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venerdì 21 agosto 2026

PALESTRA DEL PENSIERO

 


Latino e scrittura a mano come palestra del pensiero, la dirigente scrive al Ministro Valditara: "Dare ai ragazzi gli anticorpi per non farsi travolgere" 



La Dirigente Scolastica, Antonella Mongiardo, ha inviato una lettera al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, per richiamare l’attenzione sui risultati delle prove INVALSI 2026 e sull’opportunità rappresentata dal ritorno del latino nella scuola media.

La dirigente scrive in qualità di operatrice del settore, mossa dall’osservazione quotidiana delle classi e dalla lettura dei dati nazionali.

La lettera prende atto dei miglioramenti registrati nella riduzione della dispersione scolastica e nei progressi in inglese e competenze digitali, ma segnala con preoccupazione gli esiti negativi in italiano e matematica.

I dati indicano che 4 ragazzi su 10 presentano una competenza carente in matematica, mentre molti studenti mostrano difficoltà nella comprensione di un testo scritto in italiano e nell’espressione di un pensiero strutturato nella propria lingua madre.

La dirigente osserva che le prove standardizzate misurano le capacità di attenzione e di ragionamento, e che il dato di quattro su dieci rappresenta un campanello d’allarme, non una pagella negativa per le scuole.

L’emergenza linguistica e la responsabilità condivisa

La lettera sottolinea che il problema non è solo scolastico, ma assume i contorni di un’emergenza sociale. La scuola, da sola, non può affrontare l’impoverimento della lingua italiana, che la dirigente definisce un’emergenza nazionale. Le responsabilità sono diffuse e riguardano le famiglie, i media, le istituzioni e le imprese culturali.

La dirigente richiama la necessità di un corretto patto di corresponsabilità tra famiglia e scuola e avverte che, senza la capacità di argomentare in un italiano corretto e senza gli strumenti logico-matematici per analizzare i fatti, i giovani rischiano di essere privati della cittadinanza attiva e degli strumenti critici necessari per il loro futuro.

La dirigente sottolinea, poi, che i dati INVALSI non possono essere letti come una valutazione negativa per le scuole, che si impegnano con attività curricolari ed extracurricolari, recuperi pomeridiani e progetti di ampliamento dell’offerta formativa.

Viene evidenziato il contrasto tra la disinvoltura degli studenti nei codici della cultura pop globale e le difficoltà nella lingua madre e nella logica elementare.

Il latino come palestra del pensiero e le richieste al Ministero

La dirigente ha accolto con entusiasmo il ritorno del latino alla scuola media, denominato LEL, acronimo di Latino per l’Educazione Linguistica. La lettera precisa che l’interesse per il latino non è dettato da ragioni nostalgiche o dallo studio fine a sé stesso delle declinazioni, ma dalla consapevolezza che il latino offre una chiave di apertura culturale e allena la mente al ragionamento e alla precisione.

La dirigente propone di chiamare la disciplina anche LELL, ovvero Latino per l’Educazione Linguistica e Logica, perché tradurre dal latino costringe a smontare il pensiero, a capire i nessi e a usare la precisione, in modo analogo al debugging di un codice o alla risoluzione di un’equazione.

Il latino alle medie viene definito uno strumento di uguaglianza meritocratica, perché offre a tutti la stessa cassetta degli attrezzi.

Le nuove Linee Guida, secondo la dirigente, vanno nella direzione indicata e offrono due indicazioni preziose: la riscoperta della scrittura a mano, che rallenta il pensiero e lo rende riflessivo, e il valore dell’errore come opportunità di miglioramento, principio che il latino insegna immediatamente attraverso il sistema delle desinenze.

La dirigente chiede al Ministro un indirizzo nazionale chiaro e risorse vere, con laboratori, formazione e la possibilità di avere docenti con le competenze adeguate nell’organico.

La lettera conclude che il latino, la scrittura a mano e il valore dell’errore sono strumenti di libertà e anticorpi per il futuro, per dare ai ragazzi la capacità di pensare, di scegliere e di non farsi travolgere dal rumore.

Orizzonte Scuola

giovedì 20 agosto 2026

INDIFFERENTI

 


L’indifferenza oggi 

è il nuovo nichilismo

La società contemporanea non nega necessariamente Dio: più spesso accantona la domanda sulla trascendenza. Ma questa scelta apparentemente neutrale finisce per trasformare il modo in cui l’uomo guarda a sé stesso, agli altri e al mondo

-       di LUIGI ALICI

Ci è stato insegnato che agli antipodi della trascendenza si stende l’esteso bassopiano dell’immanenza, e in un certo senso la distinzione mantiene sempre la sua validità. Tuttavia, quando si guarda alla trascendenza indugiando dentro le pieghe del vissuto, la contrapposizione potrebbe esprimersi anche in altro modo: se la trascendenza si può pensare come irriducibile differenza, voltarle le spalle equivale a soffocare la vita nell’indifferenza.

