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martedì 2 settembre 2025

SI EDUCA CON CIO' CHE SI E'


Il coaching per gli adolescenti

 alla luce del messaggio evangelico




di Pietro Riparbelli 

 

Come instaurare un dialogo proficuo con i tuoi figli o i tuoi studenti adolescenti? Come aiutarli ad affrontare le sfide che la vita ci mette davanti ogni giorno? Come guidarli verso obiettivi validi e credibili? Come renderli autonomi senza farli sentire abbandonati? 

Sono alcune delle domande a cui cerca di rispondere questo libro, che non è un semplice manuale, ma un invito a riscoprire l’arte dell’educazione come missione di vita, dove l’esempio personale diventa la più potente delle lezioni. 

Lo spunto è il Vangelo, che qui diventa strumento per educare, seguire, far crescere i ragazzi. 

Grazie a un’inedita chiave interpretativa dell’insegnamento evangelico, troveremo in queste pagine molti dei problemi che viviamo ogni giorno e i suggerimenti per risolverli. 

Perché Gesù, attraverso le parabole, il discorso della montagna, i dialoghi con gli ultimi, i miracoli, gli esempi personali, ci ha indicato una strada educativa che può portarci lontano. 

Insieme ai nostri ragazzi.


Pietro Riparbelli, Si educa con ciò che si è, ed. Ultra Life, maggio 2025


domenica 11 maggio 2025

SI EDUCA CON CIO' CHE SI E'


Il coaching 

per gli adolescenti 

alla luce 

del messaggio evangelico 

 

-

di Pietro Riparbelli (Autore)


Come instaurare un dialogo proficuo con i tuoi figli o i tuoi studenti adolescenti?

Come aiutarli ad affrontare le sfide che la vita ci mette davanti ogni giorno? Come guidarli verso obiettivi validi e credibili?

Come renderli autonomi senza farli sentire abbandonati?

Sono alcune delle domande a cui cerca di rispondere questo libro, che non è un semplice manuale, ma un invito a riscoprire l’arte dell’educazione come missione di vita, dove l’esempio personale diventa la più potente delle lezioni.

Lo spunto è il Vangelo, che qui diventa strumento per educare, seguire, far crescere i ragazzi.

Grazie a un’inedita chiave interpretativa dell’insegnamento evangelico, troveremo in queste pagine molti dei problemi che viviamo ogni giorno e i suggerimenti per risolverli.

Perché Gesù, attraverso le parabole, il discorso della montagna, i dialoghi con gli ultimi, i miracoli, gli esempi personali, ci ha indicato una strada educativa che può portarci lontano.

Insieme ai nostri ragazzi.


Pietro Riparbelli, SI EDUCA CON CIO’ CHE SI E’, Ultra Life, € 16,50, pagg.200

 

giovedì 3 aprile 2025

UNA VOCE FLEBILE E POTENTE

 


Così il Papa

 ci sta semplicemente

 insegnando a vivere


Con la sua voce flebile, ma più potente delle altre,  Francesco è l'unico che "canta un'altra canzone". Che apre un varco in una contemporaneità fatta di ipocrisia e di incapacità di incontrare la sofferenza dell'altro. La minuscola bellezza di un mazzo di fiori gialli sta aprendo un varco nel mondo

di Doriano Zurlo

Viviamo in un mondo di mostri. C’è uno che vuole la Groenlandia, un altro che vuole l’Ucraina, un altro che vuole Taiwan, un altro ancora che, se a Gaza crepano duecento bambini in più o in meno, ma chissenefrega, tanto da grandi sarebbero diventati tutti terroristi, no? 

Poi c’è quella che ha sparato al cane, una vera dura, labbra siliconate, rolex d’oro e nessuna vergogna; si mette in posa davanti all’umanità deportata, reclusa, umiliata, un monito per tutti i disperati del mondo: portate la vostra disperazione altrove, soffrite, morite, non ci interessa. E che dire di quello che ammazza curdi da anni e adesso ha avuto la bella idea di mettere in prigione il suo oppositore politico?

Poi ci sono nazioni dove andiamo tranquillamente a giocare i mondiali di calcio anche se appoggiano terroristi e schiavizzano operai. ci sono i mostri che rivendicano il diritto di dire “ritardato”, “idiota”, “mongoloide”, forse perché in queste parole riconoscono loro stessi.

Sui social dialoghiamo senza ascoltarci

E mostri siamo anche noi, incluso me che scrivo, mostri che vivono incollati ai loro piccoli mondi racchiusi nei device elettronici, zombie incapaci di intendere e di volere, soprattutto incapaci di incontrare il volto dell’altro, quel volto che, per dirla con Levinas, è il luogo dove la totalità, radice di ogni totalitarismo, scompare per lasciare il posto all’infinito, radice di ogni grazia. Ma noi non lo incontriamo più il volto dell’altro, incontriamo il nostro, di volto, ci facciamo i selfie.

Lo sappiamo: siamo mostruosi anche nel modo con cui dialoghiamo sui social, senza ascoltarci, senza cercare la verità, solo cercando la vittoria. Lo facciamo noi, lo fa chi abbiamo eletto, che è pur sempre espressione di noi. 

L’ipocrisia dell’Europa

Anche l’Europa è mostruosa. Sì, mi lascia la libertà di poterlo scrivere senza temere ritorsioni di alcun genere. Questo non è poco e va sempre, sempre riconosciuto. Chi odia l’Europa dovrebbe davvero trasferirsi a vivere sotto Putin, o Erdoğan, o Trump. Ma non c’è dubbio che anche l’Europa sappia essere mostruosa, anche se in modo meno diretto.
Affoga nell’ipocrisia. Difende l’aggredito quando si tratta di Ucraina – ed è sacrosanto – ma a Gaza si volta dall’altra parte, e di migranti poi non ne parliamo. Von Der Leyen e Meloni se la intendono alla grande, su questo fronte. Esternalizzare il problema. Tanto non sono esseri umani, si tratta di carico residuale, come dice quell’altro mostro di Piantedosi. Diamo soldi, tanti soldi. Teneteveli voi quegli straccioni, noi non li vogliamo.

La voce più flebile ma la più potente

Ora, in tutto questo, in mezzo a tutto questo marasma, dentro questa specie di inferno quotidiano che è diventato il nostro mondo contemporaneo – forse è sempre stato così, per carità, ma questo non cambia le cose – c’è una voce particolarmente flebile, addirittura quasi muta ormai, proprio un filo di voce a malapena udibile, che però a me pare la voce più potente, perché è l’unica che possiede un timbro diverso, l’unica che canta un’altra canzone, una canzone per la quale forse ci vogliono orecchie fini, altrimenti si rischia di non farci caso, di sottovalutarla, di annegarla nel chiasso generale, oppure, col cinismo acquisito in anni di “adesso usciamo dal mondo dei sogni e cerchiamo di essere concreti”, potremmo derubricarla, svuotarla, ritenerla sì graziosa e preziosa per un mondo ideale, ma del tutto irrilevante per il mondo reale.

È la voce di Papa Francesco. Lo dico, en passant, ai detrattori che ha all’interno del mondo cattolico, a quelli che lo ritengono troppo modernista: ragazzi, non avete capito niente. Di questo Papa si parlerà a lungo.

