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mercoledì 6 maggio 2026

IL RETTANGOLO DELLA GIOIA


Il campetto condominiale 

di cemento screpolato,

 dove si giocava 

a calcio con gli amici, 

era un rettangolo 

di gioia e senso: 

un'area limitata 

dove scoprire 

l'infinito della vita piena.

 Alessandro D’Avenia

Qualche giorno fa camminavo con un amico sul cemento screpolato del vecchio campetto condominiale usato soprattutto per giocare a calcio, un rettangolo dieci per venti, che resiste a tempo e intemperie dagli anni '80, e in cui ho trascorso i miei pomeriggi di bambino, dalle 16.30 (fine del coprifuoco dedicato a compiti e altre noie, come il «riposino») alle 19.30 (limite per compiere la decontaminazione pre-cena). Una poesia di 200 m²: un condominio pieno di coetanei, uno spazio gratuito e sicuro (ai genitori bastava affacciarsi dalla finestra per vederci giocare), un tempo senza tempo. L'unico pericolo erano le cruente abrasioni sul cemento colorato di un rosa slavato che voleva imitare la terra battuta. Bastava un Super Santos, levigato dai tiri, la maglia della squadra preferita presa al mercato rionale del sabato a cinquemila lire, per diventare eroi dell'epica vigente a metà degli anni '80: Baresi, Maradona, Platini, Zico, Butragueño, Rumenigge... Un'epica quotidiana che canalizzava le nostre inesauribili energie e trasformava il tempo in gioia. Per noi che riuscivamo anche a giocare nel corridoio di casa quel campo era Maracanã, Bernabeu, San Siro... L'unica infelicità era il pallone bucato o smarrito oltre il muro di cinta, dove c'erano i cani randagi. In quel rettangolo trovo ancora lotta, bellezza, fratellanza, fatica, gioia, nostalgia e gratitudine. 

Quel rettangolo di gioco è stato scuola, perché c'è scuola «quando e dove» incontriamo ciò che non muore nel mondo. Il gioco è uno di quei «quando e dove» che abbiamo inventato perché assomiglia alla vita: regole e limiti che ci esaltano. Infatti non c'è gioco senza «campo», «tempo», «partita» (i Greci chiamavano il destino moira, che significa proprio «parte», «porzione», il pezzo che ti tocca), uno spazio-tempo finito, oltre il quale c'è, come nella vita, la fine del tempo e del campo: la «dipartita». Più questi limiti sono ristretti più il giocatore deve essere abile. Nel calcio infatti la rovesciata è un vertice: non solo devi usare la «parte» del corpo meno accurata, il piede, ma trasformarlo in una catapulta volante, rischiare l'osso sacro o quello del collo, colpire la palla al volo e, spalle alla porta, indirizzarla in rete. Era il mio pezzo preferito, la provavo sempre, a sproposito, perché era un gesto difficile e bellissimo.  

Con il mio amico abbiamo condiviso «partite» memorabili (ricordavamo la squadra intitolata «Over the top» da un film di quegli anni e delle magliette cancerogene confezionate da noi con la vernice delle bombolette).  

 Ora, essendo anche lui insegnante, la partita è in classe e così, passeggiando su quel campo di ricordi, ci interrogavamo sulla cosiddetta «emergenza» educativa, che fa «emergere» non ciò che manca ai ragazzi ma a noi: «L'assenza di limiti: i ragazzi non ne ricevono e così sono lasciati al caos». «A noi era il mondo a darci una forma, se non hai limiti resti informe, senza forma».  

Commenti di uomini già invischiati nella retorica dei tempi andati o nella verità del tempo fermo? Quel campetto rispondeva: se impari a giocare allora il mondo può anche essere ordine, amicizia, rispetto, intelligenza, fatica, gioia, errore, lotta... Non è una tristezza retorica quella che compatisce i bambini italiani orfani dei Mondiali, il calcio a quell'età ti dà una forma: il rettangolo. Quel dieci per venti conteneva la geografia e la storia del mondo intero, il tuo destino e quello di ogni Paese, con la sua bandiera e il suo popolo: guerre senza guerra! Oggi ci sono arbitri quasi quanti giocatori, e telecamere, schermi, fotocellule... nell'ossessione tutta contemporanea di eliminare l'errore con il controllo tecnologico. E allora perché poi i giocatori si buttano, fingono, esagerano se noi saltavamo subito in piedi? Perché a noi piaceva giocare, e basta. E se non giocavi a tutta pelle, lo facevi a tutta immaginazione, ascoltando di domenica la diretta delle partite in radio, e vedevi le azioni grazie ai radiocronisti, prestigiatori della parola. Oggi, dipendenti da effetti speciali e dopamina, le partite sembrano troppo noiose, le guardiamo compulsando i social: al cervello odierno un intrattenimento non basta, ce ne vogliono almeno due, in contemporanea.  

Un tempo le partite si giocavano allo stesso orario, un unico destino rettangolare da 90 minuti, e poi si aspettava la trasmissione dei goal, rito familiare e collettivo. E i riti, stabilizzando il tempo, lo rendono sensato. La gioia della domenica pomeriggio era concentrata, oggi i diritti tv disperdono la gioia in infiniti piaceri passeggeri, non è più rito condiviso ma intrattenimento consumato, non ferma il tempo, lo fa passare. Noi guardavamo solo il campo, e finiva lì, perché, ridotto all'osso, il calcio è: ventidue persone in mutandoni con un unico dono contro-evolutivo, usare i piedi (l'unico caso in cui «ragionare con i piedi» è arte) anziché le mani, per rincorrere una palla. Questo risveglia il bambino che tutti abbiamo dentro, che vorrebbe scorrazzare così anche nella vita.  

Vincenzo, un bambino di 10 anni di un piccolo e meraviglioso paesino siciliano (Caltabellotta), due giorni fa mi raccontava con la luce negli occhi che il sabato per lui è magico, perché c'è la partita di calcio alle 16 con gli amici in un campetto vero, mentre durante la settimana si gioca per strada. Il calcio ci ha sempre aiutato a custodire quel bambino con la luce negli occhi, che da grande vuole fare il calciatore, perché «la maturità dell'uomo consiste nell'aver ritrovato la serietà con cui giocava da bambino» (non è Mourinho in conferenza stampa ma Nietzsche in «Al di là del bene e del male»).  

Quando gioca il bambino lavora (Montessori), e tutti noi vorremo lavorare così, con la concentrazione e l'autenticità del presente eterno, quando essere e fare coincidono, senza assilli di carriera, di stipendio, di ruolo, di risultato.  

Fare perché è bello fare.  

Ma quel bambino si perde se non vede adulti giocare seriamente, vita salvata, ma solo intrattenersi, vita distratta. Un giorno chiederà chi erano gli aborigeni su un rettangolo verde impegnati in un rito magico che trasformava i corpi in danza e gli individui in compagni. Si chiamava «calcio», dal nome latino del calcagno, il tallone che aveva reso mortale Achille e che rende invece noi immortali, cioè bambini, scopritori di un eterno a portata di mano, anzi di piede...  

