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sabato 12 ottobre 2024

LASCIA TUTTO e SEGUIMI

 


-13 ottobre 2024-

-XXVIII domenica nell’anno-

*Vangelo: Marco  10,17-30

In quel tempo 17mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 18Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». 20Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 22Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

23Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». 24I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». 26Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». 27Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». 28Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». 29Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, 30che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.

 Commento di di Sabino Chialà

Nella scena conclusiva del brano evangelico che precede il nostro, su cui abbiamo meditato domenica scorsa, Gesù indica la via per la quale è possibile entrare nel regno di Dio: accogliendolo con l’atteggiamento di un bambino (10,15). Il brano di questa domenica si apre e si chiude con il tema della “vita eterna”: nel primo versetto, l’uomo ricco chiede a Gesù “che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?” (v. 17); e nell’ultimo è il Maestro a promettere “la vita eterna nel tempo che verrà” (v. 30).

 Entrare nel regno o ereditare la vita eterna sono due espressioni che richiamano una medesima realtà: quell’oltre di pienezza che, in vari modi, ogni essere umano desidera e cerca. La correlazione tra le due espressioni è peraltro chiaramente suggerita da Gesù quando, commentando l’allontanarsi dell’uomo ricco, afferma: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio” (v. 23; cf. anche v. 24).

 L’accostamento dei due brani rende ancora più drammatica la scena dell’uomo ricco: Gesù ha appena indicato la via, quella del bambino, che entra perché capace di accogliere il Regno come un dono; e ora gli si para dinanzi un uomo che sembra voler conquistare quella vita, carico del suo “bene” e legato ai suoi “beni”.

 Si tratta in ogni caso di entrare in uno sguardo, in uno spazio, in una vita. Ma come bambini o come protagonisti? Carichi di beni e di meriti, o aperti al dono della grazia che opera tramite le fede? Forse è in questa opposizione il cuore del messaggio del brano evangelico di questa domenica, non limitandosi a mettere in guardia dai pericoli delle sole ricchezze materiali.

 La pericope si compone di tre dialoghi tra Gesù e vari interlocutori: il primo con l’uomo ricco (v. 17-22); il secondo con i discepoli (v. 23-27); il terzo con Pietro (v. 28-30). Tre dialoghi di grandissima intensità drammatica, come Marco sottolinea scandendoli con il triplice sguardo di Gesù. Quello pieno di amore che rivolge all’uomo della prima scena: “Gesù fissò lo sguardo (emblépsas) su di lui, lo amò e disse…” (v. 21). Quello ai discepoli che lo attorniano: “Gesù, volgendo lo sguardo attorno (periblepsámenos), disse…” (v. 23). E infine quello con cui fissa ancora Pietro e gli altri: “Gesù, fissando lo sguardo (emblépsas) su di loro, disse…” (v. 27). Si tratta di sguardi intensi, che amano e interrogano e, soprattutto, che cercano di riorientare il modo di guardare degli interlocutori di Gesù, e il nostro. Il Maestro guarda, per spingerci a guardarci dentro e a interrogarci su cosa davvero cerchiamo mentre camminiamo dietro a lui, su quale regno e quale vita desideriamo.

 Il filo conduttore delle tre scene è infatti quello dello sguardo con cui ci poniamo dinanzi a Dio, a Gesù, alla Torah, alla sequela. Con il cuore semplice del bambino? O con il carico di beni dell’uomo ricco e la sottile aspettativa di ricompensa di Pietro e degli altri discepoli? Non ci sono infatti solo le ricchezze materiali. Ve ne sono anche di spirituali, spesso ben più insidiose delle prime.

 All’uomo che gli si accosta chiamandolo buono, Gesù infatti ricorda innanzitutto che “nessuno è buono se non Dio solo” (v. 18). Una reazione che stupisce e interroga. Non è escluso che Gesù vi colga un’adulazione che rigetta prontamente. Ma forse reagisce così perché scorge in chi gli sta dinanzi il pericolo dell’autocompiacimento e dell’autogiustificazione. Nessuno è buono, neanche tu, sembra suggerirgli Gesù. Nel passo parallelo, Matteo offre un indizio per avvalorare questa lettura. Lì l’uomo ricco, infatti, dice: “Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna”; e Gesù gli risponde: “Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo” (Mt 19,16-17). Come a dire: non si tratta di fare qualcosa di “buono” per credersi “buono”, ma di riconoscere l’unico “Buono”. Forse, prima ancora che di “beni”, quest'uomo è ricco di “bene”, di “bene fatto”.

 Gesù lo rimanda infatti alla Torah e ne ottiene come risposta la reazione compiaciuta di chi sa di aver fatto tutto il dovuto, con una sicurezza e una completezza che stupisce: “Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza” (v. 20). Tutto e da sempre! Dunque, non gli resta che ricevere l’attestato di buona condotta.

