Visualizzazione post con etichetta comandamenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta comandamenti. Mostra tutti i post

sabato 2 novembre 2024

AMARE DIO e I FRATELLI



*XXXI Domenica 

del Tempo Ordinario B*

- 3 novembre 2024-

Vangelo: Mc 12, 28b-34


Commento di S.B. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme 

 Abbiamo visto, domenica scorsa, che per Gesù voler bene ad una persona significa fermarsi davanti a lei e per lei: Gesù è a Gerico e sta salendo a Gerusalemme, per donare la sua vita.

Ma durante quel cammino per Gesù donare la vita significa fermarsi e prendersi a cuore il dolore di quella persona, di Bartimeo, che grida e si rivolge a Lui per avere di nuovo la vista. Gesù si ferma, lo incontra, lo guarisce.

Ascoltare

Amare, dunque, è anche fermarsi ed ascoltare, prendersi a cuore.

Nel brano di oggi vediamo che Gesù è giunto a Gerusalemme. È la città dove si sale dove l’amore per Dio trova espressione concreta e visibile: offrire il culto e i sacrifici all’unico Dio e Signore.

Il brano, inoltre, è proprio ambientato nel tempio, nel luogo dove Dio abita, e dove si entra per adorarlo.

Ci troviamo al capitolo 12 di Marco. Nel capitolo precedente vi è la descrizione dell’ingresso di Gesù che entra solennemente nella Città santa. Nei giorni successivi al suo ingresso, si reca al tempio ed entra in dialogo con i capi religiosi, con i dottori della legge, che in fondo hanno già deciso di ucciderlo. E i dialoghi che Marco racconta non migliorano la sua situazione. Gesù parla con libertà, e questo non contribuisce certo a metterlo in buona luce. Eppure, ancora una volta, Gesù si ferma, non fugge l’incontro nemmeno con coloro che gli sono ostili.

Dentro questo contesto l’evangelista Marco inserisce il dialogo tra Gesù e uno scriba, che lo interroga su quale sia il primo comandamento: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?” (Mc 12,28).

Amare

La risposta sarebbe in fondo semplice: il primo comandamento è amare Dio.

Ma Gesù non si ferma a questa prima risposta, come a dire che questa risposta, da sola, è in qualche modo incompleta, e aggiunge anche quale sia il secondo: “Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi” (Mc 12,31).

Non basta salire a Gerusalemme, entrare nel tempio e rendere gloria a Dio. Non è solo in questo la pienezza della legge. La pienezza della legge passa anche da Gerico, e chiede di fermarsi davanti al dolore di un povero che non ha nulla e non conta nulla davanti agli occhi della gente. Non si può salire a Gerusalemme senza passare per Gerico.

Spesso, per noi, è facile scegliere qualcosa ed escludere qualcos’altro, e provare a semplificare la vita eliminando qualcosa di ciò che rende complesso il vivere e l’amare.

Servire

Se è vero che il fine del cammino di ciascuno è quello di arrivare ad avere un cuore capace di amare, il rischio è quello di tenere divisi gli ambiti e gli spazi: posso scegliere di amare Dio, senza preoccuparmi minimamente di chi mi sta accanto. Oppure, al contrario, posso amare appassionatamente le persone, tenendo fuori Dio dal mio cuore, come se Dio non c’entrasse con l’attenzione al povero. Come se necessariamente dovessimo scegliere.

Gesù chiede, invece, di non escludere né l’uno né l’altro, perché questi due amori non sono antagonisti, non si fanno mai la guerra. Anzi, nessuno di questi due amori basta a se stesso, per il semplice fatto che Dio e l’uomo sono uniti da un profondo legame, da una misteriosa unità: non si può amare l’uno senza amare anche l’altro. Dio non vuole essere amato da solo.

È interessante che lo scriba non solo è d’accordo con Gesù, e aggiunge un suo commento: amare così vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici: “Hai detto bene, Maestro … amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici” (Mc 12,32-33).

Se pensiamo che queste parole sono pronunciate nel tempio, e che gran parte della religiosità di Israele ruotava intorno ad olocausti e sacrifici, allora vediamo che davvero questo scriba non è lontano dal regno di Dio (Mc 12,34). Perché il regno di Dio è esattamente questa esperienza di un amore gratuitamente ricevuto, e che va semplicemente condiviso con tutti coloro che, come Bartimeo, siedono ai cigli delle strade a chiedere pietà.

