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domenica 1 febbraio 2026

I DOCENTI DI SINISTRA


Ma il problema 

della scuola italiana 

sono
 
i docenti di sinistra?


By Giuseppe Savagnone 

Un questionario sulla scuola

Ha suscitato vivaci polemiche l’iniziativa di Azione Studentesca, l’organizzazione giovanile legata a Fratelli d’Italia, che, attraverso un QR Code contenuto in manifesti e volantini, ha sottoposto a studentesse e studenti di diverse città italiane una serie di domande, con lo scopo di fornire un «rapporto nazionale sulla situazione della scuola italiana».

Fra i vari punti del questionario ce n’era uno, che ha dato origine alle proteste, dedicato alla «Politicizzazione delle aule». In esso si chiedeva: «Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni?». In caso di risposta positiva, la domanda successiva era: «Descrivere uno dei casi più eclatanti».

Dopo l’iniziativa di Azione Studentesca, la segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi ha scritto al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara che essa «configura una forma di schedatura o stesura di una lista di proscrizione basata su presunte o reali opinioni politiche e rappresenta una grave violazione dei principi democratici che fondano il sistema educativo pubblico, oltre a costituire un attacco all’autonomia e alla libertà della comunità educante».

In risposta, il ministero ha fatto sapere di aver avviato accertamenti, il cui esito, però, non giustifica le accuse: «Da quanto risulta al momento si tratta di un’iniziativa autonoma promossa da alcuni studenti, che avrebbero effettuato una sorta di sondaggio anonimo», ha affermato la sottosegretaria all’Istruzione, Paola Frassinetti. E questa è anche la posizione di Riccardo Ponzio, presidente di Azione studentesca: «Ma quali liste di proscrizione o schedature, il questionario è anonimo e non chiediamo nomi».

Ma, in senso contrario, anche l’Associazione nazionale presidi è intervenuta, dichiarando una forte preoccupazione. «La libertà di insegnamento, nel quadro dei valori costituzionali – ricorda il presidente dell’associazione Antonello Giannelli – rappresenta un pilastro irrinunciabile del sistema educativo. Questa iniziativa di Azione studentesca è inaccettabile perché lesiva dei principi fondamentali della democrazia».

E ha avuto una diffusione virale su internet un video, in cui un docente di Pordenone sottolinea il senso inquisitorio del questionario, e che si conclude con la sua auto-denuncia: «Sono un docente di sinistra, schedatemi pure».

La replica dei giornali di destra

Alle accuse hanno risposto unanimi i giornali di destra parlando di «bufala» («Il Giornale») della sinistra, che, «a ben guardare, sembra proprio la prova» di  «una verità che alcuni preferirebbero tenere nascosta: che in molte aule italiane la libertà di pensiero non è un diritto di tutti, ma un privilegio riservato a chi la pensa “giusto”» («Il Tempo»).

Su questa linea, ma assai più articolato, l’editoriale di Mario Sechi su «Libero». un intervento di particolare peso, non solo perché Sechi è il direttore del quotidiano, ma anche perché è stato per un certo tempo portavoce della presidente del Consiglio e le sue posizioni, perciò, sono sicuramente vicine a quelle di Giorgia Meloni. 

L’autore inserisce la polemica sul questionario di Azione Studentesca in una narrazione più ampia, di cui vale la pena riportare per esteso i passaggi: «L’egemonia culturale della sinistra nella pop è finita. La grande rivoluzione fu quella della Tv commerciale di Silvio Berlusconi che introdusse nell’immaginario gli elementi dello show americano, del cabaret, dello sport come fenomeno di costume. Ai compagni sono rimasti i santuari della presunta editoria colta (che non vende) e il fortino dell’università e della scuola di ogni ordine e grado, ad eccezione delle elementari che ancora resistono (…). Salvo le maestre, il resto della truppa (con qualche eroica singolarità) è arruolato nella legione dei post-marxisti che al ’68 devono il posto, la carriera, l’influenza sula formazione degli italiani di domani».

