Il papa in Spagna
Il viaggio in Spagna di
Leone XIV – il primo di un pontefice dopo 15 anni – si è trasformato, al di là
di ogni previsione, in una trionfale legittimazione del ruolo al tempo stesso
spirituale e politico del cattolicesimo in questo momento storico, e non solo
per la Spagna.
Dopo secoli di imperante
tradizione cattolica, il paese iberico negli ultimi decenni era diventato,
anche per reazione al periodo franchista, un esempio di secolarizzazione
estrema, di cui lo zapaterismo, con le sue scelte in campo etico, aveva
rappresentato l’emblema. E su questa linea si è mosso, anni dopo, l’attuale
premier socialista Pedro Sánchez, a cui si devono ultimamente anche
l’approvazione di una legge sull’eutanasia e la proposta di inserire nella
Costituzione il diritto di abortire.
Agli antipodi del governo
socialista la destra estrema di «Vox», schierata contro il premier sulle
questioni bioetiche, ma polemica nei confronti dell’episcopato spagnolo in
merito all’accoglienza dei migranti, a cui, invece, Sánchez ha sempre guardato
come a una risorsa, piuttosto che come a una minaccia, arrivando a
regolarizzarne pochi mesi fa ben cinquecentomila.
Alla luce di questo
quadro problematico, la scelta di papa Prevost di fare questo viaggio si
presentava come un azzardo. Si puntava, naturalmente, su una partecipazione
calorosa da parte di una minoranza di persone rimaste fedeli alla Chiesa, ma
che si pensava sarebbe stata pur sempre una minoranza.
Quello che non si
prevedeva erano le folle oceaniche che hanno accolto il pontefice a Madrid, a
Barcellona e nelle Canarie, e che hanno risposto con entusiasmo al suo
messaggio.
Perché papa Leone non si
è limitato a portare il santissimo per le strade gremite della capitale e a
compiere gesti simbolici di grande effetto, come quello di rivolgersi in
catalano ai barcellonesi. Ha parlato. E ha parlato chiaro, senza timore di
infrangere dei tabù culturali della sinistra, come quelli legati all’aborto e
al fine vita, riuscendo però a evidenziare che le posizioni della Chiesa
cattolica su questi temi non si possono ridurre alla difesa di uno sterile
moralismo, ma scaturiscono da una visione – esposta con grande efficacia nella
recente enciclica «Magnifica humanitas» – che mette al centro la dignità sacra
della persona umana e giustifica, contro le resistenze della destra, i diritti
dei migranti e il rifiuto della corsa al riarmo e del ricorso alla guerra.
Sta di fatto che, alla
fine del discorso tenuto davanti al Parlamento spagnolo riunito, in cui ha
ribadito questi punti, Leone ha ricevuto una standing ovation di
sette minuti – la più lunga che si ricordasse, almeno dall’incoronazione di
Filippo VI – da tutti i partiti.
Un altro aspetto oggi di
estrema attualità toccato dal papa, parlando al Corpo diplomatico e alle
autorità civili, ha riguardato la possibilità di una pacifica e feconda
coesistenza delle tre grandi religioni mediterranee. Prendendo le mosse dalla
lunga presenza dell’Islam nella Penisola iberica, Prevost ha sottolineato che
allora «si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul
senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei», facendo notare che,
contro la ricorrente tesi dello “scontro di civiltà”, «questa è la verità
che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di
solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli
inevitabili conflitti in punti di ripartenza».
La farsa
Questa dimostrazione, da
parte del capo della Chiesa cattolica, di saper superare la logica conflittuale
delle contrapposizioni ideologiche e religiose, (ri)proponendo un messaggio
evangelico troppo spesso dimenticato e frainteso, arriva in un momento in cui
l’Occidente, emancipatosi con orgoglio dalla sua anima cristiana, si ritrova a
non averne nessuna.
Abbiamo tutti sotto gli
occhi la disastrosa situazione – culturale, prima che politica – del Paese che
ha costituito, dalla seconda guerra mondiale in poi, il punto di riferimento
del mondo occidentale, gli Stati Uniti. La seconda presidenza di Donald Trump
sta davvero avendo, come lui si proponeva, una portata epocale, ma nel senso
opposto a quello promesso. L’età dell’oro solennemente proclamata si è
trasformata nella più buia stagione della democrazia americana.
Non solo e non tanto per
le singole scelte politiche, ma per il clima in cui esse sono maturate e sono
vissute. Il narcisismo esibizionista del presidente ha trasformato la politica
degli Stati Uniti – e, per riflesso, quella dell’intero pianeta – in una
immensa scena teatrale, in cui l’incontrastato protagonista sembra recitare il
copione di una di quelle opere teatrali di Beckett o di Ionesco che, alla metà
del secolo scorso, diedero vita al “teatro dell’assurdo”. Anche se forse
sarebbe più appropriato parlare di una farsa.
Perché solo così si
possono qualificare le evidenti falsità e le continue contraddizioni, diffuse
senza soluzione di continuità ai quattro venti, che hanno indotto alcuni
osservatori a parlare di una possibile instabilità mentale dell’inquilino della
Casa Bianca.
L’ultimo scenario è
quello dell’attacco gratuito e illegale all’Iran, motivato da Trump con una
grave minaccia incombente (che tutti i responsabili dell’Intelligence americana
hanno pubblicamente smentito) e rivelatosi fallimentare sotto tutti i profili,
ma esaltato dal presidente come una doverosa missione e un successo storico.
