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venerdì 31 ottobre 2025

INTERIORITA', UNITA', AMORE, GIOIA

 


DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

AGLI EDUCATORI 

IN OCCASIONE DEL

 GIUBILEO

 DEL MONDO EDUCATIVO

_____________________________

AR  - DE  - EN  - ES  - FR  - IT  - PL

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Sono molto contento di potervi incontrare: educatori provenienti da tutto il mondo e impegnati ad ogni livello, dalla Scuola elementare all’Università.

Come sappiamo, la Chiesa è Madre e Maestra (cfr S. Giovanni XXIII, Lett. enc. Mater et magistra, 15 maggio 1961, 1), e voi contribuite a incarnarne il volto per tanti alunni e studenti alla cui educazione vi dedicate. Grazie infatti alla luminosa costellazione di carismi, metodologie, pedagogie ed esperienze che rappresentate, e grazie al vostro impegno “polifonico” nella Chiesa, nelle Diocesi, in Congregazioni, Istituti religiosi, associazioni e movimenti, voi garantite a milioni di giovani una formazione adeguata, tenendo sempre al centro, nella trasmissione del sapere umanistico e scientifico, il bene della persona.

Anch’io sono stato insegnante nelle Istituzioni educative dell’Ordine di Sant’Agostino e vorrei perciò condividere con voi la mia esperienza, riprendendo quattro aspetti della dottrina del Doctor Gratiae che considero fondamentali per l’educazione cristiana: l’interiorità, l’unità, l’amore e la gioia. Sono principi che vorrei diventassero i cardini di un cammino da fare insieme, facendo di questo incontro l’inizio di un percorso comune di crescita e arricchimento reciproco.

Circa l’interiorità, Sant’Agostino dice che «il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro» (In Epistolam Ioannis ad Parthos Tractatus 3,13), e aggiunge: «Quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso» (ibid.). Ci ricorda, così, che è un errore pensare che per insegnare bastino belle parole o buone aule scolastiche, laboratori e biblioteche. Questi sono solo mezzi e spazi fisici, certamente utili, ma il Maestro è dentro. La verità non circola attraverso suoni, muri e corridoi, ma nell’incontro profondo delle persone, senza il quale qualsiasi proposta educativa è destinata a fallire.

Noi viviamo in un mondo dominato da schermi e filtri tecnologici spesso superficiali, in cui gli studenti, per entrare in contatto con la propria interiorità, hanno bisogno di aiuto. E non solo loro. Anche per gli educatori, infatti, frequentemente stanchi e sovraccarichi di compiti burocratici, è reale il rischio di dimenticare ciò che S. John Henry Newman sintetizzava con l’espressione: cor ad cor loquitur (“il cuore parla al cuore”) e che S. Agostino raccomandava, dicendo: «Non guardare fuori. Ritorna a te stesso. La verità risiede dentro di te» (De vera religione, 39, 72). Sono espressioni che invitano a guardare alla formazione come a una via su cui insegnanti e discepoli camminano insieme (cfr S. Giovanni Paolo II, Cost. ap. Ex corde Ecclesiae, 15 agosto 1990, 1), consapevoli di non cercare invano ma, al tempo stesso, di dover cercare ancora, dopo aver trovato. Solo questo sforzo umile e condiviso – che nei contesti scolastici si configura come progetto educativo –  può portare alunni e docenti ad avvicinarsi alla verità.

E veniamo così alla seconda parola: unità. Come forse sapete, il mio “motto” è: In Illo uno unum. Anche questa è un’espressione agostiniana (cfr Ennaratio in Psalmum 127, 3), che ricorda che solo in Cristo troviamo veramente unità, come membra unite al Capo e come compagni di viaggio nel percorso di continuo apprendimento della vita.

Questa dimensione del “con”, costantemente presente negli scritti di Sant’Agostino, è fondamentale nei contesti educativi, come sfida a “decentrarsi” e come stimolo a crescere. Per questa ragione, ho deciso di riprendere e attualizzare il progetto del Patto Educativo Globale, che è stato una delle intuizioni profetiche del mio venerato predecessore, Papa Francesco. Del resto, come insegna il Maestro di Ippona, il nostro essere non ci appartiene: «La tua anima – dice – […] non è più tua, ma di tutti i fratelli» (Ep. 243, 4, 6). E se ciò è vero in senso generale, lo è a maggior ragione nella reciprocità tipica dei processi educativi, in cui la condivisione del sapere non può che configurarsi come un grande atto d’amore.

Infatti proprio questa – amore – è la terza parola. Fa tanto riflettere, in merito, un distico agostiniano che afferma: «L’amore di Dio è il primo che viene comandato, l’amore del prossimo è il primo che si deve praticare» (In Evangelium Ioannis Tractatus 17, 8). In campo formativo, allora, ciascuno potrebbe chiedersi quale sia l’impegno posto per intercettare le necessità più urgenti, quale lo sforzo per costruire ponti di dialogo e di pace, anche all’interno delle comunità docenti, quale la capacità di superare preconcetti o visioni limitate, quale l’apertura nei processi di co-apprendimento, quale lo sforzo di venire incontro e rispondere alle necessità dei più fragili, poveri ed esclusi. Condividere la conoscenza non è sufficiente per insegnare: serve amore. Solo così essa sarà proficua per chi la riceve, in sé stessa e anche e soprattutto per la carità che veicola. L’insegnamento non può mai essere separato dall’amore, e una difficoltà attuale delle nostre società è quella di non saper più valorizzare a sufficienza il grande contributo che insegnanti ed educatori danno, in merito, alla comunità. Ma facciamo attenzione: danneggiare il ruolo sociale e culturale dei formatori è ipotecare il proprio futuro, e una crisi della trasmissione del sapere porta con sé una crisi della speranza.

E l’ultima parola-chiave è gioia. I veri maestri educano con un sorriso e la loro scommessa è di riuscire a svegliare sorrisi nel fondo dell’anima dei loro discepoli. Oggi, nei nostri contesti educativi, preoccupa veder crescere i sintomi di una fragilità interiore diffusa, a tutte le età. Non possiamo chiudere gli occhi davanti a questi silenziosi appelli di aiuto, anzi dobbiamo sforzarci di individuarne le ragioni profonde. L’intelligenza artificiale, in particolare, con la sua conoscenza tecnica, fredda e standardizzata, può isolare ulteriormente studenti già isolati, dando loro l’illusione di non aver bisogno degli altri o, peggio ancora, la sensazione di non esserne degni. Il ruolo degli educatori, invece, è un impegno umano, e la gioia stessa del processo educativo è tutta umana, una «fiamma che fonde insieme le anime e di molte ne fa una sola» (S. Agostino, Confessiones, IV, 8,13).

