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venerdì 24 luglio 2026

UN TESORO NASCOSTO




 VANGELO Mt 13, 44-52




17 Domenica del Tempo Ordinario, anno A 

Nelle parabole che abbiamo ascoltato le scorse domeniche, il Regno di Dio appare sempre come una realtà che ha bisogno di tempo. Non nasce compiuto, non si manifesta in un istante, non si impone: cresce lentamente, silenziosamente, spesso invisibilmente. Il Regno vive nel tempo della maturazione e della pazienza, come una realtà che chiede di essere custodita e che domanda fiducia. 

Anche il brano di Vangelo di oggi (Mt 13, 44-52) si colloca dentro questo contesto. 
Siamo alla fine del capitolo tredicesimo, e Matteo racconta le ultime tre parabole del Regno: quella del tesoro (Mt 13, 44), quella della perla (Mt 13,45-46) e quella della rete (Mt 23,47-50). 

Nelle prime due parabole, il Regno è paragonato a qualcosa di molto prezioso, che cambia radicalmente la vita di chi lo trova, al punto che costui vende tutto per entrare in possesso del tesoro che ha trovato. 

Qualcuno lo cerca, come il mercante; qualcuno lo trova inaspettatamente, come l’uomo che lo scopre nel campo. Per entrambi, dopo averlo trovato, la vita cambia completamente. Trovato il tesoro o la perla, infatti, vendono tutti i loro averi per comprare ciò che hanno trovato (Mt 13, 44-45). 

Ci soffermiamo su due elementi. Il primo è che il tesoro e la perla vanno trovati. Sono nascosti, e qualcuno li trova. Non si tratta di un semplice elemento narrativo. La forma verbale che Matteo usa per dire che il tesoro è nascosto indica una condizione stabile, non un evento passato. Il tesoro è nascosto per natura, non per caso, perché così è il Regno di Dio: non si impone, non appare, non occupa spazio, non si mette in vetrina.  
Anzi, il tesoro è nascosto nella terra, ovvero nella vita quotidiana: non è in un tempio, non è in un luogo sacro, non è in un contesto straordinario. 

Inoltre, il tesoro è nascosto perché è dono, non conquista. Il contadino non lo cerca: ci inciampa, e questo significa che il Regno precede l’uomo, che la scoperta è grazia, non merito. L’uomo non lo produce, lo riceve, e il tesoro è nascosto perché il Regno è donato, non costruito. 

Il Regno, quindi, rimane sempre un po’ nascosto, perché non è mai una cosa ovvia, a misura d’uomo: è sempre da trovare e da ritrovare, anche quando lo si è già trovato una volta (…cose nuove e cose antiche... Mt 13,52). 

Questa è dunque la prima buona notizia di questo brano: Dio si lascia trovare. È nascosto, ma non è lontano. E chi cammina, chi è in ricerca, chi è in viaggio, ecco che un giorno, inaspettatamente, lo trova. 

Il secondo elemento è che per chi trova il tesoro, inizia un tempo nuovo. 
Le due parabole, infatti, mettono in luce tre fasi della storia dell’uomo, tre tempi che sono tutti e tre necessari perché il Regno porti frutti nella vita. 

C’è un primo tempo, che è quello della scoperta. È un tempo imprevisto, un kairós che irrompe nella vita. Non è preparato dall’uomo, o lo è solo in parte: è soprattutto dono, sorpresa, epifania. Poi c’è il tempo del lasciare: tra la scoperta e il fare proprio il tesoro c’è un intervallo, che è il tempo della decisione, il tempo in cui la scoperta diventa scelta, e mette tutto il resto in secondo piano. Bisogna decidersi di vendere tutti i propri averi e di comprare il tesoro trovato. 

Infine, c’è il tempo dell’appartenenza, dell’accoglienza: quello che hai trovato, quello che hai scelto, allora diventa tuo, fa parte di te, della tua vita. Così è il Regno: prima sorprende, poi chiede, poi dona tutto e tutto trasforma. 

Questi tre tempi, dicevamo, sono tutti e tre necessari, perché la scoperta senza trasformazione rimane sterile, la trasformazione senza accoglienza si intristisce, e l’accoglienza senza lo stupore della scoperta diventa routine.   

In realtà, però, questi tre tempi non sono mai stagioni separate della vita, come capitoli chiusi uno dopo l’altro: la scoperta riaccade sempre nuovamente, così come è sempre tempo per lasciare tutto e fare spazio al nuovo che si svela; ed è sempre tempo per una nuova comunione con il Signore, perché il Regno non si possiede come un oggetto, ma come una relazione che cresce. “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt. 13,52). 

+Pierbattista

Patriarca Latino di Gerusalemme

 

venerdì 26 giugno 2026

NON E' DEGNO DI ME


 28 giugno 2026 

XIII Domenica 

del Tempo Ordinario

 anno A 



-di Card. Pizzaballa, Patriarca L di Gerusalemme

Anche questa domenica siamo all’interno del discorso missionario di Gesù: oggi leggiamo la conclusione di questo dicorso, Mt 10,37-42.. 

Il brano inizia con alcune parole che aprono ad un approfondimento molto importante. 

Gesù dice infatti: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,37-38).

Per tre volte, Gesù rimanda i discepoli ad una possibilità, quella di non essere degni di Lui.

Cosa significa? 

Tutto il capitolo 10 non ha fatto altro che sottolineare un elemento fondamentale, ovvero che la missione non è un compito, non è qualcosa da fare, non è una strategia da portare avanti. 

È una comunione di vita e di amore, vissuta dal discepolo con il proprio Signore; nasce dal condividere il suo sguardo di compassione per gli uomini, e si compie nel portare a tutti il suo stesso messaggio di salvezza. 

