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lunedì 30 marzo 2026

SINODALITA' ALLA PROVA

 


UN SINODO

 PER LA FAMIGLIA



Severino Dianich 


Leggo sui notiziari: «Papa Leone XIV convoca i vescovi del mondo per un summit sulla famiglia» e mi dico: «Sarà la prova del nove per verificare se il papa intende prendere sul serio, oppure no, la fatica di quei milioni di fedeli che in tutto il mondo, lungo il Cammino Sinodale degli anni 2023-2024, si sono ripetutamente riuniti, al livello locale, nazionale e continentale, per elaborare l’idea della sinodalità e promuoverne la pratica costante nella Chiesa». 

A tema la vita familiare 

L’occasione per una verifica è la più felice che si possa immaginare. Se c’è un’esperienza, infatti, che i pastori della Chiesa non fanno, essendo votati al celibato, e per la quale non godono dei corrispondenti carismi dello Spirito, è proprio quella della vita familiare. 

Se c’è, quindi, una problematica pastorale per affrontare la quale è indispensabile che il discernimento, e le eventuali decisioni da prendere, avvengano in forma sinodale, è quella per la quale il papa sta convocando i presidenti delle Conferenze episcopali per il prossimo ottobre. 

Il fatto è che vescovi, preti, frati e suore, nella normalità dei casi, non hanno fatto l’esperienza di chi è alla ricerca del partner perché desidera sposarsi, del ritrovarsi alle prese con il difficile discernimento della decisione da prendere, con la necessità di affrontare la complessa impresa di mettere insieme ad un’altra persona tutti gli aspetti, anche i più intimi, della propria esistenza, con la gioia e la fatica, ma spesso anche con i drammi che la crescita dei figli porta con sé, e così via. 

Là dove non c’è un’esperienza vissuta, neppure è dato scorgere i segni dei carismi che lo Spirito dona ai fedeli per affrontare alla sua luce i problemi concreti dell’esistenza. 

Se c’è, quindi, una problematica che i vescovi intendono approfondire, e in ordine alla quale vorranno proporre ai fedeli delle linee di orientamento per vivere una felice esistenza cristiana conforme al Vangelo, e per la quale devono riconoscere di non avere essi stessi i carismi di cui lo Spirito Santo arricchisce i fedeli che si sposano e che si prendono cura dei figli, è proprio la problematica della vita familiare. 

È stato detto ufficialmente che non si tratta di un’assemblea del Sinodo dei vescovi. Sarebbe utile, però, riferirsi proprio alle due assemblee sinodali, che sono state celebrate nel 2023 e nel 2024 e che restano a modello di una vera pratica sinodale. 

In quelle due assemblee, per la prima volta, salvo smentite, nella storia della Chiesa, 70 fedeli non vescovi, fra preti e laici, uomini e donne, si sono seduti accanto ai 264 vescovi, agli stessi tavoli, con lo stesso diritto di voto. Non sono, personalmente, molto disposto a quel timore reverenziale che, non di rado, i cattolici manifestano quando si trovano di fronte a vescovi e cardinali, eppure devo riconoscere che, durante il Sinodo, mi faceva un certo effetto ritrovarmi seduto, gomito a gomito, accanto al card. Parolin, avendo di fronte a me il cardinale Müller, con i quali discutere alla pari e giungere, votando, ad una risoluzione comune dei quesiti proposti, facendo il computo della maggioranza e delle minoranze che vi venivano espresse. 

In questo caso si può dire seriamente, e non con la stessa superficialità con la quale spesso lo si dice di tanti eventi, che si è trattato di un evento storico. 

Le famiglie devono avere voce in capitolo 

Mentre stavo elaborando nella mia mente la migliore espressione che mi riuscisse formulare per avanzare un appello a proposito dell’incontro episcopale indetto per il prossimo ottobre, vedo comparirne in rete, nel sito Catholic Church Reform Internationals, un testo indirizzato direttamente al papa: «In un sinodo sulla famiglia, le famiglie devono avere il diritto di un voto deliberativo. Non c’è sinodalità se i vescovi si riuniscono senza il popolo. Le famiglie devono essere presenti e avere voce in capitolo nelle discussioni sulla pastorale familiare». 

Ci si attende, quindi, di vedere in ottobre ricomparire nell’Aula Paolo VI quei tavoli rotondi, cui ormai ci siamo abituati, in numero sufficiente da accogliere, accanto ai 115 vescovi, uno più uno meno, almeno altrettanti fedeli laici già sposati, un certo numero di fidanzati e una presenza significativa anche di divorziati, perché il Sinodo non si riunisce per compiacersi dei successi della pastorale familiare, ma per discernere quali siano «i passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi». 

Non si tratta di sostituire il magistero episcopale, fondato sul sacramento, ma di determinare gli ambiti nei quali si esercita la sua autorità. Se lo Spirito del Signore ha voluto un ministero, dotato di autorità, questo è avvenuto per assicurare alla Chiesa la preservazione fedele della predicazione autentica degli Apostoli e la custodia di quell’unità della Chiesa che direttamente ne deriva. 

Da qui risulta possibile e congrua quella pratica sinodale nella quale risultano determinanti, di volta in volta, i fedeli dotati dei carismi pertinenti alla res de qua agitur, e dove i ministri ordinati siano i garanti dell’autenticità della fede a salvaguardia, nella pluralità dei giudizi emergenti, della comunione nella comunità. 

Data la fondazione trascendente dell’autorità nella Chiesa, troppo spesso accade che si perda il senso dei limiti dell’autorità. Un’autorità senza limiti, in qualsiasi ambito della vita sociale, non è altro che un monstrum, che malamente incombe sulla convivenza umana. 

È celebre la sentenza di Agostino: «Io non crederei al Vangelo se non mi ci conducesse l’autorità della Chiesa cattolica», ma una volta raggiunto il Vangelo, il Vangelo si erge a giudice dell’autorità della Chiesa: «Non dobbiamo sottometterci all’autorità per sé stessa, ma per amore della verità».


