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martedì 28 luglio 2026

FEDI E RELIGIONI


 UN 

MULTIVERSO

 GLOBALIZZATO


Paolo Montesperelli e Renzo Salvi in conversazione con Franco Garelli

In un tempo che sembra essersi fatto breve per ogni fenomeno sociale, quando la cronaca si frantuma nei social ed il giornalismo consuma le sociologie, è singolare – e quasi fa meraviglia – imbattersi in studi e ricerche che sono globali per dimensione e configurano interpretazioni profonde. È il caso del volume Le religioni nel mondo globale, edito da il Mulino, scritto a due mani da Franco Garelli e Stefania Palmisano, che si cimenta sulla presenza e influenza delle fedi nel globo, sui loro lati nobili e su quelli oscuri, sulle tensioni che innescano e sulle speranze che alimentano. È un lavoro sociologico coraggioso e per vari aspetti sorprendente, illuminante. 

Parlarne – come si fa in queste pagine – con Franco Garelli che s’è più volte cimentato su interpretazioni di lungo periodo come su molti aspetti della materia, significa incrociare anche, ancora una volta, una delle firme che tutt’ora arricchiscono Rocca e che ha avuto presenze nei Corsi di studio e frequentazioni con la Citta della sin dagli anni Settanta. Il suo è un punto di vista condiviso nel tempo e condivisibile nell’oggi. In dialogo… 

MAPPE, TENDENZE, MUTAMENTI 

La ricerca, un’indagine lunga che ora si specchia in un libro, si confronta anzitutto con un compito impegnativo, quello di aggiornare il panorama delle fedi nel mondo, di fare una mappatura delle principali religioni ai primi decenni del Terzo millennio. Non mancano, per altro, mappe e cartografie… Che cosa emerge al riguardo? 

Il dato che più colpisce è il 75% della popolazione del globo che ancor oggi professa una fede religiosa, contando quanti si identificano nel cristianesimo (la religione più seguita), nell’islam (in forte crescita), nell’induismo, nel buddhismo, nell’ebraismo e così via. C’è inoltre una cartografia di come le grandi religioni sono distribuite nei vari continenti, da cui si ricava il profilo religioso delle macro-aree mondiali. Si tratta tuttavia di una realtà non statica, in quanto ovunque il paesaggio spirituale (come quello culturale ed economico) non cessa di modificarsi, in rapporto ai molti cambiamenti – di varia natura, politica, demografica, migratoria ecc. – che si registrano nella vita dei popoli… 

Il dinamismo maggiore è quello dell’islam, che negli ultimi decenni ha aumentato la sua presenza soprattutto in Asia e in Africa, mentre la cristianità presenta delle evoluzioni divergenti: vive un’epoca grigia in Occidente a fronte di una maggior vivacità nel Sud del mondo (e in parte in Oriente). In parallelo, l’induismo (terza religione per nu mero di fedeli) rimane fortemente ancorato dopo più di tre millenni al territorio indiano, dove è sorto e si è sviluppato, diversamente da quel che accade al buddhismo che mani festa una spiccata vocazione internazionale. 

Per contro, l’“altra religione” (l’insieme de gli atei e degli agnostici) è in questa epoca in grande spolvero, ed è ben rappresentata oltre che in Europa soprattutto nell’estremo Oriente, nella grande Cina e in Giappone. 

Ma ciò non toglie che proprio Pechino – in un clima di realpolitik – stia rivalutando il ruolo che le religioni storiche (confucianesimo, taoismo, buddhismo) giocano nella cultura cinese popolare. 

Dopo uno studio comparativo così ampio, avete individuato un denominatore comune alle religioni? Insomma, che cosa è la religione, almeno dal punto di vista sociologico? Ecco una delle questioni ‘sociologicamente’ calde, più difficili da affrontare; perché circoscrivere oggi il fenomeno religioso è un’impresa improba, in quanto – oltre alle grandi religioni universali (già studiate a suo tempo da Max Weber) – si sono aggiunte sulla scena mondiale varie forme religiose nuove e inedite, che dunque ampliano di molto il quadro. Tra queste la New Age, le nuove spiritualità, la ripresa delle tradizioni animistiche, realtà ‘religiose’ che non prevedono la trascendenza, per non parlare delle religioni digitali o delle ‘Chiese dell’intelligenza artificiale’. 

Come dunque definire la religione – questo abbiamo dovuto chiederci ancora una volta – in modo ampio ma non indeterminato, con un criterio che non riflettesse soltanto la situazione occidentale, che potesse applicarsi alle grandi religioni ma che, nello stesso tempo, potesse comprendere anche il nuovo che avanza in questo campo, evitando, inoltre, di inglobare in questo concetto realtà spurie o comunque non pertinenti? 

Così nella nostra proposta, si ha una ‘religione’ quando si verificano due condizioni base: anzitutto quando è presente un’idea alta e ampia di sacro, per cui i soggetti si confrontano, a seconda dei casi, con una realtà trascendente o con una presenza cosmica, o ancora con un ideale di pienezza spirituale capace di dare un senso profondo alla propria esistenza; e in secondo luogo, quando questo riferimento offre alle persone una risposta ai grandi interrogativi dell’esistenza, relativi sia alla sfera individuale che a quella collettiva. 

AMBIVALENZE E SPERANZA NELLE RELIGIONI 

Papa Francesco sosteneva, e il pensiero è ripreso da papa Leone, che tutte le religioni custodiscono il desiderio di pace. Però anche oggi alcune sembrano alimentare i conflitti, altre la concordia. Si può individuare, o perlomeno quale prevale fra queste due tendenze? Nel caso, in nome di quali caratteristiche di questa o quella? 

Il desiderio di pace è certamente nel Dna delle grandi religioni, anche se il loro forte intreccio con le vicende del mondo (pensiamo a quel che succede a Gaza, nell’Ucraina, nel Corno d’Africa o nel Sud Est Asiatico ecc.) le espone sovente a situazioni ambivalenti. 

