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lunedì 9 dicembre 2024

DUE GENERAZIONI, UNA RIVOLUZIONE


 Esce in libreria per Rubbettino “Due generazioni, una rivoluzione”, di Vannino Chiti e Valerio Martinelli, un’opera che propone una riflessione approfondita e costruttiva sulle grandi sfide del nostro tempo, viste attraverso il dialogo tra due generazioni diverse ma complementari. Gli autori, guidati dalle domande di Chiara Pazzaglia, costruiscono un ricco confronto su temi cruciali con uno sguardo attento alla società ma anche alla dimensione spirituale. 


Il testo è arricchito dalla prefazione del Cardinale Matteo Maria Zuppi e dalla postfazione di Romano Prodi. 

Pubblichiamo la prefazione del presidente della Cei.

 

Papa Francesco ha ripetuto spesso che la cosa peggiore dopo una pandemia è restare quelli di sempre, non fare tesoro della sofferenza vissuta per cambiare, per migliorare, rafforzare la consapevolezza che solo insieme c’è salvezza. Quando l’uomo imparerà? La tragica esperienza del Covid ha rivelato la fragilità della nostra condizione e ci ha insegnato che il nostro futuro si gioca tutto sul dialogo tra le generazioni e sulla solidarietà, l’unica che può permettere di affrontare le pandemie. E il male stesso è sempre pandemio. 

 Il primo aspetto è quello, molto concreto e vasto, del ruolo degli anziani nella società e nella Chiesa. 

Ritengo sia decisivo permettere agli anziani un coinvolgimento attivo nella vita sociale. Il primo problema di questa generazione è la lotta contro la solitudine e il senso di inutilità, l’idea di essere “scarto”, nonostante tutto quello che si è potuto dare nella vita. Anche da questa condizione non se ne esce da soli. La solitudine è come una pandemia invisibile che avvolge la vita di tante persone, spegne l’esistenza perché non siamo un’isola e solo nella relazione la persona trova sé stessa. La vecchiaia, ma non solo, è accompagnata da tanta solitudine che rende la condizione di fragilità insostenibile. 

 Dall’altra parte, ai giovani serve riscoprire il gusto di una vita senza paura, non perché senza consapevolezza ma con il vero antidoto alla paura: la speranza, la passione, il gusto del futuro, il desiderio di costruirlo e la consapevolezza di poterlo fare, per non arrendersi ai primi inevitabili ostacoli o cercare tante sicurezze da essere sempre insicuri. In queste due semplici indicazioni è racchiuso il senso di questo volume: tutti gli argomenti su cui si confrontano le voci delle due generazioni, dal lavoro al welfare, dall’Europa alla pace, dalla partecipazione al multiculturalismo, partono dal presupposto che solo aiutandosi e sostenendosi, scoprendosi complementari e non escludenti, giovani e anziani possono superare solitudini e paure. 

 Sappiamo bene che la denatalità è uno dei mali del nostro tempo: anche questa è frutto della paura del futuro, minacciosa proiezione del presente che fa rinchiudere nel consumo dell’oggi e, nonostante tante certezze impensabili nelle generazioni precedenti, queste non appaiono mai sufficienti. Senza passione e speranza restiamo prigionieri delle nostre paure. Occorre conciliare il lavoro con la famiglia, la giusta rivendicazione di un ruolo sociale unito a quello familiare. C’è davvero ancora molto da fare su questo che mi appare uno dei problemi principali da risolvere, senza dimenticare il precariato e la casa. 


Serve allora un’alleanza che metta da parte, come già diceva papa Giovanni XXIII, ciò che ci divide e ci faccia scegliere ciò che ci unisce. Serve un sistema Paese che dia sicurezze, che punti sul benessere e sulla stabilità economica e lavorativa, senza dubbio. Ma serve anche, forse soprattutto, una riscoperta del gusto di una vita senza paura. È nella famiglia, come dice Papa Francesco, che si costruisce la speranza e la vita si mostra nella sua piena forza: è questa il migliore esempio di come si costruisca la storia, di generazione in generazione. E la famiglia è il primo laboratorio dove impariamo a pensarci insieme. 

 La conversazione che queste pagine ci affidano è frutto di due persone che si offrono l’un l’altro, senza fretta e senza concessioni all’epidermico o al sensazionale. Ho apprezzato il tentativo di Vannino Chiti e Valerio Martinelli, guidati dalle precise domande di Chiara Pazzaglia, di operare un confronto intergenerazionale su temi importanti. Ho notato che, quasi sempre, c’è piena convergenza di opinione. Ecco l’utilità del dialogo: ascoltarsi, confrontarsi, anche discutere, per far risaltare ciò che unisce più di ciò che divide, per pensarsi insieme. L’augurio è che, oltre le pagine del libro, questa capacità di ascolto e confronto tra generazioni possa essere di ispirazione e di stimolo a tanti, anche nella quotidianità. 

Sono molti gli argomenti trattati, spaziando sui temi di maggiore passione sociale, in particolare il tema della transizione digitale ed ecologica, della partecipazione e, soprattutto, della pace, rappresentano davvero le sfide più importanti del nostro tempo. Attrezzarsi per affrontarle significa proprio farlo in una piena alleanza tra i più e i meno giovani, ognuno sostenendo l’altro con l’esempio della memoria passata e la fiducia nel futuro comune, che sia davvero di pace. 

 Come hanno scritto i nostri autori «È quel tutti insieme di Don Milani che ci piace: la sfida vera della nostra collettività è riscoprire la coesione come comunità di uomini e donne, il gioco di squadra, anche fra generazioni diverse che condividono un Cammino comune». La spiritualità si sottende a tutto ed è la passione che può generare il nuovo anche da quello che è vecchio.

 Famiglia Cristiana

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lunedì 10 giugno 2024

PATTI EDUCATIVI e FORMAZIONE


 Scendere a patti 

con la formazione 

lavorando in rete





Ci interroghiamo spesso su quale sia il futuro della scuola e la recente pandemia ci ha portati a porci qualche domanda nuova in merito. Tra le risposte che il sistema educativo e sociale ha saputo dare c’è la valorizzazione in chiave forse più consapevole di uno strumento pedagogico già noto: i patti educativi di comunità. Cosa possono darci in un futuro non più turbato dall’emergenza?

