Visualizzazione post con etichetta spiritualità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta spiritualità. Mostra tutti i post

sabato 11 luglio 2026

CUI PRODEST ?

 


 'Se tutto finisce, 

per cosa 

vale la pena vivere?'

-di Laura Cappellazzo

Paolo Scquizzato è docente di Antropologia teologica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si occupa di formazione spirituale, meditazione silenziosa (è fondatore della Scuola Diffusa del Silenzio) ed è guida biblica in Palestina. Propone percorsi di spiritualità in dialogo con la cultura contemporanea ed ha conseguito anche un Master in Meditazione e Neuroscienza presso l’Università di Udine. È autore di numerosi testi di spiritualità, tra cui Se non lo cerchi lo trovi. Introduzione alla meditazione silenziosa (Ed. Paoline, 2025) e Trasformazione. Tu sei ciò che cerchi (Ed. Paoline, 2026). 

 Abbiamo incontrato Paolo Scquizzato all’interno dell’evento del Festival Biblico 2026, tenutosi a Conegliano (TV) dal titolo “Il potere del limite”. In questa sede Scquizzato ha guidato un’intensa meditazione sul libro del Qoelet, portando i presenti a riflettere sulla domanda ultima che il limite pone ad ogni persona: se tutto finisce e tutto passa, per cosa vale la pena vivere? 

 Laura Cappellazzo – Partiamo proprio dalla domanda che lei ha posto ai partecipanti alla sua meditazione: ma se tutto passa e tutto finisce allora, per cosa vale la pena vivere? 

Paolo Scquizzato – Questa non è una domanda, questa è LA domanda e personalmente, è anche la domanda che mi sta accompagnando in questa fase della mia vita. Il rischio per noi che viviamo in Occidente è pensare che siamo ciò che abbiamo: riteniamo che la nostra identità sia determinata dal nostro corpo, dalle nostre passioni e dalle emozioni. Pensiamo di essere ciò che possediamo: i nostri titoli, i beni, la professione, ma anche il partner, per questo sentiamo dire per esempio: “Se perdo te, perdo il mio mondo, perdo tutto”. 

 Le tradizioni spirituali invece ci dicono che c’è un’essenza in noi: siamo esseri divini che si stanno manifestando attraverso della materia contingente. Io lo chiamo essere divino, Faggin la chiama coscienza, qualcun altro la definisce energia, o anima, o ancora per la filosofia induista è atman, che significa essenza o soffio vitale. Insomma noi siamo qualcosa di profondo che non è mai nato e non morirà mai, quindi noi attualmente stiamo vivendo una vita che è una manifestazione di questo qualcosa, di questo sé autentico. 

 Ecco, questo è importantissimo, perché se lo capissimo davvero, se io lo capissi profondamente, si calmerebbe la mia paura. Perché abbiamo paura? Noi abbiamo paura di perdere ciò che abbiamo. Proviamo dolore quando tentiamo di far diventare eterno qualcosa che non lo è. E invece, semplicemente tu sei e se tu sei, se ti percepisci dentro a questo flusso eterno, non hai più paura perché se colpirà la morte, cosa colpirà? Colpirà la forma di manifestazione di questo essere. Tu puoi perdere solo ciò che hai, non ciò che sei. Gesù è stato maestro anche in questo quando dice a chi lo perseguitava: “Voi colpirete questo corpo, ma nessuno mi porterà via ciò che sono”. 

 LC – Lei incontra molte persone, non solo agli incontri o alle meditazioni, ma anche grazie alla Scuola del Silenzio e alla formazione che offre. La prima domanda banale potrebbe essere: ma davvero ci sono persone oggi, che vogliono intraprendere un cammino spirituale? Invece le chiedo: chi sono le persone che cercano queste esperienze, che si mettono alla ricerca della propria interiorità? Quali sono le istanze che portano? 

PS – Sembra incredibile da dirsi ma ci sono sempre più persone in realtà che cercano questi spazi e questi percorsi. Io credo che siamo in un momento di grande crisi religiosa; questo lo dice anche la sociologia, non solo io: nel cattolicesimo per esempio la frequenza attiva arriva ad un 2, forse 3 per cento. Le religioni a mio avviso hanno terminato la loro funzione; non dico che abbiamo fallito ma che adesso stiamo compiendo un passaggio di soglia. 