I fiori gialli

«Vedo questa signora con i fiori gialli, che brava». Io non so dirvi quanto mi ha colpito questa frase, e quanto mi abbia commosso, anche. La prima frase pronunciata in pubblico dopo un mese e più di silenzio quasi totale al Policlinico Gemelli. Sembra niente. Non parla di Dio, non parla di Gesù. Parla solo di fiori gialli e di una signora. Sembra niente. Eppure. Io credo che questa frase stia lavorando nel cuore di milioni di persone, in modo sommesso, come una melodia, per l’appunto, come un’altra canzone, come la “possibilità” di un’altra canzone. Non impartisce una lezione morale, non prescrive doveri, non sancisce divieti, non afferma una dottrina, non vezzeggia una parte politica, non fa nulla, sembra niente, e tuttavia è profondamente morale. Chi c’è, oggi, tra i potenti del mondo, che parla così? Voglio la Groenlandia! Annienteremo l’Ucraina! Deportiamo i palestinesi!

I fiori gialli. Una minuscola bellezza che si apre un varco nel mondo. Ed è la prima cosa che il Pontefice nota, affacciandosi al balcone. E poi c’è una brava signora, che con quei fiori gialli il mondo lo cambia. 

Il Papa ci insegna uno sguardo. In questa cordialità, in questo a tu per tu – che non è dei potenti, dei potenti è l’a tu per voi – io credo ci sia una lezione che sarebbe da ottusi sottovalutare.

Ma ci sono altre cose. Nel momento peggiore, quando il fiato è ridotto al minimo e il rischio di morire è altissimo, dice al medico che lo cura: «È brutto». Sì, perché morire è brutto, anche per chi ha fede. E mi risulta che anche Gesù non fosse così entusiasta di andare in croce.

Poi le telefonate quasi quotidiane alla parrocchia di Gaza. E il continuo riferimento alla “martoriata” Ucraina. Sempre lo stesso aggettivo: martoriata. Le parole sono importanti. Per questo il Papa non le cambia. Ciò che ad alcuni potrebbe sembrare formale, ha in realtà la forma di un giudizio che non traballa, che non si sposta. La martoriata Ucraina. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Il valore delle parole

Ci sono anche le parole potenti della lettera: «Disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra». Qui viene colto il punto più profondo del mondo di mostri che abbiamo creato: le parole. Usate come una clava, come immondizia, come oggetto contundente.

E poi c’è la visita al Santuario, prima di rientrare a Santa Marta. Il Papa porta dei fiori alla Madonna. Un atto di devozione che è profondamente religioso, ma anche profondamente umano; un gesto rivolto al genere femminile, alle donne e alle mamme tutte.

Io credo che il Papa, oggi, sia la voce degli invisibili, dei silenziosi, di chi scende in piazza in Palestina contro Hamas, o in Turchia contro Erdoğan, e di chi va per mare a salvare vite e intanto gli spiano il telefono, e di tutte le signore con i fiori gialli. Con la sua voce flebilissima, con le sue parole semplici e con gesti misurati, delicati, raccolti, credo che il Papa ci stia semplicemente insegnando a vivere.

 

VITA


 

mercoledì 13 dicembre 2023

UN'IDEA DI FUTURO


 Non c’è eroe 

senza mentore.

 

-         - di Alessandro D’Avenia

«Ci sono molti che studiano fisica perché gli riesce facile ma la fisica per loro è spesso solo un mezzo per far soldi in altri ambiti. Io non sono così bravo, devo faticare tanto, però non ho scelto la fisica per fare altro, ma per continuare a interrogarmi sul senso delle cose».

Così mi ha detto un ex-alunno che è venuto a trovarmi, raccontandomi di aver appena ottenuto un dottorato di ricerca in fisica teorica in una prestigiosa università internazionale e confidandomi il suo sogno per il futuro. Questo incontro, avvenuto in giorni scolasticamente faticosi, mi ha dato una gioia particolare: veder la luce di una vocazione in cui abbiamo creduto quando lui aveva 17-18 anni, mi ha confortato sul valore di un mestiere divenuto sempre più difficile proprio per la difficoltà di ascoltare le singole vite. In questi mesi, dopo l’uscita del nuovo libro, ho incontrato centinaia di persone. Diversi sono giovani che si preparano con slancio a diventare insegnanti, ma sono già delusi da un sistema che mina l’essenza della professione: come posso far fiorire la vita di altri se la mia non viene rispettata? Quando chiedevo loro: come hai scelto questa strada? Tutti attribuivano la loro vocazione a qualcuno che li aveva presi sul serio durante il percorso scolastico. E così mi sono ricordato di alcuni Maestri che mi hanno aiutato a scoprire la mia. Seppur molto diversi hanno in comune qualcosa. Che cosa?

La maestra Gabriella all’asilo. Anni in cui giocare e imparare erano tutt’uno, l’immaginazione era il motore dell’intelligenza, il sapere era scoprire e inventare. Il giorno più bello era quello del pongo, la plastilina degli anni ‘80 che rimaneva sotto le unghie per mesi. Costruivamo astronavi e protagonisti di avventure che terminavano sempre in un’unica grande massa marrone. Sapevamo che la storia doveva essere memorabile, perché avrebbe fatto la fine irreversibile dell’entropia. La maestra Gabriella, a cui mando un augurio per le sue condizioni di salute, incoraggiava la nostra capacità creativa, ma la disciplinava con obiettivi precisi: da lei ho imparato che le regole non sono una fregatura ma limiti entro i quali la creatività non si disperde, come i versi per un poeta, la scala per un musicista, il marmo per uno scultore. È il dialogo con la realtà, l’umiltà di fronte al limite e l’obbedienza alle cose che permette all’immaginazione di vedervi infinite possibilità. E poi mi insegnò in anticipo a leggere, perché lo desideravo. Mi aveva preso sul serio.

Poi è arrivata la maestra Russo: si usava il cognome, eravamo approdati alle elementari. Insegnante di lungo corso, ci guidava con fermezza e grazia. Da lei ho imparato a scrivere e a far di conto, ma soprattutto a far di racconto. Non stavo mai zitto, nella pagella scriveva sempre: «chiacchiera troppo», ma mi aiutò a disciplinare quel «talento» scomposto. Anche lei mi prese sul serio: mi faceva raccontare le storie che inventavo. Mi ispiravo ai cartelloni delle lettere appesi alle pareti: farfalla, gnomo, ciliegie... I racconti nascevano dai legami segreti tra quelle figure: che cosa facevano quando la scuola era vuota, nottetempo. La prima storia che inventai narrava infatti di uno «Gnomo» invidioso di una «Farfalla»: lui va sempre in miniera a lavorare e vive al buio, mentre lei gode di altezze, profumi e luce. Per invidia prende il «Coltello» e decide di impadronirsi delle ali della farfalla... È una storia che conteneva già la domanda che mi assilla da allora: perché le cose belle devono finire? La maestra Russo in terza andò via, per sempre... e fu sostituita da maestre ben diverse. E così mi trovai a vivere proprio quella domanda: perché le cose belle finiscono?

Fu la volta del professor Viola: italiano alle medie. Giovane e rigoroso. A lui devo la mia passione per la scrittura. Ci faceva leggere storie che poi dovevamo imitare, racconti da riscrivere o re-inventare. Un giorno fece leggere ai miei genitori una di quelle storie in forma di novella medievale. Ero felice: degli adulti apprezzavano il mio modo di essere. Di lui ricordo anche la capacità di farci appassionare alle tre analisi: grammaticale, logica e del periodo. Ci divertivamo mettendo in ordine il caos del mondo con l’ordine delle parole: l’amore per la grammatica è amore per il mondo. E in terza media ci iniziò anche alle fatiche del latino, in anticipo. Ci prendeva sul serio.

