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mercoledì 1 luglio 2026

BELLI O BRUTTI?

 


 "Sei una bella 

o una cattiva persona?


 Le belle persone sono 

quelle che prendi

ad esempio

 poiché rendono

 il mondo un posto migliore 

ma non sono infallibili"

La Redazione

"Le belle persone sbagliano, ma quando lo fanno, dentro di sé hanno un sensore speciale che le avverte del loro errore e le spinge velocemente a…”

Un'abitudine sempre più dilagante nella moderna società consiste nel distinguere tra belle persone e cattive persone. Si tratta, evidentemente, di un concetto molto ampio ed allo stesso tempo effimero, a tratti impalpabile ma, nonostante tutto, capace di influenzare le valutazioni che sempre più connotano gli individui nei loro rapporti interpersonali. 

Ed allora quando si parla di belle persone subito la nostra mente corre al concetto di esempio. Infatti, come sostenuto dal medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Milano Alberto Pellai, "le belle persone sono spesso ritenute esemplari". Appare necessario, pertanto, soffermarsi proprio sulla definizione di "bella persona" e, di conseguenza, sul valore da attribuire al concetto di "persona esemplare". Invero, tali definizioni assumono un ruolo fondamentale soprattutto per i più giovani e per tutti gli adolescenti in via di formazione, spesso indotti erroneamente a ritenere che tali definizioni siano riconducibili ad un soggetto incapace di commettere errori e, come tale, fonte di esempio per le altre persone.

A tal proposito, il noto psicoterapeuta Pellai ritiene che "per essere esemplari e dare il buon esempio non sia necessario essere perfetti". Non serve, cioè, essere persone infallibili". Dunque, compito primario della scuola attraverso gli insegnanti, nonché dei genitori, è quello di far comprendere e trasmettere ai più giovani un concetto di bellezza basato su valori interiori, sulla capacità di comunicare e di crescere con consapevolezza, sull'attitudine ad evolversi attraverso la condivisione, nella piena e perfetta coscienza che la perfezione non esiste.

Ed anzi, come afferma Alberto Pellai, "le belle persone sbagliano, ma quando lo fanno, dentro di sé hanno un sensore speciale che le avverte del loro errore e le spinge velocemente a rimediare".

Dunque le belle persone sono gli esseri umani con tutte le loro fragilità ma anche con le loro capacità, con tutti gli errori ma anche con l'immenso bagaglio di valori e di attitudini che li rendono in grado di rimediare, di correggere, di crescere e migliorare.

È fondamentale, pertanto, che ritorni di moda un concetto di bellezza che non sia sinonimo di perfezione, ma di esempio proficuo e costruttivo per potenziare, sviluppare ed ottimizzare la società che ci circonda: i giovanissimi, dunque, devono imparare ad amare le proprie imperfezioni, senza alcuna paura o timore, tenendo ben a mente che non bisogna chiedere troppo a se stessi ma occorre accettarsi, sperimentando anche le cadute, rialzandosi, coltivando la propria felicità senza omologarsi o uniformarsi ma imparando a differenziarsi, proprio perché ciò che ci rende speciali è la nostra unicità e non bisogna indossare una maschera ma valorizzare la propria essenza, non dimenticando mai che le perfezione non esiste.

Ascuolaoggi


sabato 17 gennaio 2026

IL RISCHIO DELLA PAURA

 

Una ragazza piangedopo aver deposto le loro candele nel punto in cui vengono portati fiori e lumini vicino al bar Le Constellation

Dopo la tragedia

 di Crans-Montana: 

«Cari genitori,
 
non abbiate paura della vita»


La tragedia di Crans-Montana rischia di spingerci, come genitori, in una paura di dimensioni tali da farci credere che l’unico modo per proteggere i nostri figli sia limitarne le uscite. 

Alberto Pellai: «Diventare grande è esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontarlo»


di Sara De Carli

 Una traumatizzazione collettiva in diretta, enorme. In cui morte e adolescenza – due termini che raramente stanno vicini – si sono saldati entro quella che è stata una tragedia generazionale. La strage di Crans-Montana, dove sono morti 40 ragazzi, di cui sei italiani e altri 121 sono stati feriti, ci riguarda da vicino: anche se quei ragazzi non li conoscevamo. Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, nei giorni scorsi ha scritto che «la strage di Crans-Montana rischia di farci precipitare in un’ansia collettiva, in una paura genitoriale di proporzioni tali da spingerci a credere che l’unico modo per proteggere la vita dei figli diventa limitarne al massimo le uscite nel mondo. Invece, l’unica cosa che ai nostri figli serve veramente è non smettere mai – noi adulti – di augurare loro di non avere paura della vita, anche quando la vita si fa spaventante. Perché l’unico modo per affrontare la paura è attraversarla con il coraggio di andare incontro ad un ignoto che non sai che cosa ha dentro». Pellai nei suoi scritti parla spesso di un “allenamento alla vita” e di una crescita in cui la vita si impara passo dopo passo, affrontando le sfide e imparando a gestire il “guado” e l’ignoto.