L’alternativa fra trascendenza e indifferenza ci pone dinanzi al bivio della vita: un bivio che in alcuni casi, in circostanze gravi e impegnative, s’impone come un vero e proprio ultimatum; il più delle volte, tuttavia, l’aut aut s’insinua dentro l’ordinarietà del quotidiano in modi discreti, quasi di soppiatto, finendo per strapparci risposte distratte e sempre effimere, che alla fine, però, diventano responsabili del nostro destino. (...)

A questo punto, prima di guardare più lontano, s’impone una domanda: può esserci un’ombra totale, capace di oscurare completamente la luce? Quale nome potremmo darle? La risposta è implicita nell’intero percorso: non esiste un’ombra totale. La luce è ovunque e proviene da lontano, le tenebre sono tentativi – drammatici e vani – di oscurarla, fabbricati malamente in “casa nostra”.

Possono avere tanti nomi, quante sono le forme di rifiuto della trascendenza, e tuttavia oggi sembrano riassumersi nell’indifferenza, forse il rifiuto più insidioso di tutti, perché subdolo e infido: rifugge dagli attacchi frontali, non “parla” mai a voce alta, predilige il mormorio che sparge il veleno della sfiducia, della diffidenza, dello scetticismo. L’elogio della trascendenza, soprattutto oggi, non è scontato e deve vincere le tentazioni dell’indifferenza. Se l’immanenza rappresenta un’alternativa esplicita, in quanto teorizza un principio, con cui finisce ultimamente per identificarsi, che è oltre ogni singolo ente ma non oltre l’intero, un’alternativa “tacita” è quella che fa sparire il problema, espellendolo di fatto, senza troppi discorsi, dal tessuto stesso dell’esistere.

Basta inoculare nei gangli dell’esperienza il veleno dell’indeterminatezza generalizzata, che interrompe la circolazione del pensiero. Ogni esperienza sarebbe fondamentalmente incommensurabile e relativa: relativa a chi la vive, a chi la vive in un certo momento e non in un altro, in un certo luogo e non in un altro… A quel punto, siamo a un passo dal trionfo indiscriminato del relativo, che possiamo tranquillamente chiamare relativismo. Un passo non dichiarato, però: affermando a chiare lettere che la verità non esiste, qualcuno potrebbe sempre chiederci se tale affermazione debba essere ritenuta vera. Il relativismo è il parente spensierato e più “digeribile” dello scetticismo dichiarato.

Siamo già agli antipodi della trascendenza: il relativismo è in-differenza alle differenze. Il duro messaggio che l’apocalisse riserva alla chiesa di Laodicea sembra interpretare, con un’attualità sconcertante, il senso profondo di questa deriva: «Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. tu dici: sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo» ( Ap 3,15-17).

Il testo denuncia, con una crudezza imbarazzante, un pericolo mortale, più grave di qualsiasi tiepidezza religiosa: la rottura della relazione fra la creatura e il creatore, collegata alla perdita di ogni differenza. Dietro il mito dell’autonomia assoluta («sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla») si nasconde un autoinganno diabolico, che conduce a un’idea “povera” di ricchezza e a una forma “infelice” di felicità. “Non lo riconosco più” – non a caso – è l’espressione amara con la quale di solito atto che una persona amica sembra non aver più bisogno di nulla e di nessuno.

L’indifferenza generalizzata arriva a erodere ogni margine di riconoscimento, e quindi di riconoscenza, smarrendo il senso profondo delle differenze: soprattutto tra vero e falso, bello e brutto, giusto e ingiusto, bene e male, e quindi, alla fine, persino la differenza fra finito e infinito, e quella fra essere e nulla. In un mondo in cui ogni esperienza è appesa all’esile filo del divenire e si risolve in un bagliore effimero, il nulla è l’inizio e la fine di tutto, come nell’episodio del volo notturno di un uccello, raccontato da Beda il Venerabile. Ricordiamo ancora Bonhoeffer di Resistenza e resa: «Gli idoli si adorano: e l’idolatria presuppone che l’uomo adori qualcos’altro. Noi oggi non adoriamo più niente, nemmeno gli idoli.In questo siamo veri nichilisti».

