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mercoledì 29 luglio 2026

UN SANTO PER I GIOVANI

 


NON AVETE SAPUTO VEGLIARE 

CON ME

 NEPPURE UN’ORA!



Si conclude il primo agosto la fase diocesana del processo di beatificazione del "Servo di Dio" Mario Giuseppe Restivo. Proponiamo una sua riflessione-preghiera


-di Mario Restivo*

È pensando a queste parole che mi sono alzato prima del solito questa mattina per venire qui davanti a te.

Sai, non ero quasi abituato a sentirti una presenza, ma ora, in quest’alba di uno splendido mattino che ancora una volta ci dai, tu ci sei: sento il tuo battito in me ma anche fuori di me.

In me poiché la mia disponibilità dell’essere qui stamattina, come dell’avere partecipato a questo campo, vive del tuo amore verso di me; fuori di me perché tutto qui attorno è buono, poiché proviene

 Dalla t onnipotenza: il cielo, il bosco, gli uccellini, l’erbetta, le foglie secche, reliquie di un autunno ormai lontano, il freddo, il silenzio, l’orizzonte.

Signore, dammi sempre un inizio, dammi soprattutto la morte che lo precede; aiutami ad educare all’amore le persone che ci stanno attorno.

Dio, guidami sulla strada del ritorno affinché la mia casa divenga la tua casa, la mia vita divenga la tua vita.

Signore, dammi la comprensione e l’umiltà di un educatore alla maniera di tuo figlio.

Ti prego per le persone smarrite, per chi non sa ancora dove andare, eppure ci va.

Dammi la spontaneità e la fantasia perché io sia un ragazzo tra i ragazzi. Ti prego perché non muoia mai in me la speranza.

E quando sono solo, Signore, quando a sera busso alla porta di qualcuno, e quando nessuno mi dà risposta, ricordati di me e rendimi capace di sorridere.

Fa’ che possa dare sempre agli altri in umiltà e completa condivisione. Nel mio cuore, Signore, troverò il posto per le mille vite dell’universo.

E ora, o Signore, lascia che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; fa’ che il tuo servo abbia il coraggio di uccidere le sue maschere.

Amen

  • *Mario Giuseppe Restivo (1963, 1982)"servo di Dio", scout. Il primo agosto si conclude la fase diocesana della causa di beatificazione. Papa Benedetto XVI, durante l'incontro con i giovani citò Mario Giuseppe Restivo come esempio di giovane cresciuto nella fede e nella testimonianza cristiana, affiancandolo a padre Puglisi e ad altre figure esemplari (santi della porta accanto).
  •  
  •  https://www.mariogiusepperestivo.it/ 

 

 

 

 

venerdì 3 ottobre 2025

IL GIULLARE DI DIO



San Francesco, complesso e radicale.

 Ecco perché ha senso prenderlo a modello

 Dal 2026 il 4 ottobre tornerà festa nazionale 

per ricordare un uomo che nutre 

il nostro immaginario collettivo da secoli.

 

-         Vito Mancuso

Che cosa in realtà festeggeremo il 4 ottobre di ogni anno celebrando a partire dall'anno prossimo la memoria di san Francesco d'Assisi trasformata in festa nazionale? La figura di questo popolarissimo santo, infatti, è ben lungi dall'avere la medesima interpretazione. 

Da un lato fu il primo nella storia a ricevere le stigmate e come tale è il simbolo del dolore di Cristo; dall'altro venne soprannominato "il giullare di Dio" già dai suoi contemporanei e come tale è diventato il simbolo altrettanto efficace della gioia spirituale che rasenta la pazzia. 

Da un lato fu un ribelle intransigente alle regole dell'economia, della politica e del potere alla base di questo mondo; dall'altro fu estremamente obbediente alla Chiesa e ai suoi ministri insegnando ai frati ad applicare scrupolosamente la medesima sottomissione. 

Da un lato superò l'antropocentrismo per il suo amore verso la natura e le prediche agli uccelli; dall'altro nella sua laude detta Cantico delle creature o di Frate Sole non nomina neppure un animale. 

Da un lato dimostra una cultura elementare e un uso del latino spesso imperfetto; dall'altro compone una delle poesie più belle e più amate della letteratura italiana. 

Da un lato disprezza i libri e lo studio mettendo in guardia i suoi frati dal dedicarvisi; dall'altro è all'origine di un ordine religioso da cui presto nasceranno alcuni tra i più acuti teologi e filosofi del tempo quali Alessandro di Hales, Ruggero Bacone, Roberto Grossatesta, Bonaventura, Duns Scoto, e Guglielmo di Occam dalla logica implacabile tramite il suo cosiddetto "rasoio". 

Da un lato si recò amichevolmente dal sultano d'Egitto dando vita a uno dei primi episodi del dialogo interreligioso, tant'è che Assisi è diventata la patria dell'ecumenismo e del pacifismo; dall'altro il suo ordine fu tra i più zelanti nel perseguitare gli eretici rivaleggiando con l'ordine dei domenicani nel sostenere la Santa Inquisizione, tant'è che Dostoevskij vestì il suo Grande Inquisitore non con l'abito cardinalizio ma con un saio. 