In realtà, il risultato,
fino a questo momento, è non solo il mancato raggiungimento degli obiettivi
dichiarati – il cambio di regime, la consegna delle riserve di uranio e la
smobilitazione dell’arsenale missilistico iraniano – ma, paradossalmente, la nascita
di un problema che non esisteva prima della guerra: quello della libera
circolazione nello stretto di Hormuz. Con la gravissima crisi economica
mondiale che ne sta derivando e che sta inducendo il presidente americano a
cercare disperatamente di porre fine alla sua folle avventura, senza peraltro
riuscirci.
Rientrano nell’aspetto
farsesco le continue uscite, in cui Trump alterna minacce apocalittiche a
dichiarazioni – la CNN ne ha contate trentotto – in cui assicura che la pace è
quasi raggiunta. Per non parlare del rapporto con Netanyahu, secondo molti osservatori
il vero promotore di questa guerra, disastrosa per tutti, anche per Israele, ma
funzionale alla conservazione del potere da parte del premier israeliano.
Trump continua a ripetere di essere lui a controllare pienamente il suo
alleato, ma i fatti lo smentiscono, perché questi mostra di ignorare
platealmente gli inviti alla moderazione di Washington e procede imperterrito
per la sua strada.
In questo contesto, il
presidente americano è rimasto molto deluso e amareggiato di non avere ricevuto
il premio Nobel per la pace, che riteneva di meritare. Una nota comica che
coinvolge indirettamente anche il nostro Paese, perché la presidente del Consiglio
è stata l’unica premier occidentale a raccogliere e rilanciare
questa pretesa per il prossimo anno.
La tragedia
Questa farsa, però, non
fa ridere. Intanto, per il suo significato politico. In pochi mesi il
presidente americano ha distrutto l’immagine di Occidente costruita dopo la
seconda guerra mondiale, che implicava l’amicizia fra le due sponde
dell’Atlantico. La guerra commerciale scatenata contro i suoi stessi
tradizionali alleati; i toni sprezzanti e minacciosi, da parte sua e del suo
vice Vance, nei confronti dell’Europa; l’ambiguo rapporto col presidente russo
Putin, hanno creato una situazione di incertezza e di diffidenza, a cui
purtroppo i governi europei non hanno saputo rispondere rafforzando l’aspetto
politico della Ue e scegliendo invece di procedere in ordine sparso sulla via
di una maggiore autonomia militare dall’alleato americano.
L’unica linea politica
comune che in questo momento l’Europa sta riuscendo a elaborare è,
paradossalmente, una riedizione di quella trumpiana di chiusura delle frontiere
e di deportazione dei migranti, di cui Meloni si vanta di essere stata la
promotrice a livello europeo. L’Occidente sembra sopravvivere, tragicamente,
solo in questo ripiegamento su un sovranismo che lo chiude alle esigenze degli
altri popoli.
L’altro punto di accordo
con gli Stati Uniti è la complice tolleranza di fronte a ciò che Israele da più
di due anni sta facendo a Gaza e in Cisgiordania, e ora anche in Libano, sotto
gli occhi imbarazzati dei governi europei. Mentre l’opinione pubblica è sempre
più impressionata dai documentatissimi crimini dello Stato ebraico, i governi
sembrano incapaci, a differenza di quanto mostrato nei confronti della Russia,
di intervenire con sanzioni perfino quando, come nel caso dell’abbordaggio
illegale alla Flotilla, la violenza e l’arroganza dei governanti e dei militari
di Tel Aviv si sfogano sui loro cittadini.
Ma la tragedia più grande
è la cancellazione delle regole del diritto internazionale, che implicavano una
limitazione della forza in nome del rispetto per le persone e per i popoli. È
stato ancora una volta Trump a teorizzare che ormai il diritto coincide con il
potere del più forte.
Lo ha detto e lo ha
fatto. Così egli ha potuto senza problemi proporre di trasformare la Striscia
di Gaza in un resort di lusso, sulle macerie delle case dei
due milioni e mezzo di palestinesi che la abitavano. E aggredire con la sua
soverchiante forza militare il Venezuela, non per instaurare la democrazia, ma
per farsi cedere le risorse petrolifere del paese. Senza suscitare una reazione
internazionale di condanna, anzi incassando l’approvazione della sua (allora)
amica Meloni, che ha parlato di una «legittima operazione difensiva»
Al di là della tragedia e
della farsa
Acquista tutto il suo
significato, in questo contesto, il recente scontro tra il presidente americano
e papa Leone, da lui accusato di essere «pessimo in politica estera». E di
stare «mettendo in pericolo molti cattolici», per la sua ferma opposizione – ribadita
durante il viaggio in Spagna – alla guerra in Iran, definita «ingiusta» e, più
ampiamente, alla politica di riarmo promossa da Trump e fatta propria dai Paesi
europei. Quella del pontefice è stata la sola voce a levarsi in questo senso
nel mondo occidentale.
Così come ora, con la
Magnifica humanitas – vero e proprio “manifesto” di un umanesimo ispirato ai
valori cristiani della fraternità e della pace – e con il viaggio in Spagna,
papa Leone appare il solo ad essere in grado di proporre un messaggio veramente
alternativo alla rappresentazione offerta da Trump e sostanzialmente subita
dagli altri leader occidentali.
Di fronte a un Occidente
che sembra non avere più criteri di umanità e calpesta la vita di tutti coloro
che non hanno voce – dai bambini non nati ai poveri e ai migranti – in nome di
una logica egoista ed efficientista, la Chiesa ricopre in modi nuovi la sua
antica funzione civilizzatrice e interviene per proporre una rappresentazione
diversa dalla brutta tragicommedia che i leader politici
stanno recitando.
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