Perciò, carissimi, vi invito a fare di questi valori – interioritàunitàamore e gioia – dei “punti cardine” della vostra missione verso i vostri allievi, ricordando le parole di Gesù: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Fratelli e sorelle, vi ringrazio per il lavoro prezioso che svolgete! Vi benedico di cuore e prego per voi.

www.vatican.va



 

mercoledì 29 ottobre 2025

LA SCUOLA E' VITA

 


Al via il Giubileo del mondo educativo

 All’Auditorium della Conciliazione di Roma, studenti e insegnanti da tutto il mondo per l’apertura del Giubileo del mondo educativo. Il cardinale Tolentino de Mendonça ha ricordato come "accanto ai giovani non s’invecchia". Dal ministro Valditara l'invito a rilanciare gli impegni del Patto globale per l’educazione. In apertura la testimonianza dell’astronauta Cristoforetti che ha messo in guardia gli studenti in platea dai rischi della “società della distrazione di massa”

Fabio Colagrande - Città del Vaticano

"Accanto ai giovani non s’invecchia: è come tenere il motore sempre acceso e guardare il mondo con occhi nuovi". Lo ha ricordato il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, lunedì 27 ottobre, a centinaia di studenti e insegnanti, provenienti da tutto il mondo, che riempivano l’Auditorium della Conciliazione, nel cuore di Roma. L'occasione è stata la cerimonia di apertura del Giubileo del mondo educativo, il grande evento dell’Anno Santo dedicato a scuole e università di ogni continente. Il Giubileo tematico, promosso dallo stesso Dicastero in collaborazione con il Ministero italiano dell’Istruzione e del Merito, è in programma da oggi fino al 1° novembre e riunisce sotto il motto "La scuola è vita" oltre settemila studenti, provenienti da oltre trecento istituti dei cinque continenti, che parteciperanno a laboratori tematici, incontri e momenti di preghiera, per ribadire che l’educazione è un atto di speranza. Momenti culminanti saranno il passaggio della Porta Santa e la Messa conclusiva con Papa Leone XIV che proclamerà san John Henry Newman "dottore della Chiesa".

Una mattinata di voci, musica e speranza

Introdotte dalla significativa esibizione del coro di studenti internazionali Choeur des Colibris, un’iniziativa che supera le barriere della disabilità unendo bambini sordi e udenti, la mattinata ha visto gli interventi del sindaco della Capitale, Roberto Gualtieri, del cardinale de Mendonça e del ministro Giuseppe Valditara, che hanno sottolineato il valore educativo come fondamento di fraternità e pace. Poi, dopo un’esibizione di danza e video-mapping di forte impatto, la testimonianza dell’astronauta Samantha Cristoforetti, dall’Agenzia Spaziale Europea, ha aperto idealmente i lavori.

“Siate stelle di verità, bontà e bellezza”

"Parlare di educazione e scuola è centrale in un giubileo dedicato alla Speranza", ha osservato Gualtieri, sottolineando che nella scuola si costruisce la comunità e serva un patto territoriale e globale al tempo stesso, perché l’educazione è un compito di tutti.
A fare gli onori di casa, in rappresentanza della Santa Sede, è stato invece il prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, il cardinale Tolentino de Mendonça, che ha salutato i giovani in sala come "i sindaci e i ministri del futuro". "Quando sarà celebrato il prossimo Anno Santo voi sarete adulti - ha aggiunto il porporato - è bello iniziare questo giubileo tematico con voi che siete la ragione per cui esiste la scuola". Alle ragazze e ai ragazzi il cardinale ha lanciato un appello: "Guardate sempre in alto, verso le stelle… non lasciatevi imprigionare dal grigiore degli schermi". E ha aggiunto: "Ogni generazione ha le sue stelle, ma ricordate che anche voi siete stelle e la vostra luce resterà accesa per sempre se resterete collegati alla verità, alla bontà e alla bellezza".

“Educare è camminare insieme verso il bene”

Il ministro Giuseppe Valditara, nel suo intevento, ha invitato poi a riscoprire la speranza giubilare come un pellegrinaggio verso il bene, che si accompagna – in una visione agostiniana – al coraggio e alla fraternità, intesa come unità nella carità. Valditara ha sottolineato come scopo di questo Giubileo sia rilanciare i sette impegni del Patto Globale sull'Educazione e la Cultura promosso da Papa Francesco. Il ministro ha voluto ricordare in particolare la centralità della persona, un principio presente nella Costituzione italiana anche grazie al cattolico Giorgio La Pira, l’ascolto delle nuove generazioni e la valorizzazione della donna, per abbattere ogni discriminazione.

Famiglia, accoglienza e solidarietà globale

Investire sulla famiglia, rinnovando il patto educativo che lega famiglie e scuole, coinvolgendo le famiglie fragili nel percorso educativo dei figli, è stato uno dei punti chiave dell’intervento del ministro. Altro tema forte: l’educazione all’accoglienza. Su questo, Valditara - che ha partecipato di recente al G20 dell’istruzione in Sud Africa - ha lanciato la proposta di raccogliere donazioni in Europa per garantire il diritto di studio in Africa, dove - ha detto - "mancano diciassette milioni di insegnanti".

“Non lasciatevi rubare l’attenzione e la felicità”

L’ingegnere Samantha Cristoforetti, prima donna italiana a volare nello spazio e prima europea a comandare la Stazione Spaziale Internazionale, ha aperto gli occhi dei giovani in platea su un rischio educativo: "State crescendo nella società della distrazione di massa, telefonini e app che vi rubano l’attenzione e la felicità". "Uscite, camminate a lungo, guardate la realtà che vi circonda", ha esortato, invitando i giovani a prendersi dei rischi e a riscoprire il valore della fatica. Citando Jonathan Swift, ha aggiunto: "Pensare con la propria testa è difficile se nella testa non ci sono abbastanza cose su cui pensare".

Testimonianze di arte, sport e fede

Nel corso della mattinata, frate Sidival Fila ha condiviso il suo percorso di artista e religioso, invitando i giovani a trasformare la bellezza in servizio, mentre Sister Zeph e Nhial Deng, premiati con i riconoscimenti internazionali Global Teacher e Global Student Prize, hanno testimoniato la forza dell’educazione come riscatto personale e comunitario. L’incontro con l’atleta Andy Diaz e l’esibizione della cantante Annalisa Minetti hanno unito musica e sport in un messaggio comune di fiducia nel futuro.

