Fede, speranza e carità non sono separate né in una rigida successione, ma si incrociano e sostengono l’un l’altra nel corso di tutta la nostra vita.
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di Enzo Bianchi
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di Enzo Bianchi
Portare speranza in un mondo di divisioni e trincee
Il cardinale
presidente della Cei ha guidato Il pellegrinaggio giubilare dell’arcidiocesi di
Bologna: mentre oggi si prepara la pace armandosi è quanto mai necessario
accendere la speranza ed "essere il riflesso dell’amore di Dio.
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di Isabella Piro – Città del Vaticano
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La
processione verso la Porta Santa
L’invito
a pregare per Papa Francesco e a guardare al suo servizio, che “ricorda a tutti
noi di essere servi” nei confronti del prossimo, il cardinale Zuppi lo aveva
rivolto in particolare, il 22 marzo, ai circa duemila fedeli di Bologna giunti
a Roma in pellegrinaggio giubilare. Nel pomeriggio dello scorso sabato, il
porporato ha guidato la processione dei pellegrini bolognesi lungo via della
Conciliazione fino alla basilica Vaticana. Quindi, dopo aver attraversato la
Porta Santa, all’altare della Confessione, l'arcivescovo ha presieduto la
Messa, concelebrata, fra gli altri, dai vicari generali dell’arcidiocesi, i
monsignori Stefano Ottani e Giovanni Silvagni, e da alcuni sacerdoti diocesani.
Ripudiare
la guerra invece di preparare la pace con le armi
Nell’omelia,
il cardinale Zuppi ha sottolineato l’importanza, per i cristiani, di essere “il
riflesso dell’amore di Dio” e diventare “segni di speranza”, soprattutto in un
mondo che “si divide e si chiude”, in cui i confini sono diventati “trincee e
non cerniere”; in un mondo che “esclude il povero”, non accetta lo straniero e
ritiene “normale” il fatto che “i nostri fratelli muoiono in mezzo al mare”; in
un mondo attraversato da semi di odio, ingiustizia e ignoranza, “che non
ripudia la guerra e che pensa di preparare la pace armandosi, invece di
investire nelle realtà capaci di risolvere pacificamente e con il diritto i
conflitti”; in un mondo che “scarta la vita e la rende insignificante perché
non amata”. In un mondo così, ha aggiunto il porporato, è quanto mai necessario
sentire “la grazia” di essere del Signore per accendere la speranza, perché “la
speranza, a differenza del fatalismo, affronta il male”.
Voler
cambiare il mondo non è ingenuità, ma speranza
In
fondo, il senso del pellegrinaggio e del Giubileo, ha aggiunto l’arcivescovo di
Bologna, è proprio questo: convertirsi per “prendere sul serio la
misericordia”, per “essere pieni di speranza” e rianimarla anche nel prossimo,
rendendola “contagiosa per quanti la desiderano”. Perché “non è da ingenui
voler cambiare il mondo, ma da figli della speranza”.
La
Chiesa è comunione
“Abbiamo
camminato insieme — ha concluso l’arcivescovo di Bologna — per ritrovarci. La
Chiesa è questo: è legame di comunione che ci accompagna anche quando siamo
lontani, e che si ritrova attorno a Gesù. Ringraziamo di questo luogo che ci
riporta alle origini dell’avventura cristiana, ci aiuta a capire con Pietro chi
è il più grande, e a seguire Gesù che ci dà l’esempio, perché anche noi saremo
beati se laveremo i piedi gli uni gli altri”.
L’indulgenza
è il coinvolgimento nell’Amore
Partiti
da Bologna nelle prime ore del mattino, prima di raggiungere San Pietro i
pellegrini si sono radunati nella chiesa romana di San Giovanni Battista dei
Fiorentini per un momento di catechesi. “L’esperienza del pellegrinaggio — ha
spiegato il porporato — ravviva in noi il concetto di indulgenza, che non
significa chiudere un occhio o ‘Fai come ti pare!’, ma ci ricorda il nostro
coinvolgimento in una storia d’amore”. Citando quindi don Primo Mazzolari, il
“parroco di Bozzolo”, il presidente della Cei ha ribadito: “La speranza è un
contadino che, nel freddo e nella nebbia di ottobre, vede le messi di giugno”,
esortando quindi a far prevalere questa virtù teologale e ad andare
“controcorrente” là dove “sembra prevalere l’immobilismo, l’egoismo e il calcolo”.
Combattere
il male con la preghiera e la carità
A
prendere la parola è stato anche don Andrea Lonardo, originario del capoluogo
emiliano-romagnolo, e attualmente docente all’Istituto di scienze religiose
“Ecclesia Mater” di Roma, nonché direttore del Servizio per la cultura e
l’università della diocesi di Roma, il quale ha ricordato che “attraverso il
pellegrinaggio, la carità e la preghiera, il cristiano trova la forza di
combattere contro il male”. “Il Giubileo — ha concluso — è un’intuizione
antica, ma essenziale anche per l’oggi, perché ci ricorda che il cristianesimo
non è un mito: a Roma veramente Pietro è stato ucciso. Dunque, non si può non
avere una relazione con la Città eterna e con il suo vescovo”. Infine, c’è
stato lo spazio per un momento di animazione e gioco che ha visto protagonisti
i numerosi bambini presenti.
del Tempo Ordinario B*
- 3 novembre 2024-
Vangelo: Mc
12, 28b-34
Commento di S.B. Pierbattista
Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme
Ma
durante quel cammino per Gesù donare la vita significa fermarsi e prendersi a
cuore il dolore di quella persona, di Bartimeo, che grida e si rivolge a Lui
per avere di nuovo la vista. Gesù si ferma, lo incontra, lo guarisce.
