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venerdì 24 aprile 2026

IL DESIDERIO DI SAPERE

 


 “Il maestro 

non deve riempire 

teste vuote, 

ma aprire mondi”.

 

Il dono più grande

 è lasciare

 libero l’allievo

  •  

La Redazione

Per lo psicoanalista il vero insegnante non riempie teste di nozioni né pretende obbedienza: accende il desiderio di sapere e lascia libero l’allievo di trovare la propria strada...

La considerevole ed imprescindibile funzione che ogni insegnante è chiamato a svolgere è quella di “animare il desiderio di sapere” dell’allievo proprio perché in caso contrario non vi è alcuna possibilità di apprendere in modo singolare il sapere stesso che viene trasmesso.

L’errore nel quale spesso si incorre, infatti, è quello di pensare che il sapere si riceva passivamente dall’altro senza accorgersi però che non vi è alcuna possibilità di “raggiungere un sapere vero se non attivandosi in un processo di ricerca”, così come spiegatoci molto dettagliatamente dallo psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati.

“Il sapere non ha la stessa natura di un liquido che si può versare da un recipiente all’altro. L’apprendimento non avviene per travaso passivo da un bicchiere più pieno a uno più vuoto, perché il modello sul quale si fonda non è mai quello di un vuoto da riempire – le teste vuote degli allievi dentro le quali si deve versare il cemento del sapere – quanto di un vuoto da aprire”, attraverso tali significative parole lo psicoanalista continua la sua ragguardevole disamina evidenziando come la funzione del maestro consista nel rendere fecondo questo vuoto.

Ogni insegnante degno di questo nome deve pertanto “aprire vuoti nelle teste, aprire buchi nel discorso già costituito, fare spazio, aprire le finestre, le porte, gli occhi, le orecchie, il corpo, aprire mondi, aprire aperture impensate prima”.

Dunque, il sapere del maestro non è mai ciò che colma la mancanza ma anzi ciò che la preserva.

Non bisogna mai dimenticare, infatti, che vi è differenza tra il gesto del maestro che sa mettere in moto ed animare il desiderio dell’allievo e l’atto padronale della seduzione dell’indottrinamento, così come precisato dallo psicoanalista francese Lacan in una sua citazione ben riportata da Massimo Recalcati.

Ecco perché “il dono più grande del maestro non è il dono del sapere ma quello di saper «tacere l’amore». Questo dono è il più prezioso perché non vincola l’allievo ad alcuna obbedienza, ma lo lascia sempre libero di andarsene, di separarsi dal maestro”.

Si pensi, ad esempio, allo psicoanalista, il cui silenzio è decisivo: egli ascolta senza giudicare, opera senza chiedere all’analizzante di guarire o di cambiare così da permettergli di separarsi per trovare la propria misura della felicità.

Allo stesso modo “se il maestro non sa tacere il proprio amore, rischia di esigere, volontariamente o meno, che l’allievo segua le sue orme, che diventi ciò che lui si attende”.

In tale prospettiva il maestro non incarna la posizione del padrone e non pretende di misurare, valutare, definire la vita del suo allievo che potrà incamminarsi per la propria strada.

“Saper tacere l’amore è a fondamento di ogni autentica pratica didattica. Il maestro non dice l’amore per i suoi allievi…preserva il silenzio sull’amore per essere efficace nel proprio lavoro. Perché solo questo silenzio rende possibile il trasporto del transfert, la spinta che anima il desiderio di sapere”, in tal modo Massimo Recalcati culmina la sua splendida disamina.

Ascuolaoggi

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giovedì 27 novembre 2025

VIOLENZA A SCUOLA

 In una società fortemente in crisi dove sempre più spesso si segnalano gesti violenti compiuti dai ragazzi, qual è il ruolo della scuola e dei docenti? Orizzonte Scuola ne ha parlato con il Professor Massimo Recalcatipsicanalistasaggista e professore Universitario.

 

Professor Recalcati, dopo il successo del libro “l’ora di lezione”, pubblicato nel 2014, lei torna a scrivere un saggio sul ruolo del Maestro e della sua importanza per i discenti. Cosa l’ha spinta a tornare su questo argomento dopo una decina di anni? Innanzitutto l’esigenza di contrastare una deriva del nostro tempo, ovvero quella populista che sputa sulla figura del maestro nel nome di una uguaglianza che annulla le differenze, anche quelle tra le generazioni. È infatti importante ricordare il carattere cruciale che ha in ogni percorso di formazione l’incontro con un maestro. Dalle scuole elementari sino all’Università e oltre. Un maestro è un insegnante che sa lasciare il segno. Il fatto che oggi goda di cattiva stampa è perché il nostro tempo è confusamente ideologico e populista e tende a cancellare le differenze di statuto nel nome retorico di un’omogeneità che esclude la differenza. 

Il suo nuovo libro si intitola “la luce e l’onda”, ci spiega cosa rappresentano questi due termini nell’azione che il docente dovrebbe svolgere? Ogni maestro è una figura della luce perché la sua parola allarga gli orizzonti del mondo. Essa non trasmette comando, non è espressione di un potere, ma illumina. In questo senso si può dire che ogni maestro allarga la nostra vita. Al tempo stesso è un’onda perché è una figura dell’incontro, dell’impatto con qualcosa che resiste e che impone una prova. È infatti solo incontrando la forza dell’onda che possiamo davvero imparare a nuotare e trovare un nostro stile. E più l’onda è grande più avremmo la possibilità di essere salvati. 

La scuola vive un periodo di profonda crisi che si trascina da decenni, con riforme incompiute e costanti cambiamenti di prospettiva, come è stato il caso della valutazione scolastica. Una scuola sempre più burocratizzata che ingessa l’azione del docente sovraccaricandolo di incombenze. Per lei qual è il compito che il docente dovrebbe svolgere e qual è il significato dell’insegnamento? È quella che chiamo in questo libro l’anima-dispositivo della Scuola. La ripetizione anonimia e senza vita dei programmi, dei calendari, dei registri, degli orari, delle infinite incombenze burocratiche. Nel mio lavoro sostengo però che questa non è la sola anima della Scuola. Ne esiste un’altra che è quella della Scuola-radura. La radura è una figura filosofica descritta da Heidegger, è l’esperienza che noi facciamo quando camminando nel fitto del bosco ci troviamo sorprendentemente di fronte ad uno slargo, ad uno spazio aperto dove la luce è in primo piano. Ecco questa radura è ciò che rende e mantiene viva la Scuola. Altrimenti il dispositivo rischia di prevalere e di insterilire ogni cosa, non a caso la noia può essere un suo effetto noto sia tra gli allievi sia tra gli insegnanti. Un maestro è qualcuno che assomiglia ad una radura. 

