sabato 16 maggio 2026

I.A. e DISABILITA'


 IL CRITERIO

 E' SEMPRE

 LA PERSONA


Il parametro per capire se la tecnologia nella sua applicazione amplia o restringe l’umano non sta in ciò che un individuo riesce a fare, ma in ciò che riesce a essere

L’implementazione delle prestazioni non può essere il solo metro se questa significa dipendenza o si tramuta in una sorta di apologia della tecnologia

-di VINCENZO AMBRIOLA

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009, parte da un’idea semplice e radicale: la disabilità non è nel corpo, è nell’ambiente che non si adatta. Chi controlla la rappresentazione di quel corpo non sta solo raccontando una storia, sta costruendo o demolendo un diritto.

« Io sono diviso in due metà. Una è quella della fabbrica, sono un tecnico, un chimico. Un’altra, invece, è totalmente distaccata dalla prima, ed è quella nella quale scrivo, rispondo alle interviste, lavoro sulle mie esperienze passate e presenti. Sono proprio due mezzi cervelli». Primo Levi, intervistato da Edoardo Fadini sull’Unità, 4 gennaio 1966. Oggi quel centauro ha una terza parte, non biologica. Una protesi che impara, un esoscheletro che decide il passo, un algoritmo che racconta il nostro corpo prima di noi. Non è fantascienza, è la condizione quotidiana di chi vive con una disabilità nell’era dell’intelligenza artificiale. La domanda non è se la macchina ci potenzia, è cosa resta di noi quando l’intelligenza non è più solo umana. Per rispondere non basta la tecnologia ma serve guardare dove si gioca il potere. Nella rappresentazione che ci viene imposta, nella trasfor-mazione del corpo che abitiamo, nell’autonomia che negoziamo ogni giorno.

La società vede, racconta e mette in scena il corpo tecnologico. Azzardo una trasposizione politicamente scorretta, cui mi spingono curiosità ed empatia. Provo a mettermi nei panni di un disabile. Ho avuto modo di assistere, nel passato, a disabilità che non godevano di protesi intelligenti. Il mio azzardo ne risulta, così, ancora più rischioso. Immagino di essere dotato di una macchina che sostituisce qualche parte del mio corpo che non funziona. Sono per strada, la gente non vede me, vede una storia già scritta fin dalla wunderkammer seicentesca del canonico Manfredo Settala, collezionista di macchine strabilianti, tra cui lo spaventoso diavolo- automa che ancora sorprende i visitatori del museo del Castello Sforzesco. Ecco, indossando la mia porzione di automa, io sparisco, resta solo la macchina che accende la curiosità dei passanti. E per questo devo annegare la frustrazione nella gratitudine alla tecnologia. Nell’era dell’intelligenza artificiale, la rappresentazione non è vanità. È necessità sociale. Decide se avrò un lavoro, una casa, una famiglia. Se sono un bambino, la rappresentazione di me deciderà della mia accoglienza in un contesto. Chi controlla la mia immagine pubblica, io o l’algoritmo che la racconta? Quando un servizio televisivo mostra il mio primo passo con l’esoscheletro, crea un fatto morale. Mi presenta come prova della tecnologia, non come persona. L’etica chiede chi ha dato il consenso alla narrazione, o solo all’immagine?

Mi chiedo che cosa succede al sé quando una protesi impara, un esoscheletro decide il passo, un robot riabilitativo corregge il gesto? Quando una mano mioelettrica, controllata dall’intelligenza artificiale, predice la presa. All’inizio, immagino, è magia. Dopo qualche settimana, è fatica. Dovrò pensare per lei, correggere quando sbaglia, sopportare che non abbia sensibilità. Il mio cervello cercherà

di incorporarla, ma senza una restituzione tattile resterà un oggetto esterno. È trasformazione, sì, ma a che prezzo? Quando il mio corpo impara con una macchina, l’etica non è nel codice, è nel patto. Se l’intelligenza artificiale adatta la presa senza spiegarmi perché, perdo il controllo del mio gesto. Se migliora leggermente le prestazioni della mia mano, ma aumenta il dolore e la fatica, chi decide cosa vale? Io, non l’algoritmo. La tecnologia deve adattarsi alla mia biografia, non io alla sua ottimizzazione… È esattamente ciò che la Convenzione chiede agli Stati: promuovere tecnologie che seguano il progetto di vita della persona, non il contrario. E definisce la disabilità come risultato di un’interazione, tra il corpo e le barriere che incontra, comprese quelle di una mano robotica che misura e migliora la potenza e la precisione della presa ma non il dolore che causa.

Cosa significa autonomia quando dipende da un server in rete? Autonomia assistita dalla tecnologia suona bene, ma nella vita quotidiana significa che la mia protesi funziona solo se l’app è aggiornata. Se l’azienda chiude il server, io ne perderò la funzionalità, e resterò quello che sono: fermo. La mia autonomia dipende da un abbonamento. Potenziamento non significa andare più veloce di un normodotato. Significa poter scegliere di spegnere l’intelligenza artificiale quando voglio sentire solo il mio corpo, senza perdere il diritto all’assistenza… La Convenzione la chiama partecipazione piena ed effettiva, non indipendenza assoluta, ma possibilità reale di scegliere. Un’autonomia che dipende da un abbonamento attivo non è autentica, è una concessione revocabile. Ed è proprio per questo che la Convenzione impegna gli Stati a evitare che l’accesso alla tecnologia rimanga un privilegio dei centri di eccellenza anziché diventare un diritto ordinario. C’è un modo per misurare tutto questo che non sia il numero di passi migliorati o la velocità della presa? Amartya Sen e Martha Nussbaum lo chiamano capability: non ciò che la tecnologia fa, ma ciò che la persona riesce davvero a essere e a fare grazie a essa. È da qui che si misura se l’intelligenza artificiale amplia o restringe l’umano. E alla fine, resta una sola domanda, ed è la stessa di Levi: chi tiene insieme le metà. La rappresentazione non può essere un montaggio televisivo del primo passo. La trasformazione non può essere un punteggio di simmetria che ignora il dolore. L’autonomia non può dipendere da un abbonamento. Se l’intelligenza artificiale entra nel corpo, deve firmare lo stesso patto che Levi chiedeva alla chimica, di spiegare e non solo di funzionare.

Poter essere visti senza essere simbolo, poter sentire senza essere corretti, poter spegnere senza perdere diritti. Il centauro di oggi non ha bisogno di correre più veloce. Ha bisogno di scegliere quale delle sue metà ascoltare, anche quella artificiale.

www.avvenire.it

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