 Ma Gesù, cogliendo in quel suo essere lì, comunque un desiderio e dunque una fenditura, cerca di aprirgli il cuore, e fargli scorgere che non si tratta di seguire delle norme, ma di entrare in una relazione. Guarda quell’uomo con amore, per ricordargli che, prima di fare qualcosa – “che cosa devo fare?” era stata la sua domanda (v. 17) – egli ha da sentire su di sé lo sguardo di amore del Creatore. A chi chiede un codice che faccia meritare la vita eterna, Gesù propone un cammino dietro a lui che è la Vita. Per questo gli chiede di liberarsi degli ingombri che lo appesantiscono, perché avrà bisogno di camminare: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!” (v. 21).

 I molti beni sono di impedimento a chi è in cammino, e qui l’evangelo ci descrive una sconfitta, una vocazione fallita, dopo quelle dei discepoli in cui la risposta era stata generosa. Si tratta di una possibilità, anche per noi, ragione per cui questo “tale” non ha nome. L’esito allora è la tristezza: “Si fece scuro in volto e se ne andò rattristato” (v. 22). Una tristezza che contagia anche i discepoli, che pure avevano lasciato tutto e avevano seguito Gesù, come dirà poco oltre Pietro (v. 28). Gesù infatti prosegue, rivolgendosi ora a loro: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!” (v. 23); e ripete: “Figlioli (tékna), quanto è difficile entrare nel regno di Dio!” (v. 24). Sì, è difficile! Bisogna saperci entrare. Bisogna farlo col passo del bambino, che sa accogliere il dono di Dio. Infatti, allo sconcerto e allo stupore dei discepoli (v. 24 e 26), Gesù reagisce dicendo: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio” (v. 27). Espressione, quest’ultima, che ne ricorda un’altra pronunciata poco prima: “Tutto è possibile per chi crede” (9,23). Non si tratta di “fare” ma di “lasciar fare”: azione certo non meno esigente, perché è più difficile accogliere che meritare. Ma questa è la via per entrare nel Regno!

 Inizia quindi il terzo dialogo, provocato da Pietro il quale, con una punta di soddisfazione, ricorda a Gesù che ciò in cui l’uomo ricco ha fallito, loro lo “hanno fatto”: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (v. 28), impiegando significativamente i due verbi del discepolato: “lasciare” e “seguire”. A differenza di quanto leggiamo nel racconto parallelo di Matteo, qui Pietro non chiede la ricompensa: “Che cosa dunque ne avremo” (Mt 19,27). Fa solo presente quello che “hanno fatto”, presumibilmente con un sentimento di compiacimento, ancora innocente. Ma Gesù replica con delicatezza che sì hanno “lasciato”, ma molto di più è quello che hanno “ricevuto nel tempo presente”; e anche “la vita eterna nel tempo che verrà”, la riceveranno, “insieme a persecuzioni” (v. 30).

 L’immagine del bambino, che sa accogliere il Regno, è dunque la chiave: per l’uomo ricco come per i discepoli, e per il credente di ogni tempo. Sono molte le ricchezze che possono appesantire i nostri passi o i calcoli che siamo tentati di fare, in ogni stagione della nostra vita. Non basta lasciare. Non basta aver lasciato. È necessario restare fino alla fine con le braccia aperte e gli occhi capaci di stupore.

Monastero di Bose

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sabato 28 settembre 2024

UN BICCHIERE DI ACQUA


 Dal Vangelo di Marco  - 9,38-48

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.

Chiunque, infatti, vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.

Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (Vangelo di Marco 9,38-48).

 

Commento di don Marco Pozza

Niente da fare: proprio non ci arrivano gli apostoli. Proprio non ci arriviamo noi, discendenti diretti dei primi amici del Cristo. Che nessuno venga a dire, poi, che i tempi sono mutati: siamo ancora esattamente «in quel tempo» come ama specificare il vangelo. In quel tempo, cioè nel nostro tempo, dove i discorsi sono gli stessi d’allora, discorsi imbastiti all’ombra del campanile: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Glielo dicono così sfacciatamente e ingenuamente che ti viene da pensare che lo pensassero per davvero; che, dicendolo, si sarebbero portati a casa il più bell’applauso tra quelli che il Cristo aveva loro sinora riservato. Gli dicono, in parole povere, che scacciare il male cercando di accendere del bene lo possono fare soltanto loro. Perché solamente loro hanno l’autorizzazione ad agire in nome e per conto di Dio, quand’invece «io so e sento che fare del bene è la vera felicità di cui il cuore umano può godere» (J.J. Rousseau). Sono convinti, in parole povere, di essere loro coloro che hanno lo Spirito Santo in tasca. Dio è un affare loro, proprietà privata loro. L’altro è brutto, sporco, cattivo non perchè lo sia veramente ma «perchè non ci seguiva». Detto con linguaggio di parrocchia contemporaneo: “Non è dei nostri, don”. Di quelli che vengono alla messa, in parrocchia, che si smazzano per pulire chiesa, patronato e dintorni.