Già i libri di testo, secondo Sechi, esprimono questa faziosità. «Ma se saliamo in cattedra, il quadro è ancora più tragicomico, perché il pre-giudizio tracima verso i banchi senza che alcuno alzi il dito e obietti: “Caro professore, la sua opinione, pur meritevole di attenzione, è priva di equilibrio e di autorevolezza, i valori liberali ai quali la scuola dovrebbe ispirarsi nella sua autonomia, lei li sta tradendo”».

Da qui «i cortei pro-Pal di ragazzi che farneticano “la Palestina libera dal fiume al mare”, Greta Thunberg elevata sull’altare dell’’ignoranza (…) i rettori farsi complici di frange violente che predicano l’antisemitismo».

La conclusione del direttore di «Libero» è la stessa che abbiamo visto su «Il Tempo»: «La reazione scomposta del Pd a un innocuo ma dirompente sondaggio  di Azione Studentesca è la prova della cattiva coscienza dell’etablishment sgrammaticato».

A proposito di egemonia della sinistra: il caso della TV

Il ragionamento di Mario Sechi, esplicitando in modo più articolato le ragioni della destra sull’episodio, è quella che si presta – forse più dell’episodio in se stesso – a qualche considerazione critica. A partire dall’affermazione che l’avvento della TV commerciale di Berlusconi, avrebbe segnato la fine dall’«egemonia culturale della sinistra», legata alla stagione televisiva precedente. Di quest’ultima io stesso posso dire qualcosa perché vi ho assistito in prima persona e la ricordo benissimo.

È stato grazie ad essa che il grande pubblico ha potuto conoscere splendide opere teatrali, come i drammi di Pirandello e di Cechov, o riduzioni di capolavori della grande letteratura mondiale, come «Il mulino del Po», di Bacchelli e «L’idiota» di Dostoevskij, sempre trasmessi in prima serata. Ed è stato grazie ad essa che la conoscenza media della lingua italiana si è diffusa anche a larghe frange di popolazione prima legata quasi esclusivamente al proprio dialetto.  Non per nulla la definizione tecnica che ne è stata data è quella di «TV pedagogica». Peraltro, era una TV che sapeva anche divertire – famosi alcuni spettacoli di varietà come «Domenica è sempre domenica» o «Un due tre» – , ma senza mai scadere nella volgarità.

La TV commerciale introdotta da Berlusconi, essendo privata e reggendosi sui profitti derivanti dalla pubblicità, ha dovuto imporsi puntando non su ciò che poteva giovare alla crescita culturale e morale della gente, ma sui suoi gusti immediati. Certo, essa ha infranto una serie di tabù, ma per far questo ha dovuto adottare come motto quello che, secondo Karl Popper, nel suo libro «Cattiva maestra televisione», rende pericolosissimo questo mezzo di comunicazione: «Dare al pubblico quello che il pubblico desidera».

È stato così che si è innescato un circuito perverso tra il progressivo scadimento dei programmi – che ha portato alla esclusione dalla prima serata di tutto ciò che fosse in qualche modo impegnativo – e un progressivo imbarbarimento dei gusti degli spettatori.  E questo non  ha segnato la fine dell’egemonia della sinistra – che non c’era mai stata – , ma il progressivo declino del senso intimo del pudore, non quello dei corpi, ma quello dell’anima, che spettacoli come «Il Grande Fratello» o le trasmissioni di Maria De Filippi hanno aiutato molto a oscurare.

I «compagni» controllano la scuola?

Non mi sarei soffermato su questo primo passaggio dell’editoriale dei Mario Sechi se non fosse molto significativo dell’idea che il direttore di «Libero» ha della cultura. A questo punto si capisce che, dal suo punto di vista, la scuola – ancora, sia pure a fatica, fedele al progetto di una educazione intellettuale e civile – sia sfuggita alla “liberazione” portata dalle TV di Berlusconi e sia rimasta «il fortino» dei «compagni».

