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sabato 18 luglio 2026

AKOUEIN

 «Aprirò in parabole la mia bocca; proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».




Riflessione di don Massimo Naro* sulla liturgia della Parola

 nella XVI domenica del tempo ordinario (anno A)

Sap 12,13-16-19; Sal 85/86; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43

L’odierna pagina evangelica termina con la ripetizione del mashal – una sorta di proverbio a uso didattico, tipico delle scuole rabbiniche – con cui Gesù prima, nello stesso capitolo 13 del vangelo secondo Matteo da cui la pagina è tratta, aveva concluso la parabola del seminatore: «Chi ha orecchi, ascolti». La voce verbale greca akoúein, ascoltare, qui assume un senso traslato: sta per intendere, capire, comprendere. Indica, cioè, un ascolto attento, non superficiale, necessario per interpretare correttamente l’insegnamento che si sta ricevendo sotto forma di parabola. Ascoltare in questo modo è la disposizione principale del discepolo diligente, che vuole seriamente apprendere come stanno le cose. È un’attitudine ermeneutica, che matura nella capacità di fare un giusto discernimento.

Proprio sul discernimento vertono le tre parabole raggruppate nel brano matteano. Il Regno dei cieli, infatti, ha a che fare col discernimento. Esso è, inopinatamente, piccolo. Anzi, piccolissimo. Se lo si paragona a un seme vegetale, assomiglia al «più piccolo di tutti i semi» coltivati dentro un orto: il «granello di senape». Certamente esso, germogliando e crescendo, diventa «più grande delle altre piante», un arbusto robusto, un vero e proprio albero. Ma quest’esito finale è davvero sorprendente, se si considera il suo stato di partenza: chi l’avrebbe immaginato? Il Regno, che dal cielo di Dio mette le sue radici nel mondo degli esseri umani, è giustappunto così: non irrompe nella storia comune e nelle vicende personali di ognuno sgomitando, incutendo paura, rivendicando spazi riservati, imponendosi subito con una mole ingombrante. Va crescendo insieme alle altre piante dell’orto, senza rubare nulla a nessuno, piuttosto offrendo ombra rinfrescante con la sua chioma e riparo sicuro tra i suoi rami. In tal modo trasforma l’orto in un equilibrato ecosistema di varie forme di vita, a cominciare dagli uccelli che su quell’albero inatteso e provvidenziale costruiscono i loro nidi. L’ortolano che ne aveva interrato il seme, tuttavia, a suo tempo avrà certamente scelto, con previdente lungimiranza, il posto più adatto per la crescita di quel seme e degli altri semi attorno a esso: avrà fatto un buon discernimento. Un divino discernimento. Che s’accompagna nondimeno al discernimento umano, affinché il Regno di Dio sia riconosciuto e accolto, senza timore, con fiducia, con gratitudine.

Inoltre, il Regno è discreto, lavora senza far baccano, con pacatezza, con apparente lentezza e senza forzare i tempi, senza strafare, dosandosi nella giusta misura, rispettando le pur asimmetriche proporzioni tra kairós e chrónos nel suo rapportarsi con la storia e mantenendovi una posizione di minoranza, accettando persino di perdervisi dentro. Appunto come il pizzico di lievito, che serve a dare spessore all’impasto di farina sciogliendosi totalmente. Il discernimento, qui, interviene per indovinare il dosaggio, per capire le inconsuete proporzioni, per dar adito al kairós di innestarsi nel chrónos e, di converso, per indurre la storia ad aprirsi alla grazia.

A spiccare maggiormente, rispetto alle parabole del semino di senape e del lievito, è però la parabola della zizzania e del buon grano. Anche questo racconto, al pari della parabola del seminatore, è corredato da una spiegazione, riservata ai discepoli, a fine giornata, allorché il Maestro finisce di predicare in pubblico e si ritira a casa. Nella parabola un tale, col favore del buio notturno, sparge semi di zizzania in un campo coltivato a frumento, appartenente a un contadino nei cui confronti quel tale è animato da cattivi sentimenti d’inimicizia («Un uomo nemico – echthròs ánthrōpos – ha fatto questo»). Nessuno se ne accorge e la zizzania attecchisce assieme al grano, quasi indistinguibile da esso. Gli operai, a un certo punto, se ne rendono comunque conto e chiedono direttive sul da farsi al padrone del campo. Il quale li invita a non intervenire frettolosamente e drasticamente, aspettando che il grano maturi con la sua corposità dorata fino a distinguersi nettamente dalla zizzania: solo allora questa potrà essere estirpata senza rischiare di sradicare con essa il buon grano.

La spiegazione della parabola si propone alla stregua di un midrash rabbinico. E svela che il seminatore del buon grano è «il Figlio dell’uomo», figura messianica con cui Gesù si identifica, presentandosi come l’inviato di Dio e come colui che impersona l’avvento del Regno celeste. Il nemico che mira a rovinare il raccolto finale è, invece, «il diavolo» (ho diábolos), termine che in greco significa – curiosamente – “il divisore”, colui che pretende di separare. E la zizzania da lui sparsa nel «campo del mondo» rappresenta coloro che si mettono al suo servizio, «i figli del Maligno», ossia di quell’essere malvagio (ho ponērós) da cui – sempre nel vangelo secondo Matteo – la preghiera insegnata da Gesù ai suoi discepoli, il Pater noster, invoca la liberazione. Il momento della mietitura è proiettato in prospettiva escatologica, «alla fine del mondo», motivo – questo – per il quale gli esegeti dei nostri giorni attribuiscono la spiegazione all’evangelista e alla cerchia redazionale cui egli dava voce, in una congiuntura critica in cui la primitiva comunità ecclesiale – ancora ai suoi inizi – si trovava già esposta a pericolose incomprensioni e a dolorose persecuzioni.

