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martedì 9 giugno 2026

HOMO VIATOR

 


Mentre intorno a noi 

tutto scorre imperterrito, 

ci chiediamo quale sia 

il nostro posto. 

La fiducia nel futuro

 è un sintomo primordiale

 dell’essere umano,

 il vero cammino è interiore».

Homo Viator [PDF]

Per ognuno di noi la vita ha una direzione orizzontale e una direzione verticale. La direzione orizzontale riguarda la natura e la storia dentro cui ci ritroviamo inseriti e che ci trasportano in avanti come un interminabile tapis roulant. La direzione verticale riguarda noi stessi nella nostra singolarità, da quando siamo nati fino a quando moriremo scomparendo dal tapis roulant che continuerà a scorrere imperterrito. Le domande, a questo punto, sono due. 

La prima: che senso ha il continuo scorrere in avanti del tapis roulant della natura e della storia? La seconda: io, che vi sono comparso senza chiedere nulla, dove finirò? Qui mi soffermo sulla seconda, che riguarda il senso e lo stile di una singola esistenza. Le questioni sono quelle di sempre: da dove vengo, dove vado? Vengo dal nulla e vi tornerò, oppure vengo dall’essere e sarà lì che tornerò? Ma in che modo vi tornerò, se vi torno? E nel frattempo, cosa ci faccio qui? Come mi devo comportare? Qual è la maniera migliore per raggiungere quella felicità che tutti inseguono e pochi raggiungono? C’è un detto rinascimentale che accompagna la mia vita da tanti anni ormai e che spesso recito dentro di me in silenzio, con gli occhi socchiusi, ricavandone un senso di pace: “Vengo, non so da dove; sono, non so chi; muoio, non so quando; vado, non so dove: mi stupisco di essere lieto”. L’ignoranza che avvolge la nostra condizione (se pensata e accettata con serenità e persino con una punta di gratitudine verso l’ignoto mistero che ci ha portato all’esistenza) può generare la letizia interiore, nonché lo stupore nel ritrovarla dentro di noi: “Mi stupisco di essere lieto” …

Ci sono sciagure a non finire nel mondo, anche oggi le pagine di questo giornale ne sono piene, come lo erano ieri e come lo saranno domani. Ci sono infiniti motivi per disperare e la ragione lo sente, e per questo giustamente trasforma questo suo sentire in una serie di ragionamenti sulla vanità del mondo e della nostra vita al suo interno. In alcuni esseri umani, però, appare a volte un sentire ancora più forte della ragione, si tratta di un sentimento vitale che non si rassegna e che sperando guarda la ragione negli occhi e le dice: “Cara ragione, hai ragione nell’abbatterti, però qualcosa ti sfugge: ascolta meglio la musica della vita e forse capirai”.  

Questa voce senza parole, questo istinto primordiale di fiducia ancestrale verso la vita, conduce a camminare sul tapis roulant dell’esistenza in modo diverso. Appunto, con letizia. Ha scritto uno dei pionieri della psicanalisi, Carl Gustav Jung: “Mentre colui che nega va incontro al nulla, colui che ha posto la sua fede nell’archetipo segue i sentieri della vita e vive realmente fino alla morte. Entrambi, naturalmente, restano nell’incertezza; ma l’uno vive in contrasto con l’istinto, l’altro in accordo con esso, e la differenza è notevole, ed è a favore del secondo”. Vivere in accordo con l’istinto vitale significa ritenere che la domanda di senso che pervade il nostro ritrovarci sul tapis roulant non è vana, ma è destinata a trovare una risposta. 

Tale risposta però (questa è la mia profonda convinzione) non consiste in una dottrina, nell’annuncio di un evento esteriore del passato, come per esempio l’esodo dall’Egitto, o la morte e risurrezione di Cristo, o la rivelazione di Allah a Maometto o qualunque altro evento che fu e che non dipende da noi. No, tale risposta consiste nel lavoro interiore che qui e ora ognuno di noi può compiere. Di cosa si tratta?

Le testimonianze dell’umanità sono numerosissime, diverse tra loro per una serie di elementi, ma tutte concordi nella seguente indicazione: dentro di noi c’è una profondità scoprendo la quale siamo condotti al vero essere. La verità più autentica di noi, cioè, non ce la consegna il mondo esteriore ma la realtà interiore che ogni essere umano può attingere, se lavora su di sé. Come scrive Marco Aurelio, l’imperatore filosofo i cui pensieri sono per me un libro sacro: “Scava dentro di te, dentro è la fonte del bene, e può zampillare inesauribile, se continuerai a scavare”. Due secoli dopo sant’Agostino, quand’era ancora sotto l’influsso della filosofia classica (prima cioè degli sbandamenti che lo portarono a concepire l’umanità come “massa dannata” e l’interiorità irrimediabilmente corrotta dal peccato) scrive a sua volta: “La verità abita nell’uomo interiore”. E quando un giorno egli chiese al suo Dio: “Che cosa amo, quando amo te?”, la sua risposta fu: “La luce dell’uomo interiore che è in me”. Ma le testimonianze, come ho detto, sono numerose e universali: lo sciamanesimo, la religione egizia, l’hinduismo, il buddhismo, il jainismo, il taoismo, il confucianesimo, lo shintoismo, lo zoroastrismo, le religioni abramitiche… si può dire tutte le tradizioni spirituali dell’umanità sono concordi nell’indicare la profondità ontologica che costituisce la nostra interiorità. Oltre ad alcuni tra i più grandi filosofi (da Platone a Kant, da Hegel a Wittgenstein, da Hannah Arendt a Piero Martinetti), anche alcuni dei più grandi scienziati contemporanei ne danno testimonianza, tra cui Planck, Heisenberg, Schrödinger. Ha scritto quest’ultimo: “La teoria fisica nel suo stato presente suggerisce energicamente l’idea dell’indistruttibilità dello Spirito per opera del Tempo”. Esiste cioè qualcosa di “indistruttibile” dentro di noi, che resiste anche alla distruzione del tempo che sembra assoluta ma che non lo è; o meglio, che non lo può essere, se lavoriamo onestamente e con assiduità su di noi (perché se non lavoriamo, saremo spazzati via). 