Ma chi sono questi «compagni»? Diretta erede del vocabolario intimidatorio del “cavaliere”, la destra continua, come lui, a chiamare “comunisti” – un termine che  evoca il totalitarismo sovietico (da decenni scomparso e sostituito dal regime attuale, tutt’altro che “di sinistra”) e una minaccia incombente per la libertà e la proprietà privata – i rappresentanti di una opposizione che del marxismo, in realtà, non conserva la più lontana traccia.

La “compagna” Schlein si è formata nella cultura “liberal” americana e ha posizioni che se mai ricordano il vecchio partito radicale, centrato sulla rivendicazione dei diritti individuali, quelli che Marx bollava come «robinsonate», perché volti a garantire la realizzazione egoistica del singolo nella sua isola felice. Da dove anche la perdita di rapporto tra il PD e i tradizionali sostenitori del vecchio partito comunista, operai, indigenti, emarginati. Il “compagno” Conte è un populista, le cui posizioni in campo sociale sono prive di una reale base filosofica, sicuramente lontane della visione marxista.

Ma il punto più problematico dell’analisi di Sechi è che essa sembra provenire da  una persona che non ha idea di come funzioni realmente la relazione tra insegnanti e alunni dentro un’aula scolastica. Prima che ingiusta verso i docenti, questa analisi lo è nei confronti degli studenti, dipinti come succubi impotenti di fronte ad una dittatura culturale dei loro insegnanti, incapaci perfino di alzare il dito e di muovere una timida obiezione.

Ho insegnato per quarantun anni nei licei e posso assicurare, a chi non lo sapesse, che gli alunni in ogni scuola fanno sentire alta la loro voce, per dialogare ma anche, se inascoltati, per contestare i docenti, o addirittura i dirigenti scolastici. Senza dire che ormai i loro punti di riferimento sono più i social che la scuola, e immaginarli plagiati dai loro insegnanti è, questo sì, «tragicomico».

Quanto poi ai docenti, perché non dovrebbero essere di sinistra o di destra o di qualunque altra tendenza intellettuale e politica? Un insegnante non è il ripetitore meccanico di nozioni neutre – questo lo può fare anche meglio una intelligenza artificiale  – , ma è chiamato a interpretare il significato dei dati della sua disciplina per la vita reale e questo richiede, da parte sua una visione del mondo e della società. Non esiste, né a scuola né altrove, “uno sguardo da nessun luogo”.

L’oggettività a cui la scuola deve educare non è la negazione delle diversità di vedute, che implicherebbe l’uniformità di un pensiero unico, ma il dialogo incessante tra persone impegnate in una ricerca comune a partire dai rispettivi punti di vista e, proprio in nome di questa ricerca, capaci di rimetterli continuamente in discussione.

Ciò che sta indebolendo la funzione educativa della scuola non è l’eccesso di ideologie, ma la carenza di idee e di valori, in un clima culturale che rende difficile – in primo luogo a chi dovrebbe educare i più giovani a maturare le une e gli altri – avere ancora delle convinzioni.

È assolutamente appropriata, a questo proposito, la riflessione di Massimo Gramellini, sul «Corriere della sera», quando ricorda con profonda stima e affetto una sua maestra delle elementari, convinta comunista, e un suo professore di Storia, di destra. «La pensavano diversamente su tutto, scrive Gramellini, tranne che sull’essenziale: il valore della cultura e la passione con cui trasmetterla (…) Erano di parte? Certo. Ma erano bravi e sensibili».