 Cristo, da parte sua, si sarà imposto (per l’ennesima volta) di non cedere a nessun sconforto: “Testa bassa e pedalare, vecchio!” avrà ridetto chissà quante volte a se stesso nei mille giorni passati in loro compagnia. E prova a fare d’una vigliaccaggine un’occasione di crescita personale: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi». Anche troppo galantuomo è Cristo con la nostra cafonaggine tipica della messa-prima: “Amici, imparate a non invidiare chi fa del bene: applaudite e poi cercate di fare meglio di loro”. Al cuore del Demonio, Cristo la sa molto bene, non ci sta il male come tutti amano pensare: al cuore di Satana ci sta l’invidia. Ecco perché, anche nei Vangeli, se l’invidia fosse un lavoro, non ci sarebbe mai il problema della disoccupazione. Il fatto è che la loro osservazione (ch’è ancora oggi la nostra di cristiani) nasce da una preoccupazione spicciola: che gli altri portino via a loro il cartello con scritto “Concessionario autorizzato del bene”. La notizia positiva c’è: gli amici di Gesù si rendono conto che fare del bene è bello. La correzione è altrove: questa bella capacità di fare del bene non è solo nostra, ma è di tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Tanto che – sembra dire Cristo – qualcuno non ci segue con la spilla dell’oratorio sulla maglietta, ma nel cuore è dei nostri. Pur continuando a viaggiare apparentemente in borghese, da solo, senza tesserarsi in parrocchia.

 La missione continua: non s’interrompe nemmeno dopo questa ennesima defaillance apostolica. Cristo, dopo l’inciampo, rilancia l’andatura: “A voi che siete miei amici – sembra ripetere – spetta il compito di far nascere la curiosità di incontrare Me: con la vostra testimonianza, il vostro modo di vivere curioso, il vostro sorriso sulle labbra”. Poi la richiesta di collaborazione più feroce: “Però vi chiedo, se potete, di lasciarmi la libertà di fare anche quello che voglio io, senza dover sempre chiedere prima il permesso a voi. Io sono Dio, punto: questa cosa qui (sono io Dio e non voi) non scordartela mai”. È così che rinasce nel cuore di Cristo la bella certezza che il mondo – anche se non va ancora a messa – non è brutto, sporco e cattivo: è il mondo. E dentro il mondo c’è una percentuale alta di bontà e di bellezza che non dipende dal tesseramento annuale in parrocchia ma dalla libertà che si prende Dio di andare e venire dove vuole, a piacimento. Rimane un fatto: che la poca fiducia in se stessi, sovente rende assai invidiosi.

 (da Il Sussidiario, 28 settembre 2024)



martedì 7 maggio 2024

RITROVARE L'ARMONIA

  


Il regno dei cieli o regno di Dio nel vangelo non è un posto sulle nuvole o da raggiungere dopo la morte, ma una metafora per indicare dove Dio regna, cioè, dove la vita trabocca, una vita viva da subito: la gioia qui, ora e sempre, anche nelle burrasche. E come si legge non è qualcosa da raggiungere ma che ci raggiunge dove siamo, una grazia, un dono

-       -  di Alessandro D’Avenia

 

«Il mio supplizio/ è quando/ non mi credo/ in armonia». Parole di Giuseppe Ungaretti nei Fiumi, poesia in cui tratteggia, nello scenario bellico della Prima guerra mondiale a cui partecipò, un rarissimo momento di felicità trovato immergendosi nelle acque di un fiume per lavarsi dalla sporcizia e dalle tenebre in cui era precipitato. Le vorrei usare per ringraziare della fortuna di aver festeggiato un nuovo compleanno e le 200 puntate di questa rubrica.

Il supplizio di cui parla il poeta ci tocca tutti: siamo infelici in misura di quanto siamo dis-armonici e dis-integrati, cioè mancanti di sintonia e unione nelle tre direzioni fondamentali dell'eros: con noi stessi (il supplizio è la distanza tra chi siamo e chi siamo chiamati a essere: in-autenticità), con il mondo (il supplizio è l'isolamento dalle cose, in-differenza, e dagli altri, in-appartenenza), con dio, con la minuscola a indicare la ricerca di senso (il supplizio è la paura che l'esistenza non ne abbia, in-sensatezza). Per un essere fatto di, nelle e per le relazioni le ferite di queste dimensioni sono il supplizio: l'eros, energia attraverso cui cresciamo e gioiamo, si spegne e noi con lui. Come fare a (ri-)trovare l'armonia e vivere la felicità del poeta purificato dalle acque del fiume? Perché e con chi siamo in guerra?