Settimana News

 


domenica 11 maggio 2025

LA PACE DI AGOSTINO

 

La pace di Agostino: non astrazione 

ma ordine e armonia viva nella società


 -         di PAOLA MULLER

-          La pace sia con tutti voi! È il saluto che papa Leone XIV, “figlio di sant’Agostino”, rivolge a ciascuno di noi. Nel mondo inquieto di oggi, dove la parola “pace” sembra spesso ridotta a slogan, il pensiero di sant’Agostino offre una bussola sorprendentemente attuale. Il cuore della sua proposta? Cristo. Non come semplice riferimento dottrinale, ma come centro vivo e pulsante da cui scaturiscono sia la pace che l’unità vera. Agostino non si accontenta di definizioni astratte. Non cerca un’idea di pace da libri di filosofia o da tavoli diplomatici. Per lui la pace è anzitutto una persona: Cristo.

È la pace “del Cristo risorto”, “disarmata e disarmante”, augurata dal Papa appena eletto. È nel crocefisso risorto che l’umanità trova la propria convergenza: In Illo uno unum (in quell’Uno siamo un’unica cosa) è il motto episcopale scelto da Leone XIV tratto dalle Enarrationes in Psalmos (127, 3). Nel mondo di Agostino – come nel nostro – la pace era minacciata da guerre, scismi, ingiustizie. Eppure, la sua visione non si ferma alla constatazione del male (“che non prevarrà!”). Anzi, propone un modo nuovo di concepire la pace: non come assenza di conflitto, ma come ordine nell’amore, armonia viva che coinvolge ogni parte della persona e della società.

Pax est tranquillitas ordinis ( De Civitate Dei, 19, 13), scrive: la pace è la tranquillità dell’ordine. Ma questo “ordine” non è statico né imposto, bensì frutto di una giustizia abitata dalla carità. Una pace attiva, vigilante, da costruire con impegno quotidiano. Agostino insegna che la pace che l’uomo desidera non è un’idea astratta, ma ha due volti, strettamente intrecciati: uno interiore, l’altro sociale. Da una parte c’è il bisogno profondo di equilibrio dentro di sé, dall’altra, c’è la necessità di rapporti giusti e armoniosi con gli altri, con la società, con il mondo stesso in cui viviamo. Non c’è pace nel cuore se il mondo attorno è lacerato, e non c’è pace tra gli uomini se i cuori sono inquieti. Le due dimensioni non si oppongono: si richiamano, si sorreggono a vicenda. E forse non è un caso che in un’epoca segnata da ansia, polarizzazione e insicurezza globale, anche la pace interiore sembri sfuggire di mano. Prima di diventare un programma politico o una conquista sociale, la pace deve essere coltivata dentro di sé. Non si tratta solo di tranquillità, ma di una forza attiva, che nasce dalla carità e dalla consapevolezza di essere amati.

Il dramma della pace

Per Agostino, il vero dramma della pace è che tutti la vogliono, ma ognuno la intende a modo suo, modellata sui propri desideri, interessi, valori. E così, ci si batte – perfino con la forza – non contro la pace, ma per “la propria” idea di pace. È qui che nasce il paradosso: proprio mentre tutti dicono di volerla, la pace diventa terreno di scontro. Ognuno è convinto di difendere quella giusta, quella universale, ma spesso si tratta solo di una visione parziale, esclusiva. Agostino lo dice con parole dure e vere: «Ogni uomo cerca la pace, anche facendo la guerra» ( Epistola 189, 6). Non perché si rifiuti il bene della pace, ma perché si impone la propria versione, ignorando quella degli altri. Il rischio? Trasformare il desiderio più alto dell’umanità – vivere in pace – nella sua più dolorosa delusione. Finché la pace non sarà un bene condiviso, sarà sempre una conquista incompiuta.

« E intanto abbiate la pace tra voi, fratelli. Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all'interno, il lume acceso» ( Discorso 357, 3). In una prospettiva che invita all’ascolto reciproco, alla corresponsabilità, alla comunione nella diversità, le parole di Agostino risuonano come un appello diretto alla sinodalità: prima di costruire strutture sinodali, occorre diventare uomini e donne di pace. Perché senza la pace del cuore, ogni dialogo rischia di diventare contesa, ogni confronto una divisione. La sinodalità, in fondo, è anche questo: mettersi in cammino insieme perché si è già in pace tra di noi. E se così non fosse, è proprio da lì che bisogna cominciare.

Un cuore riconciliato

È proprio da questo cuore riconciliato che nasce l’unità. Nella visione di Agostino, la Chiesa è il luogo dove questa unità prende forma concreta. Non come uniformità sterile, ma come comunione nella diversità: ogni membro ha un dono, un carisma, che serve non per se stesso, ma per il bene di tutti.

Questa visione ecclesiale è oggi provocatoria. In un’epoca segnata dall’individualismo e dall’autoreferenzialità, Agostino invita a pensare e vivere “al plurale”. Nella Chiesa, l’unità non significa uniformità; al contrario, è proprio la diversità dei doni a costruire una comunione viva e dinamica. Agostino lo aveva capito: la comunità ecclesiale è un corpo composto, fatto di membra diverse, ciascuna con la propria funzione, ciascuna necessaria al bene di tutte le altre. Ed è solo rimanendo uniti, condividendo questi doni, che il Corpo di Cristo può crescere e vivere in pienezza.

Reciprocità e collaborazione

È in questa logica di reciprocità e collaborazione che la Chiesa mostra il suo volto più autentico: un popolo plurale che cammina insieme, diverso ma unito, guidato dallo stesso Spirito. La Chiesa è infatti comunione: madre che genera, comunità che accoglie, spazio di partecipazione attiva. E il suo compito è far vedere al mondo che l’unità non è un’idea astratta, ma un’esperienza possibile, concreta, incarnata.

Non si può amare Cristo – ammonisce Agostino – senza amare la sua Chiesa. Per Agostino, la Chiesa non può chiudersi nel recinto dei “già convinti”, ma deve abitare il mondo con umiltà e profezia, camminando accanto a ogni uomo e ogni donna, con la certezza di portare un tesoro che non appartiene a lei, bensì a Cristo. Il suo compito è quello di essere segno visibile di unità e strumento di riconciliazione, in una società spesso frammentata, dove la divisione rischia di diventare normalità.