Nel loro complesso la parabola e la spiegazione insegnano che il Regno tollera chi compete con esso, chi pretende di essergli alternativo, chi si mimetizza con esso spacciandosi per esso e invadendone l’orizzonte. Il Regno sopporta l’impostura, ne regge umilmente l’urto subdolo e distruttivo. Ma il discernimento dev’essere, per i discepoli, il sapiente antidoto all’impostura. E il discernimento più importante è quello che suscita in loro una lucida consapevolezza credente: colui al quale compete il discernimento stesso è – innanzitutto e ultimamente – il Signore. Il giudizio supremo non spetta agli uomini, ma al Figlio dell’uomo: gli uomini (hoi ánthrōpoi, che in Mt 13,25 dormono, senza accorgersi che il nemico sta seminando zizzania) non sono abili e quindi neppure abilitati a giudicare, essendo intorpiditi e confusi, per un motivo o per l’altro non lucidi. Tutto ciò – peraltro – riecheggia forse Mt 7,1-2: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con cui misurate sarete misurati», brano che continua con il confronto tra la pagliuzza e la trave nell’occhio di chi ha la presunzione di condannare gli altrui peccati ed errori.

Una lezione difficile, finanche per discepoli dotatissimi come Paolo di Tarso, che scrivendo alla comunità di Corinto incoraggerà il capovolgimento tra la disponibilità a sopportare la confusione fra bene e male nella storia, consigliata tra le righe della parabola, e la determinazione a estirpare senza indugio la zizzania non appena se ne presenti l’urgenza: «Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello ed è impudico o avaro o idolatra o maldicente o ubriaco o ladro […]. Quelli di fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio (tòn ponērón) di mezzo a voi» (1Cor 5,11.13). Un tale interventismo, alquanto vigoroso, nel XIII secolo degenererà purtroppo nella violenza dei legati pontifici, responsabili del massacro di Béziers, durante la crociata albigese, in barba alla resa al malvagio (ponērós) e all’amore verso i nemici (echthrói) che il Gesù raccontato da Matteo ha predicato: «Ma io vi dico di non opporvi al malvagio. Ma io vi dico amate i vostri nemici» (Mt 5,39.44).

Queste contraddizioni ci fanno intuire che l’obiettivo dell’enigmatica parabola è – ai tempi di Matteo, ma anche oggi – di farne capire il messaggio a quelli “di dentro”, facendo però il giro largo e riferendosi a quelli “di fuori”. Del resto la realtà ecclesiale s’intreccia con la realtà del mondo: è “seminata” nel mondo. Bisogna considerare quella che Dietrich Bonhoeffer definiva la «mondanità della Chiesa». Secondo il teologo tedesco, la vita ecclesiale non può e non deve cristallizzarsi in un «settarismo perfezionistico». Il destino della Chiesa è di essere nel mondo sino a diventare un tutt’uno con esso, in coerenza con il mistero dell’incarnazione: sta lì il senso cristologico della mondanizzazione ecclesiale, che la teologia cristiana ha il compito di intendere e spiegare correttamente. Come Bonhoeffer scriveva nel 1932, la Chiesa «è totalmente mondo»: «Non può separare la zizzania dal grano». La sua vocazione è questa: «Rinuncia alla purezza e ritorno alla solidarietà con il mondo peccatore!».

Forse il mashal conclusivo – «chi può e deve, comprenda» – dischiude questa “morale” della parabola: per intendere cosa sia il Regno e la sua ulteriorità rispetto alla Chiesa non meno che rispetto al mondo, occorre una virtù eminentemente sapienziale, la pazienza. Non tanto la pazienza umana, quanto quella divina. Si tratta di quella che potremmo chiamare la «pazienza primordiale, la prima», quella che consiste – come spiegava Romano Guardini nel suo libro sulle Virtù – nel fatto che «Dio non si sbarazza del mondo, ma lo mantiene nell’essere, lo tiene in onore; se così si può dire, gli resta fedele per sempre». Ma questo non vuol dire che la pazienza debba rimanere solo di Dio. Riportandosi esplicitamente alla parabola della zizzania, Guardini commentava: «Questa è la pazienza di colui che potrebbe usare violenza, ma usa indulgenza, perché è veramente Signore, nobile e buono. Ora l’uomo è immagine di Dio; lo deve dunque essere anche in questo punto. Il mondo è stato consegnato alle sue mani: il mondo delle cose, degli uomini e della sua propria vita. Deve ricavarne ciò che Dio s’aspetta; e questo anche ora che la gramigna ha proliferato dappertutto. La pazienza è la condizione per la crescita del grano». Come a dire che la pazienza consiste nel «con-volere la volontà di Dio» (l’espressione è del teologo Jürgen Werbick), non subendola supinamente quasi fosse un destino fatale, ma condividendola fiduciosamente e fruendone come quando si approfitta di una chance provvidenziale, di un vero e proprio kairós.

In definitiva, la parabola parla del difficile riconoscimento del Cristo, del discernimento che occorre fare nei suoi confronti. Essa dice ai farisei e agli scribi d’ogni epoca, ma pure ai discepoli d’ogni tempo, ciò che si deve evitare: mietere indiscriminatamente, rischiando di stroncare il virgulto da cui va germogliando il Regno.

www.tuttavia.eu

 * Massimo Naro insegna introduzione alla teologia, teologia trinitaria e dialogo interreligioso presso la Pontificia Facoltà teologica di Sicilia a Palermo. Dirige il Centro studi Cammarata per lo studio della storia del movimento cattolico in Sicilia. È presbitero della diocesi di Caltanissetta, dove è stato rettore del Seminario e ha diretto la Scuola di formazione socio-politica e il Museo diocesano. Collabora con varie riviste: Ho Theológos, Filosofia e Teologia, Ricerche Teologiche, Laurentianum, Studium, Presbyteri, Rivista del Clero Italiano e altre ancora. Studia il rapporto fra teologia e letteratura, arte, religioni.

