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venerdì 13 marzo 2026

PROFETI NEL DESERTO

 


COME PROFETI


 IN UN DESERTO



-         di MAURIZIO PATRICIELLO

Le guerre fratricide mettono in crisi la fede di chi crede in Dio. 

Il pensiero di chiunque, anche del più acerrimo ateo o agnostico, nel sentire pronunciare il nome di Dio va alla pace, alla giustizia, alla tolleranza, al perdono, alla solidarietà, alla pietà, alla misericordia. Le bombe assassine sono un inno alla violenza e alla morte. Che possiamo fare, noi poveri esseri umani, davanti a uno scempio di queste dimensioni? Chi sono io, prete di periferia, di fronte a coloro che con un solo, cinico pollice alzato possono decretare la mia fine e quella di milioni di uomini e donne?

Non pochi, in questi mesi, sono caduti nella disperazione, aggiungendo sofferenza a sofferenza.

La Chiesa oggi prega, digiuna, condivide, soffre e offre. Perché la preghiera? Siamo, dunque, più misericordiosi del Padre della misericordia, da pensare di impietosirlo con le nostre suppliche? Qualcuno davvero crede che, come un grande vecchio, Lui se ne stia assiso su un trono d’oro, aspettando che i suoi figli, impauriti e depressi, lo implorino? Perché pregare, dunque?

Innanzitutto, perché ce lo ha chiesto Gesù.

Che cosa accade quando un’anima, o meglio, una comunità parrocchiale, o un’intera nazione prega, nessuno, nemmeno il più santo dei mistici, potrà mai dirlo con assoluta certezza. Obbediamo ed entriamo nell’alone del mistero. Godendo noi per primi del frutto della nostra obbedienza. Il muratore che aggiunge mattone a mattone non conosce il progetto del fabbricato come l’architetto. Solo alla fine si accorgerà di aver contribuito a innalzare una cattedrale nella quale risuoneranno le melodie liturgiche. Per adesso deve solo obbedire al mastro. Ecco, oggi, ci viene chiesto di fare proprio così.

Bussare con la certezza che la porta sbarrata sarà aperta. 

Come pellegrini, continuare a cercare; come pezzenti, insistere nel tendere la mano. Pregare è un atto di fiducia immenso. Non è facile credere che il deserto, arido e assolato, verrà ricoperto di fiori profumati. Eppure, davanti a una bara con dentro la salma di Raffaele, mio nipote, la settimana scorsa, con le lacrime agli occhi e il cuore a lutto, ho cantato: « Io credo risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore». La fede è questo: sperare contro ogni speranza. Chi prega sta mettendo in atto una rivoluzione. In un mondo dove tutto ha un prezzo, dove si è tentati di non credere più a nessuno, dove poche decine di persone possono – se vogliono – decretare la fine della vita su questa meravigliosa pallina chiamata Terra, un popolo che sa prostrarsi davanti a Dio sta mettendo un cuneo nel cuore del male. La preghiera è gettare a piene mani chicchi di grano senza la pretesa di voler sentire il profumo del pane cotto al forno. Prego perché ha pregato Gesù; prego perché hanno pregato i santi; prego perché, nei secoli, hanno pregato milioni di credenti. Prego perché ogni volta che lo faccio sento dentro di me il desiderio di donarmi totalmente a Dio e ai fratelli; perché avverto il terrore di fare male al prossimo, fosse anche solo per una sola parola cattiva pronunciata.

E il digiuno? Mi sovviene il ricordo di una pagina letta anni fa. Cito a memoria. Il giovane frate Davide Maria Turoldo, durante la Seconda guerra mondiale, era convalescente in ospedale. Un soldato, suo vicino di letto, aveva la febbre altissima. Si lamentò tutta la notte. Delirava. La mattina seguente, un giovane prete, riposato, sbarbato, pulito, profumato, entrò nella stanza. Si chinò amorevolmente sul paziente che non aveva nemmeno la forza di aprire gli occhi. Gli disse parole belle, di conforto. Gli parlò della croce e del Crocifisso. L’uomo ascoltava, poi, con un fil di voce gli rispose: «Reverendo, lei ha mai sofferto quel che sto soffrendo io? No? Allora, se ne vada». «Da quel giorno – dirà l’ormai famoso padre Turoldo – non mi sono mai più permesso di aprire la bocca davanti a un ammalato grave o a un moribondo». Confesso che accade anche a me. Nella vita delle persone si entra in punta di piedi, in silenzio, con rispetto, come in un reparto di rianimazione.

Oggi non mangiamo, o ci accontenteremo solo di un pasto frugale. Perché? Che cosa potrà ottenere il nostro piccolo sacrificio? Lo facciamo per sentirci Chiesa, casa, famiglia. Per condividere, almeno per poche ore, la sorte dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, che desidererebbero gustare anche solo una zuppa di patate calde, con serenità, senza il terrore che la casa gli crolli in testa. Digiuniamo per meglio assaporare e apprezzare tutto quel ben di Dio che, sovente, dalle tavole finisce nella spazzatura.

Preghiamo e digiuniamo per gridare ai fratelli e alle sorelle sotto le bombe: non siete soli. Siamo con voi. Perdonateci. 

Il vostro dolore è il nostro dolore. La vostra gioia è la nostra gioia. La vostra speranza è la speranza della Chiesa e di tutte le persone di buona volontà. Digiuniamo perché digiunò Gesù; perché lo hanno fatto i santi; perché lo faceva la mia mamma in Quaresima. Preghiera e digiuno. Insieme.

