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sabato 14 febbraio 2026

IL BLOCCO NAVALE

 


ESSERE CRISTIANI

 ED 

ESSERE UMANI



-di Giuseppe Savagnone 

 

Una svolta sull’immigrazione

È di questi giorni il varo, da parte del nostro governo, del disegno di legge in cui si prevede il «blocco navale» per impedire l’ingresso nelle nostre acque territoriali di imbarcazioni con a bordo migranti, segnando, a quanto afferma un quotidiano molto vicino al governo, una «svolta sull’immigrazioni». In un video la presidente del Consiglio, sfoggiando ancora una volta la grinta che tanto piace agli italiani, lo ha celebrato come un grande successo personale: «Abbiamo finalmente potuto mantenere un altro impegno che avevamo preso con i cittadini nel nostro programma di governo: per tutti quelli che dicevano che era impossibile voglio ricordare che niente è davvero impossibile per chi è determinato».

La premier non ha mancato di sottolineare il proprio ruolo centrale nella svolta della politica europea che ha reso legittima questa misura, da sempre esclusa in base a criteri umanitari che oggi, grazie a lei, sono stati finalmente superati: «È una opzione – ha detto – compatibile con le nuove regole europee, che l’Italia ha contribuito a formare, a dimostrazione che tutto il lavoro che abbiamo fatto finora sta imprimendo una svolta totale nella gestione del fenomeno in Europa».

Ma di che cosa esattamente si tratta? Lo spiega l’art. 10, dove si dice che «nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’interno». Costituiscono minaccia grave «il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale; la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini; le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale; gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza».

Se il disegno di legge sarà approvato, come è prevedibile, sarà possibile al governo impedire alle navi delle ONG che soccorrono i naufraghi – già penalizzate dalle norme che le costringono a non realizzare più di un salvataggio per volta e a  recarsi, per sbarcarli, in porti spesso molto lontani – di entrare nelle acque territoriali italiane. Più in generale, il blocco blinda le vie di accesso alle nostre coste, alzando una barriera insuperabile  di fronte a cui le imbarcazioni dei migranti saranno destinate  o al naufragio, o  al rientro nelle acque libiche e tunisine, dove i profughi saranno accolti dagli aguzzini e dai lager a cui speravano di essere scampati.

Una legge in contrasto col nostro ordinamento giuridico

Nei confronti delle nuove misure sono state sollevate obiezioni di carattere giuridico. Giorgia Meloni ha parlato di «una opzione compatibile con le nuove regole europee». Ma il passaggio in acque territoriali è materia regolata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), ratificata anche dall’Italia e quindi divenuta anche in Italia legge nazionale in virtù dell’art. 117 della Costituzione, che impone il rispetto «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Nemmeno le regole europee possono invalidare e sostituire queste norme.

Ora, la Convenzione suddetta elenca già tassativamente i casi in cui uno Stato può interdire l’ingresso nelle proprie acque: uso della forza, spionaggio, esercitazioni militari, traffici illegali di persone o merci, pesca o ricerca non autorizzate.  Uno Stato «non può aggiungere arbitrariamente nuove eccezioni, specialmente se violano l’obbligo di soccorso e la tutela dei diritti fondamentali», spiega Giuseppe Cataldi, ordinario di Diritto internazionale all’Università L’Orientale di Napoli e presidente dell’Associazione internazionale del diritto del mare, in una intervista al «Fatto quotidiano». Invece è proprio quello che fa il ddl del governo, che, alle fattispecie previste tassativamente, aggiunge arbitrariamente «pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie internazionali ed eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza».

Siamo dunque di fronte a una chiara violazione del diritto internazionale, il che non stupisce da parte di un governo che, nella persona della premier Meloni e del vice-premier, Salvini ha sempre sottolineato la sua stima incondizionata e la sua  piena sintonia  con quel Donald Trump per cui il diritto ormai coincide con la forza. E non è un caso che la parola magica, per giustificare questa misura come per tutta la politica interna ed estera del presidente degli Stati Uniti, sia la parola «sicurezza».

