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mercoledì 15 aprile 2026

COME RADICI

 


Come radici. 

Una storia 

sulle seconde possibilità


Antonio Nicaso, Nicola Gratteri

Un romanzo profondo e coinvolgente sulle seconde opportunità, perché a volte è proprio dagli errori che si cresce.


Carlo Marino è un pubblico ministero ormai in pensione, che dal tribunale di Milano si trasferisce nella campagna calabrese per coltivare la terra di famiglia. Cesare è il figlio di un boss locale, un ragazzino arrabbiato e con un reato grave alle spalle, a cui però è stata offerta una "messa alla prova", una misura alternativa al carcere.

Le loro strade si incrociano all'ombra degli aranci, quando Cesare, insieme ad altri due ragazzi della comunità, inizia ad aiutare il magistrato nei lavori di campagna. A poco a poco, il ragazzo scopre che dietro ogni singolo frutto c'è il lavoro. E che il lavoro dà dignità, se organizzato con principi di giustizia. Una storia tutta diversa rispetto a quella che gli ha insegnato la sua famiglia, per cui il lavoro agricolo è solo sfruttamento e guadagno.

Da che parte stare? Sarà proprio una delle braccianti del padre, Estel, a mettere Cesare di fronte alla sfida più coraggiosa: rompere con il passato per affondare le sue radici in una terra nuova.

Edizioni Mondadori, 2026

Gli autori

Antonio Nicaso, storico delle organizzazioni criminali, è uno dei massimi esperti di 'ndrangheta nel mondo. Insegna, fra l'altro, Storia sociale della criminalità organizzata alla Queen's University. Ha scritto oltre cinquanta libri, tra cui alcuni bestseller internazionali. Da Bad Blood è stata tratta una serie televisiva di grande successo. È autore, con Maria Barillà e Vittorio Amaddeo, di Quando la 'ndrangheta scoprì l'America.

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Nicola Gratteri è uno dei magistrati più esposti nella lotta contro la 'ndrangheta. Ha indagato sulla strage di Duisburg e sulle rotte internazionali del traffico di droga. Insieme ad Antonio Nicaso ha pubblicato, da Mondadori, numerosi bestseller: Fratelli di sangueLa malapiantaLa giustizia è una cosa seriaLa mafia fa schifoDire e non direAcqua santissimaOro biancoPadrini e padroniFiumi d'oroStoria segreta della 'ndranghetaLa rete degli invisibiliOssigeno illegaleComplici e colpevoli,...

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venerdì 2 gennaio 2026

DESTRA E SINISTRA

 Che destra e sinistra ritrovino le loro radici

 

di Giuseppe Savagnone 

 

La denuncia di un intellettuale della destra

In un editoriale sul quotidiano «La Verità» del 21 dicembre, Marcello Veneziani, uno dei più autorevoli intellettuali della destra, ha espresso la sua delusione per la debole impronta impressa al paese dai politici della sua parte, ormai da tre anni al governo. «Non saprei indicare», ha scritto, «qualcosa di rilevante che segni una svolta o che dica, nel bene o nel male, al Paese: da qui è passata la destra — sovranista, nazionale, sociale, patriottica, popolare, conservatrice o che volete voi — e ha lasciato un segno inconfondibile del suo governo».

Per lo scrittore, «da quando è al governo la destra non è cambiato nulla nella nostra vita di italiani, di cittadini, di contribuenti e anche in quella di “intellettuali”, di “patrioti” e di uomini “di destra”. Tutto è rimasto come prima, nel bene, nel male, nella mediocrità generale e particolare. E perdura anche il clima di intolleranza e censura verso le idee che non rientrano nel mainstream».

Nei confronti della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il giudizio era invece favorevole: «Ha governato con abilità, astuzia, prudenza e con una verve passionale che suscitano simpatia». Il guaio, osservava Veneziani, è che «c’è lei, solo lei, il resto è contorno e comparse».

La cultura della destra secondo Veneziani

Nella versione a cui fa riferimento Marcello Veneziani nel suo noto libro «La cultura della destra» (2002) – da lui stesso sintetizzata in una lunga intervista – ,  «quello che distingue oggi la destra dalla sinistra è che la destra crede molto alle radici, ai valori di un radicamento, mentre la sinistra crede molto ai valori di liberazione, di emancipazione».

Veneziani ritiene sia «un tratto tipico della destra» l’adesione «alla vita comune, alle comunità tradizionali, alle solidarietà organiche». Da qui la sua difesa del concetto di nazione, intesa nel senso di «repertorio di immagini, di radici, di memorie collettive», che può costituire il «termine medio» tra una globalizzazione che omologa tutto e tutti, senza creare vera comunità, e il particolarismo di «tribù» fanaticamente protese a difendere la propria identità. Purtroppo, egli constata, oggi «andiamo verso una società di monadi, cioè di persone del tutto isolate dal resto del mondo, e una società senza frontiere». E questo sganciamento da comunità concrete è alla base al tempo stesso di un «individualismo selvaggio» e di una perdita delle differenze, dovuta al fatto che in questa omologazione «non riusciamo più a distinguere non solo la realtà di popoli, ma anche di persone, perché diventiamo tutti intercambiabili». La difesa delle tradizioni comunitarie è dunque garanzia, per l’autore, di quella delle identità personali.