Ascoltare
Amare,
dunque, è anche fermarsi ed ascoltare, prendersi a cuore.
Nel
brano di oggi vediamo che Gesù è giunto a Gerusalemme. È la città dove si sale
dove l’amore per Dio trova espressione concreta e visibile: offrire il culto e
i sacrifici all’unico Dio e Signore.
Il
brano, inoltre, è proprio ambientato nel tempio, nel luogo dove Dio abita, e
dove si entra per adorarlo.
Ci
troviamo al capitolo 12 di Marco. Nel capitolo precedente vi è la descrizione
dell’ingresso di Gesù che entra solennemente nella Città santa. Nei giorni
successivi al suo ingresso, si reca al tempio ed entra in dialogo con i capi
religiosi, con i dottori della legge, che in fondo hanno già deciso di
ucciderlo. E i dialoghi che Marco racconta non migliorano la sua situazione.
Gesù parla con libertà, e questo non contribuisce certo a metterlo in buona
luce. Eppure, ancora una volta, Gesù si ferma, non fugge l’incontro nemmeno con
coloro che gli sono ostili.
Dentro
questo contesto l’evangelista Marco inserisce il dialogo tra Gesù e uno scriba,
che lo interroga su quale sia il primo comandamento: “Qual è il primo
di tutti i comandamenti?” (Mc 12,28).
Amare
La
risposta sarebbe in fondo semplice: il primo comandamento è amare Dio.
Ma
Gesù non si ferma a questa prima risposta, come a dire che questa risposta, da
sola, è in qualche modo incompleta, e aggiunge anche quale sia il
secondo: “Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso.
Non c’è altro comandamento più grande di questi” (Mc 12,31).
Non
basta salire a Gerusalemme, entrare nel tempio e rendere gloria a Dio. Non è
solo in questo la pienezza della legge. La pienezza della legge passa anche da
Gerico, e chiede di fermarsi davanti al dolore di un povero che non ha nulla e
non conta nulla davanti agli occhi della gente. Non si può salire a Gerusalemme
senza passare per Gerico.
Spesso,
per noi, è facile scegliere qualcosa ed escludere qualcos’altro, e provare a
semplificare la vita eliminando qualcosa di ciò che rende complesso il vivere e
l’amare.
Servire
Se
è vero che il fine del cammino di ciascuno è quello di arrivare ad avere un
cuore capace di amare, il rischio è quello di tenere divisi gli ambiti e gli
spazi: posso scegliere di amare Dio, senza preoccuparmi minimamente di chi mi
sta accanto. Oppure, al contrario, posso amare appassionatamente le persone,
tenendo fuori Dio dal mio cuore, come se Dio non c’entrasse con l’attenzione al
povero. Come se necessariamente dovessimo scegliere.
Gesù
chiede, invece, di non escludere né l’uno né l’altro, perché questi due amori
non sono antagonisti, non si fanno mai la guerra. Anzi, nessuno di questi due
amori basta a se stesso, per il semplice fatto che Dio e l’uomo sono uniti da
un profondo legame, da una misteriosa unità: non si può amare l’uno senza amare
anche l’altro. Dio non vuole essere amato da solo.
È
interessante che lo scriba non solo è d’accordo con Gesù, e aggiunge un suo
commento: amare così vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici: “Hai
detto bene, Maestro … amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con
tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli
olocausti e i sacrifici” (Mc 12,32-33).
Se
pensiamo che queste parole sono pronunciate nel tempio, e che gran parte della
religiosità di Israele ruotava intorno ad olocausti e sacrifici, allora vediamo
che davvero questo scriba non è lontano dal regno di Dio (Mc 12,34). Perché il
regno di Dio è esattamente questa esperienza di un amore gratuitamente
ricevuto, e che va semplicemente condiviso con tutti coloro che, come Bartimeo,
siedono ai cigli delle strade a chiedere pietà.
+
Pierbattista
In quel tempo,
Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo
nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non
glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e
subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.
Chiunque, infatti, vi
darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in
verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.
Chi scandalizzerà uno
solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga
messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è
motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano
sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E
se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare
nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella
Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per
te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere
gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue»
(Vangelo di Marco 9,38-48).
Commento di don Marco
Pozza
Niente
da fare: proprio non ci arrivano gli apostoli. Proprio non ci arriviamo noi,
discendenti diretti dei primi amici del Cristo. Che nessuno venga a dire, poi,
che i tempi sono mutati: siamo ancora esattamente «in quel tempo» come ama
specificare il vangelo. In quel tempo, cioè nel nostro tempo, dove i discorsi
sono gli stessi d’allora, discorsi imbastiti all’ombra del campanile: «Maestro,
abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo,
perché non ci seguiva». Glielo dicono così sfacciatamente e ingenuamente che ti
viene da pensare che lo pensassero per davvero; che, dicendolo, si sarebbero
portati a casa il più bell’applauso tra quelli che il Cristo aveva loro sinora
riservato. Gli dicono, in parole povere, che scacciare il male cercando di
accendere del bene lo possono fare soltanto loro. Perché solamente loro hanno
l’autorizzazione ad agire in nome e per conto di Dio, quand’invece «io so e
sento che fare del bene è la vera felicità di cui il cuore umano può godere»
(J.J. Rousseau). Sono convinti, in parole povere, di essere loro coloro che
hanno lo Spirito Santo in tasca. Dio è un affare loro, proprietà privata loro.