Il prezzo umano dei successi

Colpisce il fatto che a questa scelta – di decisiva importanza, secondo la nostra premier- i media e l’opinione pubblica abbiano dedicato assai meno attenzione che alla ripresa delle indagini per il delitto di Garlasco, avvenuto diciotto anni fa. Eppure qualche domanda essa dovrebbe sollevarla.

Una nasce spontanea ascoltando le parole di compiacimento che la nostra premier pronuncia esaltando i risultati della su apolitica migratori: «I numeri che abbiamo raggiunto in questi anni, -60% di sbarchi, +55% di rimpatri, ci incoraggiano a fare ancora meglio e vogliamo farlo».

Dove sono finite le persone che non sono più riuscite a sbarcare e quelle che abbiamo rimpatriato nei paesi da cui erano fuggite? Possibile che nessuno sembri chiederselo? Meloni sicuramente non lo fa. La sua viene presentata come una vittoriosa campagna contro dei delinquenti. In realtà, coloro di cui si parla, contrariamente a quanto ci è stato ripetuto continuamente, sono esseri umani fuggiti dal loro mondo di povertà e di violenza per cercare da noi, col nostro aiuto, una vita migliore.

Se sono fuori-legge, lo sono solo nel senso che le leggi xenofobe fatte da questo governo e a quelli precedenti – per lo più sotto l’impulso della Lega, quasi sempre al potere negli anni bui di questa Seconda Repubblica – hanno impedito loro di giungere legalmente nel nostro paese, costringendoli a spendere i loro poveri risparmi e a rischiare le loro vite per fare clandestinamente un viaggio che i ricchi stranieri fanno in aereo, con tanto di passaporto.

Per questo hanno lasciato le loro case, il loro lavoro, le loro relazioni umane, avventurandosi in luoghi inospitali, attraversando deserti in balìa di trafficanti di esseri umani che li trattavano come bestie, e sono arrivati sulle coste del Mediterraneo, in Libia e in Tunisia, da dove speravano di partire per l’Italia.

Ma i nostri governi – il primo è stato quello di “sinistra” presieduto dall’on. Gentiloni, sotto la gestione del ministro Minniti, ma poi ha continuato  quello attuale – hanno fatto accordi con i leader libici e con il presidente-dittatore tunisino che, in cambio di lauti finanziamenti, si sono impegnati a impedire le partenze e hanno bloccato  coloro che arrivavano dalle più vare regioni dell’Africa in campi di detenzione che tutti gli osservatori internazionali descrivono come veri e propri lager. Ecco spiegata  la diminuzione delle partenze.

Malgrado queste restrizioni violente, a un certo numero di persone è stato concesso di partire, in cambio di soldi o, per le donne, di prestazioni sessuali, ma sono stati stipate su barconi fatiscenti e abbandonate in mezzo al Mediterraneo,  esposti alle condizioni metereologiche avverse e a rischio continuo di naufragio.

E proprio da questi naufragi cercavano di salvarli le navi delle Ong, riscendoci sempre di meno per le misure con cui   il nostro governo ha  sistematicamente ostacolato la loro opera. Così molti non sono arrivati mai in Italia semplicemente perché sono affogati.  Leggiamo su «Avvenire» che solo a gennaio almeno 375 migranti sono stati dichiarati morti o dispersi a seguito di molteplici naufragi “invisibili” nel Mediterraneo centrale, in condizioni meteorologiche estreme, con centinaia di altre morti che si ritiene non siano state registrate.   

Ma è davvero per il bene dell’Italia?

È per il bene dell’Italia, dicono molti. Altrimenti la nostra economia tracollerebbe. Tanto è vero che anche gli altri paesi europei stanno adottando la linea Meloni. A smentire questa tesi, però, c’è l’esempio della Spagna, la cui crescita economica è attualmente la più elevata d’Europa – più del doppio della media europea – proprio grazie, dicono gli osservatori, ai migranti. Proprio in questi giorni ha fatto scalpore la notizia che in Spagna sono stati regolarizzati 500.000 migranti.