Il poeta soldato dice di soffrire non perché «non è» ma perché «non si crede» in armonia, differenza abissale: l'armonia non è un traguardo da raggiungere ma uno stato che perdiamo o dimentichiamo. Se dico ai miei studenti: «Adesso prestate molta attenzione», si mettono in tensione, quando invece dovrebbero chiudere gli occhi e rilassarsi, come nell'abbandono alle acque che fanno sentire il poeta «una docile fibra dell'universo», unito nelle tre direzioni, personale, relazionale e trascendente. Se il nostro corpo è arrivato a credere che l'armonia sia allerta e non abbandono, è perché siamo permeati dalla spossante convinzione che la felicità sia una performance, qualcosa da ottenere, raggiungere, afferrare, e non semplicemente da ricevere, coltivare, liberare. Mi ha spesso guarito da questa idea tossica la doppia (è rivolta alle due categorie sociali degli ascoltatori) parabola che Cristo usa nel vangelo per descrivere non una religione ma la vita: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Mt 13).

 Il regno dei cieli o regno di Dio nel vangelo non è un posto sulle nuvole o da raggiungere dopo la morte, ma una metafora per indicare dove Dio regna, cioè, dove la vita trabocca, una vita viva da subito: la gioia qui, ora e sempre, anche nelle burrasche. E come si legge non è qualcosa da raggiungere ma che ci raggiunge dove siamo, una grazia, un dono. Di fronte a questa «fortuna», si vende tutto, come quando ti innamori e tutto il resto passa in secondo piano. Credenti o no, qui ci si libera dalla felicità-traguardo e ci si apre a una possibilità diversa: la vita ti trova lei, tu lo senti dove e quando sei vivo, fai esperienza di ciò che ti fa crescere, e a quel punto non puoi perder tempo con il resto, perché hai l'essenziale e in abbondanza. Nel compleanno mi sono chiesto a che punto sono con questo essenziale nelle tre dimensioni dell'eros: me stesso, il mondo (cose e persone), dio. A che punto sono con l'esser vivo in ogni circostanza, anche nella tempesta? 

Lo psichiatra Viktor Frankl, pochi mesi dopo la liberazione dal campo di concentramento, tenne tre affollate conferenze all'Università popolare di Vienna, nella prima delle quali descrisse l'esperienza della prigionia da una prospettiva insolita: «Ciò che rimane è l’essere umano, il mero essere umano. Tutto lo aveva abbandonato: denaro, fama, potere; non c’era più niente di sicuro: non la vita, non la salute, non la felicità; tutto era stato messo in discussione: vanità, ambizione, relazioni. Tutto si era ridotto alla nuda esistenza. Reso incandescente dal dolore, tutto l’inessenziale si era fuso riducendo l’essere umano a ciò che, in ultima analisi, era: o uno qualunque nella massa, cioè nessuno di reale, cioè l’anonimo, nient’altro che il numero di matricola di un prigioniero; oppure riducendolo al suo sé». Se ci tolgono ogni cosa che resta di noi? Nulla o il sé autentico? Il discrimine tra la prima o la seconda opzione per Frankl dipende da «qualcosa di simile a una decisione... perché l’esistenza, alla cui nudità e inermità l’uomo era stato ricondotto, non è altro che questo: decisione». Che cosa intende lo psichiatra viennese per “decisione”? «Compiere un rovesciamento di 180° attraverso cui la domanda non è più “Cosa devo aspettarmi dalla vita?”, bensì “Cosa si aspetta la vita da me?”. Quale compito mi aspetta nella vita? Adesso comprendiamo quanto sia mal posta la domanda sul significato della vita, se la poniamo come si fa di solito: non siamo noi a poter fare domande sul senso della vita, ma è la vita stessa che le rivolge a noi, è lei a interrogarci! E siamo noi quelli tenuti a rispondere. 

La vita è un essere-interrogati, tutto il nostro essere è un rispondere alla, o della, vita, un esserne responsabili. Assumendo una posizione del genere più nulla può spaventarci, nessun futuro, nessuna apparente mancanza di futuro. Ora, infatti, il presente è tutto, poiché racchiude l’interrogativo eternamente nuovo che la vita ci rivolge. Quello che ci riserva il futuro, invece, non abbiamo bisogno di saperlo» (Sul senso della vita). Parole a cui sono tornato spegnendo le candeline: quante altre ne avrò? In questa prospettiva la domanda è mal posta e senza risposta. Il punto è invece sgombrare il presente, il più grande serbatoio di sorprese, nel bene e nel male, dal rumore, la paura, le illusioni che gli impediscono di farmi la domanda su cosa si aspetta da me. Che cosa mi chiede la vita ora? Che cosa mi rende vivo nei tre spazi del fiorire: me stesso, il mondo, dio? Mi sono allora chiesto quali siano i tesori nascosti trovati sino ad ora in ognuno di questi ambiti, per vendere tutto ciò che è nulla al confronto. 