Poi incontrai il professor Franchina, italiano alle superiori. A lui devo il fascino per l’analisi letteraria, toccava le pieghe di un testo come fosse la carne della vita. Poteva sostare su una poesia per settimane e non era assillato dal programma, tanto che cominciammo a studiare alcuni autori del ‘900 sin dal primo anno, di pari passo con la normale cronologia della storia della letteratura. Quella libertà mi colpì. Le interrogazioni non gli servivano a scoprire che cosa non sapessimo, ma ad ascoltare che cosa avessimo scoperto. Un giorno mi prestò il suo libro di poesie preferito, imponendomi la lettura in due settimane. Quell’esperienza mise le ali alla mia mente e al mio cuore: un atto di fiducia che è valso parte della mia vocazione. Mi aveva preso sul serio.

Ci sarebbero altri Maestri, ma mi basta citare questi per scorgere che cosa li accomuna: avermi preso sul serio senza farmi sconti, avere intercettato e allenato una voce esile facendola diventare vocazione, essere stati rigorosi e teneri al tempo stesso: non seduttori ma conduttori, non complici ma mentori. Nell’Odissea è Atena che ha questo ruolo: dà avvio alla trama del poema, andando subito a Itaca a svegliare il figlio di Ulisse, Telemaco, perché si metta in cerca del padre invece di lamentarsi. Ma lo fa scegliendo di assumere l’aspetto di Mentore, un caro amico di Ulisse, rimasto a lui fedele. Il suo nome, Mentore, divenuto poi per antonomasia il modo di indicare una guida, significa dare energia alla mente, essere fonte di ispirazione. Questo è un Maestro, il divino fuori di noi che risveglia il divino in noi, mette in moto la trama del nostro poema: non c’è eroe senza mentore. Per questo io oggi vorrei ringraziare questi mentori (e quelli di cui per motivi di spazio non ho parlato) con le parole finali della tesi in fisica teorica del mio ex-alunno: «Questa idea è affidata al futuro, quando forse chi verrà dopo riterrà sorprendente che, per così tanto tempo, abbiamo brancolato nel buio». I Maestri hanno un’idea di futuro: il nostro nome. E se oggi manifestassimo un po’ di gratitudine ad almeno uno di loro?

Alzogliocchiversoilcielo


sabato 3 giugno 2023

NESSUNO SI EDUCA DA SOLO


 Figli? “Un’impresa sempre più titanica, famiglie non hanno supporto”.

“Nessuno si educa da solo”

INTERVISTA a Daniele Novara

L’educazione non è un aspetto che deve essere delegato solo alle figure specialistiche, è necessaria un’alleanza tra tutti gli attori coinvolti per creare una comunità educante che sia di supporto al soggetto in crescita. Ma tutto ciò è possibile? Ne abbiamo parlato con il Professor Daniele Novara, pedagogista, autore, fondatore e direttore del CPP, Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti.

- di Fabio Gervasio

Professor Novara, “nessuno si educa da solo”, nel suo libro afferma che il compito educativo non può essere delegato in via esclusiva agli specialisti ma è necessario costruire una comunità per crescere insieme. Ci spiega come è possibile realizzare questa condivisione educativa?

È un profilo molto importante a livello sociale. Se pensiamo che l’educazione debba riguardare solo i genitori e gli insegnanti abbiamo già fallito, bisogna creare un immaginario che comprenda nella nostra società delle funzioni educative. Ogni generazione si pensa sempre educativa nei confronti delle generazioni successive e viceversa cerca di rompere gli schemi educativi che sono stati consegnati loro e di andare avanti anche in termini più trasgressivi, ma l’imprinting educativo è un imprintig generazionale, in altre parole qualsiasi adulto deve sentire uno spirito educativo verso i bambini ed i ragazzi, non si può delegare solo a chi se ne occupa dentro le mura familiari o dentro le mura scolastiche, questo è un equivoco. Bisogna dire che la nostra società, molto narcisistica e incentrata sui bisogni individuali, non sembra essere in grado di avere questo afflato, questo spirito anche oblativo per cui ogni generazione spera che quella successiva, in un certo senso, sia una generazione migliore, come nel modo di dire dei “Verdi” tedeschi: Il pianeta c’è dato in prestito dai nostri figli.

Quindi ogni generazione si pone in una logica di favorire un passaggio emotivo e progressivo, ma questo oggi sta mancando e lo vediamo anche per quanto attiene la questione demografica, non sono assolutamente dell’idea che la questione demografica sia una questione sociale o addirittura etnica, come dice qualcuno azzardando delle idee che andrebbero consegnate ai libri di storia e basta. Credo che oggi sia difficile investire nei figli perché l’investimento educativo è molto basso, ad esempio mi è capitato di sentire una ragazza la quale affermava che riflettendo con il compagno ipotizzavano che probabilmente non avrebbero mai avuto dei figli e quindi avevano deciso di prendere un cane. Una scelta personale, però che la nostra tendenza all’accudimento, tipica dei mammiferi ai quali apparteniamo, si riversi in altre direzioni a me sembra un pasticcio, allo stesso tempo capisco che oggi come oggi fare figli è un’impresa sempre più titanica perché si ha poco supporto e non semplicemente in termini di asilo nido e tutto il resto, si ha poco supporto nell’immaginario di famiglia.

Se pensiamo ad esempio ad un condominio pieno di bambini, difficilmente ci sarà un pensiero gioioso nei confronti di questa situazione, invece sarà più verosimile avere dei cartelli limitativi dell’uso degli spazi comuni, come ad esempio il cortile che non può essere utilizzato dai bambini per giocare. Che poi sono imposizioni illegali, perché ogni condominio deve prevedere aree di gioco per i bambini, addirittura degli spazi al chiuso come previsto dalla normativa che però non viene rispettata. Facciamo un altro esempio, una rotonda stradale costa dai 600.000 a 1.200.000 euro, un parco giochi potrebbe costare circa 200/300.000 euro, tendenzialmente un amministratore è più propenso a realizzare una rotonda che un parco giochi. Questo per arrivare al problema reale dei tanti soldi del PNRR bloccati sugli asili nido e sulla scuola in generale, se pensiamo che la soluzione sia quella retorica dei nonni a nome dei nonni dico basta, pensate a realizzare asili nido piuttosto. I nonni non sono “Gianni Rodari”, ci vogliono i nidi e la scuola dell’infanzia in generale.

La figura del pedagogista nel nostro paese non è ancora valorizzata adeguatamente. Lei afferma che le istituzioni pedagogiche, scuola e famiglia, sono orfane della pedagogia. Ci spiega chi è il pedagogista e qual è il suo ruolo in ambito educativo, sia per quanto riguarda la scuola che la famiglia?

Siamo ancora fermi alla figura del pedagogo, che era l’antico monitore come Quintiliano o Vittorino da Feltre, non siamo ancora nell’età moderna, quella di Maria Montessori, dove il pedagogista è quello che organizza i processi di apprendimento, favorisce le dinamiche educative, una figura tecnica estremamente importante. Quindi la pedagogia non come branca della filosofia, come incautamente hanno insegnato per decenni nei licei, ma come scienza operativa, allo stesso modo dell’architettura, della medicina o della giurisprudenza che sono tutte scienze applicative. In Italia abbiamo le discipline universitarie di pedagogia ma non abbiamo la professione, come se ci fosse l’insegnamento universitario di architettura e non gli architetti, capite che le città non starebbero in piedi e di fatto la scuola fa fatica a stare in piedi.