 Le persone sono più che mai alla ricerca; hanno abbandonato la religione perché la religione non da più risposte. O meglio, se ci pensiamo, nel cattolicesimo per esempio la Chiesa da una risposta su tutto: dalla nascita, alla morte, fino al dopo morte. È come se fosse già tutto stabilito e quindi chiuso, fermo. Ma le persone non possono stare in un contesto così rigidamente concluso perché la vita non è così, e infatti chi si avvicina alla mia scuola cerca esperienze spirituali. 

 La religione è quell’istanza che ti dice che arrivi al Cielo tramite delle pratiche. La spiritualità invece è un percorso personale di consapevolezza che ti dice che tu sei già cielo, non hai bisogno di scoprirlo perché lo sei già; non hai bisogno di metterti in contatto con un Divino perché sei già natura divina. La spiritualità oggi, la mistica è estremamente importante, in questo passaggio che stiamo vivendo. Noi dovremmo aiutare le persone a fare esperienza della loro natura autentica, del loro essere divini che si sta manifestando in un corpo, in una materia. Va da sé che un’esperienza di questo tipo toglie quella di un dio capriccioso che vive in un cielo lontano, che da o non da la grazia, l’aiuto o la consolazione in base a qualcosa che fai o non fai. Come dice Bonhoffer: l’umanità è finalmente diventata adulta dal punto di vista spirituale. 

 LC – L’umanità è diventata adulta, lei dice. Ma come sta l’umanità in senso di esistenza, osservandola da un punto di vista globale? 

PS – L’umanità sta facendo un cammino di adultità dal punto di vista spirituale. Questa umanità però credo sia terrorizzata, impaurita e quando uno è impaurito si attacca a tutto. È un po’ l“homo homini lupus” di Hobbes, o detta più semplice “un si salvi chi può” generale. Tutta questa cattiveria, questa violenza, è sintomo di una grande paura che nasce dall’ignoranza. Io credo fermamente ciò che ci porta la filosofia orientale, ovvero che il peccato vero non è il peccatuccio della morale cristiana, ma è l’ignoranza: noi non sappiamo più chi siamo. 

 Nel momento in cui sono sai più chi sei, allora ti illudi di trovare un’identità nel potere, inteso come avere e successo ed è per questo che il potere è diventato fondamentale: per avere potere, successo, fama siamo disposti a tutto. Abbiamo confuso l’essere con l’avere, ed è per questo che abbiamo paura, perché abbiamo paura di perdere tutto. Ecco che se invece intraprendi un cammino spirituale e conosci chi sei profondamente, la natura divina che è in te, non hai più paura; l’altro non è più una minaccia ma diventa un essere con cui entrare in relazione. 

 LC – Qualcuno di molto potente nel senso da lei descritto, ha detto “L’unico mio limite è la mia moralità”. Quanto è pericolosa questa frase? 

PS – Il presidente Trump, ma come lui molti altri leader mondiali in questo momento, sono l’esempio di quanto stiamo dicendo: quando confondi l’essere con l’avere, tu diventi tutto il mondo e tutto il mondo viene filtrato attraverso il tuo ego. Il tuo ego diventa criterio della tua moralità, delle tue azioni e relazioni. 

 Invece se si approfondisce la propria spiritualità, si capisce che è proprio il rinnegare se stessi, il rinnegare l’ego, il far cadere il proprio punto di vista assoluto, che ti porta all’essenza della tua umanità. Nel momento in cui fai questo, entri in contatto con il tuo spirito e capisci che è lo stesso spirito che accomuna tutti ed è lì che inizia la vera relazione. 

 LC – Lei dice che il cammino spirituale è mettersi alla ricerca della natura divina che è in noi e che c’è un aumento di persone che iniziano questo percorso. Mi viene in mente che in effetti anche il mercato lo sa e lo conferma, perché negli ultimi anni a partire dal covid, c’è stata una fioritura di siti, profili social e persino app che propongono percorsi di meditazione a pagamento. Mi verrebbe da affermare che siamo riusciti a monetizzare anche la spiritualità ma non solo, spesso questi percorsi non ci mettono alla ricerca della natura divina che è in noi, ma ci dicono che noi siamo Dio, che noi siamo un dio che tutto può, che ha tutto a disposizione, che volere è potere. Che impressione ha di questo? 