Da un lato il governo fascista ne promosse la memoria e D'Annunzio lo proclamò «il più italiano dei santi e il più santo degli italiani»; dall'altro la sinistra vede in lui il padre dell'ecologia e della lotta contro le ingiustizie, con la teologia della liberazione sudamericana che l'ha assunto quale modello e con papa Bergoglio che decise di chiamarsi proprio come lui. Chi fu quindi veramente Francesco d'Assisi, figlio di Pietro di Bernardone, un mercante che aveva scelto di chiamarlo così (e non Giovanni come voleva la moglie) per onorare i suoi affari con la Francia? 

Come per altri grandi personaggi del passato a partire da Gesù, la domanda sulla vera identità di san Francesco, e di conseguenza sul vero oggetto della festa nazionale, è destinata a rimanere senza una risposta definitiva. Il motivo è la situazione delle fonti francescane, cioè di quella ventina di opere sulle vicende biografiche di Francesco composte nei decenni successivi alla sua morte le quali presentano palesi difformità e vere e proprie contraddizioni. Lo mise in luce per primo lo storico francese Paul Sabatier con la sua Vita di San Francesco del 1894, dando origine alla cosiddetta "questione francescana" e subendo il subitaneo inserimento nel famigerato Indice dei libri proibiti della Chiesa cattolica. Ma i problemi non si risolvono con la censura e la violenza, e infatti a distanza di oltre un secolo la questione sollevata da Sabatier rimane del tutto intatta. Non a caso Alessandro Barbero nel suo recente libro su san Francesco pubblicato da Laterza ha scelto di non presentare "la" biografia del santo, ma di analizzare sette diverse versioni della sua vita, affermando all'inizio: «Certamente non mi illudo di essermi avvicinato più di altri a stanare il "vero" Francesco»; e concludendo alla fine: «L'enorme sforzo profuso dall'Ordine francescano per conservare la memoria di Francesco ha finito per creare non tanto il ricordo di un uomo veramente esistito, quanto un personaggio dell'immaginario collettivo». 

In questa società che vive sempre più di immagini individuali prodotte artificialmente dalla potentissima industria dell'intrattenimento, l'immaginario collettivo è molto importante e va nutrito, se non vogliamo perdere del tutto il fatto di essere una collettività, una società, forse addirittura una civiltà. E che tale immaginario collettivo venga nutrito tramite la figura di Francesco d'Assisi è una scelta, a mio avviso, assai felice, perché in questo mondo dove tutto sembra sottoposto alla logica del denaro e del potere, la figura di questo santo testimonia da otto secoli che l'esistenza umana si compie davvero quando vive onestamente in funzione di qualcosa di più grande di sé e di più grande del potere. 

Il punto di svolta nella sua vita fu l'incontro con la povertà più sconvolgente, quella dei lebbrosi. In un imprecisato giorno d'autunno del 1205 Francesco, allora ventiquattrenne, vide un lebbroso, scese da cavallo e lo baciò. Il risultato fu un radicale cambiamento interiore, descritto così nel suo Testamento del 1226: «E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo». Dicendo «uscire dal mondo» Francesco intendeva l'ingresso nella vita religiosa, ma, come ha scritto padre Balducci, egli «in realtà entrò nel mondo proprio nel momento che ne uscì». È nell'incontro con il dolore, infatti, che si attua la più profonda e più autentica comunione con la realtà che chiamiamo mondo. Prendersi cura del dolore e delle sue vittime produce quell'inaspettato cambiamento dell'intenzione del cuore e dello sguardo sul mondo che porta a riconoscere ciò che veramente conta nella vita e ad abbandonare le futilità. Ma c'è un incredibile paradosso: che la presa in carico del dolore produce in chi la compie l'opposto, cioè il sorgere della gioia. Per questo Francesco prescrisse nella Regola non bollata del 1221: «E si guardino i frati dal mostrarsi tristi all'esterno e oscuri in faccia come gli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore e giocondi e garbatamente allegri». Penso sia precisamente questa stretta connessione tra dolore e vera gioia la prospettiva da cui emerge la preziosità di san Francesco e della sua festa per chiunque abbia ancora fiducia nell'umanità e nella sua capacità di bene.

La Stampa

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mercoledì 10 settembre 2025

SANTI NELLA VITA

 

Acutis e Frassati: 

primi della classe? 

No, santi nella vita. 

Consigli ai docenti di oggi

 

Giovani, belli, benestanti, sportivi, capaci di coinvolgere e aggregare, appassionati, in ricerca, attenti agli ultimi. Piergiorgio e Carlo hanno tanti aspetti in comune. Entrambi hanno frequentato le scuole dei gesuiti, rispettivamente a Torino e Milano. Nel colloquio con i docenti, che li hanno conosciuti o ne hanno approfondito la testimonianza, alcuni tratti comuni e appunti per far nuova anche la scuola.

 -di Laura Galimberti

 “Altro da fare”

Non erano proprio secchioni. I due giovani avevano tanto “altro da fare”. Lo confermano documenti e docenti. Così capitava che Carlo, alunno “comunque brillante”, non eseguisse a volte i compiti di matematica per impegni non ben specificati. Istituto Leone XIII, Milano, quarta ginnasio: “Non era particolarmente appassionato alla mia materia” racconta la sua docente di matematica, Maria Capello. “A volte arrivava in ritardo. L’anno è finito con una leggera insufficienza. Ho dato 5 ad un santo! Solo dopo ho scoperto quali erano gli impegni. Faceva il bene, senza dirlo, senza mai vantarsene. A settembre aveva recuperato egregiamente, ma non ho avuto neanche il tempo di dirglielo”. Lo conferma Antonio Bertolotti, suo docente nel 2005 di italiano: “Un ragazzo normale, nella media. Le materie umanistiche erano quelle in cui si muoveva meglio. Di quanto faceva oltre la scuola non avevo percezione. La sua scomparsa è stato un evento dirompente. Da lì abbiamo iniziato a riannodare i fili”.

