FESTA
DIFFICILE
-di don Tonino Bello*
Carissimi fratelli,
è veramente cosa buona e
giusta che il vostro Vescovo a Pentecoste vi dica qualcosa sul dono dello
Spirito Santo, sulla novità che egli è capace di introdurre nella nostra
vecchiaia, sugli orientamenti che egli è solito provocare nella vita degli
uomini.
Se avessi spazio e tempo, vi parlerei dello Spirito Santo come ospite
dell’uomo. E mi attarderei sulla riscoperta che nella Chiesa si va facendo di
lui. E vi annuncerei le meraviglie che egli opera in tante anime, nelle quali
dorme, o freme, o urla, o riposa gemendo.
Oggi, però, voglio
parlarvi della Pentecoste come «festa difficile».
Sì, la Pentecoste è una
festa difficile. Ma non perché lo Spirito Santo, anche per molti battezzati e
cresimati, è un illustre sconosciuto. È difficile, perché provoca l’uomo a
liberarsi dai suoi complessi. Tre soprattutto, che a me sembra di poter
individuare così.
Il complesso dell’ostrica
Siamo troppo attaccati
allo scoglio. Alle nostre sicurezze. Alle lusinghe gratificanti del passato. Ci
piace la tana. Ci attira l’intimità del nido. Ci terrorizza l’idea di rompere
gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci sul mare aperto. Se non la palude,
ci piace lo stagno.
Di qui, la predilezione
per la ripetitività, l’atrofia per l’avventura, il calo della fantasia.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci
stimola a ricrearci.
C’è poi il complesso
dell’una tantum
È difficile per noi
rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni, sottoporci alla conversione
permanente. Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre soltanto per
un tratto di strada. Ma poi, appena trovata una piazzola libera, ci
stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini dei nostri comodi. E
diventiamo borghesi.
Il cammino come costume ci terrorizza. Il sottoporci alla costanza di una
revisione critica ci sgomenta. Affrontare il rischio di una itineranza faticosa
e imprevedibile ci rattrista.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama a lasciare il sedentarismo comodo dei
nostri parcheggi, per metterci sulla strada subendone i pericoli. Ci obbliga a
pagare, senza comodità forfettarie, il prezzo delle piccole numerosissime rate
di un impegno duro, scomodo, ma rinnovatore.
E c’è, infine, il
complesso della serialità
Benché si dica il
contrario, noi oggi amiamo le cose costruite in serie. Gli uomini fatti in
serie. I gesti promossi in serie. Viviamo la tragedia dello standard,
l’esasperazione dello schema, l’asfissia dell’etichetta. C’è un livellamento
che fa paura. L’originalità insospettisce. L’estro provoca scetticismo. I colpi
di genio intimoriscono. Chi non è inquadrato viene visto con diffidenza. Chi
non si omogeneizza col sistema non merita credibilità. Di qui, la crisi della
protesta nei giovani, e l’estinguersi della ribellione.
Lo Spirito Santo, invece,
ci chiama all’accettazione del pluralismo, al rispetto della molteplicità, al
rifiuto degli integralismi, alla gioia di intravedere che lui unifica e compone
le ricchezze della diversità.
Cari fratelli, la
Pentecoste di questo anno vi metta nel cuore una grande nostalgia del futuro.
Vostro + Don Tonino, Vescovo

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