Abbiamo avuto occasione più volte di parlare dell’importanza del legame dei giovani con la comunità scolastica alla quale appartengono, nella quale si sperimentano come cittadini attivi e consapevoli e a partire dalla quale si proiettano verso il futuro.

La recente esperienza di isolamento dovuta alla pandemia – ormai fortunatamente alle spalle – ci ha dato occasione per riflettere una volta di più sulla funzione della scuola come spazio sociale, al quale si partecipa con quelle competenze fondamentali che in modo formale e non formale qui si apprendono.

A partire da queste constatazioni ci dobbiamo porre allora una domanda piuttosto impegnativa: come valorizzare il ruolo sociale delle giovani generazioni in un’ottica di breve e di lungo periodo?

L’eterogeneità come forza educativa

È indubbio che i giovani, il cui numero si è ridotto per effetto della denatalità, sono un patrimonio da proteggere e valorizzare nell’interesse dell’intero tessuto sociale.

Per rispondere a questa esigenza di tutela e promozione il contrasto alla povertà educativa e il potenziamento delle opportunità formative sono sicuramente due assi portanti, sui quali investire per sollecitare e sostenere la partecipazione dei giovani alla vita delle comunità cui appartengono, a scuola come sul territorio.

In questo impegno è proprio la scuola ad avere un ruolo insostituibile e unico. Nessuna istituzione, infatti, ha come questa la possibilità e la capacità di raggiungere l’intera popolazione giovanile, accogliendola tra le sue mura per l’intero arco evolutivo indipendentemente da ogni fattore socio ambientale (famiglia d’origine, condizione sociale ecc.), in una prospettiva inclusiva che sempre più ne connota l’identità.

Quanto la formazione, sia didattica sia sociale e civica, che si riceve a scuola incide sulla capacità individuale di coinvolgersi in attività di partecipazione sociale in rapporto al livello di istruzione è dimostrato del resto da dati piuttosto evidenti relativi a tre ambiti di impegno: ambiente e dirittiassociazioni culturali e ricreativevolontariato.

Fonte: Elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Istat

Le ragioni del rapporto tra questi fattori e la centralità del sistema scolastico si comprendono facilmente se si considera come i bambini e i ragazzi nell’ecosistema scuola – tutt’altro che semplice! – siano chiamati a rapportarsi direttamente e indirettamente con figure diverse: i compagni, i docenti, i dirigenti scolastici, il personale scolastico, i genitori.

Inoltre si confrontano spesso anche con altre esperienze che intervengono in vari modi nella loro formazione: progetti specifici proposti dall’esterno, iniziative aperte al territorio, ecc.

Questa eterogeneità è sicuramente stimolante ma può porre un altro interrogativo: come rispondere alla complessità che ne può derivare garantendo continuità educativa e formativa ai nostri giovani?

I patti educativi come modello formativo

Una risposta efficace è nei patti educativi di comunità, il cui valore pedagogico è già noto e riconosciuto da molti anni ma che con la recente pandemia hanno avuto occasione di affermarsi una volta di più per la loro rilevanza educativa e sociale.

Pensare l’azione educativa e formativa come un patto intorno al quale si aggrega l’attenzione di soggetti diversi (scuole, famiglie, gruppi con diverse caratteristiche) ma tutti orientati a promuovere il benessere dei giovani significa agire su due piani ugualmente importanti:

  • costruire reti collaborative che fanno delle specifiche differenze un valore aggiunto e non un motivo di frammentazione
  • organizzare ambienti formativi in cui si acquisiscono conoscenze e competenze coinvolgendo i ragazzi attraverso un fare attivo al quale ciascuno può partecipare con il proprio stile di apprendimento

Rendere i ragazzi parte attiva di un’alleanza educativa vuol dire per loro avere la possibilità di acquisire una consapevolezza sempre maggiore del proprio processo di apprendimento.

Sul versante scuola dare vita a un patto implica sperimentare modelli pedagogici alternativi e metodologie d’azione differenti da quelli basati su schemi consolidati, per individuare strumenti teorici e operativi sempre meglio rispondenti ai bisogni formativi di giovani impegnati nel compito non sempre agevole di costruire il proprio percorso di vita.

Approfondimenti


 

venerdì 31 maggio 2024

SCUOLA, COMUNITA' DI VITA


Alleanza scuola-famiglie

 per promuovere

 l'educazione

In un messaggio ai partecipanti al Congresso dell'Association des Parents d’Élèves de l’Enseignement Libre (Apel), il Papa ricorda ai genitori il fondamentale ruolo di “protagonisti e primi artefici” dell’educazione dei figli, compito che richiede “l’aiuto di tutta la società, a cominciare dalla scuola”



-         di Rosario Capomasi - Città del Vaticano

 

“In questi giorni intendete lavorare, riflettere e scambiare opinioni sulla vostra missione al servizio della comunità educativa, e io mi unisco alla vostra riflessione, perché i giovani e le famiglie, presente e futuro delle nostre società, sono al centro della mia attenzione”. Così il Pontefice in un messaggio ai partecipanti al Congresso dell'Association des Parents d’Élèves de l’Enseignement Libre (Apel), in corso a Valence, in Francia, dal 31 maggio al 2 giugno. Con circa un milione di membri, l’Apel è la più grande associazione nazionale di genitori che desiderano prendere parte alla vita scolastica dei propri figli.