In cammino

In questo senso, il cammino sinodale assume un significato profondo: è un processo che invita la Chiesa a riscoprirsi come popolo in cammino, capace di accogliere, ascoltare, condividere. Una Chiesa che non seleziona chi includere, ma si lascia continuamente interrogare dal Vangelo e dalla storia. L’ecclesiologia agostiniana, che parla di una comunità “per tutti” e “con tutti”, richiama la Chiesa di oggi a superare ogni autoreferenzialità per diventare davvero casa aperta, madre accogliente, compagna di viaggio. La sua Cattolicità, dunque, non è un’etichetta da conservare, ma una vocazione da incarnare, giorno per giorno, attraverso l’impegno concreto per la pace, la giustizia, la solidarietà universale.

In un mondo attraversato da crisi globali e nuove povertà, la Chiesa sinodale agostiniana è quella che si fa prossima, che non divide il mondo tra “dentro” e “fuori”, ma lo ama tutto, perché tutto il mondo è il suo campo di missione. 

Una Chiesa davvero cattolica non si ritrae: cammina, accoglie, dialoga, serve. E proprio così resta fedele al mandato di Cristo.

 *Docente di Storia della Filosofia medievale Università Cattolica di Milano

www.avvenire.it

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sabato 23 novembre 2024

IL CAMMINO SINODALE


 Sul Documento finale del Sinodo

 

-       

  - di Severino Dianich 

 

Superata la delusione dell’opinione pubblica e l’irritazione di quanti, dopo aver proposto, lungo il Cammino sinodale, alcuni temi particolarmente sensibili, li hanno visti stornati dalla discussione in assemblea e affidati a dei particolari gruppi di studio, bisogna dire che il Documento finale del Sinodo è un testo, da molti punti di vista, di tutto rispetto. Non si potrà dire, quello che molti temevano, che la montagna ha partorito un topolino.

Ne è un primo frutto, infatti, un documento del magistero episcopale, capace di fare da Magna Charta per la Chiesa del futuro, in ordine al modus agendi nel determinare il programma della sua vita interna e della sua missione nel mondo, con il concorso e la responsabilità di tutti. 

Questioni aperte 

Con tutto ciò, resta comprensibile e legittima la delusione dei molti che si attendevano un concreto passo in avanti per la posizione della donna nella Chiesa, aprendole la strada almeno verso l’ordinazione diaconale, e la creazione di un quadro della comunità cristiana più positivo nei confronti di coloro che vivono situazioni coniugali e familiari particolari come i divorziati risposati o i conviventi senza matrimonio, senza dire delle persone LGBTQIA+. 

Rimane la sensazione che l’assemblea sinodale sia stata derubata della riflessione sui temi cruciali che erano stati proposti dai fedeli lungo il Cammino sinodale e per i quali fedeli e opinione pubblica attendevano soluzioni innovative. A parziale giustificazione del fatto, si potrebbe solo dire che tali questioni, una volta poste sul tappeto, aprono a tutto campo la questione della tradizionale morale cattolica, che attende ancora dai teologi una sua reimpostazione di cui difficilmente i sinodali sarebbero stati capaci. Testimoni del sensus fidei del popolo di Dio ne hanno sentito ed espresso il bisogno, senza averne potuto offrire le concrete soluzioni. 

All’assenza di una presa di posizione riguardo all’ammissione delle donne al sacramento dell’Ordine, se pure limitata al grado del diaconato (solo per rispetto del trascorso recente magistero papale), segue nel Documento finale almeno l’affermazione che si tratta di una questione che resta aperta. Né potrebbe essere altrimenti, in quanto si tratta di un caso più unico che raro, nel quale viene inibito ad una persona l’esercizio di un certo ministero, esclusivamente perché è donna. E questo non perché la condizione femminile la privi delle attitudini necessarie per l’esercizio del ministero, ma solo perché è donna. 

Siamo al limite di una violazione di quella «vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune a tutti i fedeli nell’edificare il corpo di Cristo», dichiarata dal concilio al n. 32 della Lumen gentium. Non si dimentichi che Gesù non disdegnava di avere vicine a sé donne che lo «avevano seguito… dalla Galilea», appunto, «per servirlo (diakonoûsai autô)» (Mt 27,55). 

A parte queste e altre lacune che si potrebbero citare, rispetto alle attese (troppe, a dire il vero, e troppo vaste) che erano state espresse lungo il Cammino sinodale, il Documento finale è un testo importante, già per il fatto di avere impostato un programma di promozione della sinodalità non fine a sé stessa, ma in direzione della missione della Chiesa. Il testo, quindi, dà della missione, in maniera lapidaria, una felice definizione: «La Chiesa esiste per testimoniare al mondo l’evento decisivo della storia: la risurrezione di Gesù» (n. 14). 

E’ anche da apprezzare che, mentre la conversazione sinodale nella Prima Sessione, con non poco disagio, vagava nell’incertezza di cosa significasse e che senso avesse l’idea stessa di sinodalità, il Documento finale ne offre una bene articolata e chiara descrizione: il concetto di sinodalità comprende, 

a) uno stile peculiare dell’agire nella Chiesa, sia nella sua vita interna che nell’esercizio della sua missione, 

b) alcune corrispettive strutture e procedure istituzionalmente determinate, 

c) l’accadere puntuale di determinati eventi (n. 30). 

In coerenza con l’intento di un’efficace promozione della sinodalità, l’articolarsi della Chiesa ai suoi diversi livelli, come non sempre avviene nei documenti del magistero, è descritto utilizzando una schematizzazione ascendente: communio fidelium, communio Ecclesiarum, communio episcoporum: la Chiesa, prima di tutto, sono le persone, poi le loro aggregazioni comunitarie, quindi i pastori che le guidano. 

Un frutto di questo modo di ragionare era stata già la stessa forma nuova del Sinodo dei vescovi, che papa Francesco aveva voluto come tappa di un cammino che coinvolgesse tutti i fedeli e come un’assemblea di vescovi che non fosse solo di vescovi, ma cui partecipassero, in misura rilevante, con lo stesso diritto di parola e di voto, anche fedeli non vescovi. Il Documento finale auspica che anche in futuro il Sinodo dei vescovi abbia stabilmente questa forma (n. 136). Basterebbe questo particolare per doverne rilevare la notevole valenza storica. 