La crisi della famiglia, di cui lei ha approfondito diversi aspetti, porta ad individuare la scuola come uno degli ambienti principali di educazione dei nostri bambini e ragazzi. Istruire o educare, qual è la sostanziale differenza tra queste due azioni e come si dovrebbe comportare l’istituzione scolastica nei suoi vari ruoli, docenti, dirigenti scolastici e tutto il personale che supporta la vita nella scuola? Nel mio libro problematizzo proprio questa opposizione. Solitamente con istruzione ci si riferisce alla trasmissione di un sapere più o meno specializzato. Si tratta della dimensione cognitiva dell’apprendimento. Diversamente l’educazione dovrebbe riguardare la trasmissione della dimensione valoriale. In primo piano non sarebbe tanto l’apprendimento cognitivo ma quello più ampiamente formativo. In realtà questa opposizione, come ogni insegnante degno di questo nome sa bene, si sfuma nella pratica didattica. Insegnare bene Ungaretti, la Costituzione, una pagina di storia, l’algebra o la grammatica genera di per sé effetti educativi. La Scuola nella sua esistenza è infatti il luogo del Due, del pluralismo, del confronto, dell’apprendimento di lingue e saperi differenti che educa di fatto al rispetto e alla libertà. È per questa ragione che recentemente mi sono schierato contro l’inserimento di una materia che dovrebbe educare alla sessualità e all’affettività. Non è certo in un’ora che questo può avvenire. Lo stesso si dovrebbe dire per l’ora di religione o quella di educazione civica che di per sé non sono affatto sufficienti a trasmettere un sentimento religioso o una cultura civica. Non sarebbe del tutto ingenuo crederlo? È solo la vita della Scuola nel suo insieme che può incaricarsi di generare degli effetti di formazione come effetti di soggettività. È la Scuola, la vita quotidiana della Scuola, a trasmettere una cultura democratica, antirazziale, inclusiva, non discriminatoria, aperta, laica e libera. 

Chiudiamo con un’ultima domanda. È forte il dibattito sull’intelligenza artificiale e del suo utilizzo in ambito scolastico. Qual è la sua posizione su questo tema e quali aspetti positivi e negativi intravede per lo sviluppo dell’intelligenza degli alunni? Penso sia una risorsa che modificherà profondamente la didattica che non bisogna demonizzare né glorificare. Vedremo. In ogni caso è sicuro che nessuna applicazione dell’intelligenza artificiale potrà sostituire l’incontro con la luce e l’onda di un maestro.

di Fabio Gervasio

 Fonte: Orizzonte Scuola

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venerdì 17 ottobre 2025

L'EROTICA DEL SAPERE

 


“Il vero maestro

 non comanda, 

dà luce”


Lo psicanalista Massimo Recalcati al via del Kum, festival di Pesaro da lui ideato: «La scuola dovrebbe favorire lo sviluppo “storto” dei talenti singolari, più che il principio di prestazione»

-         di Viola Ardone

La scuola è stato il primo posto in cui mi sono sentita a mio agio, da bambina. Patologicamente timida, diffidente rispetto all’idea di separarmi dai miei genitori, negli anni della materna mi isolavo dagli altri bambini e faticavo a partecipare alle attività proposte. L’ingresso in prima elementare fu una liberazione: mi sembrava per la prima volta di avere un posto nel mondo che era lì per me. La mattina la maestra faceva l’appello e pronunciava il mio nome. La scuola mi riconosceva, e io le ero riconoscente. Anche oggi, da insegnante, faccio l’appello all’inizio di ogni lezione, chiamo per nome i miei studenti perché sappiano che ognuno di loro è necessario affinché la lezione abbia inizio. Ha a che fare con quello che lo psicoanalista Massimo Recalcati chiama «erotica del sapere», ovvero quella particolare pulsione che «favorisce l’incontro dell’allievo con il proprio desiderio».

È questo il compito di un maestro, suscitare desiderio? E in questo senso ogni maestro è un maestro di felicità?

«Un maestro di felicità mi sembra un po' troppo, Freud sosteneva che per gli esseri umani il programma della felicità è escluso. Tuttavia, un maestro, accendendo il desiderio, apre la vita alla possibilità della gioia perché trasmette il desiderio di sapere, e trasforma l’allievo da zucca vuota che attende di essere riempita ad amante del sapere, come direbbe il Socrate del Simposio di Platone. Quello che racconti a proposito dell’appello mi colpisce perché un’altra virtù di un buon maestro è effettivamente quella di non confondere il nome proprio con un numero che, se vuoi, è la radice prima di ogni atto di cura. Riconoscere il nome proprio significa innanzitutto riconoscere quella stortura che rende ogni allievo singolare, con le sue inclinazioni e i suoi talenti. La Scuola dovrebbe invece favorire lo sviluppo “storto” dei talenti singolari, più che il principio di prestazione».

Nel Convivio Dante usa la metafora del banchetto per invitare a mangiare «il pane degli angeli», ovvero a nutrirsi della conoscenza. Anche tu parli di «cibo del sapere» che può essere assimilato solo in una scuola in cui «il movimento della luce e quello dell’onda» sono attivi, non anestetizzati. Forse uno dei problemi della scuola oggi è questo: si limita a spargere briciole e tiene da parte il pane.

«Mi fai venire in mente una frase di Don Milani che mi ha sempre colpito per la sua radicalità: un maestro non è colui che possiede il sapere ma colui che lo dona. Quando incontriamo un maestro facciamo esperienza della radura, dell’aperto, della luce appunto: la parola del maestro non comanda, ma illumina. Al tempo stesso l’incontro con un maestro è un impatto, un urto. Come accade al bambino che vuole imparare l’arte del nuoto. Dopo avere appreso i suoi movimenti sulla spiaggia il maestro lo costringe a incontrare l’onda, perché è solo da questo incontro che l’allievo potrà fare davvero suo quel sapere astratto. Se vuoi è quello che accade ogni volta che incontriamo un maestro: una luce allarga l’orizzonte del nostro mondo e un’onda ci costringe ad inventare un nostro stile. Se invece la Scuola è solamente routine, se la parola del maestro nasce spenta, stremata dalla noia o da incarichi burocratici, allora c’è davvero l’anestesia di cui parli».