Mi è tornato allora in mente che trent'anni fa, il 1° maggio, nel Gran Premio di Imola moriva il più forte pilota della storia: Ayrton Senna. Allora seguivo con passione la Formula Uno con mio padre. Vidi in diretta l'incidente, ricordo tutto. Avrei compiuto 17 anni l'indomani, e sentii il morso di quella fine incombere sul mio inizio da rinnovare. Volevo sapere tutto dell'incidente: se anche Senna muore, figurati io... Lessi che nella tuta che indossava in gara era stato trovato un biglietto con scritto: «Nessuno mi può togliere l’amore che Dio ha per me». Quello era tutto il suo presente, il tesoro nascosto. Più cresco più mi sembra che la vita non abbia un traguardo da raggiungere ma che il traguardo siamo noi se ci lasciamo raggiungere, qui e ora, dalla grazia di essere nati per poi, forti di questo eros, far nascere il presente. Solo quando trovo in me ciò che non può essermi più strappato riesco a vedere nelle candeline non quanti anni di vita compio, ma quanta vita si compie negli anni. E soffio.

 Alzogliocchiversoilcielo

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sabato 23 gennaio 2021

LASCIATE LE RETI ......


-  Dal Vangelo secondo Marco - Mc 1, 14-20

 Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo". Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: "Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini". E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch'essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

 Commento di p. Paolo Curtaz

 Dai confini

 Hanno arrestato il Battista, non tira una bella aria per i profeti. Sarebbe più prudente andarsene, fuggire, lasciar perdere.  E invece lui inizia a raccontare di Dio, a partire dalle terre lontane, da quella Galilea delle genti guardate con disprezzo dai puristi di Gerusalemme. Quando sarebbe saggio smettere, inizia. Quando sarebbe prudente starsene chiusi in casa, racconta. Quando sarebbe opportuno non pensare troppo alle cose di Dio, è il momento di occuparsene. Parla, la Parola. Annuncia. Scuote. Indica.

È qui, il Regno, si è fatto vicino.

Visto che non siamo in grado di cercare Dio senza stravolgerne il volto, o manipolarlo o immaginarlo a nostra immagine e somiglianza è lui, Dio, a colmare la distanza che ci separa. Il Natale che abbiamo appena celebrato ci ricorda esattamente questa straordinaria verità: Dio si fa vicino, si fa incontro, è qui. Allora svegliati, muoviti, scuotiti.

Convertiti e credi. 

Convertiti: cioè guarda se la strada che stai percorrendo ti sta conducendo verso la pienezza della felicità o se, invece, ti stai allontanando dalla tua anima.  E se ti accorgi che la strada che percorri non ti porta da nessuna parte inchioda e torna indietro.  Fatti guidare, segui le indicazioni, non chiudere gli occhi mentre tieni ben saldo il volante della tua vita. E credi: fidati di quello che Gesù è venuto a raccontare, a dire, a testimoniare. Questo è il messaggio con cui Gesù inizia la predicazione. Questa è la sintesi del Vangelo in cui crediamo.  Questo è ciò che potremmo dire, senza tanti fronzoli, ai tanti smarriti di oggi: il Dio di Gesù ti vuole incontrare, accorgitene! Fidati! Lasciati amare! Anche adesso, soprattutto ora in cui la pandemia a resettato le nostre sicurezze piccine e vuote. Così il potente vangelo di Marco descrive l’opera di Gesù subito dopo lo stringato racconto del battesimo.  Invece di passare il tempo a lamentarsi, a fuggire, a rintanarsi in sacrestia, dopo l’arresto del Profeta, come facciamo noi, Gesù osa. Esce e va a chiamare dei collaboratori. E che collaboratori!

Sui confini

Li va a prendere ai bordi del lago, ai confini della terra di Israele, sulle sponde del grande lago che Marco chiama “mare” a richiamare la liberazione dall’Egitto, a ricordare la paura atavica del popolo di Israele per al grande distesa d’acqua. Li va a cercare in una terra abbandonata, periferica, disprezzata. E cerca dei lavoratori, gente comune, non dei sacerdoti, non dei religiosi, non degli esperti in comunicazione, non degli influencer capaci di attrarre le folle.  Li chiama senza merito, li chiama anche se non sono ancora discepoli, anche se non hanno fatto nessun corso di formazione, anche se non hanno preso nessun diploma da annunciatori, anche se ancora non credono. Li chiama perché vuole loro e li va a prendere dove sono, non li aspetta dietro una scrivania. Gesù si muove. Gesù agisce. Gesù li corteggia, li ama, li chiama.   Mi corteggia, mi ama, mi chiama. È lui il protagonista del racconto, è lui che ci viene a cercare.  Così come  io chiama Giona, il più imperfetto e fragile fra i profeti, pavido e capriccioso, affatto devoto, affatto virtuoso, per invitare gli abitanti di Ninive a cambiare atteggiamento. E i niniviti cambiano, forse perché vedono quell’invito rivoltogli da un uomo fragile come loro… Dio ha bisogno di me per annunciare al mondo la salvezza.  Non per salvare il mondo ma per vivere da salvato. Perché il mondo non lo sa di essere salvo.  Nel piccolo, fragile mondo in cui vivo Dio mi chiama a diventare suo collaboratore. Nella quotidianità talvolta insipida e meschina, si manifesta, se ho affinato lo sguardo interiore, se ho dato spazio all’anima, se voglio diventare discepolo.  Nelle periferie esistenziali in cui abito, mi viene a stanare. Non a Gerusalemme, non nel tempio, non nelle scuole rabbiniche. Ai confini, fuori. Qui, ora, adesso.