Proprio questa esigenza di «riconoscimento delle diversità» contro un mondo sempre più globalizzato spiega anche l’insofferenza verso la minaccia di un «pensiero unico» che, nella storia personale di Veneziani è stata all’origine della sua scelta controcorrente di essere “di destra” contro una cultura dominante che era “di sinistra”. 

La Patria

La valorizzazione della patria nazionale non va però confusa, per lui, con un nazionalismo, «che è la caricatura scimmiesca dell’idea di nazione», perché fondato sull’idea che la mia nazione sia migliore della tua», cosicché «vince il più forte».

In questa logica va anche la difesa dello Stato come «luogo in cui sono tutelati e rappresentati gli interessi e i valori collettivi, quindi gli interessi di una collettività. Di fronte ai grandi gruppi finanziari, che comandano, di fronte alle esigenze del mercato, è necessario che ci sia un contrappeso».

E in questa prospettiva si giustifica, agli occhi dello scrittore, anche la necessità delle frontiere, volte «a filtrare, nei limiti del possibile, l’immigrazione, cioè a garantire che entrino non in tanti», ma per «fare in modo che quelli che entrano abbiano pari diritti dei cittadini italiani ».

Si può essere d’accordo o in disaccordo con questa visione, anche evidenziandone i pericoli impliciti, ma essa sicuramente merita rispetto. Soprattutto se la si mette a confronto con una cultura della sinistra che spesso ricorda, più che la tradizione socialista a cui nominalmente si ispira, le posizioni del vecchio partito radicale, centrate proprio sulla difesa unilaterale dei diritti dell’individuo, a scapito di una  prospettiva più comunitaria, che ne evidenzi i debiti, i legami e le responsabilità verso gli altri. 

La cultura “reale” della destra

Il punto è che la lettura di Veneziani ha poco a che vedere con ciò che effettivamente sta accadendo nella destra italiana e in quella mondiale. Non c’è da stupirsi che egli non abbia trovato traccia della cultura di cui egli parla nell’Italia di oggi. Ciò che desta meraviglia, piuttosto, è che non si sia reso conto che in realtà una svolta c’è stata e che tutto sta cambiando nel nostro paese, ad opera di un’altra “cultura della destra”, che rende a chiunque possibile dire: «Da qui è passata la destra (…) e ha lasciato un segno inconfondibile del suo governo».

In questa versione la difesa della comunità nazionale è diventata sovranismo , che altro non è se non il nazionalismo spogliato della sua enfasi valoriale e ridotto a mera affermazione di potere. Una filosofia già presente da alcuni anni, e che ora ha trovato nel presidente Trump il suo rappresentante emblematico, di cui la nostra premier Gorgia Meloni ha fatto il proprio modello.  Da qui lo slogan – copiato dal trumpiano Make again great America – «rifare di nuovo grande l’Italia» Anche se alternato con quello «rifare di nuovo grande l’Occidente», per mascherare una mortificante subordinazione alla politica americana con la finzione (chiaramente smentita dai fatti) che essa oggi continui a fare gli interessi anche dell’Europa e della stessa Italia, come era stato dalla seconda guerra mondiale in poi.

 

Il trumpismo

E comuni al trumpismo sono i punti essenziali della nuova visione che sta alla base della politica italiana dopo l’avvento al potere della destra. Emblematica la centralità attribuita alla «difesa di confini», in nome di una identità nazionale concepita in chiave conflittuale e difensiva, in contrasto con l’accoglienza dei  diversi, visti come invasori.

Così come rientra nella logica del trumpismo anche la tendenza a identificare lo Stato con il potere esecutivo, in perpetua lotta con quello giudiziario, – la cui autonomia, peraltro, in Italia è garantita dalla Costituzione –  e con tutte le istituzioni (come ad esempio, in America, la Federal Reserve, in Italia la Banca d’Italia) che non dipendono dal  potere esecutivo. Da dove anche la svalutazione  del parlamento, in Italia già avviata nelle precedenti legislature, ma ora  completata con la sua riduzione al compito di sottoscrivere le decisioni prese dal Consiglio dei ministri.

Anche in politica estera il governo Meloni si è distinto per la perfetta sintonia con la linea degli Stati Uniti, ulteriormente accentuata dopo l’avvento di Trump, volta a sostenere l’azione di Israele contro i palestinesi di Gaza, bloccando tutti gli sforzi internazionali per porre dei limiti alla violenza dell’Idf e fermare il massacro in corso.