Ridatemi la forma della felicità, sotto casa, dentro al cuore, dice quel bambino. Non datemi il rettangolo di vetro a due dimensioni, che mi scherma, ma quello di cemento, asfalto, terra, erba, che mi incarna.  

Ricordo che su quel campetto, una volta l'anno, a inizio estate, facevamo la cena di condominio (rito purtroppo poi perduto): una fila di tavoli, zeppi di cibarie che ogni famiglia portava. Quel banchetto accadeva nello stesso rettangolo su cui noi giocavamo. Era il rettangolo della gioia.

Corriere della Sera

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giovedì 23 aprile 2026

LE SCOMPARSE

 


LA CRONACA E’ PIENA DI RAGAZZE E RAGAZZI CHE SI TOLGONO LA VITA O LA TOLGONO AGLI ALTRI.
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L'emergenza educativa non riguarda la fragilità dei ragazzi,

 ma degli adulti che 

non amano la vita


-Alessandro D’Avenia

La settimana scorsa ero a Roma a raccontare a un migliaio di studenti di diverse scuole se ha senso frequentare i classici, in particolare la tragedia greca. Questi ragazzi, grazie alla Fondazione Oltre, si preparano ad assistere all'Antigone di Sofocle e all'Alcesti di Euripide a Siracusa: due giovani donne capaci di dare la vita perché sanno chi sono e che cosa vogliono. Quello stesso giorno, a Roma, un 13enne e una 23enne la vita se la toglievano, il primo lanciandosi dal balcone lasciando un biglietto in cui si diceva stanco della scuola, la seconda cadendo nella tromba delle scale alla vigilia di una finta laurea, perché in realtà aveva smesso di frequentare l'università e fingeva di farlo. Non conosco motivazioni e circostanze di questi suicidi, che però mostrano l'effetto fatale della attualissima combinazione di pressione e solitudine su psicologie in formazione. La cultura dominante, prendendo dalle macchine l'interpretazione dell'umano, educa a funzionare per standard e risultati, facendo sentire i ragazzi oggetti di aspettative e non soggetti di possibilità. Il soggetto agisce, l'oggetto reagisce, il soggetto crea, l'oggetto si esaurisce, il soggetto è libero, l'oggetto è dipendente, il soggetto evolve, l'oggetto si logora, il soggetto si trasforma, l'oggetto si cambia e “si butta”, come i due ragazzi. Che cosa permette allora di sentirsi protagonisti e non comparse?

Educare è aiutare a crescere qualcosa che c'è già ma ha bisogno di essere attivato: il risultato non effetto di uno standard esteriore da raggiungere, ma di un'origine-originalità già presente da compiere. Il processo di maturazione (il paradigma di interpretazione è botanico non meccanico) avviene per energia intrinseca alla persona, se questa è messa nelle condizioni di compierlo, per le piante si dice infatti “mettere a dimora”. Queste condizioni, la dimora dell'umano, sono le relazioni primarie, che difendono da pressioni o menzogne. 

Le relazioni buone attivano il maestro interiore del ragazzo
 (il daimon socratico, la voce-vocazione) che andrà poi a cercare autonomamente nel mondo ciò che serve a realizzare la propria forma (vivere diventa così svilupparsi, cioè sperare di nascere del tutto), mentre quelle tossiche vogliono il controllo dell'altro costringendolo in una forma che gli è esteriore (repressione e depressione). Il primo tipo di relazioni genera persone attive e responsabili, il secondo reattive e remissive. Nel recente album, «Vangelo», il rapper Shiva (dio della distruzione e trasformazione), nome d'arte di Andrea Arrigoni (Legnano 1999), padre di tre figli, finito in carcere, poi ai domiciliari, poi all'obbligo di firma, per tentato omicidio, fa il bilancio della sua vita, e nella canzone «Dio esiste» ripete: «Io sono la prova che Dio esiste/ Perché sono ciò che ho sempre voluto essere». Non è un atto di fede, ma l'ammissione che almeno Dio non ti controlla ma ti lascia essere chi vuoi, anche quando fai casino. Una cantautrice quasi coetanea, Francesca Calearo (Creazzo 2002), in arte Madame, dopo due anni di silenzio per una forma depressiva, ha appena pubblicato «Disincanto», nome dell'album e della canzone che testimonia la ribellione a tutte le «istruzioni» per l'uso della vita: «Io non vivo più con sotto le istruzioni/ Tutto ciò che so spero che mi abbandoni/ E sono mie, le bugie che mi hanno detto sono mie/ Il male e il bene sono solo fantasie./ Non voglio più nemmeno un motivo per vivere/ un Dio, un amore, un limite, e voglio anche soffrire/ ma non per quello che ho in testa, ma perché vivo». Sentirsi vivi, ripartendo dall'unica verità del dolore “un'anima del nulla con gli occhi gonfi del mio disincanto”. 

Quelle di questi giovani artisti, ascoltati con trasporto dai ragazzi, sono le reazioni di cui parlavo e che spesso riscontro: reattività o remissività. Se la realtà non ha alcun senso, l'unico senso sono io che posso o cercare di affermarmi a tutti i costi o ritirarmi. Quando ero bambino ascoltato a ripetizione «Il burattino senza fili» di Bennato e da adolescente «I still haven't found what I'm looking for» (Non ho ancora trovato ciò che sto cercando) degli U2, che mi garantivano che un senso c'era, ma non dovevo smettere di lottare e cercare. E in effetti a poco a poco mi vennero incontro le risposte. 

A Roma insieme a me c'era il bravo attore Vinicio Marchioni, impegnato anche lui nella stagione teatrale di Siracusa con una Iliade, e che molti ricorderanno come il Freddo nella serie Romanzo criminale. Ha raccontato della sua adolescenza sconquassata in un quartiere romano difficile e della scuola (un tecnico) che per lui era un inferno anche per la balbuzie, fino a che un giorno un professore non si commosse leggendo in classe il canto di Paolo e Francesca.

Colpito dalla reazione, gli chiese chi erano quei due, se li conoscesse di persona. Da lì cominciò una frequentazione, l'insegnante invitava gli studenti a casa propria, a giocare a Risiko con i suoi figli e a scoprire storia e letteratura. Perché si dà scuola non dove ci sono le mura, ma dove ci sono uomini e donne che incarnano l'amore per un pezzetto di mondo e fanno entrare in risonanza altri. La risonanza, a differenza dell'eco che lascia l'oggetto inerte poco dopo che si è esaurita la fonte del suono, è un fenomeno fisico che permette a chi vibra a quella lunghezza d'onda di continuare a produrla autonomamente anche quando la fonte smette di produrla. 

