domenica 25 ottobre 2026
GIOVANI SENZA GIOIA
mercoledì 16 settembre 2026
VIETARE LA GIOIA?
la gioia?'
Ricordo
alcune ricreazioni, ma una su tutte. In un giorno dell'ultimo anno di liceo la
campanella annunciò l'intervallo, ma il professore di italiano mi chiese di
rimanere.
Che avevo combinato?
Dalla sua borsa di un marrone frusto estrasse un volume vissuto: «Il mio libro
di poesie preferito, me lo ridai fra due settimane». Era la risposta alla
domanda che gli avevo posto giorni prima.
A una domanda sulla sua
vita, con la sua vita mi rispondeva. Lui uscì, e miracolo fu: rimasi in classe.
Non per un ripasso in extremis, ma per Friederich Hölderlin. I versi erano difficili come una
scalata, ma che aria lassù, che luce, che silenzio, che vista! Quell'atto di
fiducia e di sfida mi ri-creò: in quattordici giorni (qualcuno in più, ma fui
richiamato all'ordine) mi crebbe l'anima. Cresce come un albero: nel silenzio,
più sprofonda più si innalza. Sono le radici a farci ombra e a dare
frutti.
Mi colpirono le note
personali del professore, sui margini bianchi. Colsi che i libri si leggono con
la matita, per rispondere con la vita ai visitatori venuti dall'eternità a
riposare da noi. Con il tempo ho capito che eros si era acceso: volevo contagiare
quella gioia, passare il testimone della bellezza. Avrei fatto lo stesso, sarei
stato un maestro! Quella ri-creazione continua, custodita in tre versi che
allora lessi come un dono e un compito: «Invano nascondiamo il cuore nel
petto,/ invano freniamo il nostro coraggio,/ maestri e giovani - chi può
impedirci, vietarci la gioia?» (Pane e vino).
mercoledì 9 settembre 2026
COME A RICREAZIONE
Chiamatelo pure intervallo.
Ma se le parole sono i confini del mondo, l’orizzonte vi si restringerà.
Intervallo, nella lingua
di costruttori che è il latino, era lo spazio tra (inter-) i pali (-vallum) di
una staccionata: un recinto da non valicare. Io uso «ricreazione» per la sua sconfinata audacia: il mondo fatto
da capo. Ri-creato.
Una bambina mi ha detto
che la ricreazione è la sua materia preferita. Divina rivoluzionaria, come
darti torto? Dio infatti «creò» cielo e terra. E noi? Il cellulare e la guerra. Non è poco? Nel mio dialetto
«arricriarsi» significa gioire, e infatti bramavamo la ricreazione come i
rematori stanchi il porto.
Fuori dai banchi corpo e
anima tornavano a unirsi: un pezzo di pizza e una cotta, una risata e una
lotta, una paura e un sogno, un ripasso e un bisogno...
La vita tutta in quindici
minuti di intensissimo qui e ora.
Per questo, dopo anni di
«Ultimo banco», ho voluto chiamare «La Ricreazione» questa nuova rubrica del
lunedì, il giorno in cui ricrearsi è un dovere: assumere il quotidiano non come
un sonnifero, ma come un risveglio. Viviamo nel migliore dei mondi «impossibili»,
ma lo dimentichiamo. Magari questa campanella ci darà la «stupefacenza» perduta,
impedendo a noia, paura e cinismo di diventare un’abitudine.
Ce ne staremo in
quest’angolo di pagina e di tempo, perché un fatto, un volto, una parola, o
anche solo una mela (come mostra Cézanne) possono bastare a ritrovare la gioia di vivere.
Come a ricreazione.
Alzogliocchiversoicielo
venerdì 28 agosto 2026
IL GIORNO PIU' BELLO
di Saro Trovato
Come si può trovare la
gioia? Scoprilo con “Il giorno più bello” di Madre Teresa di Calcutta discorso
poetico che tutti dovremmo fare nostro.
Il giorno più
bello di Madre Teresa di Calcutta è
un vero e proprio inno alla vita. Attraverso una struttura in versi concisa ed
efficace, la Premio Nobel per la Pace del 1979 offre le coordinate fondamentali
per affrontare l’esistenza nel migliore dei modi.
Si tratta di un autentico
“manuale d’istruzioni” per riscoprire il valore della felicità, dell’amore,
dell’altruismo e del rispetto verso gli altri.
Le riflessioni di Madre
Teresa non lasciano spazio all’ambiguità: si snodano attraverso una sequenza di
domande e risposte immediate e folgoranti, capaci di guidare chi legge verso un
approccio alla vita autenticamente virtuoso e consapevole.
Il giorno più bello è
un discorso poetico contenuto nel libro La matita di Dio.
Conversazioni con Madre Teresa di Calcutta di Borja Loma
Barrie, scrittore spagnolo che racconta il viaggio romanzato dell’incontro
di Ramon Basualdo, un giovane che vive una vita difficile, con la
grande “Missionaria della carità”.
In occasione
dell’anniversario della nascita di Madre Teresa di Calcutta (26 agosto 1910),
leggiamo questa poesia per apprezzarne i validi suggerimenti e cogliere il
suo pensiero.