Le associazioni di genitori sono state particolarmente incoraggiate dal Concilio che esortava i cristiani a offrire spontaneamente il loro aiuto per seguire e sostenere tutto il lavoro della scuola

Garantire la costruzione di un mondo più umano

Papa Francesco, dopo aver sottolineato come i genitori siano “davvero i protagonisti e i primi artefici dell’educazione” dei figli, avverte al contempo che tale compito non può essere debitamente svolto senza l’aiuto della società e in particolare della scuola. “Un’alleanza forte tra la scuola e le famiglie – ribadisce – permette la trasmissione delle conoscenze e al tempo stesso la trasmissione dei valori umani e spirituali”. Una tale sinergia, “è quindi l’occasione per promuovere l’educazione integrale dell’uomo, al fine di garantire la costruzione di un mondo più umano e assicurargli la sua dimensione spirituale”. Si tratta in sostanza, aggiunge, “di far scoprire ai giovani il progetto di Dio per ognuno di loro”, sfruttando il rapporto scuola-comunità, che Francesco definisce un “microcosmo reale e aperto al futuro” in cui operano e interagiscono personale direttivo e amministrativo, insegnanti e, soprattutto, genitori, che costituiscono “il perno centrale attorno al quale ruota tutto questo piccolo mondo”.

Date così vita a una comunità che, con una diversità di ruoli ma una convergenza di fini, riveste le caratteristiche di una comunità cristiana e umana cementata dalla carità.

Impegno alla base del Patto educativo globale

Esortando ancora una volta i genitori di studenti a seguire le strade dell’alleanza, dell’incontro e della collaborazione, il Papa coglie poi l’occasione per ringraziarli del loro “indispensabile” impegno “al servizio delle nostre comunità educative”. Perché esso, spiega, è “uno dei pilastri del Patto educativo globale che vi invito a proporre con entusiasmo, anche dinanzi a opinioni divergenti”, in quanto “le convinzioni religiose riguardo al senso sacro della vita umana ci permettono di ‘riconoscere i valori fondamentali della comune umanità, valori in nome dei quali si può e si deve collaborare, costruire e dialogare, perdonare e crescere, permettendo all’insieme delle diverse voci di formare un nobile e armonico canto’” (Lettera enciclica Fratelli tutti, n. 283). Importante, chiarisce Francesco, è anche la funzione pedagogica del tempo, dato che “l’educazione non termina con la fine della scuola: i suoi effetti si manifestano nel corso di tutta la vita, permettendo di accogliere le gioie e le prove che la costellano”.

Come nella parabola del granello di senape (cfr. Mc 4, 26-29), il lavoro dei genitori e dei professori, difficile perché delicato, si svolge nel corso delle stagioni ed è volto a portare in futuro frutti insperati.

Il discernimento di fronte alla sfida posta dall’intelligenza artificiale

Il Pontefice affronta, come in altre occasioni, la questione relativa alle sfide poste dall’intelligenza artificiale e alla maniera in cui essa “cambia profondamente, al di là dei metodi di apprendimento, il modo di pensare in modo autonomo”. Una questione che richiede “tutto un lavoro di discernimento che vi invito a fare con l’insieme della comunità educativa e la luce della Chiesa, perché questo genere di sfida non può essere affrontato da soli!”.

Per affrontare questa sfida, che non riguarda soltanto l’etica ma anche la formazione dell’intelligenza e del giudizio dei vostri figli, dell’intera gioventù, vi assicuro che la Chiesa è al vostro fianco.

Scuola-comunità vera scuola di vita

A conclusione del messaggio, Francesco augura ai partecipanti di fare tesoro delle giornate del Congresso, in modo che la “scuola-comunità” diventi realmente una “scuola di vita” in grado di consentire “ai vostri figli di affrontare un mondo difficile ma illuminato dalla speranza: una speranza fondata sulle promesse di Cristo che non delude”. E invoca la Vergine Maria affinché ispiri “le vostre iniziative e il vostro impegno al servizio delle vostre scuole: che vi protegga, vi mantenga saldi in Cristo e faccia sempre di voi testimoni del suo amore”.  

MESSAGGIO PONTIFICIO



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venerdì 20 ottobre 2023

GLI ADULTI TORNINO A EDUCARE



LA SFIDA 


SI VINCE INSIEME

 Gli episodi di violenza tra adolescenti ci interrogano, ma non vanno criminalizzati i genitori, per non correre il rischio di censurare responsabilità e complicità collettive.

 -        di Bruno Forte *

 Stupri e violenza tra ragazzini: i recenti casi di cronaca di questi giorni interrogano le nostre coscienze. Certamente i ragazzi, preadolescenti o poco più, hanno acquisito un alfabeto pesantemente scomposto e dissociato a tal punto da “cosificare” se stessi e le altre persone che incontrano, scarnificate nella loro realtà e percepite come oggetti che hanno i meri caratteri della virtualità, smarrendo qualsivoglia riferimento alla realtà vitale.

 La sregolatezza ha espunto le regole del gioco dell’abitazione umana del mondo e noi tutti siamo diventati un altro mondo. Il “cambiamento d’epoca” come papa Francesco ha definito la mutazione in atto, in certi contesti veri e propri ghetti di sub-cultura, linguaggi, paradigmi di pensiero e messaggi, sono “altri” rispetto a ieri e sono le “periferie degli scarti” che ci interpellano come cittadini, come cristiani e professionisti dell’educazione. Se la famiglia di troppi preadolescenti non è più l’alveo positivo di sicurezza e di cura, in realtà nelle situazioni limite essa stessa è vittima che perversamente fa altre vittime, perpetuando una drammatica catena di sconfitti. Per questa ragione va evitata la criminalizzazione e colpevolizzazione dei genitori, poiché si corre il rischio di censurare responsabilità e complicità pubbliche e collettive. Il cammino intergenerazionale in questi casi si salda tra genitori e preadolescenti nel segno di un alfabeto sconvolto da linguaggi criminali. Comunque, non possiamo sottacere che nel bene come nel male la famiglia svolge una funzione normativa nei confronti di bambini e ragazzi.

Inaudita violenza

Dopo gli incredibili fatti di inaudita violenza delle scorse settimane, pare si stia diffondendo la “voglia di punire” da un lato e la militarizzazione dei territori dall’altro. La punizione può affascinare in quanto correla una reazione legittima e indiscutibile a un comportamento sbagliato. La parola ha un etimo interessante: deriva da poena, termine latino che rimanda a una radice indoeuropea che significa “pagare” che rinvia a sua volta allo scambio, molto rinforzato dalla cultura mercantile. Una punizione perché sia efficace deve iscriversi all’interno di una relazione educativa che sempre pone al centro il favor minoris, poiché la persona è al di sopra della norma e la stessa è al servizio della persona; l’azione del punire deve perseguire la rieducazione e la redenzione come recita la Costituzione.