Si discute oggi molto sul ruolo dell’insegnante. Per Camus, come tu stesso ricordi, il maestro Bernard era colui che per la prima volta aveva fatto sentire i suoi studenti «degni di scoprire il mondo». Il professor Keating, protagonista dell’«Attimo fuggente» di Peter Weir, incarna il ruolo del capitano, nell’«Amica geniale» di Elena Ferrante è la maestra Oliviero a spingere le due amiche a studiare. Oggi il docente/capitano ha perso i gradi, non è più al timone della nave ma è imbrigliato nei lacci e lacciuoli di una burocrazia che lo vuole compilatore di griglie, schede di valutazione e punti di credito.

«Esattamente. L’apprendimento non è salire la scala del sapere come già costituita secondo un criterio linearmente progressivo, dal più semplice al più complesso, ma non può prescindere dal carattere imprevedibile dell’incontro. È un processo spiraliforme, fatto di passi in avanti e all’indietro, di sbandamenti e di cambi improvvisi di direzione. In questo senso un maestro è qualcuno che porta il fuoco: non ci accompagna nel salire la scala ma accende la nostra vita, ci porta verso l’ignoto».

Mi ha colpito la differenza che tu proponi tra regole e leggi. Sono molto d’accordo sul fatto che la scuola invece di dettare regole e regolette dovrebbe insegnare le grandi leggi: la legge della convivenza, la legge dell’ascolto, la legge dell’altro, la legge della parola. Te ne viene in mente qualche altra?

«Le leggi che tu nomini e che non possono essere ridotte a regole o a regolette hanno secondo me un denominatore comune: la legge del non tutto. Affinché vi sia educazione o, se preferisci, formazione, è necessario che questa legge si scriva nel cuore del figlio, come direbbe il profeta Ezechiele. La legge del non tutto è la legge dell’impossibile: non posso avere tutto, sapere tutto, essere tutto, godere di tutto. Solo l’iscrizione del non tutto nel cuore del figlio può rendere possibile l’esperienza del desiderio. Posso desiderare di sapere proprio perché non posseggo tutto il sapere».

Come si concilia l’erotica dell’insegnamento con un mondo infiltrato dall’Intelligenza Artificiale in cui ogni sapere sembra accessibile e riproducibile?

«L’intelligenza artificiale esclude per principio la possibilità dell’incontro. Offre un sapere illimitato ma privo di ogni testimonianza. L’AI può essere uno strumento utile, ma non può sostituire la funzione del maestro. Nessuno oggetto psicotecnico può rimpiazzare la forza unica dell’incontro con il fuoco. L’illusione di una digitalizzazione cognitivista integrale della conoscenza trascura l’importanza della testimonianza del desiderio che ogni maestro è tenuto a dare. È quello che io chiamo l’erotica dell’insegnamento che nessuna AI potrà mai conoscere».

LA STAMPA

venerdì 8 agosto 2025

DE MAGISTRO

 


Un libro 

sulla pedagogia, 

"Il maestro" 

di sant'Agostino


Di Antonio Tarallo

E dopo aver “incontrato” alcune figure di santità dell’ordine di sant’Agostino, AciStampa vi invita a seguire un viaggio tra le maggiori (e minori) opere del vescovo santo d’Ippona. Un viaggio, veloce, tra le pagine immortali che hanno fatto la storia della filosofia e della teologia. Della Chiesa. E’ un percorso che vuole affrontare alcuni titoli della vastissima opera di sant’Agostino. Una sorta di ”ouverture” al suo pensiero che non conosce tempo e luogo: un pensiero universale al quale più volte papa Leone XIV sta attingendo per le sue omelie e discorsi. 

Il "De Magistro" ("Il maestro") è uno degli ultimi scritti di Agostino in forma di dialogo. Il dialogo si svolge tra Agostino e suo figlio Adeodato ed è probabile che si basi su una conversazione effettivamente avvenuta.

I temi, come sempre, sono assai vasti: primo, fra tutti, l’uso del linguaggio nella dialettica (soprattutto il rapporto tra i segni e i significati. Il secondo riguarda la natura dell'apprendere e dell'insegnare. Insegnamento: tema cardine che, in una certa misura, è l’origine del titolo stesso del libro. “De magistro”, appunto: il maestro. Agostino cerca, allora, didefinire come e da chi l'uomo possa apprendere la verità. E la verità è l’unica strada per la felicità. Ma sorge, dunque, una domanda: questa verità è possibile apprenderla dagli altri uomini, dai loro discorsi, o dall’esperienza (quella sensibile)? 

A questo quesito Agostino risponde che l’unico maestro, l’unico vero maestro, è quello “interiore”, il Cristo-Logos che è in noi. Da ciò ne deriva tutto il discorso filosofico e teologico sulla vera natura dell’anima.

Citando san Paolo, Agostino afferma che iI Cristo, cioè l'immutabile Virtù di Dio è l'eterna Sapienza". La vera Sapienza, dunque, non riguarda il sapere delle parole che possono rivelarsi vane e ingannevoli. È il Maestro interiore che solamente può mostrare a tutti la verità. 

 

Aci Stampa

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martedì 22 luglio 2025

SANT'AGOSTINO MAESTRO E ORATORE

 