Per cui si può dire che il fattore religione presenta sia un lato buono, sia un lato oscuro. In quello oscuro troviamo il mentaliste, le stragi e le forme di genocidio di cui si macchiano stati e popoli che coltivano ideali religiosi, i connubi impropri tra religione e regimi politici di nuovo ricorrenti in varie parti del mondo; oltre alle tendenze nazionalistiche esasperate e conflittuali appoggiate da vari gruppi religiosi. Tuttavia, a fronte di un volto religioso che inquieta e divide il mondo, ve n’è un altro che agisce in senso contrario, che cerca di offrire speranza, che si pone come un potente fattore di solidarietà, che si fa carico delle sfide planetarie che gravano sull’umanità, che interviene non solo per ridurre povertà e angoscia umane, ma anche per rigenerare le perso ne e creare comunità. È il lato migliore delle religioni, ciò che spiega la loro attrattività nel corso della storia. 

In questo quadro, dunque, le religioni non sono solo una risorsa di senso per gli individui, ma delle potenti realtà che operano a livello geo-politico, richiamano i grandi della Terra alle loro responsabilità, cercano di pro muovere i valori della pace e della pacifica convivenza, lottano per ridurre la fame nel mondo e le diseguaglianze, per favorire un ordine mondiale in cui non ci si siano più scarti: né umani né ambientali. 

ATTIVISMI, CONTRADDIZIONI, SECOLARISMI 

 

All’interno della prospettiva ampia che deriva da questo studio, come e quanto sta cambiando la religione cristiana, nelle sue varianti, nella fase attuale di forte attivismo del movimento “Maga” negli Stati Uniti e di movimenti simili in altri Paesi? 

Forse è troppo dire che la religione cristiana sta cambiando, ma senza dubbio le forme più esasperate che in qualche modo si richiamano a questa radice religiosa sono quelle che più sembrano dominare la scena pubblica mondiale. Pensando agli Usa abbiamo tutti in mente l’immagi ne dello studio ovale della Casa Bianca in cui Trump (in una scenografia da Ultima cena) è attorniato da un gruppo di pastori evangelici raccolti in preghiera a sostegno del suo ruolo e della sua missione nel mondo. È l’emblema della cultura Maga, che si serve della religione non solo per “rifare l’America nel nome di Dio” (contro la cultura woke e le posizioni liberal), ma anche per affermare nel mondo la propria visione della realtà e i propri disegni di grandezza. 

Ma derive cristiane problematiche si trovano anche nel singolare sodalizio in atto da tempo tra Putin e il patriarca Kirill della Chiesa ortodossa di Mosca, il cui scopo è rilanciare il mito della grande Russia nel mondo. Un legame che crea molte ferite per il cristianesimo ortodosso, alle prese dunque con una stagione difficile. 

Tuttavia, proprio queste ferite ci dicono che la realtà ortodossa non è tutta allineata su queste posizioni, alla stessa stregua di quanto succede altrove sia in campo protestante che cattolico. È ciò che accade negli Stati Uniti, ad esempio, dove anche tra i cattolici e i protestanti conservatori c’è un ripensamento su un uso improprio della religione a fini politici. 

SECOLARISMO, SECOLARIZZAZIONE 

In passato si riteneva che le società, almeno quelle occidentali, fossero destinate ad una progressiva secolarizzazione. Questa ricerca rileva uno scenario molto più complesso del previsto. Che senso ha parlare di secolarizzazione nel presente, anche soltanto nel presente delle culture occidentali? 

La secolarizzazione persiste in alcune aree del globo, in particolare da noi in Occidente, per l’affermarsi di una società moderna che si è via via emancipata dal fattore religioso, diventando culturalmente maggiorenne. Altre zone mondiali paiono invece avviate verso una modernità che non rappresenta la tomba della religione perché il sentire religioso resta diffuso, quasi naturale. Inoltre, gli stessi paesi occidentali riflettono in questo campo situazioni diverse: da un lato c’è la crisi delle tradizioni cristiane, con una secolarizzazione che si presenta come un processo di scristianizzazione, e però, dall’altro, c’è una vivacità religiosa dovuta sia alle fedi importate dai migranti, sia alla domanda da parte dei vari gruppi di popolazione autoctona di forme nuove di spiritualità (anche di matrice orientale). 

Insomma, c’è un grande ripensamento – anche tra gli studiosi – circa la categoria della secolarizzazione. Ed in parallelo si riflette su nuovi approcci interpretativi, come quello che mette in rapporto la domanda e l’offerta religiosa (per cui la gente si attiva se le fedi sanno aggiornarsi e farsi attraenti); o si analizza la tendenza attuale, presente nelle grandi religioni, a giocare un ruolo pubblico di rilievo anche nelle società in cui si riduce la loro pre sa sulle coscienze: perché nell’epoca delle passioni tristi, esse hanno comunque un patrimonio di risorse (valori, buone prassi, movimenti di base) da spendere per il bene comune. 

TODOS, TODOS… PARVUS GREX ” 

All’interno e in base a questa ricerca si osserva che il baricentro territoriale del cristianesimo si sta spostando verso il sud del mondo. Quali sono le conseguenze attuali anche sul piano culturale? E quali sono quelle immaginabili per un futuro in cui potrebbero convivere, nel cristianesimo, la lettura della fede come possibile orientamento per un “piccolo gregge” – già ne parlò Joseph Ratzinger, da vescovo, in una conversazione radiofonica in Germania – e dall’altro lato la chiamata a “todos, todos!” che è stata il segno della presenza di Jorge Mario Bergoglio

Un cristianesimo che si ricentra al Sud del mondo segnala una ventata di novità e nuovi equilibri nella cristianità intera. 

Le Chiese dell’America Latina e dell’Africa (e in prospettiva dell’Asia) contano assai di più rispetto al passato, chiedono maggior autonomia e considerazione, hanno più risorse umane e spirituali per meglio ripensa re l’inculturazione della fede alle loro latitudini, consolidando il distacco dal modello cristiano occidentale loro proposto nel passato. Da un lato immettono nel la cristianità una ventata di giovinezza e di forze fresche, dall’altro attestano le nuove frontiere della fede cristiana. Per ché si tratta di comunità cristiane chiamate a confrontarsi non più o non tanto (come accadeva o accade in Occidente) con le questioni della laicità e con il fenomeno dell’ateismo e dell’indifferenza religiosa; ma con mondi per vari aspetti ‘furiosamente’ religiosi, rappresentati – a seconda dei casi – da una miriade di sette e di movimenti pentecostali (in America Latina), da un islam bellicoso ed in espansione (in Africa), da culture e tradizioni religiose di lungo corso e assai di verse (in Asia). Le comunità cristiane in espansione nel mondo, agiscono dunque in contesti religiosi e politici conflittuali, dove la concorrenza con identità religiose diverse si fa quotidiana e dove le ragioni dell’identità possono avere la meglio rispetto alle ragioni dell’ecumenismo. 