Qual è il rischio che vede, dopo il dolore e il senso di immedesimazione che tutti abbiamo vissuto verso queste famiglie?

È una tragedia che ha generato una enorme traumatizzazione collettiva in diretta, molto simile a quel che è accaduto con le torri gemelle: per giorni abbiamo assistito impotenti a un evento terribile, su cui non abbiamo controllo, ci siamo identificati con le famiglie, abbiamo percepito un dolore enorme associato a una paura gigantesca. Tutto ciò che è imprevedibile nei genitori risuona e dà forma alla domanda “E adesso come lo proteggo mio figlio?”. Si tratta di una domanda fondamentale per un genitore, che ovviamente deve proteggere il figlio: ma se la abbiniamo ad una emozione divorante, usando questa emozione come filtro per le scelte del nostro progetto educativo, diventa un problema. Diventiamo impotenti, paralizzati e rendiamo impotenti e paralizzati anche i nostri figli. Rischiamo di concepire il mondo fuori come pieno di pericoli e a quel punto implicitamente o esplicitamente diciamo di non uscire fuori nel mondo, perché uscire vuol dire esporsi a pericoli di difficile controllo. Un’ora dopo aver scritto quell’articolo su Famiglia Cristiana, per dire, ho ricevuto il messaggio di una mamma che raccontava che suo figlio era appena andato al cinema, ma che prima di farlo uscire gli aveva fatto una serie di domande per verificare se sapeva come comportarsi nel caso in cui fosse scoppiato un incendio… Si rendeva conto di aver caricato il figlio di ansia. Non è sbagliato spiegare a un figlio come gestire un’emergenza: è sbagliato riversargli addosso, ogni volta che esce nel mondo, una paura che io genitore non so come gestire. “Uscire” fuori serve a esplorare il nuovo e l’ignoto, facendo i conti con la paura e la sorpresa. Ma se il mondo fuori è percepito e presentato come una trincea, l’assetto in cui muoversi diventa quello difensivo anziché quello esplorativo: un figlio a quel punto tenderà a fare sempre meno cose “fuori” e a rimanere nella comfort zone.

Che siamo una generazione di genitori tentati dall’iperprotezione non è una novità… aiutati anche dalla tecnologia.

È il tema grande della genitorialità del terzo millennio: l’iperprotezione, il controllo continuo, la geolocalizzazione dei figli. La tecnologia digitale ha fatto sì che il genitore di oggi pretenda che le uscite nel mondo dei figli adolescenti siano a rischio zero per i figli e ansia zero per sé. Ma questo non è possibile, significa pretendere di ribaltare il concetto di crescita. Inseguiamo il concetto di una crescita con ogni rischio previsto, gestito e prevenuto ma diventare grande è esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio che è in grado di gestire. È chiaro che l’uscita nel “fuori” non deve essere un azzardo: bisogna avere una buona mappa dei rischi fase specifici che il figlio può affrontare.

Diventare grande è esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio che è in grado di gestire

Quali strategie concrete possono aiutare noi genitori a gestire questa ansia, senza limitare eccessivamente la libertà dei figli?

Da una parte sapere che il livello di protezione che diamo ai nostri figli quando hanno 9 anni non è la stessa che dobbiamo dargli a 13 anni o a 19 anni: ci sono invece genitori geolocalizzatori nei confronti di figli universitari, che vivono a centinaia di km da casa. Il secondo tema è lavorare molto sulla dinamica della coppia: quando non c’erano gli strumenti digitali, di solito, quando un figlio usciva la sera c’era un genitore che stava in ansia e restava sveglio sul divano, ma l’altro dormiva. Uno dei due testimoniava che era possibile restare tranquilli. Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia.

Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia

In questi giorni abbiamo letto tante critiche ai comportamenti dei ragazzi, mentre è connaturale negli adolescenti non avere contezza del rischio: come mediare?

Molte delle cose che state scritte, dimostrano una gigantesca mancanza di empatia sui social. Detto questo, io penso che i ragazzi oggi siano poco allenati al principio di realtà. Questa permanenza enorme nel virtuale, che rende tutto apparentemente finto, ha disallenato la capacità di abitare la vita con uno sguardo attento e competente. La percezione del rischio è un passaggio fondamentale dalla prevenzione e il mondo adulto deve dotare i ragazzi di questa percezione. È anche vero, però, che non è un compito degli adolescenti percepire il rischio in un locale pubblico, dove paghi un biglietto per entrare: garantire la sicurezza, lì, toccava ad altri.

In questo momento di grande paura e incertezza, quale messaggio dare ai genitori che temono di non riuscire a proteggere i propri figli da tutto?

Lo dico da genitore di quattro figli: sento un dolore enorme per una tragedia che era prevenibile, ma questo non cambia di un centimetro il copione di come regolo l’autonomia dei miei figli, pur sapendo che ogni volta che escono di casa non ho nessuna garanzia che torneranno vivi. Tutto ciò che ritengo adeguato per il loro sviluppo e la loro crescita, continueranno ad avere il diritto di farlo.

E agli insegnanti e agli educatori, al di là del minuto di silenzio chiesto dal ministro Valditara?