I dati sono agghiaccianti, la dispersione scolastica è al 13%, i NEET sono al 20/25%, la percentuale di laureati è molto bassa, all’ultimo posto in Europa insieme alla Romania. Nel libro ho parlato di una professione che nella logica comune non esiste, non ci sono bandi per fare il pedagogista, non esistono scuole con il pedagogista come invece avviene in tutta Europa. Ad esempio, stiamo lavorando in Croazia dove ogni scuola ha un pedagogista, così come da tempo avviene in Francia o nel Nord Europa. È una figura che ha un background scientifico che permette di organizzare i processi di apprendimento, altrimenti la scuola va avanti ripetendo sé stessa in un giro del criceto continuo: Ho ricevuto tante lezioni frontali quindi faccio lezioni frontali, mi facevano le interrogazioni programmate, mi davano le note a scuola quindi le adopero anche io.

Si replica un modello frutto del vissuto senza chiedersi se questo sia il metodo giusto. È un modello che delega i problemi scolastici alla famiglia, ad esempio mi capita di sentire insegnanti che si rivolgono ai genitori chiedendo di fare qualcosa con i propri figli perché disturbano i compagni durante l’intervallo, ma cosa può fare un genitore? Queste sono idee dell’insegnamento fai da te prive di un approccio pedagogico. C’è bisogno di una pedagogia come scienza operativa, non quella “tromobonistica” di tante università, perché oggi gli insegnanti hanno una orfanità strumentale enorme che si evidenzia con l’invasione digitale che la scuola sta subendo. Se non si ha metodo come si può utilizzare tutta questa tecnologia? Ad esempio, la usi in senso individuale o sociale? E come la usi in senso sociale? È fondamentale avere dei basilari pedagogici.

Ci sono incontri che lasciano il segno, nel suo libro lei ricorda le figure di Mario Lodi, Danilo Dolci, Paulo Freire e Maria Montessori. Quanto cambia avere dei riferimenti come le figure appena accennate?

Nella mia vita professionale e anche personale sono stato fortunato, ho avuto delle figure che mi hanno aiutato, poi in questi casi vale il detto che non si sa mai se viene prima l’uovo o la gallina, nel senso che sono io che le ho cercate o sono loro che mi hanno incontrato. È logico che non esiste la fortuna o semplicemente il destino, esiste la motivazione e personalmente avevo una forte motivazione verso l’attività educativa che mi ha portato ad incontrare queste persone. L’incontro con Danilo Dolci, a circa 23/24 anni, è stato molto importante. Ero già estremamente motivato a 18 anni, tant’è che con degli amici avevamo realizzato un doposcuola in un quartiere popolare della mia città, Piacenza, e stavo vivendo l’esperienza del servizio civile in una casa d’accoglienza realizzata con altri giovani, l’incontro con Danilo Dolci mi ha confermato che ero sulla strada giusta ed è molto importante che un giovane abbia questo tipo di indicazioni. Che qualcuno di spessore ti confermi di essere sulla strada giusta e di proseguire su quel cammino, o viceversa ti dica di correggere il cammino e ti indichi come farlo, è importante.

Oggi capita a me di farlo con giovani collaboratori e allievi, lo faccio volentieri. In pratica si è creata una staffetta con il passato che porto avanti. Con Maria Montessori non è stato un incontro diretto, ovviamente per motivi anagrafici essendo lei una figura a cavallo tra l’800 e il ‘900. Però alla fine degli anni ’90 ebbi la fortuna di incontrare la sua nipote diretta e fu un’esperienza molto importante. Quando si incontrano figure genealogiche c’è dentro l’anima di Maria Montessori, Renilde aveva vissuto con la nonna letteralmente fino a 22/23 anni e mi ha raccontato diversi episodi che gli sono accaduti in quella che è stata una settimana straordinaria. Renilde stava creando “Educateurs sans frontières” e voleva un po’ il mio contributo per i suoi direttori delle scuole montessoriane internazionali sull’educazione alla pace. Poi ricordo Mario Lodi, grandissimo Maestro, una figura straordinaria che mi ha dato l’idea della scuola.

Paulo Freire mi ha dato l’idea che in età adulta si può imparare tanto, come ha fatto lui con i contadini del nord-est del Brasile che è riuscito ad alfabetizzare in 40 giorni grazie al suo metodo. Una cosa che resta nella storia della pedagogia in maniera indelebile. Avrei potuto mettere tante altre figure, come ad esempio Don Lorenzo Milani, che diventano figure se si vuole manualistiche, anche se per me Lorenzo Milani con lettera ad una professoressa e lettera ai giudici mi ha aperto un mondo, ma sono figure con le quali non ho avuto una frequentazione diretta.

I buoni incontri, bisogna cercarseli, non avvengono da soli. Voglio dire che fare il pedagogista come lo sto facendo io è un’esperienza bellissima perché è un lavoro dove non ci si può stancare per i tanti impegni che si susseguono. Ad esempio, a Pesaro ho incontrato circa 200 docenti per parlare del tema della valutazione evolutiva, perché in quella città stanno partendo le esperienze delle scuole superiori senza voti, quindi mi hanno chiesto un riferimento pedagogico essendo un sostenitori della valutazione senza voti, il giorno dopo sono stato a Milano all’Edufest, un appuntamento eccezionale dove ho parlato della discriminazione dei bambini con le “etichette”, perché l’“etichetta” è una nuova forma di discriminazione, altro che inclusione, dove non esiste alcuna forma di privacy per gli alunni ad esempio con DSA, con diagnosi L.104/92 o altra forma di bisogno educativo. In mezzo ci metto 40 minuti online sul mio metodo “litigare bene”. C’è tanto da fare, è molto appassionante.

Un’ultima domanda. Lei si rivolge ai ragazzi invitandoli ad avere coraggio per vivere appieno la propria adolescenza. Quali sono i suggerimenti che si sente di dare e che possono essere considerati complementari al loro ruolo di studenti?

In questo momento storico la mia preoccupazione, specialmente per gli adolescenti, è di stare nella loro età, è molto importante. Non bisogna isolarsi, l’adolescenza è l’età in cui si esce dal nido familiare, quello domestico e materno, e si costruisce una nuova appartenenza, non più familiare, nel gruppo. I ragazzi devono vivere la dimensione del gruppo in maniera intensa perché da un lato è un modo per uscire dalla famiglia e dall’altro serve a prepararsi alla famiglia.

L’idea che un ragazzo si fidanzi a 15 anni, o anche a 13, come spingono a fare certi genitori con tutto un sistema di permanenza di queste coppiette all’interno delle mura domestiche, lo trovo poco utile. L’adolescenza è l’età delle sperimentazioni sentimentali ma in primis l’età del gruppo. In questi anni i ragazzi sono stati troppo isolati, per il motivo che conosciamo tutti del Covid; quindi, vorrei invitarli a fare un’estate ricca di esperienze sociali, di esperienze dove sfidano anche le loro risorse, per esempio viaggiando, facendo esperienze di solidarietà, esperienze di apprendimento, in pratica “vivere”.

