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mercoledì 18 marzo 2026

I TALENTI E LA VITA

  COME POSSO SCOPRIRE 
I MIEI TALENTI?

Che domande devo farmi per capire che studi scegliere?», così mi ha chiesto un ragazzo dell’ultimo anno in un incontro organizzato da Fondazione Rui sulla scelta universitaria, «Che cosa vuoi fare DI grande?»


- -di Alessandro D’Avenia

Di fronte a queste domande sono in imbarazzo perché non posso dire a chi non conosco, per di più da remoto, chi è, ma oggi i ragazzi è questo che chiedono: «chi sono?», facendo coincidere la risposta con l’eventuale professione. È la conseguenza di una parola tradita: «talento». Pensiamo ai talenti come capacità innate distribuite in modo ingiusto da un destino cieco: chi troppo e chi troppo poco. Un misto di determinismo e predestinazione, rappresentati dal format più diffuso: il «talent show», in cui il talento coincide con la persona e la sua approvazione. Dalla cucina al canto la vita è una gara: vinci! 

Eppure nell’italiano delle origini talento significava «desiderio», «passione», «voglia»: «vivere in un talento» è per Dante, nella famosa poesia per gli amici Guido e Lapo, «avere gli stessi desideri», e nella Commedia i lussuriosi (Paolo e Francesca) sono coloro che sottomettono «la ragione al talento». Dal 18° secolo in poi la parola scivola nel significato di «spiccata attitudine», perdendo gradualmente la componente «erotica» che è necessario recuperare, soprattutto per il diffuso senso di «impotenza» di fronte alla realtà che spesso tutti, ma i ragazzi in particolare, proviamo. 

 Il talento (talanton in greco era la bilancia) era un’antica unità di peso e di prezzo molto consistente, divenuta parola d’uso comune grazie alla storia con cui Cristo descrive la vita («il regno dei cieli», che è sinonimo di «questione di vita o di morte»): «Un uomo, partendo per un viaggio, chiamò i servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità e partì» (Mt 25). 

Non si può negarlo: la vita è una dote, qualcosa che nessuno di noi si è dato da solo. La «partenza» del padrone segnala che siamo tanto liberi quanto responsabili, l’iniziativa è realmente nelle nostre mani (i talenti). Siamo chiamati alla vita e una chiamata esige risposta, ciascuno la sua, infatti i talenti (al plurale) vengono dati con una logica che rispetta l’unicità e la diversità: «la capacità» (al singolare). Quindi i talenti non sono «le» capacità ma vengono dati in base «alla» capacità. 

Questo spostamento è fondamentale perché «i talenti» non indicano le cose che sai fare (a cui oggi è ridotto chi sei e chi ha difetti è poco «titolato» a vivere: basta guardare una gara della Paralimpiadi per ricredersi ed essere ispirati) ma la vita che puoi contenere alla tua maniera, perché sia «piena», come si dice della «capacità» di un recipiente. Bicchieri, bottiglie, botti hanno capacità/funzioni diverse, non sono in competizione, e ognuno è pieno se riceve tutto il liquido di cui è capace. 

Trovare la forma

Il primo passo è allora conoscere la propria capacità, liberandosi dalle illusioni e imitazioni: che forma ho? «Formazione» è sinonimo di educazione non perché ricevo la forma, ma perché trovo la mia («diventa ciò che sei» dicevano i Greci). E la capacità è la forma che delimita lo spazio da riempire, riceviamo la vita in base ai «limiti» (non in senso privativo ma di unicità, come quando si disegna qualcosa tracciandone i bordi). Capacità dice quindi come io mi posso aprire alla vita nella mia modalità e quanta ne posso contenere. Come mai i Norvegesi, neanche sei milioni di abitanti (la Campania), alla fine degli Anni ‘80 vinsero cinque medaglie nelle Olimpiadi invernali e dai ‘90 in poi hanno cominciato una scalata che li vede dominare da due decenni? Perché è diventato ministro dello Sport un professionista che ha rivoluzionato il sistema: tutti i ragazzini fino ai 14 anni provano gratuitamente molti sport, a scuola e in strutture adatte, senza competizione, come puro gioco, salute e socialità. In questo modo la vita (talenti) va a riempire ciascuno secondo la sua forma (capacità): fioriscono se messi in condizione e non in competizione. Non è quindi solo questione di neve e ghiaccio ma di far incontrare neve e ghiaccio a ciascuno nel modo suo. Infatti nel testo evangelico la parola tradotta con «capacità» nell’originale è «dynamis» (da cui dinamico, dinamite...), «potenza», che nel linguaggio biblico identifica l’essere «a immagine e somiglianza» di Dio: essendo un Dio che crea perché ama, allora questa dynamis (potenza) umana è «energia creativa», «energia erotica». Tradotto all’oggi: noi riceviamo tanta vita quanta ne pro-creiamo, perché la vita ci viene incontro esattamente nella misura in cui le andiamo incontro (il viaggio infatti ne è la metafora per eccellenza). 

Il segno della gioia

Il numero di talenti è quindi la quantità di vita che ricevi e sei capace di moltiplicare, perché la logica della vita (la biologia parla chiaro) è moltiplicarsi. Per questo quando il padrone torna dal viaggio «fa i conti» con i servi. Chiedere «conto dei talenti» è chiedere il «racconto della vita»: contare e raccontare (ri-contare) sono lo stesso verbo (in spagnolo è uno solo: «contar»). Chiedere (rac-)conto è dire: come ti è andata? Sei stato felice? Due su tre hanno raddoppiato i talenti ricevuti. 

Che sia il doppio mostra che i singoli non sono stati né sopravvalutati né sottovalutati, a scanso di ogni illusione o umiliazione: la vita è cresciuta in loro, grazie a loro, attorno a loro, secondo la loro portata. Hanno usato al meglio il loro dinamismo, la loro energia pro-creativa, la loro potenza erotica: sono stati vivi, se la sono goduta. E infatti il padrone ratifica il dato: «Prendi parte alla mia gioia». 