Perché il governo spagnolo ha seguito una politica opposta alla nostra, considerando gli immigrati una risorsa. Così nel 2025 il Pil spagnolo è cresciuto del 2,9%., mentre quello italiano dello 0,4%.

Certo, questo implica una vera accoglienza, non quella che in Italia facciamo chiudendo nei Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) quelli che riescono ad arrivare e ostacolando in ogni modo la loro integrazione, col risultato di inchiodarli alla loro condizione di emarginati. Il governo spagnolo si è impegnato a mettere questi stranieri in condizione di inserirsi nel sistema produttivo, ovviando così alla crisi demografica che travaglia l’Europa e mettendo così al sicuro il sistema pensionistico. A differenza dell’Italia, dove gli imprenditori chiedono più mano d’opera e molti economisti italiani seri denunziano l’impossibilità dell’Inps di continuare  a pagare le pensioni agli anziani, a causa della riduzione dei contributi dei giovani.

La divaricazione tra la Chiesa e il nostro governo

Ma c’è anche un altro aspetto della questione migranti, che il disegno di legge sul blocco navale solleva. Lo ha messo in luce papa Leone XIV, ai primi dello scorso ottobre, in un’omelia in pazza San Pietro. «Penso ai fratelli migranti, che hanno dovuto abbandonare la loro terra, spesso lasciando i loro cari, attraversando le notti della paura e della solitudine, vivendo sulla propria pelle la discriminazione e la violenza», ha detto il Papa all’inizio dell’omelia. E ha continuato: «Quelle barche che sperano di avvistare un porto sicuro e quegli occhi carichi di angoscia e speranza non possono e non devono trovare la freddezza dell’indifferenza o lo stigma della discriminazione!».

Paradossalmente il laicista governo socialista di Sanchez sta facendo una politica migratoria molto più conforme allo spirito del vangelo e alla visione  della Chiesa che non la nostra premier Meloni, che ha sempre dichiarato di ispirarsi all’insegnamento dei papi e il nostro vicepremier Salvini, che fino a poco tempo fa esibiva nei suoi discorsi la Bibbia e il rosario.

La divaricazione tra il nostro governo e la posizione di papa Leone – in perfetta continuità con i suoi predecessori – è evidenziata da un altro discorso del pontefice, alla fine dello stesso mese di ottobre, dove affronta esplicitamente, tra l’altro, il tema cruciale della sicurezza. «Gli Stati, ha detto il pontefice, hanno il diritto e il dovere di proteggere i propri confini, ma ciò dovrebbe essere bilanciato dall’obbligo morale di fornire rifugio. Con l’abuso dei migranti vulnerabili, non assistiamo al legittimo esercizio della sovranità nazionale, ma piuttosto a gravi crimini commessi o tollerati dallo Stato. Si stanno adottando misure sempre più disumane – persino politicamente celebrate – per trattare questi “indesiderabili” come se fossero spazzatura e non esseri umani».

In un mondo occidentale che – negli Stati Uniti con Trump, in Europa e in Italia con la linea Meloni – sembra aver perduto di vista il senso della dignità delle persone, la Chiesa cattolica sembra essere rimasto oggi l’ultimo punto di riferimento per la salvaguardia di ciò che significa essere non solo cristiani, ma anche semplicemente umani.

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martedì 14 maggio 2024

LA VIA DEL TRAMONTO


 La storia ha più volte mostrato, Atene e Roma per fare due esempi, che il tramonto di una civiltà ha la sua principale causa interna nella crisi demografica unita alle scarse capacità creative delle sue guide di fronte alle sfide.

 

-         di Alessandro D’Avenia

      

Epidemie, guerre, invasioni danno solo il colpo di grazia a un rapporto nascite/decessi insufficiente per l’equilibrio naturale del corpo sociale, guidato da una testa senza soluzioni o con soluzioni inadeguate se non distruttive. A leggere i dati Istat presentati ai recenti (stupidamente criticati o falsamente raccontati) Stati generali della Natalità, anche noi siamo al tramonto come tutte le culture che, per mancanza d’amore verso se stesse e di guide illuminate (la disaffezione al voto lo dimostra) scelgono la fine, come un disperato che si lascia morire.