E conclude: «Il problema della scuola non sono gli insegnanti schierati, ma gli insegnanti disamorati. Non quelli che credono ancora qualcosa, ma quelli che – anche a causa della scarsa considerazione di cui godono – non credono più in niente».

www.tuttavia.eu

 Foto di Ivan Aleksic su Unsplash 


 

venerdì 2 gennaio 2026

DESTRA E SINISTRA

 Che destra e sinistra ritrovino le loro radici

 

di Giuseppe Savagnone 

 

La denuncia di un intellettuale della destra

In un editoriale sul quotidiano «La Verità» del 21 dicembre, Marcello Veneziani, uno dei più autorevoli intellettuali della destra, ha espresso la sua delusione per la debole impronta impressa al paese dai politici della sua parte, ormai da tre anni al governo. «Non saprei indicare», ha scritto, «qualcosa di rilevante che segni una svolta o che dica, nel bene o nel male, al Paese: da qui è passata la destra — sovranista, nazionale, sociale, patriottica, popolare, conservatrice o che volete voi — e ha lasciato un segno inconfondibile del suo governo».

Per lo scrittore, «da quando è al governo la destra non è cambiato nulla nella nostra vita di italiani, di cittadini, di contribuenti e anche in quella di “intellettuali”, di “patrioti” e di uomini “di destra”. Tutto è rimasto come prima, nel bene, nel male, nella mediocrità generale e particolare. E perdura anche il clima di intolleranza e censura verso le idee che non rientrano nel mainstream».

Nei confronti della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il giudizio era invece favorevole: «Ha governato con abilità, astuzia, prudenza e con una verve passionale che suscitano simpatia». Il guaio, osservava Veneziani, è che «c’è lei, solo lei, il resto è contorno e comparse».

La cultura della destra secondo Veneziani

Nella versione a cui fa riferimento Marcello Veneziani nel suo noto libro «La cultura della destra» (2002) – da lui stesso sintetizzata in una lunga intervista – ,  «quello che distingue oggi la destra dalla sinistra è che la destra crede molto alle radici, ai valori di un radicamento, mentre la sinistra crede molto ai valori di liberazione, di emancipazione».

Veneziani ritiene sia «un tratto tipico della destra» l’adesione «alla vita comune, alle comunità tradizionali, alle solidarietà organiche». Da qui la sua difesa del concetto di nazione, intesa nel senso di «repertorio di immagini, di radici, di memorie collettive», che può costituire il «termine medio» tra una globalizzazione che omologa tutto e tutti, senza creare vera comunità, e il particolarismo di «tribù» fanaticamente protese a difendere la propria identità. Purtroppo, egli constata, oggi «andiamo verso una società di monadi, cioè di persone del tutto isolate dal resto del mondo, e una società senza frontiere». E questo sganciamento da comunità concrete è alla base al tempo stesso di un «individualismo selvaggio» e di una perdita delle differenze, dovuta al fatto che in questa omologazione «non riusciamo più a distinguere non solo la realtà di popoli, ma anche di persone, perché diventiamo tutti intercambiabili». La difesa delle tradizioni comunitarie è dunque garanzia, per l’autore, di quella delle identità personali.

Proprio questa esigenza di «riconoscimento delle diversità» contro un mondo sempre più globalizzato spiega anche l’insofferenza verso la minaccia di un «pensiero unico» che, nella storia personale di Veneziani è stata all’origine della sua scelta controcorrente di essere “di destra” contro una cultura dominante che era “di sinistra”. 

La Patria

La valorizzazione della patria nazionale non va però confusa, per lui, con un nazionalismo, «che è la caricatura scimmiesca dell’idea di nazione», perché fondato sull’idea che la mia nazione sia migliore della tua», cosicché «vince il più forte».

In questa logica va anche la difesa dello Stato come «luogo in cui sono tutelati e rappresentati gli interessi e i valori collettivi, quindi gli interessi di una collettività. Di fronte ai grandi gruppi finanziari, che comandano, di fronte alle esigenze del mercato, è necessario che ci sia un contrappeso».

E in questa prospettiva si giustifica, agli occhi dello scrittore, anche la necessità delle frontiere, volte «a filtrare, nei limiti del possibile, l’immigrazione, cioè a garantire che entrino non in tanti», ma per «fare in modo che quelli che entrano abbiano pari diritti dei cittadini italiani ».