Il giorno più bello di Madre Teresa
Il giorno più bello? Oggi.
L’ostacolo più grande? La paura.
La cosa più facile? Sbagliarsi.
L’errore più grande? Rinunciare.
La radice di tutti i mali? L’egoismo.
La distrazione migliore? Il lavoro.
La sconfitta peggiore? Lo scoraggiamento.
I migliori professionisti? I bambini.
Il primo bisogno? Comunicare.
La felicità più grande? Essere utili agli altri.
Il mistero più grande? La morte.
Il difetto peggiore? Il malumore.
La persona più pericolosa? Quella che mente.
Il sentimento più brutto? Il rancore.
Il regalo più bello? Il perdono.
Quello indispensabile? La famiglia.
La rotta migliore? La via giusta.
La sensazione più piacevole? La pace interiore.
L’accoglienza migliore? Il sorriso.
La miglior medicina? L’ottimismo.
La soddisfazione più grande? Il dovere compiuto.
La forza più grande? La fede.
Le persone più necessarie? I sacerdoti.
La cosa più bella del mondo? L’amore.
Il senso più alto dell’amore per sé stessi e per gli altri
Il giorno più bello è
la poesia
di Madre Teresa di Calcutta che offre una delle testimonianze più vive
di Madre Teresa di Calcutta: un testo che offre una visione profonda, sana e
costruttiva dell’esistenza. È il frutto dello sguardo lucido di chi ha toccato
con mano la sofferenza più estrema e ha scelto di consegnare ai più fortunati
una lezione di vita da custodire e imparare a memoria.
Madre Teresa è la figura
centrale di questa riflessione. Ci troviamo alla Casa del Moribondo a Calcutta,
sede della congregazione delle Missionarie della Carità. Qui la Premio Nobel
per la Pace era solita incontrare chiunque andasse a farle visita. Tra loro c’è
anche Ramón Basualdo – il giovane protagonista del racconto di Borja Loma
Barrie – fuggito dalla Spagna a causa di personali travagli interiori, che si
ritrova ad ascoltare in silenzio le parole della suora.
Le sue sono risposte
dense di saggezza e buonsenso. “Il giorno più bello? Oggi”, afferma senza
esitazione, ponendo immediatamente il presente al centro della sua riflessione.
Durante questi incontri,
Madre Teresa sembra anticipare le domande che ciascuno porta nel cuore. Ad ogni
quesito offre una risposta breve, immediata, di straordinaria intensità.
Nessuno la interrompe: la platea ascolta in assoluto silenzio perché intuisce
che lei conosce già le risposte che tutti vanno cercando. Sa che ogni essere
umano ha bisogno di serenità, pace e gioia per affrontare il cammino quotidiano
con il giusto spirito.
Le sue affermazioni sono
all’apparenza semplici, ma nella pratica quotidiana pochi riescono a farle
davvero proprie. L’egoismo, il malumore, lo scoraggiamento e la tentazione di
rinunciare finiscono spesso per condizionare il nostro modo di agire, facendo
sì che il giorno, fin dal suo inizio, perda quella bellezza che invece gli
spetterebbe di diritto.
La vera svolta nasce
dalla consapevolezza che il semplice fatto di svegliarsi al mattino è già il
privilegio più grande. Il mondo attorno a noi può rivelarsi straordinario, a
patto di sviluppare la disposizione d’animo necessaria per vederlo come tale. Una
donna che ha trascorso l’intera vita accanto alla malattia, alla miseria e alla
morte non poteva che considerare ogni singolo istante di vita come una fortuna
inestimabile.
Madre Teresa ci offre
così una poesia severa e dolce al tempo stesso: una guida pratica per vivere
meglio e per osservare la realtà da una prospettiva capovolta. Il suo pensiero
spinge a migliorarci sia nel rapporto con noi stessi sia nelle relazioni con
gli altri.
È proprio dall’intreccio
tra il valore del presente, l’apertura verso gli altri e la ricerca della pace
interiore che emerge il significato più universale del testo.
Il giorno più bello:
una lezione universale sull’amore per la vita di Madre Teresa
Al di là del suo valore
strettamente letterario, Il giorno più bello lascia al lettore un insegnamento
che supera la pagina scritta e riguarda direttamente il modo in cui scegliamo
di abitare la nostra esistenza. Dietro la semplicità delle domande e delle
risposte si nasconde infatti una visione precisa della vita: non qualcosa da
attendere passivamente, ma un’occasione che si rinnova ogni giorno e che
acquista significato attraverso le nostre scelte.
È proprio l’affermazione
iniziale, «Il giorno più bello? Oggi», a fornire la chiave di lettura
dell’intero testo. La bellezza dell’oggi non dipende dal fatto che la giornata
sia perfetta, priva di dolore o favorevole ai nostri desideri. Il presente è
prezioso perché è l’unico tempo sul quale possiamo realmente intervenire. Il
passato può essere ricordato, rimpianto o compreso; il futuro può essere
immaginato, temuto o progettato. Soltanto nell’oggi, però, possiamo agire.