Siamo capitati su questo tapis roulant che scorre imperterrito e da cui un giorno cadremo. Ma il vero viaggio non è quello esteriore che esso ci fa compiere, ma quello interiore che possiamo intraprendere da noi dentro di noi. Lo intuì anche Marcel Proust: “Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi.” Il rinnovamento dello sguardo però non può provenirci da nessun altro, può essere solo il frutto del nostro lavoro interiore che ci mette in contatto con l’eterno dentro di noi. 

Di tale lavoro, il 12 luglio 1942 nella sua Amsterdam sotto occupazione nazista e del tutto consapevole che presto per lei e i suoi cari sarebbe stata la fine, così scrisse una giovane donna ebrea di nome Etty Hillesum nel suo diario: “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica cosa che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio”. Questo piccolo pezzo di eternità che abita nella nostra profondità, chiamato in molti modi lungo la storia, ognuno a sua volta lo può denominare come meglio ritiene. Ciò che davvero conta è la sua scoperta e la sua custodia. 

https://www.vitomancuso.it/ 

venerdì 12 dicembre 2025

FEMINA SAPIENS

 


Cosa ci insegna

la femina sapiens

 

-          C’è un paradosso scientifico che dovrebbe farci riflettere: parliamo di homo sapiens, eppure il primo grande ritrovamento che ha rivoluzionato la paleoantropologia – Lucy, scoperta in Etiopia – è di sesso femminile. 

È il sintomo di un problema profondo che attraversa millenni di pensiero, cultura e spiritualità.

 

di : Chiara Giaccardi


Antropologhe coraggiose come Sally SlocumAdrienne Zihlman e Nancy Tanner hanno dovuto attendere gli anni Settanta e Ottanta per poter finalmente denunciare il fatto che l’intera narrazione evolutiva era costruita su assunzioni androcentriche. Il contributo femminile alla storia dell’evoluzione non era semplicemente sottovalutato – era sistematicamente cancellato. 

 E lo stesso misconoscimento attraversa la scienza, la filosofia, quasi tutte le discipline del sapere umano. Ciò che per secoli è passato come “universalismo” era in realtà l’assolutizzazione di un unico punto di vista: quello maschile. 

Questo approccio ha certamente prodotto grandi scoperte, progressi straordinari, un’accelerazione dello sviluppo. Ma ha anche generato quella che Paul Valéry chiamava “la crisi della civiltà”: relegando sullo sfondo tutte le dimensioni non strumentali, non estrattive, non acquisitive, abbiamo mutilato l’essere umano stesso, impedendogli uno sviluppo armonico. 

 L’individuo della modernità è concepito come maschio. La sua postura esistenziale è strumentale ed estrattiva: prende, usa, accumula, domina. 

Preservare la relazione con il femminile nella reciprocità è oggi più che mai la chiave per salvaguardare quella complessità e quella tensione che caratterizza l’essere umano e lo spinge ad aprirsi oltre se stesso: al mondo, agli altri, al passato, al futuro. 

 La logica tecnoscientifica guidata dal capitale spinge per separare tutto ciò che nella vita umana è collegato e interdipendente, compresa la relazione antropologicamente più originaria e, per certi versi, più sacra: quella del legame materno. La tecnica slega e ricompone: è l’atteggiamento tipico dell’astrazione, di quel falso universalismo che è in realtà un maschile mascherato. 

 La dimensione della concretezza da un lato, e dell’apertura al mistero, alla meraviglia, allo spirito dall’altro, costituiscono elementi di una tensione vitale. 

Perderla significa pervertire le caratteristiche stesse dell’umano. 

 Esiste una saggezza femminile, con buona pace di chi vuole decostruire radicalmente qualunque dimensione fisica e simbolica. Non si tratta di essenzialismo, ma di riconoscere un polo di tensione positiva che permette alle capacità, alle qualità, alle dimensioni simboliche di co-individuarsi reciprocamente, invece di contrapporsi, emularsi in dinamiche di rivalità mimetica, scontrarsi in logiche belligeranti e mortifere. 

 Maschile e femminile non sono principi contrapposti, né tanto meno sostanze ipostatizzate in soggetti che incarnano questa scissione. Sono piuttosto due poli in tensione che si costituiscono nella loro reciprocità, nel rimandare strutturalmente l’uno all’altro. 

 Possiamo definirli, con Ivan Illich, come due archetipi che incorporano il “genere vernacolare”: quel deposito di simboli, pratiche, senso comune, saggezza popolare che si trasmette nel legame tra le generazioni. Non sono incarnati in soggetti distinti secondo una prospettiva sostanzialista, ma non sono nemmeno supermercati di attributi da indossare e dismettere a piacimento, come vorrebbero le teorie costruzioniste radicali. 

 L’aver privilegiato la scissione e la contrapposizione ha costituito un grave impedimento allo sviluppo armonico della civiltà e ha favorito l’affermarsi di un individualismo radicale. 

 La femina sapiens ci ricorda una verità fondamentale: l’essere umano, prima di costituirsi come individuo, esiste in un rapporto fusionale di indifferenziazione. 

Solo grazie a questo può venire al mondo. In principio è la relazione, ed è grazie a essa che diventiamo individui. Questa non è un’affermazione astratta o ideologica: è incisa nella nostra stessa carne. Basta guardarsi l’ombelico per ricordarlo. È inscritta nel cammino della filogenesi. 

 La femina sapiens ci insegna che ogni essere è unico, singolare, irripetibile. 

Che l’individualismo che prescinde dal legame è astratto, ideologico, distruttivo. Che legame e libertà non sono opposti, ma in feconda tensione: solo una libertà che non dimentica il rapporto con ciò che viene prima, ciò che sta intorno, ciò che verrà dopo è una libertà non distruttiva bensì generativa. 

 La femmina è sapiens anche in senso teologico, come testimoniano le Scritture. Nell’Antico Testamento, una serie di donne si presentano come “madri di grazia”. Sono madri che danno alla luce un figlio quando ormai parevano sterili, superando la legge di natura e testimoniando la presenza di Dio in loro. La grazia è forza di trasformazione, di emancipazione, di rottura delle convenzioni e dei formalismi che fa irruzione nella storia soprattutto attraverso le donne e la loro corporeità intrisa di spirito. 