Forse è questo il tipo di cristianesimo a cui alludeva papa Francesco quando parlava di una fede di popolo, mentre in Europa la presenza cristiana sembra oggi più affidata a quelle minoranze creative sovente evocate da Benedetto XVI. 

L’ultima parte del libro che stiamo facendo scorrere è dedicata alle sfide maggiori che le religioni hanno di fronte, rispetto alle quali esse possono dare un contributo decisivo per rendere il mondo più giusto ed armonico. 

Tra le sfide maggiori vi è quella che giunge da una quota sempre più rilevante di donne, che in tutte le religioni lamentano le discriminazioni di genere, segnalano che la fede “al femminile” può rendere più umano e fecondo il campo religioso e per ciò chiedono alle rispettive Chiese/religioni di meglio interpretare su questo tema i libri sacri. Alcune fedi, come le confessioni protestanti (nel cristianesimo) sono all’avanguardia su questo terreno, mentre altre, sia di matrice occidentale che orientale, continuano a riprodurre antichi e oscurantisti equilibri. 

Un’altra sfida rilevante è la salvaguardia dell’ambiente, un campo di impegno che – al pari di altri, relativi alla pace, alla giustizia sociale, alla lotta per ridurre la fame nel mondo – rientra tra le azioni umanitarie richieste alle religioni dal messaggio etico e spirituale a cui si ispirano. Al riguardo alcune religioni hanno operato una vera e propria conversione ecologica, dopo secoli in cui hanno sacralizzato l’uomo come il vero dominus dell’universo. Ma in questo campo agisce da tempo anche un ecologismo spirituale di matrice laica che vede nella terra e nel cosmo un’anima da rispettare e custodire. 

Un’ulteriore sfida alle Chiese e alle religioni proviene dal fenomeno del nuovo ateismo, la cui crescita numerica si accompagna al fatto di maturare una nuova coscienza. Ovunque infatti le persone atee o agnostiche avvertono di avere una propria consistenza, chiedono di essere riconosciuti non più come “un vuoto”, come una realtà in difetto di Dio, ma come l’espressione di un’altra cultura. 

Sono molte, insomma, le sorprese ‘conoscitive’ che emergono da questa ricerca e da questo studio: tutte ci aiutano a comprendere meglio come il fattore religioso agisce sulla scena mondiale e perciò contribuiscono a meglio orientarci nell’universo complesso nel quale ci troviamo a vivere.

Alzogliocchiversoilcielo

Rocca

giovedì 5 settembre 2024

DICHIARAZIONE DI ISTIQLAL

 


Dichiarazione di Istiqlal: 

i credenti si impegnino a promuovere pace e dialogo

 Nell’incontro interreligioso alla Moschea Istiqlal di Jakarta firmata dal Papa e il Grande Imam una dichiarazione comune. Il documento si incentra sull’impegno di tutti i credenti contro la violenza e sul ruolo delle religioni per promuovere la pace e l’armonia

Vatican News

 Il nostro mondo sta affrontando due gravi crisi: “la disumanizzazione e il cambiamento climatico”. Muove da questa considerazione la Dichiarazione comune di Istiqlal 2024, documento che Papa Francesco e il Grand Imam, il prof. Nasaruddin Umar, firmano nel contesto dell’incontro interreligioso nella grande moschea di Jakarta. Nella Dichiarazione si constata con amarezza che “la religione sia spesso strumentalizzata” causando sofferenze a molti in un mondo sempre più segnato dalle violenze. Viene dunque ribadito che il ruolo delle religioni dovrebbe “includere la promozione e la salvaguardia della dignità di ogni vita umana” e non certo il suo contrario. Al tempo stesso si denuncia l’abuso del creato, della “nostra casa comune” con le “conseguenze distruttive come i disastri naturali” e il surriscaldamento del globo che rendono la crisi ambientale “un ostacolo alla convivenza armoniosa dei popoli”.

 La risposta delle religioni alle crisi del nostro tempo

La Dichiarazione indica dunque quali sono le risposte che le religioni, attraverso un impegno comune, possono dare a queste gravi crisi del nostro tempo. E rilevano che un contributo lo può offrire il “principio filosofico indonesiano della Pancasila”. Il Papa e il Grande Imam esortano a orientare i valori religiosi “alla promozione di una cultura di rispetto, dignità, compassione, riconciliazione e solidarietà fraterna per superare sia la disumanizzazione, sia la distruzione ambientale”. Un compito particolare, si legge nel documento, spetta ai responsabili religiosi che devono collaborare per il bene dell’umanità.

 Il dialogo interreligioso sia sempre più valorizzato

“Poiché esiste un’unica famiglia umana globale – afferma la Dichiarazione comune di Istiqlal – il dialogo interreligioso dovrebbe essere riconosciuto come uno strumento efficace per risolvere i conflitti locali, regionali e internazionali, soprattutto quelli provocati dall’abuso della religione”. Il documento si conclude dunque con l’invito a tutte le persone di buona volontà a “preservare l’integrità dell’ecosistema” per trasmettere le risorse ereditate alle generazioni future.


 

 


martedì 6 febbraio 2024

EDUCAZIONE E FRATELLANZA UNIVERSALE

 


Il vicario apostolico dell’Arabia meridionale sulla dichiarazione di Abu Dhabi: «Deve far parte dell’educazione dei giovani»

 

-         di Riccardo Maccioni

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Per sottolineare l’importanza dell’anniversario odierno, ha scritto una lettera alla sua comunità, ricca di rimandi alla visita del Papa e al Documento sulla fratellanza umana che ne fu straordinario frutto. Monsignor Paolo Martinelli, frate minore cappuccino, è dal 2022 il vicario apostolico dell’Arabia meridionale. Una regione molto vasta che comprende gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman e lo Yemen per una popolazione di circa 43 milioni di persone, tra cui, più o meno, un milione di cattolici. È, per intenderci, anche il “pastore” di Abu Dhabi dove il 4 febbraio 2019 il Papa e il grande imam di al-Azhar firmarono il testo. «A mio avviso – spiega Martinelli – il documento è profetico sia per la forma che per il contenuto. Per la forma in quanto firmato per la prima volta dal capo della Chiesa cattolica e dalla massima autorità sunnita. L’idea stessa di un testo congiunto sul tema della fraternità umana rappresenta qualche cosa di inedito che inaugura una possibilità di cammino condiviso stabile tra cristiani e musulmani. Quanto al contenuto è profetico perché invita i fedeli delle diverse religioni ad impegnarsi su temi precisi su cui incontrarsi e condividere valori e visioni, nel rispetto e nell’apprezzamento delle differenze tra le fedi».

