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sabato 13 settembre 2025

VIRTU' TEOLOGALI


 Fede, speranza e carità non sono separate né in una rigida successione, ma si incrociano e sostengono l’un l’altra nel corso di tutta la nostra vita. 

 

 -

di Enzo Bianchi 

 Abbiamo cercato di comprendere almeno un poco come fede, speranza e carità, le tre virtù o forze che vengono da Dio e sono dette “teologali”, siano essenziali nel cammino di vita cristiana. Sarebbe però un errore dovuto a scarsa esperienza e a superficialità nella lettura della propria esperienza spirituale fare una rigida separazione tra di loro o vederle in successione come se ognuna generasse la successiva. In realtà nella nostra vita umana che procede, come diceva Gregorio di Nissa, “di inizio in inizio per inizi senza fine”, e anche per regressioni e cadute, le tre virtù si incrociano sovente e l’una sostiene l’altra. Non ha nessun senso scrivere che al prete è più necessaria la speranza della fede... questa è un’idiozia. Santa Teresina sul letto di morte confessava alla priora: “Madre, non credo più!”, e nello stesso tempo esclamava: “Mio Gesù, come vi amo!”. In quella morte era l’amore che suppliva alla distanza dalla fede! 

 Pensando a noi e alla nostra esperienza posso dire che non è vero che diventando vecchi la fede si rafforza: quasi sempre si fa più dubbiosa anche se si conserva fino alla fine, ma l’amore per il Signore diventa ardente, desiderio di raggiungerlo per essere con lui per sempre. La speranza spera al di là della morte e più si avvicina alla morte più può crescere, ma questa crescita è il lavoro dell’ostetrica che prepara e aiuta ciò che verrà! Per questo resta fondamentale nella vita umana l’attesa della venuta del Signore: “Egli viene! Egli è alle porte!”. Il cristiano non solo lo crede ma lo invoca e lo annuncia agli altri perché questa è Buona notizia, Evangelo! È dare speranza, è un grande atto di carità!

 

Famiglia Cristiana

 

venerdì 28 marzo 2025

PORTARE SPERANZA

Portare speranza in un mondo di divisioni e trincee


Il cardinale presidente della Cei ha guidato Il pellegrinaggio giubilare dell’arcidiocesi di Bologna: mentre oggi si prepara la pace armandosi è quanto mai necessario accendere la speranza ed "essere il riflesso dell’amore di Dio.

 

-         di Isabella Piro – Città del Vaticano

-          Una notizia che “ci riempie di gioia”: così il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha commentato le dimissioni, avvenute ieri 23 marzo, di Papa Francesco dal Policlinico Gemelli di Roma, dopo 38 giorni di ricovero per curare una polmonite bilaterale. “Durante questa lunga degenza — ha scritto il porporato in una nota —, ci ha mostrato ‘la benedizione’ che si nasconde dentro la fragilità, perché proprio in questi momenti impariamo ancora di più a confidare nel Signore (Angelus, 2 marzo). Dalla cattedra dell’ospedale, ci ha ricordato quanto è necessario ‘il miracolo della tenerezza’, che accompagna chi è nella prova portando un po’ di luce nella notte del dolore (Angelus, 9 marzo)”. Infine, il porporato ha esortato i fedeli a continuare a sostenere il vescovo di Roma con la preghiera, “così come è accaduto nei dodici anni di pontificato”.

La processione verso la Porta Santa

L’invito a pregare per Papa Francesco e a guardare al suo servizio, che “ricorda a tutti noi di essere servi” nei confronti del prossimo, il cardinale Zuppi lo aveva rivolto in particolare, il 22 marzo, ai circa duemila fedeli di Bologna giunti a Roma in pellegrinaggio giubilare. Nel pomeriggio dello scorso sabato, il porporato ha guidato la processione dei pellegrini bolognesi lungo via della Conciliazione fino alla basilica Vaticana. Quindi, dopo aver attraversato la Porta Santa, all’altare della Confessione, l'arcivescovo ha presieduto la Messa, concelebrata, fra gli altri, dai vicari generali dell’arcidiocesi, i monsignori Stefano Ottani e Giovanni Silvagni, e da alcuni sacerdoti diocesani.

Ripudiare la guerra invece di preparare la pace con le armi

Nell’omelia, il cardinale Zuppi ha sottolineato l’importanza, per i cristiani, di essere “il riflesso dell’amore di Dio” e diventare “segni di speranza”, soprattutto in un mondo che “si divide e si chiude”, in cui i confini sono diventati “trincee e non cerniere”; in un mondo che “esclude il povero”, non accetta lo straniero e ritiene “normale” il fatto che “i nostri fratelli muoiono in mezzo al mare”; in un mondo attraversato da semi di odio, ingiustizia e ignoranza, “che non ripudia la guerra e che pensa di preparare la pace armandosi, invece di investire nelle realtà capaci di risolvere pacificamente e con il diritto i conflitti”; in un mondo che “scarta la vita e la rende insignificante perché non amata”. In un mondo così, ha aggiunto il porporato, è quanto mai necessario sentire “la grazia” di essere del Signore per accendere la speranza, perché “la speranza, a differenza del fatalismo, affronta il male”.

Voler cambiare il mondo non è ingenuità, ma speranza

In fondo, il senso del pellegrinaggio e del Giubileo, ha aggiunto l’arcivescovo di Bologna, è proprio questo: convertirsi per “prendere sul serio la misericordia”, per “essere pieni di speranza” e rianimarla anche nel prossimo, rendendola “contagiosa per quanti la desiderano”. Perché “non è da ingenui voler cambiare il mondo, ma da figli della speranza”.

La Chiesa è comunione

“Abbiamo camminato insieme — ha concluso l’arcivescovo di Bologna — per ritrovarci. La Chiesa è questo: è legame di comunione che ci accompagna anche quando siamo lontani, e che si ritrova attorno a Gesù. Ringraziamo di questo luogo che ci riporta alle origini dell’avventura cristiana, ci aiuta a capire con Pietro chi è il più grande, e a seguire Gesù che ci dà l’esempio, perché anche noi saremo beati se laveremo i piedi gli uni gli altri”.