La metafora sgradevole del rigurgito nauseante, in cui si coglie quella noncuranza pratica che è molto più di un nichilismo teorizzato, può essere simbolicamente collegata al secondo capitolo della Genesi, che si apre con la descrizione del giardino di Eden, dove il creatore ha fatto «germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare» (Gen 2,9), ponendo al centro l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male.

Solo i frutti di quest’ultima pianta sono letteralmente indigeribili per il primo uomo e la prima donna, che pure hanno a disposizione tutti gli altri. Le creature umane non possono “mangiare la differenza” tra bene e male: non possono impossessarsene, negarla, metabolizzarla, sostituendosi ad essa.

È singolare che il primo libro della Bibbia metta in guardia da questo primo peccato e che l’ultimo libro ne ricordi gli effetti devastanti. se non vogliamo bere fino in fondo il calice amaro del “nichilismo attivo” di Nietzsche o della nausea sartriana dinanzi all’assurda gratuità dell’esistere, non resta che un atto di umiltà dell’intelligenza dinanzi all’altezza del mistero. L’anestetico dell’indifferenza, alla fine, non ci lascia mai com’eravamo: quando si appiattisce la propria vocazione, si modifica da cima a fondo tutta l’organizzazione ordinaria della vita; la relazione che ognuno di noi intrattiene con se stesso si riflette immancabilmente nell’intera “filiera” pratica delle relazioni con gli altri, con il mondo, con l’assoluto.

L’indifferenza è sempre autolesionista: insidia la verticalità personale. Se la trascendenza è la luce, l’indifferenza è il tentativo di oscurarla, che non può essere una conquista. L’infinito del nulla è il nulla dell’infinito. In-differenza, ovvero vivere (e morire) per nulla.

Volgendo in positivo il discorso, ne potremmo ricavare una duplice conclusione. Una prima conclusione riguarda il riconoscimento imprescindibile della trascendenza, come incontro fra l’atto di essere e la pluralità contingente degli enti. Dall’essere infinitamente trascendente dipendono le galassie e la polvere di Marte, le alghe e i boschi di conifere, le spugne e la mia cagnolina, l’esistenza dello schiavo schiantato nella costruzione delle piramidi e il narcisismo megalomane dell’uomo politico che gioca a fare la guerra. Quanto più si sale nella scala dei viventi, tanto più la dipendenza si fa evidente e polivalente, fino al punto in cui la massima evidenza riconoscibile si attualizza nel soggetto personale. (...) La persona che si scopre capace di apertura infinita aprendosi al mondo, è invece coinvolta direttamente – appunto, in prima persona – in tale atto. L’apertura infinita che l’essere umano scopre in se stesso si rivela come apertura di se stesso. L’infinito che abita il finito lo trascende. Da dentro. Ripensando alle tappe dell’intero percorso, si potrebbe dire: non c’è stupore senza meraviglia, non c’è esistenza senza eccedenza, non ci sono legami senza relazioni, non c’è intelligenza senza senso, non c’è libertà senza responsabilità, non c’è storia senza futuro, non c’è amore senza reciprocità gratuita. Eppure – ecco una seconda conclusione – la possibilità di neutralizzare praticamente la trascendenza appartiene di fatto alla nostra esperienza quotidiana. Se la “via lunga” del pensiero appare complessa, faticosa e a mio avviso impossibile da percorrere fino in fondo in modo esaustivo, possiamo essere tentati di fermarci, voltare le spalle all’intera questione, mettendola sistematicamente in coda nell’agenda quotidiana. È difficile accreditare un pensiero che anteponga l’oscurità alla luce, è più facile vivere semplicemente nella penombra, come se il problema non potesse mai avere l’attenzione che merita. L’infinito non è la maledizione del finito: è la sua benedizione, che ne garantisce la dignità.

Il relativismo, la perdita del senso delle differenze e l’illusione dell’autonomia assoluta sono i segnali di una deriva che impoverisce l’esperienza umana

 SETTE SENTIERI PER SCOPRIRE L'INFINITO NEL QUOTIDIANO, 

di Luigi Alici, ed. Studium

www.avvenire.it

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sabato 4 aprile 2026

RAGAZZI CHE PENSANO TROPPO


 Il libro "Ragazzi che pensano troppo" è descritto come un'opera fondamentale per genitori ed educatori, che unisce storie vere a ricerche scientifiche. 

"Ragazzi che pensano troppo" di Matt Richtel (2026) esplora la crisi di salute mentale adolescenziale, evidenziando alti tassi di ansia e la necessità di supportare una generazione fragile ma resiliente. Gli adolescenti vivono un'epoca di stress elevato, spesso legato a insicurezze e sfide sociali, che richiede attenzione da parte di educatori e genitori. 