 Cosa, in particolare?

 L’invito alla fratellanza universale, il riconoscimento che Dio vuole che tutti gli uomini si accolgano come fratelli e sorelle, l’affermazione radicale per cui non si può fare violenza in suo nome, l’uguale dignità di tutti, la promozione della donna, il tema della pace e della giustizia, come quello della cittadinanza, sono tutte considerazioni fondamentali che acquistano un peso decisivo per il fatto che sono sostenute dalle massime autorità di due religioni diverse.

 Quali finora gli effetti più importanti del testo?

 Il documento ha innescato un processo di dialogo e di confronto tra le religioni che fa riferimento a questioni cruciali riguardanti l’umano comune. Non si tratta di un dialogo sulle dottrine, che pure rimane interessante e necessario, ma di interrogarsi su come le religioni insieme possano rendere il mondo più umano e fraterno. Potremmo parlare di responsabilità antropologica delle religioni. Un altro effetto positivo è l’aver posto di nuovo il tema di Dio, dimenticato in tanta cultura occidentale, e non solo. La questione di Dio diventa la questione centrale dell’umano. Le religioni in nome di Dio prendono la parola sulle questioni umane fondamentali.

 Per una Chiesa “pellegrina” come la vostra, composta in larga parte da lavoratori stranieri, cosa rappresenta?

 Quel documento, che chiedo sempre ai nostri fedeli di leggere e rileggere, è per noi innanzitutto un invito alla testimonianza semplice e umile del Vangelo in una società islamica dove è proibita ogni forma di proselitismo. Le parole del documento ci chiamano all’impegno quotidiano della testimonianza.

 Avete avuto la gioia della presenza del Papa. Di quella visita cos’è rimasto in particolare?

 Il Papa rivolgendosi ai nostri fedeli ha parlato giustamente di polifonia per indicare la diversità nell’unità. Sono convinto che quanto il Signore ci dona da vivere qui è significativo per tutta la Chiesa e per il futuro della vita cristiana. Ne ho fatto esperienza al Sinodo, ad ottobre, quando ho potuto condividere con gli altri vescovi la nostra esperienza.

 Uno degli effetti, mi corregga se sbaglio, del testo è la nascita della Abrahamic family house, che comprende una chiesa, una sinagoga e una moschea. Che significato ha?

 Certamente la Abrahamic family house costituisce un momento decisivo di ricezione del Documento sulla fratellanza umana. È interessante che il progetto abbia previsto l’inclusione anche di una sinagoga oltre alla moschea e alla chiesa cattolica. Si tratta nello stesso tempo di un modello e di un simbolo di convivenza tra le religioni. Ogni fedele che si reca nel proprio luogo di culto riconosce la presenza di fedeli di altre religioni, pertanto è educato a vivere la propria appartenenza nel riconoscimento e nel rispetto delle esperienze differenti. Inoltre, questo luogo prevede un percorso di conoscenza delle tre fedi. Infine, la Abrahamic family house permette momenti di confronto e di formazione comune tra persone di diverse religioni, seguendo il cammino proposto dal documento sulla fraternità umana.

 Il documento parla di fratellanza, che è un’espressione tipica della spiritualità francescana…

 È bene ricordare che la firma del documento avviene a 800 anni dall’incontro di san Francesco d’Assisi con il sultano Malek Al Kamil a Damietta. Idealmente rappresenta una continuazione di quella esperienza che ha segnato profondamente il santo di Assisi. Fu una esperienza di fraternità e di pace in un tempo di conflitto.

 Quali effetti può avere sul dialogo la crisi mediorientale? Il grande imam di Al-Azhar si è schierato in modo anche molto duro contro Israele.

 Il conflitto attualmente in atto in Medio Oriente ha aspetti e proporzioni sicuramente inediti rispetto al passato; si vede dalle difficoltà riscontrate nei tentativi di trovare una via di uscita. In questo senso penso che il contributo fondamentale della Abrahamic family house sia il fatto stesso di esistere. È un invito costante a non darsi per vinti, a non rassegnarsi alla guerra. Questo centro rappresenta una realtà di convivenza che può ispirare e rilanciare cammini di pace.

 Cinque anni sono tempo sufficiente per fare il “tagliando” al Documento. Su cosa bisogna puntare da qui in poi per attuarlo?

 Sull’educazione delle nuove generazioni. È certamente decisivo che esso ispiri percorsi formativi e di educazione al dialogo tra i giovani appartenenti a fedi diverse, affinché si impegnino a lavorare insieme per un mondo più fraterno ed umano. Dev’essere oggetto di studio nelle scuole e nei percorsi di catechesi. Il dialogo interreligioso, infatti, non riguarda dall’esterno la nostra fede, il rapporto con persone di altre fedi è essenziale alla nostra fede cristiana oggi.

 

www.avvenire.it

 

DOCUMENTO SULLA FRATELLANZA UNIVERSALE



martedì 13 giugno 2023

LAICITA' E RELIGIONI

EDUCARE 

AL 

FUTURO 

«Viviamo in una società plurale dove ci sono diverse visioni della vita, ma anche diverse religioni. È finita l’omogeneità cui eravamo abituati cento anni fa. È finita la presenza cattolica come maggioranza. Quel mondo è davvero cambiato. Oggi viviamo in un mondo secolarizzato e plurale. In questo mondo il fenomeno religioso è visto come marginale e, a volte, addirittura pericoloso». Così il vescovo Derio Olivero fotografa l’attuale contesto socio culturale sul quale sono stati chiamati a riflettere i relatori del convegno “Laicità e religioni. Educare al futuro” che si è tenuto a Pinerolo sabato 13 maggio 2023.