La gioia, non il successo, è il segno della vita riuscita come spiega il filosofo Henry Bergson in un testo nel cui titolo c’è la dynamis creativa ed erotica (L’energia spirituale): «I pensatori che hanno speculato sul significato della vita e sul destino dell’uomo non hanno notato a sufficienza che la stessa natura si è curata d’informarci al riguardo. Essa ci avverte con un segno preciso che la nostra meta è raggiunta. Questo segno è la gioia. Dico la gioia e non il piacere. Il piacere non è nient’altro che un artificio immaginato dalla natura per ottenere dall’essere vivente la conservazione della vita; esso non indica la direzione in cui è lanciata la vita... Dove c’è gioia, c’è creazione; più ricca è la creazione, più profonda è la gioia». 

Partecipare alla gioia del padrone è partecipare alla creazione, agire come lui: amando e moltiplicando la vita. Ma che ne è di chi non ha messo in gioco questa energia (la capacità) e ha rinunciato a vivere (i talenti)? Sotterrando il talento ha sotterrato la vita, ha rinunciato a se stesso: «Per paura andai a nasconderlo sotterra». A quell’uomo non era stato dato poco, era stato dato tutto il necessario (secondo la sua capacità) per essere felice, ma la paura di vivere è stata la sua tomba. 

Aprirsi alla vita

Allora a quel ragazzo e a tutti gli altri in formazione vorrei dire che i talenti non sono destini prestabiliti, ma doni che la vita può farti tutte le volte che la moltiplichi, che ti metti in gioco (per i bambini norvegesi gli sport sono un gioco, un’esplorazione di sé e del mondo, che diverrà anche una professione per tutti quelli che facendo così creano/gioiscono di più): dove e quando la vita si moltiplica con la tua presenza? 

Domandarsi «che talento ho?» è chiedersi «in quale forma unica la vita entra in me e trabocca come un bicchiere pieno?». Per scoprirlo serve andare oltre una formazione restrittiva come quella della scuola nostrana, basata su prove competitive e quantificabili (imposizione della forma dall’esterno), per cui capita spesso che un ragazzo di 18 anni, che ne ha passati 13 a scuola, chiede a uno sconosciuto: che talenti ho? Come scelgo? 

Abbiamo bisogno di una formazione che apra alla vita, e aiuti a scoprire, con l’aiuto di chi ti guida, dove/quando fiorisci di più, ricevi vita e la moltiplichi, sei vivo e fai vivere, gioisci e fai gioire. Per questo ho detto a quel ragazzo di cominciare da un foglio: dividilo a metà, nella colonna di sinistra scrivi le dieci cose che ti riescono meglio, in quella di destra le dieci che ami fare di più. Se ci sono corrispondenze quello è un ambito di vita in cui mettersi in gioco, perché lì la vita incontra la capacità, a prescindere che diventi una professione.

Useremo mai la gioia per educare?"

Alzogliocchiversoilcielo



martedì 2 settembre 2025

SI EDUCA CON CIO' CHE SI E'


Il coaching per gli adolescenti

 alla luce del messaggio evangelico




di Pietro Riparbelli 

 

Come instaurare un dialogo proficuo con i tuoi figli o i tuoi studenti adolescenti? Come aiutarli ad affrontare le sfide che la vita ci mette davanti ogni giorno? Come guidarli verso obiettivi validi e credibili? Come renderli autonomi senza farli sentire abbandonati? 

Sono alcune delle domande a cui cerca di rispondere questo libro, che non è un semplice manuale, ma un invito a riscoprire l’arte dell’educazione come missione di vita, dove l’esempio personale diventa la più potente delle lezioni. 

Lo spunto è il Vangelo, che qui diventa strumento per educare, seguire, far crescere i ragazzi. 

Grazie a un’inedita chiave interpretativa dell’insegnamento evangelico, troveremo in queste pagine molti dei problemi che viviamo ogni giorno e i suggerimenti per risolverli. 

Perché Gesù, attraverso le parabole, il discorso della montagna, i dialoghi con gli ultimi, i miracoli, gli esempi personali, ci ha indicato una strada educativa che può portarci lontano. 

Insieme ai nostri ragazzi.


Pietro Riparbelli, Si educa con ciò che si è, ed. Ultra Life, maggio 2025


mercoledì 30 luglio 2025

EDUCARE E' LIBERARE

 


"Educare è liberare, 

ma la politica lo ignora.


 Folle la scuola che insegue 

il sistema produttivo"

 

La rivoluzione richiede pensiero critico, 

l’istruzione non sia ossessionata dagli sbocchi occupazionali.

di : Massimo Cacciari

Quale dovrebbe essere il compito fondamentale di uno Stato? La risposta che ci proviene dalle voci che stanno all’origine della nostra civiltà è una sola: nutrire, allevare ed educare i giovani. Nutrire e allevare il loro corpo, formare ed educare la loro anima. Nella loro indissolubile unità. Di che cosa infatti dovrebbe avere massima cura una città, una polis retta secondo ragione, se non della propria forza e della propria durata? E che cosa le garantisce se non nuove generazioni attrezzate in tutti i sensi ad affrontare anche l’imprevedibile? È un’idea gerontocratica dell’educazione quella che la riduce essenzialmente a trasmissione di saperi. Educare, come dice la stessa parola, significa trarre fuori dal giovane la potenza che già è in lui, aprire la sua mente, i suoi occhi, e non informarlo di ciò che padri e nonni hanno compreso e vissuto. Educare significa liberare. 