La nostra educazione il più delle volte produce solo effetti d'eco destinati a spegnersi (i ragazzi diventano oggetti di aspettative), e per questo crediamo che la soluzione sia aumentare la seduzione (più effetti speciali) o la potenza (più potere) del suono. Invece dovremmo cercare effetti di risonanza (i ragazzi diventano soggetti di possibilità), cioè noi incarniamo che cosa rende bella la nostra vita e, senza bisogno di sedurre o alzare il volume, chi ha quella vibrazione diventa lui stesso onda, autonoma. Platone lo spiegava con le sue etimologie fantasiose, dicendo che bellezza (kalòs in greco) viene da chiamare (il verbo kaleo), e che eroe viene da eros

I ragazzi troveranno la loro musica (da Musa, ispirazione) solo se sentiranno la nostra: c'è musica nella nostra vita? Grazie a quel professore, il quindicenne Vinicio capì di voler fare l'attore, si iscrisse a lettere e cominciò a studiare recitazione (anche per curare la sua balbuzie) e «si salvò», metafora che usiamo per indicare il giorno in cui troviamo il nostro destino e cominciamo a incarnarlo, diventando protagonisti e non più comparse, che ci mettono un attimo a diventare vite «scomparse». 

Le vite non scompaiono nella solitudine, nella rabbia, nella stanchezza, nel disincanto, se trovano chi incarna la gioia di vivere e la trasmette. Dopo l'incontro sulla tragedia, una ragazza, brava a scuola, è venuta con le lacrime agli occhi a raccontarmi che non ne può più del cinismo degli adulti:. Aiuta a crescere solo chi non smette di crescere perché ciò che può essere e fare solo lui è inesauribile in una vita e accende la vita altrui. Al tiranno di Tebe, Creonte, che le impedisce di seppellire il corpo del fratello, la giovane Antigone, disposta a dare la vita pur di seguire la sua coscienza, risponde: «Non sono nata per condividere l’odio, ma per amare con chi ama». A lei Creonte risponde mandandola a morire: «E allora, se devi amare, vattene laggiù, ad amarli!». Laggiù, dove si sfracellano le vite che il potere opprime, ieri come oggi. Le «scomparse».

Ultimo banco

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sabato 4 aprile 2026

RAGAZZI CHE PENSANO TROPPO


 Il libro "Ragazzi che pensano troppo" è descritto come un'opera fondamentale per genitori ed educatori, che unisce storie vere a ricerche scientifiche. 

"Ragazzi che pensano troppo" di Matt Richtel (2026) esplora la crisi di salute mentale adolescenziale, evidenziando alti tassi di ansia e la necessità di supportare una generazione fragile ma resiliente. Gli adolescenti vivono un'epoca di stress elevato, spesso legato a insicurezze e sfide sociali, che richiede attenzione da parte di educatori e genitori. 


Libreria PienogiornoLibreria Pienogiorno 

Ecco i punti chiave legati al tema dei giovani che "pensano troppo" (overthinking) e all'omonimo libro:

  • Il contesto del libro: Matt Richtel, vincitore del premio Pulitzer e giornalista del New York Times, indaga la crisi di salute mentale adolescenziale, esplorando il connubio tra fragilità e resilienza negli adolescenti di oggi.
  • Dati sulla salute mentale:

 Oltre il 51% degli adolescenti in Italia dichiara di soffrire di ansia o tristezza prolungata. A livello globale, uno su sette vive con un grave disagio psicologico.

  • Cause dell'overthinking:
    • Rifiuto sociale: L'esclusione da parte degli amici è un fattore critico che manda in crisi il "cervello emotivo" dei giovani.
    • Fallimento individuale: La pressione per il successo provoca forte stress.
    • Pressione digitale e sociale: Un ambiente in continua evoluzione, dove i punti di riferimento tradizionali sono venuti meno.
  • Conseguenze: L'eccesso di pensieri (overthinking) si trasforma in loop mentali, logorando il corpo e causando ansia e difficoltà di concentrazione.
  • Risposta educativa: È necessaria una maggiore comprensione da parte degli adulti, che spesso vivono anch'essi una fase di fragilità. 

In un mondo di grandi mutamenti e sfide esistenziali, chiedersi perché gli adolescenti pensano troppo è come chiedersi perché i ragazzi di un tempo avessero le ginocchia sbucciate.

Sono il 51,4 per cento in Italia gli adolescenti che dichiarano di soffrire di ansia o tristezza prolungate, mentre nell’intero pianeta uno su sette convive con un serio disagio psicologico e quasi la metà si rivolge all’AI per trovare risposte ai propri affanni. Il mondo che muta alla velocità della luce e le sfide inedite e ardue che la realtà – fisica e virtuale – pone sono all’origine di un malessere pervasivo per ragazze e ragazzi. E il confronto continuo con i social, poi, li espone perennemente a un eccesso di “ruminazione” che può diventare l’anticamera di forme ansiose più profonde. Ma comprendere, aiutare e valorizzare quella che il premio Pulitzer Matt Richtel definisce «la generazione più preziosa» non può che essere la priorità di tutti, perché gli adolescenti non sono che gli esploratori di cui l’evoluzione ci ha dotato per aprire gli orizzonti, allargare i confini, infondere nuove idee e nuova linfa alla società. È un’impresa ardua la loro, irta di incognite e rischi, soprattutto in un’epoca in cui i punti stabili su cui potevano contare i ragazzi di un tempo si sgretolano. Ma è anche una sfida entusiasmante e, ora più che mai, indispensabile.

Con la sapienza di un grande narratore e divulgatore, basandosi sulle più accurate ricerche scientifiche e un gran numero di storie vere, Matt Richtel ha scritto non solo un’opera che ogni genitore ed educatore dovrebbe tenere sul comodino, ma un’autentica dichiarazione d’amore per una condizione che è al tempo stesso resilienza e fragilità, immaginazione e con- traddizione, paura e speranza. Un inno a una stagione della vita il cui supremo valore supera tutti i disagi che comporta.

 Autore

Matt Richtel, vincitore del premio Pulitzer, è uno scrittore bestseller e si occupa di salute e scienza per il New York Times . Ha trascorso quasi due anni a indagare la crisi di salute mentale degli adolescenti durante la pandemia per l’acclamata e pluripremiata serie giornalistica «Inner Pandemic». Ragazzi che pensano troppo è stato nominato come libro migliore dell’anno dal prestigioso New Yorker 

 

 

mercoledì 11 febbraio 2026

L'EROS E I RAGAZZI

 


L’eros “raccontato”

 ai ragazzi: 

così le relazioni

 ritrovano la poesia»

Sovraesposizione a contenuti porno e disinteresse all’educazione affettiva

 

La teologa e docente Zorzi: dall’attrazione alla “costruzione” di senso oltre lo schermo

-         di LUCIANO  MOIA

«Prima di parlare di affetti, di amore, di sessualità con i nostri ragazzi, ascoltiamoli. Probabilmente quello che noi vorremmo dire, non è per loro così interessante, probabilmente lo conoscono già, probabilmente la maniera che noi abbiamo scelto per dirlo, non è quella più efficace, quella più coinvolgente. Se non sappiamo quello che loro desiderano conoscere da noi, rischiamo di perderci in discorsi teorici che non toccano il cuore e fanno perdere tempo. E non possiamo permettercelo». Il suggerimento, alla vigilia della festa di San Valentino, arriva da una teologa come Selene Zorzi che, ormai da anni, lavora a stretto contatto con i ragazzi adolescenti. E si tratta di una condizione tutt’altro che abituale. Dopo anni di teologia militante, come docente di patrologia e di teologia spirituale in varie istituzioni ecclesiali – ora è all’Istituto superiore di scienze religiose di Verona - ha accettato anche di insegnare storia e filosofia in un liceo statale della città veneta. E ogni giorno sono innumerevoli gli spunti per approfondire con i suoi ragazzi il senso di temi come innamoramento, relazioni, genere, orientamento, libido. 