L’altro è brutto, sporco, cattivo non perchè lo sia veramente ma «perchè non ci
seguiva». Detto con linguaggio di parrocchia contemporaneo: “Non è dei nostri,
don”. Di quelli che vengono alla messa, in parrocchia, che si smazzano per
pulire chiesa, patronato e dintorni.
INCONTRO
ANNUALE ASSOCIAZIONI DI FEDELI E MOVIMENTI ECCLESIALI
SANTA
MESSA (Basilica di San Pietro – 13
giugno 2024 – ore 8:00)
OMELIA
DEL CARD. FARRELL
Cari fratelli e sorelle,
Gesù pone una condizione esigente per entrare nel Regno dei cieli: avere una
giustizia superiore a quella di scribi e farisei.
I farisei, pur essendo
molto osservanti, pensavano quasi esclusivamente al rapporto con Dio, cioè,
possiamo dire, la loro “giustizia” si concentrava sulla dimensione verticale
dell’amore, trascurando però la relazione con gli altri, la dimensione orizzontale.
Per illustrare il suo
insegnamento su questo tema, Gesù accenna a tre atteggiamenti che ci separano
dal fratello: adirarsi con lui, chiamarlo “stupido”, chiamarlo “pazzo”. Sono
tre gradi progressivi di condanna: allontanare da sé il fratello con l’ira; considerare
le sue idee di poco valore; presumere di entrare nell’intimo della sua
coscienza, arrivando a svalutare persino la sua relazione con Dio,
considerandola falsa, superficiale e ipocrita.
Queste parole Gesù le
pronuncia commentando il quinto comandamento: “non uccidere”. Fa comprendere
così che si può “uccidere” il fratello dentro di sé, cioè non materialmente, ma
spiritualmente.
Disprezzare il prossimo e
condannarlo senza appello è violare il quinto comandamento, è già “uccidere” il
fratello nel proprio cuore. Gesù, dunque, invita ad andare oltre la “giustizia
dei farisei”, cioè a superare la separazione fra il culto reso a Dio e la
relazione con gli altri.
In Gesù tutto si trova
unito: Egli è uomo e Dio, ama perfettamente il Padre e ama gli uomini. Si sente
amato dal Padre suo e con lo stesso amore ama i fratelli: «come il Padre ha
amato me, anche io ho amato voi» dice nel Vangelo di Giovanni (Gv 15,9). Egli
desidera portare Dio agli uomini, ma, allo stesso tempo, desidera portare gli
uomini a Dio.
Se ci pensiamo bene, la
“giustizia superiore”, di cui parla Gesù, è Lui stesso, è il suo modo di essere
e di agire. Ma anche noi possiamo diventarne partecipi e questo ci consola!
Infatti, chi ha creduto in Gesù e ha ricevuto da Lui lo Spirito Santo, diventa
come Lui! Partecipa della sua “giustizia superiore”! Non separa più la
relazione con Dio e quella con i fratelli. Diventa capace di amare Dio con
tutto il cuore e il prossimo come sé stesso. Questa ritrovata unità,
quest’unico amore che abbraccia Dio e i fratelli, è il frutto più maturo della
fede cristiana!
Carissimi, nel prepararci a vivere questa giornata di riflessione sul tema della sinodalità missionaria, chiediamo la carità che è dono dello Spirito Santo perché nei nostri rapporti personali, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità ecclesiali, nutriamo sempre un sincero amore per i fratelli che il Signore ci ha messo accanto.
Amen.
Ogni
cristiano è chiamato ogni giorno a impegnarsi con cuore indiviso nella
vocazione e nella missione affidatagli da Dio, servendo Lui e il prossimo in
spirito di carità….
Lo
zelo apostolico implica sia un’unione con Gesù, alimentata dalla preghiera e
dai Sacramenti, sia il desiderio di diffondere la bellezza del messaggio
cristiano attraverso la fedeltà alla propria vocazione particolare…
Anche
noi, dunque, traendo forza dal Signore, impariamo a compiere le azioni
ordinarie in modo straordinario e così a crescere ogni giorno nella fede, nella
carità e nella zelante testimonianza di Cristo. Ognuno di noi è chiamato alla
santità, alla santità di tutti i giorni, alla santità della vita cristiana
comune.
A
volte, insistendo troppo sul nostro sforzo di compiere opere buone, abbiamo
generato un ideale di santità troppo fondato su di noi, sull’eroismo personale,
sulla capacità di rinuncia, sul sacrificarsi per conquistare un premio . È una
visione a volte troppo pelagiana della vita, della santità. Così abbiamo fatto
della santità una meta impervia, l’abbiamo separata dalla vita di tutti i
giorni invece che cercarla e abbracciarla nella quotidianità, nella polvere
della strada, nei travagli della vita concreta.