 Reti

Per seguirlo, però, bisogna osare. Bisogna lasciare le reti che spesso riassettiamo, cuciamo, ripariamo. Lasciare tutto ciò che ci lega, che ci rende schiavi: il giudizio degli altri, i sensi di colpa, il nostro narcisismo, l’immagine di noi stessi, le ansie da prestazione, i soldi, le relazioni famigliari possessive, l’apparire… serve continuare? Siamo pieni di reti da abbandonare. A volte, ribadisco, le riassettiamo e magari lo facciamo pensando di far piacere a Dio. Dei geni. Giacomo e Giovanni lasciano il loro padre Zebedeo. La più stretta delle reti, quella famigliare, patriarcale, affettiva. Devono lasciare lui e i suoi garzoni, lui e i suoi figli. Possiede, Zebedeo. Lega a sé. I figli sono suoi. Devono lasciare anche lui. Per scoprire un altro modo di vivere la paternità.

 Pescatori di umanità

Per diventare pescatori di umanità. Per tirare fuori tutta l’umanità che ci abita. E che abita gli altri attorno a noi. Per immaginare il mondo come lo vede Dio, con un’umanità redenta, pacificata, dialogante, parte di un progetto. Così come sarebbe bello diventasse la Chiesa. Questo possiamo fare: diventare uomini e donne fino in fondo, abitati dal Vangelo e innamorati della vita. Sarebbe una splendida pubblicità per il Regno.   Penso proprio che abbia ragione san Paolo quando scrive ai Corinti: passa la scena di questo mondo. Meglio investire su ciò che rimane, in ciò che conta. E, forse, questo antipatico signor Covid, ce lo sta insegnando.

 Cercoiltuovolto



 

 

sabato 26 settembre 2020

VI PASSERANNO AVANTI NEL REGNO DI DIO

 
-         XXVI domenica del tempo Ordinario, anno A

Mt 21,28-32

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

 Commento di Enzo Bianchi

 Nel tempio di Gerusalemme Gesù è attorniato dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo, i quali detestano questo rabbi e profeta proveniente dalla Galilea, che narra un volto di Dio così estraneo alle loro categorie. Perciò lo mettono alla prova, chiedendogli con quale autorità egli insegni e operi guarigioni. Gesù, in risposta, domanda loro se il battesimo di Giovanni veniva dal cielo oppure dagli uomini; e di fronte al loro imbarazzato silenzio conclude: «Neppure io vi dico con quale autorità agisco» (Mt 21,27). 

A questo punto egli pronuncia la prima di tre parabole incentrate sul rifiuto opposto dai capi religiosi di Israele a coloro che Dio ha inviato ad annunciare la sua salvezza. Un uomo ha due figli: chiede al primo di andare a lavorare nella vigna ed egli, dopo aver acconsentito a parole, non fa ciò che ha detto; l’altro risponde negativamente ma poi, pentitosi, va al lavoro. È il secondo ad aver compiuto la volontà del padre, ammettono gli interlocutori di Gesù. Ed egli commenta: «I pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli». Con queste parole Gesù pone la propria missione in stretta relazione con quella di Giovanni, suo maestro e precursore: rifiutare l’uno è rifiutare anche l’altro (cf. Mt 11,16-19). Egli rivela inoltre che la salvezza può essere accolta solo da chi è disponibile a fare ritorno a Dio, pentendosi del male fatto e abbandonando le proprie vie di peccato. In questo senso vale la pena analizzare più in profondità il senso del detto paradossale: «I pubblicani e le prostitute vi precedono nel Regno» rivolto da Gesù agli uomini religiosi del suo tempo e, con loro, a ciascuno di noi. 

Gesù sapeva bene che tutti gli uomini sono peccatori, se è vero che il giusto pecca sette volte al giorno (cf. Pr 24,16): ma qual è il motivo della sua preferenza per la compagnia dei peccatori pubblici, riconosciuti tali dagli uomini? Chi pecca di nascosto non è mai spronato alla conversione da un rimprovero che gli venga da altri, perché continua ad essere stimato per ciò che della sua persona appare all’esterno: questa è la malattia della maggior parte delle persone, tra le quali primeggiano quelle devote, che disprezzano gli altri considerandoli immersi nel peccato, mentre ringraziano Dio per la loro pretesa giustizia (cf. Lc 18,9-14). Chi invece è un peccatore pubblico si trova costantemente esposto al biasimo altrui, e in tal modo è indotto a un desiderio di cambiamento: nel pentimento che nasce da un «cuore spezzato» (Sal 34,19) egli può divenire sensibile alla presenza di Dio, quel Dio che non vuole la morte del peccatore, ma piuttosto che si converta e viva (cf. Ez 18,23). 

