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martedì 26 maggio 2026

UMANITA' DA MAGNIFICARE

 


LETTERA D’AMORE


 E LODE 


DEL CREATORE


 E 

DEL LIMITE


-di LUIGINO BRUNI

Magnifica humanitas è una lettera d’amore che la Chiesa, in papa Leone XIV, scrive all’umanità di oggi. Questo sguardo buono sulle donne e sugli uomini è il primo dono che papa Leone ci fa. La Chiesa, nei suoi tempi luminosi, ha infatti amato il mondo anche con la “carità degli occhi”, guardandolo con fiducia e speranza. Anche il lungo e centrale discorso sull’intelligenza artificiale (IA), incluse le sue profonde e puntuali “avvertenze antropologiche e spirituali per l’uso” si svolge all’interno di questo umanesimo di speranza: «Desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità» (2). Non è una enciclica generata dalla paura per il nuovo, non condanna il nostro tempo mettendosi al di fuori di esso, ma sotto lo stesso cielo di tutti, il Papa dà voce alle speranze, alle gioie e alle sane preoccupazioni di tanti. Una enciclica che parla dunque la stessa lingua affettuosa del Concilio Vaticano II. Quindi per capirne il senso, il tono e la raison d’être, occorre accostarla non tanto alla Rerum novarum ma alla Gaudium et spes, l’altra lettera d’amore della Chiesa all’umanità in un altro tempo nuovo e difficile.

Un’enciclica molto bella, necessaria e importante, a tratti davvero magnifica e profetica, che ci svela la teologia insieme al cuore di papa Leone, un testo all’altezza delle più grandi encicliche del passato. L’attendevamo, ma in molte pagine supera le aspettative: «L’aumento delle spese militari viene presentato come unica risposta a un futuro incerto o a minacce percepite, mentre il costo reale grava sui più poveri» (204). Il titolo, come in molte encicliche, è sintesi e cuore di tutto il testo: l’umanità è magnifica, e tutti gli appelli che le rivolge sono tesi alla custodia di questa preziosa magnificenza. Parla poco, è vero, delle sfide legate alle creature non umane, perché, semplicemente, a papa Leone, nel tempo del transumanesimo e del postumanesimo, oggi preme l’umano, gli sta a cuore sottolineare la bellezza e la grandezza dell’Adam. «Eppure lo hai fatto di poco inferiore a Dio ( Elohim) » ( Sal 8,5), una distanza teologica che questa enciclica riduce ulteriormente, non perché abbassi gli Elohim ma perché innalza gli uomini e le donne.

Sussidiarietà

E quando ci presenta le sfide dell’IA vista con lo sguardo perfetto del principio di sussidiarietà, papa Leone continua l’elogio dell’Adam, del valore delle sue parole umane perché immagine di quella Parola che dalla Trinità volle farsi uomo: «Quando la parola viene simulata, essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza. L’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può diventare pericolosa » (100). Ci sono dimensioni del lavoro, persino del lavoro di cura, che possono essere ben affiancate dall’IA (e lo vediamo); ma ce ne sono altre decisive dove la sostituzione della parola, del volto, delle mani e del cuore degli umani produce semplicemente disvalore e disumanesimo.

Si parla molto di lavoro nella Magnifica humanitas: la parola “Gesù” ricorre nove volte, Cristo trenta, “lavoro” settantuno, a ricordarci che quel Logos era stato carpentiere. Nelle relazioni umane decisive la parola e il cuore umano non possono, non devono, avere sostituti perfetti, e se lo facciamo sviliamo noi stessi, il nostro lavoro, la nostra magnificenza. Allora quando un direttore deve licenziare un lavoratore, anche se fa ricorso agli algoritmi, alla fine, nell’ultimo miglio, deve entrare in gioco la sua parola umana, parlare con quel lavoratore, deve metterci la faccia e l’anima, con tutti i suoi limiti e imperfezioni. Non a caso alla “lode del limite” sono dedicate le pagine forse più poetiche: «Dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (118), perché «è proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento» (119). 

L’IA riduce i costi cognitivi, semplifica la complessità: ma l’homo sapiens non ama sempre le riduzioni dei tempi e dei costi, perché spesso ci piace partecipare ai processi, ci piacciono le vie più lunghe e lente per tornare a casa perché vogliamo guardare alberi e fiori. L’IA può crearci un agente che imiti perfettamente il san Francesco di ieri, ma non può creare nuovi san Francesco e Leopardi oggi, che sono ciò di cui abbiamo un bisogno infinito per vivere bene. Perché gli algoritmi e le macchine non riusciranno a soddisfare la dimensione essenziale della felicità umana, quella di desiderare di essere desiderati da esseri umani. Siamo un desiderio desiderante altri desideri, soltanto umani – i desideri più piccoli ci servono ma non ci bastano: solo l’Adam è l’ultimo piolo della scala della terra che può toccare il paradiso.

Dialogo

Il dialogo che papa Leone pone tra l’universo dell’IA e il principio di sussidiarietà, è allora altamente fecondo. Per come si sta sviluppando, l’IA è anti-sussidiaria, perché è concentrata in pochissimi giganti economico- finanziari, e perché in essa non c’è vera biodiversità. Le intelligenze umane, invece, sono tante quante sono le persone, e nessuna somma di intelligenze umane è superiore in dignità all’intelligenza di una singola persona. La democrazia, e in essa i mercati civili, funzionano aggregando miliardi di intelligenze diffuse in un mirabile processo cognitivo dal basso, e nel momento in cui qualcuno pensasse che milioni di intelligenze umane abbiano più dignità di una sola, la democrazia muore: «La sussidiarietà chiede che tali processi non si impongano dall’alto in modo opaco e unilaterale» (71). Infine, la lettera di Leone XIV si svolge seguendo due fili biblici, uno buio e l’altro luminoso: la torre di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme da parte di Neemia. Una costruzione sbagliata e una giusta. Neemia (Ne 1-2) sente una chiamata a tornare a Gerusalemme, per ricostruirla: «Ricostruire oggi significa riconoscere che … esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, … far crescere giustizia e fraternità » (10). Il fondatore di Babele è invece Nimrod, che «fu il primo a divenire potente sulla terra» (Gen 10,8). Babele è dunque un grande insegnamento sul potere e sugli imperi, e sulla loro corruzione intrinseca. Sia i ricostruttori con Neemia sia quelli di Babele erano lavoratori, in entrambi c’era azione collettiva, una comunità di lavoro. Ogni giorno, da millenni, la storia è un intreccio di lavoratori che costruiscono Babele e di lavoratori che edificano arche e ricostruiscono città.

