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lunedì 14 settembre 2026

LA BUONA NOTIZIA

 


 'La vita

 è (molto) bella 


se c'è la buona notizia'





 Vita e Pensiero rende omaggio a   Enzo Bianchi ripubblicando questo articolo del 2003, in cui espone con passione l'importanza della bellezza nella vita cristiana

II cristianesimo è felicità, ma anche bellezza. Lo dimostra la vita di Gesù che è stata povera, ma dignitosa, mai toccata dalle bruttezze, se non da quelle che gettavano su di lui. Idee per una qualità della vita per credenti e non credenti. 

Se la vita cristiana, per definizione, non può che essere buona, cioè segnata dall'amore per gli altri, dalla carità, dall'impegno per la giustizia e dalla solidarietà, certamente è abbastanza inconsueto associarle le dimensioni della bellezza e della felicità. Che questo sia sentito come stranezza, già dovrebbe interrogare e obbligare a un ripensamento delle modalità in cui è stata declinata la vita cristiana nella storia, e nella storia della spiritualità in particolare. Poiché poi la vita cristiana trae la sua configurazione costitutiva dalla vita di Cristo, occorre anzitutto "rileggere" tale vita per cogliere la fondatezza di questa associazione. 

La vita e l'umanità di Gesù 

Il Nuovo Testamento rivela che la salvezza inizia come arte del vivere qui sulla terra perché la vita stessa di Gesù nei giorni della sua esistenza terrena fu una vita "salvata" dalla forma stessa del suo vivere. C'è stata in Gesù una "pratica di umanità" conforme alla volontà di Dio, e questa pratica racconta la salvezza, e il progetto di Dio per tutta l'umanità e la storia. 

La bontà

La vita di Gesù è stata certamente contrassegnata dalla bontà: la sua vita è stata una pro-esistenza. Egli è l'uomo per gli altri, il Servo che ha dato se stesso per i fratelli amandoli fino all'estremo, fino al punto di non ritorno (cfr. Gv 13,1ss.). Il Nuovo Testamento trasmette di frequente questa comprensione della vita di Gesù: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e parlare i muti» (Mc 7,37); a lui ci si rivolge con le parole: «Maestro buono» (Mc 10,17); di lui si testimonia che «passò facendo il bene e guarendo» (At 10,38). Questa bontà e oblatività di Gesù trovano la loro massima manifestazione nel dono di sé sulla croce. Qui però occorre rilevare che l'immaginario comune ha fatto della croce una sorta di chiave unica di interpretazione dell'evangelo dimenticando che la croce non ha senso in se stessa, ma va contestualizzata nell'intera vita di Gesù e trae il suo significato da Colui che vi è stato appeso e che ha saputo dare un senso perfino a un simbolo così disgraziato e orribile. Non la croce, insomma, ha reso grande Gesù, ma è Gesù che ha dato significato e grandezza alla croce. 

Tuttavia la vita di Gesù è stata anche bella. I vangeli, che pure non sono una biografia di Gesù né ci vogliono trasmettere un ritratto psicologico del Nazareno, lasciano trasparire a più riprese e in diverse maniere una serie di tratti dell'esistenza di Gesù che svelano la sua umanità semplice e ricca, sapiente e capace di quei valori umani l'incontro, l'amicizia, la condivisione, la contemplazione del creato che rendono bella e felice l'esistenza. La vita di Gesù è stata povera, ma dignitosa, mai toccata dalle bruttezze, se non da quelle che altri gettavano su di lui. Una vita assunta responsabilmente, ma anche abitata dalla libertà e dalla sapienza che è atteggiamento di amicizia con la realtà, con l'umano, con il creazionale. Gesù non ha vissuto isolatamente, in contrapposizione con il mondo, ma ha conosciuto la gioia del vivere insieme, ha creato un gruppo di una dozzina di uomini e qualche donna con cui ha condiviso la fraternità e la vita itinerante. Ha conosciuto l'amicizia con Lazzaro, Marta, Maria, a cui «voleva molto bene» (Gv 11,5), ha vissuto la profondità dell'amare e dell'essere amato con Pietro, Giovanni e Giacomo, i più intimi dei discepoli. Come dimenticare che addirittura alla vigilia della sua condanna a morte, quando il cerchio si stringeva attorno a lui, egli ha sentito il bisogno di fermarsi tra i suoi amici per gustare quell'amore umano che tanta gioia gli procurava? 

Contemplazione

La bellezza vissuta da Gesù traspare anche dalla sua capacità di contemplazione e di gratuità che si manifesta in quelle sue creazioni poetiche che sono le parabole. Qui, con linguaggio simbolico profondamente umano, egli parla di Dio e del suo Regno evocando le immagini del fico che annuncia l'estate quando le sue gemme si fanno tenere, dei gigli del campo vestiti meglio di Salomone, della chioccia che raduna i suoi pulcini sotto le ali, della massaia che impasta la farina e il lievito, del lavoro dei pescatori che tirano a riva le reti... Questo linguaggio tenero e sapiente nasce solo da una vita bella, da una vita capace di cogliere sinfonicamente la propria esistenza assieme a quella degli altri e delle altre creature. I vangeli ci presentano poi ancora un uomo capace di incontrare e di essere attento ai piccoli, ai bambini, agli esclusi, agli emarginati, ai malati: anzi, sembrano mostrarci il fascino che la calda e forte personalità di Gesù esercitava su di loro al punto da accorrere al suo passaggio. E certamente la lunga serie di guarigioni narrata nei vangeli afferma quanto meno che i malati furono un apprendistato di misericordia e di compassione per Gesù, che si sentiva ferito e raggiunto dalla sofferenza delle persone. 

