sabato 13 giugno 2026

IL PAPA, LA TRAGEDIA, LA FARSA

 La Chiesa ricopre in modi nuovi la sua antica funzione civilizzatrice e interviene per proporre una rappresentazione diversa dalla brutta tragicommedia che i leader politici stanno recitando. 

-di Giuseppe Savagnone 

 Il papa in Spagna

Il viaggio in Spagna di Leone XIV – il primo di un pontefice dopo 15 anni – si è trasformato, al di là di ogni previsione, in una trionfale legittimazione del ruolo al tempo stesso spirituale e politico del cattolicesimo in questo momento storico, e non solo per la Spagna.

Dopo secoli di imperante tradizione cattolica, il paese iberico negli ultimi decenni era diventato, anche per reazione al periodo franchista, un esempio di secolarizzazione estrema, di cui lo zapaterismo, con le sue scelte in campo etico, aveva rappresentato l’emblema. E su questa linea si è mosso, anni dopo, l’attuale premier socialista Pedro Sánchez, a cui si devono ultimamente anche l’approvazione di una legge sull’eutanasia e la proposta di inserire nella Costituzione il diritto di abortire.

Agli antipodi del governo socialista la destra estrema di «Vox», schierata contro il premier sulle questioni bioetiche, ma polemica nei confronti dell’episcopato spagnolo in merito all’accoglienza dei migranti, a cui, invece, Sánchez ha sempre guardato come a una risorsa, piuttosto che come a una minaccia, arrivando a regolarizzarne pochi mesi fa ben cinquecentomila.

Alla luce di questo quadro problematico, la scelta di papa Prevost di fare questo viaggio si presentava come un azzardo. Si puntava, naturalmente, su una partecipazione calorosa da parte di una minoranza di persone rimaste fedeli alla Chiesa, ma che si pensava sarebbe stata pur sempre una minoranza.

Quello che non si prevedeva erano le folle oceaniche che hanno accolto il pontefice a Madrid, a Barcellona e nelle Canarie, e che hanno risposto con entusiasmo al suo messaggio.

Perché papa Leone non si è limitato a portare il santissimo per le strade gremite della capitale e a compiere gesti simbolici di grande effetto, come quello di rivolgersi in catalano ai barcellonesi. Ha parlato. E ha parlato chiaro, senza timore di infrangere dei tabù culturali della sinistra, come quelli legati all’aborto e al fine vita, riuscendo però a evidenziare che le posizioni della Chiesa cattolica su questi temi non si possono ridurre alla difesa di uno sterile moralismo, ma scaturiscono da una visione – esposta con grande efficacia nella recente enciclica «Magnifica humanitas» – che mette al centro la dignità sacra della persona umana e giustifica, contro le resistenze della destra, i diritti dei migranti e il rifiuto della corsa al riarmo e del ricorso alla guerra.

Sta di fatto che, alla fine del discorso tenuto davanti al Parlamento spagnolo riunito, in cui ha ribadito questi punti, Leone ha ricevuto una standing ovation di sette minuti – la più lunga che si ricordasse, almeno dall’incoronazione di Filippo VI – da tutti i partiti.

Un altro aspetto oggi di estrema attualità toccato dal papa, parlando al Corpo diplomatico e alle autorità civili, ha riguardato la possibilità di una pacifica e feconda coesistenza delle tre grandi religioni mediterranee. Prendendo le mosse dalla lunga presenza dell’Islam nella Penisola iberica, Prevost ha sottolineato che allora «si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei», facendo notare che, contro la ricorrente tesi dello “scontro di civiltà”,  «questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza».

La farsa

Questa dimostrazione, da parte del capo della Chiesa cattolica, di saper superare la logica conflittuale delle contrapposizioni ideologiche e religiose, (ri)proponendo un messaggio evangelico troppo spesso dimenticato e frainteso, arriva in un momento in cui l’Occidente, emancipatosi con orgoglio dalla sua anima cristiana, si ritrova a non averne nessuna.

Abbiamo tutti sotto gli occhi la disastrosa situazione – culturale, prima che politica – del Paese che ha costituito, dalla seconda guerra mondiale in poi, il punto di riferimento del mondo occidentale, gli Stati Uniti. La seconda presidenza di Donald Trump sta davvero avendo, come lui si proponeva, una portata epocale, ma nel senso opposto a quello promesso. L’età dell’oro solennemente proclamata si è trasformata nella più buia stagione della democrazia americana.

Non solo e non tanto per le singole scelte politiche, ma per il clima in cui esse sono maturate e sono vissute. Il narcisismo esibizionista del presidente ha trasformato la politica degli Stati Uniti – e, per riflesso, quella dell’intero pianeta –  in una immensa scena teatrale, in cui l’incontrastato protagonista sembra recitare il copione di una di quelle opere teatrali di Beckett o di Ionesco che, alla metà del secolo scorso, diedero vita al “teatro dell’assurdo”.  Anche se forse sarebbe più appropriato parlare di una farsa.

Perché solo così si possono qualificare le evidenti falsità e le continue contraddizioni, diffuse senza soluzione di continuità ai quattro venti, che hanno indotto alcuni osservatori a parlare di una possibile instabilità mentale dell’inquilino della Casa Bianca.

L’ultimo scenario è quello dell’attacco gratuito e illegale all’Iran, motivato da Trump con una grave minaccia incombente (che tutti i responsabili dell’Intelligence americana hanno pubblicamente smentito) e rivelatosi fallimentare sotto tutti i profili, ma esaltato dal presidente come una doverosa missione e un successo storico.