Essere discepoli di Gesù e camminare sulla via della santità è anzitutto lasciarsi trasfigurare dalla potenza dell’amore di Dio”.
La santità non è fatta di pochi gesti eroici, ma di tanto amore quotidiano. Amare significa questo: servire e dare la vita. Servire, cioè non anteporre i propri interessi; disintossicarsi dai veleni dell’avidità e della competizione; combattere il cancro dell’indifferenza e il tarlo dell’autoreferenzialità, condividere i carismi e i doni che Dio ci ha donato. …. Nel concreto, chiedersi ‘che cosa faccio per gli altri?’.
Questo è amare, e vivere le cose di ogni giorno in spirito di servizio, con amore e senza clamore, senza rivendicare niente. E poi dare la vita, che non è solo offrire qualcosa, come per esempio alcuni beni propri agli altri, ma donare sé stessi
Il segreto della santità è servire il Vangelo e i fratelli, offrire la propria vita senza tornaconto. I santi hanno vissuto così la santità: abbracciando con entusiasmo la loro vocazione, si sono spesi per il Vangelo, hanno scoperto una gioia che non ha paragoni e sono diventati riflessi luminosi del Signore nella storia.
I santi hanno vissuto così la santità: abbracciando con entusiasmo la loro vocazione, si sono spesi per il Vangelo, hanno scoperto una gioia che non ha paragoni e sono diventati riflessi luminosi del Signore nella storia.
Questo è un santo o una santa: un riflesso luminoso del Signore nella storia.
Andiamo avanti su questa strada, il Signore non ci mancherà.
Papa Francesco
- Un personaggio
che non apparteneva alla “casta”
La
morte di Biagio Conte, a soli 59 anni, ha avuto una risonanza che va ben oltre
la cerchia dei suoi collaboratori e sostenitori. La notizia è stata ripresa dai
giornali nazionali che hanno parlato di lui, dando ampio spazio alla
ricostruzione della sua storia. Il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla ha
emanato un’ordinanza con cui ha indetto il lutto cittadino e le bandiere a
mezz’asta. E il presidente della
Repubblica, Sergio Mattarella, lo ha ricordato come «punto di riferimento, non
soltanto a Palermo, per chi crede nei valori della solidarietà e della dignità
della persona, che ha testimoniato concretamente, in maniera coinvolgente ed
eroica».
Un’eco
così ampia non era scontata. In questa società dell’immagine, del prestigio
sociale e del potere economico e politico, Biagio Conte non vantava nessuno di
questi titoli. Non era un “influencer”, non aveva nessuna carica, neppure
ecclesiastica, non faceva parte della “casta”. Da quando ha fatto le sue scelte
di vita, ha voluto solo esser “fratel Biagio”, un poveraccio col saio e un
bastone, che ha girato a piedi per l’Italia e per l’Europa, spesso dormendo
all’addiaccio, mangiando quello che per carità gli offrivano, senza fare discorsi
memorabili, semplicemente vivendo la sua povertà come una testimonianza per un
mondo ricco, che non vuole rinunziare a nulla e non intende condividere con i
bisognosi quello che ha.
La
«Missione di Speranza e Carità»
I
giornali hanno parlato di lui come di un uomo che ha speso tutta la sua vita a
favore degli ultimi. Ed è vero. A Palermo aveva creato la «Missione di Speranza
e Carità», dove accoglieva incondizionatamente poveri, senzatetto, migranti, ex
tossici, emarginati. Il progetto, nel corso degli anni, si è allargato con la
costruzione, accanto alla «Missione di Speranza e Carità», di altre realtà:
«Città della gioia», «La Cittadella del povero e della speranza» e «La Casa di
Accoglienza femminile». Oggi le diverse sedi accolgono oltre mille persone a
cui sono offerti tre pasti al giorno, assistenza medica e, all’occorrenza,
vestiti puliti. Chiunque bussa alla porta riceve ascolto e aiuto da una rete di
volontari che si è creata intorno al fondatore.
Una
scelta di povertà
In
questo senso davvero la storia di “fratel Biagio” ha delle analogie con quella
di Francesco d’Assisi. Come Francesco, anche lui proveniva da una ricca
famiglia – non di mercanti, ma di costruttori edili – , che lo aveva spedito a
studiare in Svizzera, presso un collegio privato. Poi era tornato a Palermo,
per continuare gli studi sempre in una scuola privata, ma aveva lasciato gli
studi a 16 anni, iniziando precocemente a lavorare nell’impresa della sua
famiglia.
Era
ricco ma insoddisfatto. «Mi stordivo con auto di lusso, griffe, belle ragazze e
vestivo solo di grigio o di nero, la mia vita non aveva colori», racconterà.
Aveva cercato di sfogare la sua inquietudine puntando sull’arte. A 20 anni,
decise di andare a vivere a Firenze inseguendo il sogno di diventare pittore o
scultore.
Gli
ci vollero sette anni per capire che neanche questo poteva riempire il vuoto
che sentiva dentro. Fin quando non scoprì che a colmarlo poteva essere solo
Cristo. Da qui, la scelta radicale di spogliarsi di tutti i suoi averi,
lasciare i genitori e le due sorelle minori, per abbracciare la vita da eremita
nelle montagne dell’entroterra siciliano e successivamente facendo un viaggio
interamente a piedi verso la città di Assisi.