+ Pierbattista

 Patriarcato di Gerusalemme

Immagine

sabato 21 maggio 2022

VI LASCIO LA PACE -

 
+ Dal Vangelo secondo Giovanni

 - In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».


Commento di p. Hermes Ronchi

In quel tempo, Gesù disse: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. [...]».
Se uno mi ama osserverà la mia parola. Amare nel Vangelo non è l'emozione che intenerisce, la passione che divora, lo slancio che fa sconfinare. Amare si traduce sempre con un verbo: dare, «non c'è amore più grande che dare la propria vita» (Gv 15,13). Si tratta di dare tempo e cuore a Dio e fargli spazio. Allora potrai osservare la sua Parola, potrai conservarla con cura, così che non vada perduta una sola sillaba, come un innamorato con le parole dell'amata; potrai seguirla con la fiducia di un bambino verso la madre o il padre. Osserverà la mia parola, e noi abbiamo capito male: osserverà i miei comandamenti. 

E invece no, la Parola è molto di più di un comando o una legge: guarisce, illumina, dona ali, conforta, salva, crea. La Parola semina di vita i campi della vita, incalza, sa di pane, soffia forte nelle vele del tuo veliero. La Parola culmine di Gesù è tu amerai. Custodirai, seguirai l'amore. Che è la casa di Dio, il cielo dove abita, ecco perché verremo e prenderemo dimora in lui. Se uno ama, genera Vangelo. Se ami, anche tu, come Maria, diventi madre di Cristo, gli dai carne e storia, tu «porti Dio in te» (san Basilio Magno). Altre due parole di Gesù, oggi, da ospitare in noi: una è promessa, verrà lo Spirito Santo; una è realtà: vi do la mia pace. Verrà lo Spirito, vi insegnerà, vi riporterà al cuore tutto quello che io vi ho detto. Riporterà al cuore gesti e parole di Gesù, di quando passava e guariva la vita, e diceva parole di cui non si vedeva il fondo. Ma non basta, lo Spirito apre uno spazio di conquiste e di scoperte: vi insegnerà nuove sillabe divine e parole mai dette ancora. Sarà la memoria accesa di ciò che è accaduto in quei giorni irripetibili e insieme sarà la genialità, per risposte libere e inedite, per oggi e per domani. 

E poi: Vi lascio la pace, vi dono la mia pace. Non un augurio, ma un annuncio, al presente: la pace “è” già qui, è data, oramai siete in pace con Dio, con gli uomini, con voi stessi. Scende pace, piove pace sui cuori e sui giorni. Basta col dominio della paura: il drago della violenza non vincerà. È pace. Miracolo continuamente tradito, continuamente rifatto, ma di cui non ci è concesso stancarci. La pace che non si compra e non si vende, dono e conquista paziente, come di artigiano con la sua arte. Non come la dà il mondo, io ve la do... il mondo cerca la pace come un equilibrio di paure oppure come la vittoria del più forte; non si preoccupa dei diritti dell'altro, ma di come strappargli un altro pezzo del suo diritto. Shalom invece vuol dire pienezza: «il Regno di Dio verrà con il fiorire della vita in tutte le sue forme» (G. Vannucci).

(Letture: Atti 15,1-2.22-29; Salmo 66; Apocalisse 21,10-14.22-23; Giovanni 14,23-29)

domenica 17 maggio 2020

SE MI AMATE .......


Sesta domenica di Pasqua At 8, 5-8.14-17/1Pt 3,15-18 / Gv 14,15-21

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».