Libreria PienogiornoLibreria Pienogiorno 

Ecco i punti chiave legati al tema dei giovani che "pensano troppo" (overthinking) e all'omonimo libro:

  • Il contesto del libro: Matt Richtel, vincitore del premio Pulitzer e giornalista del New York Times, indaga la crisi di salute mentale adolescenziale, esplorando il connubio tra fragilità e resilienza negli adolescenti di oggi.
  • Dati sulla salute mentale:

 Oltre il 51% degli adolescenti in Italia dichiara di soffrire di ansia o tristezza prolungata. A livello globale, uno su sette vive con un grave disagio psicologico.

  • Cause dell'overthinking:
    • Rifiuto sociale: L'esclusione da parte degli amici è un fattore critico che manda in crisi il "cervello emotivo" dei giovani.
    • Fallimento individuale: La pressione per il successo provoca forte stress.
    • Pressione digitale e sociale: Un ambiente in continua evoluzione, dove i punti di riferimento tradizionali sono venuti meno.
  • Conseguenze: L'eccesso di pensieri (overthinking) si trasforma in loop mentali, logorando il corpo e causando ansia e difficoltà di concentrazione.
  • Risposta educativa: È necessaria una maggiore comprensione da parte degli adulti, che spesso vivono anch'essi una fase di fragilità. 

In un mondo di grandi mutamenti e sfide esistenziali, chiedersi perché gli adolescenti pensano troppo è come chiedersi perché i ragazzi di un tempo avessero le ginocchia sbucciate.

Sono il 51,4 per cento in Italia gli adolescenti che dichiarano di soffrire di ansia o tristezza prolungate, mentre nell’intero pianeta uno su sette convive con un serio disagio psicologico e quasi la metà si rivolge all’AI per trovare risposte ai propri affanni. Il mondo che muta alla velocità della luce e le sfide inedite e ardue che la realtà – fisica e virtuale – pone sono all’origine di un malessere pervasivo per ragazze e ragazzi. E il confronto continuo con i social, poi, li espone perennemente a un eccesso di “ruminazione” che può diventare l’anticamera di forme ansiose più profonde. Ma comprendere, aiutare e valorizzare quella che il premio Pulitzer Matt Richtel definisce «la generazione più preziosa» non può che essere la priorità di tutti, perché gli adolescenti non sono che gli esploratori di cui l’evoluzione ci ha dotato per aprire gli orizzonti, allargare i confini, infondere nuove idee e nuova linfa alla società. È un’impresa ardua la loro, irta di incognite e rischi, soprattutto in un’epoca in cui i punti stabili su cui potevano contare i ragazzi di un tempo si sgretolano. Ma è anche una sfida entusiasmante e, ora più che mai, indispensabile.

Con la sapienza di un grande narratore e divulgatore, basandosi sulle più accurate ricerche scientifiche e un gran numero di storie vere, Matt Richtel ha scritto non solo un’opera che ogni genitore ed educatore dovrebbe tenere sul comodino, ma un’autentica dichiarazione d’amore per una condizione che è al tempo stesso resilienza e fragilità, immaginazione e con- traddizione, paura e speranza. Un inno a una stagione della vita il cui supremo valore supera tutti i disagi che comporta.

 Autore

Matt Richtel, vincitore del premio Pulitzer, è uno scrittore bestseller e si occupa di salute e scienza per il New York Times . Ha trascorso quasi due anni a indagare la crisi di salute mentale degli adolescenti durante la pandemia per l’acclamata e pluripremiata serie giornalistica «Inner Pandemic». Ragazzi che pensano troppo è stato nominato come libro migliore dell’anno dal prestigioso New Yorker 

 

 

lunedì 20 ottobre 2025

LA SCUOLA CHE INSEGNA A PENSARE

RISVEGLIARE LA COSCIENZA CRITICA


 “L’educazione è un processo di vita, 

e non una preparazione alla vita futura.”

 J. Dewey 



La libertà di imparare


Ci sono date che meritano di essere ricordate non per le guerre vinte o per i troni conquistati, ma per le idee che hanno cambiato il destino dell’uomo. Il 20 ottobre 1859 nasceva John Dewey, filosofo e pedagogista statunitense, il cui pensiero avrebbe rivoluzionato per sempre il modo di intendere la scuola.

Per Dewey, educare non significava riempire la mente di nozioni, ma risvegliare la coscienza critica. Una scuola viva, capace di formare cittadini consapevoli, non sudditi obbedienti. Un luogo in cui imparare a osservare, a fare, a sbagliare, a discutere, a comprendere il mondo attraverso l’esperienza.