Ma quello che più vistosamente riproduce in Italia lo stile trumpiano è la lotta permanente contro i «nemici interni», che sovverte una tradizione dei paesi democratici secondo cui chi vince le elezioni cerca di sottolineare, fin dal suo primo discorso, la sua volontà di essere il rappresentante di tutti, anche dei propri avversari. Sia Trump che Meloni invece, continuano dopo la loro ascesa al governo, come i capi del proprio partito, in perenne campagna elettorale contro chi  si oppone, accusato di «remare contro».

Da qui la strumentalizzazione di qualsiasi occasione – dall’assassinio di Kirk all’apertura delle indagini sui finanziamenti occulti ad Hamas – per scatenare campagne di delegittimazione dei partiti d’opposizione, sfidando l’evidente incongruenza, soprattutto nel primo caso, di queste accuse. Ma la propaganda funziona.

E, paradossalmente,  in questo continuo inveire contro i propri “nemici”, i nostri governanti attribuiscono ad essi l’odio e la violenza che riversano su di loro, presentandosi all’opinione pubblica nel ruolo di vittime, coraggiosamente impegnate a resistere a ricatti e minacce di ogni genere. 

La sfida di un nuovo stile della destra e della sinistra

Su queste basi non si costruisce la vita democratica. Perciò, se si vuol fare all’Italia un augurio per l’anno che sta cominciando, esso dovrebbe essere di vedere la nascita di una nuova prospettiva culturale sia nella destra che nella sinistra.  Basterebbe, per questo, che esse recuperassero il senso delle loro radici. Che la destra tornasse ad essere la difesa delle tradizioni comunitarie, da quella della nazione a quella della famiglia, e che la sinistra si ricordasse che i diritti civili, per quanto importanti, devono essere strettamente collegati a quelli sociali.

La prima dovrebbe prendere atto che l’insistenza sull’ordine e la stabilità non può far perdere di vista la centralità che la nostra Costituzione, rompendo con un precedente regime autoritario, attribuisce alla libertà. La seconda, che i diritti devono sempre essere integrati con i doveri e che nessuno può essere visto come un’isola, padrone nel proprio territorio di fare ciò che vuole di se steso senza rispondere a nessuno. Ma questo non escluderebbe la sottolineatura delle rispettive anime culturali, anzi le renderebbe più autentiche.

Le radici

Il punto di riferimento per questo recupero delle radici dovrebbe essere la nostra Costituzione, che è nata non da una sola visione, imposta a tutti a colpi di maggioranza – come oggi si usa – , ma dal dialogo tra le diverse componenti del paese. La costituente è stata la dimostrazione che il dialogo tra coloro che la pensano diversamente è possibile. Oggi nessuno ci prova nemmeno più. Destra e sinistra si accapigliano in una rissa permanente che non valorizza certo le idee e meno che mai gli ideali, ma fa soltanto prevalere i toni più volgari dall’una e dall’altra parte.

E invece è dalle idee che oggi è importante ripartire. Non si tratta di trovare semplici accordi tattici che facciano cessare le ostilità grazie a un superficiale compromesso. È necessario, da parte di tutti i contendenti, accedere a un livello più profondo di consapevolezza della propria tradizione, per potersi confrontare reciprocamente a partire da questa ritrovata identità. Cattolici, comunisti e liberali hanno fatto questo, nel 1946, e ne è uscita una delle migliori Costituzioni mai formulate. Oggi si pretende di cambiarla adottando la logica del più forte. Non è questo lo stile della democrazia come la intesero i padri costituenti.

Non dipende solo dai politici riscoprirlo e praticarlo. Destra e sinistra sono dentro noi, semplici cittadini, e si esprimono nel nostro modo di pensare, di discutere, di votare. I partiti possono cambiare se noi lo vorremo. È questa la sfida più decisiva per questo nuovo anno che comincia.

 

www.tuttavia.eu 

giovedì 21 aprile 2022

L'EDUCATORE ACCOMPAGNA, ASCOLTA E DIALOGA

Mercoledì mattina, prima di iniziare l’udienza generale, il Papa ha dialogato con una delegazione del “Global Researchers Advancing Catholic Education Project” ribadendo l’importanza di un’educazione dinamica che trasmetta il patrimonio del passato ma andando avanti, senza fermarsi a fissare le radici, per far crescere la persona

 -         di Tiziana Campisi – Città del Vaticano

 Educare non “è riempire la testa di idee”, perché si formano “automi”, ma camminare insieme con persone in una “tensione fra il rischio e la sicurezza”. È quanto ha detto nel discorso a braccio Papa Francesco - dopo aver consegnato il testo preparato - ad una delegazione del “Global Researchers Advancing Catholic Education Project” (GRACE), un nuovo progetto di ricerca internazionale promosso da volontari con lo scopo di promuovere i valori dell'educazione cattolica nel rispetto dell’identità e del dialogo. L’incontro si è svolto nell’auletta dell’Aula Paolo VI prima dell’udienza generale.

