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sabato 11 aprile 2026

FAME DI PACE

 


Il Papa: preghiamo per la pace, 

si fermi chi uccide

 e vuole il mondo in ginocchio

Al termine del Rosario per la pace nella Basilica di San Pietro, Leone XIV esorta ad affrontare “come umanità e con umanità quest’ora drammatica della storia”. In un mondo in cui “sembrano non bastare i sepolcri”, il Pontefice denuncia le “inderogabili responsabilità dei governanti” e il “delirio di onnipotenza” che trascina “persino nei discorsi di morte” il nome di Dio. 

Il Suo, al contrario, è un regno senza droni, banalizzazioni del male o ingiusti profitti, ma fondato su dignità e perdono

-di Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

“Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.”

Mettersi in ginocchio per trovare, nella preghiera, “una briciola di fede” e non arrendersi all'apparente “destino già scritto”: quello di sepolcri che non bastano più a contenere corpi annientati “senza diritto e senza pietà”. Pretendere invece di mettere in ginocchio gli altri, accecati dal "delirio di onnipotenza", dalla banalizzazione del male e dagli ingiusti profitti, fino a trascinare “persino nei discorsi di morte il Nome santo di Dio". 

Si staglia così, prorompente e accorata, la riflessione di Papa Leone XIV al termine del Rosario per la pace di oggi, 11 aprile, nel crepuscolo di Piazza San Pietro, che assume la coreografica rappresentazione della lotta tra il buio “di quest’ora drammatica della storia”, al cui banco vengono evocate le “inderogabili responsabilità dei governanti delle nazioni” e di quei tavoli in cui “si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte”, e la luce del Regno di Dio, che spezza la “catena demoniaca del male”, intrecciata di droni e vendette. 

Con una certezza, “gratuita, universale e dirompente”, su chi avrà l’ultima parola: Siamo un popolo che già risorge!

LEGGI LA RIFLESSIONE INTEGRALE DI PAPA LEONE XIV




 

sabato 28 febbraio 2026

QUARESIMA E RAMADAN


 Il Ramadan e la Quaresima raccontati

 da un padre imam 

e un figlio sacerdote

Adrien è un missionario dei Padri Bianchi, burkinabè. Al-Hâdjdj Issa è imam e papà di Adrien. Padre e figlio vivono insieme il periodo di digiuno del Ramadan e della Quaresima che quest’anno coincidono. Non è sempre stato così. Quando Adrien si è convertito, è stato cacciato dalla sua famiglia. Il percorso di riconciliazione è durato trent’anni.

-         -di Jean-Charles Putzolu et Janvier Yaméogo - Città del Vaticano

È piuttosto raro incontrare all’interno di uno stesso nucleo familiare due vocazioni tanto incarnate. Nel 1992 Adrien Sawadogo, primogenito della famiglia, è stato quasi folgorato da un incontro con Cristo “alla maniera di san Paolo”, dice, “al di sopra dell’esperienza umana”. Quell’incontro ha sconvolto la sua vita: “tutto è cambiato nella mia famiglia. Il fatto che io fossi il primogenito e che fossi un esempio di figlio maggiore fedele che onora il padre, nella sua fede e in tutto, e che improvvisamente diventassi ciò che non ci si poteva aspettare in una famiglia musulmana seria, un primogenito che si converte al cristianesimo, è stato uno shock”, racconta Adrien.

Ciò che Dio non vuole, nessuno può realizzarlo

Di fatto, suo padre, Al-Hâdjdj Issa, e la comunità musulmana gli hanno voltato le spalle. È stata una frattura profonda che li ha separati. “Sono stato io a generarlo e a dargli il nome stesso del Profeta. Ma quando, dopo gli studi, si è orientato verso il cammino di Nabi Issa (Gesù), personalmente all’inizio non l’ho accettato”, testimonia il papà imam. Ma Dio era all’opera. Lentamente, stava operando per la riconciliazione. “Mio fratello maggiore mi ha consigliato di lasciarlo libero perché, se lo avessi forzato a ritornare all’islam, avrebbe rischiato di perdere tutto, senza appartenere più veramente a nessuna delle due religioni”, prosegue Al-Hâdjdj Issan, che alla fine ha permesso ad Adrien di proseguire i suoi studi di teologia. “Dio ha voluto mostrarmi che avevo agito bene lasciando che proseguisse il suo cammino; in seguito ha studiato anche il Corano (islamistica). Così ha fatto ciò che voleva fare e anche quello che io desideravo che facesse. Si è dunque compiuta la volontà di Dio. Ciò che Dio non vuole, nessuno può realizzarlo”.

30 anni prima della pace

Ci sono voluti trent’anni, dal 1992 al 2022, per arrivare a queste parole pacificate. “Papà ha riconosciuto che effettivamente la fede cristiana è una fede vera, autentica. Oggi dice: “in verità, voi cristiani, conoscete Dio”, confida Adrien. “Noi ci opponiamo spesso in discussioni sterili”, continua il papà. “Ma se riflettiamo bene su ciò che sta accadendo, siamo noi, gli uomini, a sbagliare; questo non succede mai a Dio. È più proficuo per noi essere indulgenti gli uni verso gli altri e lavorare insieme piuttosto che impegnarci in dispute inutili. Se Dio volesse condurci alla sventura, lo farebbe attraverso le nostre divisioni e le nostre discussioni sterili. Ma in verità, Dio non ci ordina di opporci gli uni agli altri”. Con un gioco di parole, Adrien scherza sulla coincidenza quest’anno dei periodi della Quaresima e del Ramadan: “Uno dei fratelli di un monastero nel Regno Unito, a Salisbury, aveva scritto sulla sua porta in inglese riguardo agli eventi della vita: ‘some people call them coincidence, I call them god-incidence”, per dire che alcuni chiamano questi segni coincidenze, ma lui li chiama ammiccamenti di Dio”. Ed è proprio ciò che percepisce oggi il religioso. Questa corrispondenza temporale è un invito alle grandi tradizioni dell’islam e del cristianesimo a vivere una “mistica dell’incontro”, spiega il missionario d’Africa, facendo riferimento, attraverso questa espressione, alla lettera apostolica di Papa Francesco a tutti i consacrati del 2014. È un momento propizio per mettersi all’ascolto dell’altro, per cercare insieme un cammino e il metodo per vivere insieme. L’ascolto è anche al centro del messaggio della Quaresima di Papa Leone XIV: “l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”.