Si può essere d’accordo o in disaccordo con questa visione, anche evidenziandone i pericoli impliciti, ma essa sicuramente merita rispetto. Soprattutto se la si mette a confronto con una cultura della sinistra che spesso ricorda, più che la tradizione socialista a cui nominalmente si ispira, le posizioni del vecchio partito radicale, centrate proprio sulla difesa unilaterale dei diritti dell’individuo, a scapito di una  prospettiva più comunitaria, che ne evidenzi i debiti, i legami e le responsabilità verso gli altri. 

La cultura “reale” della destra

Il punto è che la lettura di Veneziani ha poco a che vedere con ciò che effettivamente sta accadendo nella destra italiana e in quella mondiale. Non c’è da stupirsi che egli non abbia trovato traccia della cultura di cui egli parla nell’Italia di oggi. Ciò che desta meraviglia, piuttosto, è che non si sia reso conto che in realtà una svolta c’è stata e che tutto sta cambiando nel nostro paese, ad opera di un’altra “cultura della destra”, che rende a chiunque possibile dire: «Da qui è passata la destra (…) e ha lasciato un segno inconfondibile del suo governo».

In questa versione la difesa della comunità nazionale è diventata sovranismo , che altro non è se non il nazionalismo spogliato della sua enfasi valoriale e ridotto a mera affermazione di potere. Una filosofia già presente da alcuni anni, e che ora ha trovato nel presidente Trump il suo rappresentante emblematico, di cui la nostra premier Gorgia Meloni ha fatto il proprio modello.  Da qui lo slogan – copiato dal trumpiano Make again great America – «rifare di nuovo grande l’Italia» Anche se alternato con quello «rifare di nuovo grande l’Occidente», per mascherare una mortificante subordinazione alla politica americana con la finzione (chiaramente smentita dai fatti) che essa oggi continui a fare gli interessi anche dell’Europa e della stessa Italia, come era stato dalla seconda guerra mondiale in poi.

 

Il trumpismo

E comuni al trumpismo sono i punti essenziali della nuova visione che sta alla base della politica italiana dopo l’avvento al potere della destra. Emblematica la centralità attribuita alla «difesa di confini», in nome di una identità nazionale concepita in chiave conflittuale e difensiva, in contrasto con l’accoglienza dei  diversi, visti come invasori.

Così come rientra nella logica del trumpismo anche la tendenza a identificare lo Stato con il potere esecutivo, in perpetua lotta con quello giudiziario, – la cui autonomia, peraltro, in Italia è garantita dalla Costituzione –  e con tutte le istituzioni (come ad esempio, in America, la Federal Reserve, in Italia la Banca d’Italia) che non dipendono dal  potere esecutivo. Da dove anche la svalutazione  del parlamento, in Italia già avviata nelle precedenti legislature, ma ora  completata con la sua riduzione al compito di sottoscrivere le decisioni prese dal Consiglio dei ministri.

Anche in politica estera il governo Meloni si è distinto per la perfetta sintonia con la linea degli Stati Uniti, ulteriormente accentuata dopo l’avvento di Trump, volta a sostenere l’azione di Israele contro i palestinesi di Gaza, bloccando tutti gli sforzi internazionali per porre dei limiti alla violenza dell’Idf e fermare il massacro in corso.

Ma quello che più vistosamente riproduce in Italia lo stile trumpiano è la lotta permanente contro i «nemici interni», che sovverte una tradizione dei paesi democratici secondo cui chi vince le elezioni cerca di sottolineare, fin dal suo primo discorso, la sua volontà di essere il rappresentante di tutti, anche dei propri avversari. Sia Trump che Meloni invece, continuano dopo la loro ascesa al governo, come i capi del proprio partito, in perenne campagna elettorale contro chi  si oppone, accusato di «remare contro».

Da qui la strumentalizzazione di qualsiasi occasione – dall’assassinio di Kirk all’apertura delle indagini sui finanziamenti occulti ad Hamas – per scatenare campagne di delegittimazione dei partiti d’opposizione, sfidando l’evidente incongruenza, soprattutto nel primo caso, di queste accuse. Ma la propaganda funziona.