A dire il vero, non ci si dimentica che c’erano state, in passato, assemblee di vescovi a carattere continentale, come quelle celebri di Medellin e Puebla, nelle quali si era verificata una felice interazione tra le molte varietà del popolo di Dio, con un articolato intreccio fra le responsabilità proprie dei pastori e il discernimento dei fedeli (nn. 125-127). 

I vescovi e la Curia romana 

Lungo il Cammino e le due assemblee sinodali, la figura del vescovo è stata oggetto frequente di discussione, non senza che vi affiorassero non pochi motivi di una diffusa insoddisfazione. 

Prima di tutto, sul modo con cui oggi vengono scelti i vescovi e destinati alle diverse Chiese particolari, per cui i sinodali hanno chiesto vengano create e adottate forme di partecipazione dei fedeli delle Chiese locali a decisioni per loro così importanti. 

In quanto all’elezione e all’ordinazione di vescovi che non vengono destinati al ministero di una Chiesa locale, come accade per i nunzi apostolici e i funzionari della Curia romana, non poteva che venirne messa in discussione la prassi (n. 70). 

Il problema più sentito, però, era ancora quello di un’esorbitanza dell’esercizio dell’autorità papale da parte della Curia romana e del bisogno di disegnare con maggiore ampiezza gli spazi nei quali i singoli vescovi e i loro diversi collegi locali siano lasciati pienamente responsabili delle decisioni necessarie sul territorio. 

Si noti che, nell’ordinamento attuale, neppure i concili particolari, che molte volte, lungo la storia, sono stati determinanti anche per la Chiesa universale, possono emanare documenti dotati di autorità, senza la recognitio della Santa Sede, per cui non c’è da stupirsi che i sinodali vogliano tutta questa materia sia rivista nella direzione di un necessario decentramento del governo della Chiesa, attraverso la valorizzazione delle conferenze episcopali. 

Al di là dell’autorità del concilio ecumenico e del papa non si dà alcun collegio episcopale che abbia il potere di imporsi al singolo vescovo, per cui efficace a largo raggio nella Chiesa resta solo il potere di Roma (nn. 125-136). 

Sul piano generale i sinodali hanno chiesto si metta in opera «un discernimento più coraggioso di ciò che appartiene in proprio al ministero ordinato e di ciò che può e deve essere delegato (il corsivo è mio) ad altri». 

Il ricorso all’idea della delega in un asserto che intende negarne la necessità è la riprova di quanto sia ancora difficile nella Chiesa cattolica riconoscere la piena soggettualità ecclesiale dei fedeli, nonché i compiti, carismi e ministeri che chiedono, caso mai, di essere riconosciuti come propri dei fedeli, e non delegati dai pastori ai fedeli. 

Si pensi ai problemi della vita coniugale e familiare e al paradosso del vescovo che delega, lui che non ne ha i carismi, in quanto votato al celibato, a dei coniugi che ne sono ben dotati per la grazia del sacramento, la responsabilità della pastorale familiare. 

Senza dire del problema del magistero episcopale e papale intorno alla morale coniugale, che mai come in questo caso richiederebbe di venire elaborato sinodalmente assieme a quei fedeli che, a differenza dei vescovi, hanno ricevuto dal loro sacramento i carismi necessari per il necessario discernimento. 

Non di poco conto è stata, infine, anche la richiesta di molti vescovi di non dover svolgere, accanto alla funzione pastorale con il suo carattere paterno, anche quella giudiciale, aprendo alla possibilità che i tribunali ecclesiastici non debbano essere presieduti dal vescovo e quindi acquisiscano effettivamente, con la terzietà del giudice, la loro indipendenza dall’autorità. 

Organismi di partecipazione 

Alla base della vita ecclesiale, nelle diocesi e nelle parrocchie, lo sviluppo della sinodalità dovrà giovarsi prima di tutto dei consigli pastorali e di quello degli affari economici, già previsti nell’attuale ordinamento canonico. 

I sinodali hanno chiesto, quindi, con frequenza e all’unanimità, che essi siano resi obbligatori e si provveda a risollevarli da quel certo formalismo nel quale si sono, di fatto, appiattiti. 

Il Sinodo ritiene necessario, prima di tutto, che ne venga regolata la designazione dei membri, da non lasciare all’arbitrio del pastore, quindi che si curi li compongano fedeli impegnati nella testimonianza della fede nella società civile, più che i fedeli impegnati in servizi interni alla comunità e, infine, che vi si promuova la necessaria articolazione fra la loro funzione consultiva e quella deliberativa. 

Questo del potere solo consultivo, in realtà, è un problema grave, di cui non è stata proposta una soluzione adeguata. I sinodali, infatti, si sono limitati a chiedere che, nei canoni rispettivi del Codice, si riveda la formula del «“solamente consultivo” (tantum consultivum)» (n. 92). 

In realtà, se si vuole promuovere la sinodalità, non si tratta di cambiare la formula, ma la sostanza dei processi decisionali, cioè di distinguere gli ambiti della vita della comunità nei quali è necessario l’esercizio dell’autorità del pastore, mentre ai fedeli spetta una funzione consultiva, dai numerosi altri ambiti, nei quali sono i fedeli ad essere dotati di competenze, manifestazioni dei carismi dello Spirito, di cui non è dotato il pastore, per cui essi più che il pastore sono in grado di fare discernimento e determinare la decisione. 

Se ai consigli non sarà data una loro determinata capacità decisionale là dove il problema non esige l’esercizio dell’autorità sacramentale del pastore, la sinodalità nelle Chiese locali e nelle parrocchie non farà alcun effettivo passo in avanti. Ciò che il Sinodo, invece, ha chiesto esplicitamente è che i pastori e quanti si sono assunti delle responsabilità nella comunità debbano rendere conto ai rispettivi consigli del loro operare (nn. 103-106). 