Sant’Agostino, 

maestro di scuola, 

di fede e oratore cristiano



-di p. Giuseppe Oddone*

 Elezione di Leone XIV: un invito ad avvicinarci a Sant’Agostino

 E’ stato eletto Papa l’8 maggio 2025 il Card. Robert Francis Prevost, ex generale dell’Ordine degli Agostiniani dal 2001 al 2013, poi vescovo missionario in Perù nella diocesi di Chiclayo dal 2014 al 2023; infine è stato richiamato a Roma da Papa Francesco nel gennaio del 2023 e nominato Prefetto del Dicastero dei Vescovi, Presidente della Pontificia commissione dell’America Latina e creato Cardinale il 20 settembre del 2023. Ha preso il nome di Leone XIV. L’elezione a Sommo Pontefice di un figlio spirituale di Sant’Agostino rappresenta un invito ad approfondire il legame profondo e significativo che egli ha con questo Santo. E’ un’affinità interiore che si è manifestata subito in vari aspetti: prima di tutto come religioso, perché la sua formazione spirituale si è ispirata e continua ad ispirarsi direttamente alla vita, agli scritti e alla spiritualità del grande Dottore della Chiesa, che ha posto l'accento sulla vita comune, la ricerca di Dio, l’interiorità, l'amore fraterno e il servizio alla Chiesa. Prima di diventare Papa, come superiore generale, P. Robert Francis Prevost è stato moderatore e responsabile dell'Istituto Patristico Augustinianum di Roma. Questo istituto è un centro di studi di altissimo livello specializzato nella patristica, con un’attenzione particolare alle opere e alla spiritualità di Sant'Agostino. Nei primi anni del suo sacerdozio, dopo la sua formazione accademica, dal 1988 al 1999, l’attuale Papa è stato formatore di seminaristi in Perù, nella diocesi di Trujillo, ed insegnante di Diritto canonico, Patristica e Morale, attualizzando la figura di Sant’Agostino come maestro. Lo stemma episcopale e papale di Leone XIV è tipicamente agostiniano: sotto la tiara papale e le due chiavi, una color oro e l’altra color argento, segni del potere papale, lo scudo araldico è diviso trasversalmente in due parti: sopra in campo azzurro un giglio, simbolo tradizionale della Vergine Maria, sotto in campo bianco il rosso libro, che rappresenta sia la parola di Dio sia le opere di Sant’Agostino; il libro è sormontato da un cuore rosso porpora coronato di fiamme e trafitto da una freccia. E’ un chiaro riferimento alla Sacra Scrittura e alla sua interpretazione allegorica che fa riferimento al cuore umano bersaglio dell’amore di Dio: Lam. 3,1: “Posuisti quasi signum ad sagittam” (Mi hai posto come un bersaglio per la tua saetta) e alle Confessioni IX,2,3 “Sagittaveras tu cor meum charitate tua” (Hai saettato il mio cuore con il tuo amore). Anche il motto episcopale e papale di Papa Leone è tratto da Sant’Agostino ed allude al mistero della Chiesa come Christus totus, corpo mistico di Cristo: In Illo Uno Unum (Esposizione sul Salmo 127,3) ossia “in quell’Uno (Cristo) siamo una cosa sola”. Con queste parole, Agostino sottolinea l'unità dei cristiani in Cristo, nonostante la loro molteplicità. Questo motto è un chiaro segno dell'influenza agostiniana sul suo pontificato e sulla sua visione della Chiesa. Anche quando si è presentato alla loggia di San Pietro ha citato un'altra celebre frase agostiniana, che ha fatto da sfondo a tutto il suo discorso: Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano. E’ tratta da un discorso di Agostino, che riassume il suo metodo pastorale e che è opportuno citare nella sua completezza: “Nel momento in cui mi dà timore l'essere per voi, mi consola il fatto di essere con voi. Per voi infatti sono vescovo, con voi sono cristiano. Quel nome è segno dell'incarico ricevuto, questo della grazia, quello è occasione di pericolo, questo di salvezza”. (Sermo 340,1).

Agostino maestro di scuola

 Agostino nacque a Tagaste, nell'attuale Algeria, nel 354 d.C. La sua formazione iniziale fu di tipo grammaticale e retorica, discipline fondamentali nell'istruzione romana dell'epoca che orientava all’attività politica e forense. Fin da giovane, mostrò una spiccata intelligenza e un'innata attitudine per la lingua latina, distinguendosi per la sua capacità di comprendere e manipolare il linguaggio con giochi di parole, con parallelismi ed antitesi, con rime ed assonanze, con le clausole musicali e ritmiche per concludere un periodo, con la padronanza dei vari stili oratori, con l’attenzione al pubblico a cui si rivolgeva. Studiò i manuali dei grandi retori latini, in particolare di Cicerone e di Quintiliano, amò in particolare il poeta Virgilio, assorbendone lo stile e la profondità di pensiero. Questa base classica, sebbene inizialmente rivolta a una carriera laica, si rivelò fondamentale per la sua futura attività di insegnante prima e poi di predicatore e scrittore, fornendogli gli strumenti per esprimere concetti complessi con chiarezza ed efficacia. Scrisse lui stesso da vescovo un completo trattato di retorica, il De doctrina christiana, rivolto in particolare a tutti coloro che nella Chiesa hanno compiti di insegnamento e di predicazione. Dopo i primi studi ampliò la sua formazione a Tagaste e Madaura e la completò a Cartagine.

Poi Agostino intraprese la carriera di maestro di retorica e iniziò la sua attività di insegnante: essa durò 13 anni dal 373 al 386 prima a Tagaste, poi a Cartagine, all'epoca una delle città più importanti dell'Impero Romano, dove operò per diversi anni. Qui la sua reputazione crebbe rapidamente, attirando numerosi studenti. Tuttavia, insoddisfatto della condotta morale dei suoi allievi e della superficialità dei suoi colleghi, decise di trasferirsi. La tappa successiva fu Roma, dove sperava di trovare studenti più disciplinati e un ambiente più stimolante. Sebbene la sua esperienza romana non fosse del tutto priva di delusioni, essa costituì un periodo di ulteriore crescita professionale. La sua ricerca di un incarico più prestigioso lo portò infine a Milano, che all'epoca era la capitale di fatto dell'Impero d'Occidente. Qui nel 384 d.C. ottenne la cattedra di retorica imperiale, quella più prestigiosa fra tutte. Il suo periodo come insegnante in questa città non solo affinò le sue doti oratorie, ma gli permise anche di approfondire le dinamiche della comunicazione e dell'apprendimento. Milano si rivelò un punto di svolta decisivo nella sua vita. Entrò in contatto con il vescovo Ambrogio; fu profondamente influenzato dalle sue prediche e dalla sua profondità intellettuale e nel 387 Agostino si convertì al cristianesimo e ricevette il battesimo.