Ramadan e Quaresima: un tempo di incontro

Se l’ascolto della Parola di Dio è al centro della Quaresima, l’ascolto del Corano è allo stesso modo al centro del digiuno del Ramadan: “In Africa occidentale, in Burkina Faso come in Mali, è un momento di vita attorno alla lettura del Corano. È la rivelazione di Dio. È per questo d’altronde che il culmine del Ramadan è tradizionalmente attribuito alla notte del destino, leila al qadr, che è la commemorazione dell’inizio della rivelazione coranica. Un intenso momento di silenzio, di preghiera, di ascolto, di pentimento e di manifestazione della misericordia divina”, spiega padre Adrien. “La Bibbia e il Corano non si oppongono”, continua il papà imam. “Questa coincidenza è un invito all’intelligenza e alla conversione del nostro comportamento, al fine di ricercare l’eccellenza ognuno nella propria religione, invece di denigrare la religione dell’altro con eventuali derive”.

Denunciando con fermezza queste “derive”, Al-Hâdjdj Issa Sawadogo si impegna piuttosto in un processo di dialogo: “Se accetteremo di incontrarci per confrontarci e per ascoltarci, capiremo che l’obiettivo è simile”. E prosegue: “questa coincidenza è un invito per noi, cristiani e musulmani, a unire i nostri sforzi. È Dio che ci offre questa opportunità, non è opera nostra. È chiaramente un’indicazione divina che noi dobbiamo sapere accogliere con intelligenza”.

Il Ramadan e la Quaresima, conclude Adrien Sawadogo, sono entrambi “un momento in cui l’uomo e Dio sono alla presenza l’uno dell’altro. Per il musulmano è un momento prescritto da Dio per incontrarLo nella sua Parola.

 Per il cristiano è un tempo propizio che Dio offre all’umanità per andarGli incontro, per lasciarsi trasportare nel mistero stesso di Dio.

Dunque, sono due momenti veramente forti nella vita di queste due tradizioni, di queste due grandi comunità, che rappresentano insieme più della metà della popolazione mondiale”.

Vatican News

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mercoledì 3 dicembre 2025

UNA PRESENZA CHE TRASFORMA IL QUOTIDIANO

 

QUEL PICCCOLO LIBRO

 CHE RIVELA 
L’ANIMA DEL PAPA

 

Durante la conferenza stampa sul volo che lo riportava dal suo primo viaggio apostolico in Turchia e in Libano, Papa Leone XIV ha sorpreso i giornalisti con un riferimento inatteso. Invitato a indicare un testo capace di illuminare la sua spiritualità personale – oltre a Sant’Agostino, da lui più volte citato – il Papa ha scelto un libretto quasi invisibile, lontano dai grandi manuali di teologia e dalla saggistica spirituale contemporanea: La pratica della presenza di Dio, del carmelitano Fra Lorenzo della Resurrezione.

«È un libro davvero semplice» ha spiegato il pontefice, «scritto da qualcuno che non firma neppure con il suo cognome, fratel Lawrence. Ma descrive un tipo di preghiera e di spiritualità con cui uno semplicemente dona la sua vita al Signore e permette al Signore di guidarlo».

Un’indicazione che dice molto: mentre il mondo guarda alle grandi sfide geoponiche affrontate nel viaggio, Leone XIV preferisce richiamare l’attenzione a un testo che invita al raccoglimento, al silenzio interiore, al dialogo continuo con Dio nel cuore delle occupazioni quotidiane. Un invito alla semplicità evangelica, alla vita spirituale incarnata nella ferialità.

Ma che cos’è, realmente, questa “pratica della presenza di Dio” che il Papa propone come via per comprenderlo meglio?


La presenza che trasforma il quotidiano

Fra Lorenzo della Resurrezione, carmelitano vissuto in Francia tra il 1614 e il 1691 e oggi venerabile, non ha lasciato trattati sistematici né opere teologiche elaborate. Ci rimangono soprattutto le sue lettere e alcuni colloqui, nei quali emerge con limpidezza un’idea centrale: la pratica della presenza di Dio è il mezzo più semplice ed eccellente per vivere un’unione profonda con il Signore.

Non si tratta di una forma di preghiera delimitata, con un inizio e una fine, né di un metodo complesso riservato a momenti particolari. È, piuttosto, uno stato dell’anima, un atteggiamento continuo, una conversazione silenziosa che accompagna ogni istante della vita.

Per Fra Lorenzo vivere alla presenza di Dio significa coltivare un sguardo amoroso e costante verso di Lui, una specie di attenzione semplice ma reale, che non si basa sullo sforzo intellettuale, bensì sull’amore. È come mantenere il cuore rivolto a Colui che ci ama, senza parole superflue: un “colloquio muto e segreto” che non abbandona mai chi lo pratica.

Questa presenza non è un’astrazione spirituale: è un fatto concreto. Fra Lorenzo la chiamava “presenza attuale di Dio”, come se Dio fosse realmente e fisicamente accanto a lui, nelle pentole della cucina del convento, nella bottega dove riparava i sandali, nei corridoi dove passava inosservato. La sua cura principale – raccontano i confratelli – era essere sempre con Dio, e non fare nulla, neppure il gesto più minimo, che non fosse per amore.

È una spiritualità estremamente quotidiana, quasi domestica. Per chi desidera abbracciarla, Fra Lorenzo suggerisce gesti piccoli, quasi impercettibili: un ricordo improvviso durante il lavoro, un atto di adorazione al passare di un pensiero, una breve domanda di aiuto, l’offerta delle proprie fatiche, un movimento del cuore verso Dio mentre si conversa o si mangia. Non gesti eroici, ma fedeltà nei dettagli.