In realtà, il risultato, fino a questo momento, è non solo il mancato raggiungimento degli obiettivi dichiarati – il cambio di regime, la consegna delle riserve di uranio e la smobilitazione dell’arsenale missilistico iraniano – ma, paradossalmente, la nascita di un problema che non esisteva prima della guerra: quello della libera circolazione nello stretto di Hormuz. Con la gravissima crisi economica mondiale che ne sta derivando e che sta inducendo il presidente americano a cercare disperatamente di porre fine alla sua folle avventura, senza peraltro riuscirci.

Rientrano nell’aspetto farsesco le continue uscite, in cui Trump alterna minacce apocalittiche a dichiarazioni – la CNN ne ha contate trentotto – in cui assicura che la pace è quasi raggiunta. Per non parlare del rapporto con Netanyahu, secondo molti osservatori il vero promotore di questa guerra, disastrosa per tutti, anche per Israele, ma funzionale alla conservazione del potere da parte del premier israeliano. Trump continua a ripetere di essere lui a controllare pienamente il suo alleato, ma i fatti lo smentiscono, perché questi mostra di ignorare platealmente gli inviti alla moderazione di Washington e procede imperterrito per la sua strada.

In questo contesto, il presidente americano è rimasto molto deluso e amareggiato di non avere ricevuto il premio Nobel per la pace, che riteneva di meritare. Una nota comica che coinvolge indirettamente anche il nostro Paese, perché la presidente del Consiglio è stata l’unica premier occidentale a raccogliere e rilanciare questa pretesa per il prossimo anno.

La tragedia

Questa farsa, però, non fa ridere. Intanto, per il suo significato politico. In pochi mesi il presidente americano ha distrutto l’immagine di Occidente costruita dopo la seconda guerra mondiale, che implicava l’amicizia fra le due sponde dell’Atlantico. La guerra commerciale scatenata contro i suoi stessi tradizionali alleati; i toni sprezzanti e minacciosi, da parte sua e del suo vice Vance, nei confronti dell’Europa; l’ambiguo rapporto col presidente russo Putin, hanno creato una situazione di incertezza e di diffidenza, a cui purtroppo i governi europei non hanno saputo rispondere rafforzando l’aspetto politico della Ue e scegliendo invece di procedere in ordine sparso sulla via di una maggiore autonomia militare dall’alleato americano.

L’unica linea politica comune che in questo momento l’Europa sta riuscendo a elaborare è, paradossalmente, una riedizione di quella trumpiana di chiusura delle frontiere e di deportazione dei migranti, di cui Meloni si vanta di essere stata la promotrice a livello europeo. L’Occidente sembra sopravvivere, tragicamente, solo in questo ripiegamento su un sovranismo che lo chiude alle esigenze degli altri popoli.

L’altro punto di accordo con gli Stati Uniti è la complice tolleranza di fronte a ciò che Israele da più di due anni sta facendo a Gaza e in Cisgiordania, e ora anche in Libano, sotto gli occhi imbarazzati dei governi europei. Mentre l’opinione pubblica è sempre più impressionata dai documentatissimi crimini dello Stato ebraico, i governi sembrano incapaci, a differenza di quanto mostrato nei confronti della Russia, di intervenire con sanzioni perfino quando, come nel caso dell’abbordaggio illegale alla Flotilla, la violenza e l’arroganza dei governanti e dei militari di Tel Aviv si sfogano sui loro cittadini.

Ma la tragedia più grande è la cancellazione delle regole del diritto internazionale, che implicavano una limitazione della forza in nome del rispetto per le persone e per i popoli. È stato ancora una volta Trump a teorizzare che ormai il diritto coincide con il potere del più forte.

Lo ha detto e lo ha fatto. Così egli ha potuto senza problemi proporre di trasformare la Striscia di Gaza in un resort di lusso, sulle macerie delle case dei due milioni e mezzo di palestinesi che la abitavano. E aggredire con la sua soverchiante forza militare il Venezuela, non per instaurare la democrazia, ma per farsi cedere le risorse petrolifere del paese. Senza suscitare una reazione internazionale di condanna, anzi incassando l’approvazione della sua (allora) amica Meloni, che ha parlato di una «legittima operazione difensiva»

Al di là della tragedia e della farsa

Acquista tutto il suo significato, in questo contesto, il recente scontro tra il presidente americano e papa Leone, da lui accusato di essere «pessimo in politica estera». E di stare «mettendo in pericolo molti cattolici», per la sua ferma opposizione – ribadita durante il viaggio in Spagna – alla guerra in Iran, definita «ingiusta» e, più ampiamente, alla politica di riarmo promossa da Trump e fatta propria dai Paesi europei. Quella del pontefice è stata la sola voce a levarsi in questo senso nel mondo occidentale.

Così come ora, con la Magnifica humanitas – vero e proprio “manifesto” di un umanesimo ispirato ai valori cristiani della fraternità e della pace – e con il viaggio in Spagna, papa Leone appare il solo ad essere in grado di proporre un messaggio veramente alternativo alla rappresentazione offerta da Trump e sostanzialmente subita dagli altri leader occidentali.

Di fronte a un Occidente che sembra non avere più criteri di umanità e calpesta la vita di tutti coloro che non hanno voce – dai bambini non nati ai poveri e ai migranti – in nome di una logica egoista ed efficientista, la Chiesa ricopre in modi nuovi la sua antica funzione civilizzatrice e interviene per proporre una rappresentazione diversa dalla brutta tragicommedia che i leader politici stanno recitando. 

www.tuttavia.eu


 

 

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