 La Sapienza evangelica non sarebbe tale senza il contributo delle donne. Maria non parla di Dio ma parla con Dio e lo accoglie in sé. Come scrive Massimo Cacciari, “concepisce nell’ascolto”. Fidandosi e affidandosi: un movimento che consente di spingersi audacemente oltre ogni garanzia e convenzione. 

 L’emorroissa, la Maddalena e altre mostrano che linguaggio del corpo è connaturato all’incarnazione, e che la legge dell’amore supera l’amore della legge. 

 Sbilanciarsi oltre sé, fare spazio all’altro, allestire quel vuoto accogliente senza il quale la vita non può avere inizio: queste sono le posture esistenziali delle donne nelle scritture. 

 Oggi, in tempi per tanti versi bui, come ha scritto recentemente Luca Bagetto, un’esperienza redentiva del nichilismo contemporaneo viene dal femminile. 

Non come alternativa al maschile, non come sua negazione, ma come tensione salvifica che può restituirci alla complessità del reale, alla relazionalità costitutiva, alla reciprocità generativa. 

 La femina sapiens non è una rivendicazione identitaria: è il riconoscimento di una verità antropologica, scientifica, filosofica e teologica che abbiamo troppo a lungo rimosso. È il recupero di quella metà della sapienza umana senza la quale ogni discorso sull’uomo resta monco, astratto, pericolosamente incompiuto.​​​​​​​​​​​​​​​​

 L'Osservatore Romano inserto Donne Chiesa Mondo dicembre 2025

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venerdì 7 novembre 2025

LA DIMORA DI DIO

E' L'UOMO VIVENTE


Vangelo: Gv-2-13-22/

 Commento di Paolo Squizzato

Il Vangelo di questa domenica prosegue, nel vangelo di Giovanni, l’episodio delle nozze di Cana, racconto simbolico che ci ricorda come ciò che chiamiamo Dio non abiti nei cieli, ma là dove l’uomo si lascia amare e ama: è lì che comincia la festa.

Ora, immediatamente dopo ‘la festa’, Giovanni ci conduce nel luogo della religione, dove si respira potere, performance, frustrazione e in ultima analisi, tristezza. Da una parte la fede – partecipazione senza prestazione alla vita divina che ci attraversa – dall’altra la fatica del merito e del mercato. Sono le due possibilità di vivere la propria vita da credenti. A noi la scelta.

Nella storia, salvo rare eccezioni, ha prevalso un mondo “religioso” che ha scelto il controllo invece della fiducia, la dottrina al posto della vita, la fatica di conquistare il cielo attraverso meriti e sacrifici, dimenticando che quel cielo ci abitava da sempre. Ma non lo si è voluto credere, perché troppo bello per sembrare vero. In fin dei conti – lo sappiamo – la religione è sempre amministrazione del divino: è lei ad attestare chi può entrare, chi ne è escluso, quali norme osservare per meritare il favore di un dio.

Ma Gesù è rimasto a Cana, alla festa, ossia in quella postura umana chiamata fede per cui l’imperativo è dono: non ciò che l’uomo deve ad un dio, ma ciò che l’Amore desidera donargli. Per questo non può accettare il tempio trasformato in luogo di commercio, dove tutto si risolve nel becero do-ut-des, io essere umano do qualcosa a te dio altissimo affinché tu possa ricambiarmi in salute, sicurezza e protezione. Per questo Gesù ha distrutto – in maniera definitiva sulla croce – l’immagine del dio commerciante, convinto com’era che quella fosse la vera idolatria religiosa da sconfiggere.

Giovanni colloca questo gesto in prossimità della Pasqua — “dei Giudei”, precisa — quasi a dire: questa è ancora una pasqua imperfetta, una liberazione solo rituale. Migliaia in quei giorni salivano al tempio portando agnelli, denaro, e compiendo sacrifici. Un culto che odorava di sangue e fatica. La Pasqua autentica si sarebbe compiuta da lì a poco: sul legno della croce si aprirà la nuova geografia del divino: non più verso l’alto, ma verso l’interno.

Da allora, la dimora di Dio è l’uomo vivente, come intuiva Ireneo; anzi potremmo dire “Dio” non è altro che la profondità stessa della vita che si dona, il cuore pulsante di ogni essere che ama. È qui la vera liberazione: non dal peccato morale, ma dalla paura di non essere amabili.

È bello costatare come il Vangelo di Giovanni non inizi con un dogma, ma con una demolizione: quella del falso dio.

Solo chi lascia cadere il dio del dovere potrà incontrare il Dio dell’essere. Solo chi smette di trattare con il Cielo come con un commerciante potrà accorgersi che il Cielo è già dentro di sé, come un respiro che non chiede nulla, se non di essere accolto.

E allora, forse, comprendiamo che la fede non è un atto religioso, ma semplicemente un atto umano.
Non si tratta di credere in dio, ma di credere come Dio: con la stessa fiducia, la stessa gratuità, la stessa capacità di amare senza misura. Questo è il vero tempio, questo il vino nuovo che continua a colmare le anfore del mondo, e fare di ogni quotidiano una Cana dove si vive la festa.

Cercoiltuovolto

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venerdì 17 ottobre 2025

L'UOMO, CHI E'?

 


«Se dovessero chiedermi cosa sia l’essere umano,

risponderei che è il frutto della sua decisione».


intervista a Vito Mancuso



a cura di Michelangelo Suma

 

Il 3 ottobre 2025 Vito Mancuso ha inaugurato a Misano Adriatico la rassegna filosofica Ecce Homo curata da Gustavo Cecchini, portando all’attenzione del pubblico numerose riflessioni sulle componenti della natura umana, fra cui il senso della libertà, di cui il teologo e filosofo brianzolo ha parlato mettendone maggiormente in risalto le implicazioni etiche, più che le basi concettuali. Gli studi sull’agire umano dei filosofi del passato ora non bastano più a descrivere pienamente né le relazioni fra le persone, né il modo stesso di vedere la morale, processi che ultimamente vengono resi sempre più complessi dalla politica e dal mondo digitale. Questi fattori hanno delle conseguenze anche sull’azione dell’individuo, il quale, di fronte ad eventi drammatici propri o altrui, non si rende conto di cosa possa e debba fare per apportare un cambiamento decisivo. Nel comprendere questi fenomeni articolati, Mancuso ha risposto ad una serie di domande che vertevano proprio sul senso di inconsapevolezza descritto, che produce indifferenza o impotenza di fronte al male…

Lei ha più volte indicato la consapevolezza dei limiti della vita umana, assieme a creatività e responsabilità, come un pilastro della libertà. Crede che la consapevolezza sia un valore condiviso, o che essa stia iniziando a venire meno?