 Educare e ri-educare

Educare e ri-educare, nel senso di tornare a educare, riteniamo che costituisca la chiave di volta per orientarci verso orizzonti di speranza attiva. Solamente un cambiamento dei contesti di vita per delineare diversi sfondi di rappresentazione di sé e degli altri può portare a una ricerca seria di una via ricostruttiva. Considerata la complessità della sfida non è pensabile che la responsabilità ricada su una sola istituzione o soggetto sociale, ma è indispensabile la costruzione di un tessuto di correlazione dialogica e di un’alleanza di corresponsabilità. Troppo spesso i singoli mondi tendono a essere autocentrati tanto da ritenersi autosufficienti; ciò forse rasenta il delirio di onnipotenza che, in modo particolare in educazione, non funziona. Infatti, educare è azione “politica” nel senso che mobilità la città nella costruzione di una comunità educante.

Una mobilitazione pedagogica

La prima “mobilitazione pedagogica” riguarda gli adulti ai vari livelli, nella delineazione di una progettualità formativa “aperta” che chiamerà in causa una partecipazione attiva degli stessi ragazzi e giovani. Famiglia, scuola, parrocchia, forze dell’ordine, consultorio, servizio sociale e sanitario, mondo sportivo… sono chiamati a costruire un sistema educativo integrato, basato sulla stima reciproca tra i diversi soggetti coinvolti e sulla leale collaborazione.

 La lettura comunitaria del territorio e delle sue risorse va condivisa e l’alleanza educativa diviene metodo e obiettivo insieme, a partire dalla realtà dei nidi e delle scuole dell’infanzia. La convinzione che sostiene l’azione va ricondotta all’idea-guida che la formazione di sfondi di riferimento di relazioni e di contesti ricostruiti deve assumere un orizzonte longitudinale che mobilita, in maniera specifica, tutte le stagioni della vita.

Costruire sfondi valoriali

Come Fism sperimentiamo nelle nostre realtà come attraverso l’ascolto attivo e la costruzione di sfondi valoriali di significati “agiti” quali la solidarietà, il rispetto reciproco, anche di genere, la gentilezza, la prosocialità e la mutualità siano ingredienti che fanno vivere la condivisione e la fratellanza a piccoli e adulti. Nel quadro complessivo del processo educativo e della sua progettualità, ci pare che la formazione affettivo-sessuale sia dimensione costitutiva. Certamente assistiamo a una erotizzazione precoce e diffusa che mina alla radice la costruzione della personalità, espungendo il codice dell’amore che è tenerezza, incontro con l’altro, scambio di sentimenti ed emozioni. Non possiamo abbandonare i nostri bambini e via via preadolescenti e giovani a un analfabetismo emotivo affettivo che riduce l’uomo al genitale e al consumo per il proprio piacere egocentrico ed egolatrico. Va interrotto il gioco al rimpallo tra famiglia, scuola e altri soggetti che alla fine rinforza l’omissione degli adulti che si rifugiano nel silenzio. L’educazione affettivo-sessuale è educazione alla vita e deve iniziare, a misura dell’età, sin dall’infanzia, mobilitando la partecipazione e il coinvolgimento della famiglia, nel segno dell’umanizzazione.

 *Responsabile pedagogico Fism


venerdì 25 agosto 2023

IL TAR e L' ALUNNA BOCCIATA

 «Ferita l’alleanza educativa»

Bocciata con sei insufficienze, di cui una grave, una studentessa di prima media non perderà l’anno dopo l’accoglimento del ricorso della famiglia. Secondo i magistrati, la scuola doveva fare di più per permetterle di recuperare. 

Casertano (Pedagogia dei Talenti): «Sono state valutate le sue difficoltà?» 

«Occorre responsabilizzare i genitori», avverte Valditara

 

-     -    di PAOLO FERRARIO

 Chi decide se uno studente deve essere bocciato, gli insegnanti o i giudici? E quando si arriva al Tribunale, cosa resta dell’alleanza educativa tra famiglia e scuola? Sono le domande che fanno da cornice alla vicenda della ragazzina di prima media dell’Istituto comprensivo statale Tivoli V, prima bocciata dal collegio docenti, con sei materie insufficienti, di cui una grave e poi “promossa” in seconda dal Tar del Lazio, a seguito del ricorso presentato dai genitori. Una vicenda non nuova che, però, riporta in primo piano la “funzione” della scuola e il rapporto centrale con la famiglia, per un’alleanza educativa che, nel caso di Tivoli, pare proprio irrimediabilmente consumata. «Quando la giustizia entra nel merito dell’operato di un collegio di insegnanti siamo già davanti ad una ferita nella comunità educante», ricorda Danilo Casertano, maestro di strada e ideatore della Pedagogia dei Talenti.