Abbiamo ascoltato, nelle scorse domeniche, che Gesù invita a non avere paura, perché la vita dei discepoli è preziosa agli occhi del Padre; non devono preoccuparsi di cosa dire, perché in loro parla lo Spirito Santo.

Insomma, tutto ripete, in modi diversi, un’unica verità, ovvero che la vita dei discepoli è preziosa agli occhi del Signore; che è degnadi Lui. 
Il discepolo è così degno del suo Signore da essere abilitato a vivere non solo la sua vita, ma anche, addirittura, la Sua morte. È degno di vivere la Sua stessa vita, fino al dono totale di sé, esattamente come il Signore. 

Ecco, dunque, il senso delle parole di Gesù. 

Il discepolo testimonia innanzitutto questo: una dignità immensa, che lo precede e che gli è donata gratuitamente. 

È una dignità che non gli viene dai suoi meriti o dalle sue capacità, ma dalla partecipazione alla vita del Figlio, alla condivisione dello stile di Dio, che ogni discepolo è chiamato a rendere trasparente nella propria esistenza quotidiana. 

C’è un rischio, però, ed è quello di perdere questa dignità, di allontanarsi, di “non essere degni”, come dice Gesù.

Non la si perde quando si sbaglia, quando si pecca: quello è il luogo, semmai, dove il discepolo può sperimentare ancora di più la gratuità di una misericordia che lo rende unito al Signore.

La questione è più profonda.  

Gesù dice che non è degno di Lui chi ama genitori, figli o anche se stesso più di Lui. 

Cosa significa? Iniziamo dal dire cosa non significa. Gesù non dice di non amare i propri parenti, e non dice nemmeno di amarli di meno di quanto si ami Lui. 
Perché, quando si ama, non si sta a misurare, a calcolare, a soppesare. 
Gesù non sta neppure chiedendo un amore per Lui che escluda gli altri, che li dimentichi o che non se ne prenda cura. 

Gesù sta dicendo che ogni nostra capacità di amare viene da Lui ed è dono suo. 
È la relazione con Lui che rende possibile ogni altro amore.

Senza questa relazione fondante, l’amore rischia di diventare possesso, alienazione, schiavitù, violenza.  

Se invece la nostra vita è fondata sulla relazione con Cristo, allora siamo diventiamo via via capaci  -anzi, “degni”-, di amare tutti come Gesù ama; di portare la croce come Lui la porta. 

Con questa chiave di lettura, possiamo leggere anche i versetti conclusivi del nostro brano (Mt 10, 40-42), che concludono anche l’intero discorso missionario: “Chi accoglie voi accoglie me…Chi darà anche solo un bicchiere d’acqua fresca…”. 

Chi accoglie il discepolo accoglie la presenza del Signore, che lo ha reso degno di amare come Lui. 

E per questo, riceverà una ricompensa sproporzionata, infinitamente più grande di ciò che avrà donato al missionario che avrà accolto: perché la sua ricompensa sarà questa stessa comunione accolta, una comunione che si contagia e si dilata,anche attraverso un solo gesto di bontà. 

+Pierbattista

Patriarcato Latino Gerusalemme

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sabato 23 maggio 2026

RICEVETE LO SPIRITO SANTO

 


Solennità di Pentecoste


-di Pierbattista Pizzaballa, Patriarca L. di Gerusalemme

Il brano di Vangelo che ascoltiamo in questa solennità di Pentecoste (Gv 20,19-23) ci riporta alla sera del giorno di Pasqua, e questo è il primo dato fondamentale su cui è necessario soffermarsi.

Per “capire” la Pentecoste, infatti, bisogna tornare alla Pasqua, perché lo Spirito è la vita stessa del Risorto che viene comunicata ai discepoli.

L’evangelista Giovanni vuole che sia chiaro: lo Spirito non è un’aggiunta successiva alla risurrezione.

 Lo Spirito è la forma stessa della vita risorta. Il Signore non può non donarlo: è la sua vita, e la vita tende sempre a comunicarsi. Per questo Giovanni colloca il dono dello Spirito nello stesso giorno della risurrezione: per dire che Pasqua è già Pentecoste in germe.

Ma per dire anche che la Pasqua, in qualche modo, non sarebbe “completa” senza la Pentecoste.

Il disegno del Padre, infatti, è che l’umanità viva della vita del Figlio: ebbene, la Pasqua rende possibile questa vita, mentre la Pentecoste la rende effettiva, operante, comunicabile.

La vita risorta non è solo del Risorto, ma non vuole neppure restare chiusa e riservata per pochi: diventa Chiesa, corpo, diventa linguaggio per tutti.

E questo accade attraverso un incontro, che avviene nel Cenacolo, la sera di quello stesso giorno, il primo della settimana (“La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».” - Gv 20,19).

Da una parte troviamo il Risorto, ricolmato dal Padre di una vita che trabocca, che è pienezza eterna.

Dall’altra parte ci sono i discepoli: fragili, chiusi, impauriti, incapaci di futuro, segnati dal fallimento e dalla fuga. Sono vivi, ma di una vita piccola, contratta, quasi spenta.

Eppure, è dentro questa sproporzione che l’incontro accade. Il Risorto non chiede ai discepoli di essere diversi da ciò che sono: entra nelle loro ferite, non nelle loro forze; sta in mezzo alla loro paura, non alla loro fede; mostra le sue piaghe, non la sua gloria. In questo incontro, la Vita non giudica la fragilità, ma la raggiunge e la trasforma dall’interno. Il dono dello Spirito, dunque, nasce qui: la vita del Figlio che si piega sulla vita dei suoi segnata dal peccato, per rialzarla.

A queste persone fragili, il Signore non dà semplicemente un aiuto, un consiglio, un incoraggiamento.