«Quando ho iniziato a parlare loro di Freud e delle sue teorie sullo sviluppo psicosessuale non riuscivo a finire una frase tante erano le domande che mi arrivavano, la curiosità di approfondire, di capire meglio. Non è difficile ottenere la loro attenzione quando ci si inoltra in argomenti coinvolgenti». Ma occorre farlo con attenzione, prudenza e rispetto perché – aggiunge la docente – le insidie sono tante. La prima difficoltà è quella di riuscire a staccarsi da certi appesantimenti che derivano da uno sguardo un po’ datato sulla sessualità come legata unicamente alla procreazione. «Sappiamo da tempo che non è così, ce l’aveva detto anche Platone – scherza la teologa – ma quando affrontiamo certi temi quel retaggio ritorna e rischia di rendere meno credibile le nostre proposte. La sessualità riguarda tutti gli aspetti della persona e va distinta dalla genitalità. Con la sessualità si costruiscono rapporti, si costruiscono affetti. Ed è con gli affetti che costruiamo la società, il mondo che sta intorno a noi».

La seconda attenzione investe direttamente l’antropologia cristiana, un grande arcipelago in cui spesso non è facile distinguere i fondamenti buoni, quelli che ci arrivano direttamente dal Vangelo, dalle sovrastrutture di un certo passato sessuofobico e giudicante. Qui, a parere di Selene Zorzi, andrebbe fatta una grande e coraggiosa opera di rinnovamento, affidandosi a persone davvero competenti. «Anche noi teologi, quando parliamo di affetti e di sesso, dobbiamo studiare e aprirci ai contributi di altri saperi. Quanto contano le neuroscienze sullo sviluppo di questioni decisive per i ragazzi, come l’identità di genere e l’orientamento sessuale? Quanto è decisivo conoscere ciò che ci dicono le ultime ricerche in ambito psicologico o pedagogico? Tantissimo, ma troppo spesso purtroppo vengono ignorate da chi è in prima linea per l’educazione dei ragazzi. Oggi, senza la capacità di integrare le conoscenze, non si va lontano. Anche nell’ambito ecclesiale sento ancora gente, per esempio, che prende le distanze dall’omosessualità perché “non è generativa”, come se il fine procreativo fosse l’unico obiettivo relazionale. E qui i ragazzi non ci seguono più, perché a loro il sesso come l’intendevamo noi, ai nostri tempi, non interessa più». 

Qui l’esperienza della teologa si intreccia, per esempio, con quella dello psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini che ormai da anni teorizza e motiva il crescente disinteresse degli adolescenti per tutto ciò che riguarda il mondo del sesso. Sembra incredibile, ma nella società pansessualista e permissiva in cui tutti siamo immersi, questa presa di distanza viene raccontata come l’ultima frontiera di un processo di evoluzione culturale quasi inevitabile, una deriva che produce rifiuto, indifferenza, disorientamento. Perché siamo arrivati qui? «Non è difficile comprenderlo. L’overdose del porno, a loro disposizione h24 sullo smartphone, ha finito per renderli disinteressati a qualsiasi percorso educativo sulla scoperta della sessualità. È inutile, insomma, raccontare loro il “come” perché hanno già scoperto tutto, accettiamo invece la sfida di spiegare il “perché”, il senso della relazione. Dobbiamo passare dall’attrazione alla costruzione. Parliamo loro di eros, energia esistenziale e spirituale che è esattamente il contrario del porno».

E qui l’antropologia cristiana, purificata e rafforzata dagli spunti più originali delle scienze umane, può davvero giocare un ruolo fondamentale, a patto – precisa la teologa - «che sia una proposta e non un’imposizione. Raccontiamola bene. La nostra sapienza, pensiamo al Cantico dei cantici, arriva da lontano. Non è l’unica, certamente, ma noi ci crediamo e abbiamo il dovere di riproporla nel modo più accattivate, anche accettando il rischio che i ragazzi non la considerino più così interessante. Ma, in questo caso, la colpa è nostra, perché vuol dire che non riusciamo più a motivare quello di cui siamo convinti. Così, tra l’altro, crolla il numero dei matrimoni ». Come ne usciamo? «Cambiando registro, prospettive, punti di vista, ma dobbiamo farlo in fretta. Vedo all’orizzonte il ritorno di certi modelli di machismo e di femminilità che mi fanno spavento. I maschi stanno perdendo i codici della relazione, parlano con il coltello non con la poesia. Le ragazze si rinchiudono nel privato, sull’importanza del successo scolastico come risposta alle aspettative concentrate su di loro».

Perché succede? La teologa punta il dito da una parte contro il clima sociale e politico che in tutto l’Occidente trasuda muscolarità e autoritarismo, dall’altra contro la confusione di un’esistenza sempre più online.

«Non sono più abituati a relazionarsi con una persona ma solo con uno schermo, dobbiamo pensare a nuove strategie per far tornare il gusto della relazione in presenza». Il contributo di Selene Zorzi è un piccolo corso di teologia e filosofia popolare nato all’interno del suo progetto Didaskaleion, idea sostenuta dall’editore Gabrielli per far tornare il gusto di dialogare con empatia che, spiega ancora l’esperta, è anche il fondamento della democrazia. «L’ho pensata per tutti, giovani, anziani, credenti e non.