“L’educazione non è preparazione alla vita. È la vita stessa”, scriveva. In questa frase si condensa la sua visione: la scuola come laboratorio dell’esistenza, come spazio in cui allenare la mente e il cuore alla complessità della realtà.

 Il pensiero come esperienza

Dewey rifiutava l’idea di un sapere astratto e sterile. Vedeva nel pensiero una forma di azione, un processo dinamico e trasformativo. Non un “sapere per sapere”, ma un pensare per comprendere e per vivere meglio.

Nella sua concezione, l’insegnante non è un’autorità che impone, ma una guida che accompagna. La conoscenza non cala dall’alto, nasce dal dialogo e dalla cooperazione. Ogni bambino porta con sé un mondo da scoprire e da valorizzare.

Il suo sogno era semplice e radicale: una società capace di pensare insieme. Una democrazia viva, costruita ogni giorno dentro e fuori dalle aule.

 Intervista immaginaria a John Dewey

Abbiamo immaginato di poterlo incontrare oggi, in una scuola di periferia, tra tablet, lavagne digitali e ragazzi che vivono con un piede nel reale e uno nel virtuale.


Dottor Dewey, cosa direbbe ai ragazzi di oggi che faticano a trovare un senso nella scuola?

Direi loro di non cercarlo nei voti o nei giudizi, ma nelle domande che li abitano. La scuola non serve a dare risposte, ma a imparare a formulare domande vere. È il dubbio, non la certezza, che ci fa crescere.

 E agli insegnanti, spesso disillusi e stanchi?

Ricordate che siete custodi di possibilità. L’insegnamento non è un mestiere, è una forma d’arte: la capacità di trasformare la curiosità in conoscenza, e la conoscenza in libertà.

 Cosa pensa della tecnologia in classe?

Ogni strumento può essere utile, se è al servizio dell’esperienza e non della distrazione. Non temete la tecnologia, ma chiedetevi sempre: ci sta aiutando a comprendere la vita o ci sta solo intrattenendo?

 C’è ancora speranza per l’educazione nel mondo di oggi?

La speranza nasce ogni volta che un insegnante ascolta un bambino. Ogni volta che qualcuno impara a pensare con la propria testa. La scuola non deve cambiare il mondo, deve insegnarci a non subirlo.

 La lezione dimenticata

 Nel tempo della velocità e dell’informazione, il pensiero di Dewey torna come un promemoria silenzioso: la scuola non è una fabbrica di risultati, ma un luogo di crescita interiore e collettiva.

Forse è tempo di tornare a una pedagogia del sentire, dove ogni lezione diventa occasione di scoperta, e ogni errore un passo verso la comprensione. Una scuola che non si limiti a insegnare cosa pensare, ma insegni come pensare.

 Citazione d’autore

“L’educazione è un processo di vita, e non una preparazione alla vita futura.”

John Dewey

Consiglio consapevole

La prossima volta che osservi un bambino che fa una domanda, non rispondere subito. Lascia che la sua curiosità respiri, che il pensiero cresca da solo. È in quel momento che nasce l’intelligenza autentica: quando impariamo a pensare con libertà e meraviglia.

 Blog UAM

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martedì 23 settembre 2025

SPERANZA E CORAGGIO NEL VIVERE E NELL'EDUCARE

 


Oggi la libertà 

è messa sotto scacco

 dalle tecnologie digitali»

 


«Viviamo in un mondo meno libero, serve più coraggio».


 Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e scrittore, da anni ci provoca e ci stimola a riflettere con lucidità critica sul nostro tempo. Nel suo nuovo saggio, Il reato di pensare (Mondadori), che presenta a Pordenonelegge, nel Teatro Verdi di Pordenone, insieme al vicedirettore del Messaggero Veneto, Paolo Mosanghini, invita a difendere la libertà più autentica: quella di un pensiero libero e coraggioso, capace di resistere all'omologazione. 

 Perché pensare, oggi, diventa un atto rivoluzionario, soprattutto se significa resistere alla tentazione di delegare il nostro giudizio ad algoritmi o conformismi. 

 Nel suo nuovo saggio parla del “reato di pensare”: cosa significa, oggi, avere il coraggio di un pensiero libero? 

«Intanto significa avere un pensiero: non è affatto scontato. Si può essere liberi senza averne, ma oggi pensare è necessario e difficilissimo. Occorre informarsi, distinguere fra notizie vere, verosimili o false. Serve coraggio, perché viviamo in un mondo che a me sembra meno libero di trent'anni fa. 