L’indulgenza è il coinvolgimento nell’Amore

Partiti da Bologna nelle prime ore del mattino, prima di raggiungere San Pietro i pellegrini si sono radunati nella chiesa romana di San Giovanni Battista dei Fiorentini per un momento di catechesi. “L’esperienza del pellegrinaggio — ha spiegato il porporato — ravviva in noi il concetto di indulgenza, che non significa chiudere un occhio o ‘Fai come ti pare!’, ma ci ricorda il nostro coinvolgimento in una storia d’amore”. Citando quindi don Primo Mazzolari, il “parroco di Bozzolo”, il presidente della Cei ha ribadito: “La speranza è un contadino che, nel freddo e nella nebbia di ottobre, vede le messi di giugno”, esortando quindi a far prevalere questa virtù teologale e ad andare “controcorrente” là dove “sembra prevalere l’immobilismo, l’egoismo e il calcolo”.

Combattere il male con la preghiera e la carità

A prendere la parola è stato anche don Andrea Lonardo, originario del capoluogo emiliano-romagnolo, e attualmente docente all’Istituto di scienze religiose “Ecclesia Mater” di Roma, nonché direttore del Servizio per la cultura e l’università della diocesi di Roma, il quale ha ricordato che “attraverso il pellegrinaggio, la carità e la preghiera, il cristiano trova la forza di combattere contro il male”. “Il Giubileo — ha concluso — è un’intuizione antica, ma essenziale anche per l’oggi, perché ci ricorda che il cristianesimo non è un mito: a Roma veramente Pietro è stato ucciso. Dunque, non si può non avere una relazione con la Città eterna e con il suo vescovo”. Infine, c’è stato lo spazio per un momento di animazione e gioco che ha visto protagonisti i numerosi bambini presenti.

 Vatican News

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sabato 2 novembre 2024

AMARE DIO e I FRATELLI



*XXXI Domenica 

del Tempo Ordinario B*

3 novembre 2024-

Vangelo: Mc 12, 28b-34


Commento di S.B. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme 

 Abbiamo visto, domenica scorsa, che per Gesù voler bene ad una persona significa fermarsi davanti a lei e per lei: Gesù è a Gerico e sta salendo a Gerusalemme, per donare la sua vita.

Ma durante quel cammino per Gesù donare la vita significa fermarsi e prendersi a cuore il dolore di quella persona, di Bartimeo, che grida e si rivolge a Lui per avere di nuovo la vista. Gesù si ferma, lo incontra, lo guarisce.

Ascoltare

Amare, dunque, è anche fermarsi ed ascoltare, prendersi a cuore.

Nel brano di oggi vediamo che Gesù è giunto a Gerusalemme. È la città dove si sale dove l’amore per Dio trova espressione concreta e visibile: offrire il culto e i sacrifici all’unico Dio e Signore.

Il brano, inoltre, è proprio ambientato nel tempio, nel luogo dove Dio abita, e dove si entra per adorarlo.

Ci troviamo al capitolo 12 di Marco. Nel capitolo precedente vi è la descrizione dell’ingresso di Gesù che entra solennemente nella Città santa. Nei giorni successivi al suo ingresso, si reca al tempio ed entra in dialogo con i capi religiosi, con i dottori della legge, che in fondo hanno già deciso di ucciderlo. E i dialoghi che Marco racconta non migliorano la sua situazione. Gesù parla con libertà, e questo non contribuisce certo a metterlo in buona luce. Eppure, ancora una volta, Gesù si ferma, non fugge l’incontro nemmeno con coloro che gli sono ostili.

Dentro questo contesto l’evangelista Marco inserisce il dialogo tra Gesù e uno scriba, che lo interroga su quale sia il primo comandamento: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?” (Mc 12,28).

Amare

La risposta sarebbe in fondo semplice: il primo comandamento è amare Dio.

Ma Gesù non si ferma a questa prima risposta, come a dire che questa risposta, da sola, è in qualche modo incompleta, e aggiunge anche quale sia il secondo: “Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi” (Mc 12,31).

Non basta salire a Gerusalemme, entrare nel tempio e rendere gloria a Dio. Non è solo in questo la pienezza della legge. La pienezza della legge passa anche da Gerico, e chiede di fermarsi davanti al dolore di un povero che non ha nulla e non conta nulla davanti agli occhi della gente. Non si può salire a Gerusalemme senza passare per Gerico.

Spesso, per noi, è facile scegliere qualcosa ed escludere qualcos’altro, e provare a semplificare la vita eliminando qualcosa di ciò che rende complesso il vivere e l’amare.

Servire

Se è vero che il fine del cammino di ciascuno è quello di arrivare ad avere un cuore capace di amare, il rischio è quello di tenere divisi gli ambiti e gli spazi: posso scegliere di amare Dio, senza preoccuparmi minimamente di chi mi sta accanto. Oppure, al contrario, posso amare appassionatamente le persone, tenendo fuori Dio dal mio cuore, come se Dio non c’entrasse con l’attenzione al povero. Come se necessariamente dovessimo scegliere.

Gesù chiede, invece, di non escludere né l’uno né l’altro, perché questi due amori non sono antagonisti, non si fanno mai la guerra. Anzi, nessuno di questi due amori basta a se stesso, per il semplice fatto che Dio e l’uomo sono uniti da un profondo legame, da una misteriosa unità: non si può amare l’uno senza amare anche l’altro. Dio non vuole essere amato da solo.

È interessante che lo scriba non solo è d’accordo con Gesù, e aggiunge un suo commento: amare così vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici: “Hai detto bene, Maestro … amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici” (Mc 12,32-33).

Se pensiamo che queste parole sono pronunciate nel tempio, e che gran parte della religiosità di Israele ruotava intorno ad olocausti e sacrifici, allora vediamo che davvero questo scriba non è lontano dal regno di Dio (Mc 12,34). Perché il regno di Dio è esattamente questa esperienza di un amore gratuitamente ricevuto, e che va semplicemente condiviso con tutti coloro che, come Bartimeo, siedono ai cigli delle strade a chiedere pietà.

