farsi giustizia?
No, è necessario
governare gli impulsi
di Paolo Borgna
Il confronto tra legge e
sentimento comune non può pendere da una sola parte. I responsabili della
politica che eccitano ed esaltano gli stati d'animo più profondi non rendono un
buon servizio alla democrazia e scelgono la via della propaganda
Da sempre la giustizia è
una lotta continua tra legge e mores , tra diritto e costumi.
Da alcuni decenni tra questi due contendenti si è prepotentemente inserito un
terzo giocatore: la propaganda. Diciamo subito che, per i magistrati chiamati
ad applicare la legge – nel caso dell’orefice Roggero – non c’era soluzione
diversa da quella seguita dalla sentenza. Anche la più generosa applicazione
della norma scritta non consentiva alcun riconoscimento della legittima difesa
e neppure dell’eccesso colposo nella legittima difesa. Le immagini delle
telecamere esterne all’oreficeria di Gallo Grinzane, che ci sono state proposte
decine di migliaia di volte dai telegiornali, parlano chiaro e sono
implacabili: un uomo armato insegue, fuori dal suo negozio, tre rapinatori in
fuga e spara loro alla schiena. Ne uccide due e colpisce il terzo che già sta
salendo sull’auto e si salverà. Tornando sui suoi passi, l’orefice dà un calcio
a uno degli uomini che giace a terra.
Una sentenza che avesse
assolto lo sparatore avrebbe violato la legge. Verrebbe da dire: sarebbe stata
una sentenza eversiva. Ma poi ci sono i mores. Il sentimento
popolare di pietas verso un uomo che, in passato, aveva subito
altre rapine (nel corso delle quali la moglie era stata minacciata), senza mai
ottenere piena giustizia; lo scatto rabbioso di “dare una lezione” a chi non
solo aveva aggredito i suoi beni ma aveva invaso la sua sfera personale e
familiare; il senso di abbandono da parte dello Stato, verso cui rinunciamo
all’idea di farci giustizia da soli avendo però in cambio la promessa che sarà
lo Stato a garantire la nostra sicurezza; la pena verso un signore ultrasettantenne
che deve entrare in carcere. Sono umori profondi, che ognuno di noi, anche se
non li condivide, può in tutto o in parte comprendere (o sforzarsi di
comprendere). L’ampio riconoscimento delle attenuanti concesse a Ruggero si è
fatto carico di queste ragioni di pietas. Ma il confronto tra legge
e sentimento del popolo non può pendere unicamente verso la “giustizia del
popolo”. Da sempre è così: il “popolo che fa giustizia” mandò sulla croce Gesù
e salvò Barabba. I giudici chiamati ad applicare la legge devono saper resistere
ai richiami della piazza del momento. Se fosse diversamente, avremmo la
giungla.
Gli effetti di una
sentenza pur tecnicamente giusta possono essere mitigati dall’applicazione
della grazia. Ma l’esercizio di questo potere deve essere lasciato alla suprema
solitudine del suo titolare: il presidente della Repubblica. Che non può essere
turbato dalla suggestione della folla in tumulto. I responsabili della politica
che eccitano ed esaltano gli impulsi più profondi del loro popolo – anziché
interpretarli e incanalarli su strade istituzionalmente percorribili – non
rendono un buon servizio alla democrazia. Fanno propaganda, che non è mai amica
della giustizia. Seminano vento. Rischiano di raccogliere tempesta.
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