 Partiamo il mese prossimo con il primo modulo, “Dire Dio”. Nessuna lezione frontale, ma solo confronto di esperienze. Una sfida giovane. Speriamo».

www.avvenire.it

martedì 13 gennaio 2026

FIGLI CHE MUOIONO


* LA STRAGE

 DI CAPODANNO 

CI

 INTERROGA*




Alessandro D’Avenia


Affrontiamo la morte altrui con paura, dolore, tristezza, rassegnazione, rabbia, ma se a morire sono dei giovani, e per di più tragicamente, sembriamo sprovvisti del sentimento adatto ad affrontare una realtà che interrompe il corso «naturale» della vita: i figli non dovrebbero morire prima di chi li ha generati. Esiste la parola per chi perde i genitori (orfano), ma non quella per chi perde un figlio/a, un fratello, una sorella. Un vuoto emotivo e semantico tipico del mistero: ciò che non si riesce a nominare non si riesce a controllare, ci spiazza e ci chiede di rimanere aperti, di cercare, di crescere. La morte «anzitempo» svela la nostra concezione quantitativa della vita: più dura, meglio è. Ma longevo non è affatto sinonimo di felice, come ripetevano i Greci «Muore giovane chi è caro agli dei», perché la vecchiaia comporta dolore e fatica. Ma neanche giovane è sinonimo di felice, come sapeva Leopardi: «I giovani soffrono più che i vecchi e sentono molto più di questi il peso della vita nella impossibilità di adoperare sufficientemente la forza vitale» (Zibaldone). Non è questione di anni, ma di vita negli anni. E quando la vita è viva? Quando non temiamo di morire cioè attingiamo a una vita già eterna, indistruttibile. E come si arriva a questo livello, a prescindere dall'età? Quando si frequenta il livello a cui appartiene: quello spirituale. Che cosa è? Dove si trova?

Gli animali sono pura natura, non hanno vita spirituale, non vogliono essere immortali né capire la vita, vivono e basta. In qualsiasi momento sono pronti a morire: l'istinto li porta a fare esattamente quello che devono. La morte li può cogliere di sorpresa, ma mai impreparati, a causa di rimpianti o rimorsi. In noi c'è qualcosa di più. Noi non agiamo per istinto, ma per scelta, tanto che possiamo sacrificare la vita per salvare quella altrui (come ha fatto qualcuno nell'incendio di Capodanno) o addirittura togliercela, cioè andare contro lo stesso principio di natura. Questo perché per noi vivere non è solo respirare, noi vogliamo sentire e capire la vita, vogliamo abbia senso e verità, vogliamo rischiarla, impegnarla per qualcosa che non sia il suo mero procedere, non ci basta farla durare fino a stancarsi come i mitici Iperborei: «Popolo incognito, ma famoso; ai quali non si può penetrare, né per terra né per acqua; ricchi di ogni bene, potendo essere immortali, perché non hanno infermità né fatiche né guerre né discordie né carestie né vizi né colpe, tuttavia muoiono tutti: perché, in capo a mille anni di vita o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in mare, e vi si annegano» (G. Leopardi, Dialogo di un fisico e di un metafisico). In noi c'è qualcosa di più radicale del dettato di natura (conservarsi e riprodursi), siamo «a immagine e somiglianza di Dio» per usare le parole della Genesi, un modo di dire che in noi c'è una vita spirituale, da cui dipende quella biologica, altrimenti il sistema immunitario non dipenderebbe anche da quanto siamo stati accarezzati e chiamati (cioè amati) nei primi mille giorni di vita. 

I tragici eventi di Capodanno mi hanno riportato a uno dei miei film preferiti, The Tree of Life di Terrence Malick, in cui una giovane coppia perde uno dei tre figli, giovanissimo. In apertura la madre, una superba Jessica Chastain, ricorda ciò che ha imparato da bambina: «Ci sono due vie per vivere. La via della natura e la via della grazia, e tu devi scegliere quale seguire». Nel film lei segue la via della grazia, mentre il marito (un ruvido Brad Pitt) quella della natura. La grazia mette al primo posto la capacità di amare, la natura quella di affermarsi. E così entra in scena Jack (da adulto un perfetto Sean Penn), il fratello maggiore del ragazzo morto, in crisi da sempre per quel lutto e combattuto tra le due vie, come tutti noi impauriti dalla morte ci rifugiamo nel controllo anziché nell'amore. La via della natura teme la morte, quella della grazia no, la prima lotta per non morire, la seconda per amare. Malick attinge al padre Zosima dei Fratelli Karamazov: «Bisogna ricorrere alla forza o all'umile amore? Decidi sempre per l'umile amore. Se deciderai per quello una volta per tutte, potrai conquistare il mondo intero. L'umiltà amorevole è una forza terribile, la più potente di tutte, non c'è niente che le stia alla pari». Non a caso nel film, una delle meditazioni interiori della madre riassume un passaggio del romanzo di Dostoevskij che precede di poco le righe citate sopra: «Amate tutte le creature, l'intera creazione come ciascun granello di sabbia. Amate ogni foglia, ogni raggio divino. Amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa. Se amerete ogni cosa, in ogni cosa coglierete il mistero di Dio. E una volta che lo avrete colto, lo comprenderete ogni giorno di più, giorno dopo giorno. Arriverete, finalmente, ad amare tutto il mondo di un amore onnicomprensivo, totale». Amare come ama Dio è la via della grazia, la via dell'essere vivi a ogni età, ed è un dono che Dio dà a tutti ma che si attiva solo in chi decide liberamente di riceverlo. E così un 15enne può essere più vivo di un 85enne o viceversa, dipende dalla sua vita spirituale, cioè il diventare se stessi attraverso l'amore e non attraverso la potenza. 

Educhiamo i ragazzi ad affermarsi, a realizzarsi, cioè a diventare «reali» (come se non lo fossero già) attraverso la «potenza» e la potenza è «dei grandi», coloro che hanno potere sulle cose, cioè li educhiamo secondo il paradigma della tecnica: prodursi, essere auto-efficienti, darsi la vita da soli, allontanare la morte fino a credere di farla sparire. Invece dovremmo educarli a dare la vita, cioè amare ogni cosa, questo permette di non temere la morte, perché si è vivi di una vita che non è solo quella naturale. Come facciamo a non sentire che la vita non ce la siamo data da soli ma è qualcosa a cui attingiamo e non che possediamo? Quale regalo migliore si può allora fare a un figlio se non quello di liberarlo dalla paura di morire insegnandogli ad amare? In un punto del film che uso come preghiera, alle domande della madre: «Signore, perché? Dove eri tu? Sapevi? Chi siamo noi per te? Rispondimi», seguono le straordinarie immagini della creazione accompagnate dalle note di uno struggente requiem moderno (il Lacrimosa di Preisner). 

La bellezza del creato, trasposizione visiva della risposta di Dio a Giobbe nel libro omonimo della Bibbia, citato in apertura del film, dice per immagini: «Fidati». La bellezza non ha senso ma dà senso, mostra che il peso dell'esistenza non si misura in quantità di anni ma di amore: siamo vivi se siamo amati e amiamo. E allora non conta l'età o chi siamo per il mondo, ma se siamo vivi, come nel finale del film di Malick che non mostra un «aldilà», ma un «al di dentro»: Jack, dopo tanto vagare e soffrire nella via della natura, per la quale la morte è un muro contro cui si sbatte di continuo, sceglie la via della grazia. Al di fuori lo spettatore vede un sorriso, ma al di dentro scorge una spiaggia infinita, immersa nella luce su cui la madre cammina, uno spazio interiore che niente può strappargli: la vita di Dio in lui, che in mancanza di termini più precisi chiamiamo «amore». Lo dice Giovanni in uno dei passi potenzialmente più rivoluzionari della letteratura: «Dio è amore: chi sta nell'amore abita in Dio e Dio abita in lui» (1Gv 4), cioè l'amore è il livello di vita che ci unisce a Dio, e questa unione che ci rende un «io» irripetibile, perché solo un essere che si sente amato può diventare se stesso, diventa poi un «noi» che vince la separazione che il mondo crea per paura e rende gli uomini una cosa sola, perché gli «io» riconoscono la stessa immagine divina negli altri e prendersene cura è salvare se stessi. Un circolo vitale che la natura non conosce, eppure continuiamo ad affidarci solo alla sua via, così deludente ed esclusiva rispetto a quella della grazia, che è per tutti.