In questa prospettiva,
vivere pienamente il presente non significa dimenticare ciò che è stato né
rinunciare a costruire ciò che verrà. Significa evitare che il rimpianto per
ieri o l’ansia per domani ci sottraggano alla vita che sta accadendo adesso.
È un invito a recuperare
il valore delle cose apparentemente più semplici: una parola pronunciata al
momento giusto, un gesto di attenzione, un lavoro portato a termine, una
persona ascoltata, un sorriso offerto senza aspettarsi nulla in cambio.
La forza del messaggio
sta anche nel fatto che la felicità non viene presentata come una conquista
esclusivamente individuale. Nel testo essa raggiunge la sua espressione più
alta nell’«essere utili agli altri». È un passaggio fondamentale, perché sposta
la ricerca della felicità dal possesso alla relazione. Non siamo felici
soltanto quando otteniamo qualcosa per noi stessi, ma anche quando percepiamo
che la nostra presenza può avere un significato nella vita di qualcun altro.
L’amore, allora, smette
di essere un sentimento astratto e diventa un modo concreto di stare nel mondo.
Amare significa accorgersi dell’altro, ascoltarlo, perdonarlo, accoglierlo e
riconoscerne il valore. In questa prospettiva anche il sorriso, apparentemente
il gesto più piccolo tra quelli evocati nel testo, assume un significato
particolare: è una forma elementare di apertura, il segnale che tra due persone
può ancora esistere uno spazio di incontro.
Ma Il giorno più bello
non propone una visione ingenuamente ottimistica dell’esistenza. Nel testo
compaiono la paura, l’errore, la sconfitta, lo scoraggiamento, la morte, il
rancore e la menzogna.
La fragilità umana non
viene cancellata: viene riconosciuta e posta accanto alla possibilità di
reagire. La lezione che emerge non consiste quindi nel credere che la vita sia
sempre facile, ma nel comprendere che anche davanti alle difficoltà rimane uno spazio
interiore nel quale esercitare la propria libertà.
È qui che il testo assume
la forma di un vero e proprio esame di coscienza. Le domande brevi e incalzanti
costringono chi legge a confrontarsi con sé stesso: quanto spazio concediamo
alla paura? Quante volte rinunciamo prima ancora di aver tentato? Quanto
rancore continuiamo a portare con noi? Quanto siamo capaci di uscire dai nostri
interessi per accorgerci delle necessità degli altri?
Non si tratta di domande
che pretendono risposte definitive. Al contrario, acquistano valore proprio
perché possono essere ripetute ogni giorno. La vita quotidiana diventa così il
luogo nel quale verificare concretamente ciò in cui diciamo di credere. Le
grandi parole — amore, fede, perdono, pace, altruismo — acquistano significato
soltanto quando riescono a trasformarsi in comportamenti.
Ed è forse questo uno
degli aspetti più attuali del messaggio. Viviamo in un tempo nel quale siamo
continuamente spinti verso ciò che verrà: il prossimo obiettivo, il prossimo
risultato, il prossimo acquisto, la prossima occasione. Il rischio è quello di
trasformare il presente in una semplice sala d’attesa, convincendoci che saremo
davvero soddisfatti soltanto quando qualcosa cambierà.
Il giorno più bello
capovolge questa prospettiva: la vita non comincia domani, quando tutto sarà
finalmente al proprio posto. La vita è già qui.
Ciò non significa
accontentarsi o rinunciare ai propri progetti. Significa, piuttosto, non
subordinare interamente la possibilità di essere felici a condizioni future.
Possiamo desiderare un cambiamento e, nello stesso tempo, riconoscere il valore
di ciò che possediamo oggi. Possiamo attraversare una difficoltà senza
permettere che essa definisca tutto ciò che siamo. Possiamo avere paura senza
lasciare che sia la paura a decidere per noi.
In questa visione assume
un significato ancora più profondo la conclusione dedicata all’amore. Dopo aver
attraversato paure, errori, sconfitte, bisogni e sentimenti, il percorso
conduce proprio lì: alla relazione con l’altro. L’amore diventa il punto nel
quale tutte le altre indicazioni sembrano incontrarsi, perché senza apertura
verso gli altri anche il perdono, il sorriso, la famiglia, la comunicazione e
il desiderio di rendersi utili perderebbero gran parte del loro significato.
La lezione più importante
di Il giorno più bello può allora essere cercata proprio in questa unione tra
presente e amore. Il tempo che possediamo è l’oggi; il modo più alto per dargli
valore è non viverlo esclusivamente per noi stessi.
Ogni giornata diventa
preziosa non perché debba necessariamente accadere qualcosa di straordinario,
ma perché contiene sempre la possibilità di compiere una scelta, cambiare un
atteggiamento, ricucire una relazione o offrire qualcosa di buono a chi ci sta
accanto.
Festeggiare
l’anniversario della nascita di Madre Teresa può diventare così qualcosa di più di una
semplice commemorazione. Può trasformarsi nell’occasione per rivolgere quelle
stesse domande a noi stessi e osservare con maggiore attenzione il modo in cui
stiamo vivendo. Non occorrono necessariamente imprese eccezionali per dare
valore a una giornata: spesso sono sufficienti la presenza, l’ascolto, la
gratitudine e la disponibilità verso gli altri.