Laboratori, incontri e la Messa con il Papa

Nel pomeriggio, fino al 30 ottobre, cominciano i laboratori tematici, un'iniziativa che coinvolge 800 studenti e 200 docenti, in rappresentanza di 200 istituti scolastici provenienti da tutte le regioni italiane, insieme a delegazioni di istituzioni scolastiche internazionali di tutto il mondo. Un’esperienza immersiva per rispondere in modo concreto e creativo alle sfide educative contemporanee. Il progetto, articolato in quattro grandi aree di lavoro giubilari, – Cammini, Dialoghi, Orizzonti, Elementi – è ospitata tra la LUMSA, l’Augustinianum e Palazzo Cesi e si sviluppa a partire da una riflessione sugli impegni delineati dal già citato Patto Globale sull'Educazione e la Cultura. Ciascuna attività sarà orientata alla produzione di un "output" (risultato finale) progettuale che rappresenterà la sintesi del lavoro svolto dagli studenti: un atlante dei cammini educativi, una lettera collettiva al Santo Padre, un glossario della speranza e una performance artistica originale. I risultati saranno presentati pubblicamente nel corso della giornata conclusiva dei laboratori, il 30 ottobre, in occasione dell’incontro ufficiale con Papa Leone, dedicato agli studenti di tutto il mondo.

Vatican News


 

 

domenica 19 ottobre 2025

HTIQVA' - IL FILO DELLA SPERANZA

 

Il filo della speranza 

che ci tiene agganciati oltre il buio


Non tutti ricordano che l’unico Giubileo del XIX secolo fu quello del 1825, celebrato – esattamente 200 anni fa – da un Papa di nome Leone, però XII. I giubilei successivi, indetti da Pio IX nel 1850 e nel 1875, non ebbero luogo a causa dei disordini politici che accompagnarono l’unità d’Italia, ma anche per il serpeggiare di guerre e depressioni economiche in tutta Europa. Non è difficile comprendere come la parola speranza in tali contesti culturali fosse ritenuta vacua e prima di fondamento. Il filosofo Nietzsche riteneva la speranza non una virtù, ma un sentimento negativo che spinge ad impegnare le proprie energie entro inutili sforzi. I pittori, in quel periodo, presero a dipingere la speranza separata dalle altre due virtù, fede e carità, attingendo volentieri all’immagine biblica suggerita dal Salmo 137 (1-3):

Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre. Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, canzoni di gioia, i nostri oppressori: «Cantateci i canti di Sion!».

L’umanità, prigioniera delle Babilonie di ogni tempo, è incapace di salmodiare i canti della speranza. Così il clima culturale di quegli anni non fu tanto diverso dal nostro, dove guerre e depressione economica, miraggi espansionistici e giochi di potere, minano la fiducia assottigliando sempre più il filo della speranza. A questo filo si aggrappò l’artista inglese George Frederic Watts quando nel 1886 dipinse la sua Hope. Il soggetto, cui l’artista dedicò varie versioni, conobbe una grande popolarità e, nella sua forza simbolica, parla ancora a noi oggi. L’espressione filo della speranza è collegata al mito di Arianna che consegnò all’amato Teseo, avventuratosi nel labirinto per uccidere il Minotauro, un gomitolo, il cui filo lo avrebbe ricondotto all’uscita. In realtà anche il termine biblico speranza, in ebraico Hatiqvà, contiene l’immagine di una corda (qav) tesa fra due poli. Ed è proprio entro questi due universi culturali, l’ambiente biblico e quello greco, cui Watts attinge per dipingere la speranza. La donna, nella posa della notte michelangiolesca, è bendata. La cetra con la quale cantare i canti di speranza è rimasta con una sola corda. Tutto appare perduto, oscuro difficile. Acque e nubi minacciose minano il globo terrestre e ogni pronostico positivo appare futile. La corda tesa però, l’ultimo filo della speranza, ben si accorda con una piccola stella che brilla in alto, appena visibile, attestando agli scoraggiati di ogni tempo e latitudine, che sorge sempre, oltre le nostre cecità, la stella della speranza.

A questo filo si aggrappa anche un artista contemporaneo, Viviani Vanni, che in una litografia dedicata al mito di Arianna, lega la corda tesa non ai canti di Sion, ma ad una mela. Il filo attraversa un’altra mela che, significativamente, rappresenta il grande labirinto del mondo internettiano. La mela, lo sappiamo, ci riporta a quella nostalgia delle origini, a quella sapienza capace di penetrare la realtà regalata ai due progenitori e irrimediabilmente persa dopo il peccato. Così per Vanni questa sapienza si riannoda grazie al mondo del Web, tuttavia la grossolana fattura della corda e il verismo della mela ci ricordano che anche nell’era dell’intelligenza artificiale è sempre necessario l’uomo, l’uomo con i suoi interrogativi ancestrali e con il suo percorso umano. Insomma, contrariamente alle filosofie nicciane, la speranza è l’insopprimibile nostalgia dell’uomo che, senza dimenticare l’immanenza della storia, tende all’infinito. Cosa dice dunque a noi un Giubileo, come quello del primo quarto del XXI secolo, dedicato alla speranza? Cosa può fare l’uomo, sempre più piccolo in un mondo globalizzato, ad affrontare sfide che appaiono ben più grandi di Babilonia e dell’antico Minotauro?

La Chiesa, i Papi ci vengono incontro con la loro risposta semplice e super partes. Dal 2000 ad oggi la bambina da nulla della speranza, come la definisce Peguy, possiede un tesoro dentro un fazzoletto. Se Peguy si riferiva alla Veronica del Calvario, che ben prima delle tecniche fotografiche fissa nel tempo il volto del Cristo Eterno, il suo fazzoletto ci porta anche a realtà più quotidiane. Seicento anni fa, nel 1425, Tommaso di Ser Giovanni di Mòne, detto Masaccio, dipinse nella Cappella Brancacci una stupenda, quanto drammatica, fuga dei progenitori dall’Eden. Qui viene immortalata la porta chiusa del Paradiso e non certo a caso: fu proprio nel 1425 che papa Martino V aprì, per la prima volta, la Porta Santa della Basilica di San Giovanni in Laterano. Così Masaccio pone i progenitori, scacciati dal paradiso, tra una porta chiusa e una scena di speranza. La scena è nota come il tributo e ritrae il Salvatore al centro della scena mentre, davanti all’esattore delle tasse, indica a Pietro il vicino mar di Tiberiade. Pietro, su comando di Gesù, apre la bocca a un pesce e vi trova la moneta da consegnare al Tribuno. Così, anche il fazzoletto da nulla di Pietro custodisce una grande speranza. Il pesce che reca a Pietro l’importo delle tasse è simbolo di Cristo che ha già pagato per la liberazione dell’uomo. «Chi è sotto posto a tassazione: i figli o gli schiavi?» chiese Gesù. Poiché i figli ne sono esenti ecco – dice Cristo – io ho già pagato per tutti. Questo è il senso del Giubileo e la grande speranza anche per l’uomo contemporaneo. C’è uno che ci considera figli e ha già pagato il prezzo del nostro riscatto. Non c’è disperazione per chi entra nella Chiesa dove la porta del Paradiso è stata riaperta, la tassa della colpa pagata e le braccia della misericordia allargate per l’eternità.