Il peccato mortale della nostra politica consiste nell’ignorare tutto ciò. Il suo fallimento è palese, ma ci si ostina a nasconderlo. I dati lo denunciano impietosamente. La sfiducia nelle capacità formative del nostro sistema cresce con disarmante regolarità. I laureati nella fascia d’età 25/34 anni sono il 30% (ma al Sud solo il 20%), il 10% in meno rispetto alla media europea. Di questi laureati quelli che prendono la via dell’emigrazione crescono ogni anno dall’inizio del nuovo millennio, passando da qualche centinaio a parecchie migliaia. Chi trova lavoro in patria lo ottiene, nella stragrande maggioranza dei casi, irregolare e sottopagato. E per ogni capitolo di questo dramma il Sud vede peggiorare la propria situazione rispetto al Centro-Nord. Sono dati a disposizione di tutti, non opinioni. La formazione delle nuove generazioni non rappresenta la priorità della nostra politica. E una politica che nella sua agenda non esprime questa priorità cessa di avere un qualsiasi futuro. 

Non si tratta soltanto di investimenti, di difendere almeno il potere d’acquisto degli stipendi di personale e insegnanti, di armare il cervello dei giovani piuttosto che riarmare eserciti per far guerre per interposta persona. Né la crisi della scuola italiana può essere semplicemente trattata come un capitolo del progressivo esaurirsi delle politiche di Welfare, del venire meno della volontà stessa da parte dello Stato di garantire a tutti i servizi essenziali. Nella sua politica per la scuola una classe dirigente ha sempre espresso, cosciente o no, nel modo più chiaro il proprio livello culturale e la propria strategia complessiva. L’assetto della scuola è lo specchio più veritiero della sua qualità. Quale idea di società emerge dagli attuali ordinamenti? Una confusa contrapposizione al modello classista gentiliano ha condotto a inseguire quello di una scuola “al servizio” del sistema economico-produttivo. Una scuola che tradisce il suo stesso etimo per diventare nec-otium, negozio, una sorta di pre-lavoro. 

Modello non solo culturalmente odioso, ma semplicemente idiota, poiché esso prefigura una scuola che si troverà sempre in costante ritardo rispetto alle trasformazioni organizzative e tecnologiche. Se la scuola deve essere nec-otium la si chiuda e si promuovano soltanto forme di learn-by-doing gestite da imprese e società, al loro interno. La rivoluzione tecnologica (e delle stesse forme di vita) in cui viviamo richiede persone capaci di capire, apprendere rapidamente, educate a un pensiero critico, pronte nel cogliere i segni del salto, della discontinuità nei processi economici e sociali. Altro che adattarsi allo stato presente e integrarsi in esso. 

Tutto si tiene. Una scuola, a tutti i gradi, che persegue l’obbiettivo di addomesticare il giovane al mercato, ossessionata dalla peregrina idea dello “sbocco occupazionale”, sarà necessariamente il trionfo dell’ordinamento burocratico, del controllismo formale. L’oppressione burocratica schiaccia l’autonomia didattica, omologa al basso, rende vacua chiacchiera ogni selezione meritocratica. L’insegnante ha sempre meno tempo per leggere, studiare, continuare a formarsi; produzione di riunioni per mezzo di riunioni, redazione di piani e progetti, rendiconti continui non sulle proprie conoscenze, ma sull’osservanza di procedure e metodi soffocano il suo spirito di iniziativa. Come ha bene spiegato Ivano Dionigi nel suo libro “Magister” ormai la scuola non la fanno i maestri, ma i ministri. 

È il sistema dell’universale sorveglianza. Tutto si svolge sotto il timore della punizione. Non hai seguito la regola, non hai riempito con diligenza i moduli prescritti, la controversia legale, magari fino al Tar, sta in agguato. Per essere tranquilli, obbedisci ai comandamenti ministeriali, per quanto stupidi possano essere e anche se ciò ostacola fino a impedirla la tua volontà di crescita intellettuale, di cambiare, di innovare dove le cose non ti sembra funzionino. Bada anzitutto al “successo formativo”, che si misura sulla percentuale degli studenti che finiscono il corso negli anni previsti. “Successo formativo” significa perciò non avere “bocciati”, non avere “fuori corso”. Il “sindacato Famiglia” vigila che così sia. La meritocrazia può attendere, anche perché quale meritocrazia potrebbe esserci in un regime che non ha alcuna politica per un reale diritto allo studio?. 

 L’astratto metodologismo imperante determina anche i piani di studio. La competenza disciplinare lascia il posto a indigeribili melting-pot specie nelle materie cosiddette umanistiche, infarinature di impressioni generiche su letteratura, arte, storia, invece di letture dirette, poche ma solide, conoscenze specifiche, limitate ma reali, fondate. Il “politicamente corretto” completerà l’opera di metamorfosi della conoscenza disciplinare in chiacchiera universalistica. 

Così non si educa il giovane e così lo Stato abdica alla sua funzione politica essenziale. Docenti e studenti debbono allearsi nel combattere questa intollerabile situazione. Solo da questa lotta può nascere anche una nuova élite politica, una nuova classe dirigente del Paese.

Fonte: La Stampa

 

mercoledì 13 novembre 2024

L'EDUCATORE IDEALE

 

Il profilo dell’educatore ideale? 

Virgilio nella Divina Commedia

Ecco le cinque caratteristiche

 decisive per chi educa:

 il senso di missione, 

il lavoro di squadra, 

l’empatia verso gli allievi, 

una morale senza moralismo, 

la capacità di lasciare andare.

L’importanza di trasmettere valori capaci di indirizzare i giovani verso il traguardo dell’indipendenza.