Agostino maestro di fede e oratore cristiano

Divenuto cristiano e successivamente sacerdote e vescovo, Agostino ripensò al suo insegnamento. Confessò di aver venduto nel passato una vittoriosa loquacità e di aver servito alla vanità. Sentì l’esigenza di ridimensionare gli ideali di quella scuola di cui era stato discepolo e maestro, di mettersi al servizio non della vanità e del successo mondano, ma della verità; propose un nuovo modello di maestro e di oratore con un bagaglio culturale desunto non solo dalle discipline retoriche, ma soprattutto dalla fede e dalla Sacra Scrittura. In questa prospettiva il maestro cristiano ha come compito principale di illuminare la mente, di penetrare il cuore dell’allievo o dell’ascoltatore, di suscitare la fede. Per tale motivo egli deve fare prima l’esperienza di ascesa a Dio: un viaggio interiore, una navigazione, una corsa, una salita sulla scala degli esseri fino a toccare personalmente Dio in Gesù Cristo, Verbo di Dio. Ma il Verbo è disceso a noi nel mistero della creazione, dell’incarnazione, della sacra scrittura, della Chiesa, dei poveri, continua a scendere nell’insegnamento cristiano e nella predicazione. Il maestro o l’oratore cristiano, talora con una personale sofferenza ma sempre nella carità, deve farsi piccolo con i piccoli, adattarsi al loro linguaggio e alla loro comprensione. Tra il maestro ed il discepolo, tra il predicatore e l’oratore deve crearsi una forma di inabitazione reciproca che sviluppa un intimo scambio di sentimenti e di concetti. E’ l’amore di Cristo che si è umiliato fino alla morte in croce l’anima e lo stimolo di ogni insegnamento e di ogni predicazione: tutti, maestro ed alunni, predicatori ed uditori, siamo suoi condiscepoli. Cristo ha rivoluzionato anche il linguaggio, che deve essere essenzialmente umile, perché è un messaggio di salvezza rivolto a tutti gli uomini, specialmente agli ultimi e agli emarginati, descritti solitamente nella retorica tradizionale pagana con un linguaggio sprezzante e caricaturale.

L’oratore cristiano e la distinzione dei tre stili

 Agostino riconosce l'importanza e la necessità del sermo humilis per la predicazione cristiana. L’idea principale è che il discorso umano deve riflettere la parola del Dio vivente, che scende e penetra come una spada fino alle midolle dell’anima e come un aratro affonda nel campo del cuore. Tuttavia, egli non rinnega la retorica, ma la cristianizza. Per lui, la bellezza e l'efficacia del linguaggio non sono fini, ma strumenti al servizio della verità divina. Egli riprende pertanto la distinzione tradizionale della retorica classica: lo stile semplice se devi insegnare, lo stile medio o temperato se vuoi dilettare e piacere all’uditorio, lo stile sublime se devi persuadere. Tuttavia, un predicatore efficace deve essere in grado di passare agilmente da uno stile all'altro a seconda dell'argomento e dell'effetto desiderato sull'uditorio. Tutti i sermoni di Agostino manifestano questa flessibilità, e dimostrano come la retorica, lungi dall'essere una tecnica vuota, può essere un veicolo potente per la verità e la salvezza. Un predicatore o uno scrittore cristiano deve essere in grado di variare il suo stile a seconda dell'obiettivo. Le sue proposte possono valere anche per l’insegnante che si trova davanti a classi diverse o in particolari situazioni emotive.

Lo stile umile o semplice

L’oratore cristiano utilizza prevalentemente lo stile semplice quando insegna e presenta ai credenti i misteri della fede o spiega la Sacra Scrittura. Esso esige un tono familiare e discorsivo che annulli le distanze e sia attento alle reazioni emotive. Agostino cerca anche di instaurare un dialogo con l’uditorio, di renderlo attore e non solo ascoltatore, talvolta addirittura dialoga con i personaggi del Nuovo Testamento di cui si sta parlando, come Pietro, Paolo, Marta, Zaccheo. Vi è poi l’aspetto dialettico e argomentativo, che risveglia l’attività dell’intelligenza, presentando con chiarezza di linguaggio e semplicità la verità di fede e risolvendo le difficoltà, prevalentemente per i credenti nella linea del crede ut intelligas: un invito ad accendere la propria fede per poter comprendere. Per Agostino la fede potenzia l’intelligenza. Lo stile semplice si avvale in particolare della sentenza, ossia di una frase inaspettata, acuta e penetrante, sostenuta da un’intensa emozione, che avvicina i due poli opposti, il tempo e l’eternità, la miseria e la misericordia, la sofferenza terrena e la beatitudine celeste, il peccato e la grazia, l’uomo e Dio. Lo stile medio o temperato Agostino apprezza anche lo stile medio, che era molto ricercato dai suoi ascoltatori. Esso ha la finalità di piacere agli ascoltatori e di dilettare e viene proposto particolarmente nel celebrare le feste cristiane: il mistero della Trinità, l’Incarnazione con il rapporto tra la natura umana e divina in Cristo, la nascita di Gesù, la sua vita terrena, la passione, la resurrezione, la bellezza del creato. Questo stile non ha una sua funzione autonoma, come per gli oratori pagani e i sofisti, ma è sempre al servizio dello stile semplice che insegna, o dello stile sublime che persuade. Nel creare bellezza e diletto lo stile medio si avvale di alcune tecniche di cui Agostino è insuperabile maestro e modello: il parallelismo di struttura e di pensiero, le figure di ritmo e di suono con allitterazioni e assonanze, le antitesi che sono nella struttura stessa della fede cristiana, le gradazioni, in genere con periodi semplici e brevissimi che martellano con insistenza un’idea, si richiamano a vicenda e si imprimono nella memoria per le clausole ritmiche e per la rima e portano l’uditore a passare dal diletto esteriore alla verità espressa nel mistero cristiano. Lo stile sublime Quando l’oratore cristiano deve convertire o stimolare all’amore di Dio e dei fratelli o al dolore per gli scandali nella Chiesa adotta una nuova forma di stile, lo stile sublime. Esso presuppone un’intensa carica emotiva, una sofferenza interiore davanti agli errori di cristiani coinvolti nell’avarizia, nella lussuria, nello scandalo. Nello stile sublime è essenziale l’ardore dell’animo: gli ornamenti retorici non sono direttamente ricercati, ma nascono dall’impeto emotivo. In genere si ricorre quasi senza accorgersene a figure di pensiero come a interrogative incalzanti e spezzate, ad apostrofi agli ascoltatori, a illuminanti metafore, ad esempi del passato, ad accumulazione di termini con enumerazioni e paradossi, in alcuni casi ad ironia sferzante, ma anche ad anafore ed epifore, cioè a periodi che incominciano e finiscono con la stessa parola; importante è ricostruire e demolire i meccanismi psicologici di difesa che l’uditore inconsciamente vive. Agostino ricorre allo stile sublime in alcuni suoi sermoni, in particolare quando cerca senza acidità moralistica ma con fraternità di distogliere i cristiani dall’avarizia, dall’adulterio, dai disordini sessuali, dalla piaga della prostituzione e degli spettacoli immorali, proponendo e demolendo le motivazioni degli ascoltatori che ritenevano questo un segno di civiltà e di libertà. Egualmente con intensa carica emotiva, con un ritmo spezzato come in un singhiozzo, Agostino si rivolge ai suoi fedeli e a coloro che avevano cercato riparo nella provincia d’Africa, parlando della distruzione di Roma del 410 per opera di Alarico, e mostrando la falsità delle obiezioni di coloro che davano la colpa ai cristiani di questa enorme sventura, segno della decadenza dell’impero. Occorre tuttavia aggiungere che un buon oratore cristiano sa variare gli stili all’interno del suo discorso e passare da uno stile ornato ed empatico, prevalentemente nell’esordio, allo stile semplice nel presentare la verità cristiana, per arrivare allo stile sublime nel persuadere gli ascoltatori a vivere concretamente la loro fede. Un’ultima osservazione agostiniana: per essere un buon oratore cristiano, prima devi essere un orante, perché nelle mani di Dio siamo noi e i nostri discorsi. È lo Spirito di Dio che “in quell’ora”, l’ora del nostro discorso ai fratelli, interviene nelle parole dell’oratore e le rende efficaci.