 Commento di Paolo Curtaz

Pandemia.
Stiamo tornando ad una quasi normalità. Almeno possiamo lasciare che il sole scaldi il nostro viso e camminare nei parchi o sulle colline che attorniano le nostre residenze. E abbiamo rivisto genitori e nonni dopo due mesi. E, spero, stiamo nuovamente guardando oltre, progettando anche se saranno tempi difficili. Prove di ripartenza. Fatta con prudenza certo. Il 4 maggio alle 7 un caro amico mi ha inviato la foto di un cappuccino da asporto che si era portato in ufficio. Piccole gioie per richiamarci a quante cose diamo per scontate, ogni giorno. Accorgerci di quante cose inutili, preoccupazioni, ansie, abitudini, intasano il nostri cuori e la nostra mente. Sono poche, invece, le cose essenziali. Forse lo stiamo capendo. Una, fra tutte. Amare. Sapersi amati. Saper amare. Giustappunto.
Sappiti amato.
Se mi amate. Gesù ora parla di sé nell’ultimo grande discorso che, nel Vangelo di Giovanni, fa ai suoi discepoli. È una sorta di testamento definitivo, di condivisione delle proprie emozioni. Gli apostoli sono straniti da quei discorsi di addio, ancora non sanno cosa sta per accadere. E in quelle parole, come dicevamo domenica scorsa, Gesù concentra tutta la sua travolgente passione, il suo amore, l’intensità della sua missione. Se mi amate. Quante volte usiamo questo termine con i nostri figli, con i nostri famigliari, con il nostro partner. Se davvero mi vuoi bene dovresti… Prove, ricatti, sotterfugi per mettere all’angolo chi dice di amarci. Ha un volto negativo, questa affermazione. Il volto del giudizio, dell’esame, della messa in discussione continua. Là dove siamo noi i giudici. E un’ambiguità insormontabile: siamo noi a stabilire le condizioni che l’altro deve osservare per dimostrare il suo amore. Come se sapessimo cos’è l’amore. Sul serio. Ma dai.
Amori folli.
Diffido dell’uso massivo del termine amore. Non solo perché, da buon montanaro, manifesto un certo pudore nell’esprimere emozioni e affetti. Ma molto di più perché dietro questo termine, ormai, abbiamo nascosto tutto e il contrario di tutto. Come l’omicida che, disperato, afferma di avere ucciso la propria amata perché la amava troppo. Amore e follia, sommo amore e sommo egoismo, quasi sempre coincidono. Cosa intende dire Gesù, allora, quando dice se mi amate? Il suo non è un ricatto. Non è un manipolatore. Non suscita sensi di colpa. Se mi amate osservate i miei comandamenti. Il principale comandamento, anzitutto: amatevi gli uni gli altri dell’amore con cui vi ho amati. Possiamo amare se accogliamo il suo amore incondizionato. Diventiamo capaci di amare di quell’amore che riceviamo. Non perché migliori o sensibili o buoni.
Perché amati.
Perché impariamo alla scuola di chi ci ama senza condizioni. Il “comandamento”, allora, perde tutta la sua tetra valenza giuridica, di obbligo, di legge, di comando. E diventa la forma dell’amore. Il modo concreto che abbiamo di manifestare affetto per un’altra persona. Se dico che ti amo e non ti vedo mai, chi mi può credere? Se dico che ti amo e ti lascio morire di fame o di solitudine, a che serve? Il comandamento, allora, diventa il modo pratico di declinare l’amore che ho per te. E il comandamento di cui parla Gesù è quello appena consegnato durante l’ultima cena, che completa e sostituisce ogni altro comandamento. Amatevi come io vi ho amati. Cioè: accogli il mio amore per essere capace di amare te stesso e gli altri. Amare gli altri come lui ci ha amati. Come una vasca che si riempie d’acqua e deborda, irrigando tutto ciò che gli sta attorno. Portando vita. Il Paracleto, lo Spirito di verità.
A volte, però, non siamo capaci di accogliere l’amore di Dio. Ne siamo ostacolati perché ci rimproveriamo qualcosa, perché il mondo, che in Giovanni indica la parte oscura che ci abita, ci accusa, ci fa sentire in colpa, ci condanna, ci giudica. E il mondo non è in grado di conoscere l’amore. Né Cristo. Né Dio. Siamo pieni di sensi di colpa, sempre sottoposti a giudizio. E spesso, purtroppo, diciamo che è Dio a volerlo! Gesù, allora ci invia lo Spirito paracleto. Nel diritto giudaico non esisteva la figura dell’avvocato difensore. L’accusato poteva, a proprio discolpa, chiamare dei testimoni. Ma se, alla fine, questo non era sufficiente, una persona che godeva di stima pubblica poteva mettersi a fianco dell’accusato senza dire nulla. E la sua integrità suppliva a quella dell’accusato. Veniva chiamato in soccorso, da cui il termine paracleto. Lo Spirito ci fa uscire dalla terribile logica del giudizio verso noi stessi e verso gli altri. Ma perché ciò accada lo Spirito ci deve condurre verso la verità. La verità di noi stessi, consapevoli dei nostri limiti ma, soprattutto, consapevoli del grande dono per gli altri che possiamo diventare. Che già siamo. La verità che è Cristo, inquietudine del mondo.
 Grande gioia.
 Se è davvero così, allora, la difficoltà, il limite diventano straordinaria opportunità, occasione di annuncio, ragione di conversione. Ne sa qualcosa Filippo che, a causa della persecuzione che si è scatenata contro la primitiva comunità, è fuggito e si ritrova in Samaria, la terra abbandonata, la terra eretica, la sposa infedele che Gesù stesso ha cercato di sedurre e di riconquistare (Gv 4). La fuga diventa luogo per l’annuncio e conversione di nuovi discepoli. Ogni difficoltà diventa opportunità per andare all’essenziale, per purificare le nostre strutture e le nostre stanche abitudini. Affinché, oggi come allora, ci sia una grande gioia in quella città. Quella che abitiamo.
Rendendo ragione.
Dimorare nell’amore, non scoraggiarsi e approfondire la fede, come suggerisce Pietro. Sempre pronti a rendere conto della speranza che è in noi. Perché amati, perché amanti. Perché (non sempre) amabili. Superando i sensi colpa e il giudizio, attenti alla verità che per noi è una persona, il Cristo, possiamo con libertà dire Dio, dire di Dio.
Se mi amate.
Sì, ti amiamo, Signore. È iniziata la fase due. Anche per la nostra fede. Quella in cui, infine, impariamo ad amare.