Invito a lasciare uno spazio di decantazione dei vissuti emotivi: cosa hanno percepito, da quali emozioni sono abitati, cosa vuol dire fare memoria di un ragazzo che non c’è più. Farli lavorare sulle potenziali conseguenze che un fatto del genere può avere sulle loro vite, smantellare l’effetto di traumatizzazione indiretta, che non deve diventare un blocco nella loro fiducia nella vita, nell’uscire.

Paura e blocco: crede che questo sia un rischio concreto per i nostri figli, oltre che per noi genitori?

L’ansia e la depressione sono tratti molto frequenti negli adolescenti, molto più che in passato, anche per via del fatto che tutti noi siamo immersi in una narrazione quotidiana catastrofica. Ma questo evento tragico è stata la narrazione continuativa per giorni: è ovvio che sia entrato nel nostro qui e ora e abbia turbato tantissimo i ragazzi, anche perché ha parlato in modo massiccio di morte e di morte generazionale, mentre morte e adolescenza solitamente non stanno in associazione.

Foto di Marco Alpozzi /LaPresse

VITA

 

mercoledì 20 agosto 2025

MISS A 13 ANNI


 Pellai: “Diventare Miss a 13 anni significa non comprendere che l'unica cosa che non deve accadere è mettere il corpo al centro della costruzione del proprio valore e della propria identità"


La Redazione

 La notizia di una giovane tredicenne divenuta Miss ci fa comprendere come un'adolescente non possa essere considerata solo in funzione del corpo che viene mostrato ed altresì induce a pensare che…

Nella moderna società si assiste ormai ad una classe adolescenziale concentrata più sulla forma che sulla sostanza. A chi di noi non capita quotidianamente di incrociare giovani ragazze fossilizzate solo ed esclusivamente sull'aspetto fisico ed esteriore?! Si tratta di una prassi comune che tende alla spettacolarizzazione e a fare delle adolescenti le protagoniste di mere esibizioni estetiche.

Invero, negli ultimi giorni, si è diffusa la notizia di una giovane Miss dell'età di 13 anni e ciò ha suscitato non poco scalpore.

La tredicenne, sfilando in bikini e tacchi alti, è salita sul palco e si è rivolta alla giuria descrivendosi così: "Ho 13 anni, sono una ragazza molto determinata e piena di sogni, vorrei fare la modella e già da oggi i social mi danno una spinta in più per credere a me stessa".

A tal fine Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Milano, sottolinea come a 13 anni “l'unica cosa che non deve accadere è mettere il corpo al centro della costruzione del proprio valore e della propria identità, perché quel corpo si sta trasformando, ma soprattutto si sta costruendo come immagine mentale".

La notizia di una giovane tredicenne divenuta Miss ci fa comprendere come un'adolescente non possa essere considerata solo in funzione del corpo che viene mostrato ed altresì induce a pensare che la famiglia debba impedire che quella stessa immagine del proprio corpo diventi un valore di vita.

 "La notizia che i media raccontano oggi di una Miss tredicenne data in pasto ai social media, dice moltissime cose della fragilità educativa del mondo adulto", così come dichiarato espressamente da Alberto Pellai.

 A scuola oggi

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venerdì 14 marzo 2025

CAMMMINARE INSIEME


 Pellai:

 per insegnanti e genitori, 

per educare i giovani bisogna

 avere pazienza,  amore 

e saper “sostare” 

e saper guardare negli occhi


Svolgere la funzione di educatore, in quanto genitore o insegnante, non è mai semplice ed alle volte si percepisce un senso di inadeguatezza, un po' come se non ci si sentisse all'altezza per poter...

Svolgere la funzione di educatore, in qualità di genitore, non è mai semplice ed alle volte si percepisce un senso di inadeguatezza, un po' come se non ci si sentisse all'altezza per poter adempiere a tale compito in maniera adeguata così permettendo una crescita sana ed armoniosa dei propri figli.

Non esiste un manuale di istruzioni per poter svolgere la funzione di genitore in maniera ottimale e l'essere eccessivamente presenti, il voler ad ogni costo "proteggere" i propri figli così cercando di allontanarli da qualsiasi problema o sofferenza, sicuramente non sembra essere d'aiuto ma anzi complica le cose, rendendo i giovanissimi spesso vulnerabili ed incapaci di gestire situazioni avverse.

A tal proposito Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Milano, coglie l'occasione per esprime la sua opinione in merito, riproponendo alcuni suoi versi da uno dei suoi libri più "antichi":

"Coccolami ancora per un po’

Tienimi accanto, non dirmi no.

Con le tue braccia fammi volare

Attento alla barba, mi fa grattare

Se sul tappeto mi tieni incollato

Mentre giochiamo al pugilato

«Aiuto» grido alla mamma per finta

Poi tu ti giri e ti do una spinta

Tienimi forte sul cuore papà

Almeno adesso che la mia età

Consente a entrambi in casa e in terrazzo

Di farci coccole senza imbarazzo.

Tra qualche anno, la legge dei duri

Ci troverà più grandi e maturi

A fare finta che gli uomini veri

Son tutti d’un pezzo e molto seri

Stasera quel tempo è ancora lontano

Tu coccola e gioca con me sul divano".