Per spalancare il nostro animo alla misericordia. Per rimanere umili e obbedienti. Per essere profeti di pace in un mondo che non sa più vivere e sognare.

www.avvenire.it

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lunedì 2 marzo 2026

PAROLE IN SOFFITTA

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LA CULTURA DELL'AUTOREFERENZA

 UNA CULTURA CHE NON AIUTA A PERCEPIRSI FIGLI, CIOE' DEBITORI ED EREDI DELLA VITA, MA SOLO PROPRIETARI


Non matura queste due azioni, gratitudine e compassione ma il loro contrario egoismo e indifferenza.  


- -di Alessandro D’Avenia

 

Nel bel film Hamnet, adattamento del romanzo ispirato a un episodio della vita di Shakespeare, c'è una scena memorabile.

Durante la rappresentazione dell'Amleto, quando l'attore nella parte del principe sta per morire, una donna del pubblico, che a quei tempi stava proprio sotto il palco, allunga la mano per consolare il moribondo, e così tutti quelli attorno a lei. Un'immagine da grande cinema, capace di mostrare che l'arte vera è lo spazio-tempo in cui sentiamo nostra la vita altrui tanto da volerla sostenere e alleviare, come scriveva Van Gogh di sé, “Voglio riconciliare gli uomini con il loro destino”, o Fitzgerald dei libri, “Parte della bellezza di tutta la letteratura è scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o separato da nessuno. Tu appartieni”. 

Questa capacità dell'arte di aprire lo spazio-tempo dell'appartenere, esperienza difficile per l'ego che abitualmente vede negli altri strumenti o ostacoli, ci fa scoprire che siamo invece “sulla stessa barca” nell'odissea della vita. La “barca” è metafora di quel livello di realtà in cui tutto è collegato e in comune, livello di cui non facciamo esperienza perché abbiamo perso la parola che lo indica: spirito. “Spirituale” oggi si dice infatti di chi è distante dalle incombenze materiali, quando significa il contrario: unito a tutto e tutti. 

Per questo Cristo diceva “Lo spirito vi condurrà alla verità tutta intera”, cioè alla vita in cui siamo uniti in noi stessi e con gli altri. Utopia o realtà? 

E' appena iniziata la Quaresima, periodo di preparazione alla Pasqua, cioè un'educazione pratica a risorgere, qualcosa che riguarda tutti a prescindere dalla fede. I riti, le feste, le ricorrenze hanno lo scopo di “fermare” il tempo, segnano infatti in quello lineare che avanza inesorabile un altro tempo, un tempo fermo perché sempre disponibile e attingibile, nella modalità del ritorno, come accade con le stagioni: le fioriture di questi giorni ci mostrano questo tempo nel tempo.  

Pensate all'effetto delle Olimpiadi o del festival di Sanremo: eventi da cui ci aspettiamo molto di più di quello che sono, perché il nostro spirito ha fame di senso e di unità con gli altri. Questi eventi aggregano infatti milioni di persone, perché sono versioni secolarizzate del sacro (il cibo dello spirito) di cui non possiamo fare a meno: le olimpiadi vengono da Olimpia, antica città greca in cui ogni quattro anni si riunivano i popoli ellenici, anche in guerra tra loro, per celebrare il culto di Zeus; festival è un termine che indicava nel latino medievale una festa religiosa. Il ciclo liturgico cristiano ha sempre fatto lo stesso: Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua danno senso al tempo lineare agganciandolo a un tempo eterno, quello in cui la morte è sconfitta grazie all'unione con Dio (comunione) e con gli altri (comunità). Nella Quaresima in particolare in che modo? Lo spiega il rito del digiuno, e rito non è regola che fa meritare un premio (sarebbe solo una dieta), visione commerciale che nulla c'entra con la fede, ma accesso al livello spirituale, dove si ritrova l'unità con sé stessi e con gli altri, proprio a partire dall'unione di corpo e spirito.  

Come? Toccando l'istinto più radicale: la fame, che ci rende tutti uguali. Sperimentare fame, più che mai in un mondo in cui si buttano tonnellate di cibo ogni giorno e c'è chi muore di fame, ci riporta alla condizione che tutti ci unisce: abbiamo ricevuto la vita, non ce la siamo data. Per questo nella preghiera cristiana per eccellenza si chiede “il pane quotidiano”: Dio è la vita, non tu. Se quel pane me lo tolgo volontariamente riaffermo, nel vissuto e non in astratto o solo mentalmente, che io sono dato a me stesso, non mi sono fatto da solo, e così chi mi sta accanto. Per questo motivo Omero usa “mangiatori di pane” come sinonimo di “mortali” a differenza degli immortali che si nutrono di “ambrosia” (letteralmente: immortalità), e Cristo dice: “Guai a voi che ora siete sazi perché avrete fame” (Lc 6), che non è una maledizione ma la descrizione dello stato spirituale di chi crede di essere la causa della vita che ha.  Chi pensa così ha fame perché gli manca realtà (senso e unità): la vita che hai è data, a te e a tutti. Solo chi conosce la fame conosce veramente l'uomo, perché sente, nella carne, che siamo compagni (da cum e panis: chi condivide il pane) di viaggio. Ecco il punto: il corpo ci porta allo spirito, e quando i due sono ben uniti ci sentiamo donati a noi stessi e legati realmente agli altri, sentiamo in ogni cosa la fatica della fragilità, e allunghiamo la mano verso l'altro perché non si senta solo, come la donna all'uomo morente sulla scena.  