Frassati: bocciato e rimandato due volte in latino al Liceo classico Massimo d’Azeglio passa all’Istituto Sociale. Accetta l’insuccesso, va oltre. “Bellissima la lettera che Piergiorgio scrive al padre: la sua voglia di riscattarsi, di andare avanti” racconta Antonello Famà, storico docente di religione nella scuola. Sarà questo poi uno dei suoi motti: “vivere non vivacchiare”.

In ricerca profonda

“Domande, domande e quel suo sorriso. Una curiosità sempre positiva” ricorda Fabrizio Zaggia, docente di religione di Carlo in IV ginnasio. “Vai a posto! Dobbiamo iniziare la lezione – gli dicevo ogni tanto, anche se poi spesso ero io a cambiare la lezione a partire dalle sue domande”. Concorda anche Bertolotti, ora preside della secondaria inferiore del Leone XIII. “Alla quindicesima domanda lo mandavo al suo banco. Spaziava da temi trattati in classe, all’attualità. Sembrava davvero interessato a quel che pensavo e voleva comunicarmi anche i suoi interessi. Ricordo in particolare la sua grafia, piccolissima. Era piuttosto produttivo nei temi: 5 o 6 pagine. Ogni tanto mi innervosivo nel correggerli. Era una scrittura da grande, non aveva tratti infantili”. Al cambio d’ora entrava l’insegnante di matematica. Le domande ora erano per lei: “Era giovane per quegli interrogativi, pensavo. Spesso si fermava a pregare nella cappella del liceo. Così faceva anche in parrocchia, abbiamo saputo dopo”.

Frassati, all’Istituto Sociale dal 1913, incontra diversi interlocutori che saranno estremamente preziosi per il suo percorso: si avvicina agli Esercizi Spirituali, che vivrà tante volte a Villa Santa Croce. Poi la preghiera, l’eucarestia giornaliera. Una fede attiva, incarnata nella storia, nella carità.

Ragazzi per gli altri

“Tre, due, uno: Menga mettiti nel gruppo!”. È la battuta iniziale del breve cortrometraggio curato da Carlo e realizzato con la sua classe, su proposta del prof di religione, per partecipare ad un concorso sulla promozione del volontariato. “Hanno bocciato il video di un santo” sorride il prof. Non abbiamo vinto ma in quel progetto Carlo è stato capace di coinvolgere tutti. Ricordo la sua grande disponibilità: Non si preoccupi: giro, monto e scelgo le musiche – mi diceva. Ha inserito anche qualche breve secondo della colonna sonora di Mission di Morricone. Era attento che nessuno venisse escluso, in particolare introversi e più deboli. Amico di tutti. Deciso nelle sue idee, ma mai arrabbiato o prepotente”. “Sereno” aggiunge Bertolotti “una persona di cui fidarsi. I compagni, e le compagne in particolare, con lui parlavano e si confidavano volentieri”.

A salire in montagna con Piergiorgio sono stati sempre tanti gli amici. Fonda con alcuni di loro la “Compagnia dei Tipi Loschi”, che tra scherzi e goliardia aspirava a rapporti profondi e autentici, fondati su preghiera e fede. “Gioia di vivere e profondità nelle relazioni, sono tratti perfettamente conciliabili in loro” sottolinea Famà, giovani aggregatori naturali di relazioni.

Attenti agli ultimi

Entrambi escono dalle zone di comfort in cui sono nati. I privilegi? Servono per aiutare gli ultimi. Piergiorgio al Sociale conosce la Società di San Vincenzo. “Entra nelle case dei poveri di Torino degli anni ‘20. Ne sente la puzza. Non si tappa il naso ma abbraccia quelle situazioni. Non l’estetica della carità, ma la condivisione, l’attenzione concreta alle periferie di cui ha parlato Papa Francesco” spiega Famà. “Lo studio si accende dopo, al Politecnico. Sceglie ingegneria mineraria. Vuole lavorare accanto ai minatori per migliorarne le condizioni di vita”.

“Chi incontrava aiutava” racconta la prof. Capello di Carlo. “Si faceva prossimo, senza mai voltarsi indietro. Dava quello che poteva: un sacco a pelo, una coperta ai poveri. A chi non aveva bisogno, offriva il suo sorriso. Una vita spesa per gli altri”. “Il processo di canonizzazione? Non accolto positivamente dai suoi compagni” confida Bertolotti “in particolare dai più brillanti. La santità mette addosso un po’ di inquietudine, soprattutto se è quella del compagno del banco accanto”.

 Consigli ai docenti di oggi

Testimonianze che mettono in discussione genitori, docenti, educatori, davanti ai tanti giovani che si incontrano, unici, speciali, tutti possibili santi.

Osservare, ascoltare

“Ci sono cose importanti per i ragazzi, più dei compiti e dello studio. Dobbiamo imparare ad ascoltare. Hanno messaggi preziosi che nell’immediato non capiamo” spiega la Capello. A partire da quelli possiamo poi trovare strade per stimolare interessi e ricerca per favorire la maturazione di ciascuno”. “Dietro ogni ragazzo c’è un mistero. Il Signore è al lavoro, anche se noi non vediamo” aggiunge Zaggia.