In tal senso è efficacissimo il confronto, nell’arte di Giotto, fra speranza e disperazione. Nell’impianto iconografico della Cappella degli Scrovegni, Giotto pone la personificazione della Speranza, di fronte a quella della Disperazione. La Speranza, ritratta in uno slancio leggero ed elegante, possiede ali candide e, per quanto i piedi poggino a terra, è colta in volo. Il volto, rivolto in alto, è orientato verso un punto che va oltre il visibile. Le mani protese, infatti stanno ricevendo da Dio una corona di gloria. Non così invece la Disperazione. Il peso del suo pessimismo e dei pensieri cupi sembra trascinarla sempre più in basso. Mentre i suoi piedi poggiano a terra, il suo collo è stretto nella morsa di una corda degli impiccati. Un demonio le ha rubato il cuore e le mani sono chiuse a pugni stretti. L’orizzonte di chi dispera è quello della mediocrità e del proprio io. In un tale orizzonte ogni visione profetica è impensabile. Al contrario, l’orizzonte dello speranzoso è sempre fuori di sé, tiene conto di un più in là e le sue mani aperte sono pronte non solo a dare, ma anche a ricevere la novità di una salvezza che può venire solo dall’alto. L’arte, in pieno accordo con i Giubilei di ogni tempo, ci racconta così la speranza: uno sprone ad andare oltre sé stessi, un invito a confidare: c’è sempre un filo che resta teso nella vita e una stella che brilla oltre le nostre oscurità quotidiane.

www.avvenire.it

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lunedì 4 agosto 2025

SETE DI BELLEZZA

 


*Una generazione

 che ha sete

 di bellezza*

 

-         di Susanna Tamaro

 

Che sorpresa il milione di ragazzi presente l’altra sera a Tor Vergata! Un Papa ancora poco conosciuto e una società in cui la presenza della Chiesa sembra essere ormai svaporata, faceva immaginare un ben altro esito.

 E che dire dei loro sguardi? Sguardi straordinariamente vivi e commossi, uno diverso dall’altro, come se la clonazione estetica imposta dai media non avesse mai attecchito nelle loro vite. Lo spirito del tempo — che è quello dello scrolling ossessivo e annoiato — sembrava aver reso ormai impossibile quel lungo tempo di attenzione, immobilità e silenzio che ha accompagnato l’adorazione eucaristica. Eppure è accaduto. Era come se tutta l’enorme spianata trattenesse il fiato, fissando emozionata il Santissimo che riverberava di luce dalla sua teca d’oro sull’altare.

 Questa visione mi ha riportato agli anni della mia tormentata adolescenza, quella degli anni 70, anni impregnati di un fanatismo ideologico che difficilmente lasciava scampo. Nata in una famiglia super laica, in una città laicissima come Trieste, covavo delle domande nel mio cuore a cui nessuno sembrava capace di rispondere. Una tra tutte: cosa rendeva una vita davvero degna di essere vissuta? Così a 16 anni, in autostop, avevo raggiunto Assisi. Lì sapevo che c’era stato un ragazzo inquieto come me che si era ribellato ai fanatismi del suo tempo, consegnandosi a una dimensione di libertà che trovava affascinante. E che cosa cercano i cuori inquieti, se non questo? Una libertà che non sia il tutto poter fare, ma il tutto poter leggere in una dimensione più grande. Un saper leggere che ci impedisce di venire trascinati via dalla, a volte inestricabile, complessità dei nostri giorni.

 Ma mentre la mia generazione doveva destreggiarsi con furori ideologici partoriti nel Novecento — furori che hanno portato ovunque dolore e morte e la cui impronta è ancora visibile in sottotraccia nella nostra società — la generazione attuale si trova a vivere la più grande transizione antropologica dell’umanità. Non si tratta di un cambiamento di costumi ma di una vera e propria modifica nello sviluppo del cervello. L’uso eccessivo dello smartphone riduce infatti, specie nei bambini e negli adolescenti, il volume cerebrale, soprattutto nelle regioni subcorticali, quelle regioni che aiutano a regolare il comportamento e a controllare le emozioni. I tanti troppi episodi di insensata violenza giovanile ci parlano proprio di questa incapacità di controllo.

 Per riuscire a sfuggire a questa pericolosa e inquietante deriva, bisogna forse tornare a contemplare il meraviglioso albero dell’evoluzione. Il nome zoologico che ci definisce è l’ homo sapiens sapiens . Guardandosi in giro, in questi tempi di devastanti guerre e odi di ogni tipo, è abbastanza difficile trovare appropriata questa espressione. Eppure, in quel sapiens si nasconde proprio la chiave di volta. Sapiens deriva dalla parola latina sapere, di origine indoeuropea, che significa: avere sapore, essere saggio. La differenza tra un cibo sciapo e uno salato la conosciamo tutti. Il nostro tempo vive nel culto del sapere, ma il sapere che ci viene proposto è propriamente tecnico e scientifico, slegato da ogni realtà più sottile. Dante ci ricorda invece che la sapienza è uno dei sette doni dello Spirito Santo. Non si tratta quindi di qualcosa da acquisire con un programma, ma di una misteriosa emanazione che nasce dal cuore.

 Quegli occhi luminosi e attenti ci parlano di una generazione che, nonostante sia cresciuta nell’ignavia educativa e tra cascami del nichilismo novecentesco, ha ancora una sete inestinguibile di verità, di bellezza e di costruzione di rapporti capaci di resistere all’usura del tempo, anche imparando a rinunciare a qualcosa — come ha detto la ragazza che ha posto una delle tre domande a papa Leone — perché la vita dell’uomo acquisisce senso non nel consumo ma nella costruzione che richiede, a volte, scelte difficili. La natura umana è forte e coraggiosa e, quando attinge alle sue risorse, non ha bisogno di droghe, pillole o corsi di resilienza.

 Nel Giubileo della Speranza la visione di questo milione di ragazzi ci ha aperto una finestra su un mondo che credevamo perso per sempre. Il mondo di chi ha sete, ed è capace di mettersi in cammino alla ricerca dell’acqua che disseta. Forse quello che corrode la nostra società opulenta è proprio il non comprendere la grande arsura che la attraversa.

 Corriere della Sera


domenica 3 agosto 2025

ASPIRATE A COSE GRANDI

 

Leone XIV mentre dà il buongiorno ai giovaniLeone XIV ai giovani: aspirate a cose grandi.