 *A.E. nazionale AIMC e UCIIM

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domenica 20 luglio 2025

IL MAGISTER

 


Al via il Convegno Nazionale AIMC  

sulla figura del Magister!

 

-      - di Maria Torrisi*

-        Condivido un mio breve sunto degli interventi nel Convegno AIMC sulla figura del Magister (in svolgimento a Termoli),  che ho trovato particolarmente interessanti e stimolanti. 

Un'attenzione particolare, però, vorrei dedicarla alla relazione della prof.ssa Loredana Perla, che ha offerto una visione particolarmente coinvolgente e profonda sulla figura del Magister, tracciando il percorso che ha portato ad una "evanescenza" del maestro e indicando i modelli a cui ispirarsi per rilanciarne la figura nel suo significato e valore di guida, testimone, educatore.

Rivalutare la figura del Magister nella scuola di oggi, alla luce della crisi sociale ed educativa contemporanea, una crisi che coinvolge non solo la scuola ma l’intero sistema di relazioni che dovrebbe sostenerla, a partire dal rapporto con le famiglie, è di fondamentale importanza. La diffusa conflittualità che vige tra scuola e genitori non fa altro che impoverire il processo formativo, alimentando una contrapposizione sterile anziché creare una collaborazione fruttuosa, tra "alleati" educativi, per garantire ai ragazzi una formazione completa, radicata nei valori e aperta al futuro.

Al centro di questa crisi c’è un fenomeno che potremmo definire come "adombramento del Magister", ovvero il progressivo oscuramento della figura autorevole e formativa del docente, ridotto talvolta a mero esecutore tecnico di programmi. È necessario allora recuperare la centralità del maestro, riscoprendo non solo il suo ruolo nella trasmissione del sapere, ma la sua funzione etica e culturale, quella di guida, di testimone, di compagno esigente e amabile nel cammino della crescita. Come sosteneva John Dewey, il docente è chiamato a essere "leadership intellettuale", capace non solo di trasmettere contenuti, ma di interpretare e vivificare il sapere, rendendolo strumento di crescita, di consapevolezza, di libertà.

In questo senso si inserisce anche il pensiero di Hannah Arendt, che sottolineava come il compito dell’educatore sia quello di introdurre il nuovo nato nel mondo, ovvero trasmettere il sapere per renderlo patrimonio personale e condiviso, fondamento di responsabilità verso il futuro.

Il docente deve essere mediatore culturale, capace di accendere la passione per il sapere, di farlo amare, di educare alla bellezza del pensiero.

Alla luce dei principi evangelici, il Magister è colui che educa con autorevolezza, ma anche con dolcezza e dedizione.

Sant’Agostino pregava: “Insegnami la dolcezza”, un’esortazione valida ancora oggi per chi esercita il compito dell’insegnare. L’autorevolezza non è mai autoritarismo, bensì cura, empatia, responsabilità verso il singolo. Il vero maestro non educa masse indistinte, ma guarda il volto, chiama per nome, si prende cura dell’animo dell’allievo, come di quello delle famiglie.

A tal proposito è fondamentale richiamare l’insegnamento di Don Lorenzo Milani, che ha saputo incarnare una scuola centrata sulla persona, sull’ascolto della sua unicità, sulla responsabilità educativa verso gli ultimi.

Per Don Milani, il maestro non è un semplice trasmettitore, ma colui che “si fa carico” del destino del suo allievo, credendo nelle sue potenzialità anche quando sono nascoste o negate.

L’ "asimmetria" tra maestro e discente, troppo spesso messa in discussione dalle ideologie antiautoritarie del Novecento, non è un ostacolo ma una risorsa educativa. Il maestro è chiamato a una posizione temporaneamente superiore, non per dominare, ma per servire con maggiore responsabilità la crescita dell’altro. In questa asimmetria educativa risiede il senso autentico dell’ "autoritas", che non si oppone alla dolcezza e all’ascolto, ma li presuppone.

Come afferma Ivan Dionigi nel suo libro Magister, "la crisi del maestro è il problema", e da lì occorre ripartire. Anche Mario Lodi e Ermanno Olmi hanno riflettuto sulla necessità di rivalutare il Magister come figura culturale e morale, guida nel cammino formativo e spirituale.

Rivalutare il Magis del Magister significa allora "ripercorrere un cammino" che restituisca al docente la sua dignità, la sua funzione di guida e ispirazione, riconoscendo che senza maestri non si cresce, e che ogni scuola, per essere viva, ha bisogno di adulti capaci di credere in ciò che insegnano e di insegnare ciò in cui credono.

Citando anche la Presidente Nazionale AIMC Esther Flocco: "Non esiste qualità educativa senza qualità del docente", - non solo in termini di competenza tecnica, ma di passione, umanità, e capacità di - "essere testimoni di valori."

Alla fine dell’ascolto, mi porto dentro una rinnovata consapevolezza: quella che il vero Magister lascia un’impronta che va oltre le lezioni, perché educa alla vita, al pensiero, alla responsabilità.