PS – Penso che effettivamente esistano tanti mercanti della spiritualità, come sono esistiti i mercanti della religione. È necessario trovare i maestri, non i mercanti. 

 D’altra parte però penso che non dobbiamo diventare radicali e integralisti, che è altrettanto un rischio: a volte persone che aprono un’applicazione e trovano qualcuno di improbabile, poi magari scoprono lo stesso qualcosa di profondo. Ecco io credo che davvero possano esserci occasioni buone anche se non sembra, forse la Luce passa anche da lì; un po’ come dice la filosofia dello Yin e Yang: dove c’è il nero c’è il bianco, dove c’è la notte c’è il giorno. 

 La realtà è molto complessa, dobbiamo stare attenti a non diventare presuntuosi e superbi anche nella vita spirituale. 

 Alzogliocchiversoilcielo

Immagine 

 

venerdì 10 luglio 2026

SPIRITUALITA' E ATEISMO

 

«Serve una spiritualità cristiana vigorosa capace di dialogare con l’ateismo di oggi»




La riflessione di Giuseppe Di Biasi

Lettura meno di un minuto.

 Gentile Direttore,

Civiltà Cattolica, nel suo ultimo numero, propone una riflessione su come vivere la fede cristiana in tempi di ateismo. «Gli esseri umani hanno imparato a vivere senza Dio». Il Dio tradizionale, invocato nei momenti di bisogno, non si concilia più con un mondo dominato da scienza e tecnica.

L’uomo ha voltato le spalle a Dio, sostituendolo con idoli moderni fatti di consumo, divertimento e autoaffermazione. Ma la fede non è un’idea astratta: è un richiamo di Dio. Credere significa attraversare la notte dell’assenza di Dio, restando aperti anche quando “brilla per la sua assenza”.

Interessante la distinzione tra “uomo religioso” e credente: il primo cerca un’energia impersonale che rassicuri; il secondo risponde a un Dio che si presenta come relazione viva e che lo invita a mettersi in gioco nella realtà concreta.

In questo dialogo con chi non crede, risuona una parola antica e sorprendentemente attuale: «L’uomo non può vedere il volto di Dio» (Es 33,20). È un riconoscimento del limite umano, un punto di incontro: la fede nasce proprio dentro questa difficoltà, non contro di essa.

Serve, dunque, una spiritualità cristiana vigorosa, capace di dialogare con l’ateismo contemporaneo.

Una fede che non chiude gli occhi alla realtà, ma che guarda in faccia il mondo e non si tira indietro.

Il Cittadino Il Cittadino - Lodi

 

 

venerdì 9 gennaio 2026

IRC - LIBERTA' E INCONTRO

 


CEI: l'insegnamento della religione è spazio di libertà e incontro

 

La Conferenza episcopale italiana invia un messaggio alle famiglie in vista dell'anno scolastico 2026/2027: scegliendo di frequentare questa disciplina si ottiene una "bussola per orientarsi nel mare agitato della vita"

 

Vatican News

 Non un adempimento formale, ma «una significativa occasione educativa». Così viene inquadrata la scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (Irc) in un messaggio rivolto alle famiglie dalla presidenza della Conferenza episcopale italiana in vista dell’anno scolastico 2026/2027. «Da molti anni — viene sottolineato — oltre l’80% degli studenti italiani decide di frequentare questa disciplina, segnando la sua costante presenza nel panorama scolastico come uno spazio di libertà, di dialogo, di responsabilità, in cui la scuola incontra e sostiene il percorso di crescita personale e culturale di ciascuno».

I legami e la cultura

Come ricordava papa Leone XIV ai giovani riuniti nella spianata di Tor Vergata nell’agosto scorso, «la nostra vita inizia grazie a un legame ed è attraverso legami che noi cresciamo. In questo processo, la cultura svolge un ruolo fondamentale». L’Irc, si legge nel messaggio della Cei, «rappresenta proprio questo: un laboratorio di cultura e di umanità dove si impara a decifrare il codice culturale che ha plasmato la nostra storia e a sviluppare uno sguardo critico e costruttivo, prendendo sul serio quel desiderio infinito di pienezza che grida nel cuore umano». L’Irc offre uno spazio per riscoprire l’integralità dell’essere umano, che — come indicato dal Papa — «non è un sistema di algoritmi: è creatura, relazione, mistero».