Ogni nuova giornata
rappresenta l’inizio di una possibilità. Ciò che facciamo delle ore che abbiamo
davanti, il modo in cui trattiamo le persone e la capacità di riconoscere
valore anche nei gesti più piccoli costituiscono la nostra risposta personale
alla vita.
Ed è per questo che, tra
tutte le domande contenute nel testo, la prima continua forse a essere la più
importante. Perché ci ricorda che la felicità non deve necessariamente essere
rimandata a un momento perfetto che deve ancora arrivare. Il tempo nel quale
possiamo amare, perdonare, cambiare, aiutare e ricominciare è quello che
abbiamo davanti a noi. Il giorno più bello? Oggi.
mercoledì 6 maggio 2026
IL RETTANGOLO DELLA GIOIA
di cemento screpolato,
dove si giocava
a calcio con gli amici,
era un rettangolo
di gioia e senso:
un'area limitata
dove scoprire
l'infinito della
vita piena.
Qualche
giorno fa camminavo con un amico sul cemento screpolato del vecchio campetto
condominiale usato soprattutto per giocare a calcio, un rettangolo dieci per
venti, che resiste a tempo e intemperie dagli anni '80, e in cui ho trascorso i
miei pomeriggi di bambino, dalle 16.30 (fine del coprifuoco dedicato a compiti
e altre noie, come il «riposino») alle 19.30 (limite per compiere la
decontaminazione pre-cena). Una poesia di 200 m²: un condominio pieno di
coetanei, uno spazio gratuito e sicuro (ai genitori bastava affacciarsi dalla
finestra per vederci giocare), un tempo senza tempo. L'unico pericolo erano le
cruente abrasioni sul cemento colorato di un rosa slavato che voleva imitare la
terra battuta. Bastava un Super Santos, levigato dai tiri, la maglia della
squadra preferita presa al mercato rionale del sabato a cinquemila lire, per
diventare eroi dell'epica vigente a metà degli anni '80: Baresi, Maradona, Platini, Zico, Butragueño,
Rumenigge... Un'epica quotidiana che canalizzava le nostre inesauribili energie
e trasformava il tempo in gioia. Per noi che riuscivamo anche a giocare nel
corridoio di casa quel campo era Maracanã, Bernabeu, San Siro... L'unica
infelicità era il pallone bucato o smarrito oltre il muro di cinta, dove
c'erano i cani randagi. In quel rettangolo trovo ancora lotta, bellezza,
fratellanza, fatica, gioia, nostalgia e gratitudine.
Quel rettangolo di gioco
è stato scuola, perché c'è scuola «quando e dove» incontriamo ciò che non muore
nel mondo. Il gioco è uno di quei «quando e dove» che abbiamo inventato perché
assomiglia alla vita: regole e limiti che ci esaltano. Infatti non c'è gioco
senza «campo», «tempo», «partita» (i Greci chiamavano il destino moira, che significa proprio «parte», «porzione», il
pezzo che ti tocca), uno spazio-tempo finito, oltre il quale c'è, come nella
vita, la fine del tempo e del campo: la «dipartita». Più questi limiti sono
ristretti più il giocatore deve essere abile. Nel calcio infatti la rovesciata è un vertice: non solo devi usare la
«parte» del corpo meno accurata, il piede, ma trasformarlo in una catapulta
volante, rischiare l'osso sacro o quello del collo, colpire la palla al volo e,
spalle alla porta, indirizzarla in rete. Era il mio pezzo preferito, la provavo
sempre, a sproposito, perché era un gesto difficile e bellissimo.
Con il mio amico abbiamo
condiviso «partite» memorabili (ricordavamo la squadra intitolata «Over the top» da un film di quegli anni e delle
magliette cancerogene confezionate da noi con la vernice delle
bombolette).
Commenti di uomini già
invischiati nella retorica dei tempi andati o nella verità del tempo fermo?
Quel campetto rispondeva: se impari a giocare allora il mondo può anche essere
ordine, amicizia, rispetto, intelligenza, fatica, gioia, errore, lotta... Non è
una tristezza retorica quella che compatisce i bambini italiani orfani
dei Mondiali, il calcio a quell'età ti dà una forma: il
rettangolo. Quel dieci per venti conteneva la geografia e la storia del mondo
intero, il tuo destino e quello di ogni Paese, con la sua bandiera e il suo
popolo: guerre senza guerra! Oggi ci sono arbitri quasi quanti giocatori, e
telecamere, schermi, fotocellule... nell'ossessione tutta contemporanea di
eliminare l'errore con il controllo tecnologico. E allora perché poi i
giocatori si buttano, fingono, esagerano se noi saltavamo subito in piedi?