Fondamentale è ciò che il carmelitano chiama lo “sguardo interiore”: un rivolgersi al Signore prima di qualunque azione, anche per un brevissimo istante, lasciando che quella presenza accompagni l’agire e lo concluda. È un movimento tanto dolce quanto costante, che non chiede sforzi titanici ma continuità, umiltà, amore.

Fra Lorenzo insiste anche su un’idea potentissima: il cuore può diventare un oratorio. Non occorre essere in chiesa per stare con Dio; non è necessario isolarsi dal mondo o sospendere le attività. Dio è lì, nelle cose più semplici e ordinarie. Basta ritirarsi dentro di sé, per un momento, e fargli spazio.

Una spiritualità per il nostro tempo

Aver scelto proprio questo libro, da parte di Papa Leone XIV, non è un dettaglio secondario. In un’epoca di distrazioni continue, di frenesia, di identità frammentate, la proposta di Fra Lorenzo appare sorprendentemente attuale. È una via alla portata di tutti, che non chiede perfezione ma disponibilità, non richiede particolari condizioni esterne ma un cuore che si lasci abitare.

In un mondo che corre, il Papa indica un uomo che camminava lentamente in una cucina del Seicento, ma che in quella lentezza aveva trovato la pace.

E forse è proprio questo che la sua citazione vuole ricordare: che la spiritualità cristiana non vive soltanto nei grandi eventi o nelle parole solenni, ma nel segreto dei cuori che, anche mentre pelano patate o affrontano le sfide di ogni giorno, scelgono di non dimenticare la presenza di Dio.

 

Il timone

 

Genere: Scienze umane - Religione - Cristianesimo

Editore Vidyananda

Formato Brossura

Pubblicato 01-01-2009

Pagine 122

ISBN 9788886020091

 

 

domenica 26 ottobre 2025

FARISEI o PUBBLICANI?


 DOMENICA XXX 

DEL TEMPO ORDINARIO (C) 

 26 Ottobre 2025

  

Sir 35,12-15b-17.20.22a; Sal 33 (34); 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14


 Commento di M. Augé B.

Il Signore ascolta il grido dei poveri, degli umili, di coloro che hanno il cuore ferito, e li salva da tutte le loro angosce. La speranza dei poveri si compie in Cristo; san Luca fa cominciare la missione di Gesù con la citazione di Is 61,1: “mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio” (Lc 4,18).

 C’è una certa continuità tra le letture della domenica scorsa e quelle odierne; è ancora il tema della preghiera, infatti, che ritorna con insistenza, sia pure da un particolare angolo visuale, che è quello della speciale attenzione che Dio rivolge alla preghiera dell’umile e del povero. La prima lettura ci ricorda che Dio è giusto; non v’è presso di lui preferenze di persone e, quindi, non può essere né comprato, né corrotto. Davanti a lui non contano le apparenze. Egli esaudisce chi con umiltà e amore lo supplica. L’insegnamento della parabola del fariseo e del pubblicano, riportata dal vangelo, si muove sulla stessa linea: il pubblicano, che si riconosce umilmente peccatore, torna a casa giustificato; il fariseo, che si vanta delle sue opere e disprezza gli altri, non viene invece giustificato. Nella seconda lettura ascoltiamo san Paolo che, ormai al termine della sua vita, ne fa un bilancio fiducioso e sereno e si affida al Signore, giusto giudice, che gli darà la corona di giustizia. La società in cui viviamo esalta i potenti, i forti, coloro che con la loro attività hanno raggiunto denaro, sicurezza e prestigio. Sono essi ad avere successo ed a diventare i modelli a cui facciamo volentieri riferimento. Presso Dio invece è il povero, l’oppresso e l’umile che ha garanzia di successo. I criteri di valutazione appaiono rovesciati. Dio non misura con le misure umane. Egli guarda il cuore dell’uomo.            

 Il vangelo di questa domenica ci ammonisce a lasciare un po’ di spazio al Signore, a non presumere, a non pretendere, a non passare il tempo ad elencare i nostri meriti. Siamo tutti nudi davanti a Dio, tutti mendicanti. La giustificazione, cioè la salvezza, non è certo frutto della nostra giustizia, né delle nostre risorse di creature. La giustificazione è anzitutto un dono, è una grazia che viene dalla misericordia di Dio. Afferma san Giovanni che il cristiano non è figlio di Dio per nascita (Gv 1,13) ma perché è rinato, perché è stato rigenerato dall’alto mediante lo Spirito (Gv 3,5-8). Nella nostra vita tutto è dono, tutto è grazia. San Paolo riconosce che “per grazia di Dio” è quello che è (1Cor 15,10). D’altra parte, l’orazione colletta ci ricorda che per ottenere il dono di Dio, dobbiamo amare ciò che egli comanda; la giustificazione chiama in causa l’uomo che con la sua libertà è chiamato a corrispondere al dono di Dio. Infatti, la giustificazione non è un atto magico che avviene ineluttabilmente ma una azione che inserisce la nostra libertà in una situazione nuova originata dal dono di Dio.

 L’eucaristia è la mensa alla quale il Cristo invita i poveri, i piccoli e gli umili come al convito del regno di Dio (cf. Mt 5,3; Lc 6,20). Prima di avvicinarci alla comunione proclamiamo con il centurione del vangelo: “O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma dì soltanto una parola e io sarò salvato” (cf. Mt 8,8). Ma l’eucaristia è anche il massimo della azione salvifica del Risorto e la anticipazione della condizione definitiva del salvato.

Liturgia e dintorni

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lunedì 25 agosto 2025

LA REGINA DELLA PACE

 

La teologa Albano: «Vi spiego perché invochiamo Maria e come ci protegge»

 


-       di Lorenzo Rosoli 

 

«Invocare Maria come Regina della pace significa riconoscere che la vera pace inizia nel cuore umano, nella riconciliazione con Dio, e non nasce da equilibri instabili o strategie politiche». Così Giuliana Albano aiuta ad andare alla radice della proposta lanciata da Leone XIV al termine dell’udienza di mercoledì 20 agosto: «Vivere la giornata» di venerdì 22 agosto «in digiuno e in preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso». Il 22 agosto, ha sottolineato il Pontefice, si celebra la memoria della Beata Vergine Maria Regina: da qui l’invito a chiedere la sua intercessione di «Regina della pace». Giuliana Albano, dottore in Teologia Dogmatica, è docente di Arte sacra e condirettrice della Scuola di Alta Formazione in Arte e Teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (dove ricopre anche il ruolo di segretario generale). Così, nelle riflessioni offerte ai lettori di Avvenire, teologia e arte si chiamano e intrecciano.

