sabato 18 luglio 2026

GOVERNARE GLI IMPULSI

 


Il popolo può 

farsi giustizia? 


No, è necessario

 governare gli impulsi



di Paolo Borgna

Il confronto tra legge e sentimento comune non può pendere da una sola parte. I responsabili della politica che eccitano ed esaltano gli stati d'animo più profondi non rendono un buon servizio alla democrazia e scelgono la via della propaganda

Da sempre la giustizia è una lotta continua tra legge e mores , tra diritto e costumi. Da alcuni decenni tra questi due contendenti si è prepotentemente inserito un terzo giocatore: la propaganda. Diciamo subito che, per i magistrati chiamati ad applicare la legge – nel caso dell’orefice Roggero – non c’era soluzione diversa da quella seguita dalla sentenza. Anche la più generosa applicazione della norma scritta non consentiva alcun riconoscimento della legittima difesa e neppure dell’eccesso colposo nella legittima difesa. Le immagini delle telecamere esterne all’oreficeria di Gallo Grinzane, che ci sono state proposte decine di migliaia di volte dai telegiornali, parlano chiaro e sono implacabili: un uomo armato insegue, fuori dal suo negozio, tre rapinatori in fuga e spara loro alla schiena. Ne uccide due e colpisce il terzo che già sta salendo sull’auto e si salverà. Tornando sui suoi passi, l’orefice dà un calcio a uno degli uomini che giace a terra.

Una sentenza che avesse assolto lo sparatore avrebbe violato la legge. Verrebbe da dire: sarebbe stata una sentenza eversiva. Ma poi ci sono i mores. Il sentimento popolare di pietas verso un uomo che, in passato, aveva subito altre rapine (nel corso delle quali la moglie era stata minacciata), senza mai ottenere piena giustizia; lo scatto rabbioso di “dare una lezione” a chi non solo aveva aggredito i suoi beni ma aveva invaso la sua sfera personale e familiare; il senso di abbandono da parte dello Stato, verso cui rinunciamo all’idea di farci giustizia da soli avendo però in cambio la promessa che sarà lo Stato a garantire la nostra sicurezza; la pena verso un signore ultrasettantenne che deve entrare in carcere. Sono umori profondi, che ognuno di noi, anche se non li condivide, può in tutto o in parte comprendere (o sforzarsi di comprendere). L’ampio riconoscimento delle attenuanti concesse a Ruggero si è fatto carico di queste ragioni di pietas. Ma il confronto tra legge e sentimento del popolo non può pendere unicamente verso la “giustizia del popolo”. Da sempre è così: il “popolo che fa giustizia” mandò sulla croce Gesù e salvò Barabba. I giudici chiamati ad applicare la legge devono saper resistere ai richiami della piazza del momento. Se fosse diversamente, avremmo la giungla.

Gli effetti di una sentenza pur tecnicamente giusta possono essere mitigati dall’applicazione della grazia. Ma l’esercizio di questo potere deve essere lasciato alla suprema solitudine del suo titolare: il presidente della Repubblica. Che non può essere turbato dalla suggestione della folla in tumulto. I responsabili della politica che eccitano ed esaltano gli impulsi più profondi del loro popolo – anziché interpretarli e incanalarli su strade istituzionalmente percorribili – non rendono un buon servizio alla democrazia. Fanno propaganda, che non è mai amica della giustizia. Seminano vento. Rischiano di raccogliere tempesta.

www.avvenire.it

 Immagine

 

Nessun commento:

Posta un commento