In questo caso, la contrapposizione è anche tra gli insegnanti e i magistrati amministrativi. Se per i primi, infatti, l’impegno della ragazzina si è rivelato «scarso e inadeguato sia nell’esecuzione dei compiti che nello studio», pur in presenza di una «frequenza regolare » e di un comportamento «buono», per il Tar la scuola non ha messo a disposizione dell’alunna «sistemi di ausilio e di supporto per il recupero». In sostanza, secondo i giudici i professori non avrebbero considerato il percorso della studentessa dall’inizio alla fine: «L’alunna, dal primo mese di scuola fino al termine delle lezioni, ha visto incrementare le proprie conoscenze e migliorare i propri voti», scrivono i giudici nella sentenza. Proprio per questo, a giudizio della magistratura amministrativa, gli stessi insegnanti avrebbero dovuto attivarsi per permettere all’alunna di recuperare. Giudizio in linea con l’orientamento espresso dal Consiglio di Stato (Sentenza 638 del 20 gennaio 2021), secondo cui, alla scuola media, la regola è la promozione e la bocciatura «un’eccezione». Una misura estrema da attivare quando tutte le altre strade sono state percorse. È stato così per la studentessa di Tivoli?« Bisogna leggere la sentenza per entrare nel merito della situazione specifica delle persone coinvolte, che sono sempre molto più articolate e ampie di quello che voti possono esprimere – avverte Casertano –. Ci sono disturbi specifici di apprendimento? Neuro diversità da valutare? Uso di proposito la parola merito più volte proprio perché quello che suscita una vicenda come questa porta troppo pericolosamente alla contrapposizione tra la scuola seria e quella dei buoni sentimenti». Una dicotomia che non fa il bene della scuola e che genera soltanto «caos», secondo Casertano. Che sollecita «un ripensamento di sistema », nell’ottica del rilancio della comunità educante. « La famiglia è la prima comunità dove si educa ma da sola non consente il pieno sviluppo delle capacità di ognuno – chiosa l’esperto di educazione. La scuola è quella comunità che accoglie le famiglie per andare insieme a educare i futuri cittadini della polis. Dobbiamo trovare i modi per farlo insieme altrimenti ci troveremo sempre più tutti contro tutti». Una deriva da scongiurare anche per il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, intervenuto sulla vicenda: «Occorre una responsabilizzazione dei genitori all’interno dell’alleanza educativa che non deve contrapporre famiglie e scuola nell’interesse innanzitutto dei giovani», ha detto. Entrando nel merito del “caso” di Tivoli, Valditara a annunciato l’intenzione di «leggere attentamente la sentenza del Tar del Lazio, per appurare se ci sono stati difetti procedurali nel percorso che ha portato a una bocciatura votata all’unanimità, oppure se il pronunciamento che ha annullato quanto deciso dai docenti è frutto di un indebito giudizio nel merito del provvedimento».

Proprio per «definire norme più stringenti affinché, nel rispetto dei diritti di ogni cittadino e fatte salve le verifiche sulla regolarità delle procedure, non vengano messe in discussione valutazioni puramente tecniche che presuppongono specifiche competenze interne all’ordinamento scolastico», il Ministro ha «costituito un gruppo di lavoro composto da esperti nel diritto scolastico e nella giurisprudenza amministrativa ». Sulla peculiarità del lavoro educativo affidato agli insegnanti, è intervenuta la sottosegretaria all’Istruzione e al Merito, Paola Frassinetti, che, senza «mettere in discussione la sentenza del Tar del Lazio», riflette sulla «recente tendenza di contestare le decisioni delle istituzioni scolastiche attraverso mezzi legali». « La valutazione del rendimento degli studenti – ricorda Frassinetti – è un compito delicato, affidato ai docenti che li seguono durante il percorso, basandosi sulla propria esperienza e sulla conoscenza approfondita dei progressi degli alunni all’interno del contesto scolastico-didattico. In alcuni casi – osserva la sottosegretaria – il ripetere un anno potrebbe costituire un’opportunità preziosa per la crescita formativa e personale dell’alunno. È importante che genitori, insegnanti e studenti stessi collaborino per prendere decisioni che favoriscano al meglio il loro sviluppo», è l’appello finale.

Di «messaggio sbagliato e diseducativo », parla, invece, il deputato della Lega Rossano Sasso, già sottosegretario all’Istruzione del governo Draghi, ora capogruppo in commissione Cultura, Scienza e Istruzione. Per l’esponente del Carroccio, «con questa decisione, i giudici amministrativi hanno messo in discussione l’autorevolezza dei docenti che hanno seguito l’alunna per un anno e hanno legittimato un atteggiamento di disimpegno, suggerendo che non sia necessario fare sforzi perché si può ottenere lo stesso risultato». E di «sentenza vergognosa» parla, infine, il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, che sottolinea il «messaggio diseducativo ai ragazzi e alle famiglie », lanciato dal Tar laziale.

 www.avvenire.it

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sabato 3 giugno 2023

NESSUNO SI EDUCA DA SOLO


 Figli? “Un’impresa sempre più titanica, famiglie non hanno supporto”.

“Nessuno si educa da solo”

INTERVISTA a Daniele Novara

L’educazione non è un aspetto che deve essere delegato solo alle figure specialistiche, è necessaria un’alleanza tra tutti gli attori coinvolti per creare una comunità educante che sia di supporto al soggetto in crescita. Ma tutto ciò è possibile? Ne abbiamo parlato con il Professor Daniele Novara, pedagogista, autore, fondatore e direttore del CPP, Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti.

- di Fabio Gervasio

Professor Novara, “nessuno si educa da solo”, nel suo libro afferma che il compito educativo non può essere delegato in via esclusiva agli specialisti ma è necessario costruire una comunità per crescere insieme. Ci spiega come è possibile realizzare questa condivisione educativa?

È un profilo molto importante a livello sociale. Se pensiamo che l’educazione debba riguardare solo i genitori e gli insegnanti abbiamo già fallito, bisogna creare un immaginario che comprenda nella nostra società delle funzioni educative. Ogni generazione si pensa sempre educativa nei confronti delle generazioni successive e viceversa cerca di rompere gli schemi educativi che sono stati consegnati loro e di andare avanti anche in termini più trasgressivi, ma l’imprinting educativo è un imprintig generazionale, in altre parole qualsiasi adulto deve sentire uno spirito educativo verso i bambini ed i ragazzi, non si può delegare solo a chi se ne occupa dentro le mura familiari o dentro le mura scolastiche, questo è un equivoco. Bisogna dire che la nostra società, molto narcisistica e incentrata sui bisogni individuali, non sembra essere in grado di avere questo afflato, questo spirito anche oblativo per cui ogni generazione spera che quella successiva, in un certo senso, sia una generazione migliore, come nel modo di dire dei “Verdi” tedeschi: Il pianeta c’è dato in prestito dai nostri figli.