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sabato 11 luglio 2026

LA SCLEROCARDIA

 


Ascoltare 

e intendere,

per guarire

 dalla sclerocardia




Riflessione di don Massimo Naro  sulla liturgia della Parola nella XV domenica del tempo ordinario (anno A)

Is 55,1-110; Sal 64/65; Rm 8,18-23; Mt 13,1-9

È raro che le parabole raccontate da Gesù, nei vangeli, siano corredate da spiegazioni. Le parabole del Maestro di Nazareth erano insegnamenti caratterizzati dalla semplicità, proprio per trovare immediata accoglienza e – quindi – per essere facilmente comprese da quelli che lo stesso Gesù chiamava i “piccoli”, ai quali tramite di lui venivano rivelati il volto paterno di Dio e il suo amore salvifico. Le parabole, sotto questo profilo, ricavavano i loro contenuti e le loro parole-chiave dalla routine quotidiana degli uditori, perciò dal lavoro dei campi, o dalla fatica notturna della pesca, o dalla vita familiare, o dai momenti conviviali non meno che da quelli dolorosi, o da alcuni fatti di cronaca, o da alcuni eventi politici. Non occorreva essere “dotti” o “sapienti”, per scorgervi tra le righe lo scenario – in ogni caso inedito e inaudito – della rivelazione.

I piccoli

Tuttavia, i “piccoli” a cui Gesù rivelava il Regno di Dio rappresentavano una tipologia ben precisa di uditori: non si trattava di tutti coloro ai quali il Maestro di volta in volta narrava le sue parabole, bensì soltanto del gruppo dei suoi discepoli. In mezzo alla folla stavano, spesso, proprio quei “dotti” e quei “sapienti” che, per la loro sicumera dottrinale, presumevano di saper indovinare da sé stessi il senso autentico degli antichi rotoli biblici e mettevano continuamente sotto esame il Rabbi galileo. E, in quella calca, si celavano pure gli imboscati inviati dalle autorità a spiare Gesù. Inoltre c’erano molti passanti distratti, semplicemente curiosi di vedere colui che alcuni spacciavano per il messia, magari restando subito delusi dalla sua figura inerme. E c’erano comunque delle persone rette e attente, che anelavano sinceramente a mettersi in discussione nel confronto diretto con quel giovane Maestro, sperando ardentemente di riconoscere in lui l’inviato del Signore.

La parabola

A questo eterogeno uditorio erano rivolte le parabole. Per molti di quegli interlocutori, esse restavano incomprensibili. Perché in tanti casi non erano affatto semplici da capire. Erano anzi enigmatiche, sospese tra il detto e il non detto. Costituivano certamente uno squarcio che gettava luce sui «misteri del Regno dei cieli», ma al contempo ri-velavano, stendevano un nuovo velo su quei misteri che – come dice l’etimo greco di questa parola – sembrano destinati a rimanere “chiusi” per tanta gente. E dischiusi, semmai, solo per alcuni. Giustappunto per i “piccoli”, per i discepoli.

Ecco perché di alcune parabole troviamo – segnatamente nel vangelo secondo Matteo – anche le spiegazioni. Come nella pagina evangelica che la liturgia della Parola oggi ci propone. Gli esegeti ci avvisano che quelle spiegazioni, molto probabilmente, sono state aggiunte successivamente dagli stessi discepoli alle parole effettivamente proferite da Gesù nel raccontare le sue parabole. Può darsi. In ogni caso le spiegazioni delle parabole evidenziano proprio ciò che quei “piccoli” avevano compreso – perché dovevano comprenderlo –, ascoltando l’insegnamento del loro Maestro.

Il seminatore

Nell’odierno brano matteano la parabola è quella del seminatore, che si reca alla semina, spargendo i grani di frumento con prodigalità, senza badare più di tanto a indirizzarli esclusivamente sul terreno buono che li avrebbe potuto fruttuosamente prendere in consegna per restituirli moltiplicati, sotto forma di spighe, al momento della mietitura. Per questo il seme piomba anche su terreni non adatti, lì dove finisce per andare sprecato, mangiato dagli uccelli, o impossibilitato a mettere radici profonde in mezzo ai sassi, o soffocato dai rovi e dalle erbacce. È l’esito scontato di un racconto ovvio.

Chi ha orecchi ascolti

O meglio: apparentemente ovvio. Perché questa parabola esige subito di essere interiorizzata e applicata al vissuto di chi l’ha sentita. L’avvertimento del narratore ce lo fa chiaramente intuire: «Chi ha orecchi, ascolti», dove “ascoltare” assume una valenza ermeneutica e sta per “interpretare”, “discernere”, “comprendere”, “intendere”, “capire bene”. Gli uditori, cioè, non devono limitarsi a un ascolto sbrigativo e superficiale, come quello che si presta a un barzellettiere. Gesù, con questo mashal – con questo detto proverbiale, tipico della sapienza rabbinica – provoca chi sta a sentire la sua parabola a entrarvi dentro, a mettersi al posto di quelle differenti tipologie di terreno su cui il seme va di volta in volta a cadere. Gli orecchi sono anch’essi una metafora: indicano il cuore. Col cuore si deve riascoltare e comprendere la parabola. Vale a dire facendola scivolare nel profondo della coscienza, meditandola seriamente, pensandoci su con onestà intellettuale, giacché il “cuore” (kardía nel greco dei vangeli), nel contesto culturale e religioso in cui Gesù predicava, era la sede dei ragionamenti e dei pensieri, non quella delle emozioni e dei sentimenti (che gli israeliti situavano piuttosto nelle viscere intestinali, negli organi dello stomaco, rahamim in ebraico, tà splánchna in greco).