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martedì 16 settembre 2025

NON CAMBI MAI

 


 Che cosa hanno 

in comune

 

le «generazioni»?


-         di Alessandro D’Avenia

In questi giorni in cui inauguravo l'anno con una nuova classe di quattordicenni ho incontrato tre ex-alunni, guarda caso tre tornate di maturità: 30, 25 e 20 anni. Questi incontri mi hanno fatto riflettere sull'unità di misura che segna il tempo di noi insegnanti: il lustro, cinque anni, dal primo di superiori alla maturità. Un lasso di tempo che sembra segnare anche i cambi di generazione. Se prima si contavano in quarti o quinti di secolo ora le generazioni paiono mutare ogni lustro, tanto che lo stesso studente ventenne, raccontandomi un episodio di interazione con alcuni quindicenni, si diceva profondamente diverso da loro alla stessa età. Ma di che cambiamento parliamo? Che cosa cambia e che cosa rimane uguale? E noi che re(si)stiamo in cattedra che cosa abbiamo da dire o da dare a ragazzi che mutano così rapidamente? 

I ragazzi di oggi

Alla domanda che mi viene rivolta spesso: come sono i ragazzi di oggi? Rispondo: come sempre, come te e me alla loro età. La risposta spiazza, convinti come siamo che l'unico tempo esistente sia quello lineare e dettato dall'accelerazione del progresso. 

Allora, parlando di «lustri» (dal latino lavare: la lustratio era il rito di purificazione della città dai mali che nell'antica Roma avveniva ogni cinque anni), provo a «illustrare» (pulire: rendere chiaro) qualche punto oscuro del rapido divenire che rende più evidente ciò che invece non cambia mai. 

 Ho affrontato la maturità nel 1995: Internet non esisteva, la conoscenza era nei libri e nelle enciclopedie (le più avveniristiche in cd). Poi con i motori di ricerca la conoscenza si è spostata online. Dopo con i cellulari si è infilata in tasca e sui social. Ora con l'AI, che segna il prima e dopo Cristo dell'apprendimento e dell'insegnamento, non solo la conoscenza ma proprio l'intelligenza si sposta fuori di noi. Questa accelerazione e dislocazione ci cambia o la struttura del Sapiens resta la stessa? 

Mutano le abilità

Con il cambio automatico guidare è più facile ma si diventa più disattenti; da quando ci sono i cellulari molti ragazzi non sanno leggere l'orologio a lancette ma sanno girare un video; si stanno diffondendo strumenti capaci di tradurre istantaneamente il parlato in altre lingue: perderemo capacità e voglia di imparare le lingue? Ci capiremo meglio o peggio? Vedremo. Già Platone temeva che la scrittura ci avrebbe fatto «perdere» la memoria, nessuno avrebbe più «mandato» a mente l'essenziale ma lo avrebbe «demandato» al supporto scritto. 

Aveva ragione, ma proprio grazie a questo (oltre ad avere i suoi capolavori) la memoria si sgravò dell'eccessivo peso di conservazione tipico delle culture orali, aprendosi a nuove conoscenze. Ed è stato un bene tanto che nessuno si sognerebbe di tornare indietro. Da questo punto di vista l'IA avrà un impatto pari se non superiore all'uso della scrittura. D'altronde questo è lo scopo della tecnica: sollevare l'uomo dal peso del lavoro per guadagnargli riposo e tempo. 

Però oggi ci sono due novità paradossali. 

La prima è che il tempo liberato dalla tecnologia lo utilizziamo per altra tecnologia (stare sul cellulare; le e-mail che dovevano alleggerirci sono invece diventate un lavoro a sé...). 

La seconda è che nel XX secolo abbiamo creato per la prima volta strumenti che invece di alleggerirci possono vaporizzarci (la bomba). E l'AI, a detta dei suoi stessi inventori (si vedano su queste pagine le due recenti interviste di Riccardo Luna ai Nobel e padri dell'AI, Geoffrey Hinton e Yoshua Bengio), avrà derive simili se non sarà regolamentata e la si lascerà in mano all'industria bellica e alle logiche di mero profitto delle big tech. 

Ma in mezzo ai mutamenti, più o meno profondi, delle nostre abilità mi chiedo: qualcosa resta invariato? Che cosa mi permette ancora di educare i ragazzi nati dopo Internet, quelli nati dopo il cellulare, quelli nati dopo l'AI e chissà cos'altro?

Che cosa hanno in comune le «generazioni» (oggi usiamo il termine per indicare l'ultimo modello di telefono o di pc e non le persone)? Un ragazzo maturato nel 1995 e uno che si maturerà nel 2030, sette lustri dopo, fioriscono allo stesso modo? Sì. E la risposta è proprio nella parola «generazione»: ciò che non cambia è «essere generati». La radice (gen-) tanto antica quanto feconda contiene l'insieme di generare, nascere e diventare come mostrano i molteplici quotidiani esiti lessicali: genio, genitori, genuino, genitali, generoso, gentilezza, genere, genetica, genoma, gene, genocidio, genealogia, fotogenico, idrogeno, ossigeno, cosmogonia... 

Tutti, proprio tutti nella storia, abbiamo una sola cosa in comune: il fatto di essere figli. Questa condizione è quindi per natura il cardine dell'esistenza, e quindi rafforzare, aiutare, confortare – in una parola educare – questa condizione è la chiave di ogni vita riuscita, in particolare se in formazione. 

Sentirsi generato

Ma che significa sentirsi (non basta esserlo materialmente) «generato»? Sperimentare che la vita che abbiamo è ricevuta, non ce la siamo data da soli ed è illusorio volerlo fare, e che per ri-generarla bisogna attingere a una fonte che non è in noi. Diventare «sempre più» figli significa (imparare a) ricevere la vita, sentirsi voluti al mondo e saper cercare nel mondo ciò che ci serve per compierci, qualsiasi siano le condizioni contingenti. Quello che ha fatto fiorire un ragazzo maturato nel 1995 e ne farà fiorire uno che si maturerà nel 2030 è quanto si sente figlio, cioè, generato alla vita e voluto in essa, in ogni istante. 

