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mercoledì 1 aprile 2026

L'AUTORITA' DELL'ESPERIENZA

 Uno dei tratti peculiari del papato di Francesco e che più è rimasto impresso nella memoria delle persone, è certamente la modalità con cui egli ha esercitato l’autorità. 


- di Luciano Manicardi

 

In Francesco l’autorità non si è fondata tanto sulla “posizione” ricoperta, non si è esibita in titoli magniloquenti, non si è affermata con posture ieratiche, non si è imposta per lo sfarzo delle vesti e dei paramenti, non si è mostrata con linguaggio teologico raffinato e con esibizione di conoscenza, anzi, si è nutrita di semplicità umana, si è iscritta nel registro “popolare”, e si è espressa in modo testimoniale e narrativo. 

Con papa Francesco la modalità narrativa è uscita dagli spazi esegetici e teologici (per lo meno di quegli esegeti e di quei teologi attenti a questa dimensione) ed è diventata prassi, quotidianità di gesti e di parole, ha informato la stessa comunicazione magisteriale al livello più alto nella Chiesa cattolica, suscitando le reazioni sdegnate di chi ha lamentato la carente o scadente teologia di papa Francesco

Giustamente Pierangelo Sequeri ha detto di Francesco che “è un papa che parla in parabole”: egli ha comunicato con un moderno linguaggio parabolico in cui le storie della più ordinaria quotidianità, le osservazioni tratte dalla vita delle persone, le immagini forgiate dal vissuto, i ricordi autobiografici, hanno saputo narrare l’agire misericordioso di Dio. Esattamente come nelle parabole evangeliche, il “materiale ordinario” offerto dalla vita quotidiana è diventato, nella rivisitazione interiore e nella verbalizzazione che ne ha fatto papa Francesco, narrazione simbolica che unisce l’alto e il basso, scorge e indica l’Altro e l’Oltre nel qui e ora. 

Ha scritto GianfrancoRavasi a proposito della trattazione sull’omelia che papa Francesco ha inserito in EG 135-159: “Gesù non veleggia mai sopra la testa dei suoi ascoltatori, ma li cattura quasi partendo dal basso, dai piedi, proprio come deve accadere per il simbolo che è radicato nel concreto ma che trasfigura il contingente svelandone le potenzialità di rappresentazione del trascendente”. 

L’autorità di cui Francesco è stato portatore e che è stata percepita da credenti e da non-credenti, si fondava sull’esperienza. Era dunque percepita come autorevolezza personale ancor prima che come autorità derivante dal ruolo rivestito. E se l’autorevolezza consiste, tra l’altro, nell’essere in ciò che si dice al punto che dire è darsi, papa Francesco ha realizzato questa parola testimoniale, questa parola che è testimonianza. Si tratta di una parola aderente al reale, alla realtà del locutore, di papa Francesco, ma anche delle persone a cui si rivolgeva e che sapeva raggiungere e coinvolgere. 

Riflettendo sullo stile omiletico di papa FrancescoAntonio Spadaro ha scritto: “Il linguaggio delle omelie da Santa Marta è molto semplice, immediato, comprensibile da chiunque. Questa abilità viene a Francesco dalla sua vita a costante contatto con la gente”. Tanto la formazione gesuitica e la pedagogia di sant’Ignazio, che sempre muove dal contesto e dall’esperienza, quanto la sua personale esperienza pastorale lo hanno condotto ad accordare un ruolo centrale all’esperienza fino ad affermare che “la riflessione per noi deve sempre partire dall’esperienza”, essendo evidente per lui che “la realtà è superiore all’idea” (EG 233). 

Ancora Spadaro annota: “Sono i volti concreti delle persone incontrate che lo hanno, in un certo senso, convertito all’esperienza. Durante il suo lavoro a Buenos Aires, per esempio, ha maturato tantissimo l’importanza di questo contatto diretto con la gente. Non è una categoria intellettuale: è la stessa esperienza che lo muove a partire dall’esperienza”.

Munera Rivista Europea di Cultura

 

 

venerdì 20 febbraio 2026

LE NUOVE INDICAZIONI NAZIONALI

 


LE NUOVE INDICAZIONI

 NAZIONALI


TRA CENTRALITÀ 

DELLA PERSONA, 

RUOLO DEL MAGISTER

 E TRASFORMAZIONI

 TECNOLOGICHE

-


di Maria Torrisi*


Premessa
Queste riflessioni prendono spunto dal Convegno nazionale “Ripensare la Scuola: visioni, sfide e prospettive”, del 7 febbraio scorso, svoltosi a Roma, presso la sede nazionale dell' AIMC, e rappresentano una lettura interpretativa personale dei principali temi emersi, con riferimento alle Nuove Indicazioni Nazionali 2025, alla centralità della persona, al ruolo del Magister e alle sfide etiche poste dalle tecnologie.

 La persona al centro: una cornice antropologica per l’educazione
L'intervento a cura di Ester Flocco, presidente nazionale AIMC, ha posto al centro la questione della persona come fondamento dell’educazione. Nei riferimenti della presidente Flocco è possibile riconoscere la visione cristiana/cattolica della persona: un essere dotato di dignità inalienabile, chiamato a essere educato con il cuore, non come oggetto di istruzione ma come soggetto di cura e crescita. La persona, in questa prospettiva, non è un individuo isolato, ma una realtà relazionale che si realizza nella comunità, nella responsabilità verso gli altri e nel rispetto della propria libertà.
Questa cornice antropologica risulta particolarmente significativa perché orienta tutte le successive riflessioni: dalle Indicazioni Nazionali 2025 alla figura del docente come Magister, fino all’uso critico delle tecnologie. La scuola non è semplicemente un luogo di trasmissione di contenuti, ma una comunità educante chiamata a formare persone libere, responsabili e partecipi, secondo una visione che richiama il valore dell’ “educare con il cuore”.

 Le Nuove Indicazioni Nazionali 2025: tra critica e opportunità
Le Nuove Indicazioni Nazionali 2025 hanno suscitato un dibattito intenso, caratterizzato da posizioni di sostegno e da critiche di diversa matrice politica. Il confronto, tuttavia, deve essere condotto con rigore e senza riduzioni ideologiche, poiché la scuola deve mantenere la propria neutralità, evitando che orientamenti politici inficino la libertà e la professionalità dell’insegnamento. La neutralità non significa indifferenza, bensì apertura alla pluralità, rispetto della libertà di coscienza, fedeltà alla Costituzione e responsabilità educativa, in coerenza con la visione di scuola democratica delineata da Dewey, richiamato più volte nel Convegno come riferimento imprescindibile per un’educazione che formi cittadini attivi e partecipi.
Se è vero, come sostiene John Dewey, che l’apprendimento autentico nasce dall’esperienza e dalla partecipazione attiva dello studente, è altrettanto vero che l’esperienza non è mai improvvisazione né spontaneismo privo di direzione. Per Dewey, infatti, l’esperienza educativa è tale solo quando è intenzionalmente progettata, guidata e resa significativa dal docente. In questa cornice, i contenuti non rappresentano un vincolo rigido o un ritorno a un modello trasmissivo, ma possono costituire una struttura di riferimento entro cui organizzare esperienze formative coerenti e progressivamente articolate.