Nell’estate
del 1991 ritornò a Palermo con l’idea di partire in missione in Africa ma,
camminando per le vie della città, rimase colpito del profondo disagio sociale
e dello stato di povertà di migliaia di suoi concittadini. Così decise di
rimanere in Sicilia, per fare della sua scelta di povertà un dono a chi era
povero senza averlo scelto.
Ma
il senso ultimo non è mai stato, come nelle analoghe istituzioni di “servizio
sociale”, quello della pura e semplice integrazione dei bisognosi e degli
emarginati nella società del benessere, bensì innanzitutto la testimonianza
della condivisione e della fraternità. Non un rifiuto dello spirito della
povertà, ma la consapevolezza che solo quando essa non è un destino che ci
schiaccia essa può essere valorizzata nel suo autentico significato di libertà
interiore dalle cose.
Un
rivoluzionario nei confronti della società e della Chiesa
È
questa visione, drasticamente alternativa, che rende Biagio Conte un autentico
rivoluzionario. Una rivoluzione spirituale, da cui però non è assente una
dimensione politica. Che ha avuto le sue manifestazioni già nelle battaglie
sostenute dal fondatore della «Missione di Speranza e Carità» per vincere la
sordità e l’indifferenza delle istituzioni, anche a costo di prolungati
scioperi della fame e proteste eclatanti. Ma soprattutto nell’additare un
modello alternativo di società, dove i volti delle persone contino più del
Prodotto Interno Lordo e dove la logica della solidarietà prevalga su quella
della concorrenza. La rivoluzione di Bigio Conte comincia dall’anima e dai rapporti
tra le persone.
È
una testimonianza su cui anche la Chiesa farebbe bene a interrogarsi. In un
tempo in cui le chiese restano mezze vuote e si percepisce sempre di più
l’irrilevanza della pastorale ordinaria nella formazione delle coscienze, Biagio
Conte ha cercato di restituire attualità al messaggio cristiano con un forte
richiamo al Vangelo, uscendo dai logori quadri di un ritualismo sempre più
abitudinario e mostrando che cosa può significare realmente, per un credente,
la scelta di Dio di venire a condividere la vicenda degli uomini.
Di
fronte a una struttura ecclesiastica che scricchiola sempre più vistosamente, i
cristiani sono chiamati a reinterpretare in modo creativo le modalità della
loro presenza nella società. L’esperienza di Biagio Conte può essere per questo
una risorsa significativa. Lo ha sottolineato l’arcivescovo di Palermo, mons.
Corrado Lorefice, quando è andato al capezzale dell’infermo pochi giorni prima
della sua morte: «Siamo qui perché Biagio è colui che diventa la nostra stella,
perché ci conduce all’essenziale e l’essenziale è questa via “altra” che
dobbiamo imboccare».
Non
si tratta di imitare lo spogliamento di tutti i beni in cui si è concretizzata
la scelta di “fratel Biagio”, come non si è mai trattato di imitare le forme
esteriori della vita di s. Francesco. Ma ci sono dei cambiamenti di stile che
sono diventati sempre più urgenti. Innanzi tutto, per la Chiesa istituzionale:
l’immagine del Vaticano, con le sue strutture burocratiche, i suoi intrighi, i
suoi non sempre limpidi interessi economici, diventa sempre di più un ostacolo
per la scelta di fede di molti, che ne restano scandalizzati.
È
chiaro che una grande comunità com’è quella ecclesiale non può fare a meno di
un’organizzazione. Anche al tempo di Francesco d’Assisi la Chiesa ha sempre
avuto il compito di conciliare la sua anima carismatica e profetica con quella
istituzionale. Ma è sicuramente uno dei “segni dei tempi” di cui parlava il
Concilio l’esigenza di ripensare questo equilibrio dando più ascolto alle voci,
come quella di Biagio Conte, che la richiamano all’originaria esperienza
evangelica.
Una
testimonianza che ci interroga.
Sarebbe
però un troppo facile alibi, per i credenti, scaricare tutto il problema sulle
strutture ecclesiastiche. Urge una forte ripresa spirituale che restituisca ai
cristiani – a cominciare dai laici e dalle laiche – il senso alternativo della
loro vocazione e li renda consapevoli della loro missione
“rivoluzionaria”. L’irrilevanza del
Vangelo nella nostra società non dipende certo soltanto dai vescovi e dai
preti, ma dalla schizofrenia di tanti che si dicono cristiani ma pensano e
operano ispirandosi a modelli culturali incompatibili con questo nome. La
coerenza dei testimoni, nella sua radicalità, è un richiamo fortissimo a
prenderne coscienza.
Nell’ora
della sua morte, Biagio Conte acquista più che mai il valore di un simbolo di
tutto questo. Senza altra pretesa che quella di essere un “povero fratello” di
tutti i poveri, egli ci indica una strada, difficile perché diversa da quelle a
cui siamo abituati, ma che forse può aiutare anche noi – come aiutò lui – a
colmare un vuoto a cui siamo troppo abituati.
- Dal
Vangelo secondo Luca : Lc 16, 19-31
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».