 È irreversibile l’inverno? Lo sarebbe se gli stessi dati non mostrassero una possibile primavera: 8 persone su 10 in Italia vogliono figli, ma non riescono a tradurre in pratica il progetto. Non manca desiderio di generare ma le condizioni, soprattutto per le donne ancora prive di libertà di scelta. Save the children nel rapporto 2024 sulla maternità in Italia le chiama infatti «le equilibriste» per la fatica o l’impossibilità di conciliare desideri e realtà. Perché siamo agli ultimi posti rispetto ai Paesi dell’Ue nel rispondere a questa emergenza? E siamo sicuri che il problema riguardi solo le donne? Servono un po’ di dati, perché, in una famiglia, non si cresce senza fare i conti.

 Da anni in Italia nascono meno di 400 mila bambini, record negativo nel 2023 con 379 mila nati, a fronte di 661 mila decessi. Nel 2050 ci sarà un ragazzo ogni 3 anziani. Gli apporti migratori non saldano il rapporto di sostituzione, necessario alla copertura del welfare: cala la qualità della vita come è evidente nel servizio sanitario e scolastico. Per garantire l’equilibrio sociale il tasso di fertilità dovrebbe essere di almeno due figli per donna, in Italia è di 1,2 e l’età media della maternità 31,6 anni, la più alta in Europa, la cui media è 29,7. La Francia, che ha il tasso di fertilità migliore (1,8), offre infatti da tempo agevolazioni fiscali, nidi, tempo pieno scolastico, part-time entrambi i genitori.

 La Germania (1,5 figli per donna) dà supporti economici, congedi retribuiti e nidi garantiti. La Finlandia, ai minimi nel 2019 (1,35 figli per donna), ha invertito la tendenza con voucher baby-sitter, sgravi fiscali, congedo parentale più lungo e trasferibile da un genitore all’altro. Come si vede questi Paesi hanno cambiato mentalità di fronte alla sfida, mettendo al centro la cura del bambino e alla pari donne e uomini. Noi ancora no. In Spagna dal 2021 c’è il congedo parentale di 16 settimane per ciascun genitore (prime 6 obbligatorie, le successive facoltative o a tempo pieno o part time) con il 100% dello stipendio. In Portogallo i giorni indennizzati sono 150 al 100% o 180 all’80% dello stipendio, con la possibilità di altri tre mesi a testa di lavoro part-time. In Norvegia sono 12 i mesi di congedo retribuito suddivisi o condivisi tra padre e madre. In Svezia ogni genitore ha 16 mesi di congedo, tre all’80% dello stipendio.

 La Germania ha un congedo parentale flessibile: i genitori possono lavorare fino a 32 ore settimanali per 24 mesi. In Polonia il congedo dura 36 settimane, 20 retribuite al 100%.

 E noi? Con la legge di Bilancio 2024, al congedo obbligatorio di 5 mesi per la madre all’80% dello stipendio e solo 10 giorni a stipendio pieno per il padre, si aggiunge la possibilità, ma solo per i lavoratori dipendenti, di altri due mesi complessivi per i genitori, all’80% entro i primi 12 anni di età del bambino. Ma il secondo mese così retribuito riguarderà solo il 2024, dal 2025 verrà ridotto al 60%. Ci sono poi: l’assegno unico universale (in base al reddito, da 50 a 200 euro al mese per ogni minore); l’azzeramento dei contributi solo per le madri lavoratrici con più di tre figli; il bonus nido. Si tratta però di aiuti non sistematici (smetteremo mai di essere il Paese di superbonus ed elemosine elettorali?), dai criteri ingiustamente restrittivi e iperburocratizzati, e di norme che ignorano che un figlio si genera e quindi si cresce in due e alla pari.