Non è un caso che il DNA letterario del Sapiens, l'Odissea, non cominci con Ulisse ma con il figlio, Telemaco, che per diventare adulto deve prima trovare il padre. Ma per farlo gli occorre una nave con la quale lasciare Itaca. E noi quali strumenti scegliamo perché i ragazzi salpino verso la vita? Quelli che li rendono più generati e quindi più generosi?

Il cellulare

Per esempio, il cellulare prima di una certa età non genera ma de-genera. E non è questione di poco conto, perché poi da quanto sono e mi sento generato dipende quanto sarò generativo, cioè capace di creare e ampliare la vita: è genuino, generoso, gentile chi si sente voluto al mondo, solo chi è grato della vita ricevuta ne provoca altrettanta. «Io ogni giorno porto felicità a qualcuno» ha sentenziato una bambina di 7 anni che conosco. Non saprei esprimere meglio la condizione di chi è e si sente figlio. Ci accade, a 7 o 77 anni, quando siamo destinatari di un atto creativo o lo compiamo.

Amare rigenera

Il verbo che racchiude ogni atto creativo è «amare» ma si coniuga nei modi originali in cui ciascuno di noi pro-crea, cioè, fa vita nuova o fa nuova la vita: scrivere, dipingere, accarezzare, cucinare, incoraggiare, studiare, suonare, raccontare, passeggiare, curare, guardare negli occhi, lavorare, fare sport, prendere per mano, riposare, correggere, parlare, abbracciare, ascoltare, sorridere... 

Tutto ciò che è fatto per amore e per amare ha un effetto d'essere: (ri-)genera. E allora come sono i ragazzi oggi? Come sempre: più o meno generati, affamati di sentirsi unici, voluti al mondo da chi li educa. Questo permette non solo di imparare bene la matematica, la biologia e l'italiano, ma di servirsene per essere e diventare se stessi, senza dover vendersi, tradirsi, fingere per ricevere un po' di amore, perché in un mondo che cambia a ogni lustro, l'amore non cambia mai. 

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martedì 26 agosto 2025

SAPER DIRE NO

 


C'era una volta

 la parola “no”

 per educare 

i nostri ragazzi




-        - di Lello Ponticelli 

 

«La violenza è fuori controllo». «I ragazzi… non sanno controllare i propri impulsi». La parola «controllo», a lungo considerata quasi una cattiva parola da una certa cultura pedagogica, sta tornando in uso. Tra i più attenti, c’è chi riconosce la necessità di recuperarla nel vocabolario pedagogico insieme ai «no» da pronunciare e ai «limiti» cui allenare. Il paradosso è che, contemporaneamente, nella quotidianità, si annidano dinamiche di ipercontrollo, per certi aspetti esagerate, manipolative, quando non patologiche e incattivite.

Tanti genitori rifiutano di dare regole esplicite e limiti motivati ai loro figli – persino in età infantile – ma esercitano il controllo attraverso le tecnologie o finiscono per intervenire all’improvviso, a gamba tesa, quando i figli son già grandi, illudendosi di recuperare ciò cui avevano abdicato. Ragazzi, giovani e adulti, soprattutto maschi, aborriscono qualunque limite alle loro scelte, ma pretendono di esercitare controllo e potere sulle loro compagne, fino alla violenza psicologica e fisica, quando esse non ne accettano più la condotta.

«Ci sono denominatori comuni, in quest’aggressività violenta, armata e assassina contro le donne? E, più in generale, nel crescendo di violenza fisica e di indifferenza morale che caratterizza molti comportamenti dei giovani? – si chiede la dottoressa A. Graziottin –. Il primo denominatore – afferma – è la carenza educativa a controllare gli impulsi. Molti studi scientifici confermano che negli ultimi decenni la progressiva latitanza educativa, dei genitori prima, e poi della scuola, ha rallentato in modo evidente la capacità di controllare l’impulsività». Ma, senza generalizzare, alcuni psicologi ridicolizzano o colpevolizzano un’educazione all’autocontrollo, o esercitano pavidamente il silenzio del politicamente corretto.

Anche nella comunità ecclesiale si riscontra il timore che l’esercizio della vigilanza e del controllo – proprio del servizio dell’autorità – venga percepito come autoritarismo o attaccamento al potere, e talvolta si rinuncia alla responsabilità di non lasciar peggiorare situazioni che avrebbero, a monte, promettenti margini di recupero. Con troppa facilità è stata stigmatizzata ogni forma di controllo, dandole solo accezione negativa, confondendola con la repressione, sviluppando quasi un’allergia all’esercizio della funzione educativa della vigilanza. Non ho la risposta alle sfide poste dalle situazioni accennate e da altre ancòra, ma non posso evitare di chiedermi se siamo onestamente disposti a fare autocritica, esplorare un rimedio senza polarizzazioni, estremismi, senza cercare capri espiatori; se siamo pronti a trasformare tutto ciò in occasione di crescita anziché regressione; ad interrogarci sul significato vero dell’educazione; a promuovere pratiche pedagogiche che accompagnino a sviluppare una matura capacità di autocontrollo e autodisciplina, sul piano personale e collettivo.

È fondamentale – già dall’infanzia – accompagnare a riconoscere, assumere, sopportare frustrazioni e limiti, ad agire secondo ragione e valori attinti da esempi costruttivi e credibili. Mi sembra alquanto ipocrita stracciarsi ogni volta le vesti di fronte a condotte improntate all’impulsività, agli esiti drammatici di un «no», di una qualsivoglia limitazione, senza verificare con onestà e attenzione le premesse culturali e pedagogiche spesso “ideologizzate”, miste, magari, a debolezza affettiva e immaturità personali.

Sacerdote, psicologo-psicoterapeuta

www.avvenire.it 

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giovedì 14 agosto 2025

CRESCIUTI SENZA INFANZIA

 


Quei rom alla guida

 dell’auto pirata?

 Bambini cresciuti 

senza infanzia 

che diventeranno 

uomini “amputati”

Dopo l'uccisione di un'anziana in via Saponaro, a Milano, investita da un’auto guidata da quattro ragazzini tra gli 11 e i 13 anni, ci si chiede: si sarebbe potuto evitare? Cosa si potrebbe fare per l'educazione e l’inclusione di bambini e ragazzi rom che vivono in emergenza abitativa? «Per combattere la povertà educativa è necessario un approccio integrato: scuola, sanità, lavoro».

Dialogo con Carlo Stasolla, fondatore e presidente dell’associazione 21 luglio che da anni mappa gli insediamenti rom e sinti nel nostro Paese

di Ilaria Dioguardi

Le magliette dei Pokemon. Le indossavano tre dei quattro bambini tra gli 11 e i 13 anni nel momento in cui, a bordo di un’auto rubata, lunedì 11 agosto hanno investito e ucciso a Milano la 71enne Cecilia De Astis, mentre attraversava sulle strisce pedonali. Indossavano magliette da bambini «ma sono adulti cresciuti troppo in fretta», dice Carlo Stasolla, fondatore e presidente dell’associazione 21 luglio, che dal 2010, con l’attività di advocacy, lavora per favorire il cambiamento di misure politiche che producono esclusione e marginalizzazione su base etnica.