Commento di p. Ernesto Balducci
Una visione politica, realistica, che tenga conto. del quadro generale dell’umanità, dove si collocano gli obiettivi particolari delle politiche delle nazioni, ci obbliga a tener conto di un processo che ha i caratteri della necessità storica, oltre che della necessità morale. Questo processo è, per dirla in parole semplici e chiare, un progressivo impoverimento del mondo a cui noi apparteniamo e un progressivo elevamento del tenore di vita della sterminata moltitudine dei ‘Lazzari’, che sono numericamente la maggioranza dell’umanità. Questo processo, assunto come criterio di misura delle .politiche particolari, fa appello alla coscienza di ogni uomo di buona volontà, e – essendo qui noi raccolti per meditare, diciamolo con parola esplicita – ai credenti nel Vangelo di Gesù Cristo, che contiene una così formale condanna degli ‘Epuloni’ e una così formale esaltazione dei ‘Lazzari’. Qual è quest’appello? Occorre modificare, si suol dire, la qualità della vita. E va bene: ma diciamo, prima ancora della qualità, il progetto di vita, un progetto di vita incentrato non. sul consumo dei beni della terra, ma sullo scambio tra gli uomini, sulla comune partecipazione ai beni della terra ed ai prodotti conseguenti della tecnica umana. Occorre, quindi, una politica di partecipazione al banchetto, che porta con sé la necessità di un’ascetica, la necessità di una modifica della tavola dei valori a cui si è ispirata la nostra vita fino ad oggi. E questo mutamento della tavola dei valori stranamente, rievoca il messaggio del Vangelo, dove ‘i beni non vengono disprezzati con ascetismo di tipo pagano ma vengono indicati come mezzi di comunione fra gli uomini, come strumenti di scambio fra gli uomini, come comune possesso della famiglia umana. Da quest’idea, è evidente, deriva l’obbligo di un esame delle complicità storiche che noi possiamo: avere con iI mondo degli ‘ Epuloni ‘.
Il « mondo Cristiano» è nella giurisdizione del ricco Epulone, Il mondo non Cristiano e nella giurisdizione di Lazzaro. Perciò il giudizio di Dio è contro di noi. La collera dei ‘Lazzari’ si muove contro di noi. Non è possibile oggi essere cristiani se non accettiamo questo giudizio, se non ce ne facciamo colpire fin nel profondo, per modificare il nostro atteggiamento all’interno della realtà storica a cui apparteniamo. Noi non possiamo essere che contro il mondo a cui apparteniamo e non possiamo non essere a favore del movimento ascensionale dei poveri estromessi dal banchetto. Questa scelta porta con sé situazioni di conflitto all’interno del nostro mondo. Quando io sento, ad esempio, in certe circostanze, i pastori fare appello ad un uso del voto politico che sia di difesa dei valori cristiani, io mi domando se non dovrebbe esser detto esplicitamente che il valore cristiano fondamentale è la comune partecipazione degli uomini al banchetto che la natura e l’industria ci offrono. Questo è il valore principale. Tutto il resto è interno a questo principio fondamentale. In realtà i valori cristiani vengono ritagliati dentro una mappa culturale che è quella appunto, di gente dentro la giurisdizione del ricco Epulone. Questa necessità di una visione planetaria dei risultati delle nostre scelte politiche, per quanto particolari, e, viceversa, questa necessità di far valere all’interno delle nostre scelte particolari le richieste di un progetto planetario, costituiscono a mio giudizio una differenza specifica di una coscienza cristiana odierna, che dovrà essere fatalmente cosmopolita, dovrà essere necessariamente solidale con l’ascesa delle classi oppresse ed emarginate, dovrà essere strenuamente contraria alla sopravvivenza dell’economia dello sfruttamento, dovrà essere inventiva per quanto riguarda la creazione di uno stile di vita nel quale i beni non sono strumenti di distinzione e di sopraffazione, ma mezzi di scambio, umanizzati anch’essi perché ricomposti dentro la comunità umana. Ogni esperienza anticipatrice al riguardo è un dono all’umanità intera.
Pensiamo ad esempio, ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi, alla perdita di significato che ormai hanno raggiunto nell’occidente gli Ordini religiosi, che pure si caratterizzano tutti per il voto di povertà. E che significa il voto di povertà collocato nel quadro planetario che ho descritto prima? Non può trattarsi di una povertà individuale, basata sull’ascetica, sulla mancanza personale di disponibilità economiche. Tutto questo non ha più nessun senso. Un voto di povertà, oggi, non può che essere un impegno – tale da caratterizzare la vita intera – di solidarietà con i « minores » – vorrei usare la parola che usava Francesco – di questo mondo, cioè con i « Lazzari ». È una solidarietà che non si ferma ad un certo punto, ma va fino in fondo. Ma non basta questa solidarietà: ed ecco dove viene in luce una possibilità storica straordinaria, non solo per gli Ordini religiosi, ma in genere per i cristiani.