Le critiche rivolte ai “contenuti” delle Indicazioni 2025 rischiano, talvolta, di sovrapporre il piano prescrittivo a quello orientativo. Se interpretati in modo flessibile, tali contenuti possono fungere da bussola culturale e professionale, soprattutto in un contesto in cui molti docenti provengono da percorsi non tradizionali, con solide competenze disciplinari ma senza un’adeguata formazione pedagogica e psicologica. In questi casi, l’indicazione di nuclei tematici e riferimenti culturali condivisi non limita la libertà d’insegnamento, bensì sostiene la costruzione di una professionalità docente ancora in fase di consolidamento, senza sostituirsi alla libertà progettuale dell’insegnante.

La libertà progettuale.

In una scuola democratica, coerente con la visione deweyana, la libertà progettuale non coincide con l’assenza di riferimenti, ma con la capacità critica di interpretarli. I contenuti suggeriti possono allora diventare strumenti per costruire esperienze significative, promuovere il pensiero riflessivo e formare cittadini attivi e consapevoli, in fedeltà alla Costituzione e nel rispetto della pluralità.
Tuttavia, come osservato dal prof. Petracca, permane una preoccupazione diffusa: la possibilità che i contenuti suggeriti dalle Indicazioni possano diventare, de facto, criteri di valutazione anche nelle prove INVALSI, trasformandosi in una sorta di cartina di tornasole. Questo timore richiede una vigilanza pedagogica, perché le prove standardizzate non possono e non devono diventare strumenti di riduzione della complessità educativa e del valore formativo dei processi scolastici.
Il Magister e la relazione educativa: autorità, guida e cura.
Un aspetto particolarmente discusso nelle Indicazioni riguarda il modello del Magister, spesso criticato come asimmetrico rispetto al rapporto maestro-alunno e percepito come sinonimo di autorità tout-court. Tale critica invoca un modello di insegnamento in cui il processo di apprendimento si svolge in parallelo e in simmetria, negando qualsiasi forma di guida o di autorevolezza. Tuttavia, la figura del docente non può essere ridotta a una presenza neutra o esclusivamente “facilitatrice”: l’educazione, per sua natura, richiede guida, orientamento e cura.
La persona non è solo un soggetto cognitivo: essa è un insieme di dimensioni – affettiva, sociale, culturale, spirituale – che richiedono un’educazione integrale. La scuola deve dunque considerare l’alunno nella sua interezza, riconoscendo che l’apprendimento si costruisce nella relazione, nella cura, nella motivazione e nel senso di appartenenza. Questa prospettiva richiede una visione dell’insegnante come figura capace di orientare e accompagnare, ma anche di rispettare la libertà e la dignità dell’alunno.

L’autorità educativa, intesa in senso autentico, non coincide con il potere, ma con la capacità di orientare il percorso dell’alunno, di sostenerne la crescita e di tutelarne il benessere. Questa necessità è rafforzata anche dalla contingenza attuale, in cui episodi di aggressione nei confronti dei docenti testimoniano la fragilità del rapporto educativo e la necessità di riconoscere un ruolo di autorevolezza professionale. Maria Montessori descriveva il ruolo del docente come una presenza che sta accanto all’alunno: non davanti, per dirigere ogni passo, né dietro, per controllare o correggere, ma al fianco, in un atteggiamento di attenta osservazione e accompagnamento. Il docente guida il processo di apprendimento creando le condizioni perché l’alunno possa sviluppare in modo autonomo le proprie capacità. L’immagine del pastore, richiamata anche nel messaggio evangelico, diventa così metafora di una relazione educativa fondata sulla responsabilità, sulla fiducia e sul rispetto dei tempi e dei percorsi individuali. È opportuno sottolineare, come evidenziato dal prof. Magni, che il Magister non deve essere inteso come autorità nel senso stretto del termine, ma come figura di guida educativa che unisce autorevolezza e rispetto della persona, in una relazione di accompagnamento. Inoltre, Magni ha ribadito che, nonostante la prescrittività delle Indicazioni, la differenza la possono fare i docenti, grazie alla libertà di insegnamento e all’autonomia scolastica, confermando la centralità della professionalità docente.

Contenuti, educazione e prosocialità: il valore della relazione e dell’Altro
La riflessione sulla persona conduce a interrogarsi sul rapporto tra istruzione ed educazione. Come ricordato da Aldo Agazzi, ha affermato il prof. Petracca, non esiste istruzione senza educazione: l’apprendimento non può essere disgiunto dalla formazione della persona. Anche Edgar Morin insiste su un insegnamento “educativo”, che non si limiti a trasmettere conoscenze, ma che orienti il soggetto nella complessità della realtà. In questa prospettiva, i contenuti non sono neutrali: la selezione dei contenuti più significativi assume un valore educativo fondamentale, poiché è attraverso di essi che si costruisce la formazione della persona e si promuove la prosocialità.

La prosocialità

Nel suo intervento, il prof. Petracca ha posto l’accento sull’importanza della prosocialità e della relazione con l’Altro, inteso come dimensione relazionale che include persone, comunità e realtà circostante. Questo richiamo trova risonanza nel pensiero di Hannah Arendt, per la quale la persona non “esiste” nel senso dell’individualità isolata, ma “consiste” nella pluralità e nella relazione con gli altri. Bauman, infatti, evidenzia come la retrotopia – la tendenza a rifugiarsi nel passato di fronte a un futuro incerto – possa ridurre la speranza sociale a una dimensione individuale, accentuando l’isolamento e la perdita di comunità. In questa prospettiva, l’educazione deve recuperare un respiro etico e comunitario, selezionando contenuti di pregnanza formativa e promuovendo relazioni autentiche.
Il comportamento sociale, infatti, non può essere semplicemente valutato: va prima promosso, favorendo pratiche di cooperazione, tutoring, comunità educante e relazioni di cura. In una società disorientata, la scuola deve essere luogo di promozione della democrazia e di rispetto della diversità, senza annullare l’unicità dell’altro. Accogliere l’ “Altro” richiede un sacrificio di sé, una capacità di uscire dalla propria prospettiva e di riconoscere la differenza come risorsa. Il principio di prospettiva di Bruner, così come la pedagogia del confronto, possono contribuire a sviluppare una cultura dell’inclusione e del consenso, fondata su valori comuni e sul rispetto della pluralità.

 Tecnologie e Intelligenza Artificiale: priorità etica e responsabilità educativa.
Un ulteriore ambito di riflessione riguarda il ruolo delle nuove tecnologie digitali e dell’Intelligenza Artificiale nella scuola. Le tecnologie non possono essere considerate un semplice strumento accessorio, poiché costituiscono un ambiente culturale in cui studenti e adulti sono immersi. In tale prospettiva, risulta contraddittorio chiedere ai giovani di rinunciare o di limitare strumenti di cui gli adulti stessi non possono fare a meno.

Tuttavia, l’uso scolastico delle tecnologie non può essere accettato acriticamente. Il dibattito emerso nel Convegno ha sottolineato come la priorità debba essere etica: la tutela della privacy, la trasparenza degli algoritmi, la gestione dei dati personali e il rischio di disuguaglianze nell’accesso e nell’uso consapevole delle tecnologie sono questioni decisive. L’Intelligenza Artificiale può amplificare asimmetrie tra chi possiede competenze critiche e chi ne fa un uso passivo, generando nuove forme di disuguaglianza educativa. Pertanto, è necessaria un’educazione digitale che non si limiti alla padronanza operativa, ma promuova una alfabetizzazione critica e responsabile.
In questo contesto, la tecnologia non deve sostituire il docente né diventare una scorciatoia per l’apprendimento, ma essere integrata in un progetto educativo più ampio. Il docente, come Magister, ha il compito di mediare culturalmente e eticamente l’uso delle tecnologie, aiutando gli studenti a interrogarsi sui limiti, sui rischi e sul significato dell’innovazione. Solo così la tecnologia può diventare occasione di cittadinanza, consapevolezza e cura dell’altro, anziché fattore di isolamento o di frammentazione.