Non si limita ad accoglierli così come sono. A queste persone fragili, il Risorto dà la sua stessa vita.

Quella vita piena, abbondante, eterna, quella vita che ha ricevuto dal Padre in dono, il Risorto la comunica ai suoi, con un gesto e una parola che segnano un passaggio, un ponte che permette a questa vita di raggiungere la Chiesa: “Soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20, 22).

Non è un gesto allegorico: è il passaggio reale della vita divina nella vita umana. Una vita con tre caratteristiche.

Innanzitutto, è una vita riconciliata

Il primo effetto dello Spirito è il perdono: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (Gv 20,23). La vita del Risorto guarisce ciò che è morto, cura ciò che è malato.

Il peccato, nel linguaggio biblico, non è una macchia morale: è una zona di morte, un luogo dove la relazione si è spezzata, dove il cuore si è chiuso e la vita non circola più.
Quando il Risorto dona lo Spirito, la prima cosa che accade è che la vita entra nelle zone morte. Il perdono è questo: la vita che rientra dove non c’era più vita e tutto ha la possibilità di rifiorire, di ricominciare.

La vita del Risorto, poi, è una vita inviata: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21).

Lo Spirito non chiude, non ripiega, non isola. Lo Spirito apre, dilata e invia.
Per questo la vita nuova non può essere custodita come un tesoro privato: è una vita che tende naturalmente a raggiungere altri, come il Figlio ha raggiunto noi.
La missione non è un dovere aggiunto alla vita cristiana: è la vita stessa dello Spirito che si muove in noi, è partecipazione al movimento di Dio verso il mondo, alla sua passione per l’umanità.

Infine, la vita nuova è una vita abitata

Il Risorto non resta fuori: entra, sta in mezzo, respira sui discepoli (“stette in mezzo” … “soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo” - Gv 20,19.22). Non è dunque solo una vita migliore, ma è una vita in cui Dio prende casa. Lo Spirito non è un aiuto dall’esterno, non è una forza che viene ogni tanto, o spesso per i più fortunati. È una presenza stabile, come qualcuno che si trasferisce dentro la nostra umanità.

Questi tre elementi della vita nuova sono anche criteri di discernimento con cui leggere ciò che accade dentro e attorno a noi e riconoscere allo stesso tempo come e dove lo Spirito opera: dove qualcosa si riconcilia, lì passa la vita nuova; ciò che ci apre, ci decentra, ci fa uscire da noi stessi, viene dallo Spirito; dove cresce una presenza interiore che pacifica, illumina, orienta, lì lo Spirito abita.

Patriarcato L. di Gerusalemme

 

giovedì 21 maggio 2026

TORNARONO A GERUSALEMME

 


 ...con grande gioia


Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa

Una riflessione spirituale e una testimonianza unica dal valore eccezionale sulla vita e la situazione dei cristiani in Medioriente da parte di una delle personalità più note oggi a livello mondiale.

Riflessione di notevole rilevanza sui cristiani nel Medioriente di oggi, segnato da conflitti, guerre e continue tensioni.

In queste pagine, che uniscono acume nel discernimento, una significativa competenza biblica e una spiritualità di inequivocabile profondità, l'autore indica anche una proposta concreta per i cristiani di ogni tempo e luogo.

Prendendo spunto dal libro dell'Apocalisse, il patriarca di Gerusalemme argomenta perché, anche di fronte al male subito, il cristiano non si deve chiudere in sé stesso, bensì restare aperto all'incontro con l'altro.

Pagine quanto mai attuali per ogni credente, così come eloquenti per ogni lettore.

Dettagli

Autore: Pierbattista Pizzaballa

Editore: Libreria Editrice Vaticana

Anno edizione: 2026

In commercio dal: 11 maggio 2026

Pagine: 112 p., Brossura

EAN: 9788826610948

 

lunedì 5 gennaio 2026

SI MISERO IN CAMMINO

 

EPIFANIA


Meditazione 

di S.B. Card. Pizzaballa, 

Patriarca di Gerusalemme dei Latini


 Ogni bambino nasce per qualcuno: per una famiglia che lo attende, per una comunità che lo accoglie, che lo vedrà crescere, che crescerà insieme a lui e grazie a lui.

Anche Gesù è nato per qualcuno: ma non solo per qualcuno in particolare, perché Gesù è nato per tutti.

I brani di Vangelo che raccontano la sua nascita ci dicono proprio questo, che questo bambino non appartiene solo alla sua famiglia, né solo al suo clan, ma tutti, vicini e lontani, sono chiamati a partecipare all’evento della sua nascita, alla gioia e alla grazia della sua venuta al mondo.

Gesù è venuto per tutti, e coloro che si lasciano raggiungere dal dono della sua presenza sono chiamati, come abbiamo visto proprio domenica scorsa, a mettersi in cammino, a fare un percorso.

Una costante che si ritrova in tutte le storie di donne e uomini di fede è proprio questa: il mettersi in cammino, perché la fede stessa è un cammino, è una costante ricerca, una sempre nuova partenza.

È stato così anche per i Magi.

Abbiamo iniziato l’Avvento con un invito a vegliare per non lasciar passare invano il kairós, il momento favorevole, il tempo della grazia (Mc 13,33-37).

Potremmo dire che i Magi sono innanzitutto persone che hanno accolto questo invito, che non si sono lasciati sfuggire l’occasione della vita: hanno visto un segno, hanno compreso che questo segno era per loro, che li chiamava a partire e si sono messi in viaggio.

La stella che i Magi hanno visto, come tutte le stelle, non sta ferma nel cielo, ma percorre un cammino: Matteo dice che la stella precedeva i magi, fino a quando è arrivata sul lugo dove stava il bambino, e lì si è fermata (Mt 2,9).