Il diritto di sbagliare

“Educare - ha affermato il Papa - è rischiare nella tensione tra la testa, il cuore e le mani: in armonia, al punto da pensare quello che sento e faccio; da sentire quello che penso e faccio; da fare quello che sento e penso. È un’armonia”. Ad insegnanti di scuole primarie, secondarie e universitari, il Pontefice ha chiesto di affiancare gli studenti nel percorso educativo. “Non si può educare - ha aggiunto - senza camminare insieme alle persone che si stanno educando. È bello quando si trovano educatori che camminano insieme ai ragazzi e alle ragazze”. Francesco ha rimarcato che “educare non è dire cose puramente retoriche; educare è far incontrare quello che si dice con la realtà. Le ragazze, i ragazzi hanno diritto a sbagliare, ma l’educatore li accompagna nel cammino per orientare questi sbagli, perché non siano pericolosi”. “Il vero educatore - ha proseguito Francesco - non si spaventa mai degli sbagli, no: accompagna, prende per mano, ascolta, dialoga. Non si spaventa e aspetta”. Questa è l’educazione umana: educare “è questo portare avanti e far crescere, aiutare a crescere”.

Educare nella tradizione che è dinamica

La delegazione del GRACE, attraverso un portavoce, ha aperto un dialogo con Francesco e ha spiegato al Pontefice che obiettivo del progetto è proprio quello di educare non solo trasmettendo il sapere, ma dando spazio anche all’ambito spirituale e pastorale e a quanto gli anziani possono tramandare ai giovani. Il Papa ha sottolineato che “è importante il dialogo tra i giovani e gli anziani”, “perché l’albero, per crescere, ha bisogno di rapporti stretti con le radici”, quindi ha raccontato: “C’è un poeta della mia terra che dice una cosa bella: ‘Tutto quello che l’albero ha di fiorito, gli viene da quello che ha sottoterra’. Senza radici non si va avanti. Soltanto con le radici diventiamo persone”. Francesco ha detto dunque no al tradizionalismo freddo e rigido ribadendo che la vera tradizione è “prendere dal passato per andare avanti. La tradizione non è statica: è dinamica, protesa ad andare avanti”.

Vatican News  

DISCORSO DEL SANTO PADRE



martedì 27 ottobre 2020

EUROPA, RITROVA TE STESSA!

   ll Papa: sogno un’“Europa comunità”, solidale, amica delle persone

 In una lettera al cardinale Parolin per i 50 anni di collaborazione tra Santa Sede e istituzioni europee, Francesco ripercorre la storia e i valori del continente, auspicando una svolta di fraternità in un periodo di grandi incertezze e rischi di derive individualistiche. Non serve guardare “all’album dei ricordi” ma al futuro che si può “offrire al mondo”

                                                                  Alessandro De Carolis – Città del Vaticano

 Quattro sogni – perché secoli di civiltà non hanno esaurito la loro spinta propulsiva – sorretti da un’unica sostanziale convinzione: non può esserci autentica Europa senza i pilastri sui quali venne progettata fin dalla prima intuizione e cioè uno spazio di popoli uniti dalla solidarietà, dopo essere stati uno scacchiere tragico di guerra e muri. Quella che Francesco indirizza al cardinale Pietro Parolin è una sorta di lettera aperta al Vecchio continente, nella quale la sua visione – ideale e insieme ancorata al realismo dell’era del virus - si innesta sui sogni di due predecessori diversamente illustri, Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Europa, e San Giovanni Paolo II, che ne difese strenuamente le radici cristiane.

Il bivio: divisioni o fraternità

L’occasione che ispira a Francesco la sua lunga lettera è un intreccio di anniversari e di relativi appuntamenti celebrativi che vedranno impegnato il segretario di Stato, dai 50 anni di collaborazione tra Santa Sede e istituzioni europee, ai 40 dalla nascita della COMECE, la Commissione degli Episcopati delle Comunità Europee. Due ricorrenze inserite nella più ampia cornice dei 70 anni dalla Dichiarazione Schuman, con la quale l’Europa voltava le spalle alle divisioni della guerra. E sono proprio le divisioni oggi possibili, in un frangente storico che chiede invece compattezza, a spingere il Papa a ripetere un concetto molto sentito. “La pandemia – scrive – costituisce come uno spartiacque che costringe ad operare una scelta: o si procede sulla via intrapresa nell’ultimo decennio, animata dalla tentazione all’autonomia, andando incontro a crescenti incomprensioni, contrapposizioni e conflitti; oppure si riscopre quella “strada della fraternità”.