Perché?

Si spiega in tale prospettiva il fatto che i discepoli «allora si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”». Pietro e gli altri amici di Gesù sono i primi a registrare la difficoltà insita nelle parabole. Sperimentano loro stessi la difficoltà di capirle, ogni volta che non riescono a concentrarsi interiormente mentre ascoltano il Maestro. E ogni volta che oppongono resistenza alla provocazione di entrare personalmente nell’orizzonte nuovo di cui le parabole sono la soglia. La risposta di Gesù alla domanda dei discepoli è severa: le parabole risultano difficili «perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile». E questo indurimento del cuore non è soltanto una malaugurata malattia, che colpisce all’improvviso, come un infarto, sicuramente non desiderato da chi ne rimane vittima.

La sclerocardia

La “sclerocardia” è una scelta rovinosa: consegue alla decisione di chiudersi – per un motivo o per l’altro – all’annuncio evangelico. Gesù allude a coloro che si fanno spiritualmente sordi per non comprendere col cuore, per non convertirsi e per non essere guariti dalla loro sclerocardia. Essi preferiscono restare refrattari alla rivelazione, non le concedono alcun adito a radicarsi e a fruttificare nella loro esistenza. Papa Francesco avrebbe parlato, a tal proposito, di una espiritualidad del avestruz, cioè di una “spiritualità dello struzzo”, che ficca la testa nella sabbia per non considerare debitamente ciò che è necessario per convertirsi. Qualcun altro, in Italia, precisamente in Sicilia, negli scorsi decenni, ha parlato pure di “pastorale dello struzzo”, per dire che ci si comporta anche in ambito ecclesiale come lo struzzo, ignorando deliberatamente le cose che sarebbe urgente cambiare.

Il seme e il frutto

Se, dunque, nella parabola del seminatore c’è al centro il seme della Parola santa di Dio, la spiegazione che in seconda battuta viene esposta nella pagina evangelica dà rilievo al terreno in cui quel seme deve attecchire. Il terreno non è meno importante del seme sparso dal divino seminatore, poiché la rivelazione non è un indottrinamento piovuto dall’alto, ma una relazione d’amore. E come tale richiede ricezione, accoglienza, risposta. Ogni seme ha bisogno del terreno ad esso adatto, un terreno che gli corrisponda peculiarmente, per potervi germogliare e fruttificare. Il terreno specificamente adatto al seme della Parola è il cuore dell’essere umano, la sua intima coscienza, il suo concreto vissuto personale.

Far germogliare la Parola nel cuore, tra le pieghe della coscienza, significa convertirsi. Farla fruttificare nel proprio vissuto vuol dire lasciarsi guarire.

www.tuttavia.eu

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venerdì 24 aprile 2026

L'ORA DI RELIGIONE

 



 Ascoltare

 il cuore 


di tutti. 




Contesi tra la pressione dell’Intelligenza artificiale e la sete di senso e di vita interiore, i ragazzi a scuola cercano maestri autentici. Il confronto tra il cardinale e il ministro al Meeting nazionale degli insegnanti di religione

Il dialogo tra il cardinale Zuppi e il ministro Valditara (in collegamento) durante il Meeting degli insegnanti di religione

di Alessia Guerrieri

 

A loro i ragazzi rivolgono le domande più profonde, alle volte anche spiazzanti. Non di rado la loro lezione tra gli studenti di una classe diventa, appunto, l’ora del dialogo e del confronto su grandi questioni della vita interiore, sul rapporto tra religioni, sulla pace. L’insegnante di religione infatti, ancor più in un momento di grandi cambiamenti per la società, diventa così quel “costruttore di ponti” e “costruttore di senso” – anche sul fronte della spiritualità – per una generazione che ha immensa sete di risposte. Un cuore insomma che parla al cuore, in una sorta di laboratorio quotidiano di cultura e dialogo. Non a caso è proprio questo il titolo scelto per il terzo meeting nazionale degli insegnanti di religione – “Il cuore parla al cuore. L’Irc laboratorio nazionale di cultura e dialogo” – promosso dal Servizio nazionale per l’Insegnamento della religione cattolica della Cei, in corso fino a domani a Roma che si concluderà con l’udienza di papa Leone XIV. Un momento di confronto, ancor più alla luce della Nota pastorale della Cei in materia arrivata a quarant’anni dall’Intesa che dava attuazione all’Accordo di revisione del Concordato in tema di Insegnamento della religione cattolica. Certo, i tempi da allora sono cambiati e con essi anche le sfide che la scuola e gli insegnanti sono chiamati ad affrontare, con percorsi didattici innovativi.

In questo quadro il ruolo degli insegnanti di religione è «fondamentale», perché «siete chiamati a rispondere alle domande più profonde dei nostri ragazzi», a intercettare i loro bisogni, a trovare gli spazi «che li aiutino a rafforzare le relazioni, voi avete un capitale tra le mani». Il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, dialogando (anche se a distanza) con il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara, ricorda difatti il ruolo dell’insegnante di religione che è quello di «insegnare a capire il senso della vita», disposto a cambiare modalità di ascolto, perché «se noi adulti affiniamo l’udito sapremo ascoltare le domande anche spirituali che arrivano dai nostri ragazzi, che hanno bisogno di veri maestri». L’arcivescovo di Bologna poi aggiunge come sia «troppo poco conosciuto – e invece dovremmo rivendicarlo di più – il grande patrimonio che c’è nell’insegnamento della religione, l’ora del dialogo che serve a tutti», visto che anche le schede sulle altre fedi sono state redatte proprio insieme ai rappresentati delle religioni. Tra le sfide per il futuro il cardinale Zuppi vede l’Intelligenza artificiale, «uno strumento che non va demonizzato, va usato, ma non dobbiamo esserne usati. Per questo dobbiamo aiutare i ragazzi a utilizzare lo strumento, altrimenti è molto pericoloso».