La consapevolezza

«Penso che la consapevolezza sia sempre stata una merce rara e preziosa e mai immediata nel nostro carattere. Immediato è l’essere trascinati e irretiti dalle circostanze del mondo e del nostro contesto; immediato è il giudicare l’altro, visto che esaminarsi, capirsi e riflettere su noi stessi è spesso poco frequente. In maniera gratuita i cellulari e le reti social in qualche modo ci distraggono dalla realtà, un po’ come le superstizioni religiose nei secoli precedenti. In sintesi, i nostri giorni non sono peggiori di prima, poiché, come detto precedentemente, la consapevolezza è sempre venuta a meno, sono semplicemente cambiati i meccanismi che ci impediscono di maturarla».

Come accennava precedentemente, ritiene che i social e i mezzi di comunicazione ci stiano sviando dall’esperienza degli eventi problematici della vita, come la malattia e la miseria?

«Sicuramente. La malattia e la morte paradossalmente sono molto presenti nel mondo digitale, anche se la loro rappresentazione sullo schermo, oltre ad una spettacolarizzazione, crea una forte distanza, non solo spaziale, fra lo spettatore e la vittima. Questo distacco sociale lo vedo spesso con il lutto, poiché non ci sono più manifesti funebri nelle grandi città, ma solo nei piccoli centri: ad esempio io vivo a Bologna da 14 anni e non ho mai visto un funerale, uno scenario a dir poco inconcepibile durante la mia infanzia in Brianza. Questa mancanza del lutto come rito condiviso ha delle implicazioni, dato che gli esseri umani sono umani solo se hanno qualcosa di interiore da condividere, che è ciò che ci rende soci. L’intrattenimento multimediale fine a sé stesso ci ha reso in sintesi degli stranieri morali».

L’amoralità

Nella scorsa conferenza del 2024 a Misano lei affermò che il problema di oggi non è l’immoralità, che è sempre stata presente, ma l’amoralità. Da cosa lo ha dedotto?

«L’immoralità ci ha sempre accompagnato durante il nostro percorso storico, sia nella vergogna dei nostri vizi, sia nel senso del peccato che gravava sugli esseri umani. Tutto questo è progressivamente venuto a meno con la mancanza di valori per i quali sentirsi in regola, di ciò che Freud identificava come Super Ego; ora si dà spazio soltanto all’ego e l’aggettivo moralista, da che era un complimento, è percepito al giorno d’oggi come un insulto».

In questo successo dell’amoralità il relativismo, di cui buona parte della filosofia contemporanea si è fatta portavoce, ha avuto una sua parte?

«Si può dire che ci sia una componente relativista a cui la filosofia non ha saputo reagire e che ha in parte plasmato, come nel caso dell’opera Al di là del bene e del male di Friedrich Nietzsche. Essendo presente solo il desiderio del soggetto, la mancanza di criteri morali ci porta ad un sostanziale disorientamento».

L’incertezza

Questa mancanza di certezze che lei ha descritto porta le persone alla ricerca di responsi certi a questioni difficili, come nel caso della politica e del populismo?

«Sì certamente. Si tratta spesso di risposte semplici e materialistiche che ragionano in modo banale e rozzo senza considerare le sfumature, come quando si identifica il proprio avversario con la dicitura nemico/amico. Per ripristinare la capacità etica dell’essere umano, bisogna trovare qualcosa che fondi dei criteri alla base di ogni riflessione, che è proprio il compito del pensiero».

 Finnegans 

rivista di Cultura Mediterranea

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domenica 31 agosto 2025

MECCANIZZARE L'UMANO ?

 


  Uomo o macchina? 

Ci salverà la libertà creatrice

 


-       di Andrea Lavazza

 Nel loro nuovo libro, Chiara Giaccardi e Mauro Magatti affrontano il rischio di meccanizzazione dell’umano.

Il digitale trasforma l'esperienza in dato, l’antidoto è il recupero dello spirito.

Quando il titolo è già un esperimento che pare riuscito (verifiche ulteriori a cominciare da oggi), un saggio ambizioso e tempestivo muove subito il dibattito culturale.

Macchine celibi è la più recente analisi dei trend sociali dell’oggi a firma di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti.

Il sottotitolo – Meccanizzare l’umano o umanizzare il mondo? – fa intuire il focus del volume (il Mulino, pagine 184, euro 17,00), ma non svela l’arcano.

E oggi l’impazienza e la curiosità, lo sappiamo, si traducono nel digitare sui nostri dispositivi ben prima di consultare un libro.

Si può provare con la tradizionale ricerca sui motori del web, oppure ricorrere direttamente a un chatbot.

Subito si entrerà nel mondo dell’arte di Marcel Duchamp, autore dell’opera Il grande vetro, di cui l’espressione scelta dai due autori del volume identifica una parte.

Il punto è che sia leggendo le descrizioni fornite sia guardando le fotografie disponibili in rete non risulta molto chiaro il senso della complessa installazione completata nel 1923.

Ma questo è solo il lato passivo del sistema, che in questo caso non risponde in modo esaustivo come di solito accade alle nostre richieste.

Sul lato attivo, invece, è difficile immaginare un prompt capace di indurre l’intelligenza artificiale a concepire qualcosa di paragonabile alla creazione di Duchamp: un’opera che si fa metafora della condizione umana.

È qui che Giaccardi e Magatti mostrano come l’essere umano mantenga ancora un proprio spazio insostituibile di produzione di senso: la macchina non possiede l’ultima parola.

L’arte, ma non solo, può seguire percorsi che sfuggono alla rigida funzionalizzazione dell’IA e dell’intero processo tecno-capitalistico, per quanto questo abbia raggiunto un livello di potenza inedito.

Quello che costituisce l’epilogo del lavoro di ricognizione e di proposta svolto dai due sociologi dell’Università Cattolica (ben noti ai lettori di “Avvenire”) è quindi già in nuce contenuto nel titolo e inverato dal piccolo test descritto sopra.