Un'educazione che include

Finalità dell’Irc, secondo la Cei, «è sviluppare quella intelligenza spirituale che permette di muoversi con rispetto e saggezza nel panorama contemporaneo, anche nell’incontro con le diverse tradizioni religiose, imparando a riconoscere i valori comuni e a dialogare costruttivamente con tutti». L’Irc offre «una bussola per orientarsi nel mare agitato della vita» e cogliendo questa opportunità si può «favorire un’educazione che include, che interroga, che apre al bene comune e alla libertà. Dove ogni volto, ogni storia e ogni ricerca trovano posto».

 

MESSAGGIO DELLA CEI     

con preghiera di diffusione: famiglie e studenti





 

 

giovedì 18 settembre 2025

LA BAMBINA CHE VOLA


 "La bambina che vola. Non avrai altro Dio all'infuori di me
è un libro di Dacia Maraini, il primo della serie I dieci comandamenti, 
pubblicato da Rizzoli Libri nel 2025. 

L'opera narra la storia di Sara, un'artigiana del legno che, dopo l'abbandono del marito, trova nella sua insonnia il conforto di una misteriosa bambina con le ali. 

Questa creatura, che ricorda le figure di Modigliani, le racconta storie bibliche, reinterpretandole come riflessioni sulla fede, la spiritualità, l'amore e la verità interiore. Il libro rilegge il primo comandamento in chiave di ascolto della propria interiorità, trasformando la figura di Sara da vittima a protagonista della propria vita. 

Contenuto e temi
  • La protagonista
    Una donna di mezza età, Sara, che lavora il legno, e che è abbandonata dal marito. 
  • La bambina volante
    Una creatura eterea con ali, che appare nei sogni di Sara. 
  • Il significato del primo comandamento
    Le storie narrate dalla bambina trasformano il comandamento "Non avrai altro Dio all'infuori di me" in un invito all'ascolto di sé e del proprio mondo interiore. 
  • La fede e la spiritualità
    La narrazione affronta la fede in modo poetico e profondo, mescolando realtà e immaginazione per restituire un senso alla vita di Sara. 
  • La libertà interiore
    Il libro è una fiaba sulla libertà interiore e la consapevolezza di sé, che invita a dedicarsi alla lettura per riflettere e andare in profondità. 
Dettagli del libro 
  • AutriceDacia Maraini.
  • Collana"I dieci comandamenti".
  • EditoreRizzoli Libri.
  • Anno di pubblicazione2025.

sabato 5 luglio 2025

L'INGANNO DELLA POTENZA


 Ragione strumentale 

e spiritualità

 

di MAURO MAGATTI

 Di fronte alla diffusione della guerra come metodo per risolvere le controversie politiche, al riscaldamento globale che minaccia le condizioni stesse della vita sul pianeta, alle ingiustizie clamorose che scavano abissi tra privilegiati ed esclusi, all’odio verso lo straniero e il diverso che fa crescere razzismo e xenofobia, la tentazione della rassegnazione è forte.

Disorientati e stanchi, siamo spinti ad abbassare lo sguardo, pensando che tutto questo sia ormai inevitabile, quasi scritto in un destino ineluttabile della storia.

Si tratta di un inganno: perché accettare passivamente la violenza, l’ingiustizia e la distruzione significa rinunciare a ciò che ci rende umani, ossia la capacità di reagire, di immaginare alternative, di costruire un mondo diverso.

Eppure, la domanda resta: come è possibile che società così avanzate – dotate di conoscenze scientifiche straordinarie, di capacità tecnologiche mai viste prima, di risorse economiche enormi, di un patrimonio culturale immenso – rivelino tratti tanto arcaici?

