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venerdì 24 gennaio 2025

L'ARTE DEL GOVERNARE


 «Impariamo a comprendere la posizione in corsa per disegnare le rotte. Bisogna sapere uscire dai  porti sicuri e imparare a vivere tra le onde».

La riflessione del gesuita Antonio Spadaro: 

 

Rapido o veloce?

I cambiamenti che sperimentiamo non sono «veloci». Sono «rapidi». La Chiesa non ha mai fatto molta attenzione alla velocità dei fenomeni. Ha invece posto l’accento sulla loro «rapidità». Fu Giovanni Paolo II a parlare del «rapido sviluppo delle tecnologie», ad esempio. Nell’aggettivo “rapido” si ritrova la radice del “rapire”, cioè, afferrare, trascinar via. Il treno è veloce: fila indisturbato su un binario senza coinvolgere nient’altro. Le è propria l’Alta Velocità. «Il secolo della motorizzazione ha imposto la velocità come un valore misurabile, i cui records segnano la storia del progresso delle macchine e degli uomini», nota Italo Calvino nelle sue Lezioni americane. “Rapidus” è invece non ciò che corre, ma ciò che rapisce, trascina, travolge. Ed è pure capace di coinvolgere atteggiamenti, stili di vita, comprensioni della realtà, della politica. L’invenzione della luce elettrica ha «rapito» il ritmo delle nostre giornate; i social network la nostra capacità di relazione; l’intelligenza artificiale il nostro modo di pensare.

Questo nostro rapido tempo presente richiede che lo si attraversi. Viene in mente l’invito di Gesù ai discepoli: «Passiamo all’altra riva», che – tra l’altro – è stato il motto di uno dei viaggi apostolici più delicati e difficili di Francesco, quello nella Repubblica Centrafricana. Passare all’altra riva «presuppone un passaggio che avviene nelle coscienze, negli atteggiamenti e nelle intenzioni delle persone», aveva affermato allora il Pontefice. Gesù, a sera, è davanti alla folla presso il lago di Tiberiade, uno specchio d’acqua esposto a improvvise tempeste di vento. Sta parlando da una barchetta che oscilla per le onde. Proprio in quel momento – forse il meno opportuno – invita al passaggio. È buio. Non sarà una traversata al chiaro di luna: il caos sopraggiunge sotto forma di acque tumultuose. D’improvviso «ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena». Il caos non turba Gesù. Anzi, se ne sta a poppa, sul cuscino a dormire. E doveva essere profondo questo sonno se non si sveglia neanche per le frustate delle onde e per l’acqua che aveva invaso la barca! Il caos non disturba il riposo. Il Signore è sempre padrone della situazione, anche quando «dorme». Ed è così che interviene come liberatore. Allora subito «il vento cessò e ci fu grande bonaccia». Gesù può, dunque, dire ai suoi discepoli: «“Perché avete paura? Non avete ancora fede?”» (Mc 4,35-41).

 Passare all’altra riva

Questa immagine ritrae bene l’appello di Gesù a passare all’altra riva, attraversando acque minacciose e rapide. La «rapida» è il tratto di un fiume il cui letto acquista pendenza in modo repentino, producendo un velocizzarsi del suo corso con onde e turbolenza. Non è una corrente tranquilla, e non è neanche una cascata. Queste sono le acque nelle quali navighiamo nel nostro passaggio. Nelle onde leggiamo le trasformazioni culturali e sociali che oggi si sono acuite, ma anche le nostre paure. La caratteristica del «cambio d’epoca» è che le cose non sembrano essere più al loro posto. Ciò che prima valeva a spiegare il mondo, le relazioni, il bene e il male, adesso sembra divenuto inservibile. Pare probabile che quanto ci pareva normale della famiglia, della Chiesa, della società e del mondo non tornerà più come prima. Francesco ha evocato in spagnolo la rapidación, che «imprigiona l’esistenza nel vortice della velocità», portando a cambiare «continuamente i punti di riferimento». Non possiamo illuderci di vivere una situazione transitoria, dove bisogna aspettare che passi, e poi le cose torneranno a essere come sono sempre state. Né si può assumere l’atteggiamento dello struzzo e fare «come se» il mondo fosse diverso. Occorre il coraggio di vincere le paure, attraversare il mare e compiere la traversata insieme all’umanità di questo nostro tempo.

Facendo surf su queste rapide, oggi riscontriamo un grande cambiamento nel rapporto tra il cristiano e la cultura. La Chiesa ha perso la regìa della produzione culturale, che aveva le sue basi e le sue finalità in una visione teologica della vita. La nostra surfboard non sempre ci regge. Il modo di evangelizzare, entrando in culture complesse, ibride, dinamiche e mutevoli come quelle attuali, implica la maturità di comprendere che siamo attori, e magari a volte protagonisti, ma sempre insieme e accanto agli altri. Il nostro futuro non si costruisce più alla ricerca di «egemonie culturali».