Gesù amava i banchetti e conosceva l'arte di stare a tavola facendo di questo un evento di incontro e di comunione. I vangeli non possono non ricordare che Gesù era chiamato, con disprezzo, «mangione e beone, amico di peccatori» (Lc 7,34; Mt 11,19). Nei confronti dei peccatori emerge ancora la libertà somma di Gesù e la sua umanità che fa sì che egli non si atteggi moralisticamente, ma sia sempre teso a risvegliare l'umanità assopita, la novità di vita, la capacità di amore che c'è in ogni uomo. Gesù conosce e pratica l'estetica dei gesti dell'amore. E in tutto questo la sua vita ha conosciuto la felicità, la beatitudine: se egli pronuncia le beatitudini (Mt 5,1-12), lo fa perché ha conosciuto in se stesso la beatitudine, la felicità di chi è povero nello spirito, umile e mite, misericordioso, affamato e assetato di giustizia... La beatitudine di Gesù riposa sul fatto che la sua vita aveva un senso, una direzione e un significato: egli «sapere» (Go 13,1-3; 19,28), e questo sapere è anche sapienza e sapore, gusto di ciò che si vive nella libertà e nell'amore. Gesù ha conosciuto il senso del senso, ha avuto una ragione per cui morire e dunque per cui vivere. La libertà e l'amore sono le chiavi che gli hanno consentito di vivere gioiosamente anche la rinuncia, la dedizione, il dono di sé. 

La vita bella e beata del cristiano 

Nell'umanità di Gesù, Dio ha raggiunto e comunicato con ogni uomo. Gesù, pertanto, è venuto tra gli uomini non solo per salvarli dal peccato o per divinizzarli («Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventi Dio»), ma per umanizzarli, per insegnare loro l'arte della vita. Riprendendo la lettera a Tito, possiamo dire che Gesù è apparso nel mondo «per insegnarci a vivere in questo mondo» (Tt 2,11-12). La centralità dell'incarnazione, del farsi uomo di Dio in Gesù di Nazareth, diviene magistero di umanità per il credente. E dovrebbe saper liberare la spiritualità cristiana da incrostazioni moralistiche, devozionali e pietistiche: i vangeli non sono manuali di virtù, né libri di edificazione, né trattati di morale. Ha scritto il patriarca Atenagora: «Il cristianesimo è la vita in Cristo. E il Cristo non si ferma mai alla negazione, al rifiuto. Siamo noi che abbiamo caricato l'uomo di tanti fardelli! Gesù non dice mai: «Non fare, non si deve fare». Il cristianesimo non è fatto di proibizioni: è vita, fuoco, creazione, illuminazione (O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Gribaudi, Torino 1972)». L'incarnazione, quale proposizione cristiana centrale, proclama dunque che Dio si è fatto umano, che Dio si è reso leggibile nella vita di un uomo e che solo in un'esistenza umana si è espresso in pienezza. Gesù è dunque per i cristiani «l'immagine del Dio invisibile (Col 1,15), è colui che ha raccontato Dio (Gv 1,18), e l'ha raccontato nella sua umanità. Magistero evangelico per il cristiano è dunque anche il magistero costituito dalla forma dell'esistenza umana di Gesù. 

La felicità

Queste dimensioni della bellezza e della felicità ci paiono pertanto importanti da recuperare oggi alla fede cristiana, e questo recupero si configura come riscoperta dell'umanità della fede che non è riducibile a militanza, ad attività pastorale frenetica, a impegno a tempo pieno, ma conosce anche la dimensione sabbatica, della contemplazione, della gratuità, dell'amicizia, delle relazioni fraterne e gratuite. Il cristianesimo è anche un'arte del vivere che ci insegna che ciò che è autenticamente umano è anche autenticamente spirituale. Questa attenzione alla dimensione estetica implicata nella relazione di fede dovrebbe portare ogni credente a interrogarsi sulla qualità della vita e delle relazioni nella comunità cristiana. Si nota spesso una "nevrosi pastorale" che in nome dell'efficacia, dell'organizzazione e della strutturazione dimentica valori umani essenziali: non è questo il tipico abbrutimento che accompagna la caduta nell'idolatria? Non è questo un asservimento alle dominanti mondane dell'efficacia, della fretta, dell'iperattivismo? Di fronte a questo risuonano le parole di Gesù: «Venite in disparte e riposatevi un po'» (Mc 6,31). La tradizione cristiana ha saputo esprimere la valenza estetica della fede con l'affermazione del cristianesimo come via filocalica, come amore della bellezza, dove questa bellezza implica tutta la ricchezza dell'umano, e dunque la sua positiva accoglienza e valutazione. È bellezza che si declina come incontro e meraviglia di fronte all'altro, come gratuità del dono discernibile nell'altro, nel creato, negli eventi, come comunione che si oppone a consumo e abuso. amicizia ritrovata con il tempo e con lo spazio, è esercizio di libertà e di umanità, è capacità di riposo, di contemplazione, di esychía, di profondità interiore. 

La fede

Questo discorso ci consente di porre una domanda, di instillare un dubbio: la tanto lamentata odierna sterilità del linguaggio di fede e dell'evangelizzazione non dipende forse anche dal fatto che la presenza dei cristiani nella società si è esemplata, strutturata, su modelli organizzativi mondani dimenticando quella gratuità e umanità che stanno al cuore dell'evangelo e della pratica cordiale di alterità che abitano in Gesù? Non è avvenuta forse così l'evacuazione della differenza cristiana? Non è forse ora di ricordarsi che la "vita cristiana" non è qualcosa da fare, ma è anzitutto una vita, un vivere? E che questa vita non è l'altra vita (quella futura, che verrà), ma questa unica vita donataci da Dio, vita umana, umanissima, da vivere in Cristo, seguendo l'esempio dell'umanità di Gesù? Che, appunto ci ha lasciato in eredità il compito della bellezza.

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venerdì 28 agosto 2026

IL GIORNO PIU' BELLO

 

Il giorno più bello 

di Madre Teresa: 

la poesia per scoprire
 e vivere la vera felicità

  

di Saro Trovato

Come si può trovare la gioia? Scoprilo con “Il giorno più bello” di Madre Teresa di Calcutta discorso poetico che tutti dovremmo fare nostro.