Professoressa Albano, che cosa significa – anzitutto – definire Maria quale “Regina”? Si tratta di un titolo forse lontano dalla sensibilità delle donne e degli uomini d’oggi...

«Il titolo di Regina attribuito a Maria non rimanda a un potere che domina o schiaccia, come spesso la nostra sensibilità contemporanea associa al termine, ma a una regalità di amore e di servizio. Maria è Regina perché ha accolto in pienezza la volontà di Dio, diventando Madre di Cristo, la sua regalità è inseparabile dalla maternità. Non è distanza, ma prossimità; non è dominio, ma cura. Dal punto di vista ecclesiologico, questo titolo esprime che Maria è icona della Chiesa: la comunità dei credenti è “regale” quando vive nell’obbedienza al Vangelo e nel dono di sé. Anche l’arte ha interpretato il titolo di Regina: pensiamo alle numerose Incoronazioni della Vergine dove la corona non segna il trionfo mondano, ma la trasfigurazione luminosa del volto materno. È immagine di una dignità che non esclude nessuno, ma indica la vocazione di ogni credente a essere trasfigurato dall’amore di Dio. Nell’arte questa regalità si esprime spesso con immagini che, pur dotate di corona, trasmettono dolcezza e protezione: un trono che diventa grembo, una corona che illumina, non separa».

E invocare Maria quale “Regina della pace”?

«Significa riconoscere che la vera pace inizia nel cuore umano, nella riconciliazione con Dio, e non nasce da equilibri instabili o strategie politiche. Come ha ricordato Leone XIV proponendo questa giornata di digiuno e preghiera, “Maria è madre dei credenti” ed “è invocata anche come Regina della pace”, alla cui intercessione affidarsi “perché i popoli trovino la via della pace”. Dandole il titolo di “Regina della pace”, la Chiesa afferma che la pace autentica è dono divino, unisce cielo e terra, trasforma i cuori. Nella catechesi pronunciata all’udienza generale, il Papa ha sottolineato che realizzare la pace è possibile anche attraverso il perdono, insegnando che “amare significa lasciare l’altro libero” e invitando a “fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro”. Ecco che Maria diventa modello per la Chiesa: una comunità che promuove la pace quando è riconciliata, accogliente e perdonante. L’arte la rappresenta spesso come Regina non guerresca, ma materna: un trono che consola, una corona che è carezza, una regalità che disarma con la tenerezza».

C’è chi ritiene che pregare o digiunare per la pace e la giustizia sia inutile. O, peggio, che sia addirittura un alibi, un modo per mettersi la coscienza a posto di fronte alle tragedie e alle ingiustizie della storia. Ecco: come stanno davvero le cose, per un cristiano? E che cosa ci insegna Maria, la donna del Magnificat, il canto che pochi giorni fa – nella solennità dell’Assunzione – la liturgia ha offerto al nostro ascolto e alla nostra vita?

«Pregare e digiunare non è un alibi, ma un modo profondamente cristiano di entrare nella storia con la forza del Vangelo. La preghiera apre il cuore a Dio e cambia lo sguardo sugli altri; il digiuno libera da ciò che ci appesantisce e ci rende solidali con chi soffre. Sono gesti semplici ma veri, che rendono possibile la pace perché cominciano da noi. Maria, la donna del Magnificat, ci mostra che la fede non è passività ma energia che trasforma. Nel suo canto proclama che Dio rovescia i potenti e innalza gli umili: non rassegnazione, ma annuncio di giustizia, che nasce dalla fiducia in Dio e invita a non arrendersi al male. Ecco perché il Papa parla di una pace “disarmata e disarmante”: non costruita con le armi, ma con la forza più grande del perdono e della misericordia. È la pace di Maria, che, come Madre, ci custodisce sotto il suo manto, e ci ricorda che il bene è più forte del male. Un manto che protegge più delle armi».

Cosa suggerisce, infine, a quanti hanno sete di giustizia e di pace la Parola offerta dalla liturgia nella memoria della Beata Vergine Maria Regina?

«Un legame molto eloquente: la profezia di Isaia sul “Principe della pace” trova compimento nell’Annunciazione a Maria. La pace promessa dai profeti non è un’idea astratta, ma una persona viva che prende carne nel grembo di una donna. In Maria, la Parola diventa storia. Il suo “sì” fa nascere il Figlio che è la pace stessa di Dio donata al mondo. Per questo la pace cristiana non è semplice assenza di guerra, ma presenza di Cristo che riconcilia, perdona, guarisce le ferite. E ancora una volta l’arte ci aiuta a contemplare questo mistero: nelle tante Annunciazioni ad esempio del Beato Angelico, quello spazio silenzioso e luminoso tra l’angelo e Maria diventa simbolo del luogo interiore dove la pace scende e si fa carne. È il silenzio fecondo in cui la Parola prende dimora, ed è lì che comincia il mondo nuovo».

www.avvenire.it

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giovedì 21 agosto 2025

CERCARE E COSTRUIRE LA PACE


 “Pregare, noi cristiani, per gridare. Perché la guerra si deve fermare adesso”


 L'appello del Papa ci scuote e ci ricorda che non siamo indifferenti, che non possiamo essere passivi, che contro l'orrore serve una rivolta morale.

 


-       di Rosanna Virgili

 La pace non è un'utopia, è una strada.

Ieri mattina papa Leone ha invitato tutti i fedeli a vivere la giornata di domani in digiuno e preghiera, “supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti in corso”.

Un invito fortemente atteso dai cristiani in questi giorni in cui nemmeno le vacanze son riuscite a liberare la mente dalla vergogna, a sospendere la visione dell’orrore.

Caro papa Leone, siamo pronti ad accogliere il tuo invito che ci restituisce il respiro, la dignità di dare conto dell’imperativo morale e spirituale che batte forte nel nostro intimo.