Conclusione
Nel complesso, la riflessione sulle Nuove Indicazioni Nazionali 2025 conferma che la scuola non può essere ridotta a un luogo di trasmissione di contenuti né a un laboratorio di metodi. La sfida consiste nel mantenere un equilibrio tra “cosa” e “come”, tra conoscenze e competenze, tra autonomia professionale e responsabilità educativa. Le Indicazioni possono offrire un quadro di riferimento utile, soprattutto in una fase di cambiamento e di rinnovamento delle professionalità, ma è il docente che, attraverso l’analisi dei bisogni degli alunni e il progetto educativo della classe, deve fare la differenza

La qualità dell’azione educativa dipende dalla capacità della scuola di esercitare la propria Autonomia e di progettare in modo consapevole il Curricolo d’Istituto.
La centralità della persona, la responsabilità etica e la cura della relazione educativa costituiscono la base su cui costruire una scuola capace di rispondere alle sfide contemporanee. Per rendere operativa questa prospettiva, è necessario rafforzare i Patti di comunità, promuovendo un’alleanza stabile tra scuola, associazioni, enti e territorio, con l’unico obiettivo del benessere degli alunni. Solo attraverso una comunità educante autentica la scuola potrà davvero “ripensare” se stessa, non come ripetizione del passato, ma come progetto di futuro.


*Presidente AIMC - sezione di Giarre

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martedì 5 novembre 2024

SCUOLA e COLTELLI

 


Lo psicoanalista: «Con i giovani ripristinare l’autorità pre ’68 è impossibile, occorre invece ripensarla. 

Bisogna ripartire dalla parola.

 Un Paese si giudica da come tratta la scuola e il nostro la tratta male»


-         di Francesco Rigatelli

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«Gli episodi di violenza sempre più frequenti nella scuola sembrerebbero dare ragione a chi vorrebbe ripristinare la severità precedente al ’68, ma non è così semplice». Lo psicoanalista Massimo Recalcati, 64 anni, milanese, interviene al Social Festival Comunità Educative alle Gallerie d’Italia di Torino definendo «follia il pensiero nostalgico, perché intanto la scuola e la famiglia prima del ‘68 non funzionavano. Il padre decideva per tutti e la scuola prolungava questo modello fuori di casa con lo spegnimento di ogni pensiero critico e fantasia. Il ’68 ha dato diritto di parola alle donne e ai giovani, poi non siamo ciechi e sappiamo che si è buttato via il bambino con l’acqua sporca per cui ora si tratta di riequilibrare ma senza idealizzare il passato». 

L’autorità

Anche perché, spiega Recalcati, «ripristinare l’autorità è impossibile, ma bisogna ripensarla. La risposta breve è quella reazionaria invocando Dio, patria e famiglia come in tutti i fondamentalismi. L’Occidente invece ha il compito di riempire l’autorità in modo nuovo senza tornare indietro. Ma come faccio a farmi ascoltare se il mio ruolo simbolico di insegnante non è più sufficiente? Bisogna ripartire dalla parola, dall’interesse, dalla sfida allo smartphone per mostrare con la propria azione quotidiana, con una semina di lungo periodo, che questa vita può essere vissuta con desiderio». 

Lo psicoanalista sfida i profeti del nichilismo: «Non è che se non c’è più l’idea di futuro allora manca il desiderio. Esattamente il contrario. Quando un figlio viene vaccinato con la potenza del desiderio, diceva Pasolini, allora gli si apre il futuro. Altrimenti ci accasciamo tutti in un nichilismo indistinto. Ai giovani, alla generazione Covid che non esiste, offriamo psicologi, antidepressivi, viagra, ma invece bisogna dare loro il ricambio generazionale, responsabilità, non il lamento di Cassandra». 

Il Paese e la scuola

Stimolato dalle domande del vicedirettore de La Stampa Gianni Armand Pilon, che ricorda l’ex assessore e insegnante Fiorenzo Alfieri, critico sull’abbassamento del livello scolastico per raggiungere gli strati popolari, Recalcati chiarisce che «un Paese si giudica da come tratta la scuola e il nostro la tratta male. Ci sono stati tentativi di riforma, ma di fatto il mestiere dell’insegnante gode di poco prestigio. Viviamo una proletarizzazione e un disconoscimento di questa professione, come per gli operatori sanitari. Detto ciò, devo dire che io farei una selezione meritocratica per allontanare quegli insegnanti indecenti che anche i miei figli hanno avuto. Bisognerebbe affrontare un certo conservatorismo anche sindacale. E quando c’era il governo Renzi si perse l’occasione di una riforma che coinvolgesse gli insegnanti con degli stati generali». Per la stessa ragione lo psicoanalista si dice favorevole al voto in condotta: «Viene sostenuto dal ministro Valditara, che non gode di particolare mia stima e ammirazione, ma è giusto. Il rispetto deve avere un valore. Un pensiero di destra? No, ovvio. È sufficiente a considerare Valditara illuminato? Neppure. Un sindaco che si occupa di sicurezza è di destra? Neanche, per esempio a Milano c’è un problema enorme con Sala che io ho votato e che non si assume completamente la responsabilità di questo problema. Se si vede l’esercito in strada è militarizzazione? No, solo sicurezza. Eppure, meritocrazia e sicurezza sono ancora tabù per parte della sinistra». 

Si parla di scuola e non si può non toccare il tema del bullismo. Secondo Recalcati «abbiamo perso di vista la differenza tra il senso della legge e il rispetto delle regole. Tutti invochiamo il secondo, ma senza il primo non funziona. Moltiplichiamo le regole perché non c’è il senso della legge, e cioè del limite, del non tutto: non si può fare o essere tutto. Dal passare col rosso in su. Il bullismo si diffonde nonostante le regole perché non c’è senso della legge nelle famiglie e nelle istituzioni. E anche qui non serve un bastone per riportarlo, ma un incentivo. La violenza, non solo per le guerre ma in generale, ha preso il posto della parola. Dove c’è violenza c’è sempre debolezza della parola, della politica, della democrazia. La scuola dovrebbe imporre la legge della parola e la rinuncia della violenza. La democrazia non a caso è il lutto dell’uno, è fatta di continui passaggi attraverso il discorso degli altri, è fatica». 

Il ruolo del maestro

Recalcati ragiona anche sul ruolo del maestro: «Nel film Parthenope di Sorrentino, che ho amato molto, il professore interpretato da Silvio Orlando alla domanda su cosa sia l’antropologia risponde con il verbo “vedere”. Ma per vedere ci vuole la luce. Il presupposto di ogni conoscenza è la luce, che dimentichiamo quando parliamo di scuola a partire dall’azienda. L’autorevolezza di un maestro non dipende dall’esercizio di un potere, ma dalla sua capacità di illuminare. L’altro significato della scuola è accendere il desiderio, fuochi o il fuoco del desiderio. Non è dispensare nozioni, ma mettere in movimento la vita, renderla viva. Possiamo fare l’elogio di un maestro quando la sua azione non si limita a trasmettere sapere, bensì mette in moto la vita». Ma come fa la vita dei nostri figli, si chiede lo psicoanalista, ad acquisire una forma, una formazione singolare? «Accade quando il desiderio diventa un dovere, superando la tradizionale separazione dal piacere. E se provassimo a pensare che il vero dovere sarebbe vivere coerentemente col nostro desiderio».