Il giorno più bello di Madre Teresa di Calcutta è un vero e proprio inno alla vita. Attraverso una struttura in versi concisa ed efficace, la Premio Nobel per la Pace del 1979 offre le coordinate fondamentali per affrontare l’esistenza nel migliore dei modi.

Si tratta di un autentico “manuale d’istruzioni” per riscoprire il valore della felicità, dell’amore, dell’altruismo e del rispetto verso gli altri.

Le riflessioni di Madre Teresa non lasciano spazio all’ambiguità: si snodano attraverso una sequenza di domande e risposte immediate e folgoranti, capaci di guidare chi legge verso un approccio alla vita autenticamente virtuoso e consapevole.

Il giorno più bello è un discorso poetico contenuto nel libro La matita di Dio. Conversazioni con Madre Teresa di Calcutta di Borja Loma Barrie, scrittore spagnolo che racconta il viaggio romanzato dell’incontro di Ramon Basualdo, un giovane che vive una vita difficile, con la grande “Missionaria della carità”.

In occasione dell’anniversario della nascita di Madre Teresa di Calcutta (26 agosto 1910), leggiamo questa poesia per apprezzarne i validi suggerimenti e cogliere il suo pensiero.

Il giorno più bello di Madre Teresa

Il giorno più bello? Oggi.

L’ostacolo più grande? La paura.

La cosa più facile? Sbagliarsi.

L’errore più grande? Rinunciare.

La radice di tutti i mali? L’egoismo.

La distrazione migliore? Il lavoro.

La sconfitta peggiore? Lo scoraggiamento.

I migliori professionisti? I bambini.

Il primo bisogno? Comunicare.

La felicità più grande? Essere utili agli altri.

Il mistero più grande? La morte.

Il difetto peggiore? Il malumore.

La persona più pericolosa? Quella che mente.

Il sentimento più brutto? Il rancore.

Il regalo più bello? Il perdono.

Quello indispensabile? La famiglia.

La rotta migliore? La via giusta.

La sensazione più piacevole? La pace interiore.

L’accoglienza migliore? Il sorriso.

La miglior medicina? L’ottimismo.

La soddisfazione più grande? Il dovere compiuto.

La forza più grande? La fede.

Le persone più necessarie? I sacerdoti.

La cosa più bella del mondo? L’amore.

Il senso più alto dell’amore per sé stessi e per gli altri

Il giorno più bello è la poesia di Madre Teresa di Calcutta che offre una delle testimonianze più vive di Madre Teresa di Calcutta: un testo che offre una visione profonda, sana e costruttiva dell’esistenza. È il frutto dello sguardo lucido di chi ha toccato con mano la sofferenza più estrema e ha scelto di consegnare ai più fortunati una lezione di vita da custodire e imparare a memoria.

Madre Teresa è la figura centrale di questa riflessione. Ci troviamo alla Casa del Moribondo a Calcutta, sede della congregazione delle Missionarie della Carità. Qui la Premio Nobel per la Pace era solita incontrare chiunque andasse a farle visita. Tra loro c’è anche Ramón Basualdo – il giovane protagonista del racconto di Borja Loma Barrie – fuggito dalla Spagna a causa di personali travagli interiori, che si ritrova ad ascoltare in silenzio le parole della suora.

Le sue sono risposte dense di saggezza e buonsenso. “Il giorno più bello? Oggi”, afferma senza esitazione, ponendo immediatamente il presente al centro della sua riflessione.

Durante questi incontri, Madre Teresa sembra anticipare le domande che ciascuno porta nel cuore. Ad ogni quesito offre una risposta breve, immediata, di straordinaria intensità. Nessuno la interrompe: la platea ascolta in assoluto silenzio perché intuisce che lei conosce già le risposte che tutti vanno cercando. Sa che ogni essere umano ha bisogno di serenità, pace e gioia per affrontare il cammino quotidiano con il giusto spirito.

Le sue affermazioni sono all’apparenza semplici, ma nella pratica quotidiana pochi riescono a farle davvero proprie. L’egoismo, il malumore, lo scoraggiamento e la tentazione di rinunciare finiscono spesso per condizionare il nostro modo di agire, facendo sì che il giorno, fin dal suo inizio, perda quella bellezza che invece gli spetterebbe di diritto.

La vera svolta nasce dalla consapevolezza che il semplice fatto di svegliarsi al mattino è già il privilegio più grande. Il mondo attorno a noi può rivelarsi straordinario, a patto di sviluppare la disposizione d’animo necessaria per vederlo come tale. Una donna che ha trascorso l’intera vita accanto alla malattia, alla miseria e alla morte non poteva che considerare ogni singolo istante di vita come una fortuna inestimabile.

Madre Teresa ci offre così una poesia severa e dolce al tempo stesso: una guida pratica per vivere meglio e per osservare la realtà da una prospettiva capovolta. Il suo pensiero spinge a migliorarci sia nel rapporto con noi stessi sia nelle relazioni con gli altri.

È proprio dall’intreccio tra il valore del presente, l’apertura verso gli altri e la ricerca della pace interiore che emerge il significato più universale del testo.

Il giorno più bello: una lezione universale sull’amore per la vita di Madre Teresa

Al di là del suo valore strettamente letterario, Il giorno più bello lascia al lettore un insegnamento che supera la pagina scritta e riguarda direttamente il modo in cui scegliamo di abitare la nostra esistenza. Dietro la semplicità delle domande e delle risposte si nasconde infatti una visione precisa della vita: non qualcosa da attendere passivamente, ma un’occasione che si rinnova ogni giorno e che acquista significato attraverso le nostre scelte.