venerdì 19 maggio 2017

"SE MI AMATE......" Il Vangelo di domenica 21 maggio

Il giogo leggero dei comandamenti del Signore 
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi.
 
Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».
 
La prima parola è «se»: se mi amate. Un punto di partenza così libero, così umile, così fragile, così fiducioso, così paziente. Non dice: dovete amarmi. Nessuna minaccia, nessuna costrizione, puoi aderire e puoi rifiutarti in totale libertà. Ma, se mi ami, sarai trasformato in un'altra persona, diventerai come me, prolungamento dei miei gesti, eco delle mie parole: se mi amate, osserverete i comandamenti miei.
 
Non per dovere, ma come espansione verso l'esterno di ciò che già preme dentro, come la linfa della vite a primavera, quando preme sulla corteccia dura dei tralci e li apre e ne esce in forma di gemme e foglie. In questo passo del Vangelo di Giovanni, per la prima volta, Gesù chiede esplicitamente di essere amato. Il suo comando finora diceva: Amerai Dio, amerai il prossimo tuo, vi amerete gli uni gli altri come io vi ho amato, ora aggiunge se stesso agli obiettivi dell'amore.
 
Non detta regole, si fa mendicante d'amore, rispettoso e generativo. Non rivendica amore, lo spera. Ma amarlo è pericoloso. Infatti il brano di oggi riporta sette versetti, in cui per sette volte Gesù ribadisce un concetto, anzi un sogno: unirsi a me, abitare in noi. E lo fa con parole che dicono unione, compagnia, incontro, intimità, in una divina monotonia, umile e sublime: sarò con voi, verrò presso di voi, in voi, a voi, voi in me io in voi.

Gesù cerca spazi, spazi nel cuore, spazi di trasformazione: se mi ami diventi come me! Io posso diventare come Lui, acquisire nei miei giorni un sapore di cielo e di storia buona; sapore di libertà, di mitezza, di pace, di forza, di nemici perdonati, e poi di tavole imbandite, e poi di piccoli abbracciati, di relazioni buone e feconde che sono la bellezza del vivere.

Quali sono i comandamenti miei di cui parla Gesù? Non l'elenco delle Dieci Parole del monte Sinai; non i comandi esigenti o i consigli sapienti dettati in quei tre anni di itineranza libera e felice dal rabbi di Nazaret. I comandamenti da osservare sono invece quei gesti che riassumono la sua vita, che vedendoli non ti puoi sbagliare: è davvero lui. Lui che si perde dietro alla pecora perduta, dietro a pubblicani e prostitute, che fa dei bambini i principi del suo regno, che ama per primo, ama in perdita, ama senza aspettare di essere ricambiato.

«Come ho fatto io, così farete anche voi» (Gv 13,15). Lui che cinge un asciugamano e lava i piedi, che spezza il pane, che nel giardino trema insieme al tremante cuore della sua amica («donna, perché piangi?»), che sulla spiaggia prepara il pesce sulla brace per i suoi amici. Comandamenti che confortano la vita. Mentre nelle sue mani arde il foro dei chiodi incandescenti della crocifissione.


(Letture: Atti 8,5-8.14-17; Salmo 65; 1 Pietro 3,15-18; Giovanni 14,15-21)
 
 
Ermes Ronchi 
 

(tratto da www.avvenire.it)