Quindi ogni generazione si pone in una logica di favorire un passaggio emotivo e progressivo, ma questo oggi sta mancando e lo vediamo anche per quanto attiene la questione demografica, non sono assolutamente dell’idea che la questione demografica sia una questione sociale o addirittura etnica, come dice qualcuno azzardando delle idee che andrebbero consegnate ai libri di storia e basta. Credo che oggi sia difficile investire nei figli perché l’investimento educativo è molto basso, ad esempio mi è capitato di sentire una ragazza la quale affermava che riflettendo con il compagno ipotizzavano che probabilmente non avrebbero mai avuto dei figli e quindi avevano deciso di prendere un cane. Una scelta personale, però che la nostra tendenza all’accudimento, tipica dei mammiferi ai quali apparteniamo, si riversi in altre direzioni a me sembra un pasticcio, allo stesso tempo capisco che oggi come oggi fare figli è un’impresa sempre più titanica perché si ha poco supporto e non semplicemente in termini di asilo nido e tutto il resto, si ha poco supporto nell’immaginario di famiglia.

Se pensiamo ad esempio ad un condominio pieno di bambini, difficilmente ci sarà un pensiero gioioso nei confronti di questa situazione, invece sarà più verosimile avere dei cartelli limitativi dell’uso degli spazi comuni, come ad esempio il cortile che non può essere utilizzato dai bambini per giocare. Che poi sono imposizioni illegali, perché ogni condominio deve prevedere aree di gioco per i bambini, addirittura degli spazi al chiuso come previsto dalla normativa che però non viene rispettata. Facciamo un altro esempio, una rotonda stradale costa dai 600.000 a 1.200.000 euro, un parco giochi potrebbe costare circa 200/300.000 euro, tendenzialmente un amministratore è più propenso a realizzare una rotonda che un parco giochi. Questo per arrivare al problema reale dei tanti soldi del PNRR bloccati sugli asili nido e sulla scuola in generale, se pensiamo che la soluzione sia quella retorica dei nonni a nome dei nonni dico basta, pensate a realizzare asili nido piuttosto. I nonni non sono “Gianni Rodari”, ci vogliono i nidi e la scuola dell’infanzia in generale.

La figura del pedagogista nel nostro paese non è ancora valorizzata adeguatamente. Lei afferma che le istituzioni pedagogiche, scuola e famiglia, sono orfane della pedagogia. Ci spiega chi è il pedagogista e qual è il suo ruolo in ambito educativo, sia per quanto riguarda la scuola che la famiglia?

Siamo ancora fermi alla figura del pedagogo, che era l’antico monitore come Quintiliano o Vittorino da Feltre, non siamo ancora nell’età moderna, quella di Maria Montessori, dove il pedagogista è quello che organizza i processi di apprendimento, favorisce le dinamiche educative, una figura tecnica estremamente importante. Quindi la pedagogia non come branca della filosofia, come incautamente hanno insegnato per decenni nei licei, ma come scienza operativa, allo stesso modo dell’architettura, della medicina o della giurisprudenza che sono tutte scienze applicative. In Italia abbiamo le discipline universitarie di pedagogia ma non abbiamo la professione, come se ci fosse l’insegnamento universitario di architettura e non gli architetti, capite che le città non starebbero in piedi e di fatto la scuola fa fatica a stare in piedi.

I dati sono agghiaccianti, la dispersione scolastica è al 13%, i NEET sono al 20/25%, la percentuale di laureati è molto bassa, all’ultimo posto in Europa insieme alla Romania. Nel libro ho parlato di una professione che nella logica comune non esiste, non ci sono bandi per fare il pedagogista, non esistono scuole con il pedagogista come invece avviene in tutta Europa. Ad esempio, stiamo lavorando in Croazia dove ogni scuola ha un pedagogista, così come da tempo avviene in Francia o nel Nord Europa. È una figura che ha un background scientifico che permette di organizzare i processi di apprendimento, altrimenti la scuola va avanti ripetendo sé stessa in un giro del criceto continuo: Ho ricevuto tante lezioni frontali quindi faccio lezioni frontali, mi facevano le interrogazioni programmate, mi davano le note a scuola quindi le adopero anche io.

Si replica un modello frutto del vissuto senza chiedersi se questo sia il metodo giusto. È un modello che delega i problemi scolastici alla famiglia, ad esempio mi capita di sentire insegnanti che si rivolgono ai genitori chiedendo di fare qualcosa con i propri figli perché disturbano i compagni durante l’intervallo, ma cosa può fare un genitore? Queste sono idee dell’insegnamento fai da te prive di un approccio pedagogico. C’è bisogno di una pedagogia come scienza operativa, non quella “tromobonistica” di tante università, perché oggi gli insegnanti hanno una orfanità strumentale enorme che si evidenzia con l’invasione digitale che la scuola sta subendo. Se non si ha metodo come si può utilizzare tutta questa tecnologia? Ad esempio, la usi in senso individuale o sociale? E come la usi in senso sociale? È fondamentale avere dei basilari pedagogici.

Ci sono incontri che lasciano il segno, nel suo libro lei ricorda le figure di Mario Lodi, Danilo Dolci, Paulo Freire e Maria Montessori. Quanto cambia avere dei riferimenti come le figure appena accennate?

Nella mia vita professionale e anche personale sono stato fortunato, ho avuto delle figure che mi hanno aiutato, poi in questi casi vale il detto che non si sa mai se viene prima l’uovo o la gallina, nel senso che sono io che le ho cercate o sono loro che mi hanno incontrato. È logico che non esiste la fortuna o semplicemente il destino, esiste la motivazione e personalmente avevo una forte motivazione verso l’attività educativa che mi ha portato ad incontrare queste persone. L’incontro con Danilo Dolci, a circa 23/24 anni, è stato molto importante. Ero già estremamente motivato a 18 anni, tant’è che con degli amici avevamo realizzato un doposcuola in un quartiere popolare della mia città, Piacenza, e stavo vivendo l’esperienza del servizio civile in una casa d’accoglienza realizzata con altri giovani, l’incontro con Danilo Dolci mi ha confermato che ero sulla strada giusta ed è molto importante che un giovane abbia questo tipo di indicazioni. Che qualcuno di spessore ti confermi di essere sulla strada giusta e di proseguire su quel cammino, o viceversa ti dica di correggere il cammino e ti indichi come farlo, è importante.