Nuovi linguaggi

In questa realtà di cambiamenti culturali emergono nuovi soggetti, con nuovi stili di vita, modi di pensare, di sentire, di percepire e di stabilire relazioni. In questa situazione culturale, la sfida più grande consiste nel dialogare empaticamente, anche alla ricerca di nuovi linguaggi per dire la fede. Scarsa riflessione critica e scarso discernimento possono condurre, invece, a un soggettivismo religioso fondamentalista o a un sincretismo superficiale. Siamo chiamati a leggere nella società questa inquietudine e valorizzarla perché tutti i sistemi che cercano di «acquietare» l’uomo sono perniciosi. Dobbiamo mantenere viva la capacità di sognare «nuove versioni del mondo» (papa Francesco). In questo consiste la nostra traversata nelle rapide del nostro tempo. Bisogna spingere i motori al massimo per superare il gorgo di Scilla e Cariddi.

Non dobbiamo essere vittime della paura davanti ai grandi cambiamenti della storia. Quelli che viviamo, del resto, sono molto rilevanti, ma non sono certo i primi della storia umana. Ad esempio, i cambiamenti bruschi di «intelligenza» li abbiamo già vissuti nella storia: pensiamo alla rivoluzione dell’illuminismo, al quale poi rispose il romanticismo. L’umanità produce questi cambiamenti e deve imparare a gestirli con saggezza.

Contemplare

Contemplare Cristo vivo nel nostro tempo libera il cristiano dalle tentazioni che pensano sia necessario riciclare il Vangelo trasformandolo o in una bottega di restauro, oppure in vari laboratori di utopie. Occorre avere il coraggio di lanciarci nel futuro, fiduciosi nel fatto che il Signore non è solamente un «faro» che se ne sta fermo ed emette luce a distanza, ma è proprio sulla nostra barca agitata dalle onde salvandoci col riposo della sua consolazione. Lui è il Signore delle maree. Il caos non disturba il suo riposo né gli fa perdere la sua padronanza della situazione.

La teologia, dunque, deve farsi carico di pensare le onde, oltre che le rive di approdo, di gettarsi nelle rapide e di pensare rapidamente, in corsa, senza lamentarsi di non avere il tempo per ragionare, pianificare. Abbiamo bisogno di un pensiero teologico rapido, di una «teologia rapida». E non basta più pretendere sempre una sosta per guardare le stelle per poi orientarsi: occorre imparare a comprenderne la posizione in corsa per disegnare le rotte. Rischiamo di mantenere una visione troppo «ontologica», teoretica, statica della contemplazione. Corriamo il pericolo di credere ancora in Mercurio (e la sua destrezza) ben separato da Saturno (e la sua contemplazione solitaria). Questo politeismo non ci serve.

Occorre pure comprendere la direzione dei venti e prevedere le burrasche possibili. È questo, del resto, il significato originario di «cibernetica» (etimologicamente l’arte del pilota) che è l’essere in actione contemplativus, come già proponeva la devotio moderna nel XIV-XV secolo e poi la spiritualità ignaziana. Ma lo ha pure ben notato il gesuita padre Claude Larre nel suo splendido (e dimenticato) commento spirituale all’antico Tao Te King: l’approccio contemplativo di Lao Tzu intende il vivere come un’arte che si sposa al contesto e al fluire della realtà. La memoria ecclesiale deve unirsi all’istinto per tramutarlo in «intuito», che è la capacità di avvertire, discernere e valutare con rapidità una situazione nel suo divenire.

 La Chiesa – tanto più grazie alla sua sempre più radicale sinodalità – oggi ha bisogno di abitare non solamente porti sicuri, dove pure condurre la gente come si fa nei terremoti. Deve prendere casa anche in luoghi esposti alle rapide, ai venti, e pure alle burrasche che agitano il mondo. È in questi luoghi mossi e ventosi che soffia lo Spirito.

 Fonte: Avvenire

Immagine

 

 

giovedì 6 aprile 2023

CAMMINARE E DECIDERE. LO STILE DI GESU'

Gesù decideva

 ovvero 

decidere la vita

 Gesù stesso, per primo, attua uno stile sinodale nel suo essere peregrinante con un gruppo nomade.

E lo stile di decisione che ha insegnato era quello dell’esempio, dunque insieme agli altri. Il Sinodo pare connaturato con la Chiesa fin dal principio.

- di Susanna Pesenti

Se c’è uno che ha fatto strada insieme agli altri, che se l’è fatta entrare dai piedi, che l’ha utilizzata come mezzo per conoscere il suo mondo, incontrare la gente, restare staccato dall’avidità di beni, quello è Gesù.