 

 -         di MARCO ERBA

-          Duca, segnore, maestro: sono queste le tre parole con cui Dante definisce Virgilio, sua guida, alla fine del II canto dell’Inferno. Virgilio è duca, cioè colui che conduce, ma è anche signore e maestro: ha autorità su Dante e può insegnargli molto. I critici concordano sul fatto che Virgilio sia il simbolo della ragione, ma la sua figura va molto oltre. Virgilio è un personaggio estremamente autorevole, ma anche di straordinaria umanità. Per questo si può considerare il modello di ogni educatore, un modello estremamente vicino a noi. Cosa può dunque insegnare Virgilio a chi è chiamato a educare? I n primo luogo, un educatore è qualcuno che incarna un ideale, o almeno ci prova. Un educatore non è uno che si accontenta, che si guarda l’ombelico: è uno che è davvero convinto di poter cambiare il mondo a partire dal suo piccolo, cioè dalle ragazze e dai ragazzi con i quali gli è donato di camminare. Uno che tiene alto lo sguardo, si impegna nel particolare senza però dimenticare mai il quadro generale. Un educatore ha una meta, si sente chiamato. Virgilio lo dice subito a Dante nel II canto dell’Inferno: Io era tra color che son sospesi, e donna mi chiamò beata e bella, tal che di comandare io la richiesi.

Virgilio è inviato dal cielo per una missione. Missione è una parola bellissima e fortissima che, come tutte le parole potenti, suscita dibattito. Si è più volte discusso, ad esempio, se l’insegnamento sia un lavoro o una missione. C’è chi afferma che sia un lavoro, che parlare di missione sia fuorviante, da un lato perché si carica di una idealità eccessiva quello che ha il diritto di restare un mestiere, dall’altro perché, con la storia della missione, si vorrebbero evitare altre scomode discussioni legate alla qualità della vita e al livello salariale dei docenti. Non entro qui in un dibattito complesso, che meriterebbe ben altro spazio; dico che però sarebbe proprio bello se chiunque, non solo gli insegnanti e gli educatori, vivessero il loro lavoro come una missione: l’operatore ecologico, il dirigente pubblico, il banchiere, l’imprenditore, il muratore, il medico, e chi più ne ha, più ne metta. Tutti, col nostro lavoro, siamo chiamati alla missione di donarci agli altri e quindi a salvare un pezzo di mondo. Come Virgilio, che con la sua missione salva Dante. E Dante racconta di lui, e i versi di Dante arrivano fino a noi e salvano un po’ anche noi.

In secondo logo, un educatore è qualcuno che gioca in squadra. Non c’è nulla di più dannoso dell’invidia in una equipe educativa. Non c’è niente di più ferale della gelosia in un consiglio di classe. Invidia e gelosia portano a sviluppare ego ipertrofici, a vedere le classi come proprio possesso, gli allievi come potenziali seguaci, i colleghi come avversari su cui primeggiare. Basta una critica scorretta a un collega di fronte a una classe di adolescenti per gettare il seme della zizzania, per diffondere sfiducia, per distruggere ore e ore di educazione civica in cui si è parlato di rispetto reciproco. Siamo tutti al servizio di chi ci è affidato. Siamo tutti utili, ma nessuno è indispensabile. Siamo una squadra: ognuno deve giocare nel suo ruolo, con umiltà. Virgilio lo sa benissimo e lo dice subito a Dante nel primo canto dell’Inferno, parlando delle “beate genti”, le anime del Paradiso, che lui non potrà mostrargli: A le quai poi se tu vorrai salire, anima fia a ciò più di me degna: con lei ti lascerò nel mio partire.

Sarà un’altra anima a condurti nel regno dei beati. Sarà Beatrice. Lei è più degna di me. Io ho il mio compito, lei il suo.

Non c’è ombra di risentimento in queste nobilissime parole. In terzo luogo, l’educatore è capace di concreti gesti di cura. Non è un istruttore freddo; è uno che sente l’altro nel profondo, è una persona empatica. È felice con il suo allievo, soffre con lui nelle difficoltà. Non si limita a spiegare cosa bisogna fare, ma si mette in gioco in prima persona; si compromette, si fa carico del prossimo.

Virgilio a volte rimprovera Dante aspramente, però gli vuole bene e non lo molla mai nella difficoltà. All’ingresso dell’Inferno Dante è terrorizzato. Siamo nel canto III, è il momento di fare il primo passo nel buio della dannazione, e Virgilio fa un gesto di tenerezza infinita: prende la mano a Dante, gli mostra un volto lieto, probabilmente gli sorride: E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond’io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose.

Da prof ho sperimentato tante volte che tra un recupero e un mancato recupero, tra un successo scolastico e un fallimento c’è una linea molto sottile. Se trovi un insegnante che ti stronca, di cui percepisci la disistima, che di distrugge a parole, parti già penalizzato. Se trovi un insegnante che ti incoraggia, che crede in te, che ti supporta pur senza regalarti niente, magari anche tu finisci per credere che ce la puoi fare, e magari ce la fai davvero. In quarto luogo, l’educatore non è un moralista, ma ha una forte etica, che tenta di incarnare in una coerente condotta morale. L’educatore non può essere uno spietato censore: deve porsi in ascolto, deve accogliere le fragilità, deve accettare che il cammino di crescita comporta sia passi avanti che cadute. Crescere è un cammino imperfetto, ma graduale e progressivo, fatto di condizionamenti difficili da sconfiggere, ma anche di liberanti salti di qualità. Il moralista mette al primo posto l’ideale e lo usa come un letto di Procuste per distruggere le persone. Un educatore, invece, mette la persona al primo posto, accoglie la sua storia, ha uno sguardo di misericordia.

Con il vizio che distrugge, però, l’educatore è inflessibile. Nell’VIII canto dell’Inferno, nella palude Stigia, Dante incontra l’iracondo fiorentino Filippo Argenti. Costui si chiamava in realtà Filippo Adimari, ma era soprannominato “Argenti” perché ostentava a tal punto la sua ricchezza da ferrare con l’argento gli zoccoli del suo cavallo. Avversario politico di Dante, è l’incarnazione della spietata arroganza della ricchezza che, secondo il poeta, distrugge la società. Tema attualissimo, peraltro: gli Argenti di oggi sono quelli che misurano le persone sulla base del conto corrente, della fama, del numero di like; coloro che ritengono vi siano esseri umani di serie A e di serie B e che si credono tra i dominatori del mondo. Dante, contro Argenti, si mostra spietato: lo maledice, infierisce contro di lui a parole. Di fronte a questo atteggiamento, Virgilio abbraccia Dante, lo bacia, lo loda con espressioni quasi religiose, dice che la stessa madre di Dante è benedetta per essere rimasta incinta di lui: Lo collo poi con le braccia mi cinse; basciommi ’l volto e disse: ‘Alma sdegnosa, benedetta colei che ’n te s’incinse!