Alzogliocchiversoilcielo

 

 

giovedì 29 settembre 2022

L'ARTE DI DIRIGERE

 Le persone non si possono gestire. Dovunque si tratti con donne e uomini – in azienda o in monastero –, il management deve tradursi in direzione. Ma l’arte di dirigere le persone si può imparare? Probabilmente no e le qualità dirigenziali sono per lo più dono di natura. Tuttavia, chi arriva ad assumere un tale ruolo può abusare del proprio carisma e rivolgere la propria autorità contro i collaboratori. In questa prospettiva, Notker Wolf è certo che la regola di san Benedetto sia stata per lui di grande aiuto: essa «porta l’impronta di un uomo che è convinto dell’importanza della libertà e del valore dell’individuo. Ciò la rende inossidabile». 
Benedetto infatti non ha lasciato norme minuziosamente precise, che consentissero a quanti nell’Ordine svolgono funzioni direttive di trincerarsi dietro le sue prescrizioni, ma li ha ‘costretti’ a interrogarsi continuamente per trovare la giusta misura nel pensare, nel parlare e nell’agire. 
In un libro a due voci, forti di esperienze e prospettive che si completano a vicenda, gli autori mettono in luce gli errori più diffusi e che cosa è veramente importante nel dirigere le persone. L’accento è posto dapprima sull’impresa e la politica, poi sulla scuola e l’educazione.

Sommario

1. Dare sempre il buon esempio e fungere da modello. Sull’attualità della regola di san Benedetto (N. Wolf).  2. Le tentazioni del potere. La personalità decide (N. Wolf).  3. Bisogna voler bene alle persone. L’impresa come spazio libero dalla paura (N. Wolf).  4. Chi è in grado di fare, lo può fare. La direzione collaborativa (N. Wolf).  5. Nessuna paura dell’uomo forte. I capi veri e falsi (N. Wolf).  6. La difficile «arte» del governo. Cosa mi aspetto da un dirigente (E. Rosanna).  7. Si sente dire che… Come si superano le crisi e si compongono gli scontri (N. Wolf).  8. Beato chi è in grado di distinguere un granello di sabbia da una montagna. Lodare, criticare e motivare (N. Wolf).  9. Per una cultura a due voci. Mettere a disposizione il dono della femminilità (E. Rosanna).  10. Mentalità riassicurativa. Coraggio e viltà nel quotidiano aziendale (N. Wolf).  11. Una forza magica. L’ascolto e la concentrazione sull’essenziale (N. Wolf).  12. Coraggio di resistere. Cosa ci si aspetta dagli educatori (N. Wolf).  13. Il coraggio di educare in un tempo di cambiamento. Come contribuire al superamento della crisi educativa (E. Rosanna).  14. Il dialogo esistenziale. Come aiutiamo i figli a ritrovare se stessi (N. Wolf).  15. Giocare alla buona fatina non basta. Che cosa dobbiamo ai nostri figli (N. Wolf).  16. Risvegliare l’interesse latente. Guidare le persone nell’insegnamento scolastico. 

Note sugli autori:

Notker Wolf osb (Bad Grönebach [Germania], 1940) ha studiato filosofia, teologia e scienze naturali a Roma e Monaco di Baviera. Nel 1961 entra nell’abbazia benedettina di Sankt Ottilien am Ammersee e nel 1977 viene eletto abate. Dal 2000 è abate primate dell’Ordine dei Benedettini e risiede a Roma.

Enrica Rosanna, della Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice (salesiane), è nata a Busto Arsizio (VA) ed è sottosegretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica (prima donna a ricoprire tale incarico). A coronamento degli studi accademici in scienze religiose e in sociologia, ha conseguito il dottorato di ricerca in scienze sociali presso la Pontificia Università Gregoriana. Ha insegnato alla Pontificia Università Salesiana, alla Pontificia Università Lateranense e alla Pontificia Facoltà di scienze dell’educazione Auxilium, ove è stata preside per 9 anni. Ha pubblicato una dozzina di volumi su temi di sociologia applicata alla vita religiosa e su aspetti della formazione, oltre a numerosi articoli e saggi.

sabato 30 gennaio 2021

INSEGNAVA CON AUTOREVOLEZZA


 + Dal Vangelo secondo Marco   Mc 1,21-28

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

 Padre Ermes Ronchi commenta il brano del Vangelo di domenica 31 Gennaio 2021.

 La gente si stupiva del suo insegnamento, come quando nel deserto del sempre uguale ci si imbatte nell’inaudito. Si stupiva, e l’ascolto si faceva disarmato. E il motivo: perché insegnava con autorità. Gesù è autorevole perché credibile, in lui messaggio e messaggero coincidono: dice ciò che è, ed è ciò che dice. Non recita un ruolo. Autorevole, alla lettera significa “che fa crescere”. Lui è accrescimento di vita, respiro grande, libero orizzonte. Non insegnava come gli scribi…Gli scribi sono intelligenti, hanno studiato, conoscono bene le Scritture, ma le ascoltano solo con la testa, in una lettura che non muove il cuore, non lo accende, non diventa pane e gesto.

Molte volte anche noi siamo come degli scribi con noi stessi, ci basta accostare il Vangelo con la ragione, ci pare anche di averlo capito, spesso ci piace, ma l’esistenza non cambia. La fede non è sapere delle cose, ma farle diventare sangue e vita.

Gesù insegnava come chi ha autorità. Il mondo ha un disperato bisogno di maestri autorevoli. Ma noi chi ascoltiamo? Scegliamoli con cura i nostri maestri e con umiltà, camminando al passo di chi è andato più avanti. Da chi imparare? Da chi ci aiuta a crescere in sapienza e grazia, cioè nella capacità di stupore infinito. Dobbiamo scegliere chi dona ali. I maestri veri non sono quelli che metteranno ulteriori lacci alla mia vita o nuovi pa-letti, ma quelli che mi daranno ulteriori ali, che mi permetteranno di trasformarle, le pettineranno, le allungheranno, le faranno forti. Mi daranno la capacità di volare (A. Potente). […]  Gesù è venuto a rovinare la fede del demone che sente Dio come un predatore della mia libertà, che lo immagina come colui che toglie, non come colui che dona. C’è nella sinagoga un uomo prigioniero di qualcosa che è più forte di lui. Gesù interviene, e non pronuncia discorsi su Dio o sul male, ma si immerge nella vita ferita e, come Dio, combatte contro ciò che imprigiona ogni persona.

Cosa vuoi da me? So che Cristo vuole le mie mani, i miei occhi, i miei sentimenti, il mio andare e venire. Ma io tentenno, non voglio brecce aperte sulle mura del mio mondo. Una fede senza sapore di pane, di vino buono, di lavoro, di carezze, di scelte concrete.

Fede di sole parole.

Gesù parlava e si stupivano del suo insegnamento. Ecco lo stupore da difendere sempre, perché la nostra capacità di gioire è proporzionale alla capacità di incantarci ogni volta che incontriamo parole di sapienza, nate dal silenzio, dal dolore, dal profondo, dalla vicinanza al Roveto di fuoco. L’autorità di Gesù stava nelle  parole di chi è credibile, di chi dice ciò che è ed è ciò che dice. Se messaggio e messaggero coincidono, ciò non significa “dire” il Vangelo, ma diventare tutt’uno con l’annuncio.