+ Pierbattista

 Patriarcato di Gerusalemme

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sabato 28 settembre 2024

UN BICCHIERE DI ACQUA


 Dal Vangelo di Marco  - 9,38-48

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.

Chiunque, infatti, vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.

Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (Vangelo di Marco 9,38-48).

 

Commento di don Marco Pozza

Niente da fare: proprio non ci arrivano gli apostoli. Proprio non ci arriviamo noi, discendenti diretti dei primi amici del Cristo. Che nessuno venga a dire, poi, che i tempi sono mutati: siamo ancora esattamente «in quel tempo» come ama specificare il vangelo. In quel tempo, cioè nel nostro tempo, dove i discorsi sono gli stessi d’allora, discorsi imbastiti all’ombra del campanile: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Glielo dicono così sfacciatamente e ingenuamente che ti viene da pensare che lo pensassero per davvero; che, dicendolo, si sarebbero portati a casa il più bell’applauso tra quelli che il Cristo aveva loro sinora riservato. Gli dicono, in parole povere, che scacciare il male cercando di accendere del bene lo possono fare soltanto loro. Perché solamente loro hanno l’autorizzazione ad agire in nome e per conto di Dio, quand’invece «io so e sento che fare del bene è la vera felicità di cui il cuore umano può godere» (J.J. Rousseau). Sono convinti, in parole povere, di essere loro coloro che hanno lo Spirito Santo in tasca. Dio è un affare loro, proprietà privata loro. L’altro è brutto, sporco, cattivo non perchè lo sia veramente ma «perchè non ci seguiva». Detto con linguaggio di parrocchia contemporaneo: “Non è dei nostri, don”. Di quelli che vengono alla messa, in parrocchia, che si smazzano per pulire chiesa, patronato e dintorni.

 Cristo, da parte sua, si sarà imposto (per l’ennesima volta) di non cedere a nessun sconforto: “Testa bassa e pedalare, vecchio!” avrà ridetto chissà quante volte a se stesso nei mille giorni passati in loro compagnia. E prova a fare d’una vigliaccaggine un’occasione di crescita personale: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi». Anche troppo galantuomo è Cristo con la nostra cafonaggine tipica della messa-prima: “Amici, imparate a non invidiare chi fa del bene: applaudite e poi cercate di fare meglio di loro”. Al cuore del Demonio, Cristo la sa molto bene, non ci sta il male come tutti amano pensare: al cuore di Satana ci sta l’invidia. Ecco perché, anche nei Vangeli, se l’invidia fosse un lavoro, non ci sarebbe mai il problema della disoccupazione. Il fatto è che la loro osservazione (ch’è ancora oggi la nostra di cristiani) nasce da una preoccupazione spicciola: che gli altri portino via a loro il cartello con scritto “Concessionario autorizzato del bene”. La notizia positiva c’è: gli amici di Gesù si rendono conto che fare del bene è bello. La correzione è altrove: questa bella capacità di fare del bene non è solo nostra, ma è di tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Tanto che – sembra dire Cristo – qualcuno non ci segue con la spilla dell’oratorio sulla maglietta, ma nel cuore è dei nostri. Pur continuando a viaggiare apparentemente in borghese, da solo, senza tesserarsi in parrocchia.

 La missione continua: non s’interrompe nemmeno dopo questa ennesima defaillance apostolica. Cristo, dopo l’inciampo, rilancia l’andatura: “A voi che siete miei amici – sembra ripetere – spetta il compito di far nascere la curiosità di incontrare Me: con la vostra testimonianza, il vostro modo di vivere curioso, il vostro sorriso sulle labbra”. Poi la richiesta di collaborazione più feroce: “Però vi chiedo, se potete, di lasciarmi la libertà di fare anche quello che voglio io, senza dover sempre chiedere prima il permesso a voi. Io sono Dio, punto: questa cosa qui (sono io Dio e non voi) non scordartela mai”. È così che rinasce nel cuore di Cristo la bella certezza che il mondo – anche se non va ancora a messa – non è brutto, sporco e cattivo: è il mondo. E dentro il mondo c’è una percentuale alta di bontà e di bellezza che non dipende dal tesseramento annuale in parrocchia ma dalla libertà che si prende Dio di andare e venire dove vuole, a piacimento. Rimane un fatto: che la poca fiducia in se stessi, sovente rende assai invidiosi.

 (da Il Sussidiario, 28 settembre 2024)



giovedì 13 giugno 2024

AGIRE CON CARITA'

 


DICASTERO PER I LAICI, LA FAMIGLIA E LA VITA

INCONTRO ANNUALE ASSOCIAZIONI DI FEDELI E MOVIMENTI ECCLESIALI

SANTA MESSA  (Basilica di San Pietro – 13 giugno 2024 – ore 8:00)

OMELIA DEL CARD. FARRELL

Cari fratelli e sorelle, Gesù pone una condizione esigente per entrare nel Regno dei cieli: avere una giustizia superiore a quella di scribi e farisei.

I farisei, pur essendo molto osservanti, pensavano quasi esclusivamente al rapporto con Dio, cioè, possiamo dire, la loro “giustizia” si concentrava sulla dimensione verticale dell’amore, trascurando però la relazione con gli altri, la dimensione orizzontale. 

Per illustrare il suo insegnamento su questo tema, Gesù accenna a tre atteggiamenti che ci separano dal fratello: adirarsi con lui, chiamarlo “stupido”, chiamarlo “pazzo”. Sono tre gradi progressivi di condanna: allontanare da sé il fratello con l’ira; considerare le sue idee di poco valore; presumere di entrare nell’intimo della sua coscienza, arrivando a svalutare persino la sua relazione con Dio, considerandola falsa, superficiale e ipocrita.

Queste parole Gesù le pronuncia commentando il quinto comandamento: “non uccidere”. Fa comprendere così che si può “uccidere” il fratello dentro di sé, cioè non materialmente, ma spiritualmente.

Disprezzare il prossimo e condannarlo senza appello è violare il quinto comandamento, è già “uccidere” il fratello nel proprio cuore. Gesù, dunque, invita ad andare oltre la “giustizia dei farisei”, cioè a superare la separazione fra il culto reso a Dio e la relazione con gli altri.