La sindrome di Babele

Nella Bibbia, Babele viene dopo il diluvio e l’arca di Noè. La «sindrome di Babele» (10) arriva puntuale quando si è usciti da diluvi (globalizzazione, guerre…) o se ne temono altri, e la tentazione di costruire mura sbagliate diventa molto forte: «Molti e molti anni furono dedicati alla costruzione della torre. Agli occhi dei costruttori un mattone divenne allora più prezioso di un essere umano; se un uomo precipitava e moriva nessuno vi badava, ma se cadeva un mattone tutti piangevano. Alle donne incinte non permettevano di interrompere il lavoro nemmeno per le doglie: partorivano forgiando mattoni» (Louis Ginzberg, Le leggende degli ebrei). 

In questo tempo di grande e nuova sofferenza, Magnifica humanitas accresce la gratitudine per la Chiesa e per papa Leone, ed è un grande dono per tutti coloro che continuano a sperare e a credere che l’umanità, nonostante tutto, sia magnifica. 

www.avvenire.it

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venerdì 22 maggio 2026

IL TERRORE DELLA FINE

 


 'Solo la cura 

ci salva 

dal terrore

 della nostra fine'

 


 L’uomo è sempre impegnato a rimuovere il pensiero della morte e persino la guerra è una estremizzazione di questo tentativo vano

 Ma per non avere paura l’unico antidoto

 è una solidarietà più forte.

-         di Massimo Recalcati 

Nessun altro tempo come il nostro, dopo la tragedia immane della Seconda guerra mondiale, ha sollevato con così grande angoscia il tema della salvezza. Ne usciremo vivi? E come? Sono domande che ricorrono e che non smettiamo di porci dimenticandoci però che nessuno di noi ne potrà davvero uscire vivo. L’essere umano è, infatti, destinato a finire nella polvere dalla quale proviene. È una verità inappellabile che si trova pronunciata anche dal testo biblico per bocca di Qohèlet

Se anche ai conflitti più aspri e irragionevoli, alla precarietà e al disagio sociale, alla crisi economica si potrebbero trovare delle soluzioni possibili, resta il fatto inamovibile che nessuno potrà uscirne vivo da quaggiù: la polvere che noi siamo ritornerà irreversibilmente alla polvere. Il punto è che questa verità viene costantemente rimossa dagli esseri umani. 

Anzi si potrebbe dire che l’uomo non sia solo un animale mortale – cosciente, come tale, diversamente dagli altri animali, della necessità della sua fine -, ma che sia un animale mortale costantemente impegnato nella rimozione individuale e collettiva del reale della morte. Solo la malattia e la sofferenza gli ricordano questo reale dalla cui presa vorrebbe sfuggire o semplicemente dimenticare. Altrimenti gli esseri umani dedicano il loro tempo ad occultare questo trauma. Lo fanno inventando filosofie o religioni come se fossero dei rimedi, provando a distrarsi in ogni modo, nel divertissement di ogni genere, nel culto igienista del proprio corpo sempre in forma, nel rifarlo attraverso la chirurgia estetica per scongiurare i segni del suo decadimento, nelle passioni più diverse che sembra mettano tra parentesi, seppur momentaneamente, la nostra fine, nell’immaginare le voci nell’aldilà, nel sacrificarsi senza riserve per il proprio lavoro o per i propri ideali. Ma il modo più inverosimile e al tempo stesso drammaticamente più umano per stornare il pensiero della morte è quello dell’ammazzarsi reciprocamente. Può accadere per diverse ragioni. Per puro prestigio, per denaro, per sete di potere. La storia degli uomini è la storia delle loro continue guerre. 

Siamo solo una “masnada di assassini” dichiarava senza speranza Freud di fronte alla tragedia della Prima guerra mondiale. Nessuna vicenda come quella della guerra rivela la stoltezza più profonda dell’umano. La guerra sposta sul nemico l’angoscia collettiva di fronte alla nostra fine? Si tratterebbe, come teorizzava già Franco Fornari, del rigetto paranoico del lutto. Anziché confrontarsi con l’ineluttabilità della nostra morte si dà la morte a qualcun altro. E se provassimo invece a cambiare il nostro modo di vedere le cose? Se provassimo a vedere nel carattere inaggirabile della morte quello che ci unisce come umani non potremmo trovare proprio in questo trauma il fondamento più sincero di una possibile fratellanza o sorellanza? Non sarebbe questo il più vero magistero di Giobbe? Ricordiamo la sua vicenda. Egli è l’uomo giusto che il Dio biblico vuole mettere alla prova togliendogli tutto. La sua fede resisterà o sarà spazzata via lasciando il posto al risentimento e alla rivendicazione? Troppo facile credere che la rettitudine sia sempre premiata con la fortuna. 

Proviamo invece a smuovere le cose, pensa il suo Dio sollecitato dal demonio. Proviamo a vedere come l’uomo giusto reagisce di fronte alla perdita, alla malattia e alla caduta. 