È proprio l’affermazione iniziale, «Il giorno più bello? Oggi», a fornire la chiave di lettura dell’intero testo. La bellezza dell’oggi non dipende dal fatto che la giornata sia perfetta, priva di dolore o favorevole ai nostri desideri. Il presente è prezioso perché è l’unico tempo sul quale possiamo realmente intervenire. Il passato può essere ricordato, rimpianto o compreso; il futuro può essere immaginato, temuto o progettato. Soltanto nell’oggi, però, possiamo agire.

In questa prospettiva, vivere pienamente il presente non significa dimenticare ciò che è stato né rinunciare a costruire ciò che verrà. Significa evitare che il rimpianto per ieri o l’ansia per domani ci sottraggano alla vita che sta accadendo adesso.

È un invito a recuperare il valore delle cose apparentemente più semplici: una parola pronunciata al momento giusto, un gesto di attenzione, un lavoro portato a termine, una persona ascoltata, un sorriso offerto senza aspettarsi nulla in cambio.

La forza del messaggio sta anche nel fatto che la felicità non viene presentata come una conquista esclusivamente individuale. Nel testo essa raggiunge la sua espressione più alta nell’«essere utili agli altri». È un passaggio fondamentale, perché sposta la ricerca della felicità dal possesso alla relazione. Non siamo felici soltanto quando otteniamo qualcosa per noi stessi, ma anche quando percepiamo che la nostra presenza può avere un significato nella vita di qualcun altro.

L’amore, allora, smette di essere un sentimento astratto e diventa un modo concreto di stare nel mondo. Amare significa accorgersi dell’altro, ascoltarlo, perdonarlo, accoglierlo e riconoscerne il valore. In questa prospettiva anche il sorriso, apparentemente il gesto più piccolo tra quelli evocati nel testo, assume un significato particolare: è una forma elementare di apertura, il segnale che tra due persone può ancora esistere uno spazio di incontro.

Ma Il giorno più bello non propone una visione ingenuamente ottimistica dell’esistenza. Nel testo compaiono la paura, l’errore, la sconfitta, lo scoraggiamento, la morte, il rancore e la menzogna.

La fragilità umana non viene cancellata: viene riconosciuta e posta accanto alla possibilità di reagire. La lezione che emerge non consiste quindi nel credere che la vita sia sempre facile, ma nel comprendere che anche davanti alle difficoltà rimane uno spazio interiore nel quale esercitare la propria libertà.

È qui che il testo assume la forma di un vero e proprio esame di coscienza. Le domande brevi e incalzanti costringono chi legge a confrontarsi con sé stesso: quanto spazio concediamo alla paura? Quante volte rinunciamo prima ancora di aver tentato? Quanto rancore continuiamo a portare con noi? Quanto siamo capaci di uscire dai nostri interessi per accorgerci delle necessità degli altri?

Non si tratta di domande che pretendono risposte definitive. Al contrario, acquistano valore proprio perché possono essere ripetute ogni giorno. La vita quotidiana diventa così il luogo nel quale verificare concretamente ciò in cui diciamo di credere. Le grandi parole — amore, fede, perdono, pace, altruismo — acquistano significato soltanto quando riescono a trasformarsi in comportamenti.

Ed è forse questo uno degli aspetti più attuali del messaggio. Viviamo in un tempo nel quale siamo continuamente spinti verso ciò che verrà: il prossimo obiettivo, il prossimo risultato, il prossimo acquisto, la prossima occasione. Il rischio è quello di trasformare il presente in una semplice sala d’attesa, convincendoci che saremo davvero soddisfatti soltanto quando qualcosa cambierà.

Il giorno più bello capovolge questa prospettiva: la vita non comincia domani, quando tutto sarà finalmente al proprio posto. La vita è già qui.

Ciò non significa accontentarsi o rinunciare ai propri progetti. Significa, piuttosto, non subordinare interamente la possibilità di essere felici a condizioni future. Possiamo desiderare un cambiamento e, nello stesso tempo, riconoscere il valore di ciò che possediamo oggi. Possiamo attraversare una difficoltà senza permettere che essa definisca tutto ciò che siamo. Possiamo avere paura senza lasciare che sia la paura a decidere per noi.

In questa visione assume un significato ancora più profondo la conclusione dedicata all’amore. Dopo aver attraversato paure, errori, sconfitte, bisogni e sentimenti, il percorso conduce proprio lì: alla relazione con l’altro. L’amore diventa il punto nel quale tutte le altre indicazioni sembrano incontrarsi, perché senza apertura verso gli altri anche il perdono, il sorriso, la famiglia, la comunicazione e il desiderio di rendersi utili perderebbero gran parte del loro significato.

La lezione più importante di Il giorno più bello può allora essere cercata proprio in questa unione tra presente e amore. Il tempo che possediamo è l’oggi; il modo più alto per dargli valore è non viverlo esclusivamente per noi stessi.

Ogni giornata diventa preziosa non perché debba necessariamente accadere qualcosa di straordinario, ma perché contiene sempre la possibilità di compiere una scelta, cambiare un atteggiamento, ricucire una relazione o offrire qualcosa di buono a chi ci sta accanto.

Festeggiare l’anniversario della nascita di Madre Teresa può diventare così qualcosa di più di una semplice commemorazione. Può trasformarsi nell’occasione per rivolgere quelle stesse domande a noi stessi e osservare con maggiore attenzione il modo in cui stiamo vivendo. Non occorrono necessariamente imprese eccezionali per dare valore a una giornata: spesso sono sufficienti la presenza, l’ascolto, la gratitudine e la disponibilità verso gli altri.

Ogni nuova giornata rappresenta l’inizio di una possibilità. Ciò che facciamo delle ore che abbiamo davanti, il modo in cui trattiamo le persone e la capacità di riconoscere valore anche nei gesti più piccoli costituiscono la nostra risposta personale alla vita.

Ed è per questo che, tra tutte le domande contenute nel testo, la prima continua forse a essere la più importante. Perché ci ricorda che la felicità non deve necessariamente essere rimandata a un momento perfetto che deve ancora arrivare. Il tempo nel quale possiamo amare, perdonare, cambiare, aiutare e ricominciare è quello che abbiamo davanti a noi. Il giorno più bello? Oggi.