La scuola dovrebbe andare in questa direzione, per la prossima primavera stiamo organizzando un convegno proprio su questo tema, la scuola non è solo lo studio, questo è un grande e grave equivoco. La scuola è stare insieme e costruire delle occasioni di apprendimento reciproco, problematizzando i contenuti utilizzando le discipline per affrontare e risolvere i problemi, questa è la vera scuola dove si creano motivazioni ed interessi. Però prima c’è l’estate e allora prendo spunto da una lettera presente nel libro che mando ai ragazzi di 15 anni in cui li invito a vivere tutte le occasioni. Per vivere ci vuole coraggio, ecco che diventa importante viaggiare, stare nelle relazioni, ma anche fare esperienze di lavoro, stare su un prato piuttosto che su un videoschermo.

C’è una preoccupazione enorme su questo versante dei videoschermi e dei videogiochi, l’intelligenza straordinaria di un ragazzo di 15/16 anni deve essere usata per imparare, non semplicemente imparare un videogioco che, da quel che ne so, si impara solo a migliorarsi nel videogioco stesso. Un altro aspetto importante è quello della lettura, sembra superfluo dirlo ma va ripetuto perché viviamo in una società dominata prevalentemente dalle immagini.

Le immagini vanno bene, ma la lettura è inderogabile, è un’età di lettura che va sostenuta. Infine, la condivisione, perché sentirsi responsabile del cambiamento climatico, sentirsi responsabile della pace e dell’ingiustizia di chi vive in condizioni di inferiorità è necessario a questa età. Sostengo tantissimo il movimento dei giovani contro il cambiamento climatico e vorrei che ci fosse lo stesso movimento di giovani per la pace, perché è un anno che parliamo di guerra e invece si dovrebbe parlare di pace. Bisogna tornare a parlare di questa parola e dei personaggi che ha ispirato, come Gandhi, Tolstoj, Martin Luther King, Nelson Mandela, anziché parlare dei generali russi e ucraini. Bisogna tornare a parlare di questi testimoni della nonviolenza. La situazione è critica e per questo invito i giovani ad una partecipazione attiva alle manifestazioni per la pace, perché se non c’è la pace anche il cambiamento climatico diventa un’opzione molto aleatoria come battaglia.

 

Orizzonte Scuola

 

giovedì 6 aprile 2023

CAMMINARE E DECIDERE. LO STILE DI GESU'

Gesù decideva

 ovvero 

decidere la vita

 Gesù stesso, per primo, attua uno stile sinodale nel suo essere peregrinante con un gruppo nomade.

E lo stile di decisione che ha insegnato era quello dell’esempio, dunque insieme agli altri. Il Sinodo pare connaturato con la Chiesa fin dal principio.

- di Susanna Pesenti

Se c’è uno che ha fatto strada insieme agli altri, che se l’è fatta entrare dai piedi, che l’ha utilizzata come mezzo per conoscere il suo mondo, incontrare la gente, restare staccato dall’avidità di beni, quello è Gesù.

 È a conoscenza degli antropologi e degli storici che le società nomadi, per sopravvivere, devono mantenere elasticità di ruoli e una concezione del potere come forza di tutta la comunità e non prerogativa sacralizzata di uno solo. Il Sinodo, quindi, pare connaturato alla Chiesa, se la consideriamo la realizzazione storica di quanto Cristo aveva in testa, per diffondere la Buona notizia di un Dio vicino e di una terra nuova per tutti. Per tutta la sua vita pubblica Gesù riuscì a mantenere il suo gruppo nomade e camminante. Un gruppo piccolo, dove tutti potevano essere accolti: anche all’ultimo momento, dopo aver sprecato giorni in attesa di qualcosa, anche con un passato o un presente non proprio limpidi e lisci.

Non risultano test d’ingresso legati al sesso, all’intelligenza, alla condizione sociale, agli antenati. Unica condizione pare l’essere essere aperti e il condividere quanto si ha, primo segno di consapevolezza umana. Riuscì quasi: «Volete andarvene anche voi?» chiede ai suoi quando, subito dopo la moltiplicazione dei pani, la dichiarazione di essere non un capo di successo che procura cibo, ma un messia destinato al sacrificio di sé fino a farsi mangiare e bere - nozione “irricevibile” per la cultura religiosa di un buon ebreo, nota Enzo Bianchi (Il capitolo 6 di Giovanni in www.notedipastoralegiovanile.it), assottiglia le fila dei sostenitori entusiasti. Ora, l’impressione è che, ragioni teologiche a parte, il primo sfoltimento dei seguaci avvenga quando la gente realizza che Gesù non è il salvatore della patria sul quale scaricare allegramente tutti i problemi e i desideri aspettando che li risolva e li realizzi. Gratis, in cambio solo del tifo da stadio (senza la fatica di correre dietro la palla) o di un affidamento totalizzante al capo politicamente provvidenziale. Cristo, ormai auto-svelatosi, chiede una decisione. Alla quale arriva per primo, con la consueta generosa impulsività, Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna». Cioè, “non ho capito molto, gli altri dicono che è una fregatura, ma io con te ho respirato un’aria libera che sento buona per me, e allora resto”. E il Sinodo, a ranghi ridotti, riprende. Perché, evidentemente, Pietro è già il riferimento riconosciuto del gruppo.

Lo stile di decisione di Gesù

 Pietro salta il fosso perché ha assorbito lo stile di decisione che Gesù insegna con l’esempio. Se si leggono i Vangeli con occhio laico, guardando solo a quel che fa l’uomo Gesù, si vede che non fa mai chiasso (per questo la cacciata dei mercanti dal tempio suona così fragorosa). Arriva, si mescola agli altri, fa quello che fanno gli altri. Così a Cana, dove è un invitato qualsiasi che si dispone a godere la festa (non fosse per la madre, rompiscatole come tutte le madri). Così quando va a farsi battezzare da Giovanni e, per cominciare la nuova vita, si mette in fila come tutti. Ama starsene zitto e osservare. Ma cerca di essere là dove la gente si incontra e le cose accadono: la piazza dove sta per essere lapidata la supposta adultera, la strada dove passa un funerale, il mercato, il porto dei pescatori, la sinagoga, il pozzo. Guarda, assorbe, raccoglie dati, studia la situazione, le facce, il contesto. In queste situazioni parla se interrogato, agisce se lo ritiene opportuno. E sono sempre parole attente, a volte seguite da azioni inedite. In ogni caso si legge sempre un prima e un dopo, un muoversi nella situa[1]zione che è umanamente pesato e contemporaneamente aperto a un affidamento di fede. Faccio del mio meglio, arrivo fino a qua, il “resto” è nelle Tue mani. Raramente è preso in contropiede, mai dalle parole, piuttosto da gesti imprevisti, spesso di donna: la malata che gli tocca il mantello, colei che gli versa l’unguento, Marta che gli corre incontro… Ma anche il paralitico calato ingegnosamente dal tetto, lo strisciare penoso del malato verso la piscina, il brancolare del cieco che da giorni tenta di seguirlo. Gente che a modo suo cammina, che gli mostra fisicamente che ha deciso di far qualcosa per uscire dalla sua situazione negativa o penosa. Questa è la fede che salva. Fede in se stessi prima ancora che in lui. Fede che - insieme loro e lui – anche la vita buia possa diventare luminosa. Il Regno. In generale Gesù, per quanto leggiamo nei vangeli, si riserva la decisione finale della direzione da prendere. Ma nel gruppo si intuisce un’organizza[1]zione, una divisione di compiti, un’autonomia di sfere di azione che sono rispettate. Chi tiene la cassa, chi pensa alla logistica, chi cucina, chi fa spesa...