Chi non sente la propria fragilità, si dimentica di sé e degli altri, chi la sente sa che è mantenuto in vita, e ne è grato, e la gratitudine genera riconoscenza, cioè capacità di restituire vita alla vita. La Quaresima è un'educazione alla realtà: “polvere sei e polvere ritornerai” non serve ad abbattersi ma ad aprirsi: gratitudine (eucarestia significa ringraziare) e compassione (patire con l'altro), che non sono sentimenti ma le due azioni alla bade della felicità, mano tesa sia per ricevere che per dare, essere da ed essere per.  

Per questo in Quaresima il digiuno si accompagna a elemosina (dal greco: avere pietà) e alla preghiera (stessa radice di precario), perché sono modi analoghi al digiuno per tornare consapevoli della propria e altrui fragilità (non si prega per convincere Dio a fare qualcosa ma per convincere noi che siamo suoi figli). Una cultura che non aiuta a percepirsi figli, cioè debitori ed eredi della vita, ma solo suoi proprietari, non matura queste due azioni, gratitudine e compassione ma il loro contrario egoismo e indifferenza.  

Per questo il cristianesimo medievale ha voluto dettagliare la gratitudine-compassione in quattordici capolavori, noti come opere di misericordia, sette corporali e sette spirituali: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire chi è nudo, accogliere i forestieri, prendersi cura dei malati, visitare i carcerati, seppellire i morti; consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire chi fa il male, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti.  Non sono comandamenti ma la forma di esistenza che nasce dal non sentirsi proprietari della vita propria e altrui, ma suoi custodi e coltivatori. Un programma sociale e politico che sintetizza l'etica in un entusiasmante e impegnativo: “Vivi e lotta perché gli altri vivano”. Così non sono separato da me stesso e dagli altri, e la carità non diventa sentimento, dovere o fastidio, ma stile di vita in cui la consapevolezza della morte (paura) è sostituita da una maggiore consapevolezza della vita (coraggio): sono chiamato a vivere di più e a far vivere di più (ecco la resurrezione della Pasqua non solo come narrazione di un evento straordinario ma come trasformazione della mia vita, oggi).  

La Quaresima, parola oggi in soffitta, serve a non accontentarsi del tempo lineare che porta alla tomba, e aprire lo spazio-tempo in cui mi sento così legato alla vita (appartenere) che diventa una gioia vivere e dare vita (risorgere), perché nulla può essere migliorato se prima non è amato. E allora privarsi di un po' di cibo o di altre cose che riteniamo essenziali fa accadere la memorabile scena del film: “Non aver paura, non sei solo: sei figlio, sei fratello”.

 Alzoglioochiversoilcielo

Corriere della Sera


sabato 28 febbraio 2026

QUARESIMA E RAMADAN


 Il Ramadan e la Quaresima raccontati

 da un padre imam 

e un figlio sacerdote

Adrien è un missionario dei Padri Bianchi, burkinabè. Al-Hâdjdj Issa è imam e papà di Adrien. Padre e figlio vivono insieme il periodo di digiuno del Ramadan e della Quaresima che quest’anno coincidono. Non è sempre stato così. Quando Adrien si è convertito, è stato cacciato dalla sua famiglia. Il percorso di riconciliazione è durato trent’anni.

-         -di Jean-Charles Putzolu et Janvier Yaméogo - Città del Vaticano

È piuttosto raro incontrare all’interno di uno stesso nucleo familiare due vocazioni tanto incarnate. Nel 1992 Adrien Sawadogo, primogenito della famiglia, è stato quasi folgorato da un incontro con Cristo “alla maniera di san Paolo”, dice, “al di sopra dell’esperienza umana”. Quell’incontro ha sconvolto la sua vita: “tutto è cambiato nella mia famiglia. Il fatto che io fossi il primogenito e che fossi un esempio di figlio maggiore fedele che onora il padre, nella sua fede e in tutto, e che improvvisamente diventassi ciò che non ci si poteva aspettare in una famiglia musulmana seria, un primogenito che si converte al cristianesimo, è stato uno shock”, racconta Adrien.

Ciò che Dio non vuole, nessuno può realizzarlo

Di fatto, suo padre, Al-Hâdjdj Issa, e la comunità musulmana gli hanno voltato le spalle. È stata una frattura profonda che li ha separati. “Sono stato io a generarlo e a dargli il nome stesso del Profeta. Ma quando, dopo gli studi, si è orientato verso il cammino di Nabi Issa (Gesù), personalmente all’inizio non l’ho accettato”, testimonia il papà imam. Ma Dio era all’opera. Lentamente, stava operando per la riconciliazione. “Mio fratello maggiore mi ha consigliato di lasciarlo libero perché, se lo avessi forzato a ritornare all’islam, avrebbe rischiato di perdere tutto, senza appartenere più veramente a nessuna delle due religioni”, prosegue Al-Hâdjdj Issan, che alla fine ha permesso ad Adrien di proseguire i suoi studi di teologia. “Dio ha voluto mostrarmi che avevo agito bene lasciando che proseguisse il suo cammino; in seguito ha studiato anche il Corano (islamistica). Così ha fatto ciò che voleva fare e anche quello che io desideravo che facesse. Si è dunque compiuta la volontà di Dio. Ciò che Dio non vuole, nessuno può realizzarlo”.