Come direbbe il tuo amato Agostino: “Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” (Conf. 1,1.5).

Sì, grande è la nostra inquietudine anche se non è sempre vistosa, noi cristiani non siamo affatto indifferenti, noi cristiani non siamo affatto passivi dinanzi ai signori della strage e della morte, della prepotenza e della menzogna.

Il nostro cuore è profondamente inquieto e vuole “riposare” nel Signore.

E che la Terra con tutte le sue creature possa riposare in Lui.

Nel nostro cuore è l’inquietudine del tempo – per cui – sempre come diceva Agostino – non esiste né il passato né il futuro e il presente è un istante fugace.

E il presente di Gaza – e di Israele, di Ucraina, di Russia, di Sudan, di Haiti, di Europa - è un presente urgente.

Che non può aspettare. Che non può fermarsi più a pensare.

Che non si può permettere di fare della preghiera una delega ma deve avere il coraggio del grido.

Della denuncia, della pretesa che i governi – come il nostro – non forniscano più armi vendute per difendersi usate per offendere e uccidere i civili.

Il presente urge di diventare un kairòs, l’occasione propizia di una rivolta contro l’orrore, la bestialità, la demolizione del diritto e della democrazia, lo scherno della giustizia, la violazione della vita.

L’irrisione di una plateale banalità del male.

Non abbiamo che l’adesso per fermare chi violenta Dio sulla carne dei bambini, facendo cenere della civiltà.

  “La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile (…) che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione.

E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa”.

Così già due mesi fa il Papa parlando ai Vescovi italiani (17 giugno 2025).

E i vescovi hanno vigilato sulla pace con parole e gesti come in un sacramento: dal vescovo di Manfredonia, Franco Mosconi, al vescovo di Napoli, Mimmo Battaglia s’è levato:“Un grido a chi compra armi invece di pane, a chi brinda quando un titolo “difesa” sale in Borsa” ; “Ci uniamo al grido dell’umanità ferita che non vuole e non può abituarsi all’orrore della violenza: basta guerra” hanno scritto in una Dichiarazione congiunta il vescovo di Bologna, Matteo Zuppi, unitamente a Daniele De Paz, presidente della Comunità ebraica della città.

Adesso è il tempo urgente dei “cinque giorni” che restano alla città di Betulia prima della resa: mentre il re aspetta passivamente il corso degli eventi, Giuditta si alza a pregare nell’ascolto e nell’azione: pregare chiede infatti di uscire, di esporci, di metterci accanto nelle strade e nelle piazze, ovunque, con tutti quelli che hanno il cuore inquieto e non sono rassegnati all’impotenza.

“Allora i miei poveri alzarono il grido e quelli si spaventarono, i miei deboli gridarono forte, e quelli furono sconvolti”canterà infine Giuditta (Gdt 16,11).

Adesso è il tempo urgente di Ester che da orfana in diaspora era riuscita a diventare regina e non aveva mai rivelato a suo marito d’essere ebrea.

E adesso che col sigillo di Assuero era stato decretato lo sterminio del suo popolo poteva tacere la sua identità e salvare solo sé stessa …

Ma Ester non lo fece – come fanno ancor oggi non solo gli uomini ma anche le donne quando salgono al potere – ma si espose al Volto di Dio nella preghiera, dove era riflesso il volto di fratelli e sorelle, degli esuli, dei poveri, di quelli che avrebbero in pochi mesi subito un genocidio.

Pregò e pianse sul destino del popolo che Dio amava, e ne fece il suo stesso destino; la preghiera e le lacrime divennero fortezza di verità e d’amore, di coraggio, creatività e fiducia.

Ed Ester prese una decisione e infine rovesciò le sorti rendendo l’impossibile possibile, trasformando il destino di morte in un sorprendente dono di vita.

Adesso è l’urgenza dell’impossibile.

E la nostra preghiera a Maria Regina sarà cantare l’impossibile della sua sovranità: “ha rovesciato i potenti dai troni ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi” (Lc 1,52-53): la speranza che nulla è impossibile a Dio!

E quindi nulla è impossibile ai più umili ai più piccoli che siamo noi, gente disarmata di fucili e di potere ma colma del fiume della fede del Magnificat. Abbandonarci alla potenza di quella sorgente di giustizia e di pace sarà trovare riposo al nostro cuore.

Un riposo di lotta, di obiezione di coscienza, di corse sui monti di Giudea…come la corsa di Maria da Elisabetta!

Altrimenti, domani, l’inquietudine si trasformerà in amarezza, in vergogna, e nessuno di noi potrà dirsi innocente dei delitti che abbiamo lasciato compiere ai “potenti”.

E invano cercheremo di consolare le madri di tutte le vittime: “Rachele – infatti - non vuole essere consolata perché non sono più” (Mt 2,18).

www.avvenire.it

 

 

sabato 16 agosto 2025

DOV'E' TUO FRATELLO ?



Zuppi: 

dov’è Abele, 

tuo fratello?

I nomi dei bambini uccisi 

dalla guerra 

in Palestina 

Dai fratellini israeliani Bibas agli oltre 12mila bimbi palestinesi uccisi dalla guerra, ci sono volute 424 pagine e diverse ore di lettura per fare memoria delle vittime innocenti.