Oggi capita a me di farlo con giovani collaboratori e allievi, lo faccio volentieri. In pratica si è creata una staffetta con il passato che porto avanti. Con Maria Montessori non è stato un incontro diretto, ovviamente per motivi anagrafici essendo lei una figura a cavallo tra l’800 e il ‘900. Però alla fine degli anni ’90 ebbi la fortuna di incontrare la sua nipote diretta e fu un’esperienza molto importante. Quando si incontrano figure genealogiche c’è dentro l’anima di Maria Montessori, Renilde aveva vissuto con la nonna letteralmente fino a 22/23 anni e mi ha raccontato diversi episodi che gli sono accaduti in quella che è stata una settimana straordinaria. Renilde stava creando “Educateurs sans frontières” e voleva un po’ il mio contributo per i suoi direttori delle scuole montessoriane internazionali sull’educazione alla pace. Poi ricordo Mario Lodi, grandissimo Maestro, una figura straordinaria che mi ha dato l’idea della scuola.

Paulo Freire mi ha dato l’idea che in età adulta si può imparare tanto, come ha fatto lui con i contadini del nord-est del Brasile che è riuscito ad alfabetizzare in 40 giorni grazie al suo metodo. Una cosa che resta nella storia della pedagogia in maniera indelebile. Avrei potuto mettere tante altre figure, come ad esempio Don Lorenzo Milani, che diventano figure se si vuole manualistiche, anche se per me Lorenzo Milani con lettera ad una professoressa e lettera ai giudici mi ha aperto un mondo, ma sono figure con le quali non ho avuto una frequentazione diretta.

I buoni incontri, bisogna cercarseli, non avvengono da soli. Voglio dire che fare il pedagogista come lo sto facendo io è un’esperienza bellissima perché è un lavoro dove non ci si può stancare per i tanti impegni che si susseguono. Ad esempio, a Pesaro ho incontrato circa 200 docenti per parlare del tema della valutazione evolutiva, perché in quella città stanno partendo le esperienze delle scuole superiori senza voti, quindi mi hanno chiesto un riferimento pedagogico essendo un sostenitori della valutazione senza voti, il giorno dopo sono stato a Milano all’Edufest, un appuntamento eccezionale dove ho parlato della discriminazione dei bambini con le “etichette”, perché l’“etichetta” è una nuova forma di discriminazione, altro che inclusione, dove non esiste alcuna forma di privacy per gli alunni ad esempio con DSA, con diagnosi L.104/92 o altra forma di bisogno educativo. In mezzo ci metto 40 minuti online sul mio metodo “litigare bene”. C’è tanto da fare, è molto appassionante.

Un’ultima domanda. Lei si rivolge ai ragazzi invitandoli ad avere coraggio per vivere appieno la propria adolescenza. Quali sono i suggerimenti che si sente di dare e che possono essere considerati complementari al loro ruolo di studenti?

In questo momento storico la mia preoccupazione, specialmente per gli adolescenti, è di stare nella loro età, è molto importante. Non bisogna isolarsi, l’adolescenza è l’età in cui si esce dal nido familiare, quello domestico e materno, e si costruisce una nuova appartenenza, non più familiare, nel gruppo. I ragazzi devono vivere la dimensione del gruppo in maniera intensa perché da un lato è un modo per uscire dalla famiglia e dall’altro serve a prepararsi alla famiglia.

L’idea che un ragazzo si fidanzi a 15 anni, o anche a 13, come spingono a fare certi genitori con tutto un sistema di permanenza di queste coppiette all’interno delle mura domestiche, lo trovo poco utile. L’adolescenza è l’età delle sperimentazioni sentimentali ma in primis l’età del gruppo. In questi anni i ragazzi sono stati troppo isolati, per il motivo che conosciamo tutti del Covid; quindi, vorrei invitarli a fare un’estate ricca di esperienze sociali, di esperienze dove sfidano anche le loro risorse, per esempio viaggiando, facendo esperienze di solidarietà, esperienze di apprendimento, in pratica “vivere”.

La scuola dovrebbe andare in questa direzione, per la prossima primavera stiamo organizzando un convegno proprio su questo tema, la scuola non è solo lo studio, questo è un grande e grave equivoco. La scuola è stare insieme e costruire delle occasioni di apprendimento reciproco, problematizzando i contenuti utilizzando le discipline per affrontare e risolvere i problemi, questa è la vera scuola dove si creano motivazioni ed interessi. Però prima c’è l’estate e allora prendo spunto da una lettera presente nel libro che mando ai ragazzi di 15 anni in cui li invito a vivere tutte le occasioni. Per vivere ci vuole coraggio, ecco che diventa importante viaggiare, stare nelle relazioni, ma anche fare esperienze di lavoro, stare su un prato piuttosto che su un videoschermo.

C’è una preoccupazione enorme su questo versante dei videoschermi e dei videogiochi, l’intelligenza straordinaria di un ragazzo di 15/16 anni deve essere usata per imparare, non semplicemente imparare un videogioco che, da quel che ne so, si impara solo a migliorarsi nel videogioco stesso. Un altro aspetto importante è quello della lettura, sembra superfluo dirlo ma va ripetuto perché viviamo in una società dominata prevalentemente dalle immagini.

Le immagini vanno bene, ma la lettura è inderogabile, è un’età di lettura che va sostenuta. Infine, la condivisione, perché sentirsi responsabile del cambiamento climatico, sentirsi responsabile della pace e dell’ingiustizia di chi vive in condizioni di inferiorità è necessario a questa età. Sostengo tantissimo il movimento dei giovani contro il cambiamento climatico e vorrei che ci fosse lo stesso movimento di giovani per la pace, perché è un anno che parliamo di guerra e invece si dovrebbe parlare di pace. Bisogna tornare a parlare di questa parola e dei personaggi che ha ispirato, come Gandhi, Tolstoj, Martin Luther King, Nelson Mandela, anziché parlare dei generali russi e ucraini. Bisogna tornare a parlare di questi testimoni della nonviolenza. La situazione è critica e per questo invito i giovani ad una partecipazione attiva alle manifestazioni per la pace, perché se non c’è la pace anche il cambiamento climatico diventa un’opzione molto aleatoria come battaglia.