E, paradossalmente,  in questo continuo inveire contro i propri “nemici”, i nostri governanti attribuiscono ad essi l’odio e la violenza che riversano su di loro, presentandosi all’opinione pubblica nel ruolo di vittime, coraggiosamente impegnate a resistere a ricatti e minacce di ogni genere. 

La sfida di un nuovo stile della destra e della sinistra

Su queste basi non si costruisce la vita democratica. Perciò, se si vuol fare all’Italia un augurio per l’anno che sta cominciando, esso dovrebbe essere di vedere la nascita di una nuova prospettiva culturale sia nella destra che nella sinistra.  Basterebbe, per questo, che esse recuperassero il senso delle loro radici. Che la destra tornasse ad essere la difesa delle tradizioni comunitarie, da quella della nazione a quella della famiglia, e che la sinistra si ricordasse che i diritti civili, per quanto importanti, devono essere strettamente collegati a quelli sociali.

La prima dovrebbe prendere atto che l’insistenza sull’ordine e la stabilità non può far perdere di vista la centralità che la nostra Costituzione, rompendo con un precedente regime autoritario, attribuisce alla libertà. La seconda, che i diritti devono sempre essere integrati con i doveri e che nessuno può essere visto come un’isola, padrone nel proprio territorio di fare ciò che vuole di se steso senza rispondere a nessuno. Ma questo non escluderebbe la sottolineatura delle rispettive anime culturali, anzi le renderebbe più autentiche.

Le radici

Il punto di riferimento per questo recupero delle radici dovrebbe essere la nostra Costituzione, che è nata non da una sola visione, imposta a tutti a colpi di maggioranza – come oggi si usa – , ma dal dialogo tra le diverse componenti del paese. La costituente è stata la dimostrazione che il dialogo tra coloro che la pensano diversamente è possibile. Oggi nessuno ci prova nemmeno più. Destra e sinistra si accapigliano in una rissa permanente che non valorizza certo le idee e meno che mai gli ideali, ma fa soltanto prevalere i toni più volgari dall’una e dall’altra parte.

E invece è dalle idee che oggi è importante ripartire. Non si tratta di trovare semplici accordi tattici che facciano cessare le ostilità grazie a un superficiale compromesso. È necessario, da parte di tutti i contendenti, accedere a un livello più profondo di consapevolezza della propria tradizione, per potersi confrontare reciprocamente a partire da questa ritrovata identità. Cattolici, comunisti e liberali hanno fatto questo, nel 1946, e ne è uscita una delle migliori Costituzioni mai formulate. Oggi si pretende di cambiarla adottando la logica del più forte. Non è questo lo stile della democrazia come la intesero i padri costituenti.

Non dipende solo dai politici riscoprirlo e praticarlo. Destra e sinistra sono dentro noi, semplici cittadini, e si esprimono nel nostro modo di pensare, di discutere, di votare. I partiti possono cambiare se noi lo vorremo. È questa la sfida più decisiva per questo nuovo anno che comincia.

 

www.tuttavia.eu 

martedì 21 gennaio 2025

LEGGERE E SCRIVERE

L'UMANO 

NON E' 

NE' DI DESTRA

 NE' DI SINISTRA 

La riforma della scuola

Aggiungiamo alla riforma la cura della scrittura manuale e ore di lettura ad alta voce per tutto il percorso scolastico.

 

-di Alessandro D’Avenia

 

La riforma dei programmi nella scuola elementare e media di cui si è parlato la scorsa settimana è stata subito cannibalizzata dalla semplificazione binaria: che cosa è di destra o di sinistra? 