“Europa ritrova te stessa”

Proprio la crisi del Covid, osserva Francesco, “ha posto in evidenza tutto questo: la tentazione di fare da sé, cercando soluzioni unilaterali ad un problema che travalica i confini degli Stati”, mentre sin dalle origini l’Europa postbellica “nasce dalla consapevolezza che insieme ed uniti si è più forti, che – come affermato nell’Evangelii gaudium – ‘l’unità è superiore al conflitto’ e che la solidarietà può essere ‘uno stile di costruzione della storia’”. Nel cuore di Francesco risuona l’eco di quanto Giovanni Paolo II esclamò il 9 novembre 1982 da Santiago de Compostela, alla fine del suo pellegrinaggio in Spagna.

Radici profonde

Quel celebre “Europa ritrova te stessa, sii te stessa” viene reinterpretato da Francesco con analoga energia e allora, scrive, all’Europa “vorrei dire: tu, che sei stata nei secoli fucina di ideali e ora sembri perdere il tuo slancio, non fermarti a guardare al tuo passato come ad un album dei ricordi”, giacché “nel tempo, anche le memorie più belle si sbiadiscono e si finisce per non ricordare più”. Ritrovare se stessa equivale, asserisce, a ritrovare gli “ideali che hanno radici profonde”. Vuol dire, per il Papa, “non avere paura” della propria “storia millenaria che è una finestra sul futuro più che sul passato”. E dunque non temere il “bisogno di verità” stimolato dagli interrogativi del pensiero greco antico, il “bisogno di giustizia” sviluppato dal diritto romano, il “bisogno di eternità, arricchito dall’incontro con la tradizione giudeo-cristiana”.

Europa, una famiglia

Da questi valori Francesco fa scaturire le sue quattro visioni. “Sogno allora – sottolinea per prima – un’Europa amica della persona e delle persone. Una terra in cui la dignità di ognuno sia rispettata, in cui la persona sia un valore in sé e non l’oggetto di un calcolo economico o un bene di commercio”. Un’Europa con questa sensibilità è quindi, per il Papa, una terra che “tutela la vita”, il lavoro, l’istruzione, la cultura, che sa proteggere “chi è più fragile e debole, specialmente gli anziani, i malati che necessitano cure costose e i disabili”. E per naturale conseguenza in certo modo questa prima visione porta alla seconda, che fa dire a Francesco: “Sogno un’Europa che sia una famiglia e una comunità”, in altre parole una “famiglia di popoli” capace di “vivere in unità, facendo tesoro delle differenze, a partire da quella fondamentale tra uomo e donna”. E qui Francesco sintetizza il sogno parlando di “Europa comunità”, solidale e fraterna, l’opposto di una terra scomposta in “realtà solitarie ed indipendenti”, che facilmente si troverà “incapace di affrontare le sfide del futuro”.

Europa che apre sguardo e porte

Il terzo sogno del Papa è quello di “un’Europa solidale e generosa”, un “luogo accogliente ed ospitale, in cui la carità – che è somma virtù cristiana – vinca ogni forma di indifferenza ed egoismo”. E dal momento che, nota, “essere solidali implica farsi prossimi”, questo “per l’Europa significa particolarmente rendersi disponibile, vicina e volenterosa nel sostenere, attraverso la cooperazione internazionale, gli altri continenti, penso – dice il Papa – specialmente all’Africa”, aiutata a ricomporre i tanti conflitti che la dilaniano. E sollecita anche verso i migranti, non solo assistiti nei bisogni immediati ma accompagnati lungo la strada dell’integrazione. Insomma, insiste Francesco, “un’Europa che sia ‘comunità solidale’”, la sola in grado di “fare fronte a questa sfida in modo proficuo, mentre – evidenzia – ogni soluzione parziale ha già dimostrato la propria inadeguatezza”.

Oltre confessionalismi e laicismo

E poi il quarto sogno, che il Papa esprime così: “Un’Europa sanamente laica, in cui Dio e Cesare siano distinti ma non contrapposti”. Il che per Francesco vuol dire una terra “aperta alla trascendenza, in cui chi è credente sia libero di professare pubblicamente la fede e di proporre il proprio punto di vista nella società”. Un’Europa per la quale, il Papa riconosce che “sono finiti i tempi dei confessionalismi, ma si spera – è il suo augurio – anche quello di un certo laicismo che chiude le porte verso gli altri e soprattutto verso Dio, poiché è evidente che una cultura o un sistema politico che non rispetti l’apertura alla trascendenza, non rispetta adeguatamente la persona umana”.

Un futuro da scrivere

Le ultime considerazioni sono per la “grande responsabilità” dei cristiani nell’animare il cambiamento in tutti gli ambiti “in cui vivono e operano” e per l’affidamento della “cara Europa” ai suoi santi patroni, Benedetto, Cirillo e Metodio, Brigida, Caterina, Teresa Benedetta della Croce. Nella “certezza – che Francesco coltiva – che l’Europa abbia ancora molto da donare al mondo”.