Secondo gli autori, il sogno di Leibniz di un linguaggio universale matematico è oggi realtà di fronte a noi che, tuttavia, possiamo invocare la ribellione surrealista che rivendicava il potere del sogno e dell’irrazionale.

Nella sua creazione, giocosa e inquietante allo stesso tempo, Duchamp incarna infatti la tensione tra questi poli: sopra la sposa irraggiungibile, sotto gli aspiranti nubendi che si agitano inutilmente.

Come scrivono Giaccardi e Magatti, «a poco a poco, senza accorgercene, ci trasformiamo in macchine celibi: sempre più simili ai dispositivi “intelligenti” da cui dipendiamo, e come loro assoggettati alla legge ferrea di un movimento continuo ed efficiente, che però rischia di girare a vuoto, rincorrendo avidamente schegge di un desiderio messo al servizio dei poteri che dominano le tecnologie digitali”.

L’avvento dell’IA onnipresente porta all’estremo la razionalizzazione moderna.

È un farmaco: cura e veleno insieme.

Promette ordine, ma genera nuove angosce, disuguaglianze, solitudini.

La domanda, dunque, è se possiamo usare le tecnologie per umanizzare il mondo o se saremo definitivamente meccanizzati.

Il quadro che emerge dallo sguardo largo e profondo messo in campo nel libro, pur non negando i grandissimi progressi in molti ambiti grazie agli strumenti digitali, appare decisamente negativo.

Rispetto al tecnottimismo o neutralismo di chi vede le macchine come qualcosa che non sarà mai come noi perché esse non hanno scopi né emozioni né desideri (per esempio, Maurizio Ferraris nel suo recente La pelle), Giaccardi e Magatti sono orientati a un tecnopessimismo oggettivo, che vede l’essere umano tendere all’assimilazione verso il modello computazionale: «Oggi l’uomo sempre più si fa macchina, mentre la macchina si fa sapiens: il piano umano e quello meccanico diventano sempre meno distinguibili.

Nasce così il regno delle macchine celibi, dove l’essere umano viene modellato da ciò che lui stesso ha costruito, dentro un orizzonte chiuso e autoreferenziale, che non ammette esteriorità alcuna».

Il digitale trasforma ogni esperienza in dato, ogni relazione in informazione calcolabile.

Ciò aumenta efficacia e velocità, ma riduce lo spazio del senso e della libertà.

La modernità liquida descritta (criticamente) da Bauman a molti sembrava aprire un’era di felicità rotte tutte le catene che limitavano l’individuo.

Facciamo invece i conti con un panorama di insoddisfazione, rancore quando non disperazione.

La diagnosi degli studiosi è stringente: «L’apertura dello spazio di autonomia e autodeterminazione del singolo ha segnato un passaggio epocale cruciale.

Tuttavia, questo passaggio ha di fatto promosso una struttura della personalità narcisistica, centrata sul proprio benessere, la deregulation dei significati e la convinzione di un progresso illimitato e universale.

Per forzare e accelerare in questa direzione si è scelto di indebolire i contesti relazionali e valoriali, sia interpersonali che sociali e istituzionali, ritenuti troppo vincolanti, se non addirittura oppressivi.

Il problema è che proprio questi stessi contesti in passato aiutavano a gestire il rapporto col fallimento, la frustrazione, il negativo e in ultima istanza con l’angoscia della morte: tutti aspetti che, pur nella rincorsa al benessere, non possono essere mai completamente rimossi dalla vita, individuale e collettiva».

Abbiamo paradossalmente il mondo in tasca, eppure siamo concentrati sul nostro ombelico, e per di più in preda all’ansia.

Come l’operaio fordista era privato delle proprie competenze alla catena di montaggio, così nel 2025 l’individuo sembra espropriato della propria autonomia cognitiva dagli algoritmi.

Si produce una miseria simbolica: impoverimento del linguaggio, uniformazione culturale, incapacità di attribuire significati profondi.

Gli autori provano a ricostruire le radici psicosociali della rabbia diffusa nelle società contemporanee.

La perenne insicurezza prodotta da aspettative performative, le disuguaglianze economiche, la perdita di riferimenti culturali e la sfiducia nelle istituzioni alimentano risentimento e aggressività.

Populismi e leader carismatici sfruttano questa rabbia, combinando promesse tecnocratiche con strategie emotive: nasce così il tecnopopulismo, che usa il digitale per manipolare e mobilitare, attingendo a miti del progresso illimitato e a forme distorte del cristianesimo per restringere la cerchia di coloro cui si possono riconoscere pieni diritti.

Di fronte a una crisi inedita, Giaccardi e Magatti propongono di recuperare la dimensione dello spirito: non come categoria religiosa in senso stretto, ma come libertà creativa, capacità di generare senso e anche apertura al trascendente.

Lo spirito diventa condizione per resistere alla riduzione tecnico-performativa e per costruire nuove forme di convivenza.

Contro la riduzione digitale e populista, gli autori rilanciano la necessità di pensare la complessità.

Servono a questo fine tre passaggi chiave: riconoscere la pluralità, coltivare il dialogo, sviluppare il pensiero critico.

Una società democratica deve essere “una società che pensa di più”, non solo che funziona meglio.

Dobbiamo perciò diventare poeti sociali, capaci di intrecciare tecnica, relazioni e senso, altrimenti ci ridurremo appunto a macchine celibi, ingranaggi isolati ed efficienti ma sterili.

 Quello di poeta sociale (immagine introdotta da papa Francesco in un incontro del 2021 con i rappresentanti dei movimenti sociali) rappresenta un modello antropologico e politico che non rifiuta la tecnica, ma la reintegra dentro una visione più ampia di umanizzazione del mondo.

Si tratta di una risorsa per rigenerare la democrazia e la convivenza, un’alternativa anche politica all’individuo-macchina, che sappia coniugare creatività, relazionalità e responsabilità collettiva.