In un tempo in cui tutto sembra semplificabile in schemi, procedure, ricette educative “perfette”, ci accorgiamo invece che ciò di cui abbiamo davvero bisogno non sono programmi impeccabili, né metodi infallibili, ma presenze autentiche.

Abbiamo bisogno di adulti che sappiano esserci, con sapienza e passione, che illuminino la strada con la loro coerenza, la loro dedizione, il loro sguardo capace di vedere il seme nascosto in ogni allievo.

Il Magister è quella lanterna silenziosa che accompagna, quella voce che non impone ma guida, quella mano che non trattiene ma sostiene.

E forse proprio ora, in un tempo fragile e confuso, tornare a credere nei maestri è un atto radicale di fiducia nel futuro.

Perché ciò che resta, alla fine, non è la lezione più brillante, ma la relazione che accende, il gesto che cura, l’incontro che cambia. Un incontro con Maestri veri che insegnano con l'anima e lasciano tracce nel cuore!

 

*presidente AIMC - sezione di Giarre

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venerdì 20 giugno 2025

LA VERA EREDITA' DEI MAESTRI

 

 

 


La nostra provenienza non può essere mai cancellata, che nessuno può dare forma alla propria vita senza passare dall’incontro con l’altro.

 

 

 

 

 -         di Massimo Recalcati 

-          Basta coi maestri!” è uno slogan che risale alla grande contestazione studentesca del ’68 e che sembra ridondare all’unisono con un altro a esso omologo: “Basta coi padri!”. 

Il loro contenuto ideologico implicito è che ogni autentica formazione debba essere innanzitutto una auto-formazione: nessuna provenienza, nessuna dipendenza, nessun debito simbolico. Piuttosto, si tratta di farsi da se stessi il proprio nome. Il principio liberista del self made man si fonda così con quello anarcoide di una libertà senza vincoli. Ma l’illusione dell’auto-formazione agli occhi della psicoanalisi risulta essere sempre al suo fondo perversa, perché afferma una autonomia del soggetto che vorrebbe prescindere completamente da ogni legame. Diversamente, ogni processo di formazione si snoda passando necessariamente dalla mediazione dell’altro. È una tesi ribadita da Lacan: per potere fare a meno della dipendenza dall’altra bisogna riconoscerla e saperne fare un uso positivo. Ogni formazione è, in questo senso, sempre una etero-formazione. L’esperienza della Scuola, nonostante la sua tendenza contemporanea alla tecnologizzazione e alla digitalizzazione, conferma l’evidenza di questa verità: non esiste didattica senza rapporto del soggetto con l’altro. Ma quale altro? Un maestro-educatore che avanza la pretesa di conoscere il bene o la giusta via per i suoi allievi? Un maestro-padrone, proprietario di un sapere oggettivo e codificato una volta per tutte? In questo caso il maestro (educatore o padrone), nella sua esemplarità idealizzata o nel suo esercizio di padronanza, prolungherebbe fatalmente una dipendenza che consegnerebbe l’allievo a una condizione di minorità cronica. Ma l’incontro necessario con la persona e il sapere del maestro non implica affatto la sua idealizzazione. Il maestro non è tenuto affatto a incarnare un sapere senza mancanza, compatto, esemplare appunto, ma a offrirsi esso stesso proprio nella sua mancanza, testimoniando in prima persona che non si può mai sapere tutto il sapere. Al contrario, i maestri che si pongono come esemplari diventano invece, come accade fatalmente anche per i genitori che compiono lo stesso errore coi loro figli, degli incubi atroci per i loro allievi. 

 In quanto ideali inarrivabili generano solo paura e inibizione. In questo senso un maestro lavora sempre contro se stesso e contro i processi di idealizzazione che inevitabilmente tendono a investirlo. Per questo la vera eredità di un maestro non consiste mai nella monumentalizzazione idolatrica del suo insegnamento, ma in un resto che resiste, in un piccolo tratto, in qualcosa che non possiamo dimenticare perché ha lasciato in noi un segno indelebile. Insegnamento porta, infatti, nel suo etimo proprio l’esperienza di un segno che resta, che non viene cancellato: colui che insegna è colui che ha saputo lasciare un segno. Per esempio, quello di una semplice polvere di gesso. 

È ciò che mi ha raccontato una volta un professore liceale, insegnante di fisica, che aveva individuato la nascita della sua passione per gli studi scientifici dall’impressione che gli avevano lasciato le lezioni del suo vecchio professore di fisica, talmente immerso nelle sue spiegazioni alla lavagna da uscire ogni volta dall’aula ricoperto di gesso bianco. Ma di cosa faceva segno quella polvere di gesso che residuava sulla giacca del vecchio professore? Non certo di un sapere anonimo e oggettivamente compiuto, quanto piuttosto di una materializzazione del desiderio singolare del maestro stesso, della sua più profonda vocazione. Quando il giovane professore si accorse che accadeva lo stesso ogni volta che terminava le sue lezioni, comprese che in quella polvere di gesso c’era tutto ciò che aveva ereditato dal suo maestro. Ecco un semplice esempio di come avviene la trasmissione del desiderio di sapere da una generazione all’altra. Ecco un esempio di cosa dovrebbe essere la vita della scuola. Più che la trasmissione di un sapere consolidato, in gioco è un resto che diviene la traccia indelebile del desiderio vivo di sapere proprio del maestro: la polvere di gesso che prima era sulla giacca del vecchio professore si ritrova adesso su quella del suo allievo. 

Si tratta di un esempio luminoso del movimento più proprio dell’ereditare. Ogni vera eredità è, infatti, costituita di quasi niente. Non di beni, geni, proprietà o rendite. Non si eredita, infatti, proprio niente se non l’atto stesso che ci costituisce come eredi. 

 Come accade anche a Philip Roth in Patrimonio: quello che resta del padre è la sua merda, il resto umanissimo e incancellabile della sua presenza al mondo. È quel resto carbonizzato che, come sostiene il profeta Isaia, è compito dei veri eredi riuscire a trasformare in un “seme santo”. 

L’ironia benevola che il vecchio professore provocava nei suoi studenti quando usciva dall’aula imbiancato dalla polvere del gesso è la stessa che il giovane professore provoca adesso al termine delle sue lezioni. Qualcosa si ripete in una differenza. È questo lo scarto e il resto che qualificano ogni eredità e che, come tale, ci ricordano che la nostra provenienza non può essere mai cancellata, che nessuno può dare forma alla propria vita senza passare dall’incontro con l’altro, che nessuno può pretendere di farsi un nome da se stesso. 