L’alunno al centro, per promuovere il suo magis

“I giovani di oggi vivono spesso l’apprendimento in forma passiva, sono sdraiati. L’approccio che hanno rispetto all’informatica è quello dell’uomo raccoglitore” sottolinea Bertolotti. “Non serve sforzo. La filosofia del copia e incolla è analoga a quella dell’uomo di Neaderthal. Non sono curiosi, perché non sono e non si sentono al centro del processo di apprendimento ma in mezzo al mare magnum, in cui sono convinti che basta allungare la mano per prendere quel che serve.

Altro regresso è quello comunicativo: non sanno formulare il pensiero né comunicarlo. Non c’è sequenzialità logica anche nei loro messaggi WhatsApp. Tanto l’intelligenza artificiale risolve il problema! Carlo non era uno sdraiato. Faceva tanto altro. Toglieva il coperchio al mondo che gli stava davanti. Ai ragazzi dico non buttate via il tempoanche quello scolastico!”.

“Dobbiamo aiutare i ragazzi a recuperare questo desiderio di conoscere, scoprire” aggiunge Famà. “ritrovando il giovane come soggetto dell’azione educativa, della riflessione anche di noi professori, da aiutare e supportare nei momenti di difficoltà, cogliendone e e promuovendone l’unicità. Il magis, della pedagogia ignaziana, non è concetto teorico ma relativo” sottolinea Famà. “Ciascuno ha il suo magis. L’eccellenza di oggi invece è una proposta escludente. Dio ha su ognuno di noi un progetto individuale, particolare, diverso che non taglia fuori nessuno”.

Una didattica esperienziale

“È importante favorire iniziative in contesti diversi. Far vivere ai ragazzi esperienze vere li aiuta a capire meglio se stessi, gli altri e aiuta anche noi a crescere con loro” spiega la Capello. “Sono tanti i progetti attivi nelle scuole della Compagnia: volontariato e cammini vogliono valorizzare relazioni e imparare a guardare il mondo con occhi nuovi”.

A servizio del prossimo

“Dalla scatola gentile, alla catena alimentare, alle raccolte per diverse iniziative solidali. Sono tanti gli strumenti che mettiamo in atto fin dai più piccoli” spiega il prof. Zaggia. “Poi i ragazzi crescono e così le proposte, che nella rete delle scuole dei gesuiti sono strutturali. Esperienze a Scampia, in Africa, per calarsi nelle realtà, mettersi in gioco, donare gratuitamente il proprio tempo, cambiare sguardo. All’estero sono oramai esperienze curricolari”.

Attenzione alle fragilità

“Ancora dobbiamo imparare a riconoscere e abbracciare le fragilità, come hanno fatto Piergiorgio e Carlo. Non solo dal punto di vista caritativo ma anche dell’azione politica” aggiunge Famà. “Creare opportunità, dialogare e promuovere giustizia sociale”.

Dalle cattedre al sagrato di San Pietro, i docenti domenica saranno lì accanto all’altare, pronti a reimparare da due studenti “brillanti” l’arte della vita piena.


Fonte: Gesuiti
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giovedì 4 settembre 2025

SANTI DELLA PORTA ACCANTO


Frassati e Acutis, 

giovani santi 

della strada


Ai media vaticani, il prefetto del Dicastero delle cause dei Santi, racconta la santità giovane dei prossimi due santi che saranno canonizzati da Papa Leone XIV in Piazza San Pietro. Giovani comuni che hanno fatto della sequela del Vangelo la loro ragione di vita

- Benedetta Capelli - Città del Vaticano

Due santi pieni di vitalità con il cuore infiammato dall’amore per Cristo, vissuti nel mondo ma non del mondo. Il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle cause dei santi, racconta la santità giovane di Pier Giorgio Frassati (1901-1925) e di Carlo Acutis (1991-2006) che Leone XIV canonizzerà domenica, 7 settembre, in piazza San Pietro. Giovani diversi per età — il primo morì a 24 anni, il secondo a quindici — simili nella dedizione ai poveri e nel nutrimento quotidiano dell’Eucaristia. "C’è sempre qualcosa di sorprendente nei santi — afferma il porporato —, molti di loro si assomigliano e d’altra parte l’esercizio delle virtù cristiane non è mai un esercizio isolato, è sempre accompagnato dall’esercizio di molte altre virtù". Si potrebbe dire che la santità è una sinfonia ma il cardinale Semeraro preferisce richiamare l’immagine del poliedro, usata da Papa Francesco nell’esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit quando disegnava la Chiesa. "Essa — scriveva Papa Bergoglio — può attrarre i giovani proprio perché non è un’unità monolitica, ma una rete di svariati doni che lo Spirito riversa incessantemente in essa, rendendola sempre nuova nonostante le sue miserie".