(tratto da Nella Pancia del papà di A.Pellai, Salani ed.)

 "Se c’è una scoperta che i miei figli mi hanno permesso di fare è prendere consapevolezza che nessuno è pronto per fare il genitore e che lo si diventa giorno dopo giorno, camminando nella vita accanto a quel figlio che ti trasforma in papà e mamma. Insomma, quando un figlio nasce, si avverte che è naturale e inevitabile non capire nulla di ciò che ti accade dentro.

Bisogna avere pazienza, amore e saper “sostare” accanto a quel figlio, guardandolo negli occhi, tenendolo sul cuore, accudendolo in tutti i suoi bisogni.

Sono stati i miei figli a dare forma al mio “dentro di papà” (tratto da “Nella pancia del papà” di A.Pellai, Salani ed.).

 Passo dopo passo

Attraverso questi versi Alberto Pellai ci fa comprendere fino in fondo come nessuno sia veramente pronto a fare il genitore, ma lo si diventa passo dopo passo, giorno dopo giorno, attraverso quella pazienza che ci permette di stare accanto ai nostri figli, dedicando loro amore infinito ed incondizionato, ma anche il nostro tempo, la nostra dedizione, cercando di comprendere quali siano i loro bisogni, supportandoli lungo il cammino, fungendo da guida, nella consapevolezza che sono propri i figli a trasformare gli adulti in genitori, perché si cresce assieme, l'uno a fianco dell'altro, apprendendo sempre cose nuove e ben presto maturando la propria capacità di esserci costantemente, così diventando un importantissimo punto di riferimento.

 Scuola Oggi

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martedì 18 febbraio 2025

ADOLESCENTI FRAGILI


 Pellai: “Adolescenti i più fragili degli ultimi 60 anni”. 

L’allarme del pedagogista: “Genitori iperprotettivi crescono una generazione ansiosa”


Di redazione

“Gli adolescenti di oggi? I più fragili degli ultimi 60 anni”. Non usa mezzi termini il pedagogista Alberto Pellai, intervenuto ai microfoni di La Nuova Provincia, per descrivere la condizione emotiva dei giovani.

La causa principale? Un “allenamento alla vita” sempre più spostato dal reale al virtuale. L’uso precoce e pervasivo di dispositivi elettronici, spiega Pellai, ha sottratto ai ragazzi quelle esperienze fondamentali di gioco tra pari, di confronto diretto con le sfide quotidiane, che un tempo avvenivano “in cortile” e che erano cruciali per lo sviluppo di competenze emotive, cognitive e socio-relazionali.

Genitori “iperprotettivi” e la generazione dell’ansia

Il paradosso, sottolinea l’esperto, è che gli adulti, pur desiderando figli “vincenti”, li hanno resi incapaci di affrontare le difficoltà. L’iperprotezione genitoriale, l’intervento immediato al primo segno di fragilità, ha privato i ragazzi della possibilità di sperimentare, di “giocarsi le loro battaglie”, di apprendere dalle cadute. Il risultato è una generazione ansiosa, che guarda al futuro con timore, percependo più rischi che opportunità.

“Fare squadra” per un’educazione efficace

“Quando gli adolescenti guardano al futuro, invece che immaginare opportunità vedono rischi e pericoli”, afferma Pellai. Per invertire la rotta, il pedagogista lancia un appello ai genitori: riscoprire l’alleanza con le altre agenzie educative, in primis la scuola, e “fare squadra” con altre famiglie. Solo una comunità educante coesa, che accoglie e sostiene, può restituire ai giovani la fiducia in se stessi e la capacità di affrontare le sfide della vita.

La “generazione ansiosa” allo specchio: un libro per capire e agire

Il nuovo libro di Jonathan Haidt, La generazione ansiosa, non è una semplice analisi del disagio giovanile, ma un invito all’azione. Come uno specchio, riflette la realtà di una generazione alle prese con livelli di ansia senza precedenti, offrendo al contempo gli strumenti per cambiare il proprio destino. Haidt, forte della sua esperienza di psicologo sociale e autore di bestseller, unisce ricerca accademica e stile divulgativo per svelare il “grande riprogrammamento” che sta plasmando l’infanzia e l’adolescenza di oggi. Lungi dall’essere osservatori passivi, i lettori diventano partecipanti attivi, parte del problema e, soprattutto, della soluzione.

Un’analisi a 360° dell’ansia giovanile

I dati presentati sono allarmanti: tra il 2012 e il 2018, il tasso di adolescenti con disturbi d’ansia è cresciuto significativamente, con un impatto ancora maggiore su ragazze e gruppi stigmatizzati. L’autore non si limita a fotografare la situazione, ma esplora le radici del problema, analizzando le dinamiche sociali, tecnologiche e culturali che alimentano la pressione su una generazione già gravata da elevate aspettative. Il libro sottolinea anche le conseguenze a lungo termine dell’ansia non trattata in adolescenza, come l’aumento del rischio di dipendenze e depressione in età adulta.