A questo proposito il Documento finale insiste sul fatto che bisogna superare la tradizionale idea che solo gli inferiori debbano rendere conto ai superiori del loro agire e non il contrario, citando anche il tratto degli Atti degli Apostoli nel quale Pietro venne obbligato a giustificarsi di avere battezzato un pagano (At 11,2-3). Si vede anche nell’oblio di questa prassi un derivato del clericalismo, nonché un suo continuo alimento (nn. 95-99). 

Per quel che riguarda gli affari economici si chiede fra l’altro che, possibilmente, il rendiconto sia certificato da revisori esterni. 

Osservazione conclusiva 

Come è stato per i documenti del concilio Vaticano II, così per il Documento finale del Sinodo la sua efficacia dipenderà dalla recezione, consegnata alla responsabilità dei vescovi e ad un continuativo impegno dei fedeli che fino ad ora si sono coinvolti nell’impresa. 

Ciò non toglie che sia necessario si metta mano alla riforma di alcuni tratti dell’attuale ordinamento canonico, come quello sul “consultivum tantum”, l’obbligatorietà e le procedure dei consigli, il dovere della rendicontazione a tutto campo ecc. 

Se tutto questo sembra necessario nell’immediato, affinché il Documento del Sinodo non resti lettera morta, mettendo mano al Codice, si aprirà un’altra, ben più radicale questione. La volontà di un decentramento del governo della Chiesa mette in causa, infatti, la stessa esistenza del Codice di diritto canonico: un Codice, due Codici, più Codici o nessun Codice. È su questo terreno che ormai la canonistica più interessante si sta muovendo.

 

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giovedì 13 giugno 2024

UNA CHIESA SINODALE E MISSIONARIA

 

DICASTERIUM PRO LAICIS, FAMILIA ET VITA 




Verso una Chiesa costitutivamente sinodale e missionaria.

-di Rafael Luciani*

 La sinodalità è missionaria e la missione è sinodale.

1. Il Popolo di Dio come soggetto sinodale e missionario

2. Il carattere sacramentale di una Chiesa sinodale in missione

3. Il Popolo di Dio in un luogo e all'interno del poliedro ecclesiale globale

 4. Nuove modalità relazionali corresponsabili per una missione condivisa

5. Dinamiche comunicative che fanno Chiesa alla luce del sensus fidei del Popolo di Dio

Abstract

La sinodalità è missionaria e la missione è sinodale.

 Ispirandosi a questo rapporto, la conferenza offre alcuni criteri per aiutare a comprendere e costruire una Chiesa che sia costitutivamente sinodale e missionaria. Viene approfondita l'ecclesiologia del Popolo di Dio, scaturita dal Concilio Vaticano II, che riconosce l'uguaglianza fondamentale di tutti i fedeli in virtù della loro dignità battesimale.

Ne emergono due concetti chiave: la partecipazione di tutto il popolo di Dio e l'esercizio corresponsabile di ogni vocazione nella missione della Chiesa. Emerge la figura di una Chiesa sinodale in missione, che attiva in sinergia i ministeri, i doni e i carismi di tutte e tutti per discernere i nuovi percorsi della missione evangelizzatrice, soprattutto nelle periferie del nostro tempo. Oggi, la maturazione dell'ecclesiologia del Popolo di Dio vissuta nel cammino sinodale mette in pratica la teologia del sensus fidei fidelium, con dinamiche comunicative e relazionali che ci permettono di ascoltare e discernere ciò che lo Spirito ci chiede.

Queste includono la consultazione, l'ascolto, il dialogo, il discernimento comune, il consiglio, il processo decisionale e la responsabilità.

Questo modello ecclesiale si basa sulla coesistenza di una diversità di soggetti, modalità di relazione, dinamiche comunicative, generi, ministeri e carismi, discernendo insieme la missione del Popolo di Dio.

Un altro aspetto di una Chiesa sinodale e missionaria è la sua natura sacramentale, essendo segno e strumento di unità tra tutti gli esseri umani e le culture per rendere presente il Regno di Dio, soprattutto tra i poveri. In un mondo segnato dall'esclusione, dalla disuguaglianza, dalla polarizzazione e dalla deistituzionalizzazione, la sinodalità è forse il miglior contributo che la Chiesa può dare alla società, essendo un segno profetico di comunione nella diversità e di costruzione del bene comune. Il discernimento della nuova epoca in cui viviamo è essenziale per dare forma alla missione evangelizzatrice della Chiesa oggi, mettendo la sinodalità al servizio della missione come sacramento dell'unità del genere umano. 

Da tutto ciò derivano grandi sfide per la realizzazione della missione evangelizzatrice della Chiesa oggi, poiché molte istituzioni e mentalità ecclesiali, nate da un mondo culturale precedente, non si adattano più al nuovo contesto culturale emergente. L'attuale forma istituzionale della Chiesa deve evolversi per evitare ulteriori rotture nella trasmissione della fede. In questo contesto, ci chiediamo se vogliamo realizzare il sogno di una Chiesa sinodale in missione.

Dobbiamo essere consapevoli, come ci ricorda Papa Francesco, che "la sinodalità esprime la natura della Chiesa, la sua forma, il suo stile e la sua missione (...), evitando così di considerarla un titolo tra gli altri". Questa trasformazione è essenziale perché la Chiesa possa continuare la sua missione evangelizzatrice con profezia in questo terzo millennio.

 

*Teologo. In riconoscimento dei suoi contributi teologici e pastorali alla Chiesa mondiale, la Facoltà di Teologia dell'Istituto Aquino dell'Ordine dei Predicatori (Domenicani) negli Stati Uniti gli ha conferito la laurea Doctor Honoris Causa.   E’ stato  professore straordinario nella School of Theology di teologia latino-americana  e   anche perito del CELAM e della CLAR.

È[  fondatore e coordinatore del Progetto iberoamericano di teolo                                                                                                                              Sinodo in Vaticano. É stato nominato Esperto per la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla sinodalità. 


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lunedì 10 giugno 2024

UNA PASTORALE GIOVANILE SINODALE


 Insieme e al servizio 

di tutti i giovani, 

secondo la Christus Vivit

Si è concluso il Congresso pastorale di pastorale giovanile. Ecco i punti fondamentali emersi dall’incontro

Si è concluso sabato, 25 maggio, il Congresso di Pastorale giovanile "Per una pastorale giovanile sinodale: nuovi stili e strategie di leadership”, organizzato dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita a Roma.