 Contagiate tutti con la testimonianza di fede

Il Pontefice celebra a Tor Vergata, nella periferia di Roma, la Messa del Giubileo dei giovani ed incoraggia a non accontentarsi. La pienezza dell’esistenza non dipende da ciò che si accumula, dice nell'omelia, ma risiede in quello che “con gioia sappiamo accogliere e condividere”, l’amore di Dio che si manifesta in Cristo. È lui che disseta la sete del cuore e la risposta alle inquietudini

-       Tiziana Campisi – Città del Vaticano

“Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno. Allora vedrete crescere ogni giorno, in voi e attorno a voi, la luce del Vangelo”

Arriva presto Papa Leone a Tor Vergata, come a voler stare vicino ai giovani il più possibile. Non sono nemmeno le 8 del mattino quando con la sua jeep bianca attraversa la spianata, ma le migliaia di ragazzi e ragazze che hanno trascorso la notte in sacchi a pelo e giacigli improvvisati non sonnecchiano, lo accolgono con una gioia incontenibile, alzando le braccia, urlando il suo nome, sventolando bandiere, striscioni, cappellini e qualunque altra cosa a portata di mano possa far notare la propria presenza. Oltre un milione, secondo le autorità, le persone riunite nella periferia di Roma - fra cui 20 cardinali, circa 450 presuli, tra vescovi e arcivescovi, e quasi 7 mila sacerdoti - per la Messa del Giubileo dei giovani per il quale si sono accreditati 850 operatori dell’informazione, tra giornalisti, fotografi, cameramen e videomaker.

LEGGI L'OMELIA DI PAPA LEONE XIV DELLA MESSA DEL GIUBILEO DEI GIOVANI

Il buongiorno ai ragazzi

Giunto sul palco, prima di prepararsi per la liturgia, il Pontefice, saluta: “Buongiorno a tutti! Buona domenica! Good morning! Buenos dias! E bonjour, guten morgen! Spero che tutti voi possiate riposare un po'”. Poi invoca su tutti la benedizione di Dio e auspica che “la grande celebrazione in cui Cristo ci ha lasciato la Sua presenza nell'Eucaristia” sia “un'occasione davvero memorabile per ognuno di noi”, concludendo: “Quando siamo insieme come Chiesa di Cristo, seguiamo, camminiamo insieme, viviamo Gesù Cristo”.

Guardare in alto

Dopo aver risposto ieri sera alle domande di tre ragazzi, che si sono fatti portavoce delle inquietudini, delle incertezze e dei dubbi delle nuove generazioni, nella sua omelia, pronunciata in italiano e in parte in spagnolo e inglese, il Papa inverte per un attimo i ruoli e pone lui tre interrogativi. “Cos'è veramente la felicità? Qual è il vero gusto della vita? Cosa ci libera dagli stagni del non senso, della noia, della mediocrità?”, chiede. E risponde riassumendo le “molte belle esperienze” fatte da tutti nelle scorse giornate giubilari: “Vi siete incontrati tra coetanei provenienti da varie parti del mondo, appartenenti a diverse culture. Vi siete scambiati conoscenze, avete condiviso aspettative, avete dialogato con la città attraverso l'arte, la musica, l'informatica, lo sport. Al Circo Massimo, poi, accostandovi al Sacramento della Penitenza, avete ricevuto il perdono di Dio e avete chiesto il suo aiuto per una vita buona”.

La risposta è da cogliere in tutte queste cose: “la pienezza della nostra esistenza non dipende da ciò che accumuliamo”, dice Leone XIV, e nemmeno “da ciò che possediamo”, è, invece in “ciò che con gioia sappiamo accogliere e condividere”, è nell'amore di Cristo.

 Leone XIV, al termine della Messa del Giubileo dei giovani, recita l’Angelus insieme al milione di ragazzi e ragazze presenti a Tor Vergata. Torna a ricordare Maria e Pascale, le ...

Comprare, ammassare, consumare, non basta. Abbiamo bisogno di alzare gli occhi, di guardare in alto, alle “cose di lassù”, per renderci conto che tutto ha senso, tra le realtà del mondo, solo nella misura in cui serve a unirci a Dio e ai fratelli nella carità, facendo crescere in noi “sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità”, di perdono, di pace, come quelli di Cristo. E in questo orizzonte comprenderemo sempre meglio cosa significhi che “la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. Carissimi giovani, la nostra speranza è Gesù.

Gesù cambia le nostre vite

È “l'incontro” con Cristo Risorto a cambiare “la nostra esistenza, che illumina i nostri affetti, desideri, pensieri”, spiega il Pontefice, che prende spunto dalla prima Lettura, tratta dal Libro del Qoelet, la quale avverte che “tutto è vanità” e che ogni uomo dovrà lasciare quanto ha accumulato, per ricordare la “finitezza delle cose che passano”. Come fa anche il Salmo 90, che “ci propone l'immagine dell’erba che germoglia; al mattino fiorisce” e poi “alla sera è falciata e secca”.  “Due richiami forti, forse un po' scioccanti, che però non devono spaventarci”, incoraggia Leone, perché “la fragilità di cui ci parlano” è in pratica “parte della meraviglia che siamo”.

L’esistenza dell’uomo si rigenera costantemente nell’amore

E ricorre ancora alla natura il Papa per chiarire che la nostra vita è una rigenerazione d’amore. Come un prato che, “fatto di steli esili, vulnerabili, soggetti a seccarsi, piegarsi, spezzarsi”, si rigenera con nuovi steli per i quali “generosamente i primi si fanno nutrimento e concime, con il loro consumarsi sul terreno”, e si rinnova “anche durante i mesi gelidi dell'inverno, quando tutto sembra tacere”, perché “si prepara ad esplodere, a primavera, in mille colori”.

Siamo fatti per questo. Non per una vita dove tutto è scontato e fermo, ma per un'esistenza che si rigenera costantemente nel dono, nell'amore. E così aspiriamo continuamente a un "di più" che nessuna realtà creata ci può dare; sentiamo una sete grande e bruciante a tal punto, che nessuna bevanda di questo mondo la può estinguere. Di fronte ad essa, non inganniamo il nostro cuore, cercando di spegnerla con surrogati inefficaci! Ascoltiamola, piuttosto!