 È a conoscenza degli antropologi e degli storici che le società nomadi, per sopravvivere, devono mantenere elasticità di ruoli e una concezione del potere come forza di tutta la comunità e non prerogativa sacralizzata di uno solo. Il Sinodo, quindi, pare connaturato alla Chiesa, se la consideriamo la realizzazione storica di quanto Cristo aveva in testa, per diffondere la Buona notizia di un Dio vicino e di una terra nuova per tutti. Per tutta la sua vita pubblica Gesù riuscì a mantenere il suo gruppo nomade e camminante. Un gruppo piccolo, dove tutti potevano essere accolti: anche all’ultimo momento, dopo aver sprecato giorni in attesa di qualcosa, anche con un passato o un presente non proprio limpidi e lisci.

Non risultano test d’ingresso legati al sesso, all’intelligenza, alla condizione sociale, agli antenati. Unica condizione pare l’essere essere aperti e il condividere quanto si ha, primo segno di consapevolezza umana. Riuscì quasi: «Volete andarvene anche voi?» chiede ai suoi quando, subito dopo la moltiplicazione dei pani, la dichiarazione di essere non un capo di successo che procura cibo, ma un messia destinato al sacrificio di sé fino a farsi mangiare e bere - nozione “irricevibile” per la cultura religiosa di un buon ebreo, nota Enzo Bianchi (Il capitolo 6 di Giovanni in www.notedipastoralegiovanile.it), assottiglia le fila dei sostenitori entusiasti. Ora, l’impressione è che, ragioni teologiche a parte, il primo sfoltimento dei seguaci avvenga quando la gente realizza che Gesù non è il salvatore della patria sul quale scaricare allegramente tutti i problemi e i desideri aspettando che li risolva e li realizzi. Gratis, in cambio solo del tifo da stadio (senza la fatica di correre dietro la palla) o di un affidamento totalizzante al capo politicamente provvidenziale. Cristo, ormai auto-svelatosi, chiede una decisione. Alla quale arriva per primo, con la consueta generosa impulsività, Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna». Cioè, “non ho capito molto, gli altri dicono che è una fregatura, ma io con te ho respirato un’aria libera che sento buona per me, e allora resto”. E il Sinodo, a ranghi ridotti, riprende. Perché, evidentemente, Pietro è già il riferimento riconosciuto del gruppo.

Lo stile di decisione di Gesù

 Pietro salta il fosso perché ha assorbito lo stile di decisione che Gesù insegna con l’esempio. Se si leggono i Vangeli con occhio laico, guardando solo a quel che fa l’uomo Gesù, si vede che non fa mai chiasso (per questo la cacciata dei mercanti dal tempio suona così fragorosa). Arriva, si mescola agli altri, fa quello che fanno gli altri. Così a Cana, dove è un invitato qualsiasi che si dispone a godere la festa (non fosse per la madre, rompiscatole come tutte le madri). Così quando va a farsi battezzare da Giovanni e, per cominciare la nuova vita, si mette in fila come tutti. Ama starsene zitto e osservare. Ma cerca di essere là dove la gente si incontra e le cose accadono: la piazza dove sta per essere lapidata la supposta adultera, la strada dove passa un funerale, il mercato, il porto dei pescatori, la sinagoga, il pozzo. Guarda, assorbe, raccoglie dati, studia la situazione, le facce, il contesto. In queste situazioni parla se interrogato, agisce se lo ritiene opportuno. E sono sempre parole attente, a volte seguite da azioni inedite. In ogni caso si legge sempre un prima e un dopo, un muoversi nella situa[1]zione che è umanamente pesato e contemporaneamente aperto a un affidamento di fede. Faccio del mio meglio, arrivo fino a qua, il “resto” è nelle Tue mani. Raramente è preso in contropiede, mai dalle parole, piuttosto da gesti imprevisti, spesso di donna: la malata che gli tocca il mantello, colei che gli versa l’unguento, Marta che gli corre incontro… Ma anche il paralitico calato ingegnosamente dal tetto, lo strisciare penoso del malato verso la piscina, il brancolare del cieco che da giorni tenta di seguirlo. Gente che a modo suo cammina, che gli mostra fisicamente che ha deciso di far qualcosa per uscire dalla sua situazione negativa o penosa. Questa è la fede che salva. Fede in se stessi prima ancora che in lui. Fede che - insieme loro e lui – anche la vita buia possa diventare luminosa. Il Regno. In generale Gesù, per quanto leggiamo nei vangeli, si riserva la decisione finale della direzione da prendere. Ma nel gruppo si intuisce un’organizza[1]zione, una divisione di compiti, un’autonomia di sfere di azione che sono rispettate. Chi tiene la cassa, chi pensa alla logistica, chi cucina, chi fa spesa...