Dopo la prima giornata di incontro tra i due Comitati Organizzatori Locali della GMG di Lisbona 2023 e di Seoul 2027, e una prima presentazione del programma del Giubileo dei giovani del 2025, i partecipanti, responsabili e delegati di pastorale giovanile delle Conferenze episcopali e di Movimenti e associazioni internazionali hanno continuato i lavori immergendosi in una riflessione comune e un discernimento su come continuare il cammino insieme ai giovani e a servizio dei giovani - di tutti i giovani – secondo quanto indicato dalla Esortazione post-sinodale Christus Vivit, della quale si celebra il 5° anniversario dalla pubblicazione.

Potenziare la pastorale dell’annuncio e crescere nella vicinanza agli ultimi

La riflessione comune su quanto indicato dalla Christus Vivit è stato il pilastro della seconda giornata del Congresso, grazie ad una puntuale ed attenta analisi della situazione del mondo giovanile, presentata dal Rev. Prof. Gustavo Cavagnari, sdb.

Il professore di pastorale giovanile della Pontificia Università salesiana ha indicato 4 possibilità per affrontare le sfide del disagio emotivo e della disaffiliazione dei giovani oggi: potenziare la pastorale dell’annuncio esplicito di Cristo ai giovani; proporre cammini di spiritualità giovanile qualificati; proporre esperienze di fraternità; orientare la ricerca di senso (molto presente nei giovani) in chiave cristiana.

Anche il Rev. P. Christopher Ryan, parlando di leadership giovanile, ha sottolineato i due momenti fondamentali nella pastorale giovanile: l’outreach e la crescita. L’outreach, ossia il momento missionario vero e proprio nei confronti di ogni giovane che ha bisogno essenzialmente di fare il suo “primo incontro” con l’amore di Cristo; e la crescita, cioè la formazione continua e approfondita alla vita cristiana, che si propone di consolidare l’incontro e che include progressivamente esperienze di solidarietà, servizio e vicinanza agli ultimi, agli emarginati, ai poveri.

Il discernimento: l’esperimento dei circoli di conversazione nello spirito

Filo conduttore, invece di tutto il congresso è stato il metodo della conversazione nello spirito per esercitarsi al discernimento: la relatrice Sandra Chaoul - Direttrice della Rete di accompagnamento del Discernment Leadership Program, Libano – ha spiegato meglio la natura e la modalità della conversazione nello Spirito, come una pratica per discernere la volontà di Dio per noi, ascoltare cosa lo Spirito suggerisce alla comunità e alla Chiesa.

Intervallati da lunghi esercizi di conversazione nello spirito in circoli linguistici, i lavori hanno visto anche la partecipazione della dott.ssa Brenda Noriega – già membro dell’IYAB e esperta di processi di formazione alla fede dei giovani. L’applicazione di uno stile sinodale nel far fiorire un leader nei gruppi giovanili, ha spiegato Noriega, va molto al di là dello stereotipo del leader carismatico, sicuro di sé, trascinatore. Sia il pre-Sinodo che il Sinodo del 2018 e la Christus Vivit indicano modelli alternativi di leader apostoli che siano “professori”, ma che si mostrino amici e che camminino insieme agli altri giovani! L’accompagnamento spirituale, poi, non può più seguire schemi del passato, ma rivelarsi come vera e propria “amicizia spirituale” basata sulla fede e sulla condivisione dei doni di grazia, affinché Dio possa operare all’interno di questa relazione.

Una proposta per cambiare lo stile pastorale: fare del digitale un luogo di missione

Un momento importante della seconda giornata è stata la relazione di p. Franco Galdino, coordinatore dell’area Giovani del Dicastero. Parlando di tecnologie digitali nella pastorale giovanile, ha mostrato ai partecipanti una indicazione pratica e percorribile per cambiare lo stile della pastorale giovanile. il mondo digitale è esso stesso “terra di missione”, cioè un luogo dove farsi prossimi, creare vicinanza con i tanti giovani che abitano questa “terra”, molti dei quali sono lontani dalla Chiesa e da ogni tipo di fede. Un mondo di conoscenza, di una prima gioiosa testimonianza, di un primo kerigma, di un primo ascolto dei giovani che può aiutare a inserirli nella vita “reale” (non digitale) della Chiesa, quella dove si vive la realtà dell’Incarnazione (Dio è entrato nel nostro mondo materiale) e che è fatta di sacramenti, di celebrazioni, di legami fraterni, di ascolto comunitario della Parola, di servizio, di “sporcarsi le mani” con gli altri.

I giovani, forza motrice di sinodalità e in prima linea per far incontrare Gesù

La mattina del sabato, 25 maggio, l’Udienza dal Santo Padre ha dato ai partecipanti un mandato per il loro ritorno a casa: “non dovete trascurare però le vie ordinarie, cioè il cammino dei giovani nella vita quotidiana. È il percorso e la pastorale dei piccoli passi, dei piccoli numeri, delle parole e dei gesti semplici, dei momenti di celebrazione e di preghiera in comunità, delle decisioni di ogni giorno”. La Santa Messa in San Pietro, presieduta da S. Em. Card. Americo Aguiar ha chiuso la mattinata in Vaticano.

Le conclusioni del sabato pomeriggio sono state affidate a due momenti significativi. Il primo è stato un dialogo aperto tra i partecipanti e Sr. Nathalie Becquart, Sotto-Segretario della Segreteria del Sinodo, la quale ha detto: “I giovani sono la forza motrice della sinodalità!”.

In stile, infatti, sinodale, a partire da un minuto di silenzio, tutti i partecipanti hanno riflettuto insieme a lei su ciò che hanno compreso e ricevuto dallo Spirito su cosa significhi essere un leader sinodale.