Non che allora ci fossero grandi democrazie, ma oggi sento un peso diverso: è difficile parlare senza cercare audience o consenso. Il pensiero libero, che va oltre il consenso, è merce rara in un mondo dominato da tecnologie valutative. Nel libro ho anche voluto scrivere parole nette sul dolore del nostro tempo: mi indigna vedere bambini deportati, affamati, uccisi, in un esodo biblico: solo il termine dovrebbe far rabbrividire chiunque, al di là di ideologie o religioni. Se non c'è indignazione, non c'è libertà». 

 Viviamo in una società che proclama la libertà ma sembra alimentare conformismo e autocensura. Da dove nasce questa contraddizione? 

«Oggi la libertà è messa sotto scacco non solo da dittatori e regimi, ma dalle tecnologie digitali che modellano i nostri comportamenti. 

L'intelligenza artificiale non chiede permesso: entra e cambia anche il nostro modo di pensare. Su questo mi aspetto dai giovani una ribellione, qualcuno che dice: “Io voglio pensare con la mia testa, non con un algoritmo”». 

 Nel libro si parla della “seduzione” di una tranquillità che spegne creatività e originalità. Come resistere a questa deriva? 

«Tutto porta all'educazione. Se in Russia esistono oltre duecento campi di rieducazione per bambini ucraini rapiti, significa che lo pensano anche i dittatori…Montessori diceva: “Educare è libertà, oppure non è”. Cent'anni fa il nemico era l'autoritarismo pedagogico e lei ha dovuto rovesciare questo e trovare un'idea di educazione autorevole e non autoritaria. Oggi è diverso: non c'è più un avversario concreto, ma un algoritmo. E ha una forza micidiale. Non è pessimismo da vecchi: Geoffrey Hinton, padre dell'IA, ha detto di sentirsi come Oppenheimer nel '44. Se lo dice lui, ascoltarlo». 

 In una recente intervista ha definito “allucinante” il vuoto che divora i giovani. Che vuoto è? 

«Ogni giorno leggiamo di ragazzi che si accoltellano, si picchiano, si bullizzano. Un'adultizzazione precoce e inquietante. Ci sono bambini di otto anni fuori di notte, ragazzine di dodici con addosso centinaia di euro. Non è marginalità sociale: è un vuoto spaventoso. Una frustrazione senza futuro, perché noi gliel'abbiamo tolto. L'ho scritto anni fa: il “disagio dell'agio”. Una profezia che si è avverata». 

È un mondo senza speranza? 

«La storia ci insegna che l'umanità è uscita da tragedie enormi. Dopo la Seconda guerra mondiale abbiamo ricostruito bellezza e progresso. Ma dovremo aspettare un'altra catastrofe per riscoprirci? Ci vuole un nuovo Rinascimento, fatto dagli individui, uomini e donne che agiscano oltre gli interessi distopici degli Stati, con responsabilità personale e cercando la verità».

 a cura di Cristina Savi

 Fonte: Messaggero veneto

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martedì 8 luglio 2025

POVERO PENSIERO CRITICO !

 


Lo psichiatra Crepet riflette 

sulla buia situazione attuale 

dominata dalle nuove tecnologie

 che annullano 

ogni senso critico.

 

-           di Alessandra Galetto

 Carenza di pensiero critico. Nessuna voce che si alza dal coro della narrazione dominante per esprimere almeno quella prima forma di riflessione indipendente che è un dubbio. Lo dice del resto chiaramente Paolo Crepet, che per questo suo nuovo spettacolo con il quale sarà in tournè in estate (l’11 luglio al Castello di Villafranca) ha scelto il titolo quantomai esplicito «Il reato di pensare». 

Se dunque il lavoro precedente dello psichiatra, sociologo, saggista e opinionista esortava a «Mordere il cielo» in risposta alla preoccupante constatazione dell’eclissi della nostra sfera emotiva, qui pare che la questione sia ancora più grave. 

 Professor Crepet, davvero pensare è diventato reato? 

Da che mondo è mondo despoti, potenti, dittatori, ma anche semplici cittadini (basterebbe pensare alle relazioni sentimentali e familiari) hanno temuto il pensiero libero. La storia insegna che i conflitti sono nati per sradicare, impedire, punire chiunque abbia cercato di esprimere le proprie opinioni. Il fatto è che non ci siamo accorti di quello che stava succedendo, siamo partiti con il cellulare e poi ondata dopo ondata - ondate da una parte silenziose, dall’altra ammalianti - eccoci qui: stiamo lambendo un imprevisto quasi paradossale, un limite che silenziosamente sta facendo regredire la civiltà invece di garantirne un progresso. Una muraglia invisibile per secoli ha sfidato l’umanità più coraggiosa, ora sembra illuderla. 