Social media, iperprotezione e il ruolo delle Big Tech

L’autore non risparmia critiche alle grandi aziende tecnologiche, accusate di insabbiare i rischi psicologici dei loro prodotti, paragonando le loro strategie a quelle dell’industria del tabacco. Con un approccio rigoroso, supportato da una solida base scientifica, il libro invita a una riflessione profonda sul presente e a un’azione concreta per tutelare il futuro dei giovani.

Orizzonte Scuola

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giovedì 26 settembre 2024

DAL VERO UOMO ALL'UOMO VERO

Per i ragazzi occorre un’educazione emotiva al rispetto dell’altro



La capacità di costruire relazioni sane, rispettose e solide cresce

 sin dall’infanzia. E riguarda i maschi come le femmine.

I ragazzi vanno educati a una nuova competenza emotiva per liberarli dal mito del controllo e del possesso, che deforma i rapporti con l’altro sesso. 

Un viaggio da fare insieme.

 

-       -   di ALBERTO PELLAI

Anticipiamo l’intervento dello psicoterapeuta Alberto Pellai nella giornata di lancio del progetto «Pari. Insieme contro la violenza di genere», venerdì a Milano al Centro culturale Base (dalle 9.30 alle 13.30). Con altre voci di differente ispirazione (tra loro Ester Viola e Telmo Pievani) si rifletterà su come “fare cultura”, avviando un progetto che nasce da un network di aziende con l’obiettivo di agire nella società e nelle imprese.

Noi esseri umani siamo nati con una mente affamata di relazionalità. Nel film Cast Away Tom Hanks, unico sopravvissuto in un incidente aereo, approda su un’isola deserta e deve imparare a sopravvivere. Prima di allora non aveva mai dovuto procurarsi il cibo, l’acqua o un riparo dalle intemperie. Nella sua vita tutto era garantito. Quando riesce a portare a termine questi obiettivi primari, e quindi quando la sopravvivenza non è più un problema, sente che gli manca qualcosa di fondamentale: una persona con cui relazionarsi. Ma l’isola è deserta e quindi non c’è nessuno. Per tamponare la disperazione, costruisce un pupazzo con un pallone riportato a riva dalla marea. Disegna un volto su quel pallone e lo umanizza: è così che nasce Wilson, il suo compagno di vita durante l’esperienza di uomo condannato alla solitudine da un incidente imprevedibile.

Questa immagine di uomo solo e disperato che, pur di relazionarsi con un “altro da sé”, umanizza un pallone da calcio è una metafora potentissima, che racconta in modo formidabile il bisogno di prossimità e intimità, di contatto e dialogo tipico degli esseri umani. La relazione amorosa rappresenta l’esperienza che nella vita più risponde ai nostri bisogni di prossimità e intimità, contatto e dialogo. La violenza di genere ci testimonia però che noi esseri umani siamo anche in grado di trasformare questo “bisogno” in sopraffazione, violenza, sottomissione, annullamento dell’altro. L’emergenza sociale associata a questo fenomeno ci ha spinto negli ultimi anni a promuovere un’azione educativa e preventiva finalizzata al suo sradicamento. Compito che a oggi appare difficile da raggiungere visto che i casi di cronaca ritornano con una periodicità costante e urgente. Nell’ampio dibattito intorno all’educazione di genere, e nelle azioni intraprese sempre più frequentemente a scopo educativo e preventivo in questo ambito, emerge oggi molto forte il bisogno di aiutare le ragazze e le donne a riconoscere e ad allontanarsi il più presto possibile dal partner affettivo che potrebbe incastrarle in una relazione manipolatoria e violenta. Si fa anche grande attenzione ad aiutarle a riconoscere i fattori di rischio, i campanelli di allarme e le situazioni “ trigger” che trasformano una relazione in cui ci si dovrebbe sentire amati in una gabbia dove si è intrappolati, resi dipendenti, violati sia emotivamente sia fisicamente.

È una narrazione necessaria, ma che spesso costringe i due generi – maschile e femminile – a considerarsi collocati su due fronti opposti: da una parte il genere femminile, che è a rischio e vulnerabile alla vittimizzazione, e dall’altra il genere maschile, che è aggressivo e predisposto alla violenza. È evidente che, quando la violenza accade, quando l’uomo che aggredisce rende vittima la donna, hanno agito tutti gli aspetti della mascolinità tossica e della cultura patriarcale, portando al fallimento di qualsiasi strategia educativa e preventiva efficace. Come uomo, compagno di vita di una donna, padre e specialista della salute mentale, io penso che l’educazione di genere oggi debba dare spazio anche a un altro aspetto: insegnare ai giovani maschi una nuova consapevolezza emotiva che permetta loro di sperimentarsi in un percorso di formazione e di crescita tale da aiutarli ad allontanarsi dal mito del “vero uomo” per permettere loro di addentrarsi alla scoperta “dell’uomo vero”. Questo processo deve contrassegnare tutto il percorso evolutivo del ragazzo, perché possa essere al centro della sua futura vita di uomo adulto. È un approccio molto diverso da quello che insegna a non agire con violenza in una relazione o all’interno di un rapporto, perché prevede di aiutare i maschi a considerare, nelle relazioni con ragazze e donne, e in generale con un/una partner affettivo/a, la bellezza di costruire vicinanza e prossimità, intimità e sicurezza. C iò che spesso fa esplodere la violenza di genere è il bisogno di “possedere” l’altro, presidiandone fermamente il controllo. Nel percorso di educazione oggi necessario si deve proporre ai ragazzi la bellezza e l’importanza di lavorare su di sé, sul proprio gruppo di riferimento, e più in generale su tutto l’universo maschile affinché ogni bambino che diventerà adolescente e poi uomo possa formarsi alla scoperta del valore e delle competenze emotive e cognitive necessarie a sentirsi appartenenti a una relazione, così da generare e condividere un’intimità sana con “l’altro da me”. In questa dimensione il controllo perde di significato, perché la formazione esistenziale e affettiva si basa sulla fiducia e sul rispetto della capacità di entrambi i componenti di una coppia.