Occorre liberare i « Lazzari » dalla volontà di prendere al banchetto il posto lasciato libero eventualmente dai vecchi commensali o dalla semplice volontà di allargare la sala del banchetto. Perché una conseguenza drammatica, e la vediamo sotto gli occhi, della ripartizione delle ricchezze è che gli esclusi hanno adottato il modello di vita degli oppressori. Lazzaro sogna di diventare un Epulone. Ed è questa l’ultima iniqua vittoria dei potenti, dei privilegiati: è l’annientamento della coscienza degli oppressi. Un compito delle comunità cristiane dovrebbe essere quello di mostrare la possibilità di forme di esistenza che scartino radicalmente il modello propagato dagli « Epuloni », e in cui il rapporto con la natura e il rapporto con gli uomini e l’uso dei beni diventino espressioni e garanzie di autentica umanità. È qui che la fede, se ha fantasia creativa, dovrebbe manifestarsi. Se su questo punto la fede è sterile, allora non ci resta che quel che ci resta oggi: la possibilità di predicare all’infinito lo stesso Vangelo all’interno di un mondo che vive come se il Vangelo non fosse mai da nessuno stato annunziato prima.
- di Giovanni Perrone
L’educazione è un cammino di ricerca e di speranza che ha come scopo la costruzione "del buono, del bello, del vero" (Papa Francesco):
Gesù stesso scelse di peregrinare per le strade di Israele per diffondere la
buona novella. Nel cammino ci si arricchisce reciprocamente, perché si
esercita l’arte dell’osservare, del dialogare, del riflettere, dell’interagire
con i compagni di strada e con tutti coloro che si incontrano; arte del
discernere e dello scegliere, dell’accogliere, del rischiare, dell’orientarsi e
dell’orientare. Maestro e allievo sono una ricchezza, l’uno per l’altro, e
insieme vanno verso la comune meta.
Il cammino quaresimale che stiamo vivendo ci
invita alla preghiera, al digiuno e all’elemosina. Sono tre parole che ci
insegnano molto (specialmente in questo periodo quaresimale) e ci aiutano a
divenire migliori come persone, come cristiani, come educatori.
Mi soffermerò brevemente
su queste parole, prestando attenzione alla loro valenza educativa, al fine di
proporre alcune possibili piste operative per la rete associativa, per le
comunità scolastiche e per i singoli docenti.
“La preghiera è il
respiro della fede, è la sua espressione più propria. Come un grido che esce
dal cuore di chi crede e si affida a Dio”.[2] San Domenico invitava a
essere "Armati della preghiera anziché della spada, vestiti di umiltà
invece che di belle vesti".
La preghiera è
interazione, relazione, ascolto, contemplazione, scoperta del senso del limite;
è un cammino dell’uomo che sa guardare lontano e in alto. Perciò è lode,
gratitudine, ma anche richiesta di auto.
La dimensione relazionale
è caratteristica dell’arte di educare: un mettersi in relazione per ascoltare e
per dialogare. Non è il dialogo dell’oppressore, ma di colui che sa promuovere
e valorizzare l’altro. E’, perciò, un dialogo arricchente e liberante, che
esalta la dignità di ogni essere umano.
Oggi, purtroppo, anche
nei percorsi educativi, c’è poco spazio per l’ascolto, per i silenzi
contemplativi, per il senso del mistero, per la riflessione, per la ricerca
comune. Siamo, infatti, frastornati da mille rumori, dai cellulari sempre
accesi, dalle soventi inutili chiacchere dei talk show, ove prevale la voce del
più forte o del più arrogante o del più appariscente. Purtroppo, quel che conta
è farsi notare, meravigliare, abbagliare per disorientare e ingannare l’altro! Anche
nei percorsi scolastici si è spesso tentati dal parlare molto, osservare poco,
riflettere raramente. Si resta chiusi nelle aule, oppure la periodica uscita
dall’edificio scolastico si riduce ad una estemporanea “alienazione”. Papa
Francesco sovente ci invita ad uscire all’aperto per ascoltare, riflettere,
interagire. operare.
Noam Chomsky diceva che “la
manipolazione dei media fa più danni della bomba atomica, perché distrugge i
cervelli”. Einstein evidenziava che “emozione, contemplazione e mistero
sono il seme di ogni arte, di ogni vera scienza”. Papa Francesco nella
“Laudato sì” ci invita ad avere una “sguardo contemplativo”. Allora, perché non
ripensare al nostro modo di essere e fare scuola?
Perché non prendere
esempio dallo stile di Cristo lungo i sentieri della Palestina?
Parlare di digiuno
è oggi una cosa strana. C’è tanta gente che muore di fame e c’è chi muore per
eccesso di cibo. Viviamo in una società che si contraddice continuamente. La
pandemia ha, purtroppo, aggravato la situazione. I pochi ricchi sono diventati
sempre più ricchi e i molti poveri sono diventati più poveri. La mancanza del
senso del limite fa diventare molti giovani, e anche adulti, vittime di sé
stessi.
La Quaresima è tempo
privilegiato di penitenza e di digiuno. Ma quale penitenza e quale digiuno
vuole dall’uomo il Signore? Il rischio, infatti, è di «truccare» una pratica
virtuosa, di essere «incoerenti». E non si tratta solo di “scelte alimentari”,
ci dice Papa Francesco[3], ma di stili di vita per i
quali si deve avere l’«umiltà» e la «coerenza» di riconoscere e correggere i
propri peccati.
Il digiuno ci invita a
praticare l’arte del discernimento, per scegliere quel che conta veramente, per
dare priorità a ciò che ha valore, per selezionare il bene dal male, non solo
fisico ma anche spirituale. L’esperienza del pellegrino e quella del deserto, vissuta
dallo stesso Gesù, costringe a metter da parte tutto ciò che sovrabbonda e fa
zavorra, per trovare quella leggerezza che favorisce il cammino e fa anche
volare in alto.