Così per noi, se non vogliamo essere scribi inascoltati. Coltiviamo il coraggio del seme silente che nasce senza che tu sappia come! Spesso i testimoni silenziosi sono i più efficaci. “Sono sempre i pensieri che avanzano con passo di colomba quelli che cambiano il mondo” (Albert Camus). L’autorevole Gesù è Dio che si oppone al laccio, e i demoni se ne accorgono: che c’è fra noi e te? Sei qui per rovinarci?

L’uomo di Cafarnao frequenta il luogo sacro, recita le benedizioni e lo Shemà Israel, eppure in lui vive un demone che vuole la fede del sabato, quella limitata al sacro e alle devozioni. Il Dio vero, no! Lui spazia come libera brezza nella vita, nella polvere di casa e della strada.
Sì, Gesù è venuto a rovinare la fede del demone che sente Dio come un predatore della mia libertà, che lo immagina come colui che toglie, non come colui che dona; un Moloch avido e rovente cui sono tenuto a immolare la parte migliore di me stesso. E’ venuto per demolire ogni prigione che divora le nostre ali; è qui con il fuoco per bruciare ciò che inganna, per rovinare il regno di chi si genuflette davanti a idoli  bugiardi: potere, denaro, successo, paure, depressioni, egoismi.

È a questi desideri che Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui! Tace e se ne va questo mondo illuso, dal cuore sbagliato. Va in rovina, come aveva sognato Isaia. E le spade diventano falci, si spezzano conchiglie ed ecco le perle. Nel conflitto eterno tra il mio cuore d’ombra e luce, Cristo entra come lievito che solleva l’inerzia, colpo d’ala, respiro che dilata, vento che sospinge, tarlo o bruco che rode la mia falsa pace, e fa volare la farfalla sul mondo. Perla della creazione è l’uomo libero, uomo dalla vita grande. Lo sarò anch’io, se il Vangelo diventerà mio patimento e mio parto, mio incanto e mia dolcezza.

 Cercoiltuovolto


lunedì 1 aprile 2019

SE IL MAESTRO STACCA LA SPINA ......


Chissà se il suicidio del maestro francese Jean Willot, esasperato dalle accuse di violenza su un bambino di sei anni, ma soprattutto schiacciato dalla indifferenza della sua istituzione di appartenenza – la mitica e un tempo rispettata école républicaine– per la sua sofferenza psicologica e professionale, servirà almeno ad affrontare finalmente, se non è troppo tardi, il problema della crescente contestazione, da parte degli alunni e dei loro genitori, dell’autorità degli insegnanti?
Il problema è all’ordine del giorno di numerosi sistemi scolastici del mondo cosiddetto ‘occidentale’, mentre i Paesi dell’Est asiatico sembrano immuni, almeno finora, da fenomeni analoghi, forse per l’ancestrale rispetto del principio di autorità, che affonda le sue radici anche nelle tradizioni religiose locali e che mette gli insegnanti al riparo da comportamenti aggressivi da parte sia degli studenti sia, e forse soprattutto, dei loro genitori.
La reazione degli insegnanti francesi è, per il momento, di tipo solidaristico e di autodifesa della categoria, e va dalla raccolta di firme e di tweet che esprimono vicinanza e cordoglio all’invito a tutti i colleghi ad osservare un minuto di silenzio in ricordo dello scomparso compagno di lavoro, il maestro Willot. 
L’hashtag #PasDeVagues (basta con le ondate di protesta, riferito polemicamente agli appelli ministeriali a contenere l’insofferenza), lanciato nello scorso mese di ottobre dagli insegnanti dopo un episodio di aggressione in classe a una collega, ha avuto un’impennata. Ma l’esteso movimento di protesta – nel Paese dei gilet gialli – potrebbe presto assumere una connotazione politica, trasformandosi in un atto di accusa collettivo contro l’attendismo e gli atteggiamenti minimizzatori del Ministro dell’educazione nazionale Blanquer, impegnato peraltro in grandi progetti come l’abbassamento a 3 anni della scuola obbligatoria e il divieto degli smartphone in classe.
In Italia l’attenzione dei media sembra per ora concentrarsi più sulle violenze degli insegnanti (soprattutto maestri) sugli alunni che a quelle degli alunni e dei loro genitori sugli insegnanti (Tuttoscuola ha spinto in direzione opposta introducendo il “contatore” delle aggressioni ai docenti, che è stato poi citato da molte testate).
Ma il problema del rispetto dell’autorità di chi insegna non va sottovalutato. Occorre tenere presente che la scuola è la prima istituzione sociale che un bambino incontra nella sua vita, e che è in essa che si formano e si interiorizzano gli atteggiamenti nei confronti dell’autorità in generale, quelli che lo accompagneranno da adulto nell’attività lavorativa e nei rapporti con tutte le altre istituzioni sociali.






mercoledì 4 luglio 2018

IL LIBERANTE SUSSURRO DELL'AUTORITA'