«Non c’è classifica nel dolore»


- di CHIARA PAZZAGLIA

Kfir Bibas, pochi mesi. Ariel Bibas, 4 anni. Poi Abdullah Mohammed Riyad Abdullah Al-Sayed Kul, pochi mesi. Mohammed Amer Yasser Al-Masri, pochi mesi. E via così, per una lettura lunga 424 pagine. Prima i 16 bambini israeliani morti nel raid del 7 ottobre 2023, poi gli oltre 12.000 palestinesi, tra zero e 12 anni. Il doloroso elenco di quelli che non avevano ancora compiuto l’anno d’età impegna ben 34 pagine. Il cardinale Matteo Maria Zuppi, tra le rovine della chiesa di Casaglia a Monte Sole, in Comune di Marzabotto, teatro della più sanguinosa strage di civili (tra cui centinaia di bambini) della seconda guerra mondiale, legge nomi ed età delle vittime del conflitto israelo-palestinese insieme alla Piccola Famiglia dell’Annunziata, cui la Diocesi ha affidato questo luogo che è anche meta giubilare nell’Anno Santo, purtroppo funestato da guerre e violenza. « La sofferenza dei bambini è quella che deve colpire più di tutti» dice Zuppi, che cita Dossetti e Dostoevskij, ricordando che «le lacrime dei bambini sono la cosa più insopportabile e quindi ci rendono insopportabile la violenza». Lo scopo di questa iniziativa è soprattutto quello di scuotere le coscienze affinché si possano «scegliere altre vie», senza «mettere più in pericolo la vita degli innocenti». E, come ricorda Paolo Barabino, superiore della Piccola Famiglia dell’Annunziata, non si tratta solo di una cerimonia di denuncia civile, ma soprattutto di una preghiera, alla vigilia dell’Assunzione di Maria, cui è dedicato quel che resta della chiesa di Casaglia. Lo scopo, dice il monaco, non è solo commemorativo, ma «riportare il grido degli innocenti ha anche il senso di affidarci a loro, credendo che sono vivi in Dio». I bambini, infatti, esulano da ogni possibile polemica e «disarmano le coscienze. 

La nostra presenza di preghiera – prosegue Barabino - è attaccata alla storia. I sentieri dove passiamo, dove preghiamo, sono intrisi di sangue, di grida, di chi scappava, di chi inseguiva. Tutto questo ci fa ancora oggi, così come anche Dossetti desiderava, una presenza orante, ma non per noi stessi, bensì con il senso di una preghiera per il mondo». Come si può cominciare a lavorare adesso per una possibile riconciliazione dei conflitti che stiamo vivendo? «Questo è un problema enorme. Vediamo un odio che cresce e ci chiediamo come far vincere nelle coscienze anche cristiane la parola del Vangelo rispetto al grido della pelle, perché il grido della pelle chiede di vendicare il sangue, l'ingiustizia, l'occupazione. E allora bisogna compenetrare la giustizia e anche la ricerca della fratellanza con l'altro. E questo è difficilissimo: è molto importante certamente la fede, per chi ce l'ha. Qui a Marzabotto e Monte Sole anche chi non ha avuto fede è riuscito a fare un cammino per cessare di odiare, per non volere il male dell'altro. Un cristiano forse riesce più a dire la parola perdono, ma ci sono tante coscienze che sono riuscite a dire “io non odio”. Questo è già uno scalino importantissimo».

E così, il cardinale Zuppi cerca di trasformare il dolore presente in speranza futura. « La preghiera non ci porta fuori dal mondo, ma dentro. La sofferenza diventa intercessione, perché la creazione e le creature chiedono vita, futuro, speranza. Non chiedono guerra, ma pace! Ogni nome di bambini uccisi è una richiesta a Dio, ma anche agli uomini, perché li ascoltiamo, ci lasciamo toccare dall’ingiustizia che ha travolto la loro fragilità. La loro morte, di tutti loro e di ognuno, susciti le lacrime di commozione e le scelte finalmente lungimiranti di pace e non tragicamente opportunistiche. Non c’è classifica nel dolore. Siamo qui per chiedere che nella Terra Santa ogni persona, a cominciare dai più piccoli, non perda la sua vita per colpa di suo fratello».

Il cardinale ha poi invitato a riflettere intorno a due domande. « La prima: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Dio custodisce Abele e difende sempre la fraternità. Noi? E la seconda: “Che hai fatto?”, come hai potuto farlo, ma anche “cosa non hai fatto quando mi hai visto che avevo fame, sete, ero nudo, carcerato, malato?”. “Dove sei tu, dove sta il tuo cuore?». Sullo sfondo, Zuppi pone un terzo interrogativo, «la domanda - dice - che ci deve inquietare: abbiamo fatto tutto quello che potevamo per la pace?».

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mercoledì 13 agosto 2025

LA PAROLA E LA VERGOGNA


Le guerre ci ammutoliscono: 

cercano di far passare noi come stupidi, 

opponendo alla sterilità del nostro dire disarmato 

l’efficacia della violenza. 

La preghiera restituisce forza alla parola.



  Pierangelo Sequeri 

Facciamo macchine sempre più intelligenti e guerre sempre più stupide. 

(Non è un’attenuante, è un’aggravante: l’orrore, che si legittima senza vergogna, insulta anche la mente umana). La devastazione programmata – il campo di battaglia sono direttamente le case e le chiese, le scuole e gli ospedali – fa impressione, se pensiamo alla boria dei nostri proclami di civiltà e progresso. Sono guerre orribili, pogrom civili più che scontri militari, pulsioni di puro annientamento, le cui argomentazioni si nascondono dietro il pretesto – fasullo – di vantaggi territoriali, politici, economici, strategici. 

Questo pretesto, che porta in campo spiegazioni alle quali i libri di scuola ci hanno abituato, è in realtà sempre più fasullo, a uso dell’Onu e dei media. Il grado di evoluzione e di diffusione delle possibilità di convivenza, di cooperazione, di nutrimento, di istruzione e di cura, infatti, sono ora di portata planetaria. E la loro distribuzione non conflittuale è – forse per la prima volta – realmente possibile. (Persino l’intelligenza artificiale – combinatoriamente utile e sentimentalmente ottusa com’è – troverebbe soluzioni soddisfacenti, senza passare attraverso la distruzione totale di interi popoli e di interi habitat). Il “nemico”, in questi chiari di luna, è sempre più ciecamente individuato in qualcuno – una religione, una popolazione, un insediamento umano – che non dovrebbe “esistere”. 

Questa pulsione è un effetto senza causa, una fede senza ragione. Come fai ad argomentare la sua necessità? Come fai a cercare una morale nell’olocausto che essa predica? 

 Messe a confronto con l’enormità dello sviluppo e della distribuzione dell’intelligenza umana – di cui la nostra epoca si vanta! – le guerre portano oggi in campo anche l’ammutolimento della parola. (La stessa diplomazia, guardate come arranca). In altri termini, le guerre odierne cercano sempre più di far passare noi come stupidi, opponendo alla sterilità della parola disarmata l’efficacia della violenza armata. 