Cos’è Libreriamo

Manifesto della Human Culture

 

sabato 13 giugno 2026

ESTATE PALESTRA DI BELLEZZA

DALLA

 PRESTAZIONE 

AL DONO

 


Marco Erba agli adolescenti: «Vivete l’estate come “palestra di bellezza”, per passare dalla logica della prestazione a quella del dono»

Lo scrittore e insegnante Marco Erba riflette su disagio, scuola e confini a margine delle giornate di Edufest - Festival dell'Educazione di Cinisello Balsamo (Mi): «Occorre aiutare gli adolescenti ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro e sulla possibilità di essere a loro volta dono. Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo per primi»

di Alessandro Barba

L’edizione 2026 di Edufest, il Festival dell’Educazione appena conclusosi a Cinisello Balsamo (Mi), per tre giorni ha messo a confronto formatori, psicologi, filosofi e esperti dello sviluppo sul tema dei “Confini”. Eros Giampiero Ferri, presidente delle cooperative Progetto A e Orsa, promotrici della kermesse, spiega la sfida a cui hanno voluto rispondere con queste giornate: «Scuola, famiglia e società si trovano oggi a ridefinire i margini tra regola e libertà, tra ciò che è norma e ciò che è divergenza. In questo contatto tra generazioni e visioni diverse, i confini non sono più linee statiche, ma territori vivi di confronto. Ci siamo interrogati insieme a tante figure professionali diverse del mondo educativo, tra le più autorevoli in Italia, su come tracciare nuove traiettorie per ripensare il modo in cui cresciamo, insegniamo e viviamo insieme come comunità”.

Oltre 30mila persone si sono ritrovate agli incontri e alle attività nel parco di Villa Ghirlanda, tra famiglie, bambini, bambine e giovani di tutte le età. Ma il dato di partecipazione è solo il punto di partenza di una riflessione più ampia: che cosa significa oggi comprendere i giovani, soprattutto quando il disagio prende forme difficili da leggere?

A partire dai recenti fatti di cronaca che hanno riportato l’attenzione sulla violenza esercitata da giovanissimi dentro e fuori la scuola, anche contro gli insegnanti, Marco Erba, scrittore e insegnante che ha tenuto una sessione del Festival, invita a evitare letture superficiali. Non parla di singoli episodi da archiviare come casi isolati, ma di segnali che chiedono di guardare al contesto in cui ragazze e ragazzi crescono.

«Penso che ci sia una strettissima connessione tra la nostra società ipercompetitiva e queste forme di violenza», spiega Erba. Una società «nella quale la prestazione sembra essere diventata un assoluto», dove «si tende a misurare tutto» e «si corre sempre più veloci». Secondo Erba, questa pressione contribuisce ad alimentare sia la violenza rivolta verso gli altri, sia quella rivolta verso se stessi: dal self-cutting al ritiro sociale.

Il punto, per l’insegnante, è il modo in cui un adolescente costruisce la propria identità dentro un modello che chiede continuamente di dimostrare valore. Se intorno trova solo l’idea che bisogna “correre e vincere”, dice Erba, il rischio è che si percepisca come «un fallito». Da qui può nascere la possibilità «che faccia del male a qualcuno o si faccia del male».

Occorre passare dalla logica della prestazione alla logica del dono, del grazie. Aiutare gli adolescenti ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro e sulla possibilità di essere a loro volta dono. Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo per primi

Per questo, secondo Erba, la chiave educativa non può limitarsi alla correzione dei comportamenti. Serve un cambio di prospettiva: «Passare dalla logica della prestazione alla logica del dono, del grazie». Significa aiutare gli adolescenti «ad aprire gli occhi sulla bellezza che è dentro di loro», sulla loro unicità e sulla possibilità di essere, a loro volta, «dono». Ma questo passaggio, sottolinea, riguarda prima di tutto gli adulti: «Siamo noi adulti a dover cambiare lo sguardo».

Da insegnante, Erba racconta di vedere ogni giorno una realtà più complessa di quella spesso restituita dal dibattito pubblico sugli adolescenti. «Vedo tante scintille di bellezza ogni giorno, tanta ricerca di sé, tanta fatica, tanto dolore, tante situazioni a volte complicate, ma tanta voglia di futuro». Per questo invita a «porsi in ascolto prima di giudicare». Non si definisce ingenuamente ottimista, ma dice di essere «estremamente positivo» perché gli adolescenti, a suo giudizio, hanno «veramente tante risorse».

La scuola, in questa prospettiva, ha un ruolo decisivo. Per Erba le discipline possono diventare strumenti per «avvicinarli alla vita» e per «aprire domande», non solo contenuti da trasmettere.

Ma perché questo accada servono condizioni diverse da quelle attuali. Tra le urgenze cita «più pedagogia tra i banchi», più pedagogisti, più psicologi, più ascolto e una maggiore capacità di intercettare il disagio.

www.vita.it

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giovedì 11 giugno 2026

VISIONE E ATTESA

 

Il rettore della Sagrada Familia: la visita del Papa ci invita ad "alzare gli occhi"Riscoprire 

il senso dell'attesa


Con l’inaugurazione della Torre di Gesù che renderà la basilica di Gaudí la più alta del mondo, si compie un gesto simbolico profetico. L’architetta Curti, esperta dell’artista: “Ha voluto creare un’arte dell'incontro, riportare la capacità di vedere il trascendente. Il lavoro che c'è dietro ci invita a gustare la pazienza con cui si costruisce l'amore”



-di Antonella Palermo - Inviata a Barcellona

Guardare in alto è più rischioso che guardarsi i piedi, ma è in questo rischio che si gioca l’esserci, in questo squilibrarsi che si avverte il brivido di un corpo che vive, che non si accomoda in posture inerti, che non guarda al proprio ombelico ma si sbilancia fuori da sé. Accade quando si entra nella Sagrada Familia, attrazione internazionale simbolo di Barcellona, 15 mila visitatori al giorno da ogni parte del mondo, patrimonio Unesco consacrata come basilica nel 2010 da Benedetto XVI. Qui si ha la possibilità di recuperare, al di là delle proprie appartenenze, la capacità di stupirsi. Qui Leone XIV presiede la celebrazione eucaristica la sera del 10 giugno, dopo aver pregato nella cripta sulla tomba di Antoni Gaudì, l’artefice di questa imponente costruzione, nel centenario della morte. E qui, dopo la Messa, inaugurerà la Torre di Gesù Cristo che la farà svettare come chiesa più alta del mondo.