 Dio che disseta la sete del cuore

La sete del cuore è dissetata da Dio, è la sintesi del Pontefice, e Sant’Agostino lo fa capire chiarisce che “l'oggetto della nostra speranza” non è la “terra”, né “qualcosa che deriva dalla terra, come l'oro, l'argento, l'albero, la messe, l'acqua”, cose che “piacciono, sono belle”, “buone”, ma non sono la speranza. “Ricerca chi le ha fatte, egli è la tua speranza”, diceva il vescovo di Ippona, che nelle Confessioni riconosce, rivolgendosi a Dio, “Tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo”. Riflessioni che riportano all’invito fatto da Papa Francesco durante la Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona, esattamente due anni fa. Leone la ripete in spagnolo quell’esortazione “a confrontarsi con grandi domande” compiendo “un viaggio”, superando sé stessi, andando “oltre”. La risposta è in Cristo, che “come diceva San Giovanni Paolo II, alla veglia di preghiera della XV Giornata Mondiale della Gioventù, quella del 2000, suscita il desiderio di fare della propria vita qualcosa di grande, per migliorare sé stessi “e la società, rendendola più umana e più fraterna”.

Coltivare l’amicizia con Cristo

Da qui l’invito di Leone a tenersi “uniti” a Cristo, a rimanere “nella sua amicizia, sempre, coltivandola con la preghiera, l’adorazione, la Comunione eucaristica, la Confessione frequente, la carità generosa, come ci hanno insegnato i beati Piergiorgio Frassati e Carlo Acutis”, e l’ultima importante raccomandazione ai giovani ad aspirare "a cose grandi", "alla santità", e a non accontentarsi "di meno".  A ragazzi e ragazze che ora si preparano a fare ritorno nei loro Paesi, infine, l’incoraggiamento  a continuare “a camminare con gioia sulle orme del Salvatore” e

Contagiate chiunque incontrate col vostro entusiasmo e con la testimonianza della vostra fede! Buon cammino!

Vatican News

 

sabato 19 luglio 2025

SIAMO FORESTIERI, DI PASSAGGIO


 Il pellegrinaggio giubilare – sulla scia dell’esperienza di Cristo – dev’essere, perciò, una parabola spirituale che illumina il senso della vita del cristiano


- di Gianfranco Ravasi 

 Che cos’è la nostra vita? Il cammino di un viandante: appena ha raggiunto la meta, gli si aprono le porte, abbandona gli abiti da viaggio e il bastone da pellegrino ed entra in casa sua».

Così un mistico russo, Giovanni di Kronstadt (1828-1908), rappresentava la parabola della vita sotto il simbolo di un pellegrinaggio. Tra l’altro, com’è noto, uno dei testi più popolari di quella spiritualità sono i Racconti di un pellegrino russo di autore anonimo. Di fronte all’incessante flusso dei pellegrini a Roma per l’Anno Santo, è spontaneo riprendere il filo di questo tema che abbiamo proposto nella precedente puntata del nostro itinerario giubilare. 

Abbiamo già seguito l’Israele biblico pellegrino verso la Terra promessa nell’esodo dall’Egitto. Il segno più alto, una volta entrati in essa, sarà il pellegrinaggio a Sion, cioè al tempio, al culto, alla comunione col Signore, come ammoniva la Legge: «Tre volte l’anno salirai per comparire alla presenza di Dio» (Esodo 34,24). E Geremia ribadirà: «Su, saliamo a Sion, andiamo al Signore Dio nostro!» (31,6). 

Si configura persino una sorta di libro del pellegrino: è un fascicolo di 15 Salmi, dal 120 al 134, intitolati “Canti delle ascensioni”, non solo perché la Città santa è su un monte di 800 metri ma anche perché il fedele nella preghiera “ascende” verso Dio in un dialogo e in un abbraccio d’amore. 

Suggeriamo, però, la lettura di un altro canto di Sion, il Salmo 84, che raffigura dal vivo il pellegrinaggio e l’arrivo al tempio. Là l’orante contempla il volo felice degli uccelli che hanno i nidi nel santuario, simbolo della sorte fortunata di coloro che, soprattutto i sacerdoti, hanno in quel luogo sacro una residenza perpetua e non temporanea (come il pellegrino) in intimità con Dio. Nella folla di quei pellegrini possiamo identificare un volto, quello di Gesù. Già da neonato era stato offerto al Signore in Sion (Luca 2,22-24). A 12 anni era ritornato nel tempio in compagnia dei suoi genitori, dichiarando che quella è la «casa del Padre suo» (2,49). 

Là ripetutamente egli accede, partendo dalla lontana Galilea, come ci ricorda il Vangelo di Giovanni che pone spesso il fondale del tempio e delle varie solennità ebraiche per le rivelazioni di Cristo in parole e in segni. Ma è in particolare Luca a descrivere, nel cuore del suo Vangelo (9,51- 19,28), una lunga marcia di Gesù pellegrino verso Gerusalemme. La sua ultima meta non sarà il Golgota con la crocifissione, ma il monte dell’ascensione, ossia il suo ritorno al Padre come aveva annunciato nel Cenacolo: «Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre» (Giovanni 16,28). 

Il pellegrinaggio giubilare – sulla scia dell’esperienza di Cristo – dev’essere, perciò, una parabola spirituale che illumina il senso della vita del cristiano. Già il testo basilare biblico del Giubileo, il c. 25 del Levitico, aveva una norma emblematica: «Le terre non si possono vendere per sempre, perché la terra è mia – dice il Signore – e voi siete presso di me forestieri e di passaggio» (25,23). E la Lettera agli Ebrei concluderà: «Non abbiamo quaggiù una città stabile ma andiamo in cerca di quella futura» (13,14).

 Famiglia cristiana 

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giovedì 12 giugno 2025

GIUBILEO E DOTTRINA SOCIALE


 Il Giubileo

 per affermare 

la missione di servizio nel mondo


      di  Mons. Vincent Dollmann*

Il cristiano, servitore nel cuore del mondo

Come cittadini, partecipiamo alla vita sociale, economica e politica del mondo e dobbiamo prendere parte ai dibattiti e alle decisioni, anche solo attraverso il diritto di voto nel nostro Paese. Come cristiani, siamo chiamati a rendere conto della nostra fede in Gesù, il Figlio di Dio fatto carne, vivendo la sua carità. Vi partecipiamo attraverso il suo Spirito Santo; come per gli apostoli a Pentecoste, egli è per noi un fuoco che arde i nostri cuori con l'amore stesso di Dio e ci permette di condividerlo con chi ci circonda.

Gesù, modello e sostenitore della missione di servizio

Gesù visse la condizione umana fino al punto di imparare il mestiere del falegname da Giuseppe, suo padre adottivo. Era chiamato "il falegname" (Marco 6:3), un nome che indicava che, come Giuseppe, era riconosciuto per la qualità del suo lavoro. Nel suo insegnamento, in particolare attraverso le parabole, Gesù esprime la sua conoscenza e il suo apprezzamento per le diverse professioni. Ci dice che l'accoglienza del Regno di Dio non si realizza solo nella preghiera comunitaria e personale, ma anche nella vita sociale e professionale. E Gesù pone come criterio per entrare nel Regno il servizio al prossimo, a partire dai più piccoli: "In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40).