A PROPOSITO          DI 
OBBEDIENZA



Visto che la mia esperienza d’insegnamento si svolge in Germania, mi piace iniziare la riflessione sul rapporto scuola-obbedienza con la parola tedesca che sta per obbedire: gehorchen. Al prefisso ge segue horchen, verbo di uso corrente che significa porgere l’orecchio, ascoltare attentamente.
            In tedesco quindi l’obbedienza viene sorretta dal bisogno essenziale di un ascolto concentrato e presente, presupponendo che la fonte dell’interesse sia un po’ nascosta, immersa nel silenzio, difficile da percepire. Proprio il contrario di quello che l’obbedienza sembra sottintendere: pretesa, azzeramento della volontà o della capacità di pensare dell’altro.
            A scuola il termine obbedienza sembra essersi dissolto. Non sento mai dire: «I bambini non ubbidiscono», ma piuttosto: «Non fanno quello che dico, non mi seguono, fanno quello che vogliono, fanno finta di non sentire». Non è una peculiarietà relativa alla scuola. Nella Germania di oggi la parola obbedienza assieme a ordine, diligenza, autorità, potere, provoca una sorta di disagio, ha un retrogusto sospetto.
            È ancora troppo vicino il passato del nazionalsocialismo che, abusando di tutti questi termini, ha cercato di giustificare i suoi orrendi crimini. Quelle che una volta erano le migliori qualità indiscusse, peculiari e fondamentali di una nazione hanno dovuto essere ripensate, creando all’inizio un certo disorientamento.
A questo ripensamento corrisponde in ambito pedagogico la messa al bando definitiva della cosiddetta «pedagogia nera» improntata sulla paura e che tende a vedere l’alunno come un oggetto, un contenitore da riempire con le varie discipline, che porta in sé tendenze potenzialmente pericolose da raddrizzare nel caso si manifestino.
            Ecco quindi, influenzata dal [Sessantotto, la pedagogia antiautoritaria, che mette al centro il bambino con i suoi diritti e le sue potenzialità ma soprattutto si scaglia contro l’obbedienza, il criterio guida della pedagogia nera. Un’obbedienza che serve interessi sociali e di potere e che soddisfa anche chi richiede una sottomissione psicologica. Il nuovo ideale dunque è l’individualità al posto del conformismo e un’educazione che rende se stessa superflua.
In concreto però si registrano spesso perdita di valori, mancanza di rispetto e di disciplina, incapacità di sopportare la frustrazione e un fiorire di piccoli o grandi despoti incapaci di rapportarsi alle più semplici regole della convivenza. Le più moderne riflessioni pedagogiche sottolineano oggi il concetto di responsabilità al posto dell’ubbidienza, accompagnata dal rispetto incondizionato e della presa di coscienza da parte dell’educatore della dignità del bambino. Quindi la parola obbedienza a scuola è davvero superata?
            Dopo una breve inchiesta sul tema che ho fatto rivolgendomi a diversi miei colleghi, sono giunta alla conclusione che l’obbedienza si basi indissolubilmente sulla fiducia, ne sia una sorta di sinonimo dal suono leggermente più antipatico. Soprattutto i bambini piccoli danno quasi sempre alla maestra una fiducia incondizionata, una sorta di accredito; un grande regalo e una grande responsabilità per l’educatore; un dono a volte anche fragile, che con la crescita viene periodicamente ricontrollato, riaggiustato.
            Crescendo, l’accredito molto spesso cala, vuole poter essere messo in discussione, anche criticato. I veri professionisti di questa critica sono gli adolescenti. E il concetto di autorità? Come la Chiesa, anche la scuola è un’istituzione gestita secondo un modello gerarchico autoritario. Non dispotico ma, si spera, basato su valori come la collegialità ed il dialogo e arricchito dall’autorevolezza di tanti, cioè dalla loro capacità carismatica di coinvolgere e convincere.
Nel quotidiano scolastico l’obbedienza è presupposta ma non data per scontata; rappresenta il comportamento adeguato dell’alunno in risposta all’insegnante, la regola del gioco di squadra senza la quale il gioco non può funzionare, una regola a volte faticosa da fare rispettare. Vive del contrasto tra imposizione come mezzo e libertà come fine.
            Serve per semplificare, per dare una struttura, rende possibile un ordine in cui ognuno sappia come muoversi e possa crescere. Poi, è ovvio, obbedire non è sempre bello e non è sempre facile. Non tutto quello che l’insegnante dice viene sempre messo in pratica da tutti gli studenti e non tutte le mancanze di obbedienza hanno la stessa gravità.
Alcuni esempi pratici e antitetici, il primo molto nordico. Se fuori c’è la neve i ragazzi nell’intervallo non possono fare le pallate. Un certo pericolo è evidente, soprattutto con la lungimiranza di chi sa che qua la neve quasi sempre in inverno ghiaccia e se a qualcuno arriva in faccia una palla di ghiaccio misto a neve non fa decisamente bene. Ma non c’è niente da fare.
            Il fascino di questo freddo e bianco materiale e la gioia sportiva di lanciarla fa sempre dimenticare l’obbedienza. Altro caso è il bullismo: la disubbidienza alla regola fondamentale del rispetto reciproco richiede tempo, dialogo e sanzioni di ben altra dimensione. A seconda del carattere dell’alunno e del tipo di educazione ricevuta dai genitori ci sono bambini che non hanno problemi a dare fiducia e quindi ad obbedire e altri che sembrano volere disobbedire a qualsiasi regola per partito preso.
            Chi ha sempre bisogno di mettere in discussione ogni piccolezza o deve porre sempre se stesso e il proprio piccolo mondo al centro di ogni situazione, chi non è mai in grado di sottostare ad un’autorità, chi non sa farsi prendere per mano e aiutare non si rende semplice la vita. A scuola anche l’insegnante deve ubbidire. Al dirigente scolastico o a chi fa parte della squadra di direzione.
 Come l’alunno, anche l’adulto lo fa più o meno volentieri, a seconda del carisma e della competenza del dirigente, del tipo di mansione da svolgere, del senso che vede o meno nella mansione. A volte si sceglie attivamente di dare fiducia e si scopre che è stato un bene, altre volte si subisce e si agisce controvoglia. Entrambe le esperienze sono fonte di crescita.
              Oggi è chiaro che l’obbedienza è uno strumento educativo e non un fine; che ubbidire non mi rende un burattino nelle mani di qualcuno che mi manovra, ma mi aiuta a muovermi sicuro e senza pericolo su un sentiero che non conosco. A scuola obbedendo imparo appunto anche a tendere l’orecchio, a rimanere in ascolto, a discernere, fino al momento in cui mi sentirò sicuro e comincerò a muovermi con responsabilità e libertà.
 Monica Catani

 (articolo tratto da www.messaggerocappuccino.it)

lunedì 5 febbraio 2018

INSEGNARE. UNA PROFESSIONE A RISCHIO?

Insegnanti eroi, aguzzini, vittime: 
immagini di una professione a rischio

               In queste ultime settimane la cronaca ha dovuto occuparsi ripetutamente di insegnanti, offrendone un’immagine a tinte fortemente contrastanti: da quella, agghiacciante, della molestatrice (si tratta quasi sempre di donne) di bambini in tenera età a quella, altrettanto impressionante, del professore pedofilo (si tratta quasi sempre di uomini) che ha approfittato della sua posizione per istituire con qualche sua alunna una relazione non propriamente di tipo didattico.
Accanto a questi insegnanti che tradiscono la loro missione ce ne sono altri che rimangono sempre più spesso vittime di aggressioni fisiche da parte di parenti, o addirittura di propri studenti, scontenti per qualche loro atteggiamento o decisione di tipo didattico (un voto, una nota, una parola…), fino ad arrivare al caso della professoressa di italiano di un istituto tecnico della provincia di Caserta, Franca Di Blasio, accoltellata dall’allievo che aveva rimproverato per il suo scarso impegno nello studio ma che, come ha scritto Massimo Gramellini nella sua rubrica quotidiana ‘Il Caffè’ sul Corriere della Sera (3 febbraio), si è comportata da «santa» perdonando  il ragazzo e interrogandosi con toni autocritici («forse con lui abbiamo fallito?»).
In tutti questi casi, ai quali va aggiunto il ricorso al TAR di quei genitori che pretendevano che gli insegnanti assegnassero al loro rampollo la valutazione di ‘eccellente’ al posto di quella di ‘ottimo’, si evidenziano aspetti diversi di un unico fenomeno, che è la profonda crisi nella quale è precipitata la figura dell’insegnante dal punto di vista del prestigio sociale e professionale.    
Ma sarebbe semplicistico ritenere, come fa il segretario della Gilda degli insegnanti Rino Di Meglio, che «la responsabilità della drammatica escalation di violenza nei confronti dei docenti (sia) principalmente della politica», che avrebbe «volutamente trasformato la scuola da istituzione a servizio socio-assistenziale e alunni e famiglie in consumatori da soddisfare».
La questione è assai più complicata, e intreccia ragioni di carattere socio-culturale (il crollo del principio di autorità e della famiglia tradizionale), la perdita di fiducia nella scuola come ascensore sociale, la mancata valorizzazione della professione docente dal punto di vista economico e delle prospettive di carriera (cui ha notevolmente contribuito l’egualitarismo voluto dai sindacati), e infine la miopia di una classe dirigente – non solo di quella politica –  rivelatasi incapace di ridefinire e rilanciare il ruolo della scuola e dei suoi operatori in termini di investimento di lungo periodo in questa fase di transizione epocale alla società dell’informazione e dell’industria 4.0. 