Individuato il percorso, resta da coltivare una generazione di poeti sociali che ci preservi dalla meccanizzazione dell’umano.

 www.avvenire.it

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sabato 21 giugno 2025

L'UOMO E L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE


 «La vera

piattaforma

 abilitante


 è l’uomo»



-  di ALESSIA GUERRIERI


La vera «piattaforma abilitante è l’uomo». Nel ragionamento per comprendere le potenzialità e i margini di intervento in materia di Intelligenza artificiale gli atteggiamenti da mettere in atto sono sostanzialmente due. Il primo è «demistificare cosa sia l’IA» e poi comprendere che il vero motore di tutto è appunto l’uomo. Solo lavorando su questi due cardini, si potrà avere «un vero alleato per lo sviluppo». Sì, perché qualsiasi discorso sull’Intelligenza artificiale va basato sul considerare l’IA come «un’architettura». Padre Paolo Benanti, parlando a manager e imprenditori sulle prospettive dell’intelligenza artificiale e i mercati su cui avrà maggiore diffusione, definisce proprio in questo modo questa nuova frontiera. Nell’incontro organizzato nei giorni scorsi a Roma dal fondo Atlas Sgr (l’unico in italia ad aver adottato pienamente il modello di venture building per gli investimenti in start up), il teologo francescano - presidente del Comitato per l’intelligenza artificiale del Dipartimento per l’informazione e l’editoria della presidenza del Consiglio dei ministri e già consigliere di Papa Francesco sui temi dell'intelligenza artificiale - prova infatti ad allargare il discorso per spiegare su quali livelli sia possibile intervenire. 

« Alla base di questa architettura – spiega padre Benanti – ci sono le Gpu, ovvero i motori di dati, sopra le infrastrutture, ancora più su i modelli Gpt, al livello superiore poi ci sono le app. Su questi ultimi livelli si può intervenire e investire, visto che c’è tanto spazio per lavorare sia sulle infrastrutture che sui modelli e tantissimo margine addirittura sulle app». 

La logica della teoria dell’iceberg di Freud insomma può essere tranquillamente applicata all’Intelligenza artificiale. Quello che si vede sull’IA, perciò, è solo una piccola parte di ciò che c’è dietro e delle possibilità che nasconde. Anche in termini di aumento della produttività. «Non giocare la partita non è un’opzione e fermarsi alla punta dell’iceberg neppure, occorre quindi ripensare il modello  di innovazione - sottolinea Leonardo Rubattu, partner fondatore di Atlas Sgr e vicepresidente vicario gruppo Ibl Banca – ci sono opportunità straordinarie aperte, ma c’è anche la consapevolezza che vanno create le competenze. In un Paese segnato da un rapporto tra lavoratori attivi e pensionati ormai prossimo alla soglia d’allarme, l’intelligenza artificiale può diventare la leva decisiva per rilanciare crescita e competitività ». Le aziende che hanno saputo integrare l’Intelligenza artificiale nei processi, infatti, hanno avuto «un vantaggio competitivo tangibile». 

L’adozione «mirata» dell’IA consente difatti di ridurre i costi, migliorare l’efficienza e generare valore su scala industriale. Vantaggi già sperimentati dall’esperienza sulle 14 star up aiutate a nascere dal Fondo AI Venture Building (per valore complessivo 5 milioni di euro). Come l’app già usata oltreoceano che aiuta gli oncologi ad analizzare i dati dal paziente con gli studi clinici per valutare la migliore terapia personalizzara. Oppure l’Intelligenza artificiale applicata alla progettazione di grandi infrastrutture per ridurre le ri-lavorazioni. O ancora, tanto per fare un ultimo esempio, l’IA applicata alle drug discovery per scoprire nuove molecole farmaceutiche capaci di ridurre tempi di sviluppo e aumentare probabilità di successo.

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mercoledì 15 gennaio 2025

ARRIVA LA GENERAZIONE BETA


 Immersa nell'AI, 

avrà sete di spirito

Secondo il Pew Research Center le coorti generazionali «possono fornire un modo per capire come le diverse esperienze formative (come gli eventi mondiali e i cambiamenti tecnologici, economici e sociali) interagiscono con il ciclo di vita per plasmare la visione del mondo delle persone».

Dal dopoguerra a oggi diverse generazioni si sono succedute: dai boomers (1946-1964) alla generazione X (1965-1979); dai Millennials (1980-1994), i primi “nativi digitali” alla generazione Z (1995-2009) segnata dall’esperienza del Covid-19 e dalla pervasività del digitale fino alla generazione Alfa (2010-2024 detta anche iPad generation o generazione degli screenagers. E con il nuovo anno si affaccia la generazione Beta (2025-2039). Benché non ci siano ancora, ovviamente, comportamenti osservabili, si può già dire che la gen B vivrà in un'epoca in cui l'IA (intelligenza artificiale) e l'automazione saranno pienamente integrate nella vita di tutti i giorni, dall'istruzione ai luoghi di lavoro, dalla sanità all'intrattenimento. Con mutazioni antropologiche che a stento riusciamo a immaginare. 

È vero che il focus sulle generazioni aiuta a comprendere meglio i cambiamenti d’epoca; è altrettanto vero che, in sintonia con l’accelerazione costante del cambiamento, il numero di anni che definisce una coorte generazionale si è notevolmente ridotto (dai 18 anni dei boomers ai 14 della gen Alfa), ma soprattutto gli elementi che caratterizzano l’esperienza comune delle ultime generazioni sono sempre più quasi esclusivamente tecnologici. A parte il Covid, che ha messo il mondo in pausa per oltre un anno, contano sempre meno i grandi avvenimenti che inaugurano fasi storiche nuove (la gen Z ha poca o nessuna memoria di quell’11 settembre che ha aperto l’era dello “scontro di civiltà”, per esempio) e sempre più le tappe dello sviluppo tecnologico. 

Il filosofo Bernard Stiegler scriveva che non è la dimensione cronologica che fa le generazioni, ma la trasmissione dei saperi: un saper fare, un saper vivere, un saper pensare. Oggi forse dovrebbe rivedere questa sua interpretazione, dal momento che la trasmissione di saperi non avviene più da una generazione all’altra, ma attraverso quelle estensioni di noi stessi, come chiamava McLuhan, che sono le tecnologie. Questi organi estroflessi che ci consentono di trattenere la memoria e di anticipare il futuro diventano pervasivamente sempre più presenti nella nostra quotidianità. 