Questo significa che se la stella si muove, se si vuole continuare a vederla bisogna muoversi insieme a lei, bisogna seguirla, mettersi in cammino. Se si sta fermi, la stella scompare, perché la stella non può fermarsi.

I magi hanno visto una stella nel cielo, e hanno solo desiderato non perdere quella luce, continuare a lasciarsi illuminare. E per questo hanno lasciato la loro terra e si sono fatti pellegrini, non sapendo fin dall’inizio dove sarebbero arrivati.

Per mettersi in cammino bisogna fidarsi.

Ma come si è presentata per loro quest’occasione?

L’occasione, il kairós, li ha raggiunti tramite, appunto, una stella, il che significa che i Magi sono persone che hanno alzato lo sguardo verso l’alto, che si sono aperti ad un orizzonte infinito.

Vegliare significa anche alzare lo sguardo, scrutare il cielo.

Il loro sguardo non è rimasto prigioniero dei loro confini, del loro mondo; non si sono accontentati, non si sono fermati.

Ogni cammino nasce da uno sguardo, da una visione che porta oltre.

Poi arrivano a Gerusalemme, e vi arrivano come umili persone che cercano.

Molte volte Gerusalemme è stata raggiunta da gente straniera, che veniva per combattere, per depredare, per impossessarsi della sua bellezza e dei suoi tesori.

I Magi vengono per cercare, per condividere un’inquietudine in un luogo e con delle persone che hanno la ricerca e l’attesa come vocazione, come senso della vita.

In cuore hanno una domanda, e questa è la loro vera ricchezza: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?” (Mt 2,2). Sono sapienti, ma sono anche alla ricerca di una sapienza più grande, sanno di non sapere tutto.

È questa mancanza che permette loro di mettersi in cammino, di fare domande, di fidarsi.

I Magi sanno che un Re è nato, ma non sanno dove, perché la stella non si è ancora posata su nessun luogo.

Dove nasce il Re e Signore, dove trovarlo, questa è la grande domanda di ogni uomo, il grande desiderio.

E il desiderio dei Magi si compie quando il loro cammino si incontra con la Rivelazione, quando i loro passi si fermano ad ascoltare la Parola, perché la Parola è l’epifania di Dio. Sarà la Parola a condurli a Betlemme, dove ritrovano la stella ad attenderli, perché tutto si ricapitola lì.

Infine, il cammino ha un ultimo passo necessario, ed è quello che porta i magi a prostrarsi davanti a quel bambino: forse, di tutto il cammino, questo è il passo più difficile.

Perché chiede di riconoscere che il Re è lui, non siamo noi. È lui il Signore della storia, e non noi.

Questo è il passo che Erode non può fare, perché gli richiederebbe il coraggio e l’umiltà di togliere la corona dalla propria testa per metterla sulla testa di quell’umile bambino appena nato.

Eppure, Gesù, nato per tutti, è nato per questo: per liberarci dall’illusione del potere, della violenza, di tutto ciò che non dà vita.

La vita vera sta tutta nel riconoscere la grandezza del segno di un piccolo di un bambino, venuto al mondo per dire che il desiderio di Dio è quello di camminare con noi.

+Pierbattista

Patriarcato L. di Gerusalemme




 

giovedì 4 settembre 2025

SEGNI PROFETICI IN TEMPI DI GUERRA

 

Al punto in cui siamo, non tratta più di stabilire chi abbia torto e chi abbia ragione. Il problema è che ogni soglia viene superata. Non c’è più distinzione tra combattenti e innocenti, obiettivi militari e popolazioni civili, adulti e bambini. La crudeltà è praticata alla luce del sole, quasi esibita

- di Mauro Magatti 

I tempi sono violenti. Non è solo il numero insopportabile di guerre che insanguinano il mondo. È la sensazione che la sopraffazione sia diventata la regola dei rapporti sociali. La politica parla con il linguaggio delle armi. Le relazioni internazionali si determinano con missili e droni. Mentre un po’ ovunque crescono polarizzazione, rabbia, aggressività. Nella seconda metà del secolo scorso avevamo creduto che il mondo potesse essere governato da istituzioni comuni, dal diritto internazionale, dal fragile equilibrio della diplomazia. Oggi quella speranza sembra svanita. 

 Lo ha di recente messo nero su bianco, senza tanti giri di parole, il politologo russo Aleksandr Barishov, che in una recente intervista ha dichiarato: «Ormai bisogna riconoscere che il diritto internazionale è smantellato: quello che funziona è solo il diritto della forza». Quasi fosse la cosa più naturale del mondo. 

I trattati, le convenzioni, le risoluzioni delle Nazioni Unite, la diplomazia: tutto sembra destinato a impallidire di fronte al discorso crudo della forza. Per decidere non servono più le regole condivise, ma la determinazione di imporre la propria potenza: militare, economica, tecnologica. In barba a tutti i progressi tecnologici e culturali, l’umanità sembra così regredire ad un tempo primitivo. 

Ogni giorno sembra andare peggio. Putin che, mentre discute di pace con Trump, continua a mandare missili sulle città ucraine. Netanyahu che, senza dare ascolto ai tanti appelli, prosegue l’orrenda opera di distruzione di Gaza ridotta a un ammasso di macerie. 

 Al punto in cui siamo, non tratta più di stabilire chi abbia torto e chi abbia ragione. Il problema è che ogni soglia viene superata. Non c’è più distinzione tra combattenti e innocenti, obiettivi militari e popolazioni civili, adulti e bambini. La crudeltà è praticata alla luce del sole, quasi esibita. E a trionfare è il superamento di ogni limite. Tutto sembra permesso. Il codice bellico ormai diventato parte del linguaggio di tutti i giorni. 