 Se a tutto ciò aggiungiamo che i nostri nidi coprono solo il 28% per la fascia 0-3, non stupisce che spesso una donna debba lasciare il lavoro dopo il parto. In sintesi il nostro welfare non supera la sfida e non tiene conto della parità: la spesa del Pil per la famiglia è dell’1,4% (1,9 la media Ue, 2,2 in Francia, 2,9 in Finlandia). Se gli effetti delle norme entrate in vigore nel 2024 sono ancora da vagliare, colpisce però una contraddizione in atto da tempo. La Costituzione dice all’art.31: «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo», mentre all’art. 11 recita: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Eppure, in questi anni ciò che è aumentato in modo sistematico, ma non sempre chiaro e condiviso, è la spesa bellica. Quella mondiale ha raggiunto nel 2023 il record di 2.443 miliardi di dollari, in Europa è cresciuta del 16%, mai così dalla Guerra Fredda, e la più alta è proprio in Europa occidentale (345 miliardi). Gli Stati membri della NATO, di cui facciamo parte, hanno stanziato nel 2023 ben 1.341 miliardi di dollari, il 55% del totale mondiale. In Italia nel 2024 è prevista una spesa militare di 28 miliardi di euro, un aumento di 1,4 miliardi rispetto alle stime dell’anno precedente, di questi circa 10 per nuovi armamenti.

 Si dice siano necessari per gli attuali fronti bellici e per strategie di deterrenza ma, ammesso che sia così, non dovrebbero andar di pari passo con la cura? Che cosa me ne faccio del recinto elettrificato per difendere una casa a pezzi? Come ha scritto G.K.Chesterton riferendosi a un quartiere di Londra: «Se la gente amasse Pimlico come le madri amano i loro figli, gratuitamente, in un anno o due il quartiere potrebbe diventare più bello di Firenze. Certi lettori diranno che questa è pura fantasia. Io rispondo che questa è la vera storia dell’umanità. È così che le città sono diventate grandi. I romani non amavano Roma per la sua grandezza. Roma era grande perché i romani l’avevano amata» (Ortodossia).

 È l’amore per un luogo, una cosa, una persona la fonte della sua energia di crescita. Un’energia (pro-)creativa che non avremo finché le donne rimarranno equilibriste, gli uomini esclusi da una paritaria possibilità di cura e i nostri politici miopi. Mi preoccupa questa volontà di morte che finanzia la guerra più della vita: è la sconfitta della nostra Costituzione che, unificando un Paese devastato dalla guerra, credeva nella parola per gestire le relazioni e nella famiglia per gestare il futuro. A classi politiche centrate sul potere più che sulla vita, la storia dovrebbe mostrare che quando un Paese aumenta la spesa per la guerra e non quella per la cura (ospedali e scuole), quel Paese non è al tramonto ma ha deciso di tramontare. E le decisioni non accadono, si prendono.

 Alzogliocchiversoilcielo

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venerdì 1 dicembre 2023

OLTRE I CAMPI DI DETENZIONE

 RITROVARE UN'ANIMA PER CONDIVIDERLA



-         di Giuseppe Savagnone*

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Le violazioni dei diritti dei migranti

La sentenza con cui, qualche giorno fa, la Corte europea dei diritti umani (CEDU) ha condannato l’Italia per la detenzione illegale e il trattamento «inumano e degradante» di quattro migranti minori (tre gambiani e un ghanese), nell’hotspot di Taranto, nel 2017, non è che l’ultima di una serie di pronunzie a carico del nostro paese da parte del Tribunale di Strasburgo – un organismo giudiziario del tutto indipendente dal Consiglio e dal parlamento della UE e dunque non sospetto di portare avanti un discorso politico.

 Lo scorso ottobre una analoga condanna nei confronti dell’Italia era stata emessa dalla CEDU per le stesse violazioni dei diritti umani, questa volta a danno di tre migranti tunisini, nell’hotspot di Lampedusa. E poco prima, in agosto, una sentenza della Corte europea aveva riguardato la mancanza di un’adeguata accoglienza e tutela di una ragazza minorenne originaria del Ghana. Ma già nel luglio 2022 ce n’era stata un’altra per i maltrattamenti ai danni di un minore del Gambia.