lunedì 15 gennaio 2018

QUANDO I GENITORI ASSALTANO L'INSEGNANTE

   
         Non è certo la prima volta che un docente viene picchiato dai parenti di un suo alunno, anche se in Italia ciò avviene con minore frequenza – ma è una magra consolazione – rispetto ad altri Paesi.         
      L’episodio accaduto lo scorso 10 gennaio ad Avola (Siracusa), dove all’interno della locale scuola media i genitori di un alunno che aveva avuto un alterco con l’insegnante di Educazione fisica lo hanno prima individuato (non lo conoscevano) e poi picchiato brutalmente, è comunque il sintomo della profonda crisi dell’autorità del docente, il cui prestigio sociale è sceso progressivamente ai minimi termini.    Evidentemente il Patto Educativo di Corresponsabilità, in vigore dal 2007 (ministro Fioroni), con la sua dettagliata regolamentazione dei diritti, doveri e comportamenti dei genitori (oltre che degli alunni e dei docenti), non si è rivelato uno strumento idoneo a ripristinare il rispetto nei confronti del ruolo e dell’autorità dei docenti. Rispetto che trova il suo fondamento, più che in una minuta precettistica, in un codice di carattere etico-sociale condiviso, interiorizzato dalla comunità.     Ora Valeria Fedeli, d’intesa con il suo predecessore Fioroni, si appresta ad aggiornare il Patto Educativo di Corresponsabilità a partire dalla sua denominazione, che diventa ‘Patto di Corresponsabilità Educativa’, proprio perché, ha detto la ministra, “trova il proprio asse fondante nel principio di collaborazione e dialogo tra tutte le componenti della comunità scolastica, nell’ottica di una rinnovata alleanza fra scuola e famiglia, fra scuola e studenti, in una unione di intenti, in un clima di condivisione che metta al centro l’interesse dei ragazzi”. 
Ma “tutti sappiamo che questa alleanza è da tempo in crisi, e in certi casi del tutto rotta”, ha ricordato con crudo realismo Papa Francesco nell’incontro con i maestri cattolici dell’AIMC dello scorso 5 gennaio. Per rilanciarla serve l’apporto convinto di tutte le componenti della comunità scolastica, e anzi qualcosa di più, perché “Per educare un bambino ci vuole un intero villaggio”.
Leggi: TUTOSCUOLA


venerdì 24 marzo 2017

"DISCIPLINA" IN CLASSE


Quando esercitare

 autorità impegna

                                                                                                                                 di Lorena Alunni

E' di pochi giorni fa l'episodio di una collega che, ormai prossima al pensionamento, ha apertamente dichiarato a colleghi e genitori le personali difficoltà nel " tenere a bada" bambini di 10 anni, in una classe nella quale presta servizio solo tre ore settimanali. Esprimendo pubblicamente, fra l'imbarazzo e la stizza, questa personale criticità, è come se si fosse autodenunciata postulando così il diritto ad "uno sconto di pena" sul giudizio negativo più o meno inespresso dei presenti. Il fatto è: anche l'autorevolezza presuppone un' assunzione di responsabilità; si tratta di una responsabilità professionale, non esente da impegno a livello personale.
Un insegnante accomodante, che non prende posizioni, che non controlla il gruppo classe, spesso cerca inconsapevolmente di ricevere un pari trattamento: se io non mi occupo di te neanche tu puoi avanzare richieste nei miei confronti. Può apparire strano, ma questo tipo di comportamento fatto di anomia destabilizza il soggetto che cresce, il quale ha bisogno di punti di riferimento ben precisi sia in fatto di persone che di norme.
Quello che voglio dire è che la maturazione di un individuo può essere paragonata ad una costante ricerca di equilibrio, nel passaggio dallo stato temporaneo di discrasia emotiva a quello di ridefinizione della propria identità. E questi due momenti si susseguono senza soluzione di continuità nei primi venti anni - ma forse anche di più - della vita di una persona. In un siffatto percorso, non alieno da tortuosità, quale ruolo compete all'insegnante?
L'insegnante non può fare a meno di tenere la disciplina, dal momento che nel caos è difficile che si possa co-costruire apprendimento; per dirla con Vygotskij, il clima positivo è essenziale per un apprendimento socializzato nell'area di sviluppo prossimale; in poche parole il clima positivo è dato dall'atteggiamento coinvolto di leader imparziale, che il docente dovrebbe assumere. Un atteggiamento "interessato" che si alimenta dell'empatia che lega docente e discenti, dove l'uno comunica la fedeltà alla propria professione, l'intenzione di operare nell'interesse dei ragazzi che gli sono stati affidati, coinvolgendoli nella costruzione del sapere ma ponendo anche le basi per il loro essere nella vita; in tutto questo i ragazzi cercano nell'insegnante il loro punto di riferimento, colui che si dimostra disposto a guidarli, ad ascoltarli, ad offrirsi in loro aiuto, lasciando inalterato in ciascuno il bisogno di dipendenza nella ricerca di indipendenza. Dopo il 1968, molti insegnanti hanno rifiutato il modello di insegnamento autoritario, secondo la classica definizione di Lewin (1936), per abbracciarne uno antiautoritario, che spesso è diventato permissivo, piuttosto che democratico come è stato postulato.
E dietro il nome di siffatta presupposta democrazia si sono celati i docenti che hanno rinunciato ad assumersi la responsabilità di un' autorevolezza impregnata di buon senso e cura (Silvano Tagliagambe, Dall'insegnamento come processo unidirezionale al prendersi cura come circolarità di insegnamento/apprendimento) verso il soggetto che apprende. Thomas Homberger (da Il quadernone della via Clericetti, 1997) suggerisce: "È necessario che nel suo sviluppo il bambino faccia i conti con dei limiti, ma i limiti che noi diamo ai bambini e ai giovani devono essere davvero necessari e non imposti perché fanno comodo a noi."
Un'affermazione che si sposa bene con la tesi secondo la quale le regole sono prima di tutto un gesto di riguardo e di attenzione nei confronti dei bambini e dei ragazzi. Stabilire regole e fare in modo che siano rispettate rientra a pieno diritto nelle funzioni del docente, non quelle dettate dalla norma bensì dal buon senso.
Alla base di tutto c'è una fiducia reciproca, quella che deve legare allievo e docente, e una piena consapevolezza in quest'ultimo del messaggio che implicitamente comunica agli studenti: sono qui per voi, nel vostro interesse; credo in me stesso, in quello che faccio e in voi. Può sembrare retorica, ma l'atteggiamento di un insegnante comunica ben più delle sue parole.
Un gruppo classe indisciplinato è un gruppo di ragazzi che non stanno ricevendo la cura che gli è dovuta e forse avvertono che chi dovrebbe guidarli verso mete di apprendimento, non intende assumersi la responsabilità connessa al ruolo.
Significative sono in tal senso le parole del docente di pedagogia sociale Raniero Regni (Essere insegnanti, divenire maestri, Atti del Convegno di Studi 'Educare oggi..."): " Coloro che vengono chiamati maestri devono la loro autorità meno all'istituzione che a se stessi; il loro carisma attinente meno alla loro funzione che alla loro persona; non li si subisce, li si segue.
Un maestro è qualcuno che insegna ciò che non si trova nei libri. Il maestro è l'uomo il cui insegnamento mi libera e mi permette di essere me stesso. Un maestro è colui che insegna la sua specialità e qualche altra cosa che è la sicurezza dei gesti e del pensiero, l'onestà, il gusto, il desiderio di sapere, il coraggio di riflettere, l'attitudine a giudicare, l'orgoglio di essere un po' più adulto e la gioia di disporre di se stesso. Il vero maestro è l'uomo che educa insegnando."






giovedì 12 gennaio 2017

A PROPOSITO DI AUTORITÀ'. formale o reale?