Recuperare lo stupore

Sarà una bambina cieca a introdurre, dinanzi al Pontefice, il rito di benedizione della Torre. Con un plastico tra le mani sarà lei a ‘toccare’ la torre condividendo questa esperienza al Papa. Lei la vedrà con le mani. Lei si meraviglierà per prima. Un’iniziativa dal forte valore simbolico intrapresa di concerto con l’associazione Once, la più grande realtà in Spagna che si occupa di non vedenti e che collabora con la Sagrada per progetti di accessibilità dell’opera d’arte anche ai disabili. Perché entrare in questo tempio, in effetti, è compiere un percorso multisensoriale, tornare in qualche modo a percepirsi vivi, mobili, capaci di attraversare soglie, di tornare all’origine. Era ciò che animava l’architetto catalano, convinto che qui stesse l’originalità di un artista, di avvicinarsi continuamente all’origine, Dio. Una vicinanza che non allontana dagli uomini, anzi, ne rinforza il legame.

La bellezza come via, non fine a sé stessa

Alla vigilia dell’arrivo del Papa, il fiume umano che entra in questo cuore pulsante della città è ininterrotto. “Gaudí ha vissuto per creare un'opera che potesse esprimere la bellezza non fine a sé stessa, quanto invece una bellezza capace di suscitare meraviglia”, sottolinea Chiara Curti, massima esperta del genio catalano. Architetta milanese, vive e insegna a Barcellona presso l’Ateneu Sant Pacià, dove tiene corsi su Modernismo, Gaudí e architettura cristiana. Diverse le pubblicazioni dedicate al tempio dell’espiazione, tra cui “La Sagrada Família. Cattedrale della Luce” (Triangle Books, tradotto in sei lingue) e “Il mio Gaudí. La biografia scritta dai suoi amici” (Triangle Books, tradotto in quattro lingue). 

Gaudì, collaboratore della creazione divina

Quando ha finito la prima torre campanaria, si racconta che Gaudí abbia chiesto in giro come fosse venuta: l’orologiaio gli disse che era bella, che portava un'allegria del cuore e Gaudí era felice perché era andato a segno un suo desiderio profondo. “Leone è un papa sommamente attento alla bellezza – osserva Curti -, e si incontrerà con questo Gaudì che sempre si è presentato come un collaboratore del creatore, una persona che aveva ben chiaro di non possedere l’opera, che era un'opera ispirata da custodire. Lui si è proposto sempre come colui che la poteva curare la Sagrada Familìa, come un giardiniere in un grande bosco, quel bosco che tutte le cattedrali in realtà sono, grandi boschi di colonne”.

Gaudì ha voluto riportare quella capacità di vedere il trascendente, secondo il tipico atteggiamento dell'uomo medievale che quando entrava in una cattedrale si riconosceva proprio dentro un bosco: “Noi contemporanei, invece, siamo molto più razionalisti, vediamo solo delle colonne. Gaudì ha voluto riportarci questo uomo che è capace di vedere qualcosa dietro ogni realtà, di trasfigurare tutta la realtà. Sì, perché se io sono proprietario una cosa la posso anche buttare via, invece se sono il custode posso solamente farla migliorare”.

Un’opera aperta, corale, sempre nuova

Gaudì cominciò a lavorare alla facciata della Natività nell’anno in cui Leone XIII scrisse la Rerum novarum. E oggi Leone XIV, che ha appena dato alla luce la sua Magnifica humanitas, arriva qui a inaugurare il nuovo tassello della Torre di Gesù. Una sorprendente ricorrenza che Curti evidenzia mettendo in risalto le due rivoluzioni storiche di cui l’arte di Gaudì continua a parlarci: quella industriale di cui Barcellona era stata antesignana nel campo del tessile, e quella contemporanea legata all’Intelligenza Artificiale. In gioco c’è sempre un rinnovamento dell’uomo: all’epoca di Gaudì si trattava di liberare l’operaio dall’anonimato e dal logorio della catena di montaggio, dalla massificazione della società; oggi, si tratta ugualmente di ri-nascere, di ritrovare una riserva di umanità, al di là di ogni tentazione di individualismo.

LA persona

“Gaudì sempre mette l'accento sulla persona – sostiene Curti -, sembra quasi che la sua opera sia una scusa per poter creare un’arte dell'incontro, dove ogni persona che lavora con lui può introdurre dentro questa cattedrale il proprio segno creativo”. Un vero maestro che non impone il suo progetto perché altri semplicemente lo eseguano, ma un maestro che insegna una mentalità, un approccio inedito e in qualche modo sovversivo, perché l'altro sia libero di poter fare l’opera: uno dei motivi per cui le opere di Gaudì sono tutte diverse. Era lo stile di Gaudì quello di partire dalla vita e non dai preconcetti, incline come era a ribaltare l’approccio cattedratico di certi intellettuali, cosa che gli valse anche discrete antipatie. Così che alla fine la scuola che lasciò in eredità non fu un ‘gaudinismo’ di maniera ma “la scuola della carità”.