Il secondo momento è stato affidato alle riflessioni conclusive del Segretario del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, dott. Gleison De Paula Souza: “Noi, come Dicastero della Santa Sede che si occupa dei giovani, siamo ben consapevoli che voi (più di noi!) siete in “prima linea” nel lavoro con i giovani: nelle diocesi, nelle parrocchie, nei movimenti. Vi scontrate ogni giorno con le difficoltà reali della vita: le crisi di tanti giovani, i loro problemi, le loro resistenze. Ma vorremmo esortarvi a non scoraggiarvi mai!”. “Nella Chiesa”, ha continuato il Segretario “non seguiamo il criterio dell’efficienza, del successo esterno, della ricerca del consenso a tutti i costi. Seguiamo piuttosto l’esempio di Gesù e la sua parola” I giovani, infatti “giovani che sono in cerca di una loro identità, di un senso nella vita, di un posto nel mondo, di una strada sicura da percorrere che li porti alla felicità. Sono alla ricerca di un amore che non delude, di una verità che non passa mai di moda. Tutto questo possono trovarlo in Gesù e nella Chiesa”.

       PASTORALE GIOVANILE

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mercoledì 1 novembre 2023

IL SINODO E ILCAMMINO DELLA CHIESA



 - di Enzo Bianchi

Si è conclusa una tappa del Sinodo che è certamente l’atto più importante, dopo il Concilio Vaticano II, perché si propone di modificare la forma della Chiesa cattolica.

 Il Sinodo non è terminato con l’esito paventato dal teologo spagnolo Gordo, che intravvedeva la possibilità di un aborto. Si è passati da una prima fase di ascolto reciproco tra tutti i partecipanti (per la prima volta vescovi, religiosi, laici uomini e donne) a una fase in grado di elaborare proposizioni e prendere decisioni per tutta la Chiesa.

 Questa è la fase più difficile: sarà una lunga intersessione fino a ottobre 2024 non di sosta, ma in cui si dovrà lavorare. L’ascolto reciproco è stato una grazia e una benedizione, ma occorrerà anche ascoltare quelli che nella Chiesa sono i “dottori”, impegnati nella ricerca teologica.

 A me sembra che finora i teologi, gli esperti in epígnosis ecclesiale, non abbiano dato il loro contributo com’era successo al Vaticano II. Sarebbe ingiusto affermare che il Signore non è stato al centro del dibattito, ma la cristologia che dà la forma alla Chiesa non mi è sembrata egemone nel dibattito sinodale.

 Ecco perché occorre che tutti confidino di più nel Vangelo per saper cambiare, innovare, riaccendendo la passione per Dio e per l’umanità. Purtroppo a causa del digiuno di informazioni chiesto da Papa Francesco sappiamo poco, ma siamo certi che tutti si sono espressi sull’ Instrumentum laboris e quindi a partire dai temi emersi come urgenti nelle chiese locali.

 Certo, i temi sono troppi per un Sinodo: dall’ecologia, alla nuova antropologia, alla vita della Chiesa. Sarà necessario ridurli e assegnare ciascun tema a teologi competenti che esprimano possibili vie di attuazione e preparino decisioni sinodali. Certamente il Papa ha scelto una strada che non è quella percorsa negli ultimi tempi. Le parole che fa risuonare sotto le volte del Vaticano sarebbero state ascoltate con orrore fino a vent’anni fa.

Le invettive contro il clericalismo e l’autoritarismo nella Chiesa potranno essere invocate per stigmatizzare comportamenti ecclesiastici abituali, ma se non ci sarà una riforma delle componenti della Chiesa nasceranno nuove forme clericali che deturpano il Vangelo.

 Infine in quest’ultimo anno sinodale credo ci sia ancora la possibilità di coinvolgere nel cammino molti fedeli che finora ne sono restati al di fuori. Se venissero delineati punti precisi da indagare in vista di una decisione è più probabile che semplici cristiani si sentirebbero coinvolti e invogliati a partecipare. Finora infatti i fedeli delle nostre comunità trovavano temi che abbagliavano anziché intrigare e non se la sentivano di impegnarsi in un cammino sinodale troppo vago.

 La relazione di sintesi, votata con una grande maggioranza che pochi attendevano, apre a molte questioni da affrontare e indica modi concreti di riforma per tutta la Chiesa. Sì, la riforma è in atto ormai e Francesco sarà ricordato, dopo Giovanni XXIII, come il Papa che profeticamente e in modo convinto ha voluto e avviato un tentativo di riforma.

La Repubblica



mercoledì 25 ottobre 2023

SINODO. LETTERA AL POPOLO DI DIO

 La Chiesa ha bisogno di ascoltare tutti

Il testo integrale del documento indirizzato dall'assemblea sinodale a tutta la Chiesa: il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione

Care sorelle, cari fratelli,

 mentre si avviano alla conclusione i lavori della prima sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, vogliamo, con tutti voi, rendere grazie a Dio per la bella e ricca esperienza che abbiamo appena vissuto. Questo tempo benedetto lo abbiamo vissuto in profonda comunione con tutti voi. Siamo stati sostenuti dalle vostre preghiere, portando con noi le vostre aspettative, le vostre domande e anche le vostre paure. Sono già trascorsi due anni da quando, su richiesta di Papa Francesco, è iniziato un lungo processo di ascolto e discernimento, aperto a tutto il popolo di Dio, nessuno escluso, per “camminare insieme”, sotto la guida dello Spirito Santo, discepoli missionari alla sequela di Cristo Gesù.

 La sessione che ci ha riuniti a Roma dal 30 settembre costituisce una tappa importante in questo processo. Per molti versi, è stata un’esperienza senza precedenti. Per la prima volta, su invito di Papa Francesco, uomini e donne sono stati invitati, in virtù del loro battesimo, a sedersi allo stesso tavolo per prendere parte non solo alle discussioni ma anche alle votazioni di questa Assemblea del Sinodo dei Vescovi. Insieme, nella complementarità delle nostre vocazioni, dei nostri carismi e dei nostri ministeri, abbiamo ascoltato intensamente la Parola di Dio e l'esperienza degli altri. Utilizzando il metodo della conversazione nello Spirito, abbiamo condiviso con umiltà le ricchezze e le povertà delle nostre comunità in tutti i continenti, cercando di discernere ciò che lo Spirito Santo vuole dire alla Chiesa oggi. Abbiamo così sperimentato anche l'importanza di favorire scambi reciproci tra la tradizione latina e le tradizioni dell'Oriente cristiano. La partecipazione di delegati fraterni di altre Chiese e Comunità ecclesiali ha arricchito profondamente i nostri dibattiti.