In Gesù tutto si trova unito: Egli è uomo e Dio, ama perfettamente il Padre e ama gli uomini. Si sente amato dal Padre suo e con lo stesso amore ama i fratelli: «come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi» dice nel Vangelo di Giovanni (Gv 15,9). Egli desidera portare Dio agli uomini, ma, allo stesso tempo, desidera portare gli uomini a Dio.

Se ci pensiamo bene, la “giustizia superiore”, di cui parla Gesù, è Lui stesso, è il suo modo di essere e di agire. Ma anche noi possiamo diventarne partecipi e questo ci consola! Infatti, chi ha creduto in Gesù e ha ricevuto da Lui lo Spirito Santo, diventa come Lui! Partecipa della sua “giustizia superiore”! Non separa più la relazione con Dio e quella con i fratelli. Diventa capace di amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come sé stesso. Questa ritrovata unità, quest’unico amore che abbraccia Dio e i fratelli, è il frutto più maturo della fede cristiana!

 Carissimi, nel prepararci a vivere questa giornata di riflessione sul tema della sinodalità missionaria, chiediamo la carità che è dono dello Spirito Santo perché nei nostri rapporti personali, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità ecclesiali, nutriamo sempre un sincero amore per i fratelli che il Signore ci ha messo accanto.

 Amen.


martedì 31 ottobre 2023

CHIAMATI ALLA SANTITA'

UN RIFLESSO LUMINOSO DEL SIGNORE NELLA STORIA E NEL MONDO
La santità è un dono e un cammino

 “È proprio della santità attrarre. Dio ci chiama per attrazione. Dio attrae e noi dobbiamo sentire  questa grazia dell’attrazione divina, e accettarla…. 

La santità è un dono – è un regalo, non si può comprare – e al tempo stesso è un cammino

Ogni cristiano è chiamato ogni giorno a impegnarsi con cuore indiviso nella vocazione e nella missione affidatagli da Dio, servendo Lui e il prossimo in spirito di carità….

Lo zelo apostolico implica sia un’unione con Gesù, alimentata dalla preghiera e dai Sacramenti, sia il desiderio di diffondere la bellezza del messaggio cristiano attraverso la fedeltà alla propria vocazione particolare…

Anche noi, dunque, traendo forza dal Signore, impariamo a compiere le azioni ordinarie in modo straordinario e così a crescere ogni giorno nella fede, nella carità e nella zelante testimonianza di Cristo. Ognuno di noi è chiamato alla santità, alla santità di tutti i giorni, alla santità della vita cristiana comune.

A volte, insistendo troppo sul nostro sforzo di compiere opere buone, abbiamo generato un ideale di santità troppo fondato su di noi, sull’eroismo personale, sulla capacità di rinuncia, sul sacrificarsi per conquistare un premio . È una visione a volte troppo pelagiana della vita, della santità. Così abbiamo fatto della santità una meta impervia, l’abbiamo separata dalla vita di tutti i giorni invece che cercarla e abbracciarla nella quotidianità, nella polvere della strada, nei travagli della vita concreta.

 Essere discepoli di Gesù e camminare sulla via della santità è anzitutto lasciarsi trasfigurare dalla potenza dell’amore di Dio”.

 La santità non è fatta di pochi gesti eroici, ma di tanto amore quotidiano. Amare significa questo: servire e dare la vita. Servire, cioè non anteporre i propri interessi; disintossicarsi dai veleni dell’avidità e della competizione; combattere il cancro dell’indifferenza e il tarlo dell’autoreferenzialità, condividere i carismi e i doni che Dio ci ha donato. …. Nel concreto, chiedersi ‘che cosa faccio per gli altri?’.

 Questo è amare, e vivere le cose di ogni giorno in spirito di servizio, con amore e senza clamore, senza rivendicare niente. E poi dare la vita, che non è solo offrire qualcosa, come per esempio alcuni beni propri agli altri, ma donare sé stessi

 Il segreto della santità è servire il Vangelo e i fratelli, offrire la propria vita senza tornaconto. I santi hanno vissuto così la santità: abbracciando con entusiasmo la loro vocazione, si sono spesi per il Vangelo, hanno scoperto una gioia che non ha paragoni e sono diventati riflessi luminosi del Signore nella storia.

 I santi hanno vissuto così la santità: abbracciando con entusiasmo la loro vocazione, si sono spesi per il Vangelo, hanno scoperto una gioia che non ha paragoni e sono diventati riflessi luminosi del Signore nella storia.

 Questo è un santo o una santa: un riflesso luminoso del Signore nella storia.

 Andiamo avanti su questa strada, il Signore non ci mancherà.


Papa Francesco

venerdì 13 gennaio 2023

FRATEL BIAGIO


- di Giuseppe Savagnone

 - Un personaggio 

che non apparteneva alla “casta”

La morte di Biagio Conte, a soli 59 anni, ha avuto una risonanza che va ben oltre la cerchia dei suoi collaboratori e sostenitori. La notizia è stata ripresa dai giornali nazionali che hanno parlato di lui, dando ampio spazio alla ricostruzione della sua storia. Il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla ha emanato un’ordinanza con cui ha indetto il lutto cittadino e le bandiere a mezz’asta.  E il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo ha ricordato come «punto di riferimento, non soltanto a Palermo, per chi crede nei valori della solidarietà e della dignità della persona, che ha testimoniato concretamente, in maniera coinvolgente ed eroica».

Un’eco così ampia non era scontata. In questa società dell’immagine, del prestigio sociale e del potere economico e politico, Biagio Conte non vantava nessuno di questi titoli. Non era un “influencer”, non aveva nessuna carica, neppure ecclesiastica, non faceva parte della “casta”. Da quando ha fatto le sue scelte di vita, ha voluto solo esser “fratel Biagio”, un poveraccio col saio e un bastone, che ha girato a piedi per l’Italia e per l’Europa, spesso dormendo all’addiaccio, mangiando quello che per carità gli offrivano, senza fare discorsi memorabili, semplicemente vivendo la sua povertà come una testimonianza per un mondo ricco, che non vuole rinunziare a nulla e non intende condividere con i bisognosi quello che ha.