Tornano alla memoria la distinzione in ere che McLuhan aveva proposto negli anni ’60 – l’era orale della parola parlata, l’era scritta della stampa, l’era elettrica della televisione – alle quali oggi aggiungiamo l’era digitale e social delle gen Z e Alfa e l’era dell’intelligenza artificiale della gen B. Un’intelligenza artificiale sempre meno strumentale, sempre più capace di assomigliare all’umano, superandolo in molte delle sue capacità e prestazioni. Nell’era dell’intelligenza artificiale generativa tocca all’umano dimostrare che esiste una differenza tra il generare attraverso il rapporto con l’alterità e il generare grazie ad algoritmi. La gen B rischia di essere la prima per la quale la distinzione tra umano e non umano, intelligenza umana e intelligenza artificiale, organismo e tecnologia non merita nemmeno di essere sollevata. 

Posto che i media non sono strumenti, bensì parte costitutiva dell’ambiente in cui noi viviamo e della nostra quotidianità, e posto che l’essere umano non può non adattarsi all’ambiente in cui vive, va ricordata una specificità dell’umano che è quella di adattarsi modificando, imprimendo una direzione, secondo l’accezione più autentica del termine “abitare” (che in molte lingue è sinonimo di “esistere”). 

G. H. Wells, visionario scrittore britannico (e autore, tra l’altro, di quella “Guerra dei mondi” che ispirò la celebre trasmissione radiofonica di Orson Welles) sosteneva che «Il futuro è una gara, una gara tra l'istruzione e la catastrofe». 

Per abitare questo ambiente in cui l’intelligenza artificiale generativa accompagna, permea e orienta la quasi totalità dei processi individuali e collettivi a livello planetario diventa ancora più fondamentale una educazione che non si limiti a potenziare le capacità di adattamento al nuovo ambiente e le competenze necessarie, ma che preservi il nucleo fecondo di specificità che caratterizza l’umano. Dove il pensiero non si riduce a calcolo, ma (secondo l’accezione originaria) comporta una dimensione spirituale. E lo spirito non è una dimensione a sé, incorporea e aleatoria, ma il soffio che permea la vita e la rende viva, che rende il pensiero libero e le relazioni capaci di sottrarsi alla logica dell’utile e del dominio. 

È significativo che Paul Valery, parlando della crisi dello spirito nell’Europa del dopoguerra, utilizzasse la parola esprit sia nel senso di spirito che nel senso di intelligenza. Quell’intelligenza capace di cogliere anche l’invisibile, quell’esprit de finesse di cui ha scritto Pascal, senza coltivare il quale la gen B sarà anche la prima che rischia di essere totalmente eterodiretta da quella mirabile opera dell’uomo che, senza essere considerata come tale, diventerà onnicomprensiva e totalizzante.

 Alzogliocchiversoilicelo

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sabato 11 gennaio 2025

GOVERNARE L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 

L’intelligenza artificiale 

adesso corre governarla

 con saggezza non è facile

 

La necessità di regolamentare l’IA per

 garantire uno sviluppo tecnologico

 responsabile e orientato

 al benessere umano

È necessaria una cooperazione che riconosca la peculiarità dell’essere umano e delle sue capacità. Evitando la polarizzazione tra apocalittici e integrati, tecnofobi e tecnofili

La ricerca di un’etica condivisa e le regole per evitare un uso improprio

-          di LUCIO ROMANO*

Il 2024 è stato l’anno in cui i sistemi di Intelligenza Artificiale (IA) hanno segnato una sempre più rapida e larga applicazione. Nei più svariati ambiti. Con sempre nuove prospettive e altrettanto pressanti interrogativi. Per giungere, come facilmente prevedibile, a una presenza pressoché ubiquitaria. Secondo le prime stime nel 2025 il mercato dell’IA è destinato a crescere del 26% in tutto il mondo. Per Gartner for Information Technology (IT) Executives, l’IA trainerà ancor più la spesa per le IT in Europa raggiungendo nel i 1.280 miliardi di dollari. Un +8,7% rispetto al 2024, che dovrebbe chiudersi a 1.180 miliardi di dollari. Con una prevalenza degli investimenti soprattutto per le IA generative nelle sue varie applicazioni e finanziamenti aumentati vertiginosamente secondo l’Artificial Intelligence Index Report della Standford University. La quota di mercato più grande per settore dell’IA è quello della sanità che già rappresenta il 15,70%, seguito da finanza e produzione per il 13,65%. Proprio nella sanità si riscontrano i maggiori progressi nella ricerca, nella diagnostica, nei trattamenti di precisione e in quelli personalizzati. Sistemi come AlphaFold di DeepMind hanno accelerato la scoperta di proteine definendo le strutture in pochi minuti. Con un notevole grado di accuratezza, reindirizzando tempo e risorse preziose per aiutare a risolvere le più grandi sfide mediche. Così i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM, Large Language Models) nei vari settori dell’assistenza.

Accentramento di potere

È evidente l’accentramento di potere economico nelle mani delle Magnificent Seven: Alphabet (Google), Amazon, Apple, Meta (Facebook e Instagram, WhatsApp e Messenger, Oculus Rift, visori di realtà virtuale), Microsoft, Nvidia, Tesla. Una vera e propria élite di aziende che dominano il mercato globale. Con una ingente disponibilità di risorse e potere di mercato tale da consentire enormi investimenti. Come nel caso di Microsoft, tra i principali partner commerciali di OpenAI, che ha annunciato un piano per ottenere energia elettrica necessaria ai propri data center con la riapertura di uno dei reattori della centrale nucleare di Three Mile Island, impianto in Pennsylvania diventato famoso alla fine degli anni Settanta per il più grave incidente nucleare nella storia degli Stati Uniti. Sopra tutti Elon Musk, che con i suoi asset principali come Tesla, SpaceX e xAI (noto soprattutto per il chatbot Grok), è la persona più ricca al mondo, con un patrimonio stimato di 428 miliardi di dollari.