 

Orizzonte Scuola

 

lunedì 19 dicembre 2022

LA GRANDE ALLEANZA EDUCATIVA

 Oggi a tutte le famiglie la lettera 

del Ministro Valditara


- Lunedì, 19 dicembre 2022

“Sono convinto che sia fondamentale, tutti insieme, sostenere le nostre ragazze e i nostri ragazzi nella decisione sulla scelta del percorso di studi. Il problema allo stesso tempo più delicato e importante della scuola e della famiglia è ascoltare con pazienza, intelligenza e profondità i ragazzi per scoprire i loro talenti”: questo è uno dei passi iniziali della lettera che oggi il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha inviato a tutte le famiglie italiane tramite gli istituti scolastici del Paese.

Il tema di questa lettera è l’orientamento scolastico, uno dei più importanti in questo periodo dell’anno per le famiglie e uno dei più sentiti dal Ministro: in vista delle date entro le quali è possibile presentare le domande di iscrizione per l’anno 2023-2024 (dal 9 al 30 gennaio) la lettera riporta le riflessioni con cui il Ministro intende accompagnare genitori e studenti nella prossima scelta degli studi.

“II sistema scolastico deve farsi consigliere delle famiglie: genitori, studenti, docenti e istituzioni devono formare una grande alleanza e collaborare per valorizzare i talenti di ogni singolo studente”, ha aggiunto il Ministro Valditara.

La lettera offre anche una serie di informazioni utili a comprendere in quale direzione va il mondo del lavoro, stila i numeri e i profili professionali che corrispondono maggiormente al fabbisogno del mercato del lavoro, indica le statistiche più recenti sulle opportunità lavorative che ogni Regione offre rispetto agli istituti presenti sul territorio e offre una panoramica su come i giovani attualmente si indirizzano dopo il diploma, con uno sguardo al mondo produttivo e uno al mondo dell’università.

Si tratta di indicazioni essenziali, che verranno arricchite per via digitale: infatti, ha concluso il Ministro nella lettera, “stiamo lavorando a una specifica piattaforma per l’orientamento che sarà riservata a questo compito strategico”.

 LA LETTERA

 

giovedì 19 maggio 2022

UNA SCUOLA BLOCCATA


Più famiglia 

formazione dei docenti


Le ricette della Fondazione Agnelli

per la scuola

Il direttore della Fondazione Agnelli analizza dati alla mano le difficoltà strutturali dell’istruzione italiana e formula una serie di proposte per superarle

 

Studenti che, in percentuale sempre maggiore, non raggiungono livelli di apprendimento 'accettabili', insegnanti malpagati e non adeguatamente formati (e motivati), famiglie ancora poco coinvolte e partecipi della vita di quella che, comunque la si pensi, rimane «uno degli architravi della nostra collettività», «al cuore di ogni possibile forma di sviluppo e benessere individuale e collettivo». Eppure, scrive Andrea Gavosto in La scuola bloccata (Editori Laterza, pagine 192, euro 15,00), «siamo di fronte al rischio di un fallimento senza appello della scuola italiana».

Da economista, il direttore della Fondazione Agnelli di Torino si affida all’inappellabilità dei numeri per descrivere «le fragilità del nostro sistema educativo» indicando, nel contempo, anche «le possibili misure per porvi rimedio». Ecco, dunque, i 'numeri' che raccontano il 'ritardo' della scuola italiana. Il nostro Paese investe in istruzione, in media, il 3,8% del Pil rispetto al 4,5% dei Paesi avanzati. Un rapporto che il Piano nazionale di ripresa e resilienza vuole invertire, attraverso i 20 miliardi, un decimo del totale, destinati all’istruzione. Una seconda area di ritardo riguarda i risultati scolastici. Un dato per tutti: il 13% degli studenti non termina la scuola superiore. E anche chi consegue il diploma di maturità, non raggiunge «un livello accettabile di apprendimenti». Le ultime prove Invalsi, documenta Gavosto, raccontano che uno studente su due non raggiunge i risultati attesi in matematica (con punte del 70% in alcune regioni del Sud) e lo stesso vale per l’italiano. Eppure, nemmeno l’evidenza dei dati ha convinto il decisore politico a realizzare le riforme necessarie a migliorare il sistema. Meglio, in tanti ci hanno provato ma con scarsi risultati. Secondo Gavosto, questo è successo perché non c’è stato un adeguato coinvolgimento di uno dei protagonisti principali del sistema scolastico: la famiglia. «Alla luce dei fallimenti dei numerosi tentativi di riforma – argomenta l’autore – solo se famiglie e opinione pubblica sono pienamente informate dei risultati

della singola scuola e dell’intero sistema si può realizzare un miglioramento». Un cambio di passo che, a giudizio di Gavosto, deve passare necessariamente da una revisione del sistema di reclutamento e valorizzazione del corpo docente, che resta tra i peggio pagati dell’Occidente. In questo senso, alcune delle proposte avanzate nel libro, si ritrovano nella recente legge di riforma approvata dal governo e duramente contestata da sindacati. Per esempio, la necessità che gli aspiranti docenti seguano un «percorso universitario abilitante»» pari ad almeno 60 crediti, superando, oltre al concorso, anche un anno di prova, con valutazione finale, prima di prendere servizio. Per superare il «mismatch fra scuole e docenti», Gavosto rilancia poi l’idea della «chiamata diretta», già contenuta nella “Buona scuola” del governo Renzi e affondata dalla protesta sindacale.

Il vero punto di svolta insiste il direttore della Fondazione Agnelli, in grado di 'sbloccare' davvero la scuola italiana, passa però da un rinnovato protagonismo delle famiglie. «Un legame più stretto tra scuola e famiglia – scrive Gavosto – ha un significativo impatto positivo sui risultati scolastici, superiore a un anno di scuola, soprattutto per gli studenti appartenenti a minoranze o disabili. Una maggiore collaborazione – aggiunge l’autore – aiuta a creare una vera 'comunità educante' intorno alla scuola, con effetti documentati sui risultati scolastici».

 

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