Il fascino del non-finito, dell’attesa paziente e del desiderio

Entrare nella Sagrada Familia è entrare in “un cantiere espiatorio che alimenta il senso che non finisca mai”. In fondo, “tutta la storia dell'uomo è stata questa relazione col cosmo, con Dio, con la luce, sempre è stata una relazione che non poteva iniziare e finire rapidamente, ma che si è misurata con il tempo e finalmente con l'eternità”, precisa ancora la professoressa Curti. “Non sappiamo quando la Sagrada finirà e neanche come”, e non sembra essere questo l’elemento importante. Manca tutta la facciata principale, che dovrebbe arrivare ad essere circa tre volte più grande delle altre due, quella della Natività e quella della Passione. Per costruire questa facciata è necessario demolire un edificio costruito abusivamente negli anni Settanta, dove dentro vivono quaranta famiglie. Non sarà impresa facile. “Oggi non siamo capaci dell'attesa, invece la Sagrada Familia ci chiama ad avere questa possibilità di saper desiderare ancora. Nel momento in cui io finisco una cosa, già non c'entra più niente con me; al contrario, mettendo l'accento sul costruire - ché è quello che sta facendo Papa Leone – implica che non è finita per niente, che dobbiamo impegnarci a essere noi stessi i costruttori anche delle nostre vite”.

 

Vatican News 


 

mercoledì 11 marzo 2026

IL CODICE SEGRETO


La bellezza 

non ha ragioni 

ma dà ragioni, 

non ha senso

 ma dà senso 

e risveglia i sensi.


Alessandro D’Avenia

 

In questi momenti di sconforto per lo scenario mondiale, vado spesso in balcone dove mia moglie ha voluto due camelie, una dai fiori bianchi e una dai fiori rosa.

Durante l'anno sembrano tacere, ma quando si avvicina la primavera decine di fiori intonano un coro di perfezione armonica che ipnotizza e dimostra che il miracolo del mondo sopravviverà a chi crede di poterlo sottomettere. La disposizione della corolla, ordinata secondo la sequenza aurea di Fibonacci, portò i giardinieri orientali (è in Oriente che la camelia ha origine) a ritenerlo un fiore «progettato», come se un dio ne avesse pensato e nascosto l'architettura nel seme. 

La bellezza non ha ragioni ma dà ragioni, non ha senso ma dà senso e risveglia i sensi, soprattutto quando si ottundono, ci ricorda, senza forzature, che la vita è un dono gratuito, un tesoro che a noi è chiesto di custodire e ampliare. Fissando più volte uno di questi fiori bianchi mi sono chiesto come riesca a rinnovare la speranza che mi serve per l'impegno quotidiano (a scuola, nei libri, a teatro...) in questi tempi di disperazione bellica in cui le parole sembrano inutili e servono solo a mentire e sottomettere. Deve esserci un codice della vita capace di ri-creare noi stessi e il mondo, quando sembra che tutto sia sul baratro e l'uomo sia il peggior nemico di se stesso. Qual è questo codice? È segreto?

Chi al mattino o al pomeriggio sorseggia un tè forse non sa che di fatto beve una camelia. La pianta da cui si ricava la bevanda è infatti la «Camellia sinensis», originaria dell’Asia orientale («sinensis» indica la Cina) dalle cui foglie, in base alla lavorazione (ossidazione, essiccazione e arrotolamento), si ottengono i diversi tipi di tè: verde (non ossidate), nero (ossidate), oolong (parzialmente ossidate), bianco (ossidazione di gemme e foglie giovani)...

 Insomma la pianta del tè è della stessa famiglia di quella che orna giardini e balconi (con la quale però non conviene fare infusi...). La leggenda narra che mentre Shennong, dio-imperatore cinese di agricoltura e medicina, faceva bollire dell'acqua in una pentola, il vento vi fece cadere alcune foglie, che dorarono e profumarono l'acqua. L'infuso, amaro ma dissetante, rinvigorì il corpo e rischiarò la mente di Shennong che ne tramandò l'uso: erano foglie di camelia. Si tratta del mito fondativo delle botaniche contenute nel Classico sulle radici di erbe del Contadino Divino, un trattato scritto tra il 300 e il 200 a.C. Per questo quella del tè è una cerimonia, un rito fisico e spirituale che ha lo scopo dei riti: riunirci al sacro, ciò che dà fondamento alle nostre vite stabilizzando il tempo. Ma la storia continua.

Molte delle virtù delle piante orientali a noi occidentali sono giunte grazie a un gesuita, botanico e farmacista di origine ceca, in missione nelle Filippine nel XVII secolo. Si chiamava Georg Josef Kamel (1661-1706), e Linneo, inventore del metodo di catalogazione doppia di piante e animali, in suo onore cambiò il nome dato in origine alla pianta (Teacea, pianta del tè) in Camellia sinensis dal cognome latino (Camellus) del gesuita. L'Unesco ne ha celebrato i trecento anni dalla morte nel 2006 (quest'anno 320 il 2 maggio) proprio per i suoi meriti scientifici e umani: nel 1688 aprì la prima farmacia a Manila, dove i medicinali erano gratuiti per i poveri. Più tardi in Europa il fiore divenne simbolo di eleganza, raffinatezza e amore romantico, grazie al famoso romanzo del 1848 di Alexandre Dumas (figlio dell'omonimo padre e autore del Conte di Montecristo), La signora delle Camelie, che racconta l’amore impossibile tra la cortigiana parigina Marguerite Gautier, che indossava una camelia bianca quando era libera e rossa se non lo era, e il giovane Armand Duval (nome travestito dell'autore che si ispira alla vicenda personale). I due si innamorano e vorrebbero sposarsi, ma il padre di Armand costringe Marguerite a lasciarlo per difendere l’onore della famiglia. Il ragazzo si crede tradito, e da qui l'appassionante e tragica storia d'amore che è anche alla base della Traviata di Verdi.