Proviamo a vedere cosa accade se ogni forma di giustizia retributiva venisse scossa alle sue fondamenta. La fede può resistere di fronte all’ingiustizia e all’insensatezza del dolore? Ma se davvero provassimo a prendere sul serio la lezione di Giobbe non ci perderemmo nella lotta fratricida dell’uno contro l’altro, se ci ricordassimo insieme a lui della polvere che portiamo nella nostra carne non rigonfieremmo il petto della superbia e dell’insulto, della aggressione e della costante imputazione rivolta verso l’altro. Se ci ricordassimo di Giobbe potremmo trovare forse davvero una via di salvezza. Non quella che rimuove la morte ma, al contrario, quella che il riconoscimento della nostra morte potrebbe rendere possibile. 

Si rilegga in questa luce anche La peste di Camus. In gioco non è come ritenne ingiustamente Sartre nella sua lettura una “morale da crocerossina”, ma un’etica della misericordia che riguarda il riconoscimento di chi cade come nostro fratello e nostra sorella. Il disprezzo aristocratico nei confronti di quest’etica non considera che la nostra destinazione mortale ci rende tutti bisognosi di cura, che senza la presenza dell’altro saremmo già polvere ancora prima di morire. Lo dichiara ancora una volta Qohelet: «guai a chi cade ed è solo!». Se tutto è un “soffio”, se la vita è una breve corsa sotto al sole, non dovremmo credere meno alla guerra? Se riconoscessimo davvero il nostro comune destino mortale potremmo davvero essere fratelli e sorelle. Mentre la pulsione di morte che domina la spinta alla guerra conduce verso la distruzione di ogni legame nel nome dell’Uno contro l’Altro, ricordarsi della nostra polvere dovrebbe mostrarci quanto la nostra vita dipenda dall’esistenza di questi legami, quanto il tempo sempre breve che ci resta da vivere meriterebbe di essere dedicato a qualcosa di più grande che non alla spinta a distruggere. Di fronte alla tragedia della peste gli uomini descritti da Camus si riconoscono fratelli e sorelle rispetto all’assurdità del male che li colpisce. Solo non dimenticare la nostra polvere potrebbe salvarci se non dalla morte almeno dall’orrore dalla guerra di tutti contro tutti. 

La Repubblica 

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martedì 14 aprile 2026

DONNE CHE RESTANO

 Grazie alle molte donne che tengono, ogni giorno, in piedi comunità, famiglie, associazioni, imprese, semplicemente sapendo «restare» quando tutto attorno traballa e crolla.

-di Luigino Bruni

È ormai qualche decennio che la teoria economica ha iniziato a interessarsi alle dimensioni specifiche di genere, cioè allo studio delle eventuali caratteristiche specifiche e salienti del modo di agire nella sfera economica e sociale delle donne rispetto agli uomini. 

Esistono ormai interi corsi di studi intitolati alla «Gender Economics», che, sulla base di un crescente numero di dati empirici, mettono in luce alcune tendenze e costanti comportamentali. Le donne (in media e su grandi numeri), ad esempio, amano meno la competizione dei loro colleghi maschi. Sono invece più capaci di cooperazione, danno una maggiore importanza ai beni relazionali e alle dimensioni affettive-emotive dei rapporti, un punto di forza che, ovviamente, diventa anche una maggiore vulnerabilità e complicazione nella gestione dei rapporti di lavoro e in genere nelle relazioni che spesso si inceppano per attriti emozionali. Su questa linea voglio sottolineare un aspetto della dimensione femminile, non particolarmente analizzato dagli studi nelle scienze sociali. Mi riferisco al diverso atteggiamento, o alla diversa cultura, con la quale le donne gestiscono le crisi nelle comunità – ripeto: si tratta di tendenze –. Prendo in considerazione in particolare le comunità religiose o carismatiche, ma molte di queste considerazioni possono essere estese anche ai luoghi di lavoro, alle associazioni civili e alla famiglia. 

In questi anni ho scritto molto sulle crisi nelle comunità e Organizzazioni a Movente Ideale (OMI), ne ho osservato centinaia alle prese con grandi processi di cambiamento. E ho riscontrato alcuni aspetti, relativamente costanti. 

La sintesi di quanto appreso potrebbe essere così formulata: le donne e gli uomini rispondono diversamente alle crisi comunitarie. 

Mentre noi maschi siamo in genere e spesso molto occupati ad analizzare le ragioni delle crisi, a discutere sulle diagnosi e a ipotizzare terapie possibili, a dare grande peso alle idee e alle ideologie, lasciandoci prendere molto dai dibattiti su ciò che non va, le donne hanno un rapporto più vitale e carnale con la realtà, con la vita, e sono più interessate alle cose che vanno, pur vedendo i problemi. 

Ho visto intere comunità religiose e movimenti non sprofondare dopo grandi crisi perché alcune donne hanno semplicemente continuato a vivere la loro vita mentre attorno tutto andava a rotoli. 

A recitare la liturgia delle ore, ad aprire la mensa ai poveri, a pulire una stanza e un bagno, a cucinare, ad annunciare la parola e a vivere il proprio carisma. Invece di intrattenersi in infinite discussioni sulle cause della crisi, su che cosa fosse ancora vivo del carisma, sulle possibilità di futuro, erano ancorate al presente, e non permettevano che la vita, appunto, presente fosse divorata dal peso del passato e dai dubbi sul futuro incerto. 

Piantate coi piedi per terra, le donne «stavano», sapevano stare – stabat… – in lunghi venerdì e sabati santi. Ciò non è espressione di una minore capacità di astrazione delle donne (come si pensava, purtroppo, in passato anche nella Chiesa), ma dipende da una vocazione diversa alla vita e alla concretezza, che rende vera e viva per loro in un modo speciale quella frase tanta cara a papa Francesco«La realtà è superiore all’idea».