La responsabilità di educare a vivere in questo mondo plurale

«È diventata ancora più forte – prosegue il vescovo – la distanza tra mondo laico e mondo religioso, tra spazio laico e religioni, quindi diventa urgente per le religioni interrogarsi sul loro giusto modo di stare nella società laica e soprattutto interrogarsi sul modo migliore per essere utili e generative per la società. D’altro canto è importante che lo spazio laico impari a dialogare con le religioni. Questo tema ha ricadute importanti nell’ambito culturale, amministrativo ed educativo (primo tra tutti la scuola). Abbiamo, come adulti, la responsabilità di educare le nuove generazioni a vivere in questo mondo plurale e per questo motivo sono importanti i contributi di tutte le realtà che abitano questa società». In questa prospettiva saranno invitati al convegno amministratori, assessori ed esponenti della società civile.

«Il convegno – conclude monsignor Derio – desidera dare inizio a questa riflessione con il contributo di eccellenti relatori. L’augurio è che si possa continuare ogni anno ad approfondire questo tema così urgente per la società plurale».

Il programma

Dalle 9.30 gli interventi

  • di don Ermis Segatti (Laicità e religiosità plurali) (video)
  • del filosofo Luigi Vero Tarca (La verità nella società plurale) (video)
  • di don Luigi Berzano (La ricerca di Dio nella società secolare) (video)
  • della sociologa Chiara Saraceno (Educazione oggi e pluralismo)

Nel pomeriggio il rapporto tra spazio pubblico e religioni con gli interventi

  • del sociologo Massimo Introvigne (Religioni, “sette” e spazio pubblico. Un’analisi internazionale) (video)
  • del filosofo Claudio Torrero (Radici spirituali dell’educazione) (video)
  • del sacerdote Duillio Albarello (L’impegno cristiano per una città fraterna) (video)

Il vescovo Derio ha moderato gli interventi e ha tratto le conclusioni al termine della giornata. (video)

Alzogliocchiversoilcielo

giovedì 3 febbraio 2022

RELIGIONI ed EDUCAZIONE


 -         di Raffale Pierluca Di Francisca*


Il 3 febbraio si è svolto un webinar dal titolo "Educazione tra tradizione e modernità" organizzato dall'Unione Induista Italiana (Sanatana Dharma Samgha) in occasione della World Interfaith Harmony Week 2022, ovvero la Settimana Mondiale dell'Armonia Interreligiosa.

Questa settimana è stata proposta per la prima volta il 23 settembre 2010 dal Re Abdullah II nell'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Dal 20 ottobre di quell'anno l’ONU ha scelto la prima settimana di febbraio.

Alla base di questa iniziativa c'è The Common Word (2007), un dialogo tra leader cristiani e mussulmani sui due comuni comandamenti religiosi: l'amore verso Dio e l'amore verso il prossimo. Questi due comandamenti sono al centro delle tre religioni monoteiste dette anche religioni del libro.

Dalle ore 18:00 alle ore 19:30 eminenti esponenti della tradizione religiosa induista, ebraica ed islamica si sono susseguiti per illustrare il significato e l'applicazione del tema dell'educazione sia dal punto di vista religioso che sociale.

Ha introdotto i lavori la moderatrice dell'incontro Svamini Suddhananda dell'Unione Induista Italiana, che ha salutato i relatori e i convenuti al webinar rallegrandosi per la numerosa partecipazione.

Il parterre è stato tutto al femminile forse perché in tutte le tradizioni religiose sono le donne le prime educatrici dei propri figli. Nel primo intervento Svamini Hamsananda Ghiri, vicepresidente dell'Unione Induista Italiana ha descritto come nella cultura induista l'educazione sia basata sullo studio dei testi sacri, i Veda, ed è qualcosa che avviene fin dal grembo materno e si sviluppa nei primi anni di vita a livello mnemonico attraverso la voce che è considerata espressione della divinità.

La scrittura sacra infatti è una conseguenza della tradizione orale. Il percorso formativo prevede un'istruzione familiare basata su precetti religiosi. Dopo questa fase il discente viene affidato al maestro a cui si deve dare obbedienza e devozione, più che al padre e alla madre.  

Per l'Induismo la voce del maestro è la voce di Dio e l'ascolto e l'adesione totale a questa voce è il fondamento dell'educazione religiosa.

 La seconda relatrice ad intervenire è stata la professoressa Mulayka Enriello, responsabile dell'ambito Istruzione della Comunità Religiosa Islamica (COREIS) in Italia. Ella ha messo in luce come l'educazione sia un diritto di nascita di ogni musulmano e musulmana in quanto l'Islam pone un'enfasi particolare sui suoi seguaci.

Secondo la tradizione islamica è di vitale importanza acquisire la conoscenza attraverso le Hadith (racconti) del profeta Mohamed (Maometto). L'educazione islamica propone il carattere e la morale dell'individuo informando tutta la vita dei valori dell'Islam per un'imitazione delle virtù del profeta.

L'unico testo da seguire è il Corano che contiene le indicazioni per crescere correttamente i propri figli secondo una visione islamica della vita.

L'ultima relatrice è stata la pedagogista Sonia Brunetti, già docente della Scuola Ebraica di Torino. Un assunto della pedagogia ebraica recita: Colui che insegna deve essere anche in grado di imparare dal rapporto con i propri allievi, perché si conosce insegnando, si impara trasmettendo, si capisce spiegando. Questo perché nell'ebraismo è sempre l'azione che fonda il pensiero e non viceversa.

Secondo la tradizione ebraica esiste una educazione modulata secondo la crescita psichica del bambino. Infatti, da 5 anni fino a 10 si studia la Torah (legge ebraica), da 10 anni a 15 si studia la Mishnha (legge orale) e da 15 anni in poi il Talmud (legge etica).

Tutte queste tradizioni religiose hanno in comune l'educazione a partire dai propri testi sacri e i fondamenti del vivere civile come il rispetto degli esseri umani e della natura, l'obbedienza e il rispetto per i genitori e gli insegnanti, l'accoglienza e la protezione dei più deboli.

Un'ora e mezza di confronto tra culture e religioni diverse che hanno affrontato il tema dell'educazione dal proprio punto di vista mettendo in luce gli elementi comuni esistenti in ogni educazione religiosa.