Stasolla, un fatto come quello successo a Milano si sarebbe potuto evitare?

Il fallimento della società

Al di là della responsabilità individuale su cui non entro nel merito, è chiaro che ogni fatto di marginalità, soprattutto per la durata nel tempo (parliamo di famiglie che dagli anni ’90, quindi da 30-40 anni, vivono in quelle condizioni), è un fallimento della società.

È un fallimento della società perché non è riuscita ad avere strumenti, competenze, capacità per includere persone che nomadi non sono, che noi abbiamo reso nomadi attraverso le azioni di sgombero forzatoQuei ragazzini vivono una diffusa situazione di povertà educativa con evasione scolastica, con tutte le caratteristiche tipiche di chi vive la povertà educativa, che non sono solamente i rom. C’è tutta una “enclave” di periferie italiane dove si riscontrano le stesse problematiche che si riscontrano nei campi rom. Molti bambini non vanno a scuola, l’evasione scolastica è molto alta, la microcriminalità è diffusa e le competenze non ci sono. Quei bambini sono figli di rom di origini bosniache. Spesso queste famiglie, essendoci stata una cancellazione della cittadinanza, negli anni 2000, da parte dei governi che poi si sono staccati dalla ex Jugoslavia (parliamo di Bosnia Erzegovina, Montenegro, Serbia, Croazia), sono prive di documenti. Può essere che i genitori di questi ragazzini siano da 40 anni in Italia senza documenti. Quindi, in questa vicenda c’è una responsabilità istituzionale molto forte e grave. Parlo in generale, non entro nell’accaduto perché qui ci sono altre responsabilità che non spetta a me definire.

Per combattere la povertà educativa non basta lavorare solamente sulla scuola o sui minori, è necessario un approccio integrato che prevede il sostegno nella regolarizzazione documentale, l’inclusione abitativa, l’inclusione a livello sanitario e quella lavorativa.

 Poi è fondamentale la questione scolastica

A proposito di povertà educativa, cosa si dovrebbe fare per l’educazione e l’inclusione di bambini e ragazzi rom?

Prima di tutto, bisogna specificare che parliamo di bambini e ragazzi rom “che vivono in emergenza abitativa”, in questo caso: non tutti i rom vivono in povertà educativa. La nostra associazione aggiorna costantemente un sito, Il paese dei campi, con la mappatura e le informazioni degli insediamenti abitati da rom e sinti in Italia. Un dato interessante è che solo il 6% dei rom oggi in Italia vive nei campi, quindi dire che “i rom vivono nei campi” è assolutamente falso.

Per favorire l’educazione e l’inclusione di bambini e ragazzi rom che vivono in emergenza abitativa, anzitutto è centrale proprio la questione abitativa, bisogna avviare dei programmi. Il nostro lavoro come associazione è quello di dare supporto alle amministrazioni affinché le persone dal campo passino alla casa. Per combattere la povertà educativa è necessario un approccio integrato che prevede il sostegno e l’inclusione nella regolarizzazione documentale prima di tutto: senza documenti e senza residenza non si può fare nulla. Poi, sono necessari l’inclusione abitativa, l’inclusione a livello sanitario e quella lavorativa. Poi è fondamentale la questione scolastica.

Quindi, sono cinque gli assi importanti attraverso i quali, con un approccio integrato, una famiglia rom in emergenza abitativa può uscire dalla marginalità e includersi. Nei campi, che sono in superamento in tutta quanta l’Italia, lavoriamo su questi cinque assi. Un intervento legato solamente alla questione scolastica è insufficiente: se un bambino frequenta la scuola ma non ha, a casa, un posto dove studiare o dove mangiare un pasto, ogni tentativo è vanificato.

Dei bambini protagonisti della drammatica vicenda nel capoluogo lombardo, cosa vuole dirci?

Che sono bambini diventati adulti troppo in fretta. Sono bambini che si perdono tutta l’infanzia, il gioco, lo studio, il rapporto con i loro coetanei. Crescendo diventeranno degli uomini amputati di tanti valori che non hanno mai potuto conoscere e apprezzare. Hanno un futuro fortemente segnato, non c’è un’ascensione sociale in questi casi. I loro genitori sicuramente hanno vissuto le stesse vicende e, se non si cambia qualcosa, i loro figli faranno lo stesso. È qualcosa che diventa fisiologico in tutte le situazioni di esclusione, di marginalità e di povertà.

Un fatto come quello accaduto a Milano può alimentare facili stereotipi.

Sì, e faccio qualche riflessione. Nel caso specifico, molti come il ministro Matteo Salvini sbagliano perché dove vivono quei ragazzini non è un campo, né abusivo né formale, non si può sgomberare tecnicamente. C’è da fare una grossa riflessione su questi gruppi marginali di famiglie vittime di sgomberi forzati, che sono pochi in Italia, ma da 40 anni vivono in condizioni di grave marginalità e il governo centrale, il più delle volte anche i governi locali, fanno finta di nulla se non in occasione di questi eventi.

Il luogo in cui vivono quei bambini è uno spazio acquistato probabilmente dalle stesse famiglie o da una di loro, è un posto sulla Terra dove si sono collocate con delle roulotte, delle baracche. Chiaramente è una situazione di deprivazione, di povertà educativa molto grave. I ragazzini di cui parliamo sono di origine bosniaca. L’errore di fondo viene da quando negli anni ’90, con la morte di Tito e la disgregazione dell’ex Jugoslavia, molte persone della minoranza rom sono scappate in Italia. Se altrove, come in Germania, in Svezia, in Inghilterra, sono stati riconosciuti come rifugiati politici e hanno fatto dei percorsi di inclusione (tra l’altro nella ex Jugoslavia tutti quanti vivevano nelle case), in Italia ciò non è avvenuto.

 

E si fa un errore, in cui tra l’altro è caduta anche Debora Serracchiani, che in una dichiarazione ha affermato: «Non tutti i nomadi sono così». L’abbaglio è di considerarli nomadi. Chi è scappato dalla ex Jugoslavia per la guerra non è un nomade, queste famiglie non erano nomadi nel loro Paese, dove vivevano nelle case. In Italia c’è questo abbaglio culturalista per cui si dice che sono nomadi, vanno messi nei campi e dobbiamo creare degli spazi all’aperto per tutelare la loro cultura.

Sicuramente se vivono in campi oggi, a distanza di quasi 40 anni, è perché hanno subito diversi sgomberi. Oggi un gruppo molto marginale di rom vive come queste famiglie, in camper, appoggiandosi in punti nascosti della città. Come dicevo, il 94% vive in casa, altri in campi formali, come quello della Chiesa Rossa (che è un campo adiacente a quello in cui vivono a Milano quei ragazzini), o in campi informali, che sono molto pochi. Oppure, vivono in situazioni di povertà e di esclusione estrema, che è quella in cui vivono le famiglie di questi ragazzini.

VITA

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