 Per loro nessuna idea è più concreta della realtà, anche le idee migliori e più luminose. E l’idea-logos buona è quella che diventa carne. Grazie, allora, alle molte donne che tengono, ogni giorno, in piedi comunità, famiglie, imprese, semplicemente sapendo «restare» quanto tutto attorno traballa e crolla.

«Messaggero di sant'Antonio»! 



domenica 2 novembre 2025

INSEGNARE IN UNA SOCIETA' IN CONFLITTO

 

MISSIONE 

DEGLI INSEGNANTI 

CATTOLICI 

IN UNA SOCIETA’

 IN CONFLITTO


  -di Pasquale Moliterni*

Poiché le guerre hanno origine nello spirito degli uomini è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace. Una pace solida e duratura non può essere frutto solo di accordi economici e politici, ma è necessaria una solidarietà intellettuale e morale (Atto Costitutivo UNESCO, 16.11.1945).  

L’odio moltiplica l’odio e la violenza moltiplica la violenza (M.L. King).

Per superare il naturale istinto egoistico e individualistico, dobbiamo promuovere PROCESSI EDUCATIVI che favoriscano lo sviluppo dell’IDENTITÀ PERSONALE all’interno di CONTESTI CULTURALMENTE SOLIDALI, capaci di valorizzare ogni persona, nessuna esclusa.

Bisogna assumere la PERSONA nella sua pienezza, sia nella dimensione soggettiva (PER SÉ UNUM, in latino), sia nella dimensione intersoggettiva (nell’accezione greca PRŎSOUROS: πρόσουρος), di prossimo.

La persona è ESSERE-DIVENIRE-IN-RELAZIONE. Ognuno di noi è grazie all’a/Altro! Nessuno può esistere o salvarsi da solo. Siamo tutti fratelli e facciamo parte del Creato, come ha esortato Papa Francesco nella “Fratelli tutti” e in “Laudato sì”.

Ecco perché dobbiamo promuovere “intelligenza relazionale”, mediante intenzionali relazioni educative.

Ciò costituisce il campo specifico della pedagogia, coadiuvata dal secolo scorso dalle nuove scienze dell’educazione.

È dunque importante promuovere in maniera diffusa cultura pedagogica e educativa, considerato che relazioni significative, favorendo la ricerca di sé nell’incontro con l’a/Altro, danno senso alla vita.

EDUCARE, infatti, è ex-ducere e cum-ducere, ossia AIUTARE A DISVELARE IL MEGLIO DI SÉ verso il bello, il vero, l’equo e il bene comune, NEI CONTESTI DI VITA e nell’incontro con gli oggetti culturali (SAPERI e CONOSCENZE), per sviluppare consapevolezze responsabilmente agite (COMPETENZE). 

Tuttavia, sappiamo che quello educativo è un processo lungo e complesso, che impone di promuovere/realizzare interconnessioni e legami tra soggetti e contesti. D’altronde, COMPLESSITA’ deriva dal latino cum-plectere, che significa per l’appunto “intrecciare, fare rete”. Si tratta di una postura che incontra, però, resistenze nella cultura individualistica che caratterizza sempre più la nostra epoca. 

Cosa comporta allora promuovere LA PACE ATTRAVERSO l’EDUCAZIONE?   

 Si tratta di:

-         -garantire a tutti l’educazione e, soprattutto, un’educazione inclusiva (ONU, 2006) e alla complessità;

-      -  ampliare le opportunità formative per conoscersi nell’incontro con le diversità altrui (nella scuola, nello sport, nel teatro, nell’oratorio, negli ambienti naturali e museali), sperimentando modalità di convivenza fruttuosa e di reciproco aiuto;

-         -perseguire la ricerca della verità e favorire il libero scambio di idee e conoscenze, con un ruolo più responsabile dei mass-media e dei social-media;  

-   - sostenere le famiglie nella loro responsabilità educativa attraverso proposte e sollecitazioni anche relative a piccole esperienze di vita quotidiana;

-         -promuovere alleanze tra istituzioni, servizi, associazioni, privato sociale e mondo produttivo;

-         -sviluppare le relazioni tra i popoli per favorire la reciproca conoscenza culturale e migliorare la reciproca comprensione (sistemi e modalità di informazione, convegni, Erasmus/Erasmus Mundus, IA, ecc.);

-        - farsi portatori di istanze perché vengano sviluppate politiche strutturali innovative, in un processo di integrazione e di miglioramento continuo. 

Qual è dunque la SFIDA e la MISSIONE EDUCATIVA per l’INSEGNANTE, anche cattolico?

L’insegnante deve essere un MEDIATORE PEDAGOGICO e un MEDIATORE DIDATTICO, facilitatore e promotore di RELAZIONI UMANE positive e di positive/adeguate RELAZIONI E ORGANIZZAZIONI CULTURALI.

Deve promuovere e testimoniare, in definitiva, il rispetto della dignità della persona, l’empatia e la capacità di comprensione reciproca attraverso l’ascolto attivo e il dialogo, la solidarietà e l’equità (education). Deve essere capace di predisporre opportuni percorsi formativi (schooling), in cui le scelte curricolari riescano a favorire l’integrazione tra identità (umana e scientifica) e solidarietà (umana e scientifica), specificità e universalità, particolare e generale, comprendendo che, pur nelle peculiarità (personali, scientifiche, culturali), si appartiene alla medesima umanità e si fa parte di un medesimo mondo che bisogna conoscere e migliorare. 

La vera ricchezza è operare per il bene comune.

* Università Roma “Foro Italico”

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sabato 5 aprile 2025

SUSSIDIARIETA' e LIBERTA'


 Mattarella: la sussidiarietà 
è garanzia di libertà

Una delegazione della Fondazione per la Sussidarietà, guidata dal presidente Giorgio Vittadini ha consegnato al Capo dello Stato il primo "Premio Sussidarietà".