La «Missione di Speranza e Carità»

I giornali hanno parlato di lui come di un uomo che ha speso tutta la sua vita a favore degli ultimi. Ed è vero. A Palermo aveva creato la «Missione di Speranza e Carità», dove accoglieva incondizionatamente poveri, senzatetto, migranti, ex tossici, emarginati. Il progetto, nel corso degli anni, si è allargato con la costruzione, accanto alla «Missione di Speranza e Carità», di altre realtà: «Città della gioia», «La Cittadella del povero e della speranza» e «La Casa di Accoglienza femminile». Oggi le diverse sedi accolgono oltre mille persone a cui sono offerti tre pasti al giorno, assistenza medica e, all’occorrenza, vestiti puliti. Chiunque bussa alla porta riceve ascolto e aiuto da una rete di volontari che si è creata intorno al fondatore.

 Ma tutto questo non va scambiato per una semplice opera assistenziale. Sarebbe, ancora una volta, ridurre Biagio Conte alle nostre categorie efficentiste. E non renderebbe ragione di altri aspetti fondamentali della sua figura, che non era certo quella del manager – si può essere tali anche facendo assistenza – , ma si radicava in una vocazione squisitamente spirituale per la povertà, pressoché incomprensibile in un mondo dominato dalla logica del benessere e del consumismo.

Una scelta di povertà

In questo senso davvero la storia di “fratel Biagio” ha delle analogie con quella di Francesco d’Assisi. Come Francesco, anche lui proveniva da una ricca famiglia – non di mercanti, ma di costruttori edili – , che lo aveva spedito a studiare in Svizzera, presso un collegio privato. Poi era tornato a Palermo, per continuare gli studi sempre in una scuola privata, ma aveva lasciato gli studi a 16 anni, iniziando precocemente a lavorare nell’impresa della sua famiglia.

Era ricco ma insoddisfatto. «Mi stordivo con auto di lusso, griffe, belle ragazze e vestivo solo di grigio o di nero, la mia vita non aveva colori», racconterà. Aveva cercato di sfogare la sua inquietudine puntando sull’arte. A 20 anni, decise di andare a vivere a Firenze inseguendo il sogno di diventare pittore o scultore.

Gli ci vollero sette anni per capire che neanche questo poteva riempire il vuoto che sentiva dentro. Fin quando non scoprì che a colmarlo poteva essere solo Cristo. Da qui, la scelta radicale di spogliarsi di tutti i suoi averi, lasciare i genitori e le due sorelle minori, per abbracciare la vita da eremita nelle montagne dell’entroterra siciliano e successivamente facendo un viaggio interamente a piedi verso la città di Assisi.

Nell’estate del 1991 ritornò a Palermo con l’idea di partire in missione in Africa ma, camminando per le vie della città, rimase colpito del profondo disagio sociale e dello stato di povertà di migliaia di suoi concittadini. Così decise di rimanere in Sicilia, per fare della sua scelta di povertà un dono a chi era povero senza averlo scelto.

Ma il senso ultimo non è mai stato, come nelle analoghe istituzioni di “servizio sociale”, quello della pura e semplice integrazione dei bisognosi e degli emarginati nella società del benessere, bensì innanzitutto la testimonianza della condivisione e della fraternità. Non un rifiuto dello spirito della povertà, ma la consapevolezza che solo quando essa non è un destino che ci schiaccia essa può essere valorizzata nel suo autentico significato di libertà interiore dalle cose.

Un rivoluzionario nei confronti della società e della Chiesa

È questa visione, drasticamente alternativa, che rende Biagio Conte un autentico rivoluzionario. Una rivoluzione spirituale, da cui però non è assente una dimensione politica. Che ha avuto le sue manifestazioni già nelle battaglie sostenute dal fondatore della «Missione di Speranza e Carità» per vincere la sordità e l’indifferenza delle istituzioni, anche a costo di prolungati scioperi della fame e proteste eclatanti. Ma soprattutto nell’additare un modello alternativo di società, dove i volti delle persone contino più del Prodotto Interno Lordo e dove la logica della solidarietà prevalga su quella della concorrenza. La rivoluzione di Bigio Conte comincia dall’anima e dai rapporti tra le persone.

È una testimonianza su cui anche la Chiesa farebbe bene a interrogarsi. In un tempo in cui le chiese restano mezze vuote e si percepisce sempre di più l’irrilevanza della pastorale ordinaria nella formazione delle coscienze, Biagio Conte ha cercato di restituire attualità al messaggio cristiano con un forte richiamo al Vangelo, uscendo dai logori quadri di un ritualismo sempre più abitudinario e mostrando che cosa può significare realmente, per un credente, la scelta di Dio di venire a condividere la vicenda degli uomini.

Di fronte a una struttura ecclesiastica che scricchiola sempre più vistosamente, i cristiani sono chiamati a reinterpretare in modo creativo le modalità della loro presenza nella società. L’esperienza di Biagio Conte può essere per questo una risorsa significativa. Lo ha sottolineato l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, quando è andato al capezzale dell’infermo pochi giorni prima della sua morte: «Siamo qui perché Biagio è colui che diventa la nostra stella, perché ci conduce all’essenziale e l’essenziale è questa via “altra” che dobbiamo imboccare».

Non si tratta di imitare lo spogliamento di tutti i beni in cui si è concretizzata la scelta di “fratel Biagio”, come non si è mai trattato di imitare le forme esteriori della vita di s. Francesco. Ma ci sono dei cambiamenti di stile che sono diventati sempre più urgenti. Innanzi tutto, per la Chiesa istituzionale: l’immagine del Vaticano, con le sue strutture burocratiche, i suoi intrighi, i suoi non sempre limpidi interessi economici, diventa sempre di più un ostacolo per la scelta di fede di molti, che ne restano scandalizzati.

 

È chiaro che una grande comunità com’è quella ecclesiale non può fare a meno di un’organizzazione. Anche al tempo di Francesco d’Assisi la Chiesa ha sempre avuto il compito di conciliare la sua anima carismatica e profetica con quella istituzionale. Ma è sicuramente uno dei “segni dei tempi” di cui parlava il Concilio l’esigenza di ripensare questo equilibrio dando più ascolto alle voci, come quella di Biagio Conte, che la richiamano all’originaria esperienza evangelica.