La Chiesa primitiva adotta lo stesso stile: dalla condivisione al servizio.

 Uno stile che si ritrova negli Atti degli apostoli da parte dei discepoli diventati capi delle comunità, prima a Gerusalemme e poi fuori. Si capisce che dietro la primitiva organizzazione c’è un modello già imparato, praticato, assorbito. La divisione dei compiti non elimina l’umana ambizione di fare le cose più importanti, più decisive, di sentirsi (e farsi vedere) quelli più vicini al capo. Quelli “che sanno”. Di qui baruffe e gelosie. Gesù è durissimo, non perché castiga, ma perché sottolinea il fraintendimento e mette ciascuno di fronte alle conseguenze di ciò che ha “realmente” chiesto. Un po’ come nelle fiabe e nei miti che saggiamente insegnano a badare a quel che si chiede, quando si chiede. Per questo, forse, il proseguimento della condivisione è il servizio. Il potere sugli altri o il successo attraverso gli altri (che facciano per te, che ti facciano sentire migliore di loro) sostituito dal potere di essere utili, di partecipare. Per quanto possibile, in base a quello che hai da dare. Anche di guidare, ma nel senso di aprire la strada, restando responsabile anche dell’ultimo della fila. Perché sei come gli altri, per biologia. E, nella vita, in ogni momento potresti trovarti nella loro situazione, nei loro panni: a volte migliori, più spesso peggiori dei tuoi. Ama il tuo prossimo perché è come te, è te. Una realtà tutt’altro che poetica, in alcuni casi sgradevole o spaventosa, ma a conti fatti l’unica base possibile per un mondo non diviso tra schiavi e padroni.

 Come decideva Gesù?

Dai Vangeli sembra che insegni questo: raccolte tutte le informazioni possibili e dopo averci pensato su (meditato, pregato) nel silenzio della camera interiore, la decisione che prendi deve essere chiara, netta, senza tentennamenti. Sì sì, no no, il resto viene dal diavolo, il divisore tra gli uomini e dentro il cuore. L’aratro è pesante, una volta che cominci spingere, non ti conviene rovinare tutto con un solco storto. Perché altrimenti la tua vita non pro[1]cede, non costruisci nulla, resti ai se e ai ma, ti smarrisci e invece del regno, magari un posto piccolo ma reale, trovi la geenna degli indecisi, una sconfinata distesa di occasioni rifiuta[1]te, perdute, non viste, che ti bruciano la pelle e ti procurano un rimpianto trafiggente come un mal di denti. Questo non significa, se ti accorgi che hai preso una decisione sbagliata, non tornare indietro prima che sia troppo tardi. La conversione a volte salva la vita. Il figliol prodigo torna a casa, constatato quanto è stato idiota. I discepoli presi a sassate cambiano città.

In caso di delusioni o contrasti, prima di distruggere tutto, occorre dare e darsi un’ultima possibilità. La vite stenta concimata ancora, la manutenzione del lucignolo che fa fumo, la canna piegata che può venir buona per una gobba del tetto. Spiega quel che pensi di voler fare gradatamente, in base a quello che può essere capito da chi ti sta intorno e che hai capito tu stesso. Una parabola o una dotta discussione arrivano a far intuire la stessa verità. La stessa cosa può essere spiegata con onestà a un bambino e a un esperto, cambia solo il grado di complessità tecnica. Anzi, se complichi troppo con chi non ha gli strumenti per capire, fai solo sentire ignoranti o inadeguati. Il modo giusto è portare ciascuno al desiderio di ampliare la propria competenza per capire meglio. E così decidere se si vuol fare di più, essere più coinvolti. Chi non vuol essere coinvolto continuerà a sentire senza ascoltare, guardare senza vedere. Ma anche seguire non significa essere senza responsabilità. Anche il discepolo, quello che sta imparando, fa la propria parte in base a talenti “non sotterrabili”. E si deve cercare sempre di acquisirne di più, di migliorare per contribuire a un progetto comune, consapevoli che quello che, tanto o poco, si è e si ha è in prestito, perché dove e come nasci e muori non lo decidi tu. Quindi, meglio che un progetto dove spendi la vita non sia per te solo. Così dura.

Nello stile decisionale di Gesù c’è molto senso pratico. C’è il portato sapienziale della cultura ebraica, c’è l’aria dei suoi tempi. C’è una mente analitica che guarda le cose per quello che sono e tira imperterrita le conclusioni. E c’è anche una luce che trapassa gli strati e arriva all’essenziale, una capacità di visione talmente alta che o la rifiuti o ti butti aggrappato al parapendio della fede. Signore da chi andremo? Tu solo hai queste parole di vita: camminiamo, insieme, e camminando facciamo il regno. 

Che non si fa da solo e che non si fa da soli.

Susanna Pesenti

RS SERVIRE

 

 


venerdì 17 marzo 2023

CORAGGIOSI E CREATIVI


 Sull’esempio di san Giuseppe, 

per essere padri e maestri «coraggiosi e creativi»

 In famiglia e a scuola i nostri figli hanno bisogno di riconoscersi in figure adulte significative

 «Coraggioso e creativo» . Sono due aggettivi che papa Francesco ha usato nella Lettera apostolica Patris corde – Con cuore di Padre scritta in occasione dell’anno dedicato dalla Chiesa a San Giuseppe. Sono caratteristiche, soprattutto in questo particolare momento storico, che ci fanno riflettere, ci interpellano come genitori, come padri e sono la misura con cui senza ombra di dubbio siamo chiamati a confrontarci. «Coraggioso». Di fronte alla situazione mondiale attuale che ci carica, tutti, sempre più di presagi funesti e di scenari sempre più oscuri e drammatici l’essere coraggiosi è probabilmente la caratteristica più impegnativa da assumere ma anche la più urgente. Se pensiamo all’ambito in cui agiamo come associazione di genitori, vale a dire la scuola, il riferimento va subito all’aspetto educativo dei nostri figli. Educare tutti i ragazzi, aiutarli a crescere, e crescere insieme a loro nella speranza, nella fiducia, nella consapevolezza che dentro ciascuno ci sono importanti risorse capaci di generare energie per un mondo migliore: questo è uno dei compiti fondamentali. Un padre dovrebbe e potrebbe essere proprio questo: un trampolino di lancio per ogni figlio, per tutti i figli. Un amico pedagogista e preside di uno degli istituti dove Agesc è presente ricordava durante un incontro una frase che ci sembra particolarmente significativa: « Il padre è figura essenziale nel cammino di crescita del figlio, perché costituisce un punto di riferimento con cui il figlio si confronta e attraverso cui sviluppa la propria identità. Il padre rappresenta un rifugio sicuro, una base su cui costruire le proprie esperienze relazionali». Tutto bello ma… quanta fatica, quante frustrazioni, quanta arrendevolezza quando il “compito” sembra superiore alle nostre forze.

Forse è proprio quando sembra che il peso sopravanzi le gioie dell’essere padre, che il lato “creativo” potrebbe venirci in aiuto. È in un ambiente come la scuola, nelle relazioni tra genitori, tra pari che condividono percorsi educativi, seppur diversi, che può riaccendersi la capacità di essere padri creativi vale a dire capaci di attingere da un patrimonio comune la capacità di tracciare percorsi nuovi, indicare nuove strade certamente da percorrere assieme.