Dal canto suo il ministro Valditara, nel ringraziare gli insegnanti di religione per il delicato compito che svolgono, ha sottolineato come sia complesso «educare all’empatia, che è sì analisi della vita interiore intesa anche come spiritualità, ma è pure saper entrare in rapporto con l’altro per saper gioire e soffrire con gli altri. Questa è la sfida della scuola perché formare la vita interiore serve a far crescere la comunità». La società e i ragazzi – prosegue il ministro – «hanno bisogno della vostra lettura della quotidianità e della profondità di pensiero che viene dalla vostra formazione, e di rispondere al bisogno di spiritualità che i giovani chiedono.

Da qui l’importanza della formazione e di vivere questo mestiere come una “vocazione”. Ancor più perché nei prossimi anni andranno in pensione circa 5mila insegnanti, per sostituire i quali non sono sufficienti i nuovi formati. «Voi – ha ricordato nel suo saluto il segretario generale della Cei monsignor Giuseppe Baturi – avete un forte strumento che è l’educazione, capace di trasformare il mondo. I giovani, che hanno enormi potenzialità, hanno bisogno di adulti che parlino al loro cuore, che non significa offrire nozioni ma insegnare la capacità di dare significato all’esperienza della vita». Oggi perciò c’è la necessità di riconoscere la peculiarità dell’insegnamento della religione cattolica. Tra le sfide che così vede monsignor Claudio Giuliodori, presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università, c’è innanzitutto quella di «valorizzare il laicato come missione nel mondo, e quale miglior servizio se non l’insegnante di religione? Altra sfida è la formazione, perché si è credibili solo se il messaggio portato è di qualità. Serve inoltre trovare la formula per riallacciare i legami con la comunità ecclesiale, sentendosi ognuno con le proprie competenze parte di un progetto più ampio».

Occorre, aggiunge infine il responsabile del servizio nazionale Cei per l’Irc don Alberto Gastaldi, che l’insegnante sia innanzitutto «testimone di vita, testimone di fede».

www.avvenire.it

martedì 21 aprile 2026

ASCOLTARE GLI ANZIANI

Il Papa incontra una degente della Casa di accoglienza

 


 “Le persone anziane non vanno solo assistite, vanno prima di tutto ascoltate, perché custodiscono la saggezza di un popolo”.

 Come primo appuntamento della visita nella terza città angolana, Leone XIV si reca nel Lar de Assistência a pessoa idosa, struttura finanziata dal governo che accoglie circa 60 uomini e donne malati o abbandonati e maltrattati dalle famiglie con l’accusa di stregoneria. Accolgono il Pontefice con fazzoletti bianchi, canti, balletti, testimonianze. “Gesù abita qui”, assicura il Papa: “La cura delle persone fragili è segno importante della qualità della vita di un Paese"

-Salvatore Cernuzio – Inviato a Saurimo

Nella “città dei diamanti”, Saurimo, capitale della provincia angolana di Lunda Sud, la vera ricchezza sono loro: quei sorrisi sghembi, le gambe deformate dall’artrite, gli occhi vacui, le rughe presenti ma poco visibili per la pelle color dell’ebano. Sono i 62 anziani, 26 uomini e 36 donne tra i 60 e i 93 anni, che abitano il Lar de Assistência a pessoa idosa, la Casa di accoglienza per anziani di Saurimo dove sono accolti malati, disabili, ma anche persone maltrattate e abbandonate dai familiari con l’accusa di stregoneria. Papa Leone XIV ha voluto iniziare da loro il programma della visita nella terza città dell’Angola. Un breve incontro prima della Messa, scandito da testimonianze, canti in lingua chowke, un dialetto locale, balletti e trenini con un fazzoletto bianco per dare accoglienza al Pontefice.

LEGGI IL TESTO INTEGRALE DEL SALUTO AGLI ANZIANI DI PAPA LEONE XIV

Svago e familiarità

L’incontro avviene nel patio dal profumo di erba annaffiata della struttura che esiste da 14 anni ed è di proprietà dello Stato angolano, il quale ne garantisce il funzionamento con un contributo mensile. Poi, sì, ci sono pure le donazioni di associazioni e benefattori, i buoni rapporti con la Chiesa, e gli stessi ospiti praticano l'agricoltura su terreni incolti per contribuire al proprio sostentamento. Ma anche per svago. Ci si diverte molto nella Casa e oggi anche davanti al Papa i signori e le signore della Casa, coi loro abiti di diversa fattura e colore, a fianco allo staff in divisa azzurra, hanno dato prova dell’aria positiva che si respira al Lar, alla lettera, focolare, ambiente familiare. 

 

Al centro dell’attenzione

Lo anticipava già nei giorni scorsi ai media vaticani Georgina Mwandumba, da sette anni direttrice. “Questi anziani sono felici nella Casa di accoglienza, vanno d'accordo tra loro, vanno a Messa insieme, anche se non sono tutti cattolici, ma non c'è dubbio che vorrebbero stare con le loro famiglie che, purtroppo, non vengono nemmeno a trovarli. La visita del Papa alla Casa di accoglienza sarà quindi un momento di grande gioia per questi uomini e donne che, in quest'occasione, saranno al centro dell'attenzione”.