Non penso sia possibile per noi uomini e padri fare tutto questo da soli. Questa sfida, educativa e culturale al tempo stesso, deve essere affrontata facendo squadra. Tra noi maschi, ma anche e soprattutto con le ragazze e le donne che vivono al nostro fianco. Il rischio, altrimenti, è quello di diventare tutti come Tom Hanks sull’isola deserta: ce la raccontiamo, ma stiamo in realtà parlando senza avere un vero interlocutore con cui confrontarci, generare ascolto e condivisione. 

In questo percorso è fondamentale imparare a costruire una nuova alleanza tra genere maschile e femminile che permetta a entrambi di trovarsi coinvolti a vivere relazioni efficaci e rispettose, dignitose e reciprocamente arricchenti, in cui il valore e la bellezza della parità e della reciprocità diventino prerequisiti desiderati e ricercati – con uguale passione e sforzo, consapevolezza e determinazione – da entrambi i membri della coppia. Non siamo nati per stare soli. L’altro ci permette di dare compimento alla nostra dimensione umana più complessa e profonda, quella che si basa sulla relazione, sulla cooperazione e sulla condivisione.

 L’ amore in fondo nasce proprio da questo: è più bello condividere in due un tratto di vita, o addirittura tutta l’esistenza, con ciò che ci sa offrire. Stare in relazione con “l’altro” non è facile. Richiede competenze emotive, socio-relazionali, cognitive. Comporta la capacità di far fruttare al meglio le due menti insite in ogni individuo e che Howad Gardner ha definito «mente intrapersonale» e «mente interpersonale». La prima aiuta a conoscere noi stessi e si basa sul dialogo interiore, sulla messa a punto di un vero sé nel corso della propria esistenza. Questo sé si confronterà e verrà condiviso con chi avremo accanto nella vita, per caso o per nostra scelta. E grazie alle competenze della nostra mente interpersonale sperimenteremo la bellezza del fare squadra, coppia e famiglia (con le molteplici declinazioni che oggi tale termine comprende). Tutto questo non ha genere. Ci appartiene in quanto esseri umani. E lo dobbiamo apprendere quando siamo in crescita, per poi metterlo in pratica una volta diventati adulti. 

Questo è un percorso che noi esseri umani del terzo millennio dobbiamo imparare a fare, senza distinzioni di genere. E che deve essere messo al centro del sostegno alla crescita che va reso disponibile a ogni bambino e bambina del terzo millennio, accompagnandone la crescita e lo sviluppo fino al raggiungimento dell’adultità.  

La bellezza del “fare squadra”, coppia e famiglia si impara durante tutto il percorso di crescita, e non contempla distinzioni: ci appartiene in quanto esseri umani.

www.avvenire.it

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giovedì 22 agosto 2024

RAGAZZI E SMARTHPHONE


 Pellai: “Uno smartphone in mano a un bambino è come un go-kart in autostrada.

 I ragazzi di oggi dormono due ore in meno rispetto a prima”


Di redazione

“Uno smartphone in mano a un bambino è come un go-kart in autostrada”. Con questa immagine forte e provocatoria, lo psicoterapeuta Alberto Pellai ha voluto sottolineare, durante il Meeting per l’amicizia tra i popoli a Rimini, i rischi legati all’uso precoce e incontrollato degli strumenti digitali da parte dei più giovani.

Nel corso dell’incontro “Social e intelligenza artificiale: non serve lo schermo per crescer smart”, Pellai ha evidenziato come la vita online dei ragazzi sia un mondo spesso sconosciuto ai genitori, un contesto che può riservare spiacevoli sorprese. Per questo è fondamentale che scuola e famiglia collaborino per educare i ragazzi ad un uso consapevole e responsabile del digitale.

Secondo Pellai, il mondo online, basato sull’attivazione dopaminergica, genera dipendenza e frammentazione dell’attenzione, con conseguenze negative sul sonno e sulla capacità di concentrazione. “I nostri figli dormono, grazie al digitale, due ore in meno a settimana rispetto a prima“, ha affermato lo psicoterapeuta.

“I ragazzi sono ferro, il mondo digitale è un campo magnetico che li tiene attaccati. Fare entrare questa cosa nella vita di un bambino è uno degli errori più gravi che si possano fare”, aggiunge.