«Fare» il padre è indubbiamente molto diverso, forse quasi più facile che «essere» padre. E oggi i nostri figli hanno urgente bisogno di padri che sappiano essere tali, di figure autorevoli e non autoritarie, che sappiano suscitare la stima con l’esempio, che con dolce fermezza sappiano anche dire dei «no», per generare quel senso del limite necessario per una convivenza positiva.

Come scrive Massimo Recalcati: «Occorre un gesto simbolico di riconoscimento del padre che dice al figlio “Tu sei mio figlio”, « Io ho con te un rapporto di responsabilità illimitata, perché la tua venuta al mondo ha reso il mondo diverso”. Il dono della paternità è il dono di una responsabilità illimitata, senza diritto di proprietà sul figlio». Alla vigilia di questo 19 marzo 2023, alla vigilia della Festa del papà il nostro augurio è che i nostri figli, i nostri ragazzi, incontrino adulti significativi nel loro percorso educativo e scolastico, ma non solo, adulti che sappiano essere per loro padri “coraggiosi e creativi”.

Lontano quindi dalle polemiche che anche in questi giorni sono nate a causa di provvedimenti, nella scuola, che toccano espressamente la Festa del Papà vorremmo che il 19 marzo potesse essere un giorno di ripensamento e di “memoria” alla ricerca e alla riscoperta di quel padre che possiamo e dobbiamo essere un po’ tutti e fare nostre le frasi di una bellissima poesia di Camillo Sbarbaro, A mio padre, che ben tratteggia la figura del padre, là dove scrive: Padre, se anche tu non fossi il mio padre, se anche fossi un uomo estraneo, fra tutti gli uomini, già tanto pel tuo cuore fanciullo, t’amerei.

 

* AGESC

www.avvenire.it

 

venerdì 20 gennaio 2023

BIAGIO CONTE A SCUOLA


Da maestro vi dico: 

fate conoscere 

Fratel Biagio

 in ogni scuola

 

- di Alex Corlazzoli 

“Questo è per te”. A darmi il “santino” con la fotografia di Biagio Conte è una donna di colore in piedi accanto a me, durante l’addio nella cattedrale. Qualche minuto prima un’altra donna, sempre africana, l’ha tirato fuori dalla borsa e l’ha guardato per qualche minuto. Per qualche istante ho pensato: “Mi piacerebbe averne uno”. Nemmeno il tempo di fare questo che improvvisamente, me lo son trovato in mano. Coincidenze.

Se fossi credente forse oserei dire un “piccolo miracolo”. Uno dei tanti che ha fatto fratel Biagio. Quando si pensa alla santità vengono in mente quelli sul calendario: papi, madre Teresa di Calcutta. Biagio non era “nessuno”. Non era un prete. Non era consacrato. E’ stato uno tra noi (non di noi) che ha scelto di essere santo. Martedì c’era tutta Palermo a ringraziarlo: diecimila persone. Ho visto insieme, uno accanto all’altro, senza distinzioni autorità, tanti giovani, anziani, gente in giacca e cravatta e uomini con i rasta. E persino un vescovo, quello di Palermo, don Corrado Lorefice che mentre parla di Biagio, durante l’omelia, è costretto a fermarsi e piangere. Mai visto un monsignore in lacrime.

“Addio a Biagio Conte, missionario laico che da 30 anni assisteva i poveri a Palermo. Eppure, quando arrivai per la prima volta a Palermo nel 1995, ricordo che Biagio era considerato da tutti uno un po’ pazzo: “E’ matto, ma fa del bene”. Quel saio verde, quei suoi occhi sempre vivi, quel suo sorriso disarmante a qualcuno appariva ingenuo e spiritato. Ce ne fossero di folli come Biagio, il san Francesco del nostro millennio”.

Biagio, figlio di imprenditori, nel 1990 aveva mollato tutto ed era fuggito tra i boschi per poi andare a piedi fino ad Assisi. Una pazzia. Tornato a Palermo nel 1991 scelse di stare non dalla parte dei poveri, ma con i poveri condividendo la loro vita alla stazione. Due anni dopo, l’allora sindaco Leoluca Orlando, gli concesse l’uso dell’ex disinfettatoio comunale dove iniziò ad accogliere chi non aveva un tetto. Per Biagio iniziò la missione nella sua terra.

L’ho incontrato più volte in via Decollati. Era l’immagine vivente di un santo: dormiva in una roulotte; talvolta a terra tra i suoi poveri. Ogni giorno riusciva, miracolosamente, a dare un piatto e un letto a cento, duecento, trecento persone. Se doveva far sentire la sua voce, protestare per i poveri lo faceva con l’arma del digiuno. Martedì in cattedrale c’era una bara di legno semplice realizzata dalla sua gente. Sopra solo il Vangelo.

Fratel Biagio non se n’è andato. Chi non l’ha conosciuto da vivo lo può fare ora, magari guardando il film di Pasquale Scimeca. Martedì, mentre salutavamo fratel Biagio, due clochard a Roma morivano per freddo. Ora tocca a noi essere un po’, anche solo un pochino, fratel Biagio. Anzi, lo dico da maestro: parliamo tanto di educazione civica. Si faccia una cosa: si racconti ai ragazzi, di ogni scuola, di fratel Biagio Conte.

 Il Fatto Quotidiano

giovedì 29 settembre 2022

L'ARTE DI DIRIGERE

 Le persone non si possono gestire. Dovunque si tratti con donne e uomini – in azienda o in monastero –, il management deve tradursi in direzione. Ma l’arte di dirigere le persone si può imparare? Probabilmente no e le qualità dirigenziali sono per lo più dono di natura. Tuttavia, chi arriva ad assumere un tale ruolo può abusare del proprio carisma e rivolgere la propria autorità contro i collaboratori. In questa prospettiva, Notker Wolf è certo che la regola di san Benedetto sia stata per lui di grande aiuto: essa «porta l’impronta di un uomo che è convinto dell’importanza della libertà e del valore dell’individuo. Ciò la rende inossidabile». 
Benedetto infatti non ha lasciato norme minuziosamente precise, che consentissero a quanti nell’Ordine svolgono funzioni direttive di trincerarsi dietro le sue prescrizioni, ma li ha ‘costretti’ a interrogarsi continuamente per trovare la giusta misura nel pensare, nel parlare e nell’agire. 
In un libro a due voci, forti di esperienze e prospettive che si completano a vicenda, gli autori mettono in luce gli errori più diffusi e che cosa è veramente importante nel dirigere le persone. L’accento è posto dapprima sull’impresa e la politica, poi sulla scuola e l’educazione.

Sommario

1. Dare sempre il buon esempio e fungere da modello. Sull’attualità della regola di san Benedetto (N. Wolf).  2. Le tentazioni del potere. La personalità decide (N. Wolf).  3. Bisogna voler bene alle persone. L’impresa come spazio libero dalla paura (N. Wolf).  4. Chi è in grado di fare, lo può fare. La direzione collaborativa (N. Wolf).  5. Nessuna paura dell’uomo forte. I capi veri e falsi (N. Wolf).  6. La difficile «arte» del governo. Cosa mi aspetto da un dirigente (E. Rosanna).  7. Si sente dire che… Come si superano le crisi e si compongono gli scontri (N. Wolf).  8. Beato chi è in grado di distinguere un granello di sabbia da una montagna. Lodare, criticare e motivare (N. Wolf).  9. Per una cultura a due voci. Mettere a disposizione il dono della femminilità (E. Rosanna).  10. Mentalità riassicurativa. Coraggio e viltà nel quotidiano aziendale (N. Wolf).  11. Una forza magica. L’ascolto e la concentrazione sull’essenziale (N. Wolf).  12. Coraggio di resistere. Cosa ci si aspetta dagli educatori (N. Wolf).  13. Il coraggio di educare in un tempo di cambiamento. Come contribuire al superamento della crisi educativa (E. Rosanna).  14. Il dialogo esistenziale. Come aiutiamo i figli a ritrovare se stessi (N. Wolf).  15. Giocare alla buona fatina non basta. Che cosa dobbiamo ai nostri figli (N. Wolf).  16. Risvegliare l’interesse latente. Guidare le persone nell’insegnamento scolastico. 