 La nostra assemblea si è svolta nel contesto di un mondo in crisi, le cui ferite e scandalose disuguaglianze hanno risuonato dolorosamente nei nostri cuori e hanno dato ai nostri lavori una peculiare gravità, tanto più che alcuni di noi venivano da paesi dove la guerra infuria. Abbiamo pregato per le vittime della violenza omicida, senza dimenticare tutti coloro che la miseria e la corruzione hanno gettato sulle strade pericolose della migrazione. Abbiamo assicurato la nostra solidarietà e il nostro impegno a fianco delle donne e degli uomini che in ogni luogo del mondo si adoperano come artigiani di giustizia e di pace.

 Su invito del Santo Padre, abbiamo dato uno spazio importante al silenzio, per favorire tra noi l'ascolto rispettoso e il desiderio di comunione nello Spirito. Durante la veglia ecumenica di apertura, abbiamo sperimentato come la sete di unità cresca nella contemplazione silenziosa di Cristo crocifisso. “La croce è, infatti, l'unica cattedra di Colui che, dando la vita per la salvezza del mondo, ha affidato i suoi discepoli al Padre, perché ‘tutti siano una sola cosa’ (Gv 17,21). Saldamente uniti nella speranza che ci dona la Sua risurrezione, Gli abbiamo affidato la nostra Casa comune dove risuonano sempre più urgenti il clamore della terra e il clamore dei poveri: ‘Laudate Deum!’ ”, ha ricordato Papa Francesco proprio all'inizio dei nostri lavori.

 Giorno dopo giorno, abbiamo sentito pressante l’appello alla conversione pastorale e missionaria. Perché la vocazione della Chiesa è annunciare il Vangelo non concentrandosi su se stessa, ma ponendosi al servizio dell'amore infinito con cui Dio ama il mondo (cfr Gv 3,16). Di fronte alla domanda fatta a loro, su ciò che essi si aspettano dalla Chiesa in occasione di questo sinodo, alcune persone senzatetto che vivono nei pressi di Piazza San Pietro hanno risposto: “Amore!”. Questo amore deve rimanere sempre il cuore ardente della Chiesa, amore trinitario ed eucaristico, come ha ricordato il Papa evocando il 15 ottobre, a metà del cammino della nostra assemblea, il messaggio di Santa Teresa di Gesù Bambino. È la “fiducia” che ci dà l'audacia e la libertà interiore che abbiamo sperimentato, non esitando a esprimere le nostre convergenze e le nostre differenze, i nostri desideri e le nostre domande, liberamente e umilmente.

 E adesso? Ci auguriamo che i mesi che ci separano dalla seconda sessione, nell’ottobre 2024, permettano a ognuno di partecipare concretamente al dinamismo della comunione missionaria indicata dalla parola “sinodo”. Non si tratta di un'ideologia ma di un'esperienza radicata nella Tradizione Apostolica. Come ci ha ricordato il Papa all'inizio di questo processo: «Comunione e missione rischiano di restare termini un po’ astratti se non si coltiva una prassi ecclesiale che esprima la concretezza della sinodalità (…), promuovendo il reale coinvolgimento di tutti» (9 ottobre 2021). Le sfide sono molteplici e le domande numerose: la relazione di sintesi della prima sessione chiarirà i punti di accordo raggiunti, evidenzierà le questioni aperte e indicherà come proseguire il lavoro.

 Per progredire nel suo discernimento, la Chiesa ha assolutamente bisogno di ascoltare tutti, a cominciare dai più poveri. Ciò richiede da parte sua un cammino di conversione, che è anche cammino di lode: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli» ( Lc 10,21)! Si tratta di ascoltare coloro che non hanno diritto di parola nella società o che si sentono esclusi, anche dalla Chiesa. Ascoltare le persone vittime del razzismo in tutte le sue forme, in particolare, in alcune regioni, dei popoli indigeni le cui culture sono state schernite. Soprattutto, la Chiesa del nostro tempo ha il dovere di ascoltare, in spirito di conversione, coloro che sono stati vittime di abusi commessi da membri del corpo ecclesiale, e di impegnarsi concretamente e strutturalmente affinché ciò non accada più.

 La Chiesa ha anche bisogno di ascoltare i laici, donne e uomini, tutti chiamati alla santità in virtù della loro vocazione battesimale: la testimonianza dei catechisti, che in molte situazioni sono i primi ad annunciare il Vangelo; la semplicità e la vivacità dei bambini, l'entusiasmo dei giovani, le loro domande e i loro richiami; i sogni degli anziani, la loro saggezza e la loro memoria. La Chiesa ha bisogno di mettersi in ascolto delle famiglie, delle loro preoccupazioni educative, della testimonianza cristiana che offrono nel mondo di oggi. Ha bisogno di accogliere le voci di coloro che desiderano essere coinvolti in ministeri laicali o in organismi partecipativi di discernimento e di decisione.

 La Chiesa ha particolarmente bisogno, per progredire nel discernimento sinodale, di raccogliere ancora di più le parole e l'esperienza dei ministri ordinati: i sacerdoti, primi collaboratori dei vescovi, il cui ministero sacramentale è indispensabile alla vita di tutto il corpo; i diaconi, che attraverso il loro ministero significano la sollecitudine di tutta la Chiesa al servizio dei più vulnerabili. Deve anche lasciarsi interpellare dalla voce profetica della vita consacrata, sentinella vigile delle chiamate dello Spirito. E deve anche essere attenta a coloro che non condividono la sua fede ma cercano la verità, e nei quali è presente e attivo lo Spirito, Lui che dà “a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale” (Gaudium et spes 22).

“Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio” (Papa Francesco, 17 ottobre 2015). Non dobbiamo avere paura di rispondere a questa chiamata. La Vergine Maria, prima nel cammino, ci accompagna nel nostro pellegrinaggio. Nelle gioie e nei dolori Ella ci mostra suo Figlio e ci invita alla fiducia. È Lui, Gesù, la nostra unica speranza!

 Città del Vaticano, 25 ottobre 2023