30 anni prima della pace

Ci sono voluti trent’anni, dal 1992 al 2022, per arrivare a queste parole pacificate. “Papà ha riconosciuto che effettivamente la fede cristiana è una fede vera, autentica. Oggi dice: “in verità, voi cristiani, conoscete Dio”, confida Adrien. “Noi ci opponiamo spesso in discussioni sterili”, continua il papà. “Ma se riflettiamo bene su ciò che sta accadendo, siamo noi, gli uomini, a sbagliare; questo non succede mai a Dio. È più proficuo per noi essere indulgenti gli uni verso gli altri e lavorare insieme piuttosto che impegnarci in dispute inutili. Se Dio volesse condurci alla sventura, lo farebbe attraverso le nostre divisioni e le nostre discussioni sterili. Ma in verità, Dio non ci ordina di opporci gli uni agli altri”. Con un gioco di parole, Adrien scherza sulla coincidenza quest’anno dei periodi della Quaresima e del Ramadan: “Uno dei fratelli di un monastero nel Regno Unito, a Salisbury, aveva scritto sulla sua porta in inglese riguardo agli eventi della vita: ‘some people call them coincidence, I call them god-incidence”, per dire che alcuni chiamano questi segni coincidenze, ma lui li chiama ammiccamenti di Dio”. Ed è proprio ciò che percepisce oggi il religioso. Questa corrispondenza temporale è un invito alle grandi tradizioni dell’islam e del cristianesimo a vivere una “mistica dell’incontro”, spiega il missionario d’Africa, facendo riferimento, attraverso questa espressione, alla lettera apostolica di Papa Francesco a tutti i consacrati del 2014. È un momento propizio per mettersi all’ascolto dell’altro, per cercare insieme un cammino e il metodo per vivere insieme. L’ascolto è anche al centro del messaggio della Quaresima di Papa Leone XIV: “l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”.

Ramadan e Quaresima: un tempo di incontro

Se l’ascolto della Parola di Dio è al centro della Quaresima, l’ascolto del Corano è allo stesso modo al centro del digiuno del Ramadan: “In Africa occidentale, in Burkina Faso come in Mali, è un momento di vita attorno alla lettura del Corano. È la rivelazione di Dio. È per questo d’altronde che il culmine del Ramadan è tradizionalmente attribuito alla notte del destino, leila al qadr, che è la commemorazione dell’inizio della rivelazione coranica. Un intenso momento di silenzio, di preghiera, di ascolto, di pentimento e di manifestazione della misericordia divina”, spiega padre Adrien. “La Bibbia e il Corano non si oppongono”, continua il papà imam. “Questa coincidenza è un invito all’intelligenza e alla conversione del nostro comportamento, al fine di ricercare l’eccellenza ognuno nella propria religione, invece di denigrare la religione dell’altro con eventuali derive”.

Denunciando con fermezza queste “derive”, Al-Hâdjdj Issa Sawadogo si impegna piuttosto in un processo di dialogo: “Se accetteremo di incontrarci per confrontarci e per ascoltarci, capiremo che l’obiettivo è simile”. E prosegue: “questa coincidenza è un invito per noi, cristiani e musulmani, a unire i nostri sforzi. È Dio che ci offre questa opportunità, non è opera nostra. È chiaramente un’indicazione divina che noi dobbiamo sapere accogliere con intelligenza”.

Il Ramadan e la Quaresima, conclude Adrien Sawadogo, sono entrambi “un momento in cui l’uomo e Dio sono alla presenza l’uno dell’altro. Per il musulmano è un momento prescritto da Dio per incontrarLo nella sua Parola.

 Per il cristiano è un tempo propizio che Dio offre all’umanità per andarGli incontro, per lasciarsi trasportare nel mistero stesso di Dio.

Dunque, sono due momenti veramente forti nella vita di queste due tradizioni, di queste due grandi comunità, che rappresentano insieme più della metà della popolazione mondiale”.

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giovedì 19 febbraio 2026

SETTE SETTIMANE PER L'ACQUA

 


Il Consiglio ecumenico delle Chiese lancia

'Sette settimane per l’acqua'


Da oggi, 18 febbraio, e fino al primo aprile prossimo, prende il via l'iniziativa quaresimale promossa dalla Cec per sollecitare la comunità internazionale ad individuare azioni concrete affinché ci sia una giusta distribuzione di risorse idriche. In tutto il mondo 2,2 miliardi di persone, in particolare donne e ragazze, non hanno accesso a riserve potabili sicure

Francesco Ricupero - Città del Vaticano

"Seven Weeks for Water - Sette settimane per l’acqua" è l’iniziativa lanciata dalla Rete ecumenica dell’acqua (Ecumenical Water Network, Ewn) del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) per ispirare risposte e azioni concrete per la sua giusta distribuzione. L'acqua ha un profondo significato spirituale nella tradizione cristiana come dono di Dio. Eppure 2,2 miliardi di persone in tutto il mondo, in particolare donne e ragazze, non hanno accesso ad acqua potabile sicura. La campagna inizia oggi, Mercoledì delle Ceneri, con un servizio di preghiera e prosegue fino al primo aprile. I promotori dell’iniziativa ecumenica sottolineano ancora una volta quanto sia urgente, in questo tempo di crisi economica ed ecologica, che i cristiani intraprendano una riflessione sull’economia dell’acqua e mettano in campo delle misure adeguate.