Perché a noi piaceva giocare, e basta. E se non giocavi a tutta pelle, lo
facevi a tutta immaginazione, ascoltando di domenica la diretta delle partite
in radio, e vedevi le azioni grazie ai radiocronisti, prestigiatori della parola. Oggi,
dipendenti da effetti speciali e dopamina, le partite sembrano troppo noiose, le
guardiamo compulsando i social: al cervello odierno un intrattenimento non
basta, ce ne vogliono almeno due, in contemporanea.
Un tempo le partite si
giocavano allo stesso orario, un unico destino rettangolare da 90 minuti, e poi
si aspettava la trasmissione dei goal, rito familiare e collettivo. E i riti,
stabilizzando il tempo, lo rendono sensato. La gioia della domenica pomeriggio
era concentrata, oggi i diritti tv disperdono la gioia in infiniti piaceri
passeggeri, non è più rito condiviso ma intrattenimento consumato, non ferma il
tempo, lo fa passare. Noi guardavamo solo il campo, e finiva lì, perché,
ridotto all'osso, il calcio è: ventidue persone in mutandoni con un unico dono
contro-evolutivo, usare i piedi (l'unico caso in cui «ragionare con i piedi» è arte) anziché le mani, per
rincorrere una palla. Questo risveglia il bambino che tutti abbiamo dentro, che
vorrebbe scorrazzare così anche nella vita.
Vincenzo, un bambino di
10 anni di un piccolo e meraviglioso paesino siciliano (Caltabellotta), due
giorni fa mi raccontava con la luce negli occhi che il sabato per lui è magico,
perché c'è la partita di calcio alle 16 con gli amici in un campetto vero,
mentre durante la settimana si gioca per strada. Il calcio ci ha sempre aiutato
a custodire quel bambino con la luce negli occhi, che da grande vuole fare il
calciatore, perché «la maturità dell'uomo consiste nell'aver ritrovato la
serietà con cui giocava da bambino» (non è Mourinho in conferenza stampa
ma Nietzsche in «Al di là del bene e del
male»).
Quando gioca il bambino
lavora (Montessori), e tutti noi vorremo lavorare così, con
la concentrazione e l'autenticità del presente eterno, quando essere e fare
coincidono, senza assilli di carriera, di stipendio, di ruolo, di
risultato.
Fare perché è bello
fare.
Ma quel bambino si perde
se non vede adulti giocare seriamente, vita salvata, ma solo intrattenersi,
vita distratta. Un giorno chiederà chi erano gli aborigeni su un rettangolo
verde impegnati in un rito magico che trasformava i corpi in danza e gli individui
in compagni. Si chiamava «calcio», dal nome latino del calcagno, il tallone che
aveva reso mortale Achille e che rende invece noi immortali, cioè bambini,
scopritori di un eterno a portata di mano, anzi di piede...
Ridatemi la forma della
felicità, sotto casa, dentro al cuore, dice quel bambino. Non datemi il
rettangolo di vetro a due dimensioni, che mi scherma, ma quello di cemento,
asfalto, terra, erba, che mi incarna.
Ricordo che su quel
campetto, una volta l'anno, a inizio estate, facevamo la cena di condominio
(rito purtroppo poi perduto): una fila di tavoli, zeppi di cibarie che ogni
famiglia portava. Quel banchetto accadeva nello stesso rettangolo su cui noi
giocavamo. Era il rettangolo della gioia.
venerdì 27 marzo 2026
SEGUITE LE ORME DEL RISORTO
LA
GIOIA
PERFETTA
- di Vincent Dollmann
La Liturgia della Parola di Dio durante la Veglia Pasquale ci invita a meditare sull'opera di Dio nel corso della storia, affinché possiamo sperimentare meglio la gioia della sua presenza.
Il suo amore appassionato per il popolo chiamato dalla schiavitù in Egitto si manifesta pienamente in Gesù.
Attraverso la morte e la risurrezione di Gesù, Dio ha inviato il suo Spirito d'Amore per raggiungere l'umanità in modo straordinario, offrendole la sua intimità in un rapporto di cuore a cuore che trascende l'amicizia che due persone possono sperimentare.
È a questo dono inestimabile che partecipiamo nel Battesimo, come sottolinea san Paolo: «Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù» (Romani 6,11).
Così, illuminati dalla meditazione sulla Sacra Storia, possiamo accogliere la chiamata della benedizione pasquale al termine della celebrazione: «Seguite ora le orme del Risorto. Seguitelo ora nel suo Regno, dove finalmente possederete la gioia perfetta».
+ Vincent Dollmann
Arcivescovo di Cambrai, Assistente Ecclsiasticio UMEC-WUCT
mercoledì 18 marzo 2026
I TALENTI E LA VITA
Che domande devo farmi per capire che studi scegliere?», così mi ha chiesto un ragazzo dell’ultimo anno in un incontro organizzato da Fondazione Rui sulla scelta universitaria, «Che cosa vuoi fare DI grande?»
Di fronte a queste
domande sono in imbarazzo perché non posso dire a chi non conosco, per di più
da remoto, chi è, ma oggi i ragazzi è questo che chiedono: «chi sono?», facendo
coincidere la risposta con l’eventuale professione. È la conseguenza di una parola
tradita: «talento». Pensiamo ai talenti come capacità innate distribuite in
modo ingiusto da un destino cieco: chi troppo e chi troppo poco. Un misto di
determinismo e predestinazione, rappresentati dal format più diffuso: il «talent show», in cui il talento coincide con la
persona e la sua approvazione. Dalla cucina al canto la vita è una gara:
vinci!