Con evidenti effetti di disumanizzazione: il nemico è sempre ridotto a meno-di-uomo. 

In mezzo a tutta questa oscurità, uno squarcio di luce arriva da Gerusalemme. La decisione del patriarca latino, Pierbattista Pizzaballa, e di quello greco ortodosso, Teofilo, di non lasciare Gaza nonostante Israele abbia annunciato di occupare l’intera Striscia introduce un elemento dirompente rispetto alla logica bellica. 

Rifiutando di abbandonare le loro comunità, i due patriarchi lanciano una provocazione profetica: restare là dove la vita è ferita. Non per alimentare lo scontro, ma per custodire una presenza diversa. Restare, quando tutto spinge a fuggire. Restare, quando il calcolo suggerirebbe di proteggersi. 

 Restare, per dire che non tutto è riducibile alla logica delle armi. Si tratta di scelta che ha un grande valore politico e umano perché dice che, al di là di quello che viene ripetuto all’infinito dai tamburi della propaganda, c’è sempre un’altra possibilità. Non siamo condannati a vivere solo sotto la legge della forza. 

Mettersi in mezzo. Non per restare neutrali, per non vedere o non scegliere. Ma per rifiutare di essere catturati dalla spirale violenza-contro-violenza. 

Mettersi in mezzo è affermare che, al di là delle ragioni e dei torti, c’è qualcosa che viene prima. Qualcosa di comune all’umano: la dignità di ogni vita. La possibilità del dialogo e la necessità dell’ascolto richiamate dal potente Appello interreligioso rivolto ieri alle Istituzioni italiane, ai cittadini e ai credenti in Italia «per favorire qualsiasi iniziativa di incontro per arginare l’odio». 

 Questa logica opposta alla violenza non è una fuga dalla realtà. È la sola alternativa realistica al disastro. Perché la forza può vincere una battaglia, ma non costruisce mai la pace. 

Solo il riconoscimento dell’altro, delle sue ragioni, può aprire un futuro diverso. La logica del mettersi in mezzo indica una via concreta. Invece di alimentare odio e aggressività, c’è sempre la possibilità di creare luoghi di incontro, ricostruire la fiducia reciproca, educare a riconoscere che la vita dell’altro vale quanto la nostra. 

Se la violenza ci trascina verso la chiusura, il sospetto, la contrapposizione, la scelta di mettersi in mezzo ci ricorda che esiste ancora un terreno comune. Fragile, certo. Ma reale. Siamo in un tempo di violenza, e sarebbe ingenuo negarlo. Ma proprio per questo, ogni gesto che rompe la logica della forza va valorizzato e moltiplicato. 

La decisione dei due patriarchi ‒ grande segno interconfessionale che dice di quello che i cristiani possono fare insieme ‒ è un atto concreto che dimostra che un altro modo di stare nel conflitto è possibile. 

 Mettersi in mezzo oggi è una sfida urgente. Non per nascondere le differenze, ma per affermare che prima di esse c’è la comune appartenenza all’umano. Solo da qui può ripartire la politica. Solo da qui si può sperare in un futuro che non sia consegnato alla barbarie.

 Avvenire 

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martedì 2 settembre 2025

SCUOLA IN PALESTINA


Lettera del Patriarca di Gerusalemme  

agli alunni 



Ai nostri amati studenti,
Agli stimati genitori,
Ai sacerdoti e ai religiosi che prestano servizio nelle nostre scuole della Chiesa,
Ai presidi, agli insegnanti e agli educatori,
Ai Segretariati Generali delle Scuole Cristiane in Terra Santa,

Il Signore vi dia la pace!


Siamo alle porte di un nuovo anno scolastico. Ancora una volta, le nostre scuole in Terra Santa aprono le loro porte per accogliere decine di migliaia di studenti, cristiani e non, che siedono fianco a fianco sugli stessi banchi, uniti dall'amore per l'apprendimento e animati dalla speranza nel futuro. Ognuno di loro è un dono prezioso di Dio, una fiducia sacra affidata alle nostre cure.

Eppure, con profondo dolore, questa gioia non si estende ai nostri bambini di Gaza, che per il terzo anno consecutivo sono privati del loro diritto all'istruzione a causa della guerra. Le loro scuole sono state distrutte, le loro aule sono state chiuse. Li portiamo nelle nostre preghiere, implorando che la pace prevalga presto affinché possano tornare sui loro banchi e reclamare la loro infanzia.

L'apertura dell'anno scolastico non è un momento passeggero, ma un tempo di grazia, un rinnovamento della nostra missione educativa. Nella nostra visione, la scuola non è solo muri e libri, ma una casa dove la conoscenza e la fede abitano insieme: dove la mente è illuminata dalla luce della verità, il cuore cresce nell'amore per Dio e per gli altri, e l'anima è ancorata nella speranza. In un tale ambiente, il carattere dello studente viene plasmato da valori e virtù e preparato a servire la società nello spirito della fede, della speranza e dell'amore.

I nostri alunni di prima elementare intraprendono per la prima volta il loro viaggio di apprendimento; che il loro anno sia coronato dalla gioia, ricco di scoperte e fecondo di amicizia e crescita. I nostri alunni di seconda media sono alla soglia della conclusione degli anni scolastici e si preparano a entrare in un nuovo capitolo della vita, chiamati alla perseveranza, alla maturità e alla serietà. Tra questi inizi e queste fine c'è il percorso scolastico di ogni studente, che non si misura solo con i voti, ma con i valori forgiati nel carattere, la resilienza e la diligenza coltivate, la speranza e l'apertura nutrite nel cuore.