Giustizia idrica

Per l’occasione, la Rete ecumenica ha lanciato una raccolta di riflessioni e di risorse bibliche dedicate all’uso dell’acqua durante la Quaresima. Al fine di ottimizzare tali azioni, e nell’ottica di poter offrire un supporto anche alla luce delle evidenti ristrettezze economiche che colpiscono molte realtà del pianeta, la Cec propone un coordinamento di molteplici iniziative e contributi affinché si riesca in parte sopperire a eventuali criticità esistenti. “La giustizia idrica - spiega Dinesh Suna, responsabile del programma Terra, Acqua e Cibo della Cec e coordinatore dell’Ecumenical Water Network - è inseparabile dalla giustizia di genere. Quando vediamo donne e ragazze camminare ore ed ore per procurarsi l'acqua, pur essendo escluse dalle decisioni sulla gestione delle risorse idriche, assistiamo a una profonda violazione della dignità che la Chiesa non può ignorare. Le Settimane per l'acqua – aggiunge - ci invitano a riflettere, pregare e agire, per garantire che l'accesso all'acqua potabile diventi una realtà vissuta da tutti i figli di Dio, soprattutto da coloro che sono stati emarginati per troppo tempo".

Il 22 marzo la Giornata mondiale dell'acqua

"Seven Weeks for Water" ha quindi l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale in occasione della Giornata mondiale dell’acqua (istituita dalle Nazioni Unite nel 1992) che sarà celebrata il prossimo 22 marzo. Se infatti la produzione di cibo si basa sulla disponibilità di acqua pulita, allo stesso tempo ha un notevole impatto sia sulla quantità che sulla qualità dell’acqua. Di qui l’importanza di adottare pratiche il più possibile sostenibili. Stesso ragionamento per la produzione di energia, che necessita di enormi quantità di acqua e incide negativamente sulla sua qualità. È quindi fondamentale sviluppare politiche integrate che rendano coerenti le scelte attuate nei vari settori legati alle risorse idriche, soprattutto in un momento in cui non si può sottovalutare la disponibilità di acqua nel mondo.

Sette temi settimanali durante la Quaresima

Dal 2008, numerosi teologi di fama internazionale hanno scritto numerose riflessioni sulle "Seven Weeks for Water". Quest'anno, sette temi settimanali guideranno il percorso durante la Quaresima: comunità resilienti al clima nel contesto dell’acqua, servizi igienico-sanitari e igiene (Wash); dinamiche di potere e di genere nelle regioni con scarsità d'acqua; acqua potabile come benessere condiviso; realtà delle donne rurali; servizi igienico-sanitari per la dignità nei sistemi Wash; controllo dell'acqua nelle zone di conflitto; e legame tra agricoltura e Wash. Queste riflessioni bibliche sono consultabili sul sito della Rete ecumenica, settimana per settimana, insieme a spunti per lo studio, la riflessione e l’azione, attraverso le quali le comunità religiose e le persone potranno formulare le loro risposte nelle comunità locali in merito al tema della giustizia sull’acqua.

Digiuno sistemico globale di carbonio

Secondo Athena Peralta, direttrice della Commissione della Cec per la giustizia climatica e lo sviluppo sostenibile, giustizia idrica e giustizia climatica sono profondamente interconnesse. “Mentre entriamo nel Decennio ecumenico di azione per la giustizia climatica, le Sette settimane per l'acqua ci ricordano che il cambiamento climatico amplifica le disuguaglianze esistenti e che le donne sono tra le persone che ne sopportano il peso maggiore. Questa campagna – ricorda Peralta - si integra con il nostro Digiuno sistemico globale dal carbonio, mostrando come le nostre discipline quaresimali possano affrontare sia il fabbisogno idrico immediato che la crisi climatica a lungo termine". Esso offre riflessioni bibliche settimanali e azioni rivolte a specifiche industrie estrattive: combustibili fossili, trivellazione di petrolio e gas, estrazione mineraria, pesca eccessiva e disboscamento, agricoltura agroindustriale ed estrazione mineraria in acque profonde.

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mercoledì 18 febbraio 2026

QUARESIMA IN CAMMINO

 

Quaresima,

 per purificare 

e rafforzare

il nostro attaccamento

 a Cristo


+ Vincent Dollmann

In cammino verso la Pasqua, nella Chiesa

 I Vangeli dell'anno liturgico in corso, Anno A, corrispondono a quelli utilizzati nella preparazione dei catecumeni al battesimo pasquale. Questa è un'opportunità per ricollegarsi alle origini della Quaresima come preparazione finale al battesimo dei catecumeni e come rinnovamento di tutti i cristiani nella fede in Gesù, morto e risorto.

Durante la III , IV e V domenica di Quaresima, si svolgono gli scrutini per consentire ai catecumeni di accogliere pienamente il Signore Gesù nella loro vita. Il rito consiste in una preghiera e nell'imposizione delle mani per chiedere la disposizione dei cuori ad accogliere il dono di Dio. Con i catecumeni, tutti i cristiani sono così condotti a unirsi al mistero della Pasqua nei suoi aspetti di purificazione e rinuncia. È questo il tempo della Via Crucis prima della Via della Luce, dell'unione con Gesù risorto. Nel suo messaggio quaresimale, Papa Leone XIII incoraggia un ascolto più intenso della Parola di Dio e un digiuno che comporta l'astensione dal cibo e dalle parole che " feriscono e feriscono il prossimo ". Si tratta di ascoltare l'appello di San Paolo, che risuona il Mercoledì delle Ceneri durante la Liturgia della Parola: "Lasciatevi riconciliare con Dio" (2 Corinzi 5,20).

 Riconciliarsi con Dio attraverso l’ascolto della sua Parola e l’accettazione del suo perdono

 Per San Paolo, il termine "riconciliazione" significa liberazione dal peccato e rinnovamento della relazione tra Dio e l'umanità. Si riferisce al dono della misericordia di Dio, manifestata da Gesù attraverso la sua vita, morte e risurrezione, e trasmessa alla sua Chiesa. La Chiesa è chiamata a vivere di questa misericordia e a condividerla attraverso l'annuncio del Vangelo e la celebrazione dei sacramenti, in particolare quello del perdono.