Frassati, con Cristo incontro ai poveri

"Pier Giorgio Frassati — afferma  il prefetto del Dicastero delle cause dei santi — incarna il modello del fedele laico offerto dal Concilio Vaticano II. È colui che, impegnato nella vita, ha una particolare esperienza in diverse realtà del mondo, è quella che il Concilio chiama l’indole secolare del fedele laico che ha vissuto in piena consonanza con il Vangelo, incarnandolo in ogni aspetto". Per il cardinale Semeraro che ha scritto il libro Pier Giorgio Frassati, Alpinista dello spirito (Edizioni Messaggero Padova 2025, pp. 184, euro 18), l’agire nel nascondimento del giovane torinese ricorda quanto scritto nella Lettera agli Efesini di sant’Ignazio di Antiochia: "meglio essere cristiani in silenzio che chiacchierare, dirlo e non esserlo". Quel fare il bene senza gridarlo che si manifesterà poi in una corposa presenza ai funerali di Frassati di persone povere, diseredate, gente ai margini che lui aveva aiutato sempre nel nascondimento. Un’umanità che squarcia il velo sugli occhi della famiglia, ignara della dedizione del figlio verso gli ultimi. "La sua morte è stata un’epifania": sottolinea il porporato per il quale "Frassati è andato dai poveri perché aveva incontrato Cristo".

Acutis e la santità dell'adolescente

Anche al funerale di Carlo Acutis parteciparono tanti poveri e anche la sua famiglia non sapeva. "Acutis è stato una scoperta anche per i suoi genitori, ha fatto quello che ha fatto con le sue possibilità di adolescente, con le sue possibilità di giovane". Carlo è espressione della "santità di un ragazzo, pronto ad aprirsi alla vita avendo come punto di riferimento l’Eucaristia, la sua autostrada per il cielo". "Queste santità diverse dovrebbero indurci a riflettere sul senso delle età della vita". Il riferimento del cardinale è a Romano Guardini e alla sua opera: Le età della vita appunto. "Frassati ci mostra un’età della vita particolare, Acutis quella del mondo adolescenziale che oggi forse è la fase della vita più critica". Giovani comunque comuni che profumano di una santità «da porta accanto», come amava ripetere Papa Francesco.  Due figure che lo stesso Leone XIV ha proposto come modello per le nuove generazioni durante il recente Giubileo dei Giovani. "Ci sono dei santi — afferma il prefetto del Dicastero vaticano — che, come sottolineava la mistica Madeleine Delbrêl, crescono nei vivai perché sono in un istituto religioso, sono consacrati. Ce ne sono altri come Acutis e Frassati che sono stati nel mondo, i santi della strada".

Leone XIV ai giovani: aspirate a cose grandi. Contagiate tutti con la testimonianza di fede

Vatican News

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sabato 15 febbraio 2025

BEATI VOI

 16 febbraio 2025


VI domenica nell’anno 

Luca 6,17.20-26 (Ger 17,5-8)




- di Luciano Manicardi

 In quel tempo 17Gesù, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone,

 20Ed egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.

21Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.Beati voi, che ora piangete, perché riderete.

22Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell'uomo. 23Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

24Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
25Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.

26Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.

 La prima lettura (Ger 17,5-8) e il vangelo (Lc 6, 17.20-26) della VI domenica dell’Ordinario dell’annata C sono caratterizzati da una polarità: nel testo profetico è espressa nei termini di “benedizione” e “maledizione”, nella pagina evangelica dalla tensione fra “beatitudini” e “guai”. Analoga polarità è presente anche nel Salmo responsoriale, il Salmo 1 (molto vicino al testo di Geremia), che presenta l’antitesi fra giusti e malvagi e che si apre con il macarismo (“Beato [makários, in greco] l’uomo …”: Sal 1,1) rivolto all’uomo che medita giorno e notte la Legge del Signore e in essa trova la sua gioia. Chi pone nella Legge del Signore il suo desiderio, non solo ne riceve saldezza e fecondità, ma diviene lui stesso fonte di benedizione per altri. E questo perché con la meditazione assidua, la Torah del Signore diventa la sua Legge: e “sua” si può benissimo riferire all’uomo stesso e non al Signore: “Beato l’uomo … / che nella Legge del Signore trova la sua gioia, / la sua Legge medita giorno e notte” (Sal 1,1). La volontà di Dio espressa nella Torah, introiettata dall’orante con l’ascolto, la ripetizione e la meditazione, radica il credente nella fonte di vita che fa di lui una sorgente di benedizione. Il Salmo si compone di due quadri che presentano il giusto e la sua via (vv. 1-3) e il malvagio e la sua via (vv. 4-6). Il giusto è colui che discernere, sceglie e prende decisioni: pronuncia tre no (“non entra … non resta … non siede”) e dice un sì (“medita la legge del Signore”) su cui fonda la propria saldezza umana e spirituale (cf. v. 1) che gli apre un futuro di fecondità. Il malvagio, invece, è descritto come perso nell’inconsistenza e nell’infecondità. Aprendo l’intero Salterio, il Salmo 1 vuole sbarrare la strada all’indifferenza e affermare la necessità della scelta. Questo è anche il messaggio dell’Antico Testamento e del Vangelo. C’è una necessaria scelta di campo, un’opzione che in definitiva è tra l’autosufficienza e la fiducia nel Signore, ovvero tra l’idolatria e la fede: questo dice Geremia con la polarità tra chi confida nell’uomo e chi confida nel Signore, e questo dice il vangelo che mette a confronto chi è povero (e dunque affamato e afflitto) e chi è ricco (e dunque sazio e gaudente).