 *Consigliere Regionale AIMC Lombardia

mercoledì 21 ottobre 2020

"NESSUNO SI SALVA DA SOLO. PACE E FRATERNITÀ"

INCONTRO INTERNAZIONALE DI PREGHIERA PER LA PACE

PROMOSSO DALLA COMUNITÀ DI SANT'EGIDIO

 APPELLO DI PACE

 

Convenuti a Roma nello “spirito di Assisi”, spiritualmente uniti ai credenti di tutto il mondo e alle donne e agli uomini di buona volontà, abbiamo pregato gli uni accanto agli altri per implorare su questa nostra terra il dono della pace. Abbiamo ricordato le ferite dell’umanità, abbiamo nel cuore la preghiera silenziosa di tanti sofferenti, troppo spesso senza nome e senza voce. Per questo ci impegniamo a vivere e a proporre solennemente ai responsabili degli Stati e ai cittadini del mondo questo Appello di Pace.

In questa piazza del Campidoglio, poco dopo il più grande conflitto bellico che la storia ricordi, le Nazioni che si erano combattute strinsero un Patto, fondato su un sogno di unità, che si è poi realizzato: l’Europa unita. Oggi, in questo tempo di disorientamento, percossi dalle conseguenze della pandemia di Covid-19, che minaccia la pace aumentando le diseguaglianze e le paure, diciamo con forza: nessuno può salvarsi da solo, nessun popolo, nessuno!

Le guerre e la pace, le pandemie e la cura della salute, la fame e l’accesso al cibo, il riscaldamento globale e la sostenibilità dello sviluppo, gli spostamenti di popolazioni, l’eliminazione del rischio nucleare e la riduzione delle disuguaglianze non riguardano solo le singole nazioni. Lo capiamo meglio oggi, in un mondo pieno di connessioni, ma che spesso smarrisce il senso della fraternità. Siamo sorelle e fratelli, tutti! Preghiamo l’Altissimo che, dopo questo tempo di prova, non ci siano più “gli altri”, ma un grande “noi” ricco di diversità. È tempo di sognare di nuovo con audacia che la pace è possibile, che la pace è necessaria, che un mondo senza guerre non è un’utopia. Per questo vogliamo dire ancora una volta: “Mai più la guerra!”.

Purtroppo, la guerra è tornata a sembrare a molti una via possibile per la soluzione delle controversie internazionali. Non è così. Prima che sia troppo tardi, vogliamo ricordare a tutti che la guerra lascia sempre il mondo peggiore di come l’ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità.

Ci appelliamo ai governanti, perché rifiutino il linguaggio della divisione, supportata spesso da sentimenti di paura e di sfiducia, e non s’intraprendano vie senza ritorno. Guardiamo insieme alle vittime. Ci sono tanti, troppi conflitti ancora aperti.

Ai responsabili degli Stati diciamo: lavoriamo insieme ad una nuova architettura della pace. Uniamo le forze per la vita, la salute, l’educazione, la pace. È arrivato il momento di utilizzare le risorse impiegate per produrre armi sempre più distruttive, fautrici di morte, per scegliere la vita, curare l’umanità e la nostra casa comune. Non perdiamo tempo! Cominciamo da obiettivi raggiungibili: uniamo già oggi gli sforzi per contenere la diffusione del virus finché non avremo un vaccino che sia idoneo e accessibile a tutti. Questa pandemia ci sta ricordando che siamo sorelle e fratelli di sangue.

A tutti i credenti, alle donne e agli uomini di buona volontà, diciamo: facciamoci con creatività artigiani della pace, costruiamo amicizia sociale, facciamo nostra la cultura del dialogo. Il dialogo leale, perseverante e coraggioso è l’antidoto alla sfiducia, alle divisioni e alla violenza. Il dialogo scioglie in radice le ragioni delle guerre, che distruggono il progetto di fratellanza inscritto nella vocazione della famiglia umana.

Nessuno può sentirsi chiamato fuori. Siamo tutti corresponsabili. Tutti abbiamo bisogno di perdonare e di essere perdonati. Le ingiustizie del mondo e della storia si sanano non con l’odio e la vendetta, ma con il dialogo e il perdono.

Che Dio ispiri questi ideali in tutti noi e questo cammino che facciamo insieme, plasmando i cuori di ognuno e facendoci messaggeri di pace.

 Roma, Campidoglio, 20 ottobre 2020

 http://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2020/documents/papa-francesco_20201020_omelia-pace.html



martedì 20 ottobre 2020

EUROPA, QUALE ANIMA?

Lino Prenna raccoglie in volume tre contributi frutto di un colloquio promosso da “Agire politicamente” Le difficoltà che oggi il Vecchio Continente attraversa discendono dal logoramento delle tensioni ideali Se si intende invertire la rotta serve un ethos comune cui ispirare il progetto di un umanesimo politico per una democrazia compiuta fondata su diritti e fraternità

  

GIANNINO PIANA

 L’esigenza di dare un’anima all’Europa, di ricuperarne l’identità spirituale e la originaria vocazione è stata ripetutamente sollecitata da papa Francesco, il quale, nel discorso in occasione del conferimento del premio “Carlo Magno” del 6 maggio 2016, invitava a lavorare per «un’Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo». Muovendosi nel solco di questa sollecitazione, Lino Prenna, ordinario di Filosofia dell’educazione, raccoglie in questo volume tre contributi frutto di un colloquio di cultura politica promosso dall’associazione “Agire politicamente”. Le difficoltà che l’Europa oggi attraversa sono anzitutto ricondotte dagli autori al logoramento delle tensioni ideali, dovuto a una serie di processi socioculturali che vanno dalle spinte individualiste con le conseguenti lacerazioni del tessuto sociale all’avanzare dei nazionalismi e delle pretese sovraniste, nonché alle minacce al pluralismo culturale e alla laicità degli Stati. Tutto ciò esige, se si intende invertire efficacemente la rotta il perseguimento di un ethos comune cui ispirare il progetto di un umanesimo politico per una democrazia compiuta fondata sui diritti e sulla fraternità.