La Dottrina Sociale della Chiesa, una bussola per oggi

Nel XIX secolo, con l'avvento dell'industrializzazione, Papa Leone XIII non esitò, nella sua enciclica Rerum Novarum, a ricordarci che ogni lavoratore è una persona e che il lavoro è l'espressione di questa identità. I ​​suoi successori continuarono ad approfondire la dottrina sociale della Chiesa di fronte alle sfide del loro tempo. Papa Leone XIV scelse il suo nome in memoria di Leone XIII e lo chiarì nei suoi primi discorsi menzionando le sfide dell'intelligenza artificiale. Il Giubileo è un'opportunità per approfondire la dottrina sociale della Chiesa attraverso gli scritti dei Papi e la testimonianza di personaggi, molti dei quali accomunano la nostra diocesi, come Louise Nicolle e il vescovo Guerry. Se la speranza, tema del Giubileo, è un dono di Dio, essa si vive nella fedeltà ai nostri impegni nel mondo.

*Arcivescovo di Cambrai, Assistente Ecclesiastico UMEC-WUCT

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martedì 15 aprile 2025

PELLEGRINI DI SPERANZA

 


Auguri di Pasqua Anno Santo 2025


Viviamo rinnovando

 il nostro quotidiano cammino

 di conversione

 

-         di P. Giuseppe Oddone*

-          In questo Anno Santo 2025, segnato purtroppo ancora da tante sofferenze causate dalle guerre e dalle turbolenze internazionali, la Pasqua ci apre in modo particolare alla speranza, perché ci porta il più gioioso annuncio della nostra fede: Cristo è risorto da morte!

La storia di Gesù non finisce con la sua crocifissione e la sua sepoltura, anzi la presenza di Gesù riesplode con potenza divina nel primo giorno dopo il sabato. Dobbiamo essere pertanto “pellegrini di speranza”, di quella virtù teologale che lega il nostro impegno terreno, stimolato dalla grazia divina, al nostro destino eterno.

La speranza è l’attesa certa della gloria futura, della vittoria di Cristo sul male e sul peccato, prodotta in noi dalla presenza dello Spirito: la speranza è “grazia di operare”, qui e ora, nel concreto della vita, mettendo a disposizione del regno di Dio tutte le nostre energie fisiche e spirituali.

La speranza cristiana, secondo le parole del nostro poeta Dante (Canto XXV del Paradiso), ti “innamora”, ossia anima di amore tutta la tua attività per il Bene, “infiora la mente”, ti “diletta”, ossia ti riempie di gioia come in una perenne primavera, è una “luce” che discende nella tua vita da molte stelle, ossia da tanti passi della Parola di Dio, è una “stilla”, una goccia continua di grazia, azione dopo azione, che riempie, colma il nostro cuore, fino a che diventa una “pioggia” che riversiamo su quanti sono in contatto con noi.

Riflettiamo brevemente sui motivi pasquali della speranza cristiana. Gesù Risorto ci porta una ricchezza di doni, per i quali dobbiamo sempre ringraziare. Prima di tutto diffonde la pace e la gioia nel cuore, perché Egli ci svela il senso del nostro nascere, del nostro vivere, del nostro morire, del nostro risorgere, dato che nella vita, nella morte ed oltre la vita siamo del Signore. Ci illumina sul senso del nostro soffrire, perché la sofferenza passa, ma l’aver sofferto con amore è eterno e Gesù Crocifisso e Risorto ci mostra, per farsi riconoscere, le sue piaghe gloriose. Ci invia per le strade del mondo in missione perché diffondiamo e testimoniamo il lieto annuncio che Egli vive in mezzo a noi. Se confessiamo nella fede la sua Risurrezione Egli cancella i nostri peccati, ci riempie del soffio potente del suo Spirito, ci immerge nella nuova creazione, facendo di noi persone nuove.

Viviamo perciò l’Anno Santo del Giubileo, rinnovando il nostro quotidiano cammino di conversione! La risurrezione di Gesù è un fatto reale, anche se non può essere dimostrato con le categorie storiche, perché rimane un mistero divino che supera la nostra intelligenza. Vi si accede soltanto con la fede, che tuttavia ha dei concreti riferimenti storici. La tomba di Cristo fu trovata vuota dalle donne e dai discepoli, e questo fu anche constatato dagli avversari di Gesù. Le prime testimonianze di fede che troviamo nei Vangeli sono semplicissime: “Il Crocifisso è risorto! Non è qui. Vi precede in Galilea!” (Mc. 16, 6-7). La Galilea è un luogo teologico per indicare la nostra vita quotidiana, fatta di lavoro, di fatica, di appelli del Signore Risorto.

 I primi credenti completarono la formula di fede: “E’ risorto secondo le Scritture” (1 Cor. 15, 3). Tutta la Parola di Dio dell’Antico e del nuovo Testamento converge verso questo punto focale. Il primo annuncio di Pietro nel giorno di Pentecoste è tutto centrato sulla risurrezione di Gesù: “ Questo Gesù Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni” (Atti 2, 32). La stessa testimonianza danno anche Paolo e tutti gli altri apostoli nella loro predicazione e nelle loro lettere indirizzate alle prime comunità cristiane. Infine confermano la nostra fede le apparizioni del Risorto alle donne ed ai discepoli, narrate in tutti e quattro i Vangeli. Sono apparizioni sensibili, perché coinvolgono gli occhi, l’udito, il tatto e tutto lo spettro delle emozioni.

Gesù prende l’iniziativa di apparire, si fa riconoscere mostrando le sue piaghe e facendole toccare, condividendo il pasto; e poi si fa continuare perché invia chi lo ha riconosciuto a diffondere questo lieto annuncio. Spesso il riconoscimento non è immediato, ma avviene attraverso un cammino, una riflessione sulle Scritture e la frazione del pane (i discepoli di Emmaus), la pronuncia del nome personale da parte di Gesù in un gesto di amore (Maria Maddalena), una pesca miracolosa all’alba al comando di uno Sconosciuto dopo una notte di inutile fatica (Giovanni e Pietro).

Ogni domenica, celebrando l’Eucaristia, noi professiamo la nostra fede in Gesù Risorto, dichiariamo la nostra speranza nella venuta di Gesù nella nostra vita, nella storia, alla fine dei tempi, siamo coinvolti nel suo mistero pasquale di morte, risurrezione ed ascensione al cielo, riceviamo ancora il dono del suo Spirito, ci nutriamo del suo corpo e del suo sangue, costruiamo la Chiesa, madre dei Santi.