La domanda che ci possiamo porre è quanto queste polarità onorino la complessità dell’esistenza che normalmente non si presenta in bianco e nero, ma contiene una quantità di sfumature tendente all’infinito. Incontriamo qui lo scarto tra la vita e i testi che cercano dire la vita. Quest’ultima è sempre più ricca e non racchiudibile in formule che, per quanto pedagogicamente utili (le espressioni antitetiche dicono che occorre scegliere, imboccare una via, dunque pronunciare un sì che comporta tanti no), sono superate dai casi e dalle situazioni imprevedibili che la quotidianità presenta. I campi del giusto e dell’empio non sono comparti stagni, ma si intrecciano, si sovrappongono, si compenetrano: le pareti della giustizia e della malvagità sono porose, anche nell’intimo della stessa persona. Del resto, come le beatitudini rivolte a poveri, affamati e afflitti (“voi che ora piangete”: Lc 6,21) non costituiscono la sacralizzazione di categorie, così i guai rivolti a ricchi, sazi e gaudenti (“voi che ora ridete”: Lc 6,25), non rappresentano una condanna, ma sono un ammonimento che intende suscitare un cambiamento che non solo viene intravisto come possibile, ma che ne costituisce il vero fine. Lo stesso Geremia, subito dopo le parole presenti nella pericope liturgica, parla del cuore umano come contorto, non lineare, fallace, ingannevole (Ger 17,9): come farvi affidamento? Come dunque trarre indicazioni perentorie e schematiche sui comportamenti umani quando il profondo dell’essere umano - il suo cuore - è così contraddittorio e ambiguo? Vale la pena ricordare il passo in cui Agostino, che ben sa che l’uomo è abisso, mostra la labilità delle appartenenze e dunque invita a non giudicare frettolosamente e a non trarre indicazioni perentorie che accompagnerebbero una prassi fondamentalista e intollerante. Scrive Agostino: “La città pellegrina di Cristo si ricordi che sicuramente fra i suoi avversari si nascondono dei futuri suoi concittadini e non ritenga vano sopportare presso di loro l’ostilità, finché non li raggiunga come credenti; allo stesso modo, fra quelli che la città di Dio porta anche con sé, ad essa legati nella comunione sacramentale, finché è pellegrina nel mondo, alcuni non li avrà con sé nella condizione eterna dei santi; questi sono in parte noti, in parte ignoti e non esitano a mormorare contro Dio, con cui sono uniti per mezzo dei sacramenti, fino a riempire una volta i teatri assieme agli altri, una volta le chiese assieme a noi. Ma persino della correzione di alcuni di questi non si deve assolutamente disperare, perché presso chi ci è apertamente contrario si nascondono dei futuri compagni, anche se tuttavia essi non ne sono consapevoli” (De civitate Dei I,35). Ovvero, è difficile stabilire confini netti tra chi è nella chiesa e chi ne è fuori.

La prima lettura parla di una fiducia che è salda e non delude e di false fiducie, ovvero di sicurezza posta in realtà che illudono, ma non salvano, non danno pienezza di vita. Di fatto, emerge che “in qualcosa” o “in qualcuno” la fiducia la si mette sempre: non si vive senza fiducia. Gesù “ha confidato in Dio” (Mt 27,43). Ma si può confidare, ovvero fondare la propria sicurezza e la propria saldezza – il fondamento che ci fa avanzare nella vita, e dunque anche ciò che regge la nostra speranza – su basi sdrucciolevoli e inconsistenti che, presto o tardi, condurranno alla rovina. Il confidare “nell’uomo” (Ger 17,5) si declina come un porre la propria sicurezza nelle ricchezze, o nelle armi, o nei beni che si possiedono, o in se stessi e nella propria forza, o nel prestigio sociale, ecc. Porre la fiducia “nel Signore” (Ger 17,7) implica invece un processo di spogliamento, di disarmo, cioè un cammino di verità nei confronti di se stessi. Un far cadere le maschere con cui non solo ci illudiamo di essere forti, ma pensiamo anche di poter esorcizzare la morte. E l’atto di fiducia si configura come paradossale: la propria saldezza la si trova in un movimento che ci decentra da noi stessi. L’atto di fiducia ha una struttura pasquale, implica una morte a se stessi per trovare vita e saldezza in altri da sé: “se non credete, non sussisterete”, “non avrete stabilità” (Is 7,9).

La pagina evangelica presenta quattro beatitudini che Gesù rivolge in modo speciale ai suoi discepoli (“Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva”: Lc 6,20), mentre i successivi quattro “guai”, che sono un puntuale contraltare delle beatitudini, li possiamo cogliere come una messa in guardia rivolta agli stessi discepoli affinché non assumano l’atteggiamento che contraddice le beatitudini e offende il loro statuto di seguaci di Cristo. Ovviamente, le beatitudini non proclamano la felicità del povero in quanto povero, ma annunciano che nel Cristo che ha abitato la povertà, queste situazioni non hanno l’ultima parola, non hanno la forza di ostruire il futuro e di uccidere la speranza, ma vengono risignificate e diventano esperienza del Regno e apertura a esso. 