La reazione sembra esagerata, ma Argenti è qui il simbolo di tutti quegli atteggiamenti che più profondamente dividono la società, togliendo dignità agli esseri umani. Atteggiamenti dai quali l’educatore deve mettere in guardia duramente: se l’io prevale sul noi, tutte le relazioni risultano minate. Infine, l’educatore è qualcuno che sa che il suo compito ha un inizio e una fine. Il grande educatore non rende gli altri dipendenti da sé, ma desidera la loro autonomia. Non pretende di tenere i suoi allievi sempre con sé: il suo obiettivo è che vadano avanti per loro conto. L’educatore ti vuole così bene da sapere che il suo successo è completo quando tu sai camminare da solo. L’educatore vince quando tu sai fare a meno di lui. È ciò che avviene alla fine dell’ascesa del Purgatorio, nel XXVII canto. Sulla soglia del giardino dell’Eden, Virgilio saluta per sempre Dante con parole di immensa grandezza, le sue ultime nella Commedia: Non aspettar mio dir più né mio cenno; libero, dritto e sano è tuo arbitrio, e fallo fora non fare a suo senno: per ch’io te sovra te corono e mitrio.

Sei tu il re di te stesso, hai tu in mano il timone della tua vita. Ora puoi andare, tocca a te: non ti servono più le mie parole e le mie indicazioni. Ricordo una strepitosa collega, che regalò questi versi a una quinta superiore a cui era legatissima, proprio l’ultimo giorno di scuola insieme. Ci furono pianti e abbracci. Certamente c’era la sensazione di un tempo passato e irreversibile. C’era il dolore per la fine di una storia insieme. Ma a prevalere era la gratitudine: ragazze e ragazzi capivano benissimo che quella prof non li stava abbandonando. Col suo passo indietro, stava facendo loro il dono più grande: la libertà di essere ciò che desideravano.

Anche Dante lo capisce e, pur nel dolore, quando si rende conto che Virgilio se n’è andato, lo chiama “dolcissimo patre”. Perché un padre resta per sempre, anche quando non c’è più.

È allo stesso tempo duca, signore e maestro Così la guida di Dante incarna un modello di educazione che va oltre la semplice trasmissione della conoscenza.

 www.avvenire.it 

** Marco Erba è nato in provincia di Milano nel 1981. Dopo la maturità classica e la laurea in lettere, ha lavorato per anni come giornalista di cronaca e come addetto stampa. Dal 2007 è insegnante di lettere in un liceo. La sua attività di scrittore nasce tra i banchi di scuola, nella relazione quotidiana con i ragazzi e con le loro vite. I suoi studenti sono stati i suoi primi editor.

 

 

 

domenica 20 ottobre 2024

L'ARTE DEL MAIEUTA


 L’antica maieutica socratica


di p. Davide Brasca

 È stata ed è opinione comune che l’arte socratica della maieutica vada intesa come l’arte neutra del tirar fuori ciò che c’è già dentro le persone. 

Le cose però non stanno così. Riascoltiamo il testo di Platone dove Socrate parla della maieutica:

 “Socrate: La mia arte di ostetrico, in tutto il rimanente assomiglia a quella delle levatrici, ma se ne differisce in questo, che opera sugli uomini e non sulle donne, e provvede alle anime partorienti e non ai corpi. E la più grande capacità mia è ch’io riesco per essa a discernere sicuramente se fantasma o menzogna partorisce l’anima del giovane oppure se cosa vitale e reale”.

 Risulta chiaramente che la maieutica socratica è l’arte del discernere se l’anima del giovane partorisce fantasmi e menzogne o cosa viva e reale.

Il compito delle levatrici è importante ma pur minore di questo. Difatti alle donne non accade di partorire ora fantasmi, ora esseri reali, e che ciò non sia difficile a distinguere.

Il combinato delle due riflessioni socratiche è suggestivo: se l’uomo è solo corpo, per venire in questo mondo è sufficiente l’ostetrica; se l’uomo è anche anima serve Socrate, il maieuta.

All’oggi: se l’uomo è solo materia (neppure corpo), solo tecnica, solo statistica, solo dati, per la sua educazione sono adeguati i protocolli e le procedure attivate da un burocrate (magari brillante). Se invece è anche altro: interiorità, anima, spirito, intelligenza, libertà, relazione, amore, allora serve che al suo fianco, nel tempo del diventare uomo, vi sia una persona saggia e umile.

Costui saprà aiutare il giovane e la giovane a discernere se stia partorendo “fantasmi e menzogna”, cioè cose senza realtà e false, oppure cose “vere e vive”.

In questa comprensione, che considera l’uomo qualcosa di più di una materia, fedeli al testo di Platone, la maieutica è altra cosa dal “trarre fuori” e il ruolo del maieuta – dell’educatore - è ben altra cosa dalla tecnica del far nascere.

Si tratta piuttosto di un’opera di discernimento che necessita di criteri di saggezza.

 

immagine: Sileno con Dioniso bambino

382/ #Taccuinodistrada in un #Tempodaesplorare

 

mercoledì 17 luglio 2024

COSE MERAVIGLIOSE

 Vedremo cose meravigliose

 Un libro sulla passione dell'educare

Riflessioni controcorrente

 sull'educare oggi


Far crescere nella libertà è la funzione principale dell'educazione e dovrebbe essere l'obiettivo della famiglia e della scuola.

Oggi però l'educazione è in crisi e al più si confonde con l'informazione, l'istruzione, l'apprendimento.