 È così che siamo rimasti senza parole. L’indecenza e la vergogna della brutalità sono scese in campo e dilagano, approfittando di un clima favorevole. Quale clima? Quello che anche da noi, dove la guerra è al momento sospesa, insegna ai nostri ragazzi a farsi valere con ogni mezzo. L’obiettivo dell’accrescimento illimitato della potenza arriva a giustificare l’abbattimento dell’altro che lo ostacola. E la vendetta di chi è oggetto di questa prevaricazione è fatalmente sospinta ad apprenderne la logica. 

Dunque, la nostra accorata preghiera per la pace, che il presidente della Cei, il cardinale Zuppi, ripropone con forza, dovrà stressare la misericordia di Dio come la vedova importuna del Vangelo. E che cosa chiede, anzitutto? Chiede maggiore determinazione nei confronti della violenza che sbeffeggia e ammutolisce la parola. 

 La reazione della preghiera sta in primo luogo nella restituzione della forza alla parola. Dio può farlo. Senza parole con cui parlarsi, del resto, cosa faranno le generazioni che sopravvivono a queste guerre brutali e stupide? 

Come cresceranno insieme generazioni umane tra le quali sta soltanto il silenzio di parole della convivenza in cui sono stati resi sordi, ciechi, muti? 

La preghiera ci dà la forza di dirle adesso, e di dire già ora, insieme con loro, le parole che ristabiliscono i legami degli affetti di cui gli umani – tutti – vogliono vivere. Troveremo il coraggio di dirle e di farle dire a tutti coloro che non vogliono semplicemente farsi inghiottire dall’ottusità della logica dell’annientamento? Dovremo fare miracoli coi sordi, i ciechi i muti, come Gesù. E va bene, se ci assiste, faremo anche quelli. 

 Il secondo tratto della nostra preghiera porterà i segni e le parole della vergogna, che accetteremo di condividere e di portare con i più vulnerabili alla odiosa ottusità della guerra. «Signore, noi siamo impressionati della mancanza di vergogna che la guerra di odio riesce a esibire, come se fosse un vanto di identità, una forza d’animo, una prova di coraggio. Ci vergogniamo di non essere stati abbastanza pronti a smascherare la vergogna di questa esibita impudenza. Ci vergogniamo del fatto che il genere umano al quale tutti apparteniamo si aggrappi a discorsi di auto-celebrazione così stupidi e a pulsioni così vergognose. Un’immensa misericordia è necessaria, per far scoprire agli uomini e alle donne di questo tempo la loro vergognosa nudità, bisognosa della tua protezione» (Gn 3, 21). 

 Il cristianesimo, che in molti luoghi conosce a sua volta la brutalità delle deprivazioni e delle persecuzioni, sarà lievito anche in questo. La nostra preghiera per la pace, ormai, dovrà avere, come fattore visibile di testimonianza che l’accompagna, un generoso gemellaggio istituzionale con le comunità cristiane ferite del pianeta. Da cambiare la faccia della Chiesa. Ne dovrà venire uno scuotimento salutare anche per il resto del mondo, che è tentato di mettersi in salvo per proprio conto.

 Avvenire

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martedì 12 agosto 2025

ESERCITARE LA SPERANZA

 

Solo l’uomo può giungere

 a tanto ardire di chiedere a Dio,

 nella preghiera, 

di essere orientati

 a un’esistenza generativa 

e resiliente. 

 

di Enzo Bianchi 

Il cristiano che vive di fede, adesione al Signore, metterà nel Signore la sua speranza. Fede e speranza sono strettamente collegate tra loro perché solo chi conosce la saldezza di un fondamento in cui credere può sperare e solo chi spera continua a confermare ciò che crede. 

Al cristiano la speranza fornisce l’orientamento indispensabile per un’esistenza creativa e resiliente. L’umano è un essere forzatamente resiliente ed è la speranza che gli permette di restare in piedi nelle notti che attraversa. Giustamente Filone osservava che “solo l’essere umano conosce ed esercita la speranza”. 

La speranza genera l’invocazione, la preghiera, e ci inizia a una “fede che spera”. Non è forse la preghiera eloquenza della fede e linguaggio della speranza? Chi ha fede spera ciò di cui ha bisogno: spera ciò che non vede ancora, eppure attende, ciò che non sa quando giungerà, eppure si fa già testimone di quella venuta. E la speranza è sempre attesa, fiducia, aspettativa, desiderio, brama verso il Signore. 

Noi umani viviamo di tante speranze piccole, quotidiane e legittime: anche avere il pane quotidiano, che chiediamo nel Padre nostro, è una di queste. Ma la vera speranza cristiana è lo stesso Gesù Cristo, speranza nostra, unica speranza della gloria. È lui che ci attira innalzato sulla croce e noi guardiamo a lui con speranza, perché abbiamo fede in lui, perché lo amiamo senza averlo visto e desideriamo essere con lui per sempre. Per questo camminiamo cantando, non tristi ma gioiosi nella speranza.

 Famiglia Cristiana 

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sabato 26 luglio 2025

HO BISOGNO DI TE !

 


 Riconoscere

 la nostra piccolezza


Diciassettesima domenica del T.O. anno C

27 luglio 2025

Gen 18,20-32   Sal 137   Col 2,12-14   Lc 11,1-13

 «La preghiera è un grido che si leva al Signore; […]. 

Se si grida col cuore, per quanto la voce del corpo resti in silenzio, 
il grido, impercettibile all’uomo, non sfuggirà a Dio».
Sant’Agostino, Discorso 29,1

Commento di Gaetano Piccolo

Come bambini 

Nella storia di ogni essere umano c’è un’esperienza iniziale, quella che viviamo nei primi anni di vita e che rimane impressa nella nostra memoria affettiva. È un’esperienza di dipendenza e di accudimento necessaria per la nostra sopravvivenza. Viviamo perché, in un modo o in un altro, qualcuno si è preso cura di noi. Ogni volta che dimentichiamo questa dimensione costitutiva della nostra vita, illudendoci di essere autosufficienti, ci costringiamo dentro un copione che ci impedisce di vivere quello che siamo veramente. Diventiamo diffidenti, presuntuosi e incapaci di relazione. D’altra parte, è anche vero che questa dipendenza costitutiva rappresenta un rischio: se è vero che il bambino non può decidere da chi farsi accudire, l’adulto è colui che impara a gestire questa mancanza che rimanda continuamente a un altro. 

