedicato assai meno attenzione che alla ripresa delle indagini per il delitto di Garlasco, avvenuto diciotto anni fa. Eppure qualche domanda essa dovrebbe sollevarla.

Una nasce spontanea ascoltando le parole di compiacimento che la nostra premier pronuncia esaltando i risultati della su apolitica migratori: «I numeri che abbiamo raggiunto in questi anni, -60% di sbarchi, +55% di rimpatri, ci incoraggiano a fare ancora meglio e vogliamo farlo».

Dove sono finite le persone che non sono più riuscite a sbarcare e quelle che abbiamo rimpatriato nei paesi da cui erano fuggite? Possibile che nessuno sembri chiederselo? Meloni sicuramente non lo fa. La sua viene presentata come una vittoriosa campagna contro dei delinquenti. In realtà, coloro di cui si parla, contrariamente a quanto ci è stato ripetuto continuamente, sono esseri umani fuggiti dal loro mondo di povertà e di violenza per cercare da noi, col nostro aiuto, una vita migliore.

Se sono fuori-legge, lo sono solo nel senso che le leggi xenofobe fatte da questo governo e a quelli precedenti – per lo più sotto l’impulso della Lega, quasi sempre al potere negli anni bui di questa Seconda Repubblica – hanno impedito loro di giungere legalmente nel nostro paese, costringendoli a spendere i loro poveri risparmi e a rischiare le loro vite per fare clandestinamente un viaggio che i ricchi stranieri fanno in aereo, con tanto di passaporto.

Per questo hanno lasciato le loro case, il loro lavoro, le loro relazioni umane, avventurandosi in luoghi inospitali, attraversando deserti in balìa di trafficanti di esseri umani che li trattavano come bestie, e sono arrivati sulle coste del Mediterraneo, in Libia e in Tunisia, da dove speravano di partire per l’Italia.

Ma i nostri governi – il primo è stato quello di “sinistra” presieduto dall’on. Gentiloni, sotto la gestione del ministro Minniti, ma poi ha continuato  quello attuale – hanno fatto accordi con i leader libici e con il presidente-dittatore tunisino che, in cambio di lauti finanziamenti, si sono impegnati a impedire le partenze e hanno bloccato  coloro che arrivavano dalle più vare regioni dell’Africa in campi di detenzione che tutti gli osservatori internazionali descrivono come veri e propri lager. Ecco spiegata  la diminuzione delle partenze.

Malgrado queste restrizioni violente, a un certo numero di persone è stato concesso di partire, in cambio di soldi o, per le donne, di prestazioni sessuali, ma sono stati stipate su barconi fatiscenti e abbandonate in mezzo al Mediterraneo,  esposti alle condizioni metereologiche avverse e a rischio continuo di naufragio.

E proprio da questi naufragi cercavano di salvarli le navi delle Ong, riscendoci sempre di meno per le misure con cui   il nostro governo ha  sistematicamente ostacolato la loro opera. Così molti non sono arrivati mai in Italia semplicemente perché sono affogati.  Leggiamo su «Avvenire» che solo a gennaio almeno 375 migranti sono stati dichiarati morti o dispersi a seguito di molteplici naufragi “invisibili” nel Mediterraneo centrale, in condizioni meteorologiche estreme, con centinaia di altre morti che si ritiene non siano state registrate.   

Ma è davvero per il bene dell’Italia?

È per il bene dell’Italia, dicono molti. Altrimenti la nostra economia tracollerebbe. Tanto è vero che anche gli altri paesi europei stanno adottando la linea Meloni. A smentire questa tesi, però, c’è l’esempio della Spagna, la cui crescita economica è attualmente la più elevata d’Europa – più del doppio della media europea – proprio grazie, dicono gli osservatori, ai migranti. Proprio in questi giorni ha fatto scalpore la notizia che in Spagna sono stati regolarizzati 500.000 migranti.

Perché il governo spagnolo ha seguito una politica opposta alla nostra, considerando gli immigrati una risorsa. Così nel 2025 il Pil spagnolo è cresciuto del 2,9%., mentre quello italiano dello 0,4%.

Certo, questo implica una vera accoglienza, non quella che in Italia facciamo chiudendo nei Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) quelli che riescono ad arrivare e ostacolando in ogni modo la loro integrazione, col risultato di inchiodarli alla loro condizione di emarginati. Il governo spagnolo si è impegnato a mettere questi stranieri in condizione di inserirsi nel sistema produttivo, ovviando così alla crisi demografica che travaglia l’Europa e mettendo così al sicuro il sistema pensionistico. A differenza dell’Italia, dove gli imprenditori chiedono più mano d’opera e molti economisti italiani seri denunziano l’impossibilità dell’Inps di continuare  a pagare le pensioni agli anziani, a causa della riduzione dei contributi dei giovani.

La divaricazione tra la Chiesa e il nostro governo

Ma c’è anche un altro aspetto della questione migranti, che il disegno di legge sul blocco navale solleva. Lo ha messo in luce papa Leone XIV, ai primi dello scorso ottobre, in un’omelia in pazza San Pietro. «Penso ai fratelli migranti, che hanno dovuto abbandonare la loro terra, spesso lasciando i loro cari, attraversando le notti della paura e della solitudine, vivendo sulla propria pelle la discriminazione e la violenza», ha detto il Papa all’inizio dell’omelia. E ha continuato: «Quelle barche che sperano di avvistare un porto sicuro e quegli occhi carichi di angoscia e speranza non possono e non devono trovare la freddezza dell’indifferenza o lo stigma della discriminazione!».

Paradossalmente il laicista governo socialista di Sanchez sta facendo una politica migratoria molto più conforme allo spirito del vangelo e alla visione  della Chiesa che non la nostra premier Meloni, che ha sempre dichiarato di ispirarsi all’insegnamento dei papi e il nostro vicepremier Salvini, che fino a poco tempo fa esibiva nei suoi discorsi la Bibbia e il rosario.

La divaricazione tra il nostro governo e la posizione di papa Leone – in perfetta continuità con i suoi predecessori – è evidenziata da un altro discorso del pontefice, alla fine dello stesso mese di ottobre, dove affronta esplicitamente, tra l’altro, il tema cruciale della sicurezza. «Gli Stati, ha detto il pontefice, hanno il diritto e il dovere di proteggere i propri confini, ma ciò dovrebbe essere bilanciato dall’obbligo morale di fornire rifugio. Con l’abuso dei migranti vulnerabili, non assistiamo al legittimo esercizio della sovranità nazionale, ma piuttosto a gravi crimini commessi o tollerati dallo Stato. Si stanno adottando misure sempre più disumane – persino politicamente celebrate – per trattare questi “indesiderabili” come se fossero spazzatura e non esseri umani».

In un mondo occidentale che – negli Stati Uniti con Trump, in Europa e in Italia con la linea Meloni – sembra aver perduto di vista il senso della dignità delle persone, la Chiesa cattolica sembra essere rimasto oggi l’ultimo punto di riferimento per la salvaguardia di ciò che significa essere non solo cristiani, ma anche semplicemente umani.

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