 Complice l’intelligenza artificiale, lei dice? 

L’intelligenza artificiale fa il suo lavoro in modo coerente con il suo business, ma sono gli stessi promotori di questa tecnologia che ci hanno messo in guardia sui rischi. Questi meccanismi di dipendenza ormai sono globali, nel senso che sono diffusi ovunque nel nostro pianeta. Qualcosa è andato storto, ormai questo è evidente anche a chi non vuole ammetterlo e preoccuparsene: viviamo una contraddizione lacerante. Vedo attorno a me gente confusa che in parte cerca nuove parole, mentre altri percepiscono una visione assottigliata dalle proprie, smisurate necessità individuali. Come se, abbattendo nuovi muri e pronunciando parole che solo qualche decennio fa sarebbero sembrate blasfeme, improvvisamente fossimo dominati dall’eco silenzioso di nuove paure generate dall’angoscia che quelle stesse nuove forme di libertà siano improvvisamente diventate abbagli, azzardi, pericoli, insuete forme di ansia e di inquietudine. Addomesticare le parole, quindi il pensiero che le genera, porta alla normalizzazione che fa parte di una regola del nuovo marketing ideologico. Temo che possa accadere qualcosa di più: che si faccia avanti l’esigenza un nuovo “codice” che disciplina il pensiero. 

 Cosa dobbiamo aspettarci? 

Non saranno più la morale, l’etica o i sensi di colpa, ma un ritorno indietro all’idea che le parole, ma soprattutto l’ispirazione che le genera, debbano essere auto-inibite. Una forma di censura autoindotta che permetta un asservimento di massa. Il reato di pensare inciderà sulla reciprocità, così svanisce la contaminazione culturale, emotiva, relazionale. Si arriva a essere atterriti delle proprie idee, dall’idea e dalla necessità di esporle. Alla radice di ogni forma di libertà c’è il pensiero, l’esercizio del libero arbitrio. Se per la prima volta nella storia dell’umanità si decidesse che per seguire le regole del mercato e della politica si deve proibirlo, che ne sarà della nostra immaginazione, del nostro genio che nasce dalla disubbidienza all’omologazione? 

 Chi ne verrà maggiormente penalizzato? 

I più penalizzati sono i geniali, che sono da sempre fuori dal coro. Quante forme di “politicamente corretto” stanno distorcendo la formazione dell’ideazione, quanti veti ideologici e contro- ideologici stanno costruendo nuove gabbie invisibili ma paralizzanti, quante censure e autocensure ci stiamo imponendo pensando che siano nuove forme di libertà?

 L'Arena 

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martedì 5 novembre 2024

LA CULTURA DEI COLTELLI

 


UN COLTELLO 

PORTATA DI MANO


 Nei fatti di cronaca attuali, tormenta il ripetuto e cruento brillare di lame: forbici, cacciaviti, coltelli, in mano a giovanissimi. 

Possiamo fare qualcosa?

 -di Alessandro D’Avenia

 Mi tormenta, nella cronaca recente, il ripetuto e cruento brillare di lame che tagliano e forano corpi innocenti. Forbici, cacciaviti, coltelli che tolgono la vita con crudeltà incomprensibile in mano a giovani che tutto sembrano tranne che assassini spietati, eppure infieriscono sulla vita indifesa con furore. 

 Se fosse follia saremmo impauriti ma un po' sollevati (lo è il nostro cervello quando cerca consolazione davanti all'ignoto), ma non è follia, queste lame non rivelano casi psichiatrici ma una parte trascurata se non rimossa nella vita personale e sociale. 

 Quando un simbolo si impone all'attenzione generale è per rivelarci qualcosa di noi stessi e del nostro rapporto con il mondo, dalle manifestazioni di finzione come il Trono di spade, titolo dato proprio in Italia ai libri e alla serie tv (Game of Thrones), in cui la spada è il segno di un mondo in cui tutto è sottomesso alla sete di potere e alla violenza, per arrivare alla perturbante realtà delle onnipresenti lame usate nei recenti assassinii perpetrati soprattutto da giovani. 

 Viviamo tempi taglienti, e a farne le spese sono spesso donne e bambini, vittime sacrificali di Paura e Rabbia (di esistere senza un perché e un per chi), due sentimenti che, in giovani incapaci di maneggiarli e disattivarli, producono un feroce Risentimento contro la vita stessa. Schiere di risentiti non possono che affilare le lame. Possiamo fare qualcosa? Vedo questo risentimento nei ragazzi. La rabbia e la paura non accolte dagli adulti, fanno scivolare i ragazzi nell'odio contro una vita in cui non ci si sente amati e chiamati, ma stretti e costretti. 