 La Quaresima è un tempo propizio per tornare ad ascoltare la Parola di Dio . Questo ascolto dispone i cuori ad entrare in relazione con gli altri, in particolare con i poveri, come sottolinea il Papa.

Egli afferma: « Tra le tante voci che permeano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci permettono di riconoscere quella che nasce dalla sofferenza e dall'ingiustizia, affinché non resti senza risposta ».

Ciò significa, in termini pratici, staccarsi dalle distrazioni e dalle ricerche superficiali per trovare rinnovamento nella Sacra Scrittura e nel Catechismo della Chiesa Cattolica. La lettura e la discussione regolare di questi testi in famiglia o nelle fraternità sono di grande beneficio per approfondire la fede e rafforzare la carità.

 Durante la Quaresima, un impegno più assiduo con la Parola di Dio, attraverso la Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa, approfondisce il desiderio di liberarci dalle catene del peccato e di crescere in una relazione fiduciosa e filiale con Dio. Il sacramento della riconciliazione ci permette di sperimentare la misericordia divina, che si manifesta come perdono, il dono della presenza di Dio al di là dei nostri limiti e del nostro peccato. E questo dono è il rinnovamento della vita divina in noi, la grazia ricevuta nel nostro battesimo.

 Lasciarsi riconciliare con gli altri attraverso il servizio al bene comune

 In un clima di tensioni diffuse nel mondo, la Quaresima ci chiama a riflettere sul nostro impegno per il bene comune. Come ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, questo ha tre elementi essenziali: il rispetto della persona, misurato dall'attenzione ai più vulnerabili, compresi il nascituro e il morente; lo sviluppo attraverso l'accesso per tutti a un lavoro e a un alloggio dignitosi; e infine, l'impegno per la pace (CC nn. 1906-1908).

 È auspicabile che i cristiani osino ancora impegnarsi in politica oggi. Il cardinale vietnamita François-Xavier Van Thuân, che trascorse più di un decennio in prigione negli anni Settanta e Ottanta a causa della sua fede, ci ha lasciato, come incoraggiamento e guida al discernimento, * Le Beatitudini della Politica *:

 “Felice è il politico che ha un alto ideale e una profonda consapevolezza del suo ruolo.”

Felice è il politico la cui persona riflette credibilità.

Felice è il politico che lavora per il bene comune e non per il proprio interesse personale.

Felice il politico che rimane fedelmente coerente.

Felice il politico che realizza l'unità.

Felice è il politico che si impegna a realizzare un cambiamento radicale.

Felice il politico che sa ascoltare.

"Felice è il politico che non ha paura."

 Quaresima, tempo favorevole per le grazie della conversione

 La Quaresima è quel tempo benedetto nella Chiesa in cui i battezzati e i catecumeni possono purificare e rafforzare il loro attaccamento a Cristo.

Ascoltiamo l’appello di San Paolo: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Corinzi 5,20). L’apostolo insiste: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2 Corinzi 6,2).


 XVincent Dollmann, Arcivescovo di Cambrai, Assistente ecclesiastico UMEC-WUCT

 

sabato 14 febbraio 2026

LA QUARESIMA TEMPO DI CONVERSIONE


ASCOLTARE 

DIGIUNARE


Messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026


 Il messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026, dal titolo “Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione”, è stato pubblicato venerdì 13 febbraio dall'Ufficio Stampa della Santa Sede.

Nel suo messaggio, il Santo Padre spiega che “la Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita”, per cui “l'itinerario quaresimale diventa un'occasione propizia per prestare l'orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme”.  In questa Quaresima, Papa Leone XIV ci invita innanzitutto a chiedere «la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi», ed a poter «lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come Lui».

“Le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune”, sottolinea il Santo Padre.

Inoltre, il Papa ha incoraggiato a chiedere «la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro».

 “Impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”, ha scritto.

 Ascolto e digiuno

Allo stesso modo, il Santo Padre ha sottolineato l'importanza di dare spazio “alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro”.

Mentre, riferendosi al digiuno, il Papa ha spiegato che "costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio” per cui è importante "mantenere vigile la fame e la sete di giustizia… istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo”.

 Disarmare il linguaggio

Infine, il Santo Padre invita in questa Quaresima a "disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie”.

“Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”, ha incoraggiato.

Messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026



mercoledì 5 marzo 2025

LE TRE COLONNE DELLA QUARESIMA

       


IL PADRE TUO

 VEDE NEL SEGRETO


1In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c'è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. 2Dunque, quando fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. 

In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3Invece, mentre tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. 5E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 

6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. 16E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un'aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 17Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, 18perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». 

  Commento di Enzo Bianchi

 Tre “colonne” strutturavano e strutturano la vita religiosa degli ebrei: l’elemosina, la preghiera e il digiuno.

Il “giusto” ebreo le pratica con convinzione, come azioni segnate da bontà, ma resta vero che in qualsiasi comportamento religioso tutto può corrompersi: noi umani sappiamo infatti pervertire le azioni buone in azioni animate da altre intenzioni, oppure segnate da uno stile non adeguato a esse, e quindi finiamo per compiere opere perverse. 