Nel libro di Johnny Dotti e Mario Aldegani le suggestioni che possono ispirare genitori e insegnanti al cambiamento in nome della fiducia nei giovani e della speranza.

"E vedremo cose meravigliose" è il titolo promettente del libro scritto a quattro mani e pubblicato dall'editrice Paoline, in cui Johnny Dotti e Mario Aldegani propongono idee, esperienze e provocazioni per riportare l’educazione alla sua funzione principale: far crescere nella libertà. Il primo autore è pedagogista e docente di Scienze politiche alla facoltà di Sociologia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, il secondo è un sacerdote della Congregazione dei Giuseppini del Murialdo, insegnante ed educatore.

Insieme hanno dato vita nel 2012 alla onlus Fondazione Talenti.

L'educazione non è sinonimo di formazione e apprendimento

Il testo che porta come sottotitolo "Riflessioni controcorrente sull’educare oggi" parte da un presupposto dichiarato: l’educazione è in crisi e lo è perché la crescita s’identifica per lo più con lo sviluppo tecno-scientifico e il sapere si confonde con la specializzazione.

“Oggi – leggiamo nell’introduzione - nell’educazione lo smarrimento è totale.

Pare di essere di fronte a un’impossibilità vera e propria, e ciò produce due reazioni: da una parte, una sorta di indifferenza e di fatalismo e, dall’altra, un pessimismo inconsolabile che sbocca nella conclusione che tutto è inutile".

A dispetto di un contesto difficile, strade per riportare l’educazione alla sua funzione principale - che è mettere al centro il mistero della persona -, secondo gli autori ce ne sono ancora.

Le idee, le esperienze e le provocazioni presentate in queste pagine si sviluppano attraverso dieci azioni espresse con verbi all’infinito e vogliono essere un invito a domandarsi quali suggestioni di trasformazione concreta essi possano offrire.

Johnny Dotti: la scuola oggi è lontana dall'educare

Quello che i due autori ci vogliono mostrare è che "se sapremo perseverare nello stupore e nella fiducia, vedremo cose meravigliose".

Ai media vaticani, il professor Johnny Dotti approfondisce l'essenza dell'educazione e invita a guardare con fiducia i giovani che chiedono a genitori e insegnanti di essere ascoltati e accompagnati, ma anche "lasciati andare" per poter crescere nella libertà e nella responsabilità, per diventare "autori della propria vita":

Don Milani e “andavamo a scuola a piedi”: al primo, sacerdote, insegnante, educatore e molto altro è dedicato il libro; la seconda frase ricorda tutto un insieme di comportamenti e di valori che sono molto cambiati.

Nell’introduzione si legge però che l’intento non è ricordare il passato.

Ci spiega che cosa significa per voi autori questi due riferimenti?

Sono un riferimento entrambi non solo di gratitudine intellettuale, ma di significato dell'educare.

Il primo, don Milani, credo che simboleggi bene cosa sia l'educare, cioè il custodire il mistero del figlio dentro di sé nel portarlo al mondo.

Io sintetizzo sempre così l'educare: non è formare, addestrare, istruire, nemmeno apprendere, tantomeno informare.

È esattamente questa attitudine interiore a portare dentro di sé l'altro che si intuisce sia proprio figlio.

Don Milani secondo me rappresenta bene questo educatore per vocazione, che è quello che manca oggi. L'espressione "andare a scuola a piedi" è in qualche modo il recupero dell'educare integrale, che non è solo legata all'intelletto ma è un'esperienza del corpo.

L'educare ha a che fare col desiderio e studiare ha a che fare col desiderare, non soltanto con un'applicazione mnemonica rispetto ai testi, e "andare a scuola a piedi" rappresenta esattamente questo desiderio dello studiare attraverso il corpo.

Educazione e libertà sono, secondo la tesi del libro, realtà strettamente connesse.

Ma voi dite che oggi questo legame non funziona, che la scuola, ad esempio, non aiuta nel metterle insieme.

“La scuola - si legge - è l'istituzione più lontana dell'educazione" e quindi probabilmente dal rendere i ragazzi liberi.

Perché?

Perché oggi vale ciò che funziona tanto è vero che la libertà oggi in Occidente viene interpretata come libertà di scegliere tra tante cose, mentre la libertà è legata all'educare e, appunto, è l'accompagnare al venire al mondo ciò che siamo, ciò che siamo chiamati ad essere.

È rendersi conto della mancanza d'essere che siamo e aiutare via via a compiere la nostra vocazione nel mondo.

Questa è la libertà.

È evidente che questo ha bisogno di appoggiarsi sul valore del senso della vita non sul funzionamento.

Se si ha in mente il funzionamento, si ha in mente l'intelligenza computazionale, la specializzazione, l'istruzione, si hanno in mente altre cose non questo.

"La nostra personale speranza è che questo libro possa contribuire a riaccendere l'entusiasmo, la ricerca, l'orgoglio, la passione di educare", voi scrivete, ma come è possibile riaccendere la passione dell'educare?

Io credo che se qualcuno dà ancora qualche peso alla speranza, di cui siamo tutti orfani, l'educazione riprenderà spazio, perché educare e sperare sono sostanzialmente la stessa cosa.

L'educazione non è nient'altro che la pedagogia della speranza, cioè l'immaginare che attraverso di me qualcun altro possa essere accompagnato a venire al mondo.

Entriamo un po' nel contenuto del libro che offre riflessioni su dieci azioni che forse potrebbero aiutare nell'impegno educativo.

La prima è ascoltare, poi benedire, custodire, condividere, generare, lasciar andare, pensare, raccontare, emancipare e imparare.

Quale di queste azioni manca di più oggi nei confronti dei ragazzi?

Lasciar andare, decisamente: lasciar andare!

Perché il lasciar andare é un simbolo di fiducia.

Bisogna avere una profonda fiducia nei figli, negli altri, nelle persone che ci sono affidate.