L’invito di Pellai è chiaro: è necessario analizzare a fondo le funzioni e le caratteristiche specifiche di strumenti e piattaforme digitali, per poter guidare i ragazzi verso un utilizzo consapevole e responsabile, che non si trasformi in una pericolosa dipendenza.

Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha annunciato a luglio, la decisione di eliminare gli smartphone dalle scuole e di limitare l’utilizzo del digitale soprattutto alla primaria e alla media. Una decisione condivisa da Pellai: “Dai 9 ai 14 anni il cervello è molto fragile nei confronti dell’ingaggio proposto dalla vita online”.

Poi conclude: “Un dodicenne che vuole fare i compiti di matematica e ha lo smartphone per usare la calcolatrice riceve notifiche da altre app molto più attraenti. È difficile che dica ‘non le guardo, devo fare i compiti’: nel cervello di un dodicenne c’è uno tsunami, il cervello cognitivo non sta dietro a quello emotivo. Il lavoro dell’adulto è canalizzare il cervello emotivo verso obiettivi diversi dal paese dei balocchi promesso dalle app”.

Orizzonte Scuola

 

 

martedì 2 luglio 2024

ALLENARE IL PENSIERO

“Scuola 

come luogo 

di allenamento 

del pensiero”

 


di Redazione

 di AgenSir, Giovanna Pasqualin Traversa

 

Riflettori accesi anche sulla scuola alla 50ª Settimana sociale di Trieste (3-7 luglio). “Scuola: educarsi alla partecipazione” è infatti il tema di una delle Piazze della democrazia in programma il 4 luglio.

 

Per Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta ed esperto in educazione alla salute e prevenzione in età evolutiva, la scuola costituisce il cantiere dove bambini e ragazzi si allenano alla vita preparandosi a diventare cittadini del futuro e “rappresenta l’unico grande presidio del pensiero pensante”.

 Lo abbiamo intervistato.

Dottor Pellai, perché portare il tema della scuola alla Settimana sociale?

Per chi sta crescendo, la scuola è in questo momento il luogo di maggiore socializzazione; è al suo interno che bambini e bambine, ragazzi e ragazze incontrano la maggior parte dei loro coetanei nella vita reale, in presenza, ed è quindi a scuola che in qualche modo acquisiscono le competenze pro-sociali e socio-relazionali. E’ inoltre il luogo degli apprendimenti, dell’acquisizione del sapere e del saper fare; costituisce quel cantiere all’interno del quale i giovanissimi si allenano alla vita preparandosi a diventare i cittadini del futuro. Oggi, infine, la scuola rappresenta l’unico grande presidio del pensiero pensante.

Che cosa intende dire? In un mondo “virtualizzato”?

E’ un mondo che coinvolge bambini e ragazzi nell’esperienza dell’eccitazione, della gratificazione istantanea, del divertimento, del “fallo senza pensarci troppo”, molto più che nell’esperienza della riflessione, la scuola è luogo di elaborazione, costruzione e allenamento del pensiero. Ecco perché costituisce il tema per eccellenza su cui riflettere oggi, in un tempo di grave emergenza educativa.

Quali spunti offrirà nel suo intervento alla “Piazza”?

Anzitutto una riflessione sul ruolo della scuola oggi e sul ruolo di chi è chiamato a “pensare” la scuola per adeguarla ai bisogni attuali. Mi sembra che molto di quello viene pensato, detto, generato intorno alla trasformazione dell’educazione sia quasi esclusivamente basato sulla richiesta di adeguare la scuola alla rivoluzione digitale, anche se quest’ultima si è rivelata un autogol non indifferente nel percorso di crescita e formazione di bambini e ragazzi. Inviterò ad un’inversione di rotta, a ridefinire le priorità della scuola che non devono essere quelle di seguire – o inseguire – la direzione del mondo che spinge ad entrare nei propri meccanismi, rivelatisi in realtà molto disumanizzanti e incapaci di offrire i risultati sperati. Vorrei quindi condividere una riflessione sul significato di una scuola in grado di modellare non solo il sapere e il saper fare degli studenti, ma anche il loro saper essere.

Quanto è importante educare fin da piccoli alla responsabilità, alla partecipazione, al ruolo che ognuno di noi ha nella società e per il bene comune? È fondamentale perché si tratta proprio di quella dimensione del progetto educativo che permette di transitare dall’io dal noi; da tutto un percorso esistenziale incentrato sull’io e sull’affermazione di sé, al noi, che è invece quel guardare alla propria appartenenza, alla comunità, e sentirsi in qualche modo attore, protagonista e responsabile non solo del proprio destino ma del destino della comunità, in piccolo prima, e poi del mondo nel quale ci si muove. Oggi invece assistiamo, paradossalmente, al fenomeno di giovanissimi che da un lato sembrano appassionati e propensi a lottare, ad esempio per la questione palestinese, dall’altro disertano in modo significativo l’esercizio della democrazia e della partecipazione nel proprio Paese. Come se questi due aspetti fossero totalmente scollati.