Vatican News

 Leggi: EUROPA,RITROVA TE STESSA!



 


sabato 26 settembre 2020

PANDEMIA: COSTRUIRE UN FUTURO MIGLIORE


Covid, il mondo “dopo” 

ha bisogno di vecchie radici

Papa Francesco ne è certo e lo ripete a tutti: dalla pandemia si esce migliori o peggiori. La crisi globale chiede un ripensamento dei parametri della convivenza umana in chiave solidale. Su questa idea si basa il Progetto “Covid 19 Costruire un futuro migliore”, creato in collaborazione dal Dicastero per la Comunicazione e dello Sviluppo Umano Integrale: offrire un percorso che dalla fine della pandemia porti all’inizio di una nuova fraternità

 VATICAN NEWS

 Guarda video: UN FUTURO MIGLIORE

La “ricetta” per intravedere il futuro liberato dalla pandemia, e reimpostato su nuovi modelli di convivenza, ha l’ingrediente principale in una comparazione. “Dimostrando alle persone in che misura investimenti ‘cattivi’ ci hanno portato sull’orlo del collasso, possiamo poi puntare nella direzione opposta, cioè verso investimenti che sappiano tutelare l’ambiente e un futuro sostenibile”. Ad affermarlo è Martin Palmer, che di investimenti in ottica di fede è un esperto. Palmer, britannico, amministratore delegato di “FaithInvest” – un gruppo che fa da ponte tra il mondo degli enti religiosi e quello della finanza – si muove a suo agio fra i temi della Laudato si’, giacché nel ‘95 ha fondato con il Principe Filippo l’ong “Alliance of Religions and Conservation” (ARC), che aiuta le fedi a sviluppare progetti ambientali.

Palmer è stato chiamato a far parte della Commissione vaticana istituita dal Papa allo scopo di immaginare il mondo del dopo-coronavirus ed è fermamente convinto che le religioni giochino un ruolo cruciale con la loro rete globale di assistenza e formazione. “Abbiamo la tendenza a muoverci come se gli Stati nazionali ci dovessero essere riconoscenti se ci rivolgiamo a loro con i nostri suggerimenti. Invece, siamo noi – sostiene – a dover dare l’esempio del buon uso delle risorse e sollecitare gli Stati nazionali a unirsi a noi”.

Lei fa parte della Commissione Vaticana Covid-19, il meccanismo di risposta creato da Papa Francesco per far fronte a un virus senza precedenti. Cosa pensa di imparare, personalmente, da questa esperienza? E in quali ambiti pensa che la società nel suo insieme possa essere ispirata dai lavori della Commissione?

R. - Mi affascina l’ampio spettro di competenze, conoscenze e interessi che ho rilevato nelle persone che lavorano nella Commissione: già questo ha prodotto nuove partnership per la mia organizzazione, nello spirito della Laudato si’. Il modo migliore in cui la società può essere ispirata dalla Commissione è che la Chiesa stessa inizi a mettere in pratica quei cambiamenti strutturali che sono necessari per essere in linea con la visione del Papa. Questo poi sarà di ispirazione per molti altri.

Papa Francesco ha chiesto alla Commissione Covid-19 di preparare il futuro, piuttosto che prepararci al futuro. In questo compito, quale dovrebbe essere il ruolo della Chiesa cattolica?

R. - Quello di andare avanti con l’esempio. Nelle sue due encicliche – la Evangelii gaudium e la Laudato si’ – il Papa non si è limitato a proporre bei pensieri per un futuro migliore; ci ha anche fornito gli strumenti per smontare il modello attuale, quello che ci ha portato a questa crisi, e costruirne uno nuovo. Alcuni si chiedono come fare per ripartire: lui risponde che ripartire significa tornare indietro. Il suo messaggio parla di sfida, cambiamento e nuovo inizio.

Quali insegnamenti, a livello personale, lei ha tratto dall’esperienza della pandemia? Quali cambiamenti concreti si augura di vedere dopo questa crisi, sia personalmente sia a livello globale?

R. - Ho apprezzato la semplicità che il lockdown ha restituito al mio affannoso mondo fatto di viaggi, incontri e così via. Ho (ri)trovato, nella mia zona, la cura e la compassione – in realtà, per quanto ho osservato, in tutto il mondo – e questo l’ho percepito come un appello importante alla necessità vitale di sostenere le comunità locali e farle rifiorire. Spero tanto che tutto questo continui anche “dopo”: credo che utilizzare e conoscere i prodotti locali piuttosto che acquistare altrove sia un elemento fondamentale per rendere la vita più sostenibile.

Spesso accade che gli investitori non siano consapevoli dell’impatto generato sul mondo dai loro investimenti, e penso alla deforestazione, all’inquinamento, allo sfruttamento sociale e così via. In un’epoca in cui l’attenzione è incentrata sui rischi per l’economia provocati dalla pandemia, come si possono evidenziare questi effetti collaterali?