Com’è possibile che, mentre inviamo sonde su Marte e decifriamo il genoma umano, la guerra di trincea torni a insanguinare l’Europa, le carestie continuino a devastare interi continenti, le persone muoiano di fame e sete alle porte di città opulente, e si erigano muri contro chi scappa da guerre e disastri?

Questa contraddizione - tra il livello raggiunto dalle nostre società e la brutalità di tante nostre azioni - è uno degli scandali più grandi del nostro tempo. E ci dice qualcosa di importante: che la civiltà non è solo una questione di tecniche e ricchezze. La civiltà è una questione di visione, valori, relazioni. Si può possedere la tecnica più sofisticata e usarla per distruggere; si può accumulare ricchezza senza alcun rispetto per chi resta indietro; si può avere accesso a infinite informazioni senza diventare più saggi. Non basta, dunque, la crescita economica a salvare il mondo, né basta la tecnologia. E se la storia recente ci ha insegnato qualcosa, è proprio questo: che le meraviglie della scienza e dell’economia possono convivere con l’abisso morale, possono addirittura alimentarlo, quando non sono guidate da un’idea più alta di umanità.

Di fronte a questa amara consapevolezza, non ne deriva necessariamente rassegnazione. Al contrario, è possibile leggere in mezzo ai tanti disastri un messaggio di speranza. Proprio questo tempo, segnato da ferite profonde, ci sollecita a un cambiamento più radicale: il superamento di visioni dualiste che separano la ragione strumentale dalla saggezza spirituale. Per troppo tempo abbiamo coltivato l’illusione che bastasse “sapere come fare” - come produrre, come dominare la natura, come vincere la concorrenza - dimenticando di chiederci “perché farlo” e “a che scopo”. La ragione strumentale, che è il cuore della modernità, ci ha permesso di conquistare il mondo esterno, ma ci rende ciechi al mondo interno, al senso delle cose, alla qualità delle relazioni, alla responsabilità verso il futuro. Proprio la separazione tra sapere tecnico e saggezza morale è alla radice delle nostre contraddizioni. È ciò che ci ha permesso di sviluppare tecnologie capaci di migliorare la vita di molti, ma anche di distruggere ecosistemi e società. Di alimentare un’economia che crea ricchezza per pochi abbandonando masse di persone nella miseria. Di trattare la terra come una macchina da sfruttare anziché come una casa comune da custodire.

Superare questa frattura significa riscoprire la nostra umanità più profonda, quella che non si accontenta di calcoli utilitaristici ma sa riconoscere a far vivere valori e significati. Significa rimettere insieme la ragione che efficientata e la saggezza che orienta, la capacità di innovare e la capacità di prendersi cura. Significa, in definitiva, ricomporre ciò che abbiamo spezzato: l’unità tra il pensare e il sentire, tra l’individuo e la comunità, tra l’essere umano e la terra.

Questa la via che siamo chiamati a percorrere, ancora di più al tempo dell’Intelligenza Artificiale. In un mondo in cui le vecchie ricette non funzionano più, in cui la sola crescita economica non porta giustizia e la sola innovazione tecnologica non porta pace, ciò che più va coltivato è una cultura della responsabilità, della cura, della solidarietà. 

Ci sono dunque buone ragioni per non rassegnarci. È infatti nell’alleanza tra la lucidità della ragione e la profondità della saggezza spirituale che è possibile spezzare le catene della violenza, ridare equilibrio al pianeta, sanare le ingiustizie e accogliere l’altro come parte di noi. Non è un sogno ingenuo: è la sfida più concreta e necessaria che il nostro tempo ci affida. Sta a noi raccoglierla.

 www.avvenire.it

Immagine


 

 

sabato 10 maggio 2025

CERCARE DIO, LA SPIRITUALITA' AGOSTINIANA


I tratti fondamentali

 della 

spiritualità agostiniana


-Di Antonio Tarallo


“Sono figlio di sant'Agostino”, così si è presentato Papa Leone XIV ai fedeli riuniti in piazza San Pietro. Una frase che rende omaggio al percorso spirituale che ha segnato Prevost, religioso agostiniano.
 Era il primo settembre del 1977 quando Prevost a Saint Louis entrò nel noviziato dell'Ordine di Sant'Agostino (provincia di Nostra Signora del Buon Consiglio di Chicago). Emetterà la prima professione il 2 settembre del 1978. Il 29 agosto 1981 pronuncia i voti solenni. Un cammino, dunque, che inizia con sant'Agostino, il vescovo di Ippona, il famoso autore de “Le Confessioni”. 