Le nostre scuole sono chiamate a rimanere case di apprendimento, di incontro e di dialogo, campi che seminano la pace, salvaguardano la dignità e aprono a ogni studente le porte del futuro, indipendentemente dalla provenienza. Gli splendidi risultati ottenuti dai nostri studenti in vari campi, i valori autentici che incarnano e le personalità creative che rivelano sono una testimonianza vivente della fecondità di questa missione educativa e un motivo di orgoglio e gratitudine per tutti noi.

A nome dell'Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa, esprimo la profonda gratitudine della Chiesa a tutti coloro che prestano servizio nelle nostre scuole: ai consacrati che accompagnano la missione con spirito di cura; agli insegnanti che piantano i semi della conoscenza e della virtù nelle menti e nei cuori dei nostri bambini; ai presidi che guidano con discernimento e fedeltà; a tutto il personale che lavora per assicurare che le nostre scuole rimangano vibranti di vita. La vostra dedizione quotidiana, i sacrifici silenziosi e l'impegno costante in questa missione sono una testimonianza vivente del fatto che l'educazione nelle scuole della Chiesa non è solo una professione, ma un ministero sacro svolto con amore, pazienza e speranza.

Estendo anche le benedizioni e l'incoraggiamento alle famiglie dei nostri studenti, che sono il primo fondamento dell'educazione - la scuola primaria dove si forma la fede, si coltivano i valori e i bambini imparano il significato della responsabilità e del rispetto. Il ruolo dei genitori non si limita a seguire le lezioni o a controllare i successi accademici, ma si estende a piantare l'amore nel cuore, a dare un esempio vivente di pazienza e generosità e ad accompagnare il cammino dei figli con consapevolezza e tenerezza. L'educazione è una responsabilità condivisa tra casa e scuola, fondata sulla fiducia reciproca e sulla collaborazione continua.

A tutti i nostri studenti dico: fate di quest'anno un'opportunità per crescere nella conoscenza e nella fede, per forgiare il vostro carattere nella perseveranza e nell'impegno.
Che lo Spirito Santo illumini le vostre menti e i vostri cuori e che la Beata Vergine Maria, sede della Sapienza, vi protegga durante questo anno.

Con la paterna benedizione a tutti voi e con i migliori auguri per un nuovo anno scolastico benedetto.

Gerusalemme, 28 agosto 2025, festa di sant'Agostino, vescovo e dottore della Chiesa.

+ Pierbattista Card. Pizzaballa
Patriarca di Gerusalemme per i latini 
Presidente dell'ACOHL

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sabato 23 agosto 2025

LA PORTA STRETTA


 -24 agosto 2025-

XXI Domenica del Tempo Ordinario C

*Lc 13, 22-30*


Commento del Card. Pierbattista Pizzaballa, 

Patriarca L. di Gerusalemme


Il tema centrale del brano di Vangelo di oggi (Lc 13, 22-30) è quello della salvezza.

Gesù è diretto a Gerusalemme, e passa per città e villaggi. Lungo la via, un tale gli chiede: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?” (Lc 13,23). Ancora una volta la risposta di Gesù va oltre la domanda: non è importante sapere quanti sono quelli che si salvano, se sono pochi o tanti. L’importante è salvarsi.

E la salvezza, come sempre, ha qualcosa di paradossale, che non rientra negli schemi della nostra logica umana e che Gesù lascia trasparire attraverso il racconto che offre come risposta, piena di paradossi.

C’è una porta stretta (“Sforzatevi di entrare per la porta stretta” - Lc 13,24), che però fa entrare molta gente, da oriente ad occidente, da settentrione a mezzogiorno (“Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio” - Lc 13,29).

C’è qualcuno che sembrerebbe avere tutte le credenziali per entrare (“comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza” - Lc 13,26), eppure rimane fuori (“Voi, non so di dove siete” - Lc 13,27).

Ci sono ultimi che saranno primi, e primi che saranno ultimi (Lc 13,30).

Ci soffermiamo solo su una particolarità presente nel testo, quella che riguarda la porta, e la sua chiusura.

Molti, dice Gesù, cercheranno di entrare, ma troveranno la porta chiusa (“molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno” - Lc 13,24).

Costoro busseranno, ma la porta non si aprirà. Ci si potrebbe aspettare che il motivo della porta chiusa sia l’orario: ad un certo punto la porta si chiude e, chi arriva in ritardo, rimane fuori.

Ma non è così.

Chi arriva, trova la porta chiusa e bussa, e non gli viene aperto non perché sia tardi. Per entrare, infatti, non è mai troppo tardi, e c’è sempre una possibilità ulteriore, l’occasione dell’ultima ora.

La porta non viene aperta a chi pensa di avere dei meriti, a chi dà per scontato di averne il diritto.

“Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, hai insegnato nelle nostre piazze” (Lc 13,26). Per costoro, che pensano di avere il biglietto assicurato, la porta rimane chiusa. E non per una sorta di rivalsa, non per puntiglio, ma solo per il fatto che la salvezza è donata per grazia, e l’accoglie solo chi sa di non meritarla.

Un esempio di tutto questo è riportato più avanti nel Vangelo di Luca, al capitolo 23: Gesù è appeso alla croce e uno dei due malfattori, crocifisso accanto a lui, gli chiede di essere ricordato quando sarà nel suo regno. In qualche modo, sta bussando alla porta. Non ha nessun merito, sembrerebbe essere arrivato ben oltre il tempo limite. Eppure, per lui la porta si apre: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43).

Quindi la porta non è stretta perché dobbiamo guadagnarci l’ingresso attraverso opere di giustizia, attraverso una grande ascesi. Si tratta semplicemente di riconoscere che siamo piccoli e poveri. Tutto ciò che ci viene chiesto, come al malfattore crocifisso, è di ammettere il nostro peccato e il nostro bisogno di redenzione: questa è la “parola d'ordine” che apre la porta.