 

 

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto questa mattina al Quirinale una delegazione della Fondazione per la Sussidarietà, guidata dal presidente Giorgio Vittadini.
Al termine dell’incontro è stato consegnato al Capo dello Stato il Primo “Premio Sussidarietà” per il contributo alla diffusione e alla crescita della cultura della sussidarietà, realizzato dallo scultore Carlo Steiner. Di seguito un ampio stralcio del discorso tenuto dal Capo dello Stato.

La sussidiarietà è un principio che lega e rafforza il rapporto tra istituzioni e società. Lega tra loro anche gli stessi ordinamenti delle istituzioni pubbliche, ciascuna nella sua autonomia e complementarietà. È nel vivo della società che la sussidiarietà trova la sua radice più profonda, e la sua ragione più esigente, perché essa è strettamente connessa con due valori di fondamentale rilievo: la libertà della persona e la solidarietà che essa esprime nell’ambito delle comunità in cui vive e realizza la propria esistenza.

La sussidiarietà è, cioè, in primo luogo, espressione e garanzia di libertà per le persone e i corpi sociali che concorrono all’interesse generale e che, nella pluralità degli apporti, si adoperano per rigenerare continuamente quei valori di umanità e di corresponsabilità che rappresentano uno dei portati più preziosi del nostro modello sociale, del modello sociale europeo.

Un modello che assicura spazi di autonomia, di partecipazione, di concorso delle persone, che trovano nelle formazioni espressive di valori e interessi delle comunità lo strumento per la loro affermazione, sconfiggendo sia le pretese di massificazione delle ideologie autoritarie del ‘900 – che hanno portato all’oppressione dell’uomo sull’uomo – sia quelle nuove, con la verticalizzazione del potere e la prevalenza di quello finanziario.

È importante irrobustire il principio di sussidiarietà: l’alternativa sarebbe introdurre arbitrari criteri gerarchici, addirittura favorendo, di fatto, poteri separati dalla società o concentrazioni che indeboliscono l’impianto democratico. La rete delle comunità e dei corpi intermedi tiene alta la stessa qualità della democrazia, rinvigorisce – ripeto – la libertà di ciascuno, perché la libertà si realizza insieme a quella degli altri, si realizza in quella degli altri.

La sussidiarietà è uno dei vettori del percorso che abbiamo davanti e, ben prima che la parola entrasse nella Costituzione nel 2001, il principio della sussidiarietà è maturato lungo tutta la storia della Repubblica. La nostra, come altre Costituzioni nate dalla Liberazione del continente dal nazifascismo, viene definita Costituzione “personalista” (…) perché colloca la dignità della persona, e non la ragione di Stato, al centro dell’azione della Repubblica. E sono proprio il principio personalistico e quello comunitario a farci dire che la sussidiarietà – sussidiarietà verticale ma, a maggior ragione, sussidiarietà orizzontale – è, dalle origini, pienamente dentro il disegno costituzionale, anzi ne è una sua esplicazione.

Le autonomie, territoriali e sociali, sono con evidenza incompatibili con i regimi autoritari, e proprio la loro inibizione è spesso la cartina di tornasole di restringimento delle libertà.

Ecco allora il contributo che esse recano vivificando libertà e democrazia di un popolo con la loro semplice esistenza. Contributo che trascende le finalità specifiche che le ha mosse, per divenire collante di una identità comune.

Le identità plurali delle nostre comunità, locali, sociali, sono frutto del convergere delle persone verso mete comuni e, a loro volta, partecipano della costruzione del percorso verso il bene comune della nostra società. In questa maniera si invera la democrazia che è fatta di sostanza e non di mera forma; di eguaglianza dei cittadini, che si realizza rendendo effettivi i diritti sociali, attraverso l’intervento del servizio pubblico e di ogni altro soggetto che può concorrere allo sviluppo del Paese e al benessere delle sue comunità.

Le comunità che si organizzano, la solidarietà che prende forma associativa, la mutualità, il volontariato, il Terzo Settore costituiscono risorsa insostituibile

Le comunità che si organizzano, la solidarietà che prende forma associativa, la mutualità, il volontariato, il Terzo Settore costituiscono risorsa insostituibile. Lo spazio pubblico non vive di polarizzazione tra il potere delle istituzioni da un lato e il singolo individuo dall’altro. Senza comunità intermedie anche il riconoscimento dei diritti viene messo a rischio.

Per affrontare le sfide locali come quelle nazionali, come quelle globali, è indispensabile rilanciare la cultura che viene espressa dal “noi”.  “Noi” come responsabilità comune, “noi” come volontà di partecipazione, “noi” come costruzione di comunità larghe e aperte.

L’albero della sussidiarietà ha molti rami. Coltivarlo è un grande servizio al nostro Paese.

 

Il discorso di Sergio Mattarella

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venerdì 14 marzo 2025

UN AMICO A PASQUA


 Il caso Hackman Determinante creare comunione con gli altri

  

Riflessione sulla morte in solitudine del famoso attore.


Occorre allargare cuore e mente, capire che l’altro mi è

 indispensabile e realizzare comunità con chi è diverso da noi

 

- di MAURIZIO PATRICIELLO

 

Non voglio scrivere della bravura di Gene Hackman come attore né dei premi ricevuti. Chi ha avuto successo nel mondo del cinema, dello spettacolo, della musica suscita tanta ammirazione ma anche tanta invidia. In fondo ha ottenuto ciò che – forse, chissà - avremmo desiderato anche noi.