 È significativo che in questo brano evangelico Gesù non accusa né nomina nessuno in particolare ma, in generale, quanti praticano i comandamenti di Dio con un’intenzione e uno stile assolutamente non coerenti con la volontà di Dio stesso. Anche i cristiani, anche noi, siamo preda della tentazione di agire sì secondo la legge di Dio, ma cercando che questa nostra fatica, questa nostra bontà sia vista dagli altri, magari “a fin di bene”, per “dare il buon esempio”. Così non teniamo più lo sguardo fisso su Dio ma cerchiamo lo sguardo degli altri su di noi, facciamo “scena”, religiosa ma sempre scena, e non siamo più degni di essere guardati e ricompensati da Dio. Guai a pensare di essere un modello per gli altri: è non solo mancanza di umiltà, ma anche un sentirsi giusti che impedisce al Signore, il quale è medico delle nostre anime, di incontrarci per guarirci. 

 Praticare l’elemosina

La verità delle nostre azioni apparirà solo nel giudizio, quando Dio manifesterà anche i pensieri del nostro cuore. Praticare l’elemosina, cioè, condividere i beni con sentimenti di misericordia e compassione per i bisognosi, è giustizia secondo i sapienti di Israele (cf. Sir 3,30), vale quanto i sacrifici offerti a Dio (cf. Sir 35,4), perché chiudere il cuore a chi è nel bisogno fa chiudere a Dio il cuore verso chi non vede il fratello o la sorella nella sofferenza. Fare l’elemosina – dicevano ancora i sapienti – significa ottenere da Dio la remissione dei peccati (cf. Tb 12,9). Gesù conferma questa prassi ma mette in guardia da ogni ostentazione: non c’è nessuna ragione per farsi vedere nel compiere il bene! Occorre invece più che mai la fede in un Dio che è Padre, il quale vede ciò che noi facciamo senza calcoli e nel nascondimento, e gradirà il nostro operare. 

 Pregare

Lo stesso atteggiamento Gesù lo richiede nella preghiera. C’è una preghiera pubblica per il popolo di Dio, l’assemblea liturgica, ma anche in essa c’è uno stile proprio del discepolo di Gesù.

Innanzitutto, deve essere una preghiera semplice, sobria, convinta, seria. Non occorrono preghiere interminabili, lunghe, quasi che Dio richiedesse di essere adulato, pregato, “affaticato” come pensano e fanno i pagani. Anche la religiosità dei cristiani è giudicata dalla loro fede, che la norma e la purifica costantemente. Non bisogna dunque ostentare una propria devozione in mezzo agli altri, inginocchiandosi quando tutti stanno in piedi, o stando in piedi quando gli altri stanno seduti, e neppure mettersi a pregare in luoghi pubblici (crocicchi, angoli delle piazze), magari sgranando la corona del rosario. Così facendo, si caricatura la preghiera cristiana! Ecco allora la necessità di verificare la qualità della preghiera comune, fatta nell’assemblea liturgica, con la preghiera personale, nella propria camera, nella propria cella, nel segreto e nell’intimità del faccia a faccia con Dio. Sì, Dio vede, e questo deve bastare. 

Digiunare

Così è anche per il digiuno, una pratica essenziale alla vita spirituale, per imprimere in tutta la nostra persona, corpo e spirito, che “non di solo pane vive l’uomo” (Dt 8,3; Mt 4,4; Lc 4,4), per imparare a sottomettere bisogni e pulsioni, per esercitarsi a dire no alle tentazioni; ma se facciamo digiuno per essere ammirati nella nostra virtù, anche il buon contenuto di questa azione si corrompe. 

 La vigilanza

Inizia la quaresima, e i quaranta giorni che ci stanno davanti richiedono la pratica di queste tre esigenze spirituali. Siamo però vigilanti: se, per esempio, facciamo digiuno ma poi diventiamo nervosi, aggressivi, non più miti e gioviali con quanti ci stanno vicino, meglio non digiunare. Tutto ciò che facciamo – elemosina, preghiera, digiuno – o ci aiuta a essere più capaci di amore o, altrimenti, non va praticato, perché l’amore, la carità è il télos, lo scopo di ogni legge e disciplina. Siamo discepoli di Gesù, che praticano il comandamento nuovo e definitivo dell’amore reciproco (cf. Gv 13,34; 15,12), non discepoli di un maestro spirituale che ci ha insegnato solo discipline e metodi per una vita morale! 

 Alzogliocchiversoilcielo

venerdì 28 febbraio 2025

CAMMINIAMO NELLA SPERANZA


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
PER LA QUARESIMA 2025

 

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Camminiamo insieme nella speranza

 

Cari fratelli e sorelle!

Con il segno penitenziale delle ceneri sul capo, iniziamo il pellegrinaggio annuale della santa Quaresima, nella fede e nella speranza. La Chiesa, madre e maestra, ci invita a preparare i nostri cuori e ad aprirci alla grazia di Dio per poter celebrare con grande gioia il trionfo pasquale di Cristo, il Signore, sul peccato e sulla morte, come esclamava San Paolo: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» ( 1Cor 15,54-55). Infatti Gesù Cristo, morto e risorto, è il centro della nostra fede ed è il garante della nostra speranza nella grande promessa del Padre, già realizzata in Lui, il suo Figlio amato: la vita eterna (cfr Gv 10,28; 17,3) [1].

In questa Quaresima, arricchita dalla grazia dell’Anno Giubilare, desidero offrirvi alcune riflessioni su cosa significa camminare insieme nella speranza, e scoprire gli appelli alla conversione che la misericordia di Dio rivolge a tutti noi, come persone e come comunità.