La Bibbia, la storia dell'Occidente, la musica, l'epica, il latino? Quando saremo meno ostaggi di questo moralismo ideologico che impedisce di capire che cosa serve in un luogo, la scuola, il cui scopo è mettere i nuovi arrivati in condizione di coltivare autonomamente la vita e cercare la verità, invece di renderli preda del pensiero non pensato e dominante, che il filosofo Bacone chiamava già secoli fa idoli della conoscenza, illusioni ideologiche? Lo scopo della cultura non è fare campagna elettorale, ma diminuire lo spazio della paura e dell'ignoranza per conquistarlo alla libertà e al coraggio della verità. La domanda non è se il latino sia proprio di una formazione conservatrice o progressista, ma se serva a liberarsi da falsi automatismi del pensiero, dalla incapacità di leggere se stessi e la realtà, dalla difficoltà di attingere alla sorgente inesauribile di vita e di bene comune che è la propria unicità, perché «ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali... E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne» (V. Grossman, Vita e Destino). L'umano nell'uomo non è a destra né a sinistra. È oltre. Dove? 

 Tra i regali che mia nipote settenne ha chiesto a Natale è apparsa una scacchiera. Mi sono stupito, io alla sua età non l'avrei mai chiesta, ma poi ho scoperto che nella sua scuola dedicano tempo curricolare agli scacchi, come allenamento alla riflessione e al pensiero logico e strategico. Un gioco antico come gli scacchi non è di sicuro di destra o di sinistra, è gioia di stare al mondo e una bambina lo sente. Quella scacchiera è «scuola»: un'intercapedine tra io e pressione mondana (tutti fan così), un luogo in cui l'anima respira tanto da avvertire subito se in quello che tutti fanno manca l'aria che serve alla propria unicità. La scacchiera mi ha ricordato che all'inizio di 1984 di Orwell, la ribellione del protagonista, Winston, al controllo psico-politico del Grande Fratello comincia da un quaderno comprato di nascosto: «un quaderno di rara bellezza, con la carta liscia e vellutata, di un tipo che non si produceva da almeno quarant'anni. Era entrato di soppiatto nella bottega e lo aveva comprato. Non sapeva neanche per quale motivo particolare lo desiderasse tanto. Se l'era portato a casa con un certo senso di colpa: anche se non vi era scritto niente, era un oggetto compromettente. Ciò che ora stava per fare era iniziare un diario, un atto che, se lo avessero scoperto, avrebbero punito con la morte o, nella migliore delle ipotesi, con venticinque anni di lavori forzati». Winston non sa più scrivere a mano e ricominciare lo risveglia: «Intinse la penna nell'inchiostro, poi ebbe un attimo di esitazione. Tremava fin nelle viscere. Segnare quella carta era un atto definitivo, cruciale». Quel diario scritto a mano è l'inizio della sua liberazione, e comincia a ricordare, capire, vedere, agire, anche a costo di perdere la vita. Per affrancarsi dal controllo odierno, in cui la psico-politica è l'algoritmo di profilazione (il capitalismo della sorveglianza operato da aziende che, in cambio di servizi apparentemente gratuiti, ci schedano per vendere dati che servono a orientare i nostri consumi), bisogna tornare al diario scritto a mano. Per questo, ispirato non da romanticherie ma dall'osservatorio di 25 anni di insegnamento, propongo di aggiungere alla riforma la cura della scrittura manuale per tutto il percorso scolastico, istituendo un'ora di «calligrafia», in cui il bello (calli-) riguarda forma e contenuto come un tutt'uno. Il motivo (che la cultura orientale mostra da secoli) è scientificamente accertato: scrivere a mano, per un essere corporeo, è un gesto più efficace della digitazione o del solo input visivo (quanti schermi sono entrati nelle classi in questi anni a scapito delle penne). Un recente studio, di cui ha dato conto il Corriere, ha confrontato i risultati di due gruppi di undicenni: alcuni dovevano imparare delle parole scrivendole a mano, altri tramite lettura visiva, per poi riconoscerle e spiegarle. Il primo gruppo ha avuto risultati nettamente migliori: accuratezza, risposte corrette e rapide. La scrittura manuale infatti, coinvolgendo il corpo in modo più completo e lento (che poi lento non è), consente di prestare attenzione ai dettagli, cioè la memoria a lungo termine che definisce chi siamo. Che un'attenzione multisensoriale lenta renda più attenti è l'acqua calda, ma noi crediamo che l'acqua calda siano rapidità e schermi. Eppure, la difficoltà dei ragazzi delle superiori nello scrivere a mano (grafie illeggibili, corsivo zoppicante, spazi non rispettati) va di pari passo con la debolezza di attenzione, ragionamento e presa sulla realtà, tanto che con quelli del primo anno è necessario un lavoro dedicato proprio alla (calli-)grafia. Mi piacerebbe un Maestro di Calligrafia che, per l'intero percorso scolastico, alleni l'intelligenza attraverso il gesto accurato applicandolo alla scrittura diaristica che si evolverà di anno in anno in modi diversi: 13 anni di diario ben (forma e contenuto sono tutt'uno) scritto sono un allenamento formidabile alla ricerca della verità e una difesa dalle menzogne dell'informazione, basti pensare ai Diari passati alla storia e che ancora leggiamo per la verità che hanno conservato in un mondo che pensava e faceva tutt'altro. Quello di Winston mi porta a un altro gesto liberatorio dal controllo delle masse, in un altro romanzo profetico pubblicato nel 1953, quattro anni dopo quello di Orwell. In Fahrenheit 451 di Ray Bradbury infatti i libri vengono bruciati perché la gente si abbandoni totalmente all'intrattenimento di massa (nelle case non ci sono scaffali ma schermi giganti e media interattivi). La decadenza della libertà non è cominciata col bruciare i libri, ma con il disinteresse per la lettura. Altro che distopia: in tema di lettura in Italia è più distopico l'ultimo rapporto Censis. Montag, il protagonista del romanzo, troverà un gruppo di cittadini che hanno inventato un modo di resistere, imparare i libri a memoria tanto da identificarsi con essi: «Voglio presentarti Jonathan Swift, autore di quel malvagio libro politico, I Viaggi di Gulliver! E quest'altro è Charles Darwin, e questo è Schopenhauer, e questo è Einstein. Qui ci siamo tutti, Montag: Aristofane, Gandhi, Buddha, Confucio. Siamo anche Matteo, Marco, Luca e Giovanni... Trasmetteremo i libri ai nostri figli, oralmente, e lasceremo loro il compito di fare altrettanto coi loro discendenti. Naturalmente molte cose andranno perdute con questo sistema. Ma non puoi obbligare la gente ad ascoltare, se non vuole. Dovrà tuttavia venire a noi a suo tempo, chiedendosi che cosa esattamente sia accaduto e perché il mondo sia scoppiato in aria sotto il suo governo». 