Voglio soffermarmi, invece, a pensare all’uomo vecchio e malato, che trova la morte nella sua stessa casa trasformata in una prigione. Solo, terribilmente solo. Come saranno state le sue ultime ore? Si sarà reso conto del dramma che stava per abbattersi su di lui? Avrà intuito che Betsy, la donna che amava e dalla quale veniva accudito, lo aveva lasciato per sempre? Avrà chiesto aiuto durante quella interminabile settimana?

È angoscioso pensare che un uomo, ricco, famoso, conosciuto in mezzo mondo, possa terminare la sua lunga vita come è accaduto a lui. Una morte tristissima, nella più gelida solitudine. Una riflessione, a riguardo, ce la possiamo permettere, anche perché gli attori, i cantanti, gli artisti, in un certo senso, almeno un poco ci appartengono. Una mia cara amica invalida mi chiese di celebrare una messa per Nadia Toffa e Fabrizio Frizzi. «Perché?» le chiesi. E lei: «Mi hanno tenuto tanta compagnia». Bellissimo.

Per questo motivo la morte di Hackman ci ha procurato non solo domande ma dolore. Com’è stato possibile? “Scelte di vita”, dirà qualcuno pronto a chiudere il discorso e voltare pagina. Quasi a dire: l’ha voluto lui, ognuno fa quello che meglio crede. E invece no, non possiamo lavarci le mani e tirare a campare. Perché il dramma della vecchiaia, della solitudine, della demenza senile, della malattia, prima o poi, ci riguarda tutti. Possiamo fare qualcosa per rendere meno pesanti gli ultimi anni di vita di tanta gente e, magari, nostri? Certamente, basta volerlo.

Innanzitutto, occorre incrementare la volontà di eliminare i ghetti.

Martedì mattina, sono stato a fare un incontro sulle mafie in un liceo di Aversa. Quasi mille giovani hanno ascoltato con attenzione, hanno fatto domande, espresso le loro perplessità, avanzato proposte. A

nche a loro, ancora una volta, ho consigliato vivamente di non ritrovarsi solo con gli amici della loro stessa età, ma di allargare le tende senza paura. Ciò di cui, necessariamente, ha bisogno il mondo è la comunione.

L’altro mi è indispensabile. Se riusciamo a creare comunione anche con chi, per età, idee, condizioni economiche, geografiche, sociali, è diverso da noi, avremo reso un ottimo servizio a noi stessi e all’umanità.

Come i vecchi non devono stare solo con i vecchi, allo stesso modo i giovani. 

La famiglia, ancora una volta, potrebbe essere la risposta a questa esigenza. In famiglia c’è spazio per tutti, nonni, genitori, bambini e cagnolino.

Dopo la famiglia, per noi cristiani, viene la comunità parrocchiale.

Iniziamo noi.

Domenica prossima, a Messa, con estrema gentilezza, andiamo a sederci accanto a uno sconosciuto. Sorridiamogli. Con garbo chiediamogli come si chiama. La prossima volta quello sconosciuto avrà un nome.

Un passo alla volta e, per Pasqua, saremo amici. Porteremo i suoi pesi e gli affideremo i nostri. E le giornate buie, come per incanto, si illumineranno. Il fardello che ci schiaccia diverrà più leggero. Ognuno diverrà custode del suo fratello.

Anche con il vicinato siamo chiamati a fare qualcosa del genere. Ci terremo d’occhio, prenderemo nota di chi vive solo, non per ficcare il naso nelle faccende altrui, ma per captare i primi segnali di un disagio, di un bisogno, di una richiesta di aiuto.

Non dobbiamo avere paura di osare. Tutto questo, ovviamente, non s’inventa dalla sera alla mattina. Si costruisce lentamente.

Anche le varie fasi della vita hanno bisogno di entrare in comunione tra loro. Un po’ come avviene per la pensione. Lavorando in gioventù costruiamo una cassa comune alla quale attingere da vecchi.

Provvedere. Prevedere. Prevenire. Soccorrere. Condividere. Amare.

Dobbiamo imparare a invecchiare, senza essere pedanti, senza pretendere di avere sempre ragione, senza la pretesa di dovere per forza insegnare. Senza rinchiuderci in quegli insopportabili lamenti che fanno scappare i ragazzi. Occorre allargare il cuore e la mente.

Chiudo gli occhi e sogno. Provo a pensare al caro Gene Hackman che spalanca le porte della sua bella casa a una, due, tre famiglie di poveri e le rende felici. Le grida dei bambini rallegrano le sue giornate. E, nel momento del pericolo, chiamano gli aiuti.

Il Vangelo ha sempre ragione. Gesù ci ha detto di amare tutti, sempre, in particolare i più fragili, i vecchi, gli ammalati, i bambini, i poveri, coloro che lentamente vanno perdendo le forze, la memoria, il senno. Hanno bisogno di noi.

 Abbiamo bisogno di loro. Custodiamoli. Custodiamoci.

Credo che le nostre comunità parrocchiali (e perché no, pure quelle scolastiche?), anche da questo punto di vista, sono chiamate a essere profetiche.

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sabato 18 gennaio 2025

RIPENSARE LA FRATELLANZA


 Come si diviene fratelli e sorelle al di là del mito della consanguineità?

 Si tratta di realizzare un legame solidale discreto senza la pretesa che tutto sia condiviso.

Senza annullare l’esistenza separata dell’altro.

Senza voler a tutti costi costringere il reale del Due 

dentro il recinto chiuso dell’Uno.

-  di Massimo Recalcati 

A proposito del conflitto israeliano-palestinese diversi commentatori politici hanno fatto notare come uno degli ostacoli maggiori di fronte all’ipotesi dei Due popoli in Due Stati sia la presenza di spinte fondamentaliste di tipo religioso attive da ambo le parti. È una osservazione che condivido perché il discorso religioso quando viene sequestrato dal fanatismo fondamentalista tende sempre a imporre l’Uno sul Due. In questo senso esso sarebbe strutturalmente allergico al principio della democrazia che è invece sempre un’esperienza radicale del lutto dell’Uno nel nome del Due. 