Note sugli autori:

Notker Wolf osb (Bad Grönebach [Germania], 1940) ha studiato filosofia, teologia e scienze naturali a Roma e Monaco di Baviera. Nel 1961 entra nell’abbazia benedettina di Sankt Ottilien am Ammersee e nel 1977 viene eletto abate. Dal 2000 è abate primate dell’Ordine dei Benedettini e risiede a Roma.

Enrica Rosanna, della Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice (salesiane), è nata a Busto Arsizio (VA) ed è sottosegretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica (prima donna a ricoprire tale incarico). A coronamento degli studi accademici in scienze religiose e in sociologia, ha conseguito il dottorato di ricerca in scienze sociali presso la Pontificia Università Gregoriana. Ha insegnato alla Pontificia Università Salesiana, alla Pontificia Università Lateranense e alla Pontificia Facoltà di scienze dell’educazione Auxilium, ove è stata preside per 9 anni. Ha pubblicato una dozzina di volumi su temi di sociologia applicata alla vita religiosa e su aspetti della formazione, oltre a numerosi articoli e saggi.

venerdì 19 agosto 2022

MARIO, IL GIOVANE SANTO DELLA PORTA ACCANTO

 

Quaranta anni fa è tornato alla Casa del Padre il servo di Dio, Mario Giuseppe Restivo, giovane scout diciannovenne che ha lasciato una luminosa traccia di santità. Dopo quaranta anni egli continua ad essere un prezioso punto di riferimento per i giovani e gli educatori di oggi.

Tra i vari e molteplici problemi educativi di oggi, infatti,  emerge la necessità di fornire ai ragazzi e ai giovani degli esempi “concreti” di coetanei che hanno vissuto e vivono percorsi di crescita volti alla costruzione del bene comune e alla conquista di quei valori che esaltano la dignità della persona.

Purtroppo, oggi, siamo oppressi (o infettati?) da messaggi e messaggini, immagini, “cinguettii”, brevi frasi frutto di fugaci emozioni. Sono sovente autoreferenti e propagatori più di pettegolezzo che di valori (basta vedere facebook o whatsapp.... ). Sono come fuochi fatui che appaiono e scompaiono in pochi istanti. Per molti l'importante è fare rumore, apparire per ricevere likes, mettersi in mostra con ogni mezzo, esporsi come merce in cerca di guardoni e acquirenti ...  Al "cogito, ergo sum" si sotituisce "appaio, dunque esisto".

Mario, con il suo breve ma intenso cammino di vita, ci stimola a privilegiare quel che conta, evitando ogni spasmodica ricerca dell’appariscente, dello spettacolare e del "pirotecnico”. E' un invito al cammino, passo dopo passo, con impegno e con viva speranza, verso una meta elevata: l'incontro con Dio, il Santo dei santi.

Papa Benedetto, nel corso della sua visita in Sicilia, lo ha citato come esempio per i giovani. La Conferenza Episcopale  lo ha inserito nella raccolta "I Santi della posta accanto". E' in corso la causa di beatificazione.

Mario Restivo nacque a Palermo il 24 Gennaio 1963. Sin da piccolo manifestò vivacità, sensibilità ed impegno tanto da essere benvoluto e stimato da tutti. La sua maturazione fu precoce. A 9 anni compose la sua prima poesia, seguita da altri componimenti. Nel 1974 fu data alle stampe la prima raccolta di poesie che fu intitolata "La mia aurora". A questa fece seguito un'altra raccolta, pubblicata con il titolo "In cammino" e un’altra (postuma) dal titolo “La stagione dell’incontro”.

 A 15 anni scelse come modello di vita la figura di S. Francesco impegnandosi ad incarnarne lo spirito di povertà. Lo scautismo cattolico fu il suo più forte ideale nel quale poter esprimere la sua passione giovanile, la sua fede, il suo spirito di servizio, la gioia di vivere con gli altri e per gli altri.

Le sue opere poetiche e i suoi scritti, il suo cammino terreno evidenziano il suo impegno per fare del proprio meglio per vivere secondo la Legge scout alla luce degli insegnamenti del Vangelo. Egli seppe vivere intensamente la propria esistenza di ragazzo tra i ragazzi, di giovane tra i giovani e, come giovanissimo educatore, ebbe un’alta tensione educativa.

In Mario fu costante l’ardente desiderio di “andare oltre verso l’infinito” per spaziare in Dio, per conquistare la vera felicità: “La vera felicità si conquista nell’amore per Dio e per gli altri. E’ fede in Dio, nella vita. E’ solidarietà gioiosa. Tutto il resto è apparenza e vanità”.

 Morì il 19 Agosto 1982 nei pressi di Chambéry , in seguito ad un incidente automobilistico, mentre con altri scout si recava a Taizé.

 Uno dei suoi ultimi scritti (Mario aveva maturato sin la piccolo l’abitudine di prendere appunti, scrivere riflessioni ed esperienze, comporre brevi liriche):

 Non avete saputo vegliare con Me neppure un’ora”

“E’ pensando a queste parole che mi sono alzato prima del solito stamattina per venire qua davanti a Te, Signore. Sai, non ero abituato a sentirTi una presenza, ma ora, in quest’alba di uno splendido mattino che ancora una volta ci dai, Tu ci sei: sento il tuo battito in me, ma anche fuori di me. In me, poiché la mia disponibilità dell’essere qui stamattina, come dell’aver partecipato a questo campo, vive del tuo amore verso di me; fuori di me perché tutto qui attorno è buono, poiché proviene dalla Tua onnipotenza: il cielo, il bosco, gli uccellini, l’erbetta, le foglie secche, reliquia di un autunno ormai lontano, il freddo, il silenzio, l’orizzonte.

Signore, dammi sempre un inizio, dammi soprattutto la morte che lo precede, aiutami ad educare al vero amore le persone che mi stanno attorno. Dio, guidami sulla strada del ritorno, affinché la mia casa divenga la Tua casa, la mia vita diventi la Tua vita.

Signore, dammi  il coraggio, la comprensione e l’umiltà alla maniera del tuo Figlio. Ti prego per le persone smarrite, per chi non sa ancora da che parte andare, eppure ci va.  Dammi la spontaneità e la fantasia perché sia un ragazzo tra i ragazzi. Ti prego perché non muoia in me la speranza.

E, quando sono solo, Signore, quando a sera busso alla porta di qualcuno e nessuno mi dà risposta, ricordaTi di me e rendimi capace di sorridere. Fa’ che possa sempre darmi agli altri in umiltà e completa condivisione. Nel mio cuore, Signore, troverò il posto per le mille vite dell’universo.

E, ora, Signore, lascia che il Tuo servo vada in pace secondo la tua parola, fa’ che il tuo servo abbia il coraggio di uccidere le sue maschere. Amen.