Agostino, ossia la ricerca dell'interiorità. Del dialogo con Dio. Agostino e la spiritualità dell'ordine: un binomio inscindibile. Ma di quale interiorità si tratta? Non certamente di fuga dalla realtà, ma radice della stessa vita, nell'ascolto del Maestro interiore: lo Spirito Santo. Un Dio che sta dentro di noi, più intimo dell'intimità stessa. Un'anima che si domanda, si chiede, riflette e cerca. E' il verbo “cercare” un altro punto fondamentale: Dio pone interrogativi all'uomo e lo sprona alla ricerca. E nodo centrale nella vita di ognuno rimane l'amore: “Ciascuno vive secondo quello che ama”, così scrive il vescovo santo d'Ippona nel suo “La Trinità”. 

Un amore che si “espande” e si dirige verso il prossimo. Verso la Chiesa, espressione di Cristo: Chiesa, suo corpo, madre dei cristiani e depositaria della verità rivelata. Nella Chiesa "siamo diventati Cristo. Perché se egli è il Capo, noi siamo le membra", perché "il Cristo totale è capo e corpo". Parole di sant'Agostino. 

La vita del cristiano. Come si realizza? Agostino riesce a rispondere a questo fondamentale quesito ponendo la fraternità, la comunione con gli altri, al primo posto. E' un percorso che si fa assieme. Itinerario che porta alla costruzione di ciò che Agostino chiamerà la “Città di Dio”. È possibile costruirla? Certo, risponde la spiritualità agostiniana, perché tutti gli uomini sono rivolti al bene. Solo quando facciamo del bene, allora, siamo liberi: "Non temete il servizio del Signore. [...] Nella casa del Signore libera è la schiavitù. Libera, perché il servizio non l'impone la necessità ma la carità. [...] La carità ti renda servo, come la verità ti ha fatto libero".  

La spiritualità agostiniana potrebbe essere riassunta in queste parole chiave: interiorità, preghiera, ricerca di Dio, correzione fraterna, bene comune, unità in Cristo e grazia. Temi o parole chiave che, molto probabilmente, ritroveremo durante tutto il pontificato di papa Leone XIV.

L'ordine agostiniano è un istituto religioso di diritto pontificio fondato nel 1224. Nell'ultimo censimento (2008) l'ordine contava nel mondo 448 conventi e 2.769 religiosi. 

Aci Stampa

 Immagine

lunedì 5 maggio 2025

GIOVANI E SPERANZA


 La difficile speranza dei giovani italiani

 

Tra le nuove generazioni di italiani la speranza non è un sentimento molto diffuso. E lo è meno tra le donne rispetto agli uomini e tra chi abita nel Nord Est rispetto a chi vive nel Sud e nel Nord-Ovest. In generale, esprimono sentimenti di speranza nel futuro meno di un giovane italiano su due. D’altra parte, è evidente che le giovani e i giovani che percepiscono più speranza sperimentano un maggior benessere emotivo, sociale, e psicologico oltre a una maggiore soddisfazione di vita.

Sono alcuni tra i dati salienti di una originale ricerca sulla Speranza curata dai ricercatori dell’Università Cattolica per lOsservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, che ha esplorato il tema cui è dedicato il Giubileo 2025. “Università laboratorio di speranza” è anche il titolo della Giornata per l’Università Cattolica  celebrata domenica 4 maggio (www.giornatauniversitacattolica.it).

Diventa dunque di grande interesse indagare ciò che intendono i giovani per “speranza”, in cosa la fanno consistere, dove e come ne fanno esperienza.

Oltre alla serie di domande dirette al campione, la ricerca utilizza una misurazione della speranza più articolata come la Scala integrata della Speranza, basata su quattro componenti: la percezione di Controllo e la competenza personale nel plasmare il proprio futuro (?Personal Mastery); la percezione di avere Supporto dagli altri; la Fiducia in sé e negli altri; la Spiritualità.