Varrebbe la pena a questo proposito ricordare che il primo moto che orienta i legami tra i fratelli non è quello della fratellanza ma quello dell’odio e dell’inimicizia: l’odio è più antico dell’amore, il ripudio del fratello o della sorella più originario rispetto alla loro accoglienza. Questo per una ragione evidente: la nascita del fratello o della sorella impone un decentramento inevitabile alla vita del figlio, il quale è costretto a esporsi giocoforza al regime plurale del Due, all’impossibilità di essere un Uno tutto solo. 

 In gioco è la difficile esperienza del lutto dell’Uno. Non è, infatti, possibile sottrarsi all’incontro traumatico con il Due, non è possibile consistere solo di se stessi. 

 Accade, come sanno bene gli psicoanalisti, anche ai cosiddetti figli unici. Essi non solo vivono sospesi al fantasma sempre in agguato della nascita di un possibile fratello o sorella, ma molto spesso si trovano nella necessità narcisistica di ribadire costantemente la loro condizione di superiorità. 

Non a caso Franco Fornari, che fu mio professore all’Università Statale di Milano nei primi anni Ottanta, quando qualche studente indugiava troppo nel formulare in aula domande che assomigliavano più a veri e propri interventi, usava chiedere loro, con aria un po’ maliziosa: «Mi scusi, ma lei è figlio unico?». 

Sapeva bene il mio vecchio professore quanto l’esistenza di un fratello o di una sorella introduca nella vita del figlio l’esperienza benefica, sebbene traumatica, di un limite e quanto sia difficile accettarne l’esistenza. 

Nella prospettiva della psicoanalisi i legami fraterni o di sorellanza rischiano da una parte la fusione incestuosa, la spinta a costituire un solo tragico corpo come accade ai gemelli ginecologi raccontati da Cronenberg negli Inseparabili. L’illusione della consanguineità favorisce questa distorsione perversa: il Due sarebbe solo una manifestazione apparente della sostanza inscalfibile dell’Uno. 

Non a caso tutti i deliri totalitari sono ossessionati dalla negazione di ogni forma di plurilinguismo. 

Per un’altra parte però i fratelli e le sorelle rischiano il conflitto aperto, la lotta senza esclusione di colpi, l’aggressività inesausta di una rivalità irriducibile (Romolo e Remo, Caino e Abele, Giacobbe e Esaù, ecc). È l’altra faccia della stessa medaglia poiché sia la follia della fusione sia quella della rivalità fratricida vorrebbero sopprimere il Due. 

Il mito di Narciso che si specchia nella rappresentazione ideale di se stesso converge in questo senso con quello di Caino che uccide il fratello Abele, mosso dall’invidia nei confronti di chi incarnava il proprio ideale. Invece di intraprendere il lutto dell’Uno imposto dall’esistenza del Due, Caino vorrebbe, infatti, cancellare per sempre il Due al fine di continuare a essere “l’unico” e il “solo” figlio. 

È questo uno dei complessi psichici a fondamento del fenomeno collettivo della guerra: difesa a oltranza dell’Uno di fronte alla minaccia destabilizzante del Due. Non a caso i vissuti che scaturiscono dalla nascita di un fratello e di una sorella non sono mai solo di gioia, ma evocano sempre anche l’intrusione e l’esclusione. Il fratello e la sorella incarnano, infatti, la minaccia sempre possibile della nostra sostituzione. Si tratta di una esperienza di intrusione che ha come effetto principale una espropriazione: “il mio posto è stato preso da un altro”. 

Ma come si diviene fratelli e sorelle al di là del mito della consanguineità che sostiene l’illusione fondamentalista dell’Uno che vorrebbe escludere il Due? Come si realizza una fratellanza e una sorellanza che non siano preda dell’odio? Si tratta di realizzare un legame solidale discreto senza la pretesa che tutto sia condiviso, senza annullare l’esistenza separata dell’altro, senza voler a tutti costi costringere il reale del Due dentro il recinto chiuso dell’Uno. 

È quello che possiamo trovare nel gesto solo apparentemente enigmatico con il quale Esaù e Giacobbe si abbracciano lasciandosi alle spalle la lotta a morte per il loro prestigio, decidendo però di seguire due cammini differenti, di rimanere Due. 

Ne L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio è quello che viene descritto attraverso l’amore della protagonista per una sorella la cui differenza radicale assomiglia all’estraneità anarchica del mare. 

Accade, insomma, ogni volta che la nostra vita sceglie la vertigine del Due rinunciando a volere fare e essere: Uno con l’altro.

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venerdì 20 settembre 2024

IDENTITA' e FRATELLANZA

 






-         di Enzo Bianchi


 Se l’amore e l’amicizia sono ricerca, custodia e coltivazione di un legame fondato sull’esercizio libero dell’amore quale dono, la fraternità nasce come «legame già dato grazie all’origine, per il quale si crea una reciprocità in cui ci si custodisce». L’amore e l’amicizia conoscono la possibilità della fine, della caduta; la fraternità no, perché si è fratelli e sorelle per sempre e nessuno sceglie i propri fratelli e sorelle. Ma questo status della fraternità è nel contempo un dono e un compito; siamo nello stesso ordine della communitas, luogo del cum-munus, nel doppio significato di “dono” e di “dovere” comune: come la comunità, anche la fraternità è condivisione del dono, del dovere, della responsabilità, e anche nella fraternità vi è un debito che ciascuno vive verso gli altri. 

 Il figlio che riceve la notizia della nascita di un fratello vede mutare la propria condizione di unicità.