È proprio in forza di tale consapevolezza che Gesù amava sedere a tavola con i peccatori manifesti, condividere con loro questo gesto di estrema comunione. Il suo comportamento svela il cuore di Dio, mostra l’atteggiamento di Dio verso il peccatore, e per questo egli è contestato dagli uomini religiosi, che prima cercano di scandalizzare i suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia e beve con i pubblicani e i peccatori?» (Mt 9,11), poi lo accusano in modo diretto: «Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori» (Mt 11,19). Ma l’amicizia di Gesù verso le persone meno stimate all’interno della società, la sua cordiale simpatia per prostitute e peccatori ignora il disprezzo di quanti si sentono migliori dei peccatori manifesti, semplicemente perché non vogliono o non sanno riconoscersi peccatori come loro… 

Sì, il vero miracolo – più grande che resuscitare i morti, diceva Isacco il Siro – consiste nel riconoscersi peccatori: siamo noi i pubblicani, siamo noi le prostitute! È davvero una fatica vana quella fatta per nascondere agli altri il proprio peccato: basterebbe riconoscerlo consapevolmente, per scoprire che Dio è già là e ci chiede solo di accettare che egli lo ricopra con la sua inesauribile misericordia.

 

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venerdì 12 giugno 2020

L'ACQUA NEL POZZO

Un uomo chiese a un monaco: «Che cosa ti insegna la tua vita di silenzio? »,
 Il monaco, che stava attingendo acqua da un pozzo, gli disse: «Guarda giù nel pozzo! Cosa vedi?». «Non vedo nulla» rispose l’uomo. Passò un po’ di tempo e il monaco gli ripeté: «Guarda ancora! Cosa vedi?». «Ora vedo me stesso: mi specchio nell’acqua». Il monaco concluse: «Quando l’acqua è agitata, non si vede nulla. Ora l’acqua è tranquilla. È questa l’esperienza del silenzio: l’uomo vede se stesso!».
Semplice e illuminante parabola dei padri del deserto, uomini che conoscevano il valore del vero silenzio, dato che vivevano nelle solitudini della Tebaide egiziana: qualsiasi commento risulta inutile tanto la scena è nitida nel suo significato simbolico. 
Vorrei, allora, sottolineare solo un tratto del racconto, quello che descrive l’acqua agitata nella quale non ci si può specchiare né è possibile che in essa si rifletta la luce del cielo. Ebbene, questo è proprio lo stato della nostra vita nella maggior parte dei casi.
Siamo presi da tante cose, afferrati da preoccupazioni e da frenesie. Come diceva san Giacomo nella sua Lettera, «bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite a ottenere, combattete e fate guerra» (4,2). 
L’esistenza si trasforma in un tormento, si è sempre stressati e agitati e soprattutto si sente affiorare spesso il sapore amaro dell’insoddisfazione. 
Gesù nel discorso della Montagna per ben sei volte ripete: «Non affannatevi!» (Matteo 6,25-34) per concludere: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte le altre cose vi saranno date in aggiunta». E il regno di Dio è aperto a chi è semplice e sereno come un bambino (Matteo 18,3).

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori


venerdì 15 giugno 2018

IL CONTADINO E IL SEME


Mc 4, 26-34

Dal Vangelo secondo Marco


26Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; 27dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. 28Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; 29e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

30Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; 32ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
33Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. 34Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.