Gesù chiama “operatori di ingiustizia” (Lc 13,27) coloro che rimangono fuori dalla porta. Il testo però non fa pensare che abbiano fatto qualcosa di male. L’ingiustizia che li condanna a rimanere estranei al Signore è proprio quella di sentirsi giusti. È l’unica ingiustizia che impedisce la salvezza.

Verso costoro, Gesù ha dunque parole pesanti: “Non di dove siete” (Lc 13,27). Ovvero non vi conosco, non appartenete al mio Regno, non condividete la mia logica, il mio modo di vedere la vita, di vivere la fede.

Al contrario, i lontani, che arrivano come dei poveri senza meriti, loro sederanno alla mensa del Regno.

Oriente, occidente, settentrione e mezzogiorno (Lc 13,29): cioè da ogni parte, perché ogni punto di partenza è buono per camminare verso la porta che apre al banchetto del Regno.

A patto però di rimanere come il ladrone sulla croce del capitolo 23, che può solo implorare ciò che può solo essere gratuito, che può solo essere donato.

+ Pierbattista

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venerdì 15 agosto 2025

IL SANGUE DEGLI INNOCENTI


Pizzaballa: 

il sangue di ogni innocente 

a Gaza 

e nel mondo

 non è dimenticato


Il Patriarca di Gerusalemme dei Latini celebra la Messa dell'Assunzione nel monastero benedettino di Abu Gosh. Rileggendo il brano dell'Apocalisse, ammette che “questi mesi carichi di dolore” non consentono discorsi sulla pace "edulcorati e astratti, e perciò non credibili". Con realismo invita a considerare che il potere di Satana sarà sempre all'opera; compito del cristiano è continuare a seminare vita, a restare sotto il manto protettivo di Dio, affinché il "drago" non abbia l'ultima parola.

 -Antonella Palermo - Città del Vaticano

 Il dolore di questo tempo, osserva il cardinale Pierbattista Pizzaballa, "non ci permette di fare discorsi sulla pace edulcorati e astratti, e perciò non credibili, né di limitarci alle ennesime analisi o denunce. Piuttosto - insiste -, si tratta di stare da credenti dentro questo dramma, che non è destinato a finire così presto". Nell'omelia della Messa celebrata dal patriarca di Gerusalemme dei Latini nella abbazia benedettina di Abu Gosh, nella Solennità dell'Assunzione, una meditazione sul testo dell'Apocalisse, brano che, dice, ha accompagnato la comunità dei cristiani ed è stato all’origine delle riflessioni più volte, "in questi mesi carichi di dolore". 

Consapevoli che il male continuerà a operare nel mondo

Pizzaballa condivide con realismo ciò che si evince per l'oggi dalla lettura del testo; in particolare si sofferma sul potere di Satana, raffigurato come il drago, Satana, che "non cesserà mai di affermarsi e accanirsi sul mondo, in modo particolare 'contro quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù'. Noi tutti vorremmo che il male fosse sconfitto quanto prima - ammette -, che scomparisse dalla nostra vita", ma non è così. "Lo sappiamo, ma dobbiamo sempre di nuovo imparare a convivere con la dolorosa consapevolezza che il potere del male continuerà ad essere presente nella vita del mondo e nella nostra. Noi non potremo con le nostre sole forze umane sconfiggere il potere enorme di quel drago. È un mistero, per quanto duro e difficile, che appartiene alla nostra realtà terrena. Non è rassegnazione. Al contrario - precisa -, è presa di coscienza delle dinamiche della vita del mondo, senza fughe di alcun genere, ma anche senza paura, senza condividerle ma anche senza nasconderle".

In Terra Santa sembra ci sia la più alta manifestazione di Satana

Tuttavia, sottolinea ancora il cardinale alla luce della Solennità odierna, "sul seme di vita, frutto di amore, il drago non può prevalere". Ed evidenzia che nella Bibbia il deserto non è luogo di assenza, ma luogo in cui Dio provvede. "Nella nostra esperienza attuale, così dura e difficile, Dio continua a provvedere a noi, avvertendoci innanzitutto della forza del male, del potere mondano che in questa Terra e in questo tempo sembrano davvero prevalere", prosegue. È molto chiaro Pizzaballa quando afferma che "non dobbiamo farci illusioni". La fine della guerra, avverte, non segnerebbe comunque la fine delle ostilità e del dolore che esse causeranno. "Dal cuore di molti continuerà ancora ad uscire desiderio di vendetta e di ira. Il male che sembra governare il cuore di molti, non cesserà la sua attività, ma sarà sempre all’opera, direi anche creativo. Per molto tempo ancora avremo a che fare con le conseguenze causate da questa guerra sulla vita delle persone. Sembra proprio che questa nostra Terra Santa, che custodisce la più alta rivelazione e manifestazione di Dio, sia anche il luogo della più alta manifestazione del potere di Satana. E forse proprio per questo, perché è il Luogo che custodisce il cuore della storia della salvezza, che è diventato anche il luogo nel quale 'l’Antico Avversario' cerca di imporsi più che altrove".

Pochi, mai allineati, "fastidiosi", saremo il rifugio di Dio

Di fronte a un contesto di morte e distruzione, il patriarca incoraggia ad avere fiducia, a confermare l'alleanza con chi desiderare e semina il bene, e "creare con essi contesti di guarigione e di vita". Amaramente consapevole che il male continuerà ad esprimersi, Pizzaballa invita a essere luogo di vita, così che il 'drago' non avrà l'ultima parola. "Non saremo dunque il centro della vita del mondo. Non seguiremo la logica che accompagna buona parte della vita dei potenti. Saremo probabilmente pochi, ma sempre diversi, mai allineati, e forse per questo diventeremo anche fastidiosi. Saremo comunque il luogo dove Dio provvede, un rifugio custodito da Dio. Meglio ancora, siamo chiamati a diventare noi rifugio per quanti vogliano custodire il seme di vita, in tutte le sue forme".