È decisivo che compia una scelta libera di decentramento del proprio io per riconoscere un’alterità con la quale si instaura un legame dato, non scelto. Questo passaggio dal dono al compito, questa accettazione del limite intervenuto con la presenza del fratello o della sorella richiede che si metta a morte l’“unicità”, che si vinca la paura di perdere “l’unico posto”. Ed è qui, al cuore della fraternità, che riemerge la paura dell’altro, la possibilità che l’altro sia l’inferno e, in definitiva, la paura della morte. Vivere la fraternità è dunque la prima vocazione umana, il compito per eccellenza: solo così la vita conosce la convivenza, la comunità, ed è vita buona in pienezza, attraverso la quale uomini e donne si umanizzano. In questo senso, vorrei tracciare alcune linee generali per vivere la fraternità.

 La prima esigenza è l’accettazione incondizionata del fratello e della sorella: mi sono stati affidati dal momento del loro apparire davanti a me e accanto a me. Il loro esserci richiede che non si pongano condizioni alla relazione fraterna. Alle radici della fraternità c’è il rispetto assoluto per l’altro, il suo riconoscimento. Il fratello/la sorella, non si scelgono, sono un fratello/una sorella in umanità perché esseri umani come me, sono un fratello/una sorella nella chiesa perché battezzati come me, sono membri della mia comunità perché ne fanno parte come me attraverso un’alleanza.

 Una seconda esigenza per vivere la fraternità è l’assunzione di responsabilità degli uni verso gli altri. «Sono forse io il custode di mio fratello?». In questa domanda si cela la grande tentazione di rinnegare la responsabilità. Eppure, l’altro, il fratello di fronte a me, è di per sé invocazione, domanda che chiede la mia risposta, l’assunzione di una responsabilità nei suoi confronti. La tentazione che ci abita è sempre la demissione, espressa dal «non so» di Caino. È rimuovere la presenza del fratello o della sorella, per non assumere una responsabilità che è sempre un decentramento da sé e un farsi carico della custodia dell’altro. In realtà non vedere, non discernere il fratello, non prendersi cura di lui quando è nel bisogno, è già un percorrere una via omicida. A causa della nostra omissione l’altro può trovare la morte!

 Infine, per vivere la fraternità, si richiede la solidarietà come esigenza di comunione. Quella della solidarietà, cioè della cura e della custodia reciproca, è forse l’esperienza più attestata di fraternità realmente vissuta. Questo vale per tutti i generi di vita: in particolare la famiglia è il primo luogo della solidarietà, lo spazio nel quale ogni gesto o comportamento richiede reciprocità, perché ciascuno possa vivere la cura e la custodia dell’altro.

 Nel Nuovo Testamento, soprattutto nella predicazione paolina, ricorre con insistenza il pronome allélon, “gli uni gli altri”, che indica con forza il compito della solidarietà. Spesso Paolo chiede ai cristiani delle diverse comunità di stimarsi a vicenda, di avere gli stessi sentimenti gli uni verso gli altri, di accogliersi gli uni gli altri, di correggersi gli uni gli altri, di aspettarsi gli uni gli altri, di avere cura gli uni degli altri, di confortarsi, di sopportarsi, di vivere in pace, di portare i pesi gli uni degli altri... Molti sono i passi che con tengono questo pronome, e sono passi in cui l’accento cade sempre sulla solidarietà reciproca, sulla reciprocità vissuta nella gratuità e nella consapevolezza che il fratello può amare il fratello solo perché prima è stato amato da Cristo.

 Inoltre, non si può dimenticare la frequenza con cui ricorre nelle lettere paoline la preposizione sýn, “con”, “insieme”, unita a numerosi verbi: lavorare insieme, rallegrarsi insieme, soffrire insieme, pregare insieme, sentire insieme, camminare insieme... Nella fraternità non si è “mai senza l’altro” ma sempre sýn, insieme. La compagnia del vivere insieme comporta addirittura l’assurdo logico del morire insieme, come viene indicato dall’Apostolo: voi fratelli «siete nel nostro cuore, per morire insieme e vivere insieme» (ad commoriendum et ad convivendum: 2Cor 7,3). Con questa preposizione, sýn, sono formati anche i sostantivi sinodo – di cui sopra – e sinassi, nomi della chiesa che pongono l’accento proprio sull’agire e sul camminare (cioè sull’essere) insieme.

 “Reciprocità” (allélon) e “insieme” (sýn) sono le costanti della solidarietà fraterna. Risulta dunque evidente che la fraternità implica l’esercizio del comandamento dell’amore del prossimo, del comandamento nuovo, cioè ultimo e definitivo, lasciatoci da Gesù: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri (allélous). Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri (allélous)» (Gv 13,34). Non me, ma gli uni gli altri, dice Gesù! Questa fraternità vissuta nell’amore reciproco sarà il segno tangibile dell’essere discepoli di Gesù, secondo quanto egli stesso ha indicato: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri (en allélois)» (Gv 13,35). È la realtà della fraternità! Una realtà che, tra l’altro, costituisce uno degli aspetti dell’inesauribile mistero dell’eucaristia: «Il servizio fraterno all’interno della comunità è in certo qual modo la res del sacramento... La fraternità che l’ultima cena suggella si cementa nel servizio reciproco, nel dono dell’uno all’altro di cui Gesù è sorgente ed esempio».

 È dunque nell’amore fraterno che si può cogliere il sigillo della “differenza cristiana”, che si manifesta in uno stile di vita all’insegna della fraternità e della comunione. Ed è da questo essere una fraternità che può discendere anche quel paradossale “bel comportamento” (1Pt 2,12) così descritto da Tertulliano, il quale non fa che riassumere l’insegnamento biblico: [Il Signore dice:] «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi calunniano» (Lc 6,27-28). Il Creatore aveva racchiuso tutto questo in una sola frase, per bocca di Isaia: «Dite: “Siete nostri fratelli” a coloro che vi odiano» (Is 66,5).

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