Commento di p. Paolo Curtaz
Marco ci regala una piccola parabola, una similitudine, un paragone, che solo lui riporta.
Tre piccoli versetti da mandare a memoria e da usare quando ci lasciamo prendere dall’ansia da prestazione (cristiana). Un potente ansiolitico interiore.
È il regno che viene, non sono gli uomini a farlo venire.
Quindi: restiamo sereni. Keep calm. Ci voleva. Soprattutto in questi tempi di caos apocalittico.
La piccola similitudine è divisa in tre parti e ha due protagonisti: il contadino e il seme.
Il primo compare all’inizio e alla fine e, volutamente, Marco ne sottolinea il ruolo assolutamente  marginale.
Manda la falce. Due azioni: getta il seme e manda (getta?) la falce.
Interessante: non semina, ma getta il seme, come ad indicare un’azione non prevista, un campo non adibito alla semina, una scelta non pianificata, come a dire: getta il seme della Parola ovunque ti trovi, ogni luogo è da fecondare!
E la seconda affermazione è ancora più curiosa, una specie di errore grammaticale: letteralmente Marco scrive, in greco, che il contadino manda la falce, non va nemmeno a falciare, qualcun altro, la falce!, se ne occupa.
Sappiamo che non è così semplice. Sappiamo che il terreno va accudito, irrigato, disinfestato dalle erbacce... ma il racconto vuole rimarcare la forza intrinseca del seme e l’apparente marginalità del seminatore.
Il secondo citato, il seme, è il vero protagonista del brano: mentre l’uomo dorme, lui germoglia, cresce, porta frutto. Gesù descrive quasi plasticamente la lenta azione del seme che buca la terra, si fa germoglio, cresce, si gonfia e si dona nel frutto.
Il contadino è inattivo, il seme no.
Al punto che, alla fine, è il frutto che stabilisce l’ora della mietitura. Letteralmente Marco scrive appena il frutto lo consente.
L’uomo non fa, ma accoglie. E deve accogliere in fretta, subito.
È il frutto che fa tutto.
Il contadino non sa nemmeno come ciò avvenga, non se ne occupa, non ha il potere del controllo.
Fuor di metafora, Gesù, totalmente uomo, si interroga su quanto sta accadendo, sulla sua strategia pastorale.
Determinato nel continuare la sua missione, si interroga sulle difficoltà che incontra.
E dice a se stesso, ai suoi discepoli, a noi, una cosa molto semplice: il regno di Dio è, appunto, di Dio. Non nostro. Ha una sua logica, una sua tempistica, una sua dinamica che, spesso, ignoriamo. Come accade col seme.
La Parola seminata agisce anche se non ce ne accorgiamo. Ha tempi lunghi, certo, diversi dai nostri, ma agisce con forza e costanza. A noi rimane il compito di gettare il seme e di coglierne il frutto, subito, appena questo matura.
Gesù chiede di passare dalla logica dell’efficienza a quella dell’accoglienza.
Ahia.
Quante inutili ansie portiamo nel cuore! Proprio noi cristiani, noi discepoli che dovremmo, almeno un po’, fidarci di Dio e della sua Parola!
Il ragionamento di Gesù è semplice ed efficace: il regno è di Dio, tu, assecondalo.
O, in altre parole, come ripeto spesso, fra il serio e il faceto: il mondo è già salvo, non lo devi salvare tu. Il mondo è già salvo, è che non lo sa.
Vuoi fare qualcosa? Vivi da salvato.
Per noi, oggi Questa logica evangelica dell’attesa, della fiducia, caratterizza (o dovrebbe) la nostra vita comunitaria, ma anche la nostra vita interiore. La stessa pazienza che il Signore chiede nel lasciar agire il regno, la stessa fiducia che chiede di avere nella potenza della Parola, la dobbiamo aver e verso noi stessi e i nostri percorsi di vita.
Come il terreno, cioè il nostro intimo, accoglie e fa crescere il seme è un mistero: inutile cercare di accelerarlo, inutile cercare di manipolarlo, è una questione fra Dio e l’anima, un evento intangibile ne lla coscienza del discepolo (cfr. Ap 3,20).
Il granello di senape
Ancora riflette, il Maestro, ed introduce l’ultimo enigma con una doppia domanda, come era in uso nei dialoghi dei rabbini per coinvolgere l’uditorio.
La parabola parla di una mutazione, di un cambiamento, di una evoluzione.
Perché quando si parla di Dio tutto si trasforma. È dinamico Dio, sempre più avanti di quanto di lui riusciamo a cogliere.
Usa questa splendida immagine servendosi con forza di un contrasto, che è il cuore della parabola .
Il protagonista della parabola è ancora il seme: a lui sono riferiti i verbi. È seminato, sale su, diventa un ortaggio, ramifica.
Ma al Signore piace giocare con gli opposti: il più piccolo dei semi diventa il più grande degli ortaggi, un vero albero, con grandi rami.
Ha ragione: il seme della senape, anche se non è il più piccolo in natura, come affermato, è comunque minuscolo: misura appena un millimetro di grandezza. Ma, sulle sponde del lago, può crescere fino a raggiungere i tre metri di altezza.
Spettacolare.
La logica del regno
La Parola di Dio ha una sua efficacia, il seme germoglia e porta frutto, così l’annuncio del regno che avanza anche se non sappiamo bene come. Ma è una logica diversa da quella che ci immaginiamo.
Parte dal poco, all’inizio è insignificante, piccolo come un granello di senape.
Ha un suo inizio e una sua progressione.
Ma Gesù non parla di trionfalismi, non immagina grandi successi delle chiese, come a volte è stato interpretato goffamente questo testo, non sogna improbabili finali trionfanti da film.
Indica l’atteggiamento con cui annunciare il regno e la logica che lo accompagna: nelle piccole cose, nell’umiltà (che non è la depressione dei credenti ma la consapevolezza feconda del limite), dell’insignificanza dei gesti si cela la grandezza del regno.