SpaceX è la società privata di maggiore valore, davanti a ByteDance (società madre di Tik-Tok) e a OpenAI (sviluppatore di ChatGPT). Nella classifica dei supermiliardari, dopo Musk, segue Jeff Bezos, fondatore e presidente di Amazon. Altra faccia della stessa medaglia è il gap tecnologico dell’Europa rispetto ad altri Stati come gli Stati Uniti o la Cina. Nel Rapporto Draghi sulla competitività europea in relazione alle innovazioni tecnologiche dei sistemi di IA si segnala che dal 2017 il 73% dei modelli di IA è stato sviluppato negli Stati Uniti. Considerando le principali start-up a livello mondiale, il 61% dei finanziamenti globali va ad imprese nate in Usa, il 17% a quelle cinesi e solo il 6% a quelle dell'Ue. Di queste ultime, un terzo è migrata poi negli Stati Uniti per poter incontrare un mercato dei capitali in grado di finanziarne lo sviluppo. E merge una questione di sostenibilità dal punto di vista etico, sociale e politico. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla XVII Conferenza delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori d’Italia, svolta il 16 dicembre 2024, ha parlato di «operatori internazionali svincolati da ogni patria, la cui potenza finanziaria supera oggi quella di Stati di media dimensione, e la cui gestione di servizi essenziali sfiora, sovente, una condizione monopolistica». Concetto ribadito il giorno successivo alla Cerimonia per lo scambio degli auguri di fine anno con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile: «La concentrazione in pochissime mani di enormi capitali e del potere tecnologico, così come il controllo accentrato dei dati – definibili come il nuovo petrolio dell’era digitale – determinano una condizione di grave rischio. Gli effetti sono evidenti. Pochi soggetti – non uno soltanto, come ci si azzarda a interpretare – con immense disponibilità finanziarie. Grandi società che dettano le loro condizioni ai mercati e – al di sopra dei confini e della autorità degli Stati e delle Organizzazioni internazionali – tendono a sottrarsi a qualsiasi regolamentazione». Insomma, poche aziende che hanno la possibilità di reggere una sorta di IA globale del pianeta ( global repository of intelligence).

Un monopolio con un possesso illimitato di dati sensibili.

Una vera e propria ingegneria sociale. Siamo al “capitalismo della sorveglianza” di Shosana Zuboff. Ci si appropria dell’esperienza umana usandola come materia prima da trasformare in dati sui comportamenti per essere trasformati in prodotti predittivi. In un orizzonte in cui avremo meno potere e controllo, nuove fonti d’ineguaglianza divideranno le persone. In pochi saranno soggetti e in tanti oggetti. Una visione che minaccia delicati sistemi di natura sociale come la democrazia e la capacità di ogni persona di elaborare un giudizio morale autonomo. Emerge, ancora una volta, un ineludibile e sostanziale interrogativo. Quale governance, ovvero quale etica e regolamentazione per le innovazioni tecnologiche secondo uno sviluppo umanocentrico? Come bilanciare innovazione e regolamentazione? Proprio in questi giorni il Garante per la Protezione dei Dati Personali (GPDP) ha adottato un provvedimento correttivo e sanzionatorio nei confronti di OpenAI per il trattamento dei dati personali finalizzati all’addestramento di ChatGPT, dopo istruttoria avviata nel 2023. In particolare, senza aver prima individuato un’adeguata base giuridica e violando il principio di trasparenza con i relativi obblighi informativi nei confronti degli utenti. Inoltre, senza prevedere meccanismi per la verifica dell’età, emerge il rischio di esporre i minori di 13 anni a risposte inidonee rispetto al loro grado di sviluppo e autoconsapevolezza. Richiamando “Il crollo di Babele”, recente libro di Paolo Benanti, attuale e non eccessiva risulta la necessità di definire guardrail etici nelle democrazie computazionali. Sebbene a fronte delle circa 100 leggi sul settore high tech e delle oltre 270 autorità di regolamentazione attive nelle reti digitali in tutti gli Stati membri come emerge dal Rapporto Draghi.

La peculiarità dell’uomo

È proprio l’esigenza di una cooperazione che riconosca la peculiarità dell’essere umano e delle sue capacità - servendosi delle tecnologie digitali per ampliarle, non per restringerle rileva l’esigenza di uno sforzo comunitario per un’etica applicata ai sistemi di IA. Tutelando diritti fondamentali e senza voler significare un irrealistico neo-luddismo. Compito non certo facile vista la sproporzione tra lentezza dei regolatori e velocità delle innovazioni tecnologiche che ci fanno dire, con obiettiva certezza, che domani è già oggi. Né tantomeno nell’accondiscendere la polarizzazione tra “apocalittici e integrati”, tecnofobi e tecnofili. Ovvero tra coloro che hanno nei confronti delle innovazioni tecnologiche un atteggiamento del tutto critico tale da delineare un futuro distopico sottomesso alla tecnologia e gli altri, invece, che vedono nei sistemi di IA la soluzione di ogni problema con una sorta di totalitaria e fideistica delega tecnologica. Per approdare, secondo Ray Kurzweil, ad una «singolarità sempre più vicina, quando l’umanità si unisce all’IA». Posizioni che, nella loro radicalità, non rilevano la prioritaria necessità: umanizzare i sistemi di IA passando dall’algocrazia (dominio degli algoritmi) all’algoretica, nuovo grande capitolo dell’etica introdotto da P. Benanti. Ovvero armonizzare le abilità dei sistemi computazionali con valori etici. Algoretica non dice certo consapevolezza etica del sistema c.d. intelligente, perché la macchina non è qualcuno dotato di capacità soggettiva. «Non si tratta di dotare la macchina di una capacità di giudizio, cosa che è impossibile, e nemmeno solo di surrogarla con guardrail etici. Si tratta anche di creare uno spazio di critica sociale in cui sia possibile chiederci cosa facciano gli algoritmi, che funzione abbiano».

È l’orizzonte della visione umanocentrica dei sistemi di IA che Papa Francesco pone come obiettivo. Richiamata al G7 presieduto dall’Italia nel giugno del 2024. «A volte, spesso nel difficile compito del governare, siamo chiamati a decidere con conseguenze anche su molte persone. Da sempre la riflessione umana parla a tale proposito di saggezza, la phronesis della filosofia greca e almeno in parte la sapienza della Sacra Scrittura. Di fronte ai prodigi delle macchine, che sembrano saper scegliere in maniera indipendente, dobbiamo aver ben chiaro che all’essere umano deve sempre rimanere la decisione, anche con i toni drammatici e urgenti con cui a volte questa si presenta nella nostra vita». È sfida di umanità. È tutela della democrazia rappresentativa.

 *Coordinatore Osservatorio di Bioetica della Diocesi di Napoli, già senatore, membro del Comitato nazionale per la Bioetica e presidente nazionale di Scienza & Vita

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