 Alzogliocchiversoilcielo

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mercoledì 14 maggio 2025

MAESTRI, NON BUROCRATI

 

 

La palestra della vita 

ha bisogno di maestri

 

Altro che didattica a distanza, le sfide del futuro sono legate all’unire: studi umanistici, scienza, internet, inglese Ma anche questioni sociali, civili, economiche 

Un saggio di Dionigi Non ci si deve rassegnare a un malinteso egualitarismo che rende deboli i saperi anziché forti gli allievi. 

Per questo i professori non vanno declassati e resi burocrati

 

-         di IVANO DIONIGI

-          

Magister

Magister: parola latina emblematicamente carica di senso. Composta dal prefisso latino magis (“più”, che indica superiorità qualitativa) e dal suffisso greco -teros (che indica comparazione), significa il superiore, colui che sa di più e conta di più, e che si mette a confronto e in relazione con gli altri. Figura propria della lingua religiosa, oltre che giuridica e politica, il Magister designava il celebrante principale, assistito dal Minister (da minus e -teros), il celebrante in seconda, l’assistente, il servitore. Segno dei tempi: noi oggi abbiamo sostituito il rispetto per i maestri con l’ossequio per i ministri. Parola nobile, evocativa, emozionante, sideralmente lontana dal surrogato influencer: il maestro di danza, di musica, di sport, di studi, di vita spirituale, di vita; i tanti maestri senza cattedra. Rabbi, Maestro, era chiamato Gesù dagli Apostoli. Per tanti ha deciso le sorti della vita.

«La scuola», ha sentenziato Manara Valgimigli, «la fanno i maestri, non i ministri». Penso ai tanti maestri e alle tante maestre che insegnano ai nostri bambini e alle nostre bambine l’arte del leggere e dello scrivere: nelle periferie delle grandi città, negli sperduti paesi dell’Appennino, negli ospedali al capezzale dei piccoli ricoverati. Fanno il mestiere più bello, più importante, più misconosciuto del mondo. [...] Quale scuola? Non certo la scuola della didattica a distanza, la prima vittima della pandemia, posposta alle messe in piega delle parrucchiere, con i ragazzi addomesticati e oscillanti tra il pigiama, il divano e lo smartphone, spettatori e non protagonisti dell’apocalisse. E neppure quella prima della pandemia, improntata alla separazione sia dei saperi sia delle classi sociali. Immagino una scuola fulcro della formazione e stella polare del Paese.

Una scuola aperta

 Una scuola aperta ventiquattro ore: lezioni, compiti, musica, teatro, sport, otium e negotium, cella e pulpito; perché la scuola non è né dei professori né delle famiglie, ma degli studenti.

Una scuola dove coabitino informatica e storia dell’arte, inglese e filosofia, scienze applicate e latino, storia delle religioni e matematica, educazione civica ed educazione alimentare, ecologia e diritto, italiano ed economia. Aumentare e accrescere, non diminuire e sottrarre: et et, non aut aut deve essere la misura della scuola. Perché ciò che potrebbe essere un’aggiunta diviene un’alternativa?

Una scuola consapevole che, di fronte alle nuove sfide delle scienze e alla pervasività delle tecnologie digitali, può trovare negli studia humanitatis un’alleanza naturale e necessaria. Una scuola vissuta come forma e forza di giustizia sociale, a cominciare dai territori svantaggiati del Sud, che prevenga dispersioni e fallimenti precoci. Il primo e vero antidoto alla malavita. Una scuola dove gli studenti incontrino e interroghino i responsabili della vita economica civile e politica: scuola più scuola, questa è la vera alternanza. Una scuola che veda nei suoi insegnanti  e studenti gli interlocutori privilegiati e i consulenti del sindaco e del Consiglio comunale; e anche degli architetti che progettano gli edifici scolastici.

Una scuola intesa come palestra dei fondamentali del sapere che, al riparo da pedagogie facilitatrici, non si rassegni, per una malintesa idea di democrazia e di egualitarismo, a rendere deboli i saperi anziché forti gli allievi.

Affascinare

Una scuola dove i professori non siano declassati a burocrati e umiliati a capoclasse ma riconosciuti economicamente e socialmente, per poter professare ( profiteri) a pieno titolo l’affascinare ( delectare), l’insegnare ( docere), il mobilitare le coscienze ( movere), come aruspici di quella cosa tremenda e stupenda che è la vita dei giovani: che Erasmo considerava «il bene più prezioso della città» e che noi abbiamo degradato a “capitale umano”. Il giorno in cui il presidente del Consiglio terrà la delega della Scuola, vorrà dire che questo Paese ha deciso di prendersi sul serio, di avere cittadini più consapevoli e di formare una classe dirigente più responsabile. Allora ne guadagnerà non solo il benessere individuale ma anche il Pil. [...] Nella mia non breve esperienza di docente ho tenuto a mente una domanda centrale e ineludibile che Montaigne formulò in modo impareggiabile: come tutelarci dal diventare un giorno «scienziati senza conoscenza, magistrati senza giurisdizione e comici senza commedia»?

Il monoteismo tecnologico

Detto con parole più attuali: nell’era del monoteismo tecnologico, come formare persone egregie e non gregarie, vale a dire intelligenze libere e capaci di porre limiti e ribellarsi a macchine più o meno intelligenti? Circa vent’anni fa, un ministro della Repubblica intendeva riformare la scuola e il mondo della formazione sulla base di Inglese, Internet, Impresa: aggiornamento mercantile del non meno noto e allarmante Inglese, Internet, Novecento. Quelle tre parole d’ordine non solo non hanno risolto i problemi, ma si sono rivelate essere, almeno in parte, addirittura il problema, perché adottavano unicamente le categorie dei mezzi, dello spazio, del presente.

Ritengo che le nuove istanze e i nuovi squilibri vadano iscritti nell’orizzonte dei fini, del tempo, dei giorni a venire, e che a tale scopo debba essere interpellata un’altra triade, marcata anch’essa da una triplice i: Interrogare, Intelligere, Invenire. Tre voci che andrebbero scolpite all’ingresso delle nostre scuole, università e istituzioni formative. Non vedo altro luogo, altra istituzione, al di fuori della scuola, in cui i ragazzi possano attrezzarsi per interrogare, comprendere e scoprire sé stessi e il mondo.

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Magister. La scuola la fanno i maestri, non i ministri

 www.avvenire.it

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