Una testimonianza che ci interroga.

Sarebbe però un troppo facile alibi, per i credenti, scaricare tutto il problema sulle strutture ecclesiastiche. Urge una forte ripresa spirituale che restituisca ai cristiani – a cominciare dai laici e dalle laiche – il senso alternativo della loro vocazione e li renda consapevoli della loro missione “rivoluzionaria”.  L’irrilevanza del Vangelo nella nostra società non dipende certo soltanto dai vescovi e dai preti, ma dalla schizofrenia di tanti che si dicono cristiani ma pensano e operano ispirandosi a modelli culturali incompatibili con questo nome. La coerenza dei testimoni, nella sua radicalità, è un richiamo fortissimo a prenderne coscienza.

Nell’ora della sua morte, Biagio Conte acquista più che mai il valore di un simbolo di tutto questo. Senza altra pretesa che quella di essere un “povero fratello” di tutti i poveri, egli ci indica una strada, difficile perché diversa da quelle a cui siamo abituati, ma che forse può aiutare anche noi – come aiutò lui – a colmare un vuoto a cui siamo troppo abituati.

Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo. Scrittore ed Editorialista.

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sabato 24 settembre 2022

I LAZZARI DEI NOSTRI GIORNI

 
-  Dal Vangelo secondo Luca : Lc 16, 19-31

 In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Commento di p. Ernesto Balducci

 " ...Che cosa possiamo dire come cristiani, di fronte a questa contrapposizione, ormai di misura mondiale, tra l’Epulone e Lazzaro? Il giudizio di Dio è un giudizio di condanna e il giudizio di condanna non si risolve, come abbiamo detto, in una pura enunciazione di deplorazioni. Dobbiamo chiederci piuttosto come dovrà essere l’assetto della società del futuro. Il primo principio è che le ricchezze della terra sono, lo riconoscevano perfino i teologi del medioevo, un bene comune dell’umanità. Non c’è nessun fondamento all’abusivo privilegio degli ‘ Epuloni ‘: gli uomini tutti hanno il diritto di appropriarsi dei beni della terra. E da qualche anno già lo stanno facendo: essi cominciano a tagliare i rifornimenti di energia che erano e sono la condizione essenziale perché lo stato di privilegio possa sopravvivere. E siamo appena agli inizi. Una ragionevole prospettiva del futuro ci porta a prevedere situazioni di conflitto estreme tra gli ‘Epuloni’ e i ‘Lazzari’. 

Una visione politica, realistica, che tenga conto. del quadro generale dell’umanità, dove si collocano gli obiettivi particolari delle politiche delle nazioni, ci obbliga a tener conto di un processo che ha i caratteri della necessità storica, oltre che della necessità morale. Questo processo è, per dirla in parole semplici e chiare, un progressivo impoverimento del mondo a cui noi apparteniamo e un progressivo elevamento del tenore di vita della sterminata moltitudine dei ‘Lazzari’, che sono numericamente la maggioranza dell’umanità. Questo processo, assunto come criterio di misura delle .politiche particolari, fa appello alla coscienza di ogni uomo di buona volontà, e – essendo qui noi raccolti per meditare, diciamolo con parola esplicita – ai credenti nel Vangelo di Gesù Cristo, che contiene una così formale condanna degli ‘Epuloni’ e una così formale esaltazione dei ‘Lazzari’. Qual è quest’appello? Occorre modificare, si suol dire, la qualità della vita. E va bene: ma diciamo, prima ancora della qualità, il progetto di vita, un progetto di vita incentrato non. sul consumo dei beni della terra, ma sullo scambio tra gli uomini, sulla comune partecipazione ai beni della terra ed ai prodotti conseguenti della tecnica umana. Occorre, quindi, una politica di partecipazione al banchetto, che porta con sé la necessità di un’ascetica, la necessità di una modifica della tavola dei valori a cui si è ispirata la nostra vita fino ad oggi. E questo mutamento della tavola dei valori stranamente, rievoca il messaggio del Vangelo, dove ‘i beni non vengono disprezzati con ascetismo di tipo pagano ma vengono indicati come mezzi di comunione fra gli uomini, come strumenti di scambio fra gli uomini, come comune possesso della famiglia umana. Da quest’idea, è evidente, deriva l’obbligo di un esame delle complicità storiche che noi possiamo: avere con iI mondo degli ‘ Epuloni ‘. 

Il « mondo Cristiano» è nella giurisdizione del ricco Epulone, Il mondo non Cristiano e nella giurisdizione di Lazzaro. Perciò il giudizio di Dio è contro di noi. La collera dei ‘Lazzari’ si muove contro di noi. Non è possibile oggi essere cristiani se non accettiamo questo giudizio, se non ce ne facciamo colpire fin nel profondo, per modificare il nostro atteggiamento all’interno della realtà storica a cui apparteniamo. Noi non possiamo essere che contro il mondo a cui apparteniamo e non possiamo non essere a favore del movimento ascensionale dei poveri estromessi dal banchetto. Questa scelta porta con sé situazioni di conflitto all’interno del nostro mondo. Quando io sento, ad esempio, in certe circostanze, i pastori fare appello ad un uso del voto politico che sia di difesa dei valori cristiani, io mi domando se non dovrebbe esser detto esplicitamente che il valore cristiano fondamentale è la comune partecipazione degli uomini al banchetto che la natura e l’industria ci offrono. Questo è il valore principale. Tutto il resto è interno a questo principio fondamentale. In realtà i valori cristiani vengono ritagliati dentro una mappa culturale che è quella appunto, di gente dentro la giurisdizione del ricco Epulone. Questa necessità di una visione planetaria dei risultati delle nostre scelte politiche, per quanto particolari, e, viceversa, questa necessità di far valere all’interno delle nostre scelte particolari le richieste di un progetto planetario, costituiscono a mio giudizio una differenza specifica di una coscienza cristiana odierna, che dovrà essere fatalmente cosmopolita, dovrà essere necessariamente solidale con l’ascesa delle classi oppresse ed emarginate, dovrà essere strenuamente contraria alla sopravvivenza dell’economia dello sfruttamento, dovrà essere inventiva per quanto riguarda la creazione di uno stile di vita nel quale i beni non sono strumenti di distinzione e di sopraffazione, ma mezzi di scambio, umanizzati anch’essi perché ricomposti dentro la comunità umana. Ogni esperienza anticipatrice al riguardo è un dono all’umanità intera. 