La beatitudine non consiste nella povertà o nel patire la fame o nel piangere o nella persecuzione, ma nell’essere raggiunti dall’azione di Dio in Gesù, il Messia che secondo la profezia di Is 61,1ss è venuto a portare ai poveri la buona notizia (cf. Lc 4,18-19). In particolare, la beatitudine espressa nel v. 22 riguarda i cristiani odiati, discriminati ed esclusi, insultati e diffamati. La dimensione di beatitudine consiste nel fatto che proprio quando ci si trova in situazioni così penose a causa del vangelo, situazioni vissute da Gesù stesso, si può credere di essere veramente suoi discepoli e di trovarsi là dove lui stesso si è trovato. Ma la beatitudine consiste anche nel fatto che di quel male si è oggetto e non soggetto: lo si subisce e non lo si compie. Analoghe considerazioni troviamo nella prima lettera di Pietro: “È meglio soffrire operando il bene che facendo il male” (1Pt 3,18); “Beati voi se venite insultati per il nome di Cristo” (1Pt 4,14); “Nessuno di voi abbia a soffrire come … malfattore … ma se uno soffre come cristiano … dia gloria a Dio” (1Pt 4,15-16). Il credente, avverte Gesù, può incontrare odio (“sarete odiati da tutti a causa del mio nome”: Lc 21,17), può patire esclusione e messa al bando, può essere oggetto di ingiurie e insulti, può conoscere la diffamazione: ponendo la sua fiducia nel Signore può reggere nel silenzio e portare tutto questo senza lasciarsene destrutturare. Importante è che non arrivi lui stesso a mettere in atto tali azioni. Infatti, odiare, discriminare, escludere, ingiuriare, diffamare sono pratiche anche interne alla compagine ecclesiale. E all’interno della comunità cristiana risuonano anche le parole di Gesù che mettono in guardia dal compiacersi nel fatto che “tutti parlano bene di voi” (Lc 6,26). 

Chi cerca di essere sempre lodato, di incontrare l’apprezzamento altrui, chi mendica l’applauso e il riconoscimento (e oggi, con gli strumenti mediatici a disposizione, questa deriva narcisistica è enormemente facilitata) dimostra di non avere come referente il Cristo, ma di cercare il consenso umano. E questo è il tipico atteggiamento dei falsi profeti. Gesù direbbe: “Hanno già ricevuto la loro ricompensa” (Mt 6,2.5.16).

 

Monastero di Bose

 

giovedì 26 dicembre 2024

UNA FAMIGLIA SACRA


 Una festa anacronistica,

nel mondo odierno?

 

-     




   -   - di   Francesco Sciacchitano

 

Accudendo Gesù, lavandolo e giocando insieme a lui, la Madonna e San Giuseppe, mettevano in pratica i dovuti atti di culto.

Vivevano ogni istante della giornata come un sacramento.

Anche oggi, la famiglia è chiamata a vivere la fede in casa ed essere testimone di Cristo nel mondo.

In fondo stiamo attraversando un’epoca in cui tutto rema contro la famiglia cosiddetta “naturale”, smantellata nella sua stessa natura di unione feconda tra un uomo e una donna; in cui divorzi e convivenze sembrano avere la meglio sul matrimonio “per sempre”; in cui le giovani coppie non sono assolutamente aiutate, né sotto il profilo sociale, né economico.

Un mondo in cui la famiglia è, insomma, in crisi.

Eppure, è forse proprio per questo motivo che la Festa che si celebra oggi è ancora più importante: ci aiuta a mettere ordine alle priorità e ci fornisce anche degli insegnamenti “pratici” per camminare come famiglia e come singoli, se siamo disposti a metterci in gioco.

Maria e Giuseppe sono un esempio per tutti gli sposi.

Oltre a quanto riportato nella Bibbia, ci sono moltissimi scritti sulla vita della Madonna o di Giuseppe che narrano la cura e l’attenzione che avevano l’uno per l’altro: un “volere il bene dell’altro” prima del proprio.

Un amore casto, puro, che non pretende nulla in cambio ma che dona tutto e che “soffre con” e “soffre per”.

E, in tal senso, Maria e Giuseppe sono un esempio per tutti i “coniugi”: portano assieme il “giogo” della quotidianità che, nella gioia di avere con sé il Figlio di Dio, non ha risparmiato loro sofferenze e fatiche, anzi.

Maria e Giuseppe, infine, si santificano assieme.

L’uno con l’altro e per l’altro. Compiendo con fiducia e fedeltà il proprio dovere, diverso ma complementare, per dare sviluppo al disegno di Dio.

Maria e Giuseppe non “pianificano” l’arrivo di Gesù… semplicemente Lo accolgono, Gli fanno spazio e Lo amano di un amore gratuito.

E, in fondo, i bambini non chiedono altro che questo: essere accolti e amati dai loro genitori.

Un bambino felice non è quello che ha i vestiti di marca, la cameretta tutta per sé e tantissimi giochi che non utilizzerà mai: un bambino felice è un bambino amato per quello che è.

E, attenzione, l’amore è il contrario del possesso: oggi invece vediamo come tanti bambini, magari figli unici e nati quando i genitori hanno ritenuto di “essere pronti”, siano considerati un “possesso”, e questo una duplice ottica: da un lato abbiamo gli adulti che riempiono i bambini di aspettative, per cui il livello minimo cui il bambino deve tendere è semplicemente la perfezione; dall’altra abbiamo dei bambini che, iper-desiderati e pieni di attenzione, si trasformano in dei piccoli tiranni dei loro genitori.

Due aspetti che, inutile dirlo, non fanno bene e che non si verificano in quelle famiglie aperte alla vita, con tanti bambini e che hanno chiaro che i figli non sono un “possesso”, bensì un dono che si riceve (chi può dirsi degno di essere genitore?) e che, nel contempo, si fa alla società.