“Gesù è qui”

Ed è proprio "attenzione" ciò che ha voluto restituire Papa Leone con la sua visita e il suo breve saluto. Attenzione da leggere come affetto, valorizzazione di queste persone che – ha detto – sono la “saggezza”. Il Pontefice si è detto toccato dall’“accoglienza, così piena di fede”: “È di grande conforto per la mia missione. Grazie!”, ha sottolineato, dicendosi colpito anche del nome Lar, una parola che “parla di famiglia”. “Mi piace pensare che Gesù abita anche qui, in questa casa”, ha assicurato il Papa. “Sì, Lui dimora in mezzo a voi ogni volta che cercate di volervi bene e di aiutarvi a vicenda come fratelli e sorelle. Ogni volta che, dopo un’incomprensione o una piccola offesa, sapete perdonarvi e riconciliarvi. Ogni volta che, alcuni di voi o tutti insieme, pregate con semplicità e umiltà”.


Il grazie alle Autorità

Il Papa ha espresso il suo apprezzamento alle Autorità angolane “per le iniziative in favore degli anziani più bisognosi”, come pure a tutti i collaboratori e volontari. “La cura delle persone fragili è un segno molto importante della qualità della vita sociale di un Paese”, ha ribadito, assicurando di portare “nel cuore” il ricordo di questo incontro. Come segno visibile della visita, ha lasciato in dono una statua di San Giuseppe e diversi Rosari.

Testimonianze

Prima del Papa ha dato la sua testimonianza la rappresentante del Ministero della Salute per l’Assistenza sociale e uguaglianza di genere: “Questa Casa rappresenta per noi un luogo di salvezza delle nostre vite, poiché eravamo esposti a ogni tipo di vulnerabilità a causa dell’abbandono familiare”, ha detto. “Con la venuta del Santo Padre ci sentiamo benedetti, poiché l’amore di Dio è giunto fino a noi. Venite a visitarci ancora, nostro caro Papa”.  

Lo stesso ha ripetuto Antonio Joaquím, 72 anni ma la verve di un ragazzino, che dato al Papa il “profondo e caloroso saluto” a nome di tutti gli anziani. “La vostra presenza in mezzo a questa Casa è una benedizione di Dio, poiché non tutti i popoli, e in particolare la popolazione anziana, hanno la grazia di incontrare l’inviato del Signore. La visita del Santo Padre – ha concluso - è per noi motivo di grande gioia e accresce la nostra speranza di vita”. 

Anche a margine dell'evento, Antonio ha voluto ribadire la gratitudine e la serenità che vive quotidianamente nella Casa. Anche se non mancano i problemi: "Ci sono momenti in cui non c'è il cibo, quando il governo non rifornisce. E qualche imprenditore arriva ogni tanto e dice che l’area è sua e che non possiamo coltivare la manioca. È successo tempo fa e ce la siamo mangiata noi...". Oggi, però, i problemi sono tutti alle spalle: "È la benedizione che aspettavamo da tanto. Qui ogni giorno è diverso, ma oggi è stato davvero speciale".

Vatican News

 

 

mercoledì 25 febbraio 2026

LA CARTA DELLA DEMOCRAZIA

 

Dialogo, confronto,
 no alle parole d’odio: così ciascuno può difendere la democrazia



LA “CARTA” DI FONDAZIONE GARIWO PER RICOSTRUIRE LA FIDUCIA PARTENDO DAGLI ATTI CONCRETI DI OGNI CITTADINOCHE VOGLIA ESSERE MESSAGGERO DI NON VIOLENZA

 

La Carta della Democrazia, di cui pubblichiamo un’ampia sintesi, è il documento che guiderà tutte le celebrazioni per la Giornata dei Giusti dell’Umanità, che coinvolgeranno i circa 300 Giardini dei Giusti sparsi in tutto il mondo.

Le celebrazioni iniziano idealmente il 6 marzo alla Camera dei Deputati e hanno come fulcro la cerimonia al Giardino dei Giusti di Milano dell’11 marzo, in cui verranno onorati Piero Calamandrei, Martin Luther King, Vivian Silver, Reem Al-Hajajreh e Aleksandra Skochilenko.

 

Oggi, molti anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la caduta del Muro di Berlino, sta accadendo qualcosa di inaspettato per chi ha creduto che i valori della democrazia, del dialogo, della pace e della nonviolenza fossero garantiti. Le immagini delle autocrazie del XXI secolo, che perseguitano e mettono a tacere ogni voce differente, così come il clima di odio e di contrapposizione che si percepisce sulla scena pubblica, ci fanno capire come si sta perdendo il gusto e il richiamo ai fondamenti della democrazia. Cosa può fare dunque la persona comune per arrestare questa deriva, che ci costringe a vivere in un clima sempre più ostile, fino a quasi abituarci a diventare sudditi servili e impotenti?

Ritrovare il gusto del dialogo e dell’ascolto

La prima nostra responsabilità è ritrovare il gusto del dialogo e della conversazione, anche con persone che la pensano diversamente da noi.

Troppo spesso, in un dibattito, lo scopo principale è quello di affermare sé stessi e non quello di cercare con umiltà un orizzonte comune. Questa degenerazione ha inquinato profondamente la vita pubblica, dove i gruppi

politici si affrontano come nemici in un campo di battaglia. Sta, purtroppo, nascendo l’idea che chi governa debba affermare unicamente la propria posizione e non, invece, rappresentare la moltitudine delle opinioni e degli interessi. Da qui nasce il pericolo maggiore per il futuro della democrazia, che si può trasformare, così, in una dittatura della maggioranza o in una democrazia illiberale. Per questo, nel tempo di oggi, essere democratici significa salvaguardare con i propri comportamenti la pluralità umana.