Che cosa fa scoppiare il mondo e che cosa invece lo salva? È una idea, anche questa frutto di questi anni di esperienza, per la lettura a scuola: non fare i libri «a brani» ma incarnarli. E allora ben vengano i libri-mondo, impegnativi e necessari, come la Bibbia, l'Odissea, l'Eneide... e non per ragioni identitarie ma perché offrono le parole per dire tutto, per definire noi stessi e quindi raccontarci agli altri. Senza parole precise siamo in balia di Babele: il potere e la guerra. 

Per questo propongo ore di lettura per tutto il percorso scolastico, con persone capaci di interpretare i libri ad alta voce, Maestri di Lettura con qualifica drammaturgica. Due ore a settimana, ad alta voce, per 13 anni di scuola (750 ore di lettura per 30 pagine l'ora) regalerebbero ai nostri studenti quasi 25.000 pagine (50 libri da 500 pagine, 3 libri essenziali all'anno), senza interrogazioni, solo ascolto, qualche brano da imparare a memoria e domande dei ragazzi, perché i testi non siano pre-testi, ma messa a fuoco delle parole meglio dette sul mondo. 

Grazie a questa «scuola di lettura e di scrittura» forse avremmo più studenti che, come una bambina con la scacchiera, preferirebbero la libertà alle dipendenze, la verità alla sottomissione. E questo non è di destra, né di sinistra. È oltre: è umano. 

 

 Alzogliocchiversoilcielo