Questo è il segno dell'autorità che è autorizzare, rendere l'altro "autore" e che quindi è disponibile sin dall'inizio a lasciarlo andare, a prendersene cura aiutandolo a venire al mondo proprio perché rispetta la sua libertà.

Oggi questo non c'è nelle relazioni familiari, non c'è nelle relazioni istituzionali, non c'è perché i ragazzini escono di casa tardissimo - a 35 anni circa - non fanno figli, non si sposano, non assumono responsabilità.

Ma non è una loro colpa, è proprio la forma della nostra società che tende a essere fondata sulla sicurezza e sulla certezza sempre presunte e sempre progettate prima, che non permette il lasciar andare, cioè non gode della libertà dell'altro.

L'intelligenza artificiale

La scuola che è già messa alla prova dalla pesante presenza dei social nella vita dei giovani, si troverà sempre più costretta a fare i conti con lo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale.

In che modo?

Con quale atteggiamento gli insegnanti possono affrontare tutte queste trasformazioni?

L'Intelligenza Artificiale non è che una delle tante intelligenze accanto a quella riflessiva, contemplativa, estetica, meditativa, emotiva.

Mi sembra che ci sia un accanimento eccessivo sull'IA.

Si può affrontare innanzitutto sviluppando anche altri tipi di intelligenza, poi ricordandosi che noi siamo intelligenza, spirito e corpo e la scuola non si deve dimenticare di questo: noi siamo anche corpo e siamo anche spirito, che non è solo intelligenza.

Tra l'altro, appunto, l'Intelligenza Artificiale non è che un sottoinsieme abbastanza banale perché si fonda sull'algoritmo, quindi sostanzialmente sul pensiero binario gnostico, manicheo, zero-uno, bene-male, bianco-rosso, destra-sinistra. Insomma, non dimenticandosi che l'uomo è un po' di più dell'intelligenza analitica.

Riguardo al pensare, lei dice che oggi si tende a negare il pensiero e che essere istruiti non significa essere pensanti.

Lei ne ha già accennato, ma mi sembra che questo sia il fulcro di tutto...

Eh sì, è così, se si guarda dal punto di vista dell'intelligenza il tema è il pensiero.

Sviluppare un pensiero critico

Che cosa vuol dire pensare e sviluppare un pensiero critico?

Non è semplicemente sviluppare un pensiero specialistico, ma è avere un pensiero che sa connettere, che sa mettere insieme il frammento con le diverse dimensioni della realtà.

Però per fare questo, il pensiero ha bisogno di essere esperito, di fare esperienza, e a scuola non si fa nessun tipo di esperienza, tantomeno di pensiero.

Ad esempio, la domanda è molto più importante della risposta, ma non si educa per nulla né ad ascoltare le domande, né a saperle fare.

Papa Francesco dice spesso che l'educazione deve sviluppare la testa, il cuore e le mani...

È l'antropologia tripartita: mente-corpo-spirito.

Questa è l'antropologia cristiana: noi "siamo" corpo, non "abbiamo" un corpo.

Noi siamo spirito, non abbiamo uno spirito.

Noi siamo intelletto, non abbiamo un intelletto.

Per questo il senso viene prima del funzionamento, altrimenti siamo semplicemente macchine e allora è meglio avere le macchine che l'uomo.

La macchina funziona meglio dell'uomo, un uomo non funziona quasi mai altrettanto bene.

Le cose più importanti della vita non funzionano così, mai, però quello è il senso della nostra vita.

Prendiamo in considerazione ancora due elementi: la comunità e la condivisione.

Qual è la visione che c'è dietro a questi due aspetti?

Siamo persone

È la visione classica personalista che dice che noi non siamo individui, siamo persone.

L'educazione non si può declinare dal punto di vista individuale perché l'educazione è radicalmente una relazione.

Io ho citato prima la relazione padre-figlio, potrei dire madre-figlia ecc...

Tutte le dimensioni che concorrono ai codici dell'educazione sono dimensioni di condivisione esistenziale e soprattutto di comunità intesa come munus-condiviso cioè come regalo e obbligazione morale condivisa.

La concentrazione e l'attenzione sono il più grande segno d'amore e non c'è educazione senza concentrazione e senza attenzione che vuol dire uscire dal proprio io.

La comunità educante

Nel libro si parla di comunità educante.

A scuola non esiste la comunità educante, se si assiste a un incontro tra genitori e insegnanti o ad un Consiglio di classe o un Consiglio di Istituto, beh, si vedrà che lì abbiamo lo scontro dei diritti individuali che sono un gran problema.

L'educazione ha bisogno di diritti personali, cioè di rapporto tra pronomi personali: non c'è io senza tu, non c'è tu senza egli, non c'è egli senza noi, non c'è noi senza voi, non c'è voi senza loro.

Questa è la questione della comunità. Così torniamo all'inizio.

Perché non si va più a scuola a piedi?

Perché nessuno si fida più degli altri e ci si immagina tutti individui, atomi, che vanno a prendere un servizio erogato da un'istituzione per conto di sé.

E questo proprio non va bene, infatti i risultati si vedono.

La scuola di don Milani era una scuola comunitaria, era una scuola dove tutti apprendevano e insegnavano.

Una scuola fondata sull'esperienza

Era una scuola fondata sull'esperienza, una scuola che teneva conto del corpo, dello spirito e dell'intelletto.

Ricordo che i ragazzi di don Milani andavano all'estero a 12, 13 anni e che aggiustavano la strada che saliva alla scuola e mettevano a posto la biblioteca.

E soprattutto stavano a scuola 14 ore, compreso il sabato e la domenica.

Sicuramente un insegnante, leggendo il vostro libro, può sentirsi ispirato a qualche cambiamento, ma che cosa può fare un solo insegnante in un istituto, in un sistema?

Ha la possibilità di cambiare qualcosa?