UN'AUTORITÀ 
CHE STUPISCE

        Perché Gesù insegnava con un’autorità che «stupiva» e conquistava, e invece gli scribi e i dottori della legge potevano solo imporre leggi ma «non entravano nel cuore del popolo»? La meditazione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta martedì 10 gennaio è stata tutta improntata a rilevare le differenze tra l’«autorità reale» dell’uno e l’«autorità formale» degli altri. Un confronto eloquente, che porta a riflettere sul rischio che quanti sono chiamati a «insegnare la verità» possano cadere nella tentazione del «clericalismo» invece di seguire la strada della «vicinanza alla gente».
          Il Pontefice ha preso spunto da una parola tratta dal vangelo del giorno (Marco, 1, 21-28) nel quale «si dice che la gente era stupita». Perché, si è chiesto, questo «stupore»? «Per il modo in cui Gesù insegnava» ha risposto, aggiungendo che egli «insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi, cioè i dottori della legge». Tutta quella gente, infatti, insegnava, «ma non entrava nel cuore del popolo» e perciò non aveva «autorità».
       L’autorità, ha precisato il Papa, è un tema ricorrente nel Vangelo. In particolare, quella di Gesù si ritrova «messa in questione, tante volte» proprio dai dottori della legge, dai farisei, dai sacerdoti e dagli scribi: «Ma con quale autorità tu fai questo? Diteci! Tu non hai autorità per fare questo! Noi abbiamo l’autorità!». Al fondo della questione, ha spiegato Francesco, c’è «il problema dell’autorità formale e dell’autorità reale». Mentre scribi e farisei «avevano autorità formale», Gesù «aveva un’autorità reale». Ma, ha aggiunto, «non perché fosse un seduttore». Infatti, se è vero che Gesù portava un «insegnamento nuovo», è anche vero che «Gesù stesso disse che lui insegnava la legge fino all’ultimo puntino». La novità rispetto ai dottori della legge era che «Gesù insegnava la verità, ma con autorità».
       A questo punto, è importante capire «dov’è la differenza di questa autorità». Il Papa ha cercato di chiarirlo spiegandone le caratteristiche. «Prima di tutto — ha detto — l’autorità di Gesù era un’autorità umile: Gesù insegnava con umiltà». La sua era una dimensione di «servizio», tant’è che egli «consiglia lo stesso ai suoi discepoli: “I capi delle nazioni le opprimono, ma tra voi non sia così. Il più grande sia come quello che serve: si faccia il più piccolo; e quello sarà il grande”». Gesù, quindi «serviva la gente, spiegava le cose perché la gente capisse bene: era al servizio della gente.        Aveva un atteggiamento di servitore, e questo dava autorità». Al contrario, i dottori della legge, «avevano una psicologia da principi». E pensavano: «Noi siamo i maestri, i principi, e noi insegniamo a voi. Non servizio: noi comandiamo, voi obbedite». Perciò, anche se la gente ascoltava e rispettava, «non sentiva che avessero autorità su di loro». Gesù, invece, «mai si è fatto passare come un principe: sempre era il servitore di tutti e questo è quello che gli dava autorità».
      Un secondo «atteggiamento dell’autorità di Gesù», ha aggiunto il Papa, «era la vicinanza». Lo si legge nel vangelo: «Gesù era vicino alla gente, era in mezzo alla gente», e la gente stessa, «non lo lasciava andare». Il Signore «non aveva allergia alla gente: toccare i lebbrosi, i malati non gli faceva ribrezzo». E questo «essere vicino alla gente», ha sottolineato Francesco, «dà autorità».
Il paragone con dottori, scribi e sacerdoti è evidente: questi «si allontanavano dalla gente, nel loro cuore disprezzavano la gente, la povera gente, ignorante», amavano distinguersi, passeggiando «nelle piazze, ben vestiti, con il mantello di lusso». Essi, ha spiegato il Pontefice, «avevano una psicologia clericalistica: insegnavano con un’autorità clericalistica». Gesù invece «era vicinissimo alla gente» e ciò gli dava autorità.
      A tale riguardo, il Papa ha ricordato la vicinanza alle persone «che aveva il beato Paolo vi». Un esempio, ha detto, si può trovare «nel numero 48 dellaEvangelii nuntiandi», dove si riconosce «il cuore del pastore vicino: è lì l’autorità di quel Papa, la vicinanza».
       Riprendendo le fila del discorso, Francesco ha riassunto le caratteristiche dell’autorità di Gesù e ha ricordato che innanzitutto «il capo è quello che serve». In proposito ha spiegato che Gesù «capovolge tutto, come un iceberg. Dell’iceberg si vede il vertice; invece Gesù capovolge e il popolo è su e lui che comanda è sotto e da sotto comanda». In secondo luogo c’è la «vicinanza». E infine c’è una «terza differenza» rispetto ai dottori della legge: la «coerenza». Gesù, ha rimarcato il Papa, «era coerente, viveva quello che predicava. C’era come una unità, un’armonia fra quello che pensava, sentiva, faceva». Cosa non riscontrabile nell’atteggiamento di scribi e farisei: «La loro personalità era divisa al punto che Gesù consiglia ai suoi discepoli: “Fate quello che vi dicono, ma non quello che fanno”. Dicevano una cosa e ne facevano un’altra». Gesù spesso li definisce ipocriti. E «uno che si sente principe, che ha un atteggiamento clericalistico, che è un ipocrita, non ha autorità. Dirà le verità, ma senza autorità. Invece Gesù, che è umile, che è al servizio, che è vicino, che non disprezza la gente e che è coerente, ha autorità». Ed è questa, ha aggiunto il Pontefice riferendosi anche ai giorni nostri, «l’autorità che sente il popolo di Dio».
       Un’autorità che stupisce e conquista. Per far capire bene questo concetto, il Papa, a conclusione dell’omelia, ha richiamato anche la parabola del buon samaritano, che è «figura di Gesù», e ha brevemente riassunto il noto passo evangelico. «C’è quell’uomo lì, picchiato, bastonato, lasciato mezzo morto sulla strada dai briganti». E quando passa il sacerdote, «fa un giro perché c’è il sangue e pensa: “La legge dice che se io tocco il sangue rimango impuro... no, no, me ne vado”». Quando dopo di lui passa il levita, probabilmente pensa: «Se io mi immischio in questo, domani dovrò andare in tribunale, rendere testimonianza, e domani ho tante cose, devo... no, no, no…». E se ne va.
         Poi arriva il samaritano, «un peccatore, di un popolo diverso», il quale invece «ha pietà di quest’uomo e fa tutto quello che noi sappiamo». Ma, ha aggiunto Francesco, nella parabola «c’è un quarto personaggio: il locandiere», che — ecco l’aggancio con l’intera meditazione del Pontefice — «è rimasto stupito; stupito non tanto dalle ferite di quel povero uomo, perché lui sapeva che su quel cammino, su quella strada i briganti c’erano»; e neanche per l’atteggiamento del sacerdote e del levita, «perché li conosceva e sapeva come era il modo di procedere». Il locandiere è «stupito per quel samaritano» di cui non capiva la scelta. Forse pensava: «Ma, questo è pazzo! Ma è anche straniero, non è ebreo, è un peccatore... Ma questo è pazzo, io non capisco!».
         «Questo — ha concluso il Papa — è lo stupore»: lo stesso «stupore della gente» davanti a Gesù, «perché la sua autorità era un’autorità umile, di servizio, era un’autorità vicina alla gente ed era un’autorità coerente».

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.7, 11/01/2017)