La Chiesa primitiva adotta lo stesso stile: dalla condivisione al servizio.

 Uno stile che si ritrova negli Atti degli apostoli da parte dei discepoli diventati capi delle comunità, prima a Gerusalemme e poi fuori. Si capisce che dietro la primitiva organizzazione c’è un modello già imparato, praticato, assorbito. La divisione dei compiti non elimina l’umana ambizione di fare le cose più importanti, più decisive, di sentirsi (e farsi vedere) quelli più vicini al capo. Quelli “che sanno”. Di qui baruffe e gelosie. Gesù è durissimo, non perché castiga, ma perché sottolinea il fraintendimento e mette ciascuno di fronte alle conseguenze di ciò che ha “realmente” chiesto. Un po’ come nelle fiabe e nei miti che saggiamente insegnano a badare a quel che si chiede, quando si chiede. Per questo, forse, il proseguimento della condivisione è il servizio. Il potere sugli altri o il successo attraverso gli altri (che facciano per te, che ti facciano sentire migliore di loro) sostituito dal potere di essere utili, di partecipare. Per quanto possibile, in base a quello che hai da dare. Anche di guidare, ma nel senso di aprire la strada, restando responsabile anche dell’ultimo della fila. Perché sei come gli altri, per biologia. E, nella vita, in ogni momento potresti trovarti nella loro situazione, nei loro panni: a volte migliori, più spesso peggiori dei tuoi. Ama il tuo prossimo perché è come te, è te. Una realtà tutt’altro che poetica, in alcuni casi sgradevole o spaventosa, ma a conti fatti l’unica base possibile per un mondo non diviso tra schiavi e padroni.

 Come decideva Gesù?

Dai Vangeli sembra che insegni questo: raccolte tutte le informazioni possibili e dopo averci pensato su (meditato, pregato) nel silenzio della camera interiore, la decisione che prendi deve essere chiara, netta, senza tentennamenti. Sì sì, no no, il resto viene dal diavolo, il divisore tra gli uomini e dentro il cuore. L’aratro è pesante, una volta che cominci spingere, non ti conviene rovinare tutto con un solco storto. Perché altrimenti la tua vita non pro[1]cede, non costruisci nulla, resti ai se e ai ma, ti smarrisci e invece del regno, magari un posto piccolo ma reale, trovi la geenna degli indecisi, una sconfinata distesa di occasioni rifiuta[1]te, perdute, non viste, che ti bruciano la pelle e ti procurano un rimpianto trafiggente come un mal di denti. Questo non significa, se ti accorgi che hai preso una decisione sbagliata, non tornare indietro prima che sia troppo tardi. La conversione a volte salva la vita. Il figliol prodigo torna a casa, constatato quanto è stato idiota. I discepoli presi a sassate cambiano città.

In caso di delusioni o contrasti, prima di distruggere tutto, occorre dare e darsi un’ultima possibilità. La vite stenta concimata ancora, la manutenzione del lucignolo che fa fumo, la canna piegata che può venir buona per una gobba del tetto. Spiega quel che pensi di voler fare gradatamente, in base a quello che può essere capito da chi ti sta intorno e che hai capito tu stesso. Una parabola o una dotta discussione arrivano a far intuire la stessa verità. La stessa cosa può essere spiegata con onestà a un bambino e a un esperto, cambia solo il grado di complessità tecnica. Anzi, se complichi troppo con chi non ha gli strumenti per capire, fai solo sentire ignoranti o inadeguati. Il modo giusto è portare ciascuno al desiderio di ampliare la propria competenza per capire meglio. E così decidere se si vuol fare di più, essere più coinvolti. Chi non vuol essere coinvolto continuerà a sentire senza ascoltare, guardare senza vedere. Ma anche seguire non significa essere senza responsabilità. Anche il discepolo, quello che sta imparando, fa la propria parte in base a talenti “non sotterrabili”. E si deve cercare sempre di acquisirne di più, di migliorare per contribuire a un progetto comune, consapevoli che quello che, tanto o poco, si è e si ha è in prestito, perché dove e come nasci e muori non lo decidi tu. Quindi, meglio che un progetto dove spendi la vita non sia per te solo. Così dura.

Nello stile decisionale di Gesù c’è molto senso pratico. C’è il portato sapienziale della cultura ebraica, c’è l’aria dei suoi tempi. C’è una mente analitica che guarda le cose per quello che sono e tira imperterrita le conclusioni. E c’è anche una luce che trapassa gli strati e arriva all’essenziale, una capacità di visione talmente alta che o la rifiuti o ti butti aggrappato al parapendio della fede. Signore da chi andremo? Tu solo hai queste parole di vita: camminiamo, insieme, e camminando facciamo il regno. 

Che non si fa da solo e che non si fa da soli.

Susanna Pesenti

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