Ma torniamo in Oriente. Questo fiore, a differenza di altri che ci incantano, non appassisce petalo dopo petalo, ma cade all'improvviso, per intero, come cantano molti haiku (poesie di tre versi) della tradizione giapponese, come quello del poeta di primo Novecento Kawahigashi Hekigotō che descrive perfettamente la fragilità di tutte le cose: «Cadono entrambe/ una camelia rossa,/ una camelia bianca». In Giappone il nome del fiore (tsubaki) combina il segno dell'albero e quello della primavera, ed è infatti diventato il simbolo della fragile bellezza della vita che, seppur soggetta al destino, mantiene eleganza, integrità e dignità anche nel finire, come nell'etica ed estetica dei samurai. Tsubaki è anche un raffinato nome femminile (da noi corrisponderebbe a Rosa) e un olio tradizionale per idratare la pelle e rendere i capelli lucenti. Più la inseguo, più la storia della pianta diventa inesauribile: la camelia non è solo una camelia, ma un modo di guardare e fare la vita.

Un'etica descritta, già 700 anni fa, dal grande poeta e mistico persiano Rumi (il Dante mediorientale) in una poesia di cui Kader Abdolah - scrittore iraniano rifugiato in Olanda dopo essere stato perseguitato sia dal regime dello scià sia da quello di Khomeini - ha offerto una nuova traduzione nel bel recente libro Quello che cerchi sta cercando te, che sto leggendo per conoscere meglio l'Iran e che è dedicato al poeta del XIII secolo - la storia si ripete - fuggito dalla sua terra a causa del distruttore Gengis Khan: «Quando inseguo le cose che penso di volere/ i miei giorni sono un focolaio di ansia e inquietudine./ Ma quando me ne sto nel mio posto tranquillo/ ciò di cui ho bisogno viene a me in tutta calma e senza sforzo./ Ho capito che ciò che voglio, vuole me./ E che anch'esso mi cerca./ È un codice di vita,/ ma solo per chi presta ascolto a questo segreto». 

La poesia, intitolata Il codice, ha 700 anni e sembra scritta oggi, anzi domani, perché appartiene al per sempre. Quel codice per me in questi giorni è scritto in una sola pianta la cui bellezza e virtù hanno generato nei secoli, con la collaborazione umana, cure, bevande, legami, riti, medicine, storie, cosmetici, poesie... collegando uomini e donne di culture e tempi diversi. Quando la guerra sarà finita, ancora una volta dovremo ritornare a ciò che abbiamo sempre avuto e disprezzato.

E le camelie saranno lì, con il loro codice secreto (con la «c», participio di secernere), il codice della vita: custodisci e fai crescere, vivi e lotta perché gli altri vivano.

 Corriere della Sera

Alzogliocchiversoilcielo

 

 

sabato 7 marzo 2026

EDUCARE ALLA BELLEZZA

 

Scuola, siglato con il Ministero della Cultura il Protocollo “Educare alla e con la bellezza



Valditara: “La bellezza non è solo un valore estetico, ma rappresenta l'identità del nostro Paese”.

 Giuli: "Comprendere la bellezza è la base della creatività e della cultura"

Il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e il Ministro della Cultura Alessandro Giuli hanno siglato un Protocollo d’intesa per rafforzare la cooperazione tra scuola, arte e territorio e promuovere la crescita culturale, artistica e civica delle nuove generazioni.

“Nelle scuole che visito sottolineo sempre l’importanza di un’educazione alla bellezza. La bellezza non è solo un grande valore estetico, ma un elemento che rappresenta l’identità del nostro Paese: è parte integrante della nostra storia, della nostra cultura e della nostra tradizione. Portare le opere d’arte nelle scuole può rappresentare uno strumento straordinario per educare concretamente i nostri giovani alla bellezza”, ha dichiarato il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara.
"Il valore di questo Protocollo sta nel riconoscere, come Ministero della Cultura e come Ministero dell'Istruzione e del Merito, il fatto che la bellezza esiste, ha un suo canone ed è un bene non negoziabile. Quando si coglie la potenza della creatività, in un fiore o in un verso, si capisce che obbedisce a un concetto di armonia, di proporzione, di complementarità tra principi che fanno parte della bellezza del cosmo: il sole, la luna, il maschio, la femmina, tutto ciò che fa della natura qualcosa di straordinario. Questo l'abbiamo imparato dai nostri antenati e cerchiamo di tradurlo in modo serio, non intrusivo e non assertivo: semplicemente riconoscendo che l'educazione alla bellezza è la nostra missione principale", ha dichiarato il Ministro della Cultura Alessandro Giuli.

Il Protocollo prevede la promozione, nelle istituzioni scolastiche, di iniziative volte a valorizzare il patrimonio artistico e a rafforzare l’alfabetizzazione all’arte come strumento per educare alla bellezza promuovendo i talenti di ogni giovane.
L’intesa mira, inoltre, a riconoscere l’arte quale strumento di riqualificazione degli edifici scolastici e di rigenerazione culturale dei territori caratterizzati da marginalità sociale ed economica, anche attraverso l’allestimento di spazi espositivi dedicati all’interno delle Scuole secondarie di II grado e il coinvolgimento di enti pubblici e privati per la realizzazione di mostre, iniziative e collaborazioni dedicate.

Ecco i dettagli principali del protocollo:

  • Obiettivo: Rafforzare la cooperazione tra scuola, arte e territorio per la crescita culturale e civica degli studenti.
  • Azioni chiave: Allestimento di spazi espositivi nelle scuole secondarie di secondo grado e realizzazione di mostre e iniziative in collaborazione con enti pubblici e privati.
  • Riqualificazione: L'arte viene utilizzata come strumento di rigenerazione culturale e miglioramento degli ambienti scolastici.
  • Focus: Valorizzazione del patrimonio culturale e promozione dei talenti giovanili.
  • Visione: La bellezza è intesa non solo come valore estetico, ma come parte dell'identità nazionale e strumento di cittadinanza. 

Ministero

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