Eppure nell’italiano delle origini talento significava
«desiderio», «passione», «voglia»: «vivere in un talento» è per Dante, nella famosa poesia per gli amici Guido e
Lapo, «avere gli stessi desideri», e nella Commedia i lussuriosi (Paolo e Francesca) sono
coloro che sottomettono «la ragione al talento». Dal 18° secolo in poi la
parola scivola nel significato di «spiccata attitudine», perdendo gradualmente
la componente «erotica» che è necessario recuperare, soprattutto per il diffuso
senso di «impotenza» di fronte alla realtà che spesso tutti, ma i ragazzi in
particolare, proviamo.
Non si può
negarlo: la vita è una dote, qualcosa che nessuno di noi si è dato da solo. La
«partenza» del padrone segnala che siamo tanto liberi quanto responsabili,
l’iniziativa è realmente nelle nostre mani (i talenti). Siamo chiamati alla
vita e una chiamata esige risposta, ciascuno la sua, infatti i talenti (al
plurale) vengono dati con una logica che rispetta l’unicità e la diversità: «la
capacità» (al singolare). Quindi i talenti non sono «le» capacità ma vengono
dati in base «alla» capacità.
Questo spostamento
è fondamentale perché «i talenti» non indicano le cose che sai fare (a cui oggi
è ridotto chi sei e chi ha difetti è poco «titolato» a vivere: basta guardare
una gara della Paralimpiadi per ricredersi ed essere ispirati)
ma la vita che puoi contenere alla tua maniera, perché sia «piena», come si
dice della «capacità» di un recipiente. Bicchieri, bottiglie, botti hanno
capacità/funzioni diverse, non sono in competizione, e ognuno è pieno se riceve
tutto il liquido di cui è capace.
Trovare la forma
Il primo passo è
allora conoscere la propria capacità, liberandosi dalle illusioni e imitazioni:
che forma ho? «Formazione» è sinonimo di educazione non perché ricevo la forma,
ma perché trovo la mia («diventa ciò che sei» dicevano i Greci). E la capacità
è la forma che delimita lo spazio da riempire, riceviamo la vita in base ai
«limiti» (non in senso privativo ma di unicità, come quando si disegna qualcosa
tracciandone i bordi). Capacità dice quindi come io mi posso aprire alla vita
nella mia modalità e quanta ne posso contenere. Come mai i Norvegesi, neanche sei milioni di abitanti (la
Campania), alla fine degli Anni ‘80 vinsero cinque medaglie nelle Olimpiadi invernali e dai ‘90 in poi hanno
cominciato una scalata che li vede dominare da due decenni? Perché è diventato
ministro dello Sport un professionista che ha rivoluzionato il sistema: tutti i
ragazzini fino ai 14 anni provano gratuitamente molti sport, a scuola e in
strutture adatte, senza competizione, come puro gioco, salute e socialità. In
questo modo la vita (talenti) va a riempire ciascuno secondo la sua forma
(capacità): fioriscono se messi in condizione e non in competizione. Non è
quindi solo questione di neve e ghiaccio ma di far incontrare neve e ghiaccio a
ciascuno nel modo suo. Infatti nel testo evangelico la parola tradotta con
«capacità» nell’originale è «dynamis» (da cui dinamico, dinamite...), «potenza»,
che nel linguaggio biblico identifica l’essere «a immagine e somiglianza» di
Dio: essendo un Dio che crea perché ama, allora questa dynamis (potenza) umana
è «energia creativa», «energia erotica». Tradotto all’oggi: noi riceviamo tanta
vita quanta ne pro-creiamo, perché la vita ci viene incontro esattamente nella
misura in cui le andiamo incontro (il viaggio infatti ne è la metafora per
eccellenza).
Il segno della
gioia
Il numero di
talenti è quindi la quantità di vita che ricevi e sei capace di moltiplicare,
perché la logica della vita (la biologia parla chiaro) è moltiplicarsi. Per
questo quando il padrone torna dal viaggio «fa i conti» con i servi. Chiedere
«conto dei talenti» è chiedere il «racconto della vita»: contare e raccontare
(ri-contare) sono lo stesso verbo (in spagnolo è uno solo: «contar»). Chiedere
(rac-)conto è dire: come ti è andata? Sei stato felice? Due su tre hanno
raddoppiato i talenti ricevuti.
Che sia il doppio
mostra che i singoli non sono stati né sopravvalutati né sottovalutati, a
scanso di ogni illusione o umiliazione: la vita è cresciuta in loro, grazie a
loro, attorno a loro, secondo la loro portata. Hanno usato al meglio il loro
dinamismo, la loro energia pro-creativa, la loro potenza erotica: sono stati
vivi, se la sono goduta. E infatti il padrone ratifica il dato: «Prendi parte
alla mia gioia».