 Tutti gli episodi in questione riguardano il 2017, e sanzionano dunque la gestione dell’accoglienza dei migranti da parte del governo Gentiloni. Lo stesso che, grazie al ministro dell’Interno Minniti, in quello stesso anno ha stretto accordi con la Libia perché trattenesse i migranti in centri di detenzione che, secondo la denunzia dell’ONU, sono dei veri e propri lager, dove tutti i diritti umani sono sistematicamente violati.

 Già allora, dunque, con una maggioranza parlamentare e un esecutivo di centro-sinistra, che a parole si pronunziavano a favore di una politica di integrazione, non solo non si faceva praticamente nulla per realizzarla, ma si mantenevano in piedi strutture di “finta accoglienza” – in realtà più simili a campi di concentramento – dove la dignità delle persone veniva calpestata.

 Le cose potevano solo peggiorare – e sono infatti peggiorate – con l’avvento del governo di destra, il quale aveva messo tra i punti qualificanti del suo programma elettorale la «difesa dei confini nazionali ed europei» e il «controllo delle frontiere e blocco degli sbarchi per fermare, in accordo con le autorità del nord Africa, la tratta degli esseri umani». Dove l’espressione «difesa dei confini nazionali ed europei» implicava, già di per sé, l’assimilazione dei migranti a invasori da respingere.

 E su questa linea si è mossa – anche se con scarsissimo successo – l’esecutivo guidato dalla Meloni, adottando misure fortemente restrittive nei confronti delle navi delle Ong impegnate nel salvataggio dei naufraghi nel Mediterraneo, rinnovando e rafforzando gli accordi con la Libia, stringendone di nuovi (poi disattesi dall’altra parte) con la Tunisia e lanciando, ultimamente, il fantasioso progetto di “deportare” i migrati adulti in Albania.

 È in questa logica ostile e penalizzante che il Consiglio dei ministri, il 6 ottobre 2023, con decreto-legge, ha consentito il collocamento di migranti minorenni con più di 16 anni nei centri detenzione riservati agli adulti.

 Una prassi già purtroppo ampiamente in voga e che si è voluto così rendere legale, favorendo una promiscuità che tutti gli esperti ritengono rovinosa per i più giovani, tanto più che quei centri sono già di per sé sovraffollati, con servizi igienici assolutamente inadeguati (si parla di due per quaranta persone) e privi di assistenza legale e psicologica e di insegnamento dell’italiano.

 Anche attualmente a Taranto – denuncia l’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) –, «nell’hotspot allestito su un parcheggio nel porto, completamente isolato dal contesto urbano e sociale locale, e assolutamente inadatto ad ospitare minori, attualmente ci sono 185 minori stranieri trattenuti di fatto in assenza di ogni base legale e di vaglio giurisdizionale, alcuni addirittura da agosto».

 Ora, la prima delle violazioni dei diritti umani sanzionate dalla Corte europea con la sua più recente sentenza è proprio che i quattro minori africani fossero stati alloggiati, nel 2017, nell’hotspot di Taranto, previsto per soli adulti!

 Aspettiamoci dunque altre condanne, questa volta non nei confronti di una prassi occasionale, ma di una legge che nasce all’insegna del misconoscimento delle più elementari esigenze delle persone più giovani.

 Insomma, sia la sinistra che la destra – al di là dei proclami di segno opposto – hanno ampiamente dimostrato la loro mancanza di un vero progetto di accoglienza e di integrazione, capace di trasformare il fenomeno migratorio da drammatica minaccia in risorsa.

 Certo, sulla carta l’atteggiamento del PD è stato molto diverso dall’accanimento xenofobo della Lega e di Fratelli d’Italia. Ma è significativo che, nel tempo in cui è stato al governo, questo partito non abbia neppure provato a smantellare quei “decreti sicurezza” che avevano costituito la gloria dell’ex ministro dell’Interno Salvini.