Oggi è difficile, pure
nelle istituzioni educative e nelle attività progettuali, fare selezione,
essere essenziali. Eccesso di informazioni, saperi spesso frammentati, superficialità,
sprazzi di notizie talora contrastanti, carenza di riflessività … provocano
sovente appesantimenti, abbagliamenti e disorientamenti, anche valoriali.
Ecco, dunque, la
necessità di rivedere i percorsi, gli stili e i tempi della formazione, di educarci
ed educare all’essenzialità, di trovare (anche nel quotidiano) spazi di
riflessione e di contemplazione, perché nel silenzio Dio parla.[4]
Papa Francesco, nel
recente messaggio quaresimale[5] ci invita a praticare l’elemosina:
“Non stanchiamoci di fare il bene nella carità operosa verso il prossimo.
Durante questa Quaresima, pratichiamo l’elemosina donando con gioia. Dio «che
dà il seme al seminatore e il pane per il nutrimento» provvede per ciascuno di
noi non solo affinché possiamo avere di che nutrirci, bensì affinché possiamo
essere generosi nell’operare il bene verso gli altri. Se è vero che tutta la
nostra vita è tempo per seminare il bene, approfittiamo in modo particolare di
questa Quaresima per prenderci cura di chi ci è vicino, per farci prossimi a
quei fratelli e a quelle sorelle che sono feriti sulla strada della vita. La
Quaresima è tempo propizio per cercare, non trascurando chi è nel bisogno …… Mettiamo
in pratica l’appello a operare il bene verso tutti, prendendoci il tempo per
amare i più piccoli e indifesi, gli abbandonati e disprezzati, chi è
discriminato ed emarginato” [6]
.
Come educatori non ci limitiamo
soltanto a donare qualcosa (il superfluo) a chi si trova nel bisogno. Siamo
chiamati ad esercitare la “carità della competenza”, a trovare tempi e modi
opportuni per aiutare i più fragili a far meglio, i più emarginati a superare
le difficoltà di apprendimento, i più svantaggiati a realizzarsi pienamente,
gli scoraggiati a ritrovare forza e coraggio. Questo è il tempo opportuno per
incoraggiare ed educare ciascuno, specialmente chi può o ha di più, a farsi dono
a coloro che hanno bisogno di sostegno nello studio o in altro, in maniera che
il donarsi divenga stile di vita.
La carità è relazione, è scoperta
dei beni relazionali, quei beni intangibili che generano la vita buona. “Il
bene relazionale è l’effetto emergente di una relazione soggetto-soggetto, non
soggetto-cosa[7]”.
Esso si basa sul principio di reciprocità positiva. Le attuali terribili guerre
guerra in Ucraina e in altre parti del mondo ci invitano ad essere “artigiani
di pace” anzitutto nell’ambiente ove operiamo.
Quindi, Quaresima come
tempo per riflettere sulle relazioni interne ed esterne delle nostre
istituzioni (scuole, associazioni … ) e di coloro che vi fanno parte. Essa è
anche tempo privilegiato per ridar forza alle pratiche e ai percorsi di
gratuità. Abbiamo, infatti, un grande bisogno di gratuità e dono, per generare
una nuova e duratura socialità. La gratuità segue l’imperativo dell’amore
oblativo, un amore che non cerca la conquista dall’altro ma la gioia di farsi
dono all’altro.
In tal modo l’educatore
cristiano diviene testimone delle beatitudini; un testimone che non cerca di
apparire e fare rumore per illudersi di essere, un artigiano di pace che,
grazie al suo esempio e con la sua interazione coi colleghi, con l’aiuto dello
Spirito, diviene guida sicura per coloro coi quali condivide il cammino ed è
luce e sale per tutti. Ogni comunità di docenti cristiani diviene visibile e
credibile comunità di fratelli animata dai valori del Vangelo, al servizio del
prossimo; spazio di formazione continua e di elevata competenza.
In questo anno la Chiesa
ci invita ad operare insieme sul Global Compact on Education [8]. Le parole del Santo Padre
e il materiale preparato dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica ci offrono
ottimi spunti per riflettere sulle complesse problematiche educative odierne e
per unire i nostri sforzi in “un’ampia alleanza educativa per formare
persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e
ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna”[9].
Anche noi siamo chiamati
a fare del nostro meglio!
Martin Luther King diceva
sovente: “Cercate ardentemente di scoprire che cosa siete chiamati a fare, e
poi mettetevi a farlo appassionatamente. Siate comunque sempre il meglio di
qualsiasi cosa siate”.
Questo è il fraterno augurio
che faccio a tutti noi, cari colleghi e amici.
________________________
[2] Francesco, 6 maggio 2020
[3] Papa Francesco, 16 febbraio 2018
[4]
1Re 19,11-13
[5] Papa
Francesco, Messaggio
Quaresima 2022
[6] Enc. Fratelli tutti, 193
[7] P. Donati, Scoprire I beni relazionali, ed. Rubbettino,
2019, pag. 56
[8] Congregazione per l’Educazione cattolica, Educazione
tra crisi e speranza, ed, Libreria Vaticana,2021
[9] Francesco, 12 settembre 2019