Il sangue degli innocenti non è dimenticato

Proseguendo ancora conl a metafora biblica, il cardinale è convinto che prima o poi il drago cederà, ma che ora bisogna sopportare, che il sangue degli innocenti, non solo in Terra Santa, a Gaza come in qualsiasi altra parte del mondo, "non è dimenticato". Il sangue "non è buttato via in qualche angolo della storia", scorre sotto l’altare, "mischiato al sangue dell’Agnello, partecipe anch’esso dell’opera di redenzione al quale siamo associati. Lì noi dobbiamo stare. È quello il nostro luogo, il nostro rifugio nel deserto". La vita cristiana, capovolge i criteri del mondo, conclude il cardinale Pizzaballa ricordando anche la testimonianza di santa Francesca Romana, ostacolata da Satana nel suo desiderio di vivere per Dio ma che, alla fine, ha compiuto l’opera di Dio. Il modo di operare di Dio è proprio questo con chiunque: entra e rovescia. 

Guardare dunque al mistero dell’assunzione di Maria Vergine, alla cui intercessione Pizzaballa infine affida tutti, come anticipo della redenzione eterna.

 Vatican News

 

sabato 14 giugno 2025

UNO e TRINO

 


*Domenica 15 giugno*


Solennità 

della SS Trinità


Gv 16,12-15

 

Meditazione Di S.B. Card. Pizzaballa

 Nel brano di Vangelo di oggi (Gv 16,12-15) ascoltiamo che Gesù, parlando dello Spirito Santo, ripete per due volte un’espressione un po’ particolare. Dice infatti che lo Spirito “prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà” (Gv 16,14.15).

Per provare a comprendere ciò che Gesù vuole dirci con quest’espressione, facciamo un passo indietro e arriviamo ad un brano dell’Antico Testamento in cui vediamo una situazione opposta rispetto a ciò di cui Gesù sta parlando.

Il brano in questione è Genesi 3,1-12. Dio aveva appena creato l’uomo ed era entrato in dialogo con lui. Il brano è noto: Dio consegna all’uomo tutta la creazione bella che era appena uscita dalle sue mani e, attraverso il comando riguardo all’albero della conoscenza del bene e del male, gli chiede però di rimanere in un atteggiamento mite, l’atteggiamento di chi non possiede nulla, ma tutto accoglie come dono. L’atteggiamento filiale di chi sa di non essere il padrone di tutto.

Ad un cero punto, però, compare il serpente e anch’esso entra in dialogo con la donna. Riprende le parole di Dio, ma non lo fa rispettando il pensiero di Dio. Ci aggiunge parole sue: piccole parole, insidiose, che bastano a generare nella donna il sospetto che Dio sia diverso da come si era manifestato nel giardino.

Dio aveva detto che l’uomo poteva mangiare di tutti gli alberi del giardino, tranne uno (“Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino” - Gn 2,16-17); il serpente chiede se è vero che non devono mangiare di nessun albero del giardino (“È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?” - Gn 3,1). Le parole cambiano di poco, ma il senso cambia completamente.

Il serpente vuole separare l’umanità dal suo creatore, e lo fa dicendo parole che generano nel cuore dell’uomo una menzogna, un’immagine distorta di Dio. Ma non si tratta solo di un’immagine distorta di Dio. Ad essa, infatti, corrisponde un’immagine distorta dell’uomo, che cessa di essere una creatura amata, e vive nel senso di colpa, nell’inganno di chi deve riconquistare la benevolenza di Dio.

Quest’immagine rimane impressa nel profondo della memoria umana, e dilaga velocemente, come solo la menzogna sa fare. Per cui l’uomo diventa incapace di portare il peso della verità (“Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso” - Gv 16,12) e diventa schiavo di una menzogna, dalla quale da solo non riesce a liberarsi.

Cosa può portare di nuovo l’uomo alla verità di sé, alla verità di Dio? È ciò che Gesù descrive nel Vangelo di oggi.

Lo Spirito non fa come il serpente: non aggiunge nulla alle parole di Gesù e non toglie nulla. Non ci mette del suo, perché vive nella stessa realtà di Gesù, perché sa che sono parole vere, che bastano alla salvezza dell’uomo. Quelle parole sono anche sue.

Allora può prenderle, perché nella Trinità tutto è in comune, e ci si dona reciprocamente gloria prendendo l’uno dall’altro, senza timore. Se tutto è in comune, posso prendere ciò che è dell’altro e non gli tolgo nulla, anzi: così facendo, confermo la verità della comunione che ci unisce.

Per l’uomo questo modo di vivere è un peso, una fatica: se qualcuno ci toglie qualcosa ci sentiamo mancanti, defraudati.

Nella Trinità è il contrario. Allora l’opera di Dio è portarci pian piano dentro questo nuovo modo di vivere e di pensare, quello della comunione.

L’umanità che ascolta le parole menzognere del serpente si trova alla fine isolata, povera e dispersa.

L’umanità che accoglie le parole di Gesù, quelle che lo Spirito prende e fa vivere in noi, ritrova la verità di sé e la verità di Dio. La verità della comunione e dell’amore reciproco, che rende l’umanità ricca di bene, di relazioni, di vita.

Questa è la “cosa futura” di cui parla Gesù (“lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future” - Gv 16,13): ci è data, ma va accolta ogni giorno, sta davanti a noi come l’unica cosa che non passa, che rimane anche quando tutto il resto viene meno.

 

+ Pierbattista

Patriarcato Latino di Gerusalemme