R. - Io sono l’amministratore delegato di “FaithInvest”, una nuova organizzazione, in parte ispirata alla Laudato si’, che lavora con importanti fondi di investimento che provengono dai maggiori raggruppamenti religiosi nel mondo. Il modo migliore per sottolineare questo è chiedere a ciascun gruppo, come facciamo noi, di tornare alle proprie radici. Chiediamo: cosa pensano del mondo e del nostro posto nel mondo? Quali valori derivano poi da questa valutazione, e come questi valori determinano l’investimento che intendono fare? Questo procedimento si snoda sul modello indicato dal Vaticano II, quando agli Ordini religiosi si chiedeva di tornare alle proprie radici per capire come procedere nel futuro. La crisi del Covid ha rafforzato questa esigenza.

In tempi di recessione economica, le persone tendono a evitare i rischi. Con questo presupposto, in quale misura pensa che la gente possa essere ricettiva all’idea di una finanza “etica”?

R. - È vero, le persone sono restie ad affrontare rischi. Oggi però il rischio maggiore è che se torniamo a quello che consideravamo “normale” non faremo altro che aumentare la possibilità di collassare di nuovo. Quindi, il vero rischio oggi è quello di non cambiare, piuttosto che cambiare veramente, ed è sicuramente più facile aiutare le persone a comprendere questo. Dimostrando alle persone in che misura investimenti “cattivi” ci hanno portato sull’orlo del collasso, possiamo poi puntare nella direzione opposta, cioè verso investimenti che sappiano tutelare l’ambiente e un futuro sostenibile.

In che misura lei crede che la Commissione vaticana Covid-19 e la Chiesa nel suo insieme abbiano credibilità quando parlano di finanza e della necessità di riformulare i sistemi economici?

R. - Facendo seguire i fatti ai buoni propositi. In altre parole: finché la Chiesa non avrà rimesso ordine nelle proprie finanze e non abbia fissato un modello basato sulla fede, potrà soltanto chiedere agli altri di accompagnarla in questo cammino, nella piena consapevolezza che la strada sarà lunga, prima che la Chiesa possa essere coerente con i suoi stessi insegnamenti in questo campo.

Quale ruolo possono svolgere le religioni e la spiritualità nella transizione verso una finanza più sostenibile?

R. - Noi [le religioni] siamo centrali. Senza le scuole, gli ospedali, l’assistenza sociale, le reti di sostegno, la compassione, il lavoro per i giovani, la cura dei rifugiati e dei migranti, la protezione dei più vulnerabili, la società civile collasserebbe. Per questo, le religioni devono smettere di far finta di non essere attori di primo piano sulla terra. Abbiamo la tendenza a muoverci come se gli Stati nazionali ci dovessero essere riconoscenti se ci rivolgiamo a loro con i nostri suggerimenti. Invece, siamo noi a dover dare l’esempio del buon uso delle risorse e sollecitare gli Stati nazionali a unirsi a noi. Le religioni gestiscono più istituzioni educative e di assistenza sociale di qualsiasi Stato al mondo. Per questo, torniamo al tavolo [delle trattative, del dialogo] non come chi chiede, ma come chi agisce.

Secondo lei, le attuali istituzioni finanziarie ed economiche sono capaci di creare le condizioni necessarie a una finanza sostenibile, o pensa che prima debbano verificarsi determinate riforme nel settore?

R. - È necessario trovare o creare un nuovo modello, perché l’attuale è corrotto dall’avidità e dalla cupidigia delle multinazionali e dei sistemi bancari in generale. Le religioni tra di loro possono far nascere la domanda di un modello nuovo: noi ci stiamo lavorando nel concetto di Finanza del Terzo Settore.

 

sabato 15 settembre 2018

Papa Francesco: SCEGLIERE TRA AMORE ED EGOISMO. ESSERE ALBE DI SPERANZA

A PIAZZA ARMERINA:

" ..... È importante favorire nelle nelle comunità la carità evangelica, la solidarietà e la sollecitudine fraterna, rifuggendo la tentazione mondana del quieto vivere, del passarsela bene, senza preoccuparsi dei bisogni altrui .....  Con semplicità andate per i vicoli, i crocicchi, le piazze e i luoghi di vita feriale, e portate a tutti la buona notizia che è possibile una convivenza giusta fra noi, piacevole e amabile, e che la vita non è oscura maledizione da sopportare fatalisticamente, ma fiducia nella bontà di Dio e nella carità dei fratelli.... Guardare sempre avanti, senza dimenticare le radici. Sappiate che Gesù vi ama: Egli è un amico sincero e fedele, che non vi abbandonerà mai; di Lui potete fidarvi! Nei momenti del dubbio – tutti abbiamo avuto da giovani momenti brutti, di dubbio –, nei momenti di difficoltà, potete contare sull’aiuto di Gesù, soprattutto per alimentare i vostri grandi ideali. E nella misura in cui ognuno può, è bene anche che si fidi della Chiesa, chiamata a intercettare i vostri bisogni di autenticità e ad offrirvi un ambiente alternativo a quello che vi affatica ogni giorno, dove poter ritrovare il gusto della preghiera, dell’unione con Dio, del silenzio che porta il cuore verso le profondità del vostro essere e della santità ....