A dare corpo a questo impegno sono dedicate le pagine del libro, che si inoltra anzitutto in una rapida indagine storica – è questo il primo contributo dovuto allo stesso Prenna – dalla quale emerge, da un lato, la pluralità di tradizioni culturali europee legate alla molteplicità dei mondi vitali; e, dall’altro, l’apporto decisivo delle categorie del cristianesimo nella produzione di una loro singolare unificazione. Il tragitto percorso, attraverso il quale si perviene alla delineazione dello spirito europeo è lungo e complesso. Si va dall’unione politica operata da Roma e dalla diffusione della cultura greco-romana – l’humanitas ha qui le sue prime radici – all’assimilazione dei valori del mondo barbaro; dalla visione totalizzante della christianitas medioevale, al farsi strada, a partire dal Cinquecento, della centralità della ragione come fondamento dell’unità degli spiriti, e dunque del carattere “laico”, “terreno” di un umanesimo che esalta la dignità della persona umana e il progresso scientifico tecnologico; fino all’affermarsi della cultura romantica, con la nascita dell’idea di nazione europea e della nozione di storia universale.

Nell’attuazione di questo cammino un ruolo determinante a modellare l’anima europea è stato senz’altro esercitato – come ci ricorda Ambrogio Bongiovanni nel secondo contributo del volume – dalle religioni del Mediterraneo, che hanno concorso in misura decisiva all’umanizzazione dei popoli. Denunciando l’attuale stato di crisi sistemica dell’Europa, dovuta sia all’assenza di valori comuni che alla rinascita di etnocentrismi e di fondamentalismi, Bongiovanni porta l’attenzione sulla “Dichiarazione sul dialogo interreligioso e sulla coesione sociale”, che egli non esita a definire la magna charta dell’impegno europeo. Questo documento contiene infatti preziose indicazioni non solo per il ricupero dell’identità europea, ma anche (e soprattutto) per lo sviluppo in essa di una cultura della solidarietà e della pace. Di fronte ai conflitti e alle ingiustizie dilaganti - si pensi soltanto alla presenza del terrorismo e alla difficoltà di elaborare una strategia per combatterlo – la dichiarazione propone la pratica del dialogo fondata sulla realtà della persona in quanto soggetto relazionale – è qui pienamente ricuperata l’antropologia personalista che Prenna addebita giustamente al pensiero di Rosmini e di Mounier –; una pratica che va ben oltre la tolleranza la quale comporta una forma di accettazione passiva dell’altro, per approdare a valori condivisi tra le religioni, istituendo tra loro la conoscenza reciproca e la collaborazione. Ulteriore importanza al dialogo, come cammino verso la fraternità dei popoli, viene data dal “Documento sulla fratellanza umana”, sottoscritto da papa Francesco e dal grande imam Ahmad al-Tayyeb dell’Università al-Azhar nel febbraio 2019, al quale Bongiovanni dedica particolare attenzione.

A completare il volume vi è, infine, un significativo saggio di Pierluigi Castagnetti, che segnala l’importante contributo di Luigi Sturzo alla costruzione dell’Europa. Rifacendosi a una pubblicazione dell’artefice del Partito popolare dal titolo Comunità internazionale e diritto di guerra, Castagnetti mette bene a fuoco le motivazioni dell’europeismo sturziano, che ha anticipato i federalisti così da poter essere compreso tra i Padri fondatori. A occupare un posto centrale nella visione che don Sturzo ha dell’Unione sono la politica e la morale, alle quali spetta il compito di evitare l’esplosione dei conflitti e la creazione delle condizioni di una pacifica e costruttiva convivenza tra i popoli. Ma l’apporto più importante del suo pensiero consiste nell’aver formulato un’idea di federalismo da attuare attraverso un processo dal basso, alla cui base vi è il riconoscimento dei diritti della persona e delle soggettività primarie in cui essa si realizza, e nell’aver sottolineato con forza la necessità di ricuperare una «cultura dell’intreccio » tra le grandi religioni monoteiste e le diverse culture presenti sul territorio, le quali costituiscono altrettanti veicoli di civiltà che vanno tra loro integrati.

Chi giustamente auspica una rifondazione dell’Europa a partire dalle sue radici umanistiche, trova in questo agile volumetto una serie di riflessioni puntuali che consentono di fare il punto sulla situazione odierna e di individuare stimolanti prospettive per il futuro.

 

Lino Prenna (a cura di), Un nuovo umanesimo europeo. Popoli, religioni, culture

Il pozzo di Giacobbe. Pagine 56. Euro 9 ,00

www.avvenire.it



 

sabato 26 settembre 2020

PANDEMIA: COSTRUIRE UN FUTURO MIGLIORE


Covid, il mondo “dopo” 

ha bisogno di vecchie radici

Papa Francesco ne è certo e lo ripete a tutti: dalla pandemia si esce migliori o peggiori. La crisi globale chiede un ripensamento dei parametri della convivenza umana in chiave solidale. Su questa idea si basa il Progetto “Covid 19 Costruire un futuro migliore”, creato in collaborazione dal Dicastero per la Comunicazione e dello Sviluppo Umano Integrale: offrire un percorso che dalla fine della pandemia porti all’inizio di una nuova fraternità

 VATICAN NEWS

 Guarda video: UN FUTURO MIGLIORE

La “ricetta” per intravedere il futuro liberato dalla pandemia, e reimpostato su nuovi modelli di convivenza, ha l’ingrediente principale in una comparazione. “Dimostrando alle persone in che misura investimenti ‘cattivi’ ci hanno portato sull’orlo del collasso, possiamo poi puntare nella direzione opposta, cioè verso investimenti che sappiano tutelare l’ambiente e un futuro sostenibile”. Ad affermarlo è Martin Palmer, che di investimenti in ottica di fede è un esperto. Palmer, britannico, amministratore delegato di “FaithInvest” – un gruppo che fa da ponte tra il mondo degli enti religiosi e quello della finanza – si muove a suo agio fra i temi della Laudato si’, giacché nel ‘95 ha fondato con il Principe Filippo l’ong “Alliance of Religions and Conservation” (ARC), che aiuta le fedi a sviluppare progetti ambientali.

Palmer è stato chiamato a far parte della Commissione vaticana istituita dal Papa allo scopo di immaginare il mondo del dopo-coronavirus ed è fermamente convinto che le religioni giochino un ruolo cruciale con la loro rete globale di assistenza e formazione. “Abbiamo la tendenza a muoverci come se gli Stati nazionali ci dovessero essere riconoscenti se ci rivolgiamo a loro con i nostri suggerimenti. Invece, siamo noi – sostiene – a dover dare l’esempio del buon uso delle risorse e sollecitare gli Stati nazionali a unirsi a noi”.