Lavorare per generare una mente, non tanto politica, ma una mente sociale che guardi al valore del noi in un tempo in cui si è affermato con prepotenza il valore dell’io, costituisce molto probabilmente la sfida fondamentale che anche la scuola deve imparare a cogliere. Una sfida educativa che dovrebbe essere colta e vissuta anche in famiglia? 

In realtà, questo processo “ti entra” nella vita nel momento in cui fai ingresso nella società attraverso il progetto educativo offerto dalla scuola; è difficile fare questo lavoro da soli in autonomia, o semplicemente all’interno del proprio nucleo familiare, proprio perché la famiglia rimane il luogo delle relazioni intime, dei legami ad intra, mentre la scuola è la spinta verso il fuori, verso l’altro, verso l’esterno. La scuola dovrebbe continuare a rappresentare un elemento di unificazione, coesione e pari opportunità, certamente non di disuguaglianze.

Secondo lei, che effetti potrebbe avere l’autonomia differenziata?

Avere una scuola di alto profilo che segue un progetto e un obiettivo comune da Nord a Sud e da Est a Ovest, garantendo a tutti i bambini e i ragazzi l’accesso alle medesime opportunità di formazione è premessa fondamentale e irrinunciabile. Detto questo, occorre tentare di capire se e quanto questa autonomia verrà declinata in una logica autoreferenziale di “potere”, oppure in una logica di servizio. In questa ultima prospettiva, potrebbe rappresentare un’opportunità per consentire a leadership illuminate di proporre e sviluppare modelli alternativi, sperimentazioni e modalità di fare scuola che magari nella standardizzazione dell’omogeneità non riescono ad emergere o non sono possibili.

 

MomentiNews


mercoledì 12 giugno 2024

ALLENARE ALLA VITA




Qual è il vero compito di un genitore oggi? È giusto fare tutto il possibile per rispondere alle richieste dei propri figli? Come si può tornare a essere genitori autorevoli?

Attraverso dieci riflessioni inedite, Alberto Pellai ci offre una visione critica dei problemi alla base dell’emergenza educativa che affligge il nostro tempo, per poi fornirci numerosi suggerimenti pratici per riaffermare il ruolo genitoriale davanti alle sfide del Terzo Millennio.

Nel travagliato viaggio verso l’età adulta, è importante prima di tutto riconoscere che crescere significa diventare responsabili, accettare i limiti, gestire i propri impulsi e imparare a relazionarsi con gli altri; il rischio, in caso contrario, è quello di perdersi e di finire in balia delle proprie fragilità.

La società contemporanea ha infatti introdotto nuovi scenari e opportunità per i giovani, ai quali si accompagnano però altrettante complessità e insidie: la diffusione pervasiva della cultura digitale e dei social media ha alterato profondamente il paesaggio educativo, generando spesso un vuoto interiore che compromette la genuina felicità dei nostri figli.

Le ricerche e le evidenze cliniche rivelano inoltre che disagio e sofferenza sono in crescita tra gli adolescenti, sottolineando un’urgente necessità di comprendere le cause di questo fenomeno.

Nel suo nuovo libro Alberto Pellai si pone dunque una domanda fondamentale: cosa sta accadendo ai nostri ragazzi e perché? Attraverso un’analisi approfondita, l’autore invita genitori e educatori a riscoprire e a riaffermare il proprio ruolo, fornendo strumenti per affrontare le sfide educative in modo più consapevole ed efficace.

L’obiettivo è quello di «allenare» i ragazzi a superare la complessità della vita attingendo alle proprie risorse, e di guidarli verso una felicità autentica e duratura. 

Pellai ha evidenziato il paradosso in cui si trovano le mamme e i papà (ma anche tutti gli educatori) del terzo millennio: pur cercando di crescere i figli più felici di sempre, gli indicatori della salute mentale dei ragazzi sono tra i peggiori di sempre. Qualcosa non ha funzionato nell’allenamento alla vita impartito ai figli negli ultimi 15-20 anni. Un ruolo importante lo hanno avuto smartphone e social media, che hanno impattato negativamente sul benessere dei giovani, portandoli a trasferire gran parte della loro vita nel mondo virtuale.

I ragazzi di oggi spesso preferiscono interagire online piuttosto che di persona, giocando ai videogame invece che a giochi di movimento come il nascondino. Ma questo, avverte Pellai, porta a una “deprivazione sociale”: mancano il contatto fisico, lo sguardo negli occhi, i conflitti della vita reale che sono fondamentali per la crescita. Inoltre, il mondo virtuale dà gratificazioni istantanee che creano dipendenza.

Le tre regole per essere genitori autorevoli

Come fare allora per essere genitori in grado di guidare i figli fuori da queste dinamiche negative? Pellai indica tre principi fondamentali:

  1. Fare attenzione più al percorso che al traguardo, concentrandosi sul processo di crescita piuttosto che solo sui risultati finali.
  2. Coltivare la dimensione spirituale, aiutando i figli a porsi le grandi domande sul senso della vita.
  3. Sostenere il passaggio dall’io al noi, educando i figli a collaborare anziché a diventare “supereroi” individualisti.