 Camminare

Prima di tutto, camminare. Il motto del Giubileo “Pellegrini di speranza” fa pensare al lungo viaggio del popolo d’Israele verso la terra promessa, narrato nel libro dell’Esodo: il difficile cammino dalla schiavitù alla libertà, voluto e guidato dal Signore, che ama il suo popolo e sempre gli è fedele. E non possiamo ricordare l’esodo biblico senza pensare a tanti fratelli e sorelle che oggi fuggono da situazioni di miseria e di violenza e vanno in cerca di una vita migliore per sé e i propri cari. Qui sorge un primo richiamo alla conversione, perché siamo tutti pellegrini nella vita, ma ognuno può chiedersi: come mi lascio interpellare da questa condizione? Sono veramente in cammino o piuttosto paralizzato, statico, con la paura e la mancanza di speranza, oppure adagiato nella mia zona di comodità? Cerco percorsi di liberazione dalle situazioni di peccato e di mancanza di dignità? Sarebbe un buon esercizio quaresimale confrontarsi con la realtà concreta di qualche migrante o pellegrino e lasciare che ci coinvolga, in modo da scoprire che cosa Dio ci chiede per essere viaggiatori migliori verso la casa del Padre. Questo è un buon “esame” per il viandante.

 Insieme

In secondo luogo, facciamo questo viaggio insieme. Camminare insieme, essere sinodali, questa è la vocazione della Chiesa [2]. I cristiani sono chiamati a fare strada insieme, mai come viaggiatori solitari. Lo Spirito Santo ci spinge ad uscire da noi stessi per andare verso Dio e verso i fratelli, e mai a chiuderci in noi stessi [3]. Camminare insieme significa essere tessitori di unità, a partire dalla comune dignità di figli di Dio (cfr Gal 3,26-28); significa procedere fianco a fianco, senza calpestare o sopraffare l’altro, senza covare invidia o ipocrisia, senza lasciare che qualcuno rimanga indietro o si senta escluso. Andiamo nella stessa direzione, verso la stessa meta, ascoltandoci gli uni gli altri con amore e pazienza.

In questa Quaresima, Dio ci chiede di verificare se nella nostra vita, nelle nostre famiglie, nei luoghi in cui lavoriamo, nelle comunità parrocchiali o religiose, siamo capaci di camminare con gli altri, di ascoltare, di vincere la tentazione di arroccarci nella nostra autoreferenzialità e di badare soltanto ai nostri bisogni. Chiediamoci davanti al Signore se siamo in grado di lavorare insieme come vescovi, presbiteri, consacrati e laici, al servizio del Regno di Dio; se abbiamo un atteggiamento di accoglienza, con gesti concreti, verso coloro che si avvicinano a noi e a quanti sono lontani; se facciamo sentire le persone parte della comunità o se le teniamo ai margini [4]. Questo è un secondo appello: la conversione alla sinodalità.

Nella speranza

In terzo luogo, compiamo questo cammino insieme nella speranza di una promessa. La speranza che non delude (cfr Rm 5,5), messaggio centrale del Giubileo [5], sia per noi l’orizzonte del cammino quaresimale verso la vittoria pasquale. Come ci ha insegnato nell’Enciclica Spe salvi il Papa Benedetto XVI, «l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” ( Rm 8,38-39)» [6]. Gesù, nostro amore e nostra speranza, è risorto [7] e vive e regna glorioso. La morte è stata trasformata in vittoria e qui sta la fede e la grande speranza dei cristiani: nella risurrezione di Cristo!

Ecco la terza chiamata alla conversione: quella della speranza, della fiducia in Dio e nella sua grande promessa, la vita eterna. Dobbiamo chiederci: ho in me la convinzione che Dio perdona i miei peccati? Oppure mi comporto come se potessi salvarmi da solo? Aspiro alla salvezza e invoco l’aiuto di Dio per accoglierla? Vivo concretamente la speranza che mi aiuta a leggere gli eventi della storia e mi spinge all’impegno per la giustizia, alla fraternità, alla cura della casa comune, facendo in modo che nessuno sia lasciato indietro?   

La speranza non delude

Sorelle e fratelli, grazie all’amore di Dio in Gesù Cristo, siamo custoditi nella speranza che non delude (cfr Rm 5,5). La speranza è “l’ancora dell’anima”, sicura e salda [8]. In essa la Chiesa prega affinché «tutti gli uomini siano salvati» ( 1Tm 2,4) e attende di essere nella gloria del cielo unita a Cristo, suo sposo. Così si esprimeva Santa Teresa di Gesù: «Spera, anima mia, spera. Tu non conosci il giorno né l’ora. Veglia premurosamente, tutto passa in un soffio, sebbene la tua impazienza possa rendere incerto ciò che è certo, e lungo un tempo molto breve» ( Esclamazioni dell’anima a Dio, 15, 3) [9].

La Vergine Maria, Madre della Speranza, interceda per noi e ci accompagni nel cammino quaresimale.

 Roma, San Giovanni in Laterano, 6 febbraio 2025, memoria dei Santi Paolo Miki e compagni, martiri.

FRANCESCO

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[1] Cfr Lett. enc. Dilexit nos (24 ottobre 2024), 220.

[2] Cfr Omelia nella Messa per la canonizzazione dei Beati Giovanni Battista Scalabrini e Artemide Zatti, 9 ottobre 2022.

[3] Cfr ibid.

[4] Cfr ibid.

[5] Cfr Bolla Spes non confundit, 1.

[6] Lett. enc. Spe salvi (30 novembre 2007), 26.

[7] Cfr Sequenza della Domenica di Pasqua.

[8] Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1820.

[9] Ivi, 1821.