Certo che è possibile, con la propria fragilità e debolezza può cominciare a mettersi con altri per far nascere piccole cose.

Dalle piccole cose nascono le esperienze che diventano esperienze istituenti che cambiano le istituzioni.

Questo è il percorso del senso: se si ha in mente l'idea domanda/risposta, oppure funziona/non funziona, allora non succederà mai niente.

Cioè verremo dominati dalle macchine che è quel che sta succedendo di fatto in Occidente. 

Le cose più importanti della mia vita, non le ho imparate né all'università, né ai master, né facendo il professore, le ho imparate da mia nonna che aveva fatto la terza elementare.


www.avvenire.it




domenica 15 gennaio 2023

SAPERSI FARE DA PARTE

 -- Il Battista ci insegna la "libertà dagli                             attaccamenti" a ruoli e posizioni -

All’Angelus, Francesco ricorda che i cristiani sono chiamati ad uno spirito di servizio che non cerca riconoscimenti e invita tutti a coltivare, come Giovanni, la virtù di "imparare a congedarsi". Il Pontefice esorta poi sacerdoti,  genitori   ed educatori ad accompagnare, rispettivamente, i fedeli, gli allievi e i figli a Gesù e nella vita, lasciandoli però liberi di seguire la loro strada


- di Marco Guerra – Città del Vaticano

 Lo spirito di servizio, l’umiltà e l’obbedienza che guidano San Giovanni Battista dopo aver battezzato Gesù, sono al centro della riflessione di Papa Francesco all’Angelus, che attinge al Vangelo di oggi. Il Papa ricorda che Giovanni “era stato inviato a preparare la strada al Messia e l’aveva fatto senza risparmiarsi” e umanamente si potrebbe pensare che gli venga riconosciuto un “premio”, invece il Battista, compiuta la sua missione, “sa farsi da parte, si ritira dalla scena per fare posto a Gesù”. Una testimonianza di semplicità che lo rende capace di vedere lo Spirito Santo che scende dal cielo come colomba e si ferma sopra Cristo: (Ascolta il servizio con la voce del Papa)

Ha visto lo Spirito scendere su di Lui, lo ha indicato come l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo e ora si mette a sua volta in umile ascolto. Da profeta diviene discepolo. Ha predicato al popolo, ha raccolto dei discepoli e li ha formati per molto tempo. Ma eppure non lega nessuno a sé.

Il ruolo degli educatori

Francesco sottolinea che questo è difficile “ma è il segno del vero educatore: non legare le persone a sé”. Il Pontefice insiste sull’insegnamento di Giovanni che “mette i suoi discepoli sulle orme di Gesù” e “non è interessato ad avere un seguito per sé, a ottenere prestigio e successo, ma dà testimonianza e poi fa un passo indietro, perché molti abbiano la gioia di incontrare Gesù”.

Il servizio disinteressato

Il Papa attualizza questo esempio indicandolo a tutti i fedeli come modello per distaccarsi dalla sete di possesso e di controllo degli altri e per realizzare un servizio disinteressato:

 Con questo suo spirito di servizio – e questo è vero spirito di servizio - , con la sua capacità di fare posto a Gesù, Giovanni il Battista ci insegna una cosa importante: la libertà dagli attaccamenti. Ci insegna la libertà dagli attaccamenti. Sì, perché è facile attaccarsi a ruoli e posizioni, al bisogno di essere stimati, riconosciuti e premiati. E questo, pur essendo naturale, non è una cosa buona, perché il servizio comporta la gratuità – il servizio vero comporta la gratuità - , il prendersi cura degli altri senza vantaggi per sé, senza secondi fini, senza aspettare il contraccambio.

Imparare a congedarsi

Il Pontefice si sofferma quindi sui benefici che possiamo trarre dal “coltivare”, come Giovanni, “la virtù di farci da parte al momento opportuno, testimoniando che il punto di riferimento della vita è Gesù”:

Farsi da parte, imparare a congedarsi. Ho fatto questa missione, ho fatto questo incontro, mi faccio da parte e lascio posto al Signore. Imparare a farsi da parte, non prendere qualcosa come un contraccambio per noi.

In particolare, si rivolge a chi esercita il ministero sacerdotale e alle madri e i padri che affrontano la sfida della genitorialità:

Pensiamo a quanto è importante questo per un sacerdote, che è chiamato a predicare e celebrare non per protagonismo o per interesse, ma per accompagnare gli altri a Gesù. Pensiamo a quant’è importante per i genitori, che crescono i figli con tanti sacrifici, ma poi li devono lasciare liberi di prendere la loro strada nel lavoro, nel matrimonio, nella vita.

Responsabilità e libertà

Papa Francesco concilia quindi responsabilità e libertà di scelta e ricorda che “è bello e giusto che i genitori continuino ad assicurare la loro presenza, dicendo ai figli” ma con discrezione, senza invadenza. "Libertà di crescere" la definisce in poche parole. E lo stesso, secondo Francesco, vale per altri ambiti, come l’amicizia, la vita di coppia, la vita comunitaria. Dunque, liberarsi dagli attaccamenti del proprio io e saper farsi da parte costa, “è il passo decisivo per crescere nello spirito di servizio”. Infine, il Papa esorta tutti i fedeli ad interrogarsi su questa capacità di riconoscere e seguire il giusto distacco: Attiriamo gli altri a Gesù o a noi stessi? E ancora, sull’esempio di Giovanni: sappiamo gioire del fatto che le persone prendono la loro strada e seguano la loro chiamata, anche se questo comporta un po’ di distacco nei nostri confronti? Ci rallegriamo per i loro traguardi, con sincerità e senza invidia?

 Maria serva del Signore

Per assolvere a questo servizio verso il prossimo Francesco invoca il sostegno di Maria, “la serva del Signore”, affinché “ci aiuti ad essere liberi dagli attaccamenti, per fare posto al Signore e dare spazio agli altri”.

 Vatican News

DISCORSO DEL PAPA