La componente che presenta punteggi medi più elevati è il Supporto, seguito dal Personal Mastery, dalla Fiducia e infine, dalla Spiritualità. Le prime due componenti mostrano un punteggio medio-alto, le ultime due medio -basso

Ma cosa determina la speranza nei giovani? Dalle analisi emerge che la speranza è determinata soprattutto dall’aver trovato un significato al vivere, a seguire dalla soddisfazione dei bisogni psicologici di base (sentirsi competenti, sentirsi autonomi e sentire di avere relazioni significative), dalla religiosità e dalla ricerca di significato. 

Alcuni dati specifici dell’indagine

AREA GEOGRAFICA: Se consideriamo il sentirsi speranzoso/a in relazione all’area di residenza emerge che i più speranzosi sono le giovani e i giovani del Nord-Ovest, anche se le variazioni sono di pochissimi punti%: le giovani e i giovani che si dichiarano molto o moltissimo speranzosi sono il 47,6% nel Nord-Ovest, il 44% nel Nord -Est, il 45% al Centro e il 46,2% al Sud e isole.

Se consideriamo le componenti della Speranza vedremo che il Nord-Ovest registra valori superiori in Fiducia rispetto al Sud e alle Isole (punteggi medi: Nord- Ovest: 2.94 – Sud e isole: 2.60; range della scala 1-5) mentre quest’ultima area si distingue per un livello di Spiritualità superiore rispetto al Centro e al Nord-Ovest (punteggi medi Sud e Isole: 2.76 – Nord-Ovest: 2.58; Centro: 2.54; range della scala: 1-5).

CONDIZIONE LAVORATIVA: Si riscontrano differenze statisticamente significative in Personal Mastery, Supporto e Spiritualità tra chi lavora e chi non lavora: i lavoratori mostrano punteggi medi superiori rispetto a chi non lavora.

BENESSERE: Chi ha livelli più alti di speranza riporta un maggior benessere emotivo, sociale, e psicologico oltre a una maggiore soddisfazione di vita rispetto a chi ha livelli più bassi di speranza.

VOLONTARIATO: La speranza – nello specifico le componenti di Personal Mastery, Supporto e Spiritualità – risulta più elevata tra coloro che attualmente svolgono attività di volontariato – sia continuativa sia saltuaria – rispetto a chi non l’ha mai praticato e rispetto a chi lo ha fatto solo in passato.

Il commento di Elena Marta, professore ordinario di Psicologia sociale e di comunità all’Università Cattolica

“Colpisce il fatto che circa metà dei giovani, e soprattutto delle giovani, nutrano poca speranza proprio in una fase della vita che dovrebbe essere ricca di progettualità, sogni, voglia di futuro. Anche perché i dati ce lo mostrano chiaramente: avere speranza impatta sul benessere e sulla qualità della vita in generale. È interessante come questi, e altri dati che stiamo elaborando, mostrino una stretta relazione tra speranza e possibilità di dare un senso al vivere. In questi momenti carichi di ansia e preoccupazione, la speranza offre la possibilità di ritrovare un orizzonte di senso e con questo un orizzonte di futuro, la possibilità non solo di sopravvivere agli affanni quotidiani, ma di fare un’esperienza di vita piena, per sé e per gli altri, dove anche l’impegno civico e solidale trova spazio e offre categorie di senso. È quindi importante offrire ai giovani luoghi intergenerazionali di ricostruzione di senso del vivere, di trame di fiducia e di speranza”.

Nota metodologica

La ricerca è stata condotta tra il 17 febbraio e il 3 marzo 2025 presso un campione di 2001 giovani italiani tra i 18 e i 34 anni secondo quote rappresentative di genere, età, titolo di studio, condizione lavorativa e area geografica di residenza. Le interviste sono state effettuate tramite metodologia CAWI (Computer Assisted Web Interview).

È stata realizzata da Ipsos per l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo, ente fondatore dell’Università Cattolica, con il sostegno di Fondazione Cariplo e condotta dai docenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: Elena Marta, professore ordinario di Psicologia sociale e di comunità, Daniela Marzana, professore associato di Psicologia sociale e di comunità e Adriano Mauro Ellena, assegnista di ricerca in Psicologia sociale e di Comunità.

 

Istituto Toniolo