Pensiamo ad esempio, ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi, alla perdita di significato che ormai hanno raggiunto nell’occidente gli Ordini religiosi, che pure si caratterizzano tutti per il voto di povertà. E che significa il voto di povertà collocato nel quadro planetario che ho descritto prima? Non può trattarsi di una povertà individuale, basata sull’ascetica, sulla mancanza personale di disponibilità economiche. Tutto questo non ha più nessun senso. Un voto di povertà, oggi, non può che essere un impegno – tale da caratterizzare la vita intera – di solidarietà con i « minores » – vorrei usare la parola che usava Francesco – di questo mondo, cioè con i « Lazzari ». È una solidarietà che non si ferma ad un certo punto, ma va fino in fondo. Ma non basta questa solidarietà: ed ecco dove viene in luce una possibilità storica straordinaria, non solo per gli Ordini religiosi, ma in genere per i cristiani. 

Occorre liberare i « Lazzari » dalla volontà di prendere al banchetto il posto lasciato libero eventualmente dai vecchi commensali o dalla semplice volontà di allargare la sala del banchetto. Perché una conseguenza drammatica, e la vediamo sotto gli occhi, della ripartizione delle ricchezze è che gli esclusi hanno adottato il modello di vita degli oppressori. Lazzaro sogna di diventare un Epulone. Ed è questa l’ultima iniqua vittoria dei potenti, dei privilegiati: è l’annientamento della coscienza degli oppressi. Un compito delle comunità cristiane dovrebbe essere quello di mostrare la possibilità di forme di esistenza che scartino radicalmente il modello propagato dagli « Epuloni », e in cui il rapporto con la natura e il rapporto con gli uomini e l’uso dei beni diventino espressioni e garanzie di autentica umanità. È qui che la fede, se ha fantasia creativa, dovrebbe manifestarsi. Se su questo punto la fede è sterile, allora non ci resta che quel che ci resta oggi: la possibilità di predicare all’infinito lo stesso Vangelo all’interno di un mondo che vive come se il Vangelo non fosse mai da nessuno stato annunziato prima.

 Ernesto Balducci – da: “Il mandorlo e il fuoco” – vol. 3


venerdì 25 marzo 2022

NON STANCHIAMOCI DI FARE IL BENE !


 «Non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti» (Gal 6,9-10a) questa è la premessa al messaggio quaresimale 2022 del Papa [1]. È una esortazione rivolta a tutti, ma che ha un particolare significato per gli educatori.

- di Giovanni Perrone

L’educazione è un cammino di ricerca e di speranza che ha come scopo la costruzione "del buono, del bello, del vero" (Papa Francesco): 

 Gesù stesso scelse di peregrinare per le strade di Israele per diffondere la buona novella. Nel cammino ci si arricchisce reciprocamente, perché si esercita l’arte dell’osservare, del dialogare, del riflettere, dell’interagire con i compagni di strada e con tutti coloro che si incontrano; arte del discernere e dello scegliere, dell’accogliere, del rischiare, dell’orientarsi e dell’orientare. Maestro e allievo sono una ricchezza, l’uno per l’altro, e insieme vanno verso la comune meta.

 Il cammino quaresimale che stiamo vivendo ci invita alla preghiera, al digiuno e all’elemosina. Sono tre parole che ci insegnano molto (specialmente in questo periodo quaresimale) e ci aiutano a divenire migliori come persone, come cristiani, come educatori.

Mi soffermerò brevemente su queste parole, prestando attenzione alla loro valenza educativa, al fine di proporre alcune possibili piste operative per la rete associativa, per le comunità scolastiche e per i singoli docenti.

“La preghiera è il respiro della fede, è la sua espressione più propria. Come un grido che esce dal cuore di chi crede e si affida a Dio”.[2] San Domenico invitava a essere "Armati della preghiera anziché della spada, vestiti di umiltà invece che di belle vesti".

La preghiera è interazione, relazione, ascolto, contemplazione, scoperta del senso del limite; è un cammino dell’uomo che sa guardare lontano e in alto. Perciò è lode, gratitudine, ma anche richiesta di auto.

La dimensione relazionale è caratteristica dell’arte di educare: un mettersi in relazione per ascoltare e per dialogare. Non è il dialogo dell’oppressore, ma di colui che sa promuovere e valorizzare l’altro. E’, perciò, un dialogo arricchente e liberante, che esalta la dignità di ogni essere umano.

Oggi, purtroppo, anche nei percorsi educativi, c’è poco spazio per l’ascolto, per i silenzi contemplativi, per il senso del mistero, per la riflessione, per la ricerca comune. Siamo, infatti, frastornati da mille rumori, dai cellulari sempre accesi, dalle soventi inutili chiacchere dei talk show, ove prevale la voce del più forte o del più arrogante o del più appariscente. Purtroppo, quel che conta è farsi notare, meravigliare, abbagliare per disorientare e ingannare l’altro! Anche nei percorsi scolastici si è spesso tentati dal parlare molto, osservare poco, riflettere raramente. Si resta chiusi nelle aule, oppure la periodica uscita dall’edificio scolastico si riduce ad una estemporanea “alienazione”. Papa Francesco sovente ci invita ad uscire all’aperto per ascoltare, riflettere, interagire. operare.

Noam Chomsky diceva che “la manipolazione dei media fa più danni della bomba atomica, perché distrugge i cervelli”. Einstein evidenziava che “emozione, contemplazione e mistero sono il seme di ogni arte, di ogni vera scienza”. Papa Francesco nella “Laudato sì” ci invita ad avere una “sguardo contemplativo”. Allora, perché non ripensare al nostro modo di essere e fare scuola?

Perché non prendere esempio dallo stile di Cristo lungo i sentieri della Palestina?