La gioia, non il
successo, è il segno della vita riuscita come spiega il filosofo Henry Bergson in un testo nel cui titolo c’è la
dynamis creativa ed erotica (L’energia spirituale): «I pensatori che hanno
speculato sul significato della vita e sul destino dell’uomo non hanno notato a
sufficienza che la stessa natura si è curata d’informarci al riguardo. Essa ci
avverte con un segno preciso che la nostra meta è raggiunta. Questo segno è la
gioia. Dico la gioia e non il piacere. Il piacere non è nient’altro che un
artificio immaginato dalla natura per ottenere dall’essere vivente la
conservazione della vita; esso non indica la direzione in cui è lanciata la
vita... Dove c’è gioia, c’è creazione; più ricca è la creazione, più profonda è
la gioia».
Partecipare alla
gioia del padrone è partecipare alla creazione, agire come lui: amando e
moltiplicando la vita. Ma che ne è di chi non ha messo in gioco questa energia
(la capacità) e ha rinunciato a vivere (i talenti)? Sotterrando il talento ha
sotterrato la vita, ha rinunciato a se stesso: «Per paura andai a nasconderlo
sotterra». A quell’uomo non era stato dato poco, era stato dato tutto il
necessario (secondo la sua capacità) per essere felice, ma la paura di vivere è
stata la sua tomba.
Aprirsi alla vita
Allora a quel
ragazzo e a tutti gli altri in formazione vorrei dire che i talenti non sono
destini prestabiliti, ma doni che la vita può farti tutte le volte che la
moltiplichi, che ti metti in gioco (per i bambini norvegesi gli sport sono un
gioco, un’esplorazione di sé e del mondo, che diverrà anche una professione per
tutti quelli che facendo così creano/gioiscono di più): dove e quando la vita
si moltiplica con la tua presenza?
Domandarsi «che
talento ho?» è chiedersi «in quale forma unica la vita entra in me e trabocca
come un bicchiere pieno?». Per scoprirlo serve andare oltre una formazione
restrittiva come quella della scuola nostrana, basata su prove competitive e
quantificabili (imposizione della forma dall’esterno), per cui capita spesso
che un ragazzo di 18 anni, che ne ha passati 13 a scuola, chiede a uno
sconosciuto: che talenti ho? Come scelgo?
Abbiamo bisogno di
una formazione che apra alla vita, e aiuti a scoprire, con l’aiuto di chi ti
guida, dove/quando fiorisci di più, ricevi vita e la moltiplichi, sei vivo e
fai vivere, gioisci e fai gioire. Per questo ho detto a quel ragazzo di
cominciare da un foglio: dividilo a metà, nella colonna di sinistra scrivi le
dieci cose che ti riescono meglio, in quella di destra le dieci che ami fare di
più. Se ci sono corrispondenze quello è un ambito di vita in cui mettersi in
gioco, perché lì la vita incontra la capacità, a prescindere che diventi una
professione.
Useremo mai la
gioia per educare?"
venerdì 31 ottobre 2025
INTERIORITA', UNITA', AMORE, GIOIA
AGLI EDUCATORI
IN OCCASIONE DEL
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AR - DE - EN - ES - FR - IT - PL
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Sono molto contento di
potervi incontrare: educatori provenienti da tutto il mondo e impegnati ad ogni
livello, dalla Scuola elementare all’Università.
Come sappiamo, la Chiesa
è Madre e Maestra (cfr S. Giovanni XXIII, Lett. enc. Mater
et magistra, 15 maggio 1961, 1), e voi contribuite a incarnarne il
volto per tanti alunni e studenti alla cui educazione vi dedicate. Grazie
infatti alla luminosa costellazione di carismi, metodologie, pedagogie ed
esperienze che rappresentate, e grazie al vostro impegno “polifonico” nella
Chiesa, nelle Diocesi, in Congregazioni, Istituti religiosi, associazioni e
movimenti, voi garantite a milioni di giovani una formazione adeguata, tenendo
sempre al centro, nella trasmissione del sapere umanistico e scientifico, il bene
della persona.
Anch’io sono stato
insegnante nelle Istituzioni educative dell’Ordine di Sant’Agostino e vorrei
perciò condividere con voi la mia esperienza, riprendendo quattro aspetti della
dottrina del Doctor Gratiae che considero fondamentali per
l’educazione cristiana: l’interiorità, l’unità, l’amore e
la gioia. Sono principi che vorrei diventassero i cardini di un
cammino da fare insieme, facendo di questo incontro l’inizio di un percorso
comune di crescita e arricchimento reciproco.
Circa l’interiorità,
Sant’Agostino dice che «il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma
il vero maestro sta dentro» (In Epistolam Ioannis ad Parthos Tractatus 3,13),
e aggiunge: «Quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via
senza aver nulla appreso» (ibid.). Ci ricorda, così, che è un errore pensare
che per insegnare bastino belle parole o buone aule scolastiche, laboratori e
biblioteche. Questi sono solo mezzi e spazi fisici, certamente utili, ma il
Maestro è dentro. La verità non circola attraverso suoni, muri e corridoi, ma
nell’incontro profondo delle persone, senza il quale qualsiasi proposta
educativa è destinata a fallire.