Lei fa parte della Commissione Vaticana Covid-19, il meccanismo di risposta creato da Papa Francesco per far fronte a un virus senza precedenti. Cosa pensa di imparare, personalmente, da questa esperienza? E in quali ambiti pensa che la società nel suo insieme possa essere ispirata dai lavori della Commissione?

R. - Mi affascina l’ampio spettro di competenze, conoscenze e interessi che ho rilevato nelle persone che lavorano nella Commissione: già questo ha prodotto nuove partnership per la mia organizzazione, nello spirito della Laudato si’. Il modo migliore in cui la società può essere ispirata dalla Commissione è che la Chiesa stessa inizi a mettere in pratica quei cambiamenti strutturali che sono necessari per essere in linea con la visione del Papa. Questo poi sarà di ispirazione per molti altri.

Papa Francesco ha chiesto alla Commissione Covid-19 di preparare il futuro, piuttosto che prepararci al futuro. In questo compito, quale dovrebbe essere il ruolo della Chiesa cattolica?

R. - Quello di andare avanti con l’esempio. Nelle sue due encicliche – la Evangelii gaudium e la Laudato si’ – il Papa non si è limitato a proporre bei pensieri per un futuro migliore; ci ha anche fornito gli strumenti per smontare il modello attuale, quello che ci ha portato a questa crisi, e costruirne uno nuovo. Alcuni si chiedono come fare per ripartire: lui risponde che ripartire significa tornare indietro. Il suo messaggio parla di sfida, cambiamento e nuovo inizio.

Quali insegnamenti, a livello personale, lei ha tratto dall’esperienza della pandemia? Quali cambiamenti concreti si augura di vedere dopo questa crisi, sia personalmente sia a livello globale?

R. - Ho apprezzato la semplicità che il lockdown ha restituito al mio affannoso mondo fatto di viaggi, incontri e così via. Ho (ri)trovato, nella mia zona, la cura e la compassione – in realtà, per quanto ho osservato, in tutto il mondo – e questo l’ho percepito come un appello importante alla necessità vitale di sostenere le comunità locali e farle rifiorire. Spero tanto che tutto questo continui anche “dopo”: credo che utilizzare e conoscere i prodotti locali piuttosto che acquistare altrove sia un elemento fondamentale per rendere la vita più sostenibile.

Spesso accade che gli investitori non siano consapevoli dell’impatto generato sul mondo dai loro investimenti, e penso alla deforestazione, all’inquinamento, allo sfruttamento sociale e così via. In un’epoca in cui l’attenzione è incentrata sui rischi per l’economia provocati dalla pandemia, come si possono evidenziare questi effetti collaterali?

R. - Io sono l’amministratore delegato di “FaithInvest”, una nuova organizzazione, in parte ispirata alla Laudato si’, che lavora con importanti fondi di investimento che provengono dai maggiori raggruppamenti religiosi nel mondo. Il modo migliore per sottolineare questo è chiedere a ciascun gruppo, come facciamo noi, di tornare alle proprie radici. Chiediamo: cosa pensano del mondo e del nostro posto nel mondo? Quali valori derivano poi da questa valutazione, e come questi valori determinano l’investimento che intendono fare? Questo procedimento si snoda sul modello indicato dal Vaticano II, quando agli Ordini religiosi si chiedeva di tornare alle proprie radici per capire come procedere nel futuro. La crisi del Covid ha rafforzato questa esigenza.

In tempi di recessione economica, le persone tendono a evitare i rischi. Con questo presupposto, in quale misura pensa che la gente possa essere ricettiva all’idea di una finanza “etica”?

R. - È vero, le persone sono restie ad affrontare rischi. Oggi però il rischio maggiore è che se torniamo a quello che consideravamo “normale” non faremo altro che aumentare la possibilità di collassare di nuovo. Quindi, il vero rischio oggi è quello di non cambiare, piuttosto che cambiare veramente, ed è sicuramente più facile aiutare le persone a comprendere questo. Dimostrando alle persone in che misura investimenti “cattivi” ci hanno portato sull’orlo del collasso, possiamo poi puntare nella direzione opposta, cioè verso investimenti che sappiano tutelare l’ambiente e un futuro sostenibile.

In che misura lei crede che la Commissione vaticana Covid-19 e la Chiesa nel suo insieme abbiano credibilità quando parlano di finanza e della necessità di riformulare i sistemi economici?

R. - Facendo seguire i fatti ai buoni propositi. In altre parole: finché la Chiesa non avrà rimesso ordine nelle proprie finanze e non abbia fissato un modello basato sulla fede, potrà soltanto chiedere agli altri di accompagnarla in questo cammino, nella piena consapevolezza che la strada sarà lunga, prima che la Chiesa possa essere coerente con i suoi stessi insegnamenti in questo campo.

Quale ruolo possono svolgere le religioni e la spiritualità nella transizione verso una finanza più sostenibile?

R. - Noi [le religioni] siamo centrali. Senza le scuole, gli ospedali, l’assistenza sociale, le reti di sostegno, la compassione, il lavoro per i giovani, la cura dei rifugiati e dei migranti, la protezione dei più vulnerabili, la società civile collasserebbe. Per questo, le religioni devono smettere di far finta di non essere attori di primo piano sulla terra. Abbiamo la tendenza a muoverci come se gli Stati nazionali ci dovessero essere riconoscenti se ci rivolgiamo a loro con i nostri suggerimenti. Invece, siamo noi a dover dare l’esempio del buon uso delle risorse e sollecitare gli Stati nazionali a unirsi a noi. Le religioni gestiscono più istituzioni educative e di assistenza sociale di qualsiasi Stato al mondo. Per questo, torniamo al tavolo [delle trattative, del dialogo] non come chi chiede, ma come chi agisce.

Secondo lei, le attuali istituzioni finanziarie ed economiche sono capaci di creare le condizioni necessarie a una finanza sostenibile, o pensa che prima debbano verificarsi determinate riforme nel settore?

R. - È necessario trovare o creare un nuovo modello, perché l’attuale è corrotto dall’avidità e dalla cupidigia delle multinazionali e dei sistemi bancari in generale. Le religioni tra di loro possono far nascere la domanda di un modello nuovo: noi ci stiamo lavorando nel concetto di Finanza del Terzo Settore.