Parlare di digiuno è oggi una cosa strana. C’è tanta gente che muore di fame e c’è chi muore per eccesso di cibo. Viviamo in una società che si contraddice continuamente. La pandemia ha, purtroppo, aggravato la situazione. I pochi ricchi sono diventati sempre più ricchi e i molti poveri sono diventati più poveri. La mancanza del senso del limite fa diventare molti giovani, e anche adulti, vittime di sé stessi.

La Quaresima è tempo privilegiato di penitenza e di digiuno. Ma quale penitenza e quale digiuno vuole dall’uomo il Signore? Il rischio, infatti, è di «truccare» una pratica virtuosa, di essere «incoerenti». E non si tratta solo di “scelte alimentari”, ci dice Papa Francesco[3], ma di stili di vita per i quali si deve avere l’«umiltà» e la «coerenza» di riconoscere e correggere i propri peccati.

Il digiuno ci invita a praticare l’arte del discernimento, per scegliere quel che conta veramente, per dare priorità a ciò che ha valore, per selezionare il bene dal male, non solo fisico ma anche spirituale. L’esperienza del pellegrino e quella del deserto, vissuta dallo stesso Gesù, costringe a metter da parte tutto ciò che sovrabbonda e fa zavorra, per trovare quella leggerezza che favorisce il cammino e fa anche volare in alto.

Oggi è difficile, pure nelle istituzioni educative e nelle attività progettuali, fare selezione, essere essenziali. Eccesso di informazioni, saperi spesso frammentati, superficialità, sprazzi di notizie talora contrastanti, carenza di riflessività … provocano sovente appesantimenti, abbagliamenti e disorientamenti, anche valoriali.

Ecco, dunque, la necessità di rivedere i percorsi, gli stili e i tempi della formazione, di educarci ed educare all’essenzialità, di trovare (anche nel quotidiano) spazi di riflessione e di contemplazione, perché nel silenzio Dio parla.[4]

Papa Francesco, nel recente messaggio quaresimale[5] ci invita a praticare l’elemosina: “Non stanchiamoci di fare il bene nella carità operosa verso il prossimo. Durante questa Quaresima, pratichiamo l’elemosina donando con gioia. Dio «che dà il seme al seminatore e il pane per il nutrimento» provvede per ciascuno di noi non solo affinché possiamo avere di che nutrirci, bensì affinché possiamo essere generosi nell’operare il bene verso gli altri. Se è vero che tutta la nostra vita è tempo per seminare il bene, approfittiamo in modo particolare di questa Quaresima per prenderci cura di chi ci è vicino, per farci prossimi a quei fratelli e a quelle sorelle che sono feriti sulla strada della vita. La Quaresima è tempo propizio per cercare, non trascurando chi è nel bisogno …… Mettiamo in pratica l’appello a operare il bene verso tutti, prendendoci il tempo per amare i più piccoli e indifesi, gli abbandonati e disprezzati, chi è discriminato ed emarginato” [6] .

Come educatori non ci limitiamo soltanto a donare qualcosa (il superfluo) a chi si trova nel bisogno. Siamo chiamati ad esercitare la “carità della competenza”, a trovare tempi e modi opportuni per aiutare i più fragili a far meglio, i più emarginati a superare le difficoltà di apprendimento, i più svantaggiati a realizzarsi pienamente, gli scoraggiati a ritrovare forza e coraggio. Questo è il tempo opportuno per incoraggiare ed educare ciascuno, specialmente chi può o ha di più, a farsi dono a coloro che hanno bisogno di sostegno nello studio o in altro, in maniera che il donarsi divenga stile di vita.

La carità è relazione, è scoperta dei beni relazionali, quei beni intangibili che generano la vita buona. “Il bene relazionale è l’effetto emergente di una relazione soggetto-soggetto, non soggetto-cosa[7]”. Esso si basa sul principio di reciprocità positiva. Le attuali terribili guerre guerra in Ucraina e in altre parti del mondo ci invitano ad essere “artigiani di pace” anzitutto nell’ambiente ove operiamo.

Quindi, Quaresima come tempo per riflettere sulle relazioni interne ed esterne delle nostre istituzioni (scuole, associazioni … ) e di coloro che vi fanno parte. Essa è anche tempo privilegiato per ridar forza alle pratiche e ai percorsi di gratuità. Abbiamo, infatti, un grande bisogno di gratuità e dono, per generare una nuova e duratura socialità. La gratuità segue l’imperativo dell’amore oblativo, un amore che non cerca la conquista dall’altro ma la gioia di farsi dono all’altro.

In tal modo l’educatore cristiano diviene testimone delle beatitudini; un testimone che non cerca di apparire e fare rumore per illudersi di essere, un artigiano di pace che, grazie al suo esempio e con la sua interazione coi colleghi, con l’aiuto dello Spirito, diviene guida sicura per coloro coi quali condivide il cammino ed è luce e sale per tutti. Ogni comunità di docenti cristiani diviene visibile e credibile comunità di fratelli animata dai valori del Vangelo, al servizio del prossimo; spazio di formazione continua e di elevata competenza.

In questo anno la Chiesa ci invita ad operare insieme sul Global Compact on Education [8]. Le parole del Santo Padre e il materiale preparato dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica ci offrono ottimi spunti per riflettere sulle complesse problematiche educative odierne e per unire i nostri sforzi in “un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna[9].

Anche noi siamo chiamati a fare del nostro meglio!

Martin Luther King diceva sovente: “Cercate ardentemente di scoprire che cosa siete chiamati a fare, e poi mettetevi a farlo appassionatamente. Siate comunque sempre il meglio di qualsiasi cosa siate”.

Questo è il fraterno augurio che faccio a tutti noi, cari colleghi e amici.

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[2] Francesco, 6 maggio 2020

[3] Papa Francesco, 16 febbraio 2018

[4]  1Re 19,11-13

[5] Papa Francesco, Messaggio Quaresima 2022

[6] Enc. Fratelli tutti, 193

[7] P. Donati, Scoprire I beni relazionali, ed. Rubbettino, 2019, pag. 56

[8] Congregazione per l’Educazione cattolica, Educazione tra crisi e speranza, ed, Libreria Vaticana,2021

[9] Francesco, 12 settembre 2019