Noi viviamo in un mondo
dominato da schermi e filtri tecnologici spesso superficiali, in cui gli
studenti, per entrare in contatto con la propria interiorità, hanno bisogno di
aiuto. E non solo loro. Anche per gli educatori, infatti, frequentemente stanchi
e sovraccarichi di compiti burocratici, è reale il rischio di dimenticare ciò
che S.
John Henry Newman sintetizzava con l’espressione: cor ad cor
loquitur (“il cuore parla al cuore”) e che S. Agostino raccomandava,
dicendo: «Non guardare fuori. Ritorna a te stesso. La verità risiede dentro di
te» (De vera religione, 39, 72). Sono espressioni che invitano a
guardare alla formazione come a una via su cui insegnanti e discepoli camminano
insieme (cfr S. Giovanni Paolo II, Cost. ap. Ex
corde Ecclesiae, 15 agosto 1990, 1), consapevoli di non cercare invano
ma, al tempo stesso, di dover cercare ancora, dopo aver trovato. Solo questo
sforzo umile e condiviso – che nei contesti scolastici si configura come
progetto educativo – può portare alunni e docenti ad avvicinarsi alla
verità.
E veniamo così alla
seconda parola: unità. Come forse sapete, il mio “motto” è: In
Illo uno unum. Anche questa è un’espressione agostiniana (cfr Ennaratio
in Psalmum 127, 3), che ricorda che solo in Cristo troviamo veramente
unità, come membra unite al Capo e come compagni di viaggio nel percorso di
continuo apprendimento della vita.
Questa dimensione del
“con”, costantemente presente negli scritti di Sant’Agostino, è fondamentale
nei contesti educativi, come sfida a “decentrarsi” e come stimolo a crescere.
Per questa ragione, ho deciso di riprendere e attualizzare il progetto del Patto
Educativo Globale, che è stato una delle intuizioni profetiche del mio
venerato predecessore, Papa Francesco. Del resto, come insegna il Maestro di
Ippona, il nostro essere non ci appartiene: «La tua anima – dice – […] non è
più tua, ma di tutti i fratelli» (Ep. 243, 4, 6). E se ciò è vero in
senso generale, lo è a maggior ragione nella reciprocità tipica dei processi
educativi, in cui la condivisione del sapere non può che configurarsi come un
grande atto d’amore.
Infatti proprio questa
– amore – è la terza parola. Fa tanto riflettere, in merito,
un distico agostiniano che afferma: «L’amore di Dio è il primo che viene
comandato, l’amore del prossimo è il primo che si deve praticare» (In
Evangelium Ioannis Tractatus 17, 8). In campo formativo, allora,
ciascuno potrebbe chiedersi quale sia l’impegno posto per intercettare le
necessità più urgenti, quale lo sforzo per costruire ponti di dialogo e di
pace, anche all’interno delle comunità docenti, quale la capacità di superare
preconcetti o visioni limitate, quale l’apertura nei processi di
co-apprendimento, quale lo sforzo di venire incontro e rispondere alle
necessità dei più fragili, poveri ed esclusi. Condividere la conoscenza non è
sufficiente per insegnare: serve amore. Solo così essa sarà proficua per chi la
riceve, in sé stessa e anche e soprattutto per la carità che veicola.
L’insegnamento non può mai essere separato dall’amore, e una difficoltà attuale
delle nostre società è quella di non saper più valorizzare a sufficienza il
grande contributo che insegnanti ed educatori danno, in merito, alla comunità.
Ma facciamo attenzione: danneggiare il ruolo sociale e culturale dei formatori
è ipotecare il proprio futuro, e una crisi della trasmissione del sapere porta
con sé una crisi della speranza.
E l’ultima parola-chiave
è gioia. I veri maestri educano con un sorriso e la loro scommessa
è di riuscire a svegliare sorrisi nel fondo dell’anima dei loro discepoli.
Oggi, nei nostri contesti educativi, preoccupa veder crescere i sintomi di una
fragilità interiore diffusa, a tutte le età. Non possiamo chiudere gli occhi
davanti a questi silenziosi appelli di aiuto, anzi dobbiamo sforzarci di
individuarne le ragioni profonde. L’intelligenza artificiale, in particolare,
con la sua conoscenza tecnica, fredda e standardizzata, può isolare ulteriormente
studenti già isolati, dando loro l’illusione di non aver bisogno degli altri o,
peggio ancora, la sensazione di non esserne degni. Il ruolo degli educatori,
invece, è un impegno umano, e la gioia stessa del processo educativo è tutta
umana, una «fiamma che fonde insieme le anime e di molte ne fa una sola» (S.
Agostino, Confessiones, IV, 8,13).
Perciò, carissimi, vi
invito a fare di questi valori – interiorità, unità, amore e gioia –
dei “punti cardine” della vostra missione verso i vostri allievi, ricordando le
parole di Gesù: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei
fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Fratelli e
sorelle, vi ringrazio per il lavoro prezioso che svolgete! Vi benedico di cuore
e prego per voi.
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