 Una politica suicida dal punto di vista economico

E che questa sia una politica autolesionista, da parte de nostro paese, lo dice il dato incontestabile che, nella misura in cui gli stranieri vengono messi in condizione di inserirsi nella nostra società – invece di esserne tenuti ai margini, isolati in campi di detenzione fuori dei circuiti civili –, sono già oggi in grado di dare un apporto decisivo alla nostra economia.

 Questo è vero, per esempio, se si guarda al loro ruolo nel sistema pensionistico. È dell’aprile scorso l’intervista su «La Stampa» in cui il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha detto chiaramente che, per quanto riguarda il rapporto tra lavoratori e pensionati, con l’attuale andamento demografico «dopo il 2040 arriviamo alla soglia dell’uno a uno, un numero che definirei davvero critico» e aveva indicato come unica soluzione l’apertura all’ingresso degli stranieri: «Le economie ricche», spiegava il presidente dell’Inps, «hanno tutte molti migranti».

 E, facendosi interprete delle pressanti richieste degli imprenditori, che chiedono l’allentamento delle restrizioni all’ingresso di lavoratori stranieri, aveva aggiunto: «Anche noi abbiamo l’esigenza di coprire lavori medio-bassi da Nord a Sud con gli stranieri.

 La soluzione non può che essere l’accesso di immigrazione regolare e fluida». Così, del resto, è stato altrove. A questo proposito Tridico si è appellato all’autorità del premio Nobel americano Paul Krugman: «Krugman segnala come negli Stati Uniti gli immigrati siano stati la leva più dinamica nel contributo alla crescita dell’economia».

 Ma perché questo inserimento degli immigrati nel mondo del lavoro sia possibile non basta, ovviamente, lasciarli arrivare, evitando che affoghino nel Mediterraneo: bisogna anche insegnare loro la nostra lingua, valorizzare le abilità e le competenze di cui spesso sono portatori, renderli partecipi di una vita sociale in cui le relazioni tra di loro e quelle con gli italiani siano sviluppate e diventino normali.

 Qualcosa che finora non è stato mai organicamente perseguito dai governi precedenti ed esattamente il contrario di ciò che quello attuale sta cercando di realizzare.

 Ritrovare un’anima per condividerla

Tutto ciò però riguarda ancora solo l’aspetto economico. Il problema di fondo che si prospetta è più generale, e ha come suo punto fondamentale la questione culturale. È soprattutto sotto questo profilo che la politica inconcludente della sinistra e quella risolutamente ostile della destra sono suicide. In particolare, la linea ferocemente difensiva di quest’ultima appare ispirata alla preoccupazione di evitare una «sostituzione etnica» – come l’ha chiamata il ministro Lollobrigida in un suo discorso, –, che sarebbe anche una “sostituzione” culturale.

 Ed è vero che la percentuale di stranieri, in Italia, pur essendo nettamente più bassa che in altri paesi europei, come la Francia e la Germania, è destinata a crescere abbastanza rapidamente, anche solo per effetto del differente tasso di natalità tra essi e gli italiani.

 In particolare, preoccupa il fatto che la maggior parte di loro è di religione islamica (anche se non mancano, anzi sono numerosi, i cristiani!) e sono dunque portatori non solo di una fede, ma anche di una cultura molto diversa dalla nostra.

 Ma proprio per evitare uno scontro di civiltà da cui alla fine usciremmo perdenti, la sola politica adeguata non è quella dei muri e dei campi di concentramento, bensì quella basata su una ragionevole accoglienza (nessuno ne vuole una indiscriminata) e soprattutto su una capillare opera di integrazione culturale, che consenta ai nuovi arrivati di diventare non solo lavoratori, ma cittadini italiani.

 E per questo un’attenzione speciale dovrebbe essere dedicata proprio ai minori, più suscettibili di essere educati in questo senso. Dove lo scopo non dev’essere di cancellare la loro identità con una assimilazione forzata, ma di valorizzarla in tutti gli aspetti che possono favorire un dialogo costruttivo e una cooperazione – non solo una convivenza! – civile in funzione di un unico bene comune.