Comprendiamo allora la testimonianza di alcuni martiri africani (Saturnino e compagni, morti nel 303 durante la persecuzione di Diocleziano) che, arrestati mentre celebrano l’eucaristia affermano nel processo: “Sine dominico vivere non possumus”, cioè non possiamo vivere senza la celebrazione domenicale della Pasqua del Signore, senza partecipare al mistero della sua morte e risurrezione, senza nutrirci del suo corpo dato e del del suo sangue versato per noi!

 In sintesi la Pasqua ci aiuta a essere testimoni della speranza che è in noi, ci conferma nella fede che si nasce, si vive, si muore, si risorge nell’amore per – con – in Qualcuno, Gesù Risorto, il “Possente, con segno di vittoria coronato!” (Inf. IV, 53-54).

 *Assistente Ecclesiastico Nazionale AIMC e UCIIM


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venerdì 28 marzo 2025

PORTARE SPERANZA

Portare speranza in un mondo di divisioni e trincee


Il cardinale presidente della Cei ha guidato Il pellegrinaggio giubilare dell’arcidiocesi di Bologna: mentre oggi si prepara la pace armandosi è quanto mai necessario accendere la speranza ed "essere il riflesso dell’amore di Dio.

 

-         di Isabella Piro – Città del Vaticano

-          Una notizia che “ci riempie di gioia”: così il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha commentato le dimissioni, avvenute ieri 23 marzo, di Papa Francesco dal Policlinico Gemelli di Roma, dopo 38 giorni di ricovero per curare una polmonite bilaterale. “Durante questa lunga degenza — ha scritto il porporato in una nota —, ci ha mostrato ‘la benedizione’ che si nasconde dentro la fragilità, perché proprio in questi momenti impariamo ancora di più a confidare nel Signore (Angelus, 2 marzo). Dalla cattedra dell’ospedale, ci ha ricordato quanto è necessario ‘il miracolo della tenerezza’, che accompagna chi è nella prova portando un po’ di luce nella notte del dolore (Angelus, 9 marzo)”. Infine, il porporato ha esortato i fedeli a continuare a sostenere il vescovo di Roma con la preghiera, “così come è accaduto nei dodici anni di pontificato”.

La processione verso la Porta Santa

L’invito a pregare per Papa Francesco e a guardare al suo servizio, che “ricorda a tutti noi di essere servi” nei confronti del prossimo, il cardinale Zuppi lo aveva rivolto in particolare, il 22 marzo, ai circa duemila fedeli di Bologna giunti a Roma in pellegrinaggio giubilare. Nel pomeriggio dello scorso sabato, il porporato ha guidato la processione dei pellegrini bolognesi lungo via della Conciliazione fino alla basilica Vaticana. Quindi, dopo aver attraversato la Porta Santa, all’altare della Confessione, l'arcivescovo ha presieduto la Messa, concelebrata, fra gli altri, dai vicari generali dell’arcidiocesi, i monsignori Stefano Ottani e Giovanni Silvagni, e da alcuni sacerdoti diocesani.

Ripudiare la guerra invece di preparare la pace con le armi

Nell’omelia, il cardinale Zuppi ha sottolineato l’importanza, per i cristiani, di essere “il riflesso dell’amore di Dio” e diventare “segni di speranza”, soprattutto in un mondo che “si divide e si chiude”, in cui i confini sono diventati “trincee e non cerniere”; in un mondo che “esclude il povero”, non accetta lo straniero e ritiene “normale” il fatto che “i nostri fratelli muoiono in mezzo al mare”; in un mondo attraversato da semi di odio, ingiustizia e ignoranza, “che non ripudia la guerra e che pensa di preparare la pace armandosi, invece di investire nelle realtà capaci di risolvere pacificamente e con il diritto i conflitti”; in un mondo che “scarta la vita e la rende insignificante perché non amata”. In un mondo così, ha aggiunto il porporato, è quanto mai necessario sentire “la grazia” di essere del Signore per accendere la speranza, perché “la speranza, a differenza del fatalismo, affronta il male”.

Voler cambiare il mondo non è ingenuità, ma speranza

In fondo, il senso del pellegrinaggio e del Giubileo, ha aggiunto l’arcivescovo di Bologna, è proprio questo: convertirsi per “prendere sul serio la misericordia”, per “essere pieni di speranza” e rianimarla anche nel prossimo, rendendola “contagiosa per quanti la desiderano”. Perché “non è da ingenui voler cambiare il mondo, ma da figli della speranza”.

La Chiesa è comunione

“Abbiamo camminato insieme — ha concluso l’arcivescovo di Bologna — per ritrovarci. La Chiesa è questo: è legame di comunione che ci accompagna anche quando siamo lontani, e che si ritrova attorno a Gesù. Ringraziamo di questo luogo che ci riporta alle origini dell’avventura cristiana, ci aiuta a capire con Pietro chi è il più grande, e a seguire Gesù che ci dà l’esempio, perché anche noi saremo beati se laveremo i piedi gli uni gli altri”.

L’indulgenza è il coinvolgimento nell’Amore

Partiti da Bologna nelle prime ore del mattino, prima di raggiungere San Pietro i pellegrini si sono radunati nella chiesa romana di San Giovanni Battista dei Fiorentini per un momento di catechesi. “L’esperienza del pellegrinaggio — ha spiegato il porporato — ravviva in noi il concetto di indulgenza, che non significa chiudere un occhio o ‘Fai come ti pare!’, ma ci ricorda il nostro coinvolgimento in una storia d’amore”. Citando quindi don Primo Mazzolari, il “parroco di Bozzolo”, il presidente della Cei ha ribadito: “La speranza è un contadino che, nel freddo e nella nebbia di ottobre, vede le messi di giugno”, esortando quindi a far prevalere questa virtù teologale e ad andare “controcorrente” là dove “sembra prevalere l’immobilismo, l’egoismo e il calcolo”.

Combattere il male con la preghiera e la carità

A prendere la parola è stato anche don Andrea Lonardo, originario del capoluogo emiliano-romagnolo, e attualmente docente all’Istituto di scienze religiose “Ecclesia Mater” di Roma, nonché direttore del Servizio per la cultura e l’università della diocesi di Roma, il quale ha ricordato che “attraverso il pellegrinaggio, la carità e la preghiera, il cristiano trova la forza di combattere contro il male”. “Il Giubileo — ha concluso — è un’intuizione antica, ma essenziale anche per l’oggi, perché ci ricorda che il cristianesimo non è un mito: a Roma veramente Pietro è stato ucciso. Dunque, non si può non avere una relazione con la Città eterna e con il suo vescovo”. Infine, c’è stato lo spazio per un momento di animazione e gioco che ha visto protagonisti i numerosi bambini presenti.

 Vatican News

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