Riscoprire la forza dell’agire comune

Tante volte, anche nei momenti più bui, persone di diverse opinioni si sono ritrovate assieme per cambiare il corso degli eventi. È accaduto durante il confino di Ventotene, quando alcuni intellettuali resistenti scrissero il Manifesto alla base dell’idea di un’Europa unita; è accaduto dopo la caduta del fascismo, quando esponenti di partiti con ideologie diverse scrissero la Costituzione italiana, che unì un Paese intero; è accaduto durante gli anni del potere comunista a Praga, quando personalità con differenti visioni diedero vita a Charta 77, il gruppo che creò le premesse della Rivoluzione di Velluto del 1989; è accaduto negli Stati Uniti, quando nacque il movimento nonviolento di Martin Luther King contro la segregazione razziale. Anche oggi, se nel nostro piccolo saremo capaci di costruire delle esperienze comuni con persone diverse, si può rivitalizzare la democrazia e creare dal basso modalità nuove di partecipazione che possono diventare esempi virtuosi per tutta la società.

Essere un argine all’odio in ogni luogo

Una volta odiare era considerato un sentimento da cui prendere le distanze. Oggi, al contrario, il disprezzo dell’altro è diventato una consuetudine.

Non si discute o si dissente, ma si disprezza e si attacca pubblicamente chi ha un'idea diversa.

Ogni cittadino ha la possibilità di contrastare questo odio se nella propria vita pubblica e privata è capace di manifestare sentimenti di rispetto. Aprirsi agli altri e sentirsi parte di un destino comune è la condizione per sottrarsi all’odio e all’invidia e provare il piacere di vivere la prossimità dell’altro. Come scrisse Etty Hillesum, l’odio è una malattia che deturpa la nostra anima e «ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale».

Avere un controllo sulle proprie parole

Oggi le parole non si perdono e si esauriscono tra le mura di casa e nelle discussioni nei bar, ma con i social si amplificano e durano nella memoria del tempo. Per questo, nella comunicazione virtuale, è importante autoimporsi un galateo etico che preveda l’umiltà di ricercare la verità, di citare le fonti, di evitare che una affermazione affrettata possa ferire una persona. Dobbiamo sempre ricordare il comandamento biblico “non mentire”, perché ogni informazione falsa fatta circolare, anche se in buona fede, inquina la vita democratica del nostro Paese. Possiamo, così, rendere nudo quel nuovo re che ci racconta che i cambiamenti climatici sono una invenzione, che il paese aggredito è un aggressore, che uno sterminio è solo propaganda politica, che un attacco ad un parlamento è legittimo, che dobbiamo difenderci dall’invasione dei migranti.

Essere custodi dell’etica della nonviolenza e messaggeri di pace Una delle grandi conquiste della democrazia è stata la creazione di istituzioni nazionali e sovranazionali che trasformassero le contrapposizioni in dialogo politico, sociale e culturale. Le Nazioni Unite sono nate per affermare il diritto internazionale e istituire luoghi di discussione per trovare soluzioni condivise ai conflitti. Oggi, questi organi non solo si dimostrano impotenti nelle crisi internazionali, ma sono messi in discussione da coloro che ritengono debba prevalere la legge del più forte.

Ognuno di noi ha la possibilità di arrestare il nuovo pericoloso fascino della violenza. Anche con piccole azioni quotidiane. Si può, per esempio, sostenere quei palestinesi e israeliani che, nel conflitto del Medio Oriente, cercano il dialogo e la condivisione; i russi e gli ucraini che cercano di costruire, nonostante la guerra, nuove relazioni; le associazioni di pace che operano in aree di conflitto costruendo scuole, ospedali, corridoi umanitari.

Ricreare lo spazio comune della pluralità umana

 Dobbiamo dare forza a tutti coloro che, nel mondo, in nome della nonviolenza e della sacralità della vita umana, si sentono messaggeri dello spirito della Convenzione di Raphael Lemkin del 1948 sulla prevenzione dei genocidi. Perché la storia ha insegnato che la stazione finale dell’odio, il genocidio, non giunge mai all’improvviso, ma arriva passo dopo passo, proprio quando le parole violente e malate contagiano le persone. Solo attraverso un lavoro interiore che ci fa riscoprire la dimensione morale, possiamo uscire dal nostro piccolo ego, ritrovare il gusto del dialogo con gli altri e la nostra appartenenza all’intera umanità.

 

*Presidente di Fondazione Gariwo

www.avvenire.it  


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martedì 24 febbraio 2026

FRANCESCO E LE SUE OSSA

 


"Fratelli e sorelle,

mi avete chiamato qui.

Avete aperto una teca, avete acceso luci, avete disposto fiori.
Porterete i vostri figli, le vostre preghiere, le vostre attese.

E io vi domando - non per rimprovero, ma per amore:
che cosa venite a cercare?

Le mie ossa?
Io le ho lasciate volentieri alla terra.
Non sono mai state il luogo dove Dio abitava.

Io ho conosciuto un sepolcro vuoto.
E da lì ho imparato che "Dio non si trattiene".

Se il Signore è risorto, perché lo cercate tra le cose ferme?
Se Cristo vive, perché lo volete custodire?

Quando camminavo per le strade, non avevo nulla da mostrare.
Né reliquie, né segni, né potere.
Avevo solo una Parola che bruciava nel cuore e dei poveri che mi insegnavano a capirla.

Mi dite che la fede ha bisogno di vedere.
Io vi dico che "la fede ha bisogno di servire".

Mi dite che l’uomo cerca un contatto.
È vero.
Ma il contatto che salva non è con le ossa dei santi, è con la carne viva dei fratelli feriti.

Avete riempito le chiese di cose da guardare perché avevate paura di ascoltare.

Ascoltare è pericoloso.
Perché chi ascolta il Vangelo non può più restare come prima.

Guardare è più facile.
Si può guardare, piangere, commuoversi e poi tornare a casa senza cambiare nulla.

Ma il Signore non ha detto: “Beati quelli che hanno toccato” bensì: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto.”