Padre 

Nella preghiera siamo ricondotti a questa esperienza inziale della nostra vita. Forse anche per questo Gesù ci invita a diventare bambini o a essere come loro (cf Mt 18,3), altrimenti sarebbe impossibile riconoscere la relazione con il Padre e lasciarsi amare da lui. Nella preghiera impariamo però anche a vedere i nostri desideri più autentici e ci educhiamo a metterli nelle mani di colui che può prendersene cura veramente. Nella preghiera decidiamo da chi dipendere.

Ecco perché la prima parola che Gesù ci invita a pronunciare nella preghiera è proprio la parola padre. Questa parola rimanda all’esperienza iniziale di accudimento, quindi alla dimensione del genitore: colui che mi ha generato e che si impegna a fare in modo che io possa vivere. Dio si presente come padre perché è colui che mi difende, permette che io cresca, mi conferisce un’identità. Sono figlio suo, gli somiglio, sono come lui. 

Le cose da chiedere

Gesù ci insegna a pregare, perché effettivamente si impara a stare dentro una relazione. Come il bambino, anche noi abbiamo bisogno di essere educati. Gesù insegna ai discepoli a chiedere le cose più importanti, quelle essenziali. Nella preghiera, infatti, conosciamo meglio noi stessi, comprendiamo cosa ci manca veramente, scopriamo sempre di più la nostra identità di figli amati.

Prima di tutto chiediamo che il nome di Dio sia santificato, chiediamo cioè che Dio sia conosciuto e amato. Dunque, il primo passo della preghiera è quello di mettersi da parte, per riconoscere che noi non siamo Dio e non siamo il centro dell’universo, ma c’è un padre che pensa e ama ogni uomo. In questa richiesta c’è anche la nostra vocazione, perché ogni uomo è chiamato a far conoscere Dio, anche semplicemente perché la mia esistenza parla di lui: se Dio non ci fosse, io non sarei qui! La mia vita è quindi un continuo canto di lode a Dio. Egli è il Creatore che genera e benedica il mondo costantemente.

Anche la seconda richiesta riguarda Dio ovvero il suo regno: chiediamo che la sua volontà si realizzi nel mondo, non perché siamo sottomessi, ma perché questa volontà è il bene per ogni uomo. Invocare il regno significa pregare per la giustizia, per la pace e per la misericordia. Invocare il regno significa anche una purificazione del potere, che nelle mani degli uomini è spesso esercitato in maniera arbitraria e ingiusta. Chiediamo allora che chi amministra il potere possa farlo secondo il cuore di Dio.

Le cose della vita quotidiana

Solo la terza richiesta riguarda specificamente la nostra vita: chiediamo il pane che ci serve ogni giorno. Non chiediamo che i nostri depositi siano pieni, in modo da garantirci il futuro, ma ci affidiamo alla provvidenza. Non c’è motivo di temere che il padre non provveda a noi domani. Mettiamo davanti a lui i nostri desideri di oggi, quello che adesso mi manca, i bisogni di questo momento. 

Anche se non sempre ne siamo consapevoli, l’altra cosa essenziale che dobbiamo chiedere per vivere è il perdono. Questa richiesta ci aiuta a comprendere che siamo tutti vulnerabili, ma anche che tutti possiamo sbagliare. Le relazioni, la comunità, la Chiesa non possono andare avanti senza il perdono. La mancanza di perdono distrugge la vita, non solo quella degli altri, ma anche la nostra. Quando non perdoniamo ci togliamo l’ossigeno da soli e ci costringiamo a vivere dentro un ambiente tossico che è la nostra interiorità.

Infine, riconosciamo che la nostra vita è segnata dall’esperienza del male. Nella preghiera diventiamo consapevoli della nostra fragilità: da soli non ce la facciamo a combattere la lotta contro il male. Abbiamo bisogno della grazia. Come un bambino che sta imparando a scrivere, non può che fare uno scarabocchio se la mano del maestro lascia la sua, così anche noi possiamo solo fare disastri se la grazia di Dio non ci sostiene. Ogni volta che preghiamo, impariamo, dunque, tante cose anche su di noi.

Insistere 

Potrebbe sorprenderci questo invito di Gesù a insistere nella preghiera, ma il testo della Genesi che leggiamo in questa domenica, forse ci aiuta a chiarirlo. Anche l’insistenza svela qualcosa di noi stessi. Dio a volte non risponde subito, non solo perché non è detto che quello che chiediamo sia il nostro bene, ma anche perché insistendo facciamo anche noi un cammino educativo: vengono fuori i nostri veri desideri, la nostra richiesta viene in qualche modo purificata. Come scrive san Gregorio Magno: «Avvenne così che i desideri col protrarsi crescessero, e crescendo raggiungessero l’oggetto delle ricerche. I santi desideri crescono col protrarsi. Se invece nell’attesa si affievoliscono, è segno che non erano veri desideri».

Uno spreco

In questo cammino abbiamo tempo per riflettere meglio, per capire cosa vogliamo e per riconoscere se si tratta effettivamente di un bene. Anche se in apparenza la preghiera sembra uno spreco di tempo, in realtà, anche quando non accade niente, avviene comunque uno svelamento del cuore.

D’altra parte, la preghiera è il tempo per stare con la persona più importante della nostra vita. Quando stiamo con una persona a cui vogliamo bene, non ci interessa necessariamente di come impieghiamo il tempo. Ciò che conta è stare insieme. È la bellezza del tempo condiviso. Nella preghiera dovrebbe accadere lo stesso: ciò che conta è stare con Dio.

Leggersi dentro

  • Quali sono le domande che abitano la tua preghiera?
  • Come vivi il tempo che dedichi a stare con Dio?