DALL'OMELIA:

"..... Dunque c’è da scegliere: amore o egoismo. L’egoista pensa a curare la propria vita e si attacca alle cose, ai soldi, al potere, al piacere. Allora il diavolo ha le porte aperte. Il diavolo “entra dalle tasche”, se tu sei attaccato ai soldi. Il diavolo fa credere che va tutto bene ma in realtà il cuore si anestetizza con l’egoismo. L’egoismo è un’anestesia molto potente. Questa via finisce sempre male: alla fine si resta soli, col vuoto dentro. La fine degli egoisti è triste: vuoti, soli, circondati solo da coloro che vogliono ereditare. È come il chicco di grano del Vangelo: se resta chiuso in sé rimane sotto terra solo. Se invece si apre e muore, porta frutto in superficie.
Ma voi potreste dirmi: donarsi, vivere per Dio e per gli altri è una grande fatica per nulla, il mondo non gira così: per andare avanti non servono chicchi di grano, servono soldi e potere. Ma è una grande illusione: il denaro e il potere non liberano l’uomo, lo rendono schiavo. Vedete: Dio non esercita il potere per risolvere i mali nostri e del mondo. La sua via è sempre quella dell’amore umile: solo l’amore libera dentro, dà pace e gioia. Per questo il vero potere, il potere secondo Dio, è il servizio. Lo dice Gesù. E la voce più forte non è quella di chi grida di più. La voce più forte è la preghiera. E il successo più grande non è la propria fama, come il pavone, no. La gloria più grande, il successo più grande è la propria testimonianza.
Cari fratelli e sorelle, oggi siamo chiamati a scegliere da che parte stare: vivere per sé – con la mano chiusa [fa il gesto] – o donare la vita – la mano aperta [fa il gesto]. Solo dando la vita si sconfigge il male. Un prezzo alto, ma solo così [si sconfigge il male]. Don Pino lo insegna: non viveva per farsi vedere, non viveva di appelli anti-mafia, e nemmeno si accontentava di non far nulla di male, ma seminava il bene, tanto bene. La sua sembrava una logica perdente, mentre pareva vincente la logica del portafoglio. Ma padre Pino aveva ragione: la logica del dio-denaro è sempre perdente. Guardiamoci dentro. Avere spinge sempre a volere: ho una cosa e subito ne voglio un’altra, e poi un’altra ancora e sempre di più, senza fine. Più hai, più vuoi: è una brutta dipendenza. È una brutta dipendenza. È come una droga. Chi si gonfia di cose scoppia. Chi ama, invece, ritrova se stesso e scopre quanto è bello aiutare, quanto è bello servire; trova la gioia dentro e il sorriso fuori, come è stato per don Pino. ......  Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini e di donne di amore, non di uomini e donne di onore; di servizio, non di sopraffazione. Abbiamo bisogno di camminare insieme, non di rincorrere il potere. Se la litania mafiosa è: “Tu non sai chi sono io”, quella cristiana è: “Io ho bisogno di te”. Se la minaccia mafiosa è: “Tu me la pagherai”, la preghiera cristiana è: “Signore, aiutami ad amare”. ...... "

AI GIOVANI:

" .... Siate capaci di sognare in grande e di impegnarvi per realizzare i sogni ..... Camminare, sognare, dialogare, servire.....  Dio si scopre camminando, non stando seduti .... Occorre mettere il cuore in cammino .... Il Signore parla a chi è in ricerca .... Siate uomini e donne di incontro, non di scontri .... Essere aperti a tutti i popoli ... Un cristiano non solidale non è un cristiano! .... La vita si vive! .... Mettere le proprie capacità a disposizione degli altri ..... Sapervi compromettere per costruire il futuro, per conquistare la gioia. .... Abbiamo bisogno di donne e uomini veri .... che amano i più deboli, che si appassionano di legalità, che dicano no al gattopardismo dilagante .... Occorre sapersi giocare la propria vita per un ideale, essere accoglienti ...  Siete chiamati ad essere albe di speranza, non vittime del pessimismo, del fatalismo, della rassegnazione .... Saper generare una civiltà nuova, accogliente, di amore ... Valorizzare le radici, dialogare con gli anziani per riscoprire le radici e poterle mettere al servizio del futuro ... Senza radici non c'è appartenenza, non c'è identità. ....  Siate operosi nel cammino e nell'incontro, audaci nel servire e nell'operare ....."