 Solo che, per sperare di realizzare questo, l’Italia stessa – come del resto tutta l’Europa – deve uscire da un vuoto spirituale e valoriale che la sta desertificando e di cui purtroppo sono evidente espressione sia la classe politica della sinistra che quella della destra.

 Il nostro paese – e non solo quello – deve ritrovare un’anima. Come potrà, altrimenti, chiedere a chi arriva dall’esterno di condividerla?

 Si tratta di ricostituire un tessuto di valori comuni, una prospettiva di senso condivisa, che consentano di uscire dalla logica dell’individualismo selvaggio e del consumismo oggi dominanti.

 Continuare a puntare sulla difesa disperata di questo vuoto, alzando barriere e costruendo campi di concentramento, non fa che evidenziarlo e rendere sempre più reale il pericolo che si vuole esorcizzare.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura, Diocesi Palermo

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mercoledì 8 giugno 2016

NO ALLE STRAGI!

PROSEGUONO LE STRAGI

 NEL CANALE DI SICILIA!


Ancora una volta le nostre vite sono scosse dalle notizie e dalle immagini che arrivano dal Canale di Sicilia: tre stragi in tre giorni (una cadenza mai verificata prima) ha messo fine alla vita di tanti uomini, donne e bambini che scappavano da realtà di guerre e persecuzioni. Sono 2444 le persone morte e scomparse nel mare Mediterraneo dal 1 gennaio 2016. La morte di tantissime persone non dipende solo dagli aguzzini sanguinari (trafficanti, scafisti), ma soprattutto è la conseguenza di una politica europea ipocrita e immorale.
 
Purtroppo l’UE, piuttosto che inviare una vera missione internazionale di soccorso, lascia che i singoli paesi, come la Gran Bretagna, inviino navi da guerra per “bloccare” le partenze verso l'Europa. Una missione immorale e giuridicamente priva di base legale, ma premiata dal consenso elettorale. Anni di denunce, morti, violenze e vite mercificate in ogni loro aspetto hanno chiarito come il governo europeo della mobilità non sia affatto basato sulla tutela dei diritti fondamentali ma su ben precisi calcoli economici e politici.
 
Per questo diciamo:
• no al dilagare dell’indifferenza verso stragi ormai quotidiane, alle morti in Siria o al bombardamento degli ospedali in diverse parti del mondo;
• no alle soluzioni basate sulla repressione, attraverso misure che vanno dalla detenzione al respingimento, ma anche con i piani di creazione di una polizia di frontiera europea (Migration compact);
• no al millantato afflato umanitario verso gli immigrati del governo italiano, usato come merce di scambio per negoziare condizioni fiscali più favorevoli con la Commissione Europea e per ottenere finanziamenti ed agevolazioni;
• no all’innalzamento dei muri che costringono tantissimi a consegnarsi ai trafficanti di essere umani che vivono periodi felici agevolati da una politica cieca;
• no al sistema di profitto che gira intorno all’immigrazione e che ha raggiunto livelli di complessità e stratificazione molto alti, un meccanismo ben rodato in molto settori economici.

Chiediamo l’apertura dei canali umanitari con meccanismi d’entrata reali e sicuri per le persone che emigrano da paesi terzi, unico strumento per evitare questa ecatombe. Per questo è importante prendere posizione contro le politiche di chiusura dell’Europa. Nelle nostre mani c’è sempre la possibilità di proteggere la vita e di realizzare una società accogliente, segnata da relazioni giuste e rispettose.
 
Commissione Migrantes

Segretariato Missione - Missionari Comboniani

venerdì 26 marzo 2010

MANDIAMOLI A CASA !


Immigrati in Italia - Razzismo e pregiudizi.

Gli italiani hanno la percezione che gli
immigrati siano il 23% della popolazione residente, ovvero pensano che gli stranieri presenti siano
quasi quattro volte quelli che risiedono realmente in Italia (il rapporto più alto di tutto l’Occidente).
In realtà le cose stanno diversamente ......  LEGGI