Maria lo sapeva bene che suo figlio era chiamato a «occuparsi delle cose del Padre Suo» e lo lascia libero di farlo, perché sa che il suo compito era quello di donare il Figlio di Dio all’umanità, non di tenerlo per sé.

Un ultimo aspetto: Maria e Giuseppe si fidano della Provvidenza.

Nel fare questo, soprattutto Giuseppe che è umano come noi, talvolta fatica a capire e per questo soffre interiormente e per i giudizi esterni.

Eppure, i Santi sposi si fidano del disegno che c’è su di loro.

Non scelgono la comodità o quello che forse sarebbe stato più confacente al loro animo umile e riservato: si donano senza riserve, non tengono per sé neanche un attimo della propria vita.

Oggi quanti sposi sanno affidarsi così? Pochi, pochissimi.

Forse perché per farlo occorre una grande Fede, che nasce da una vita intensa di preghiera… e non è facile.

Ma, se il fine di ognuno è quello di farsi santi e se si è scelto il matrimonio come «nuova via della propria santificazione», non solo significa che è possibile ma significa anche che la famiglia è lo strumento per farlo… no?

Ed allora proviamo a farci aiutare dalla Santa Famiglia recitando questa preghiera:

 

Gesù, Maria e Giuseppe,

in voi contempliamo

lo splendore dell’amore vero,

a voi con fiducia ci rivolgiamo.

Santa Famiglia di Nazareth,

rendi anche le nostre famiglie

luoghi di comunione e cenacoli di preghiera,

autentiche scuole del Vangelo

e piccole Chiese domestiche.

Santa Famiglia di Nazareth,

mai più nelle famiglie si faccia esperienza

di violenza, chiusura e divisione:

chiunque è stato ferito o scandalizzato

conosca presto consolazione e guarigione.

Santa Famiglia di Nazareth,

il prossimo Sinodo dei Vescovi

possa ridestare in tutti la consapevolezza

del carattere sacro e inviolabile della famiglia,

la sua bellezza nel progetto di Dio.

Gesù, Maria e Giuseppe,

ascoltate, esaudite la nostra supplica.

Amen.

venerdì 1 novembre 2024

CHIAMATI ALLA SANTITA'

 


LA CARTA D'IDENTITA' 

DEL 

CRISTIANO


Papa Francesco:

Oggi, Solennità di Tutti i Santi, nel Vangelo (cfr Mt 5,1-12) Gesù proclama la carta d’identità del cristiano. E qual è la carta d’identità del cristiano? Le Beatitudini. È una carta di identità nostra, e anche la via della santità (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 63). Gesù ci mostra un cammino, quello dell’amore, che Lui stesso ha percorso per primo facendosi uomo, e che per noi è ad un tempo dono di Dio e nostra risposta. Dono e risposta.

È dono di Dio, perché, come dice San Paolo, è Lui che santifica (cfr 1 Cor 6,11). E per questo è prima di tutto al Signore che noi chiediamo di farci santi, di rendere il nostro cuore simile al suo (cfr Lett. enc. Dilexit nos, 168). Con la sua grazia Lui ci guarisce e ci libera da tutto ciò che ci impedisce di amare come Lui ci ama (cfr Gv 13,34), così che in noi, come diceva il Beato Carlo Acutis, ci sia sempre «meno io per lasciare spazio a Dio».

E questo ci porta al secondo punto: la nostra risposta. Il Padre dei cieli, infatti, ci offre la sua santità, ma non ce la impone. La semina in noi, ce ne fa sentire il gusto e vedere la bellezza, ma poi aspetta la nostra risposta. Lascia a noi la libertà di seguire le sue buone ispirazioni, di lasciarci coinvolgere dai suoi progetti, di fare nostri i suoi sentimenti (cfr Dilexit nos, 179), mettendoci, come Lui ci ha insegnato, al servizio degli altri, con una carità sempre più universale, aperta e rivolta a tutti, al mondo intero.

Tutto questo lo vediamo nella vita dei santi, anche nel nostro tempo. Pensiamo, ad esempio, a San Massimiliano Kolbe, che ad Auschwitz chiese di prendere il posto di un padre di famiglia condannato a morte; o a Santa Teresa di Calcutta, che spese la sua esistenza al servizio dei più poveri tra i poveri; o al Vescovo Sant’Oscar Romero, assassinato sull’altare per aver difeso i diritti degli ultimi contro i soprusi dei prepotenti. E così possiamo fare la lista di tanti santi, tanti: quelli che veneriamo sugli altari e altri, che a me piace chiamare i santi “della porta accanto”, quelli di tutti i giorni, nascosti, che portano avanti la loro vita cristiana quotidiana. Fratelli e sorelle, quanta santità nascosta c’è nella Chiesa!

 Riconosciamo tanti fratelli e sorelle plasmati dalle Beatitudini: poveri, miti, misericordiosi, affamati e assetati di giustizia, operatori di pace. Sono persone “piene di Dio”, incapaci di restare indifferenti ai bisogni del prossimo; sono testimoni di cammini luminosi, possibili anche per noi.

Domandiamoci adesso: io chiedo a Dio, nella preghiera, il dono di una vita santa? Mi lascio guidare dai buoni impulsi che il suo Spirito suscita in me? E mi impegno in prima persona a praticare le Beatitudini del Vangelo, negli ambienti in cui vivo?

Maria, Regina di tutti i Santi, ci aiuti a fare della nostra vita un cammino di santità.

 

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