Io non vi chiedo di distruggere nulla.
Vi chiedo di non fermarvi qui.

Se vi inginocchiate davanti alle mie ossa ma restate in piedi davanti al povero, non avete capito nulla di me.

Se baciate una teca ma evitate il lebbroso di oggi, 
avete tradito il Vangelo.

Se cercate in me un intercessore
per non ascoltare il Cristo vivente,
mi state usando come un alibi.

Non fate di me un oggetto sacro.
Io volevo essere un fratello.

Non chiedetemi miracoli.
Chiedetevi per chi siete disposti a perdere la vita.

La vera reliquia non è ciò che resta di un santo morto.
La vera reliquia è una Chiesa che vive povera, libera e fedele.

Se uscite di qui più miti,
più giusti,
più attenti agli ultimi,
allora benedico il vostro cammino.

Ma se uscite soltanto consolati
e non convertiti,
chiudete pure la teca.

Io non abito lì.

Io vi aspetto per strada."

sabato 14 febbraio 2026

LA QUARESIMA TEMPO DI CONVERSIONE


ASCOLTARE 

DIGIUNARE


Messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026


 Il messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026, dal titolo “Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione”, è stato pubblicato venerdì 13 febbraio dall'Ufficio Stampa della Santa Sede.

Nel suo messaggio, il Santo Padre spiega che “la Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita”, per cui “l'itinerario quaresimale diventa un'occasione propizia per prestare l'orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme”.  In questa Quaresima, Papa Leone XIV ci invita innanzitutto a chiedere «la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi», ed a poter «lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come Lui».

“Le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune”, sottolinea il Santo Padre.

Inoltre, il Papa ha incoraggiato a chiedere «la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro».

 “Impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”, ha scritto.

 Ascolto e digiuno

Allo stesso modo, il Santo Padre ha sottolineato l'importanza di dare spazio “alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro”.

Mentre, riferendosi al digiuno, il Papa ha spiegato che "costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio” per cui è importante "mantenere vigile la fame e la sete di giustizia… istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo”.

 Disarmare il linguaggio

Infine, il Santo Padre invita in questa Quaresima a "disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie”.

“Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”, ha incoraggiato.

Messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026



domenica 25 gennaio 2026

IL SIGNORE CI PARLA

 


DOMENICA III

 DEL TEMPO

 ORDINARIO


– 25 Gennaio 2026 


Domenica della Parola

 

 Is 8,23b-9,3; Sal 26 (27); 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23


  Commento di M. Augé B. 

Il simbolismo della luce, che abbiamo già trovato nella domenica precedente nonché nella liturgia natalizia e ritroveremo in quella pasquale, esprime, nella Bibbia, la realtà della salvezza donata dal Signore per mezzo di Cristo. San Matteo, nel brano evangelico d’oggi, racconta gli inizi del ministero pubblico di Gesù che comincia dalla Galilea, dopo l’arresto di Giovanni. Gesù sceglie come punto di partenza della sua predicazione una regione religiosamente sottosviluppata, dove la religione d’Israele era a stretto contatto col paganesimo. Nel secolo VIII a. C. gli abitanti di Galilea erano stati deportati in esilio, “immersi nelle tenebre della schiavitù”. Ricordiamo che uno degli argomenti che verranno portati contro la messianicità di Gesù è appunto questo: “Il Cristo viene forse dalla Galilea?” (Gv 7,41). In questa scelta fatta da Gesù per iniziare l’annuncio del Regno di Dio e l’invito alla conversione, l’evangelista Matteo vede il compimento delle parole del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “...il popolo che cammina nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. La Galilea, terra di tenebra da dove la predicazione di Gesù inizia a irradiarsi come luce, è il simbolo del buio che avvolge la vita dell’uomo che non è stato illuminato dalla luce del Vangelo di Gesù.

 La lieta novella che Gesù reca all’uomo è un messaggio di liberazione morale e fisica, perché rinnova l’uomo. Gesù predica il vangelo del Regno e guarisce ogni malattia e infermità mettendo l’uomo in grado di individuare e percorrere la strada che lo può realizzare, che è capace di dare senso alla propria vita, come i fratelli Simone e Andrea e Giacomo e Giovanni che, lasciata ogni cosa, seguono Gesù e trovano in lui il senso della loro esistenza. San Matteo sottolinea che i primi discepoli sono fratelli nel sangue per indicare l’effetto della conversione che conduce oltre, verso la fraternità in Cristo, la sola capace di non divenire mai esclusiva, ma comprensiva di ogni uomo. Convertirsi al Regno di Dio significa quindi scoprire anche i profondi rapporti che ci uniscono gli uni gli altri. Fare di Cristo il centro della vita vuol dire spezzare ogni barriera e ogni divisione. Perciò nella comunità di coloro che sono stati illuminati dal Vangelo di Gesù non hanno senso le discordie, le divisioni. È quanto ricorda san Paolo nella seconda lettura quando esorta i fratelli della comunità di Corinto ad essere “in perfetta unione di pensiero e di sentire”. Se Cristo non può essere diviso, nemmeno la comunità di Cristo, che è vero “corpo di Cristo”, può essere divisa. Le divisioni nella Chiesa sono lacerazioni di Cristo.

 Riassumendo, possiamo affermare che negli inizi della sua predicazione Gesù annuncia la liberazione dall’oppressione in cui si trovano gli uomini che vivono nelle tenebre e nella schiavitù del peccato, perché essi, “illuminati” dalla luce che è Cristo, possano ritrovare il senso della loro esistenza nella comunione e solidarietà reciproca. Questo messaggio trova una sua realizzazione vera e paradigmatica nella partecipazione all’eucaristia, in cui per opera dello Spirito “diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito” (preghiera eucaristica III).

Pubblicato da M. Augé B. 

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