Non abbiamo tempo e strumenti per ascoltare e disattivare il risentimento, e tagliamo (altra lama) corto sulle questioni di fondo, non abbiamo quasi nulla da dire sul perché valga la pena essere qui che non sia, di fatto, godere a spese degli altri e del mondo. Non c'è gioia, non c'è tenerezza, tutto è orrendo (dal latino «appuntito») e pauroso come l'estetica di Halloween. Di fronte all'indifferenza, all'ipocrisia e al moralismo degli adulti, la rabbia e la paura crescono, ed esplodono in risentimento (il genere musicale più diffuso tra i ragazzi ne è la coerente colonna sonora). La mano impugna una lama e perfora la vita innocente e, a caso o con premeditazione non importa, la fa a pezzi, perché la vita è orrenda e l'altro una sua incarnazione. 

 Ho notato che non sempre la lama si rivolge fuori ma volte si ripiega sul proprio corpo auto-sacrificato e ferito per il senso di colpa («orrendo» sono io) o per sentire il dolore in un punto anziché nell'anima, cioè dappertutto. Non è l'arrotino ad affilare le lame ma il risentimento, lame forgiate da ciò che dilania dentro. 

 Come disarmare il risentimento? «Affilando» il pensiero, e il pensiero si affila solo sulla mola del cuore, cioè quando pensare è «farsi carico», come quando diciamo «ti penso». 

 Pensare viene infatti dal latino «pesare»: pensare è soppesare, cioè sollevare ciò che pesa sull'altro fino a schiacciarlo. E sull'altro pesano domande inespresse o inascoltate, rabbia e paura. «Nessuno mi ascolta», «Ho questa rabbia che mi divora», «Ho questa paura che mi paralizza» sento dire spesso ai ragazzi. Frasi che traduco così: «Tu, adulto, non mi pensi. Non ami le mie ombre e io non riesco a vedere la luce che le ha proiettate e che tu forse vedi». 

 Il Joker del recente film mostra un doloroso autoritratto del giovane risentito che spera di guarire da paura e rabbia grazie al fatto che qualcuno, finalmente, sembra amarlo. Solo così può smettere di fingersi Joker, e ritrovare il suo vero nome, che nessuno ricorda, Arthur. 

In questi anni ho conosciuto ragazzi senza nome, il cui risentimento, covato a lungo, esplodeva poi in violenza verbale e psicologica: ferivano qualcuno in maniera proporzionale a quanto erano feriti dentro. Ma perché rabbia e paura non ristagnino nel cuore, bisogna aprire un varco, serve che qualcuno le pesi e le pensi, perché il risentimento è relazione primaria con la vita, ci lega (cioè può essere legame o catena) tutti, perché tutti siamo stati messi nella vita senza permesso e la vita schiaccia chi non ci si sente voluto. L'educazione se non parte dal dolore dell'altro, aiutandolo ad accogliere rabbia e paura, diventa un insopportabile paternalismo o moralismo. 

 La prima libertà da conquistare è quella dalla rabbia e dalla paura di vivere. Il risentimento, non riconciliato, fa da coltello più o meno mortale (senso di colpa, sarcasmo, invidia, violenza...), ma accolto, fa da aratro (apre un solco fecondo, diventa richiesta d'amore). Solo chi impara a perdonare la vita, per come è, può amarla. E l'amore permette a chi si sente impotente di non scegliere la violenza come via per potere qualcosa sulla vita, come accade a Raskol'nikov, il protagonista di Delitto e castigo, il cui nome significa appunto «tagliato», «diviso», «separato». Il risentimento lo porta ad «accettare» (scure non amore) due donne, giustificando con lucidità il delitto. Ma proprio quel delitto lo costringerà a fare i conti con ciò che non ha mai voluto affrontare: la sua divisione interna. 

 Abbiamo noi oggi la cultura per curare queste scissioni interiori? 

Non lo so, ma se la lama rivela la ferita interna di chi la usa, possiamo provare a immaginare il suo contrario simbolico. Il contrario di tagliare è unire, congiungere, stringere... Il contrario è allora il filo. Non più il filo della lama, ma il filo che cuce, lega, sutura. All'opposto del filo della lama c'è il filo del discorso, del pensiero, del racconto: nessi, legami, nodi. Tessere la vita. Dal trono di spade al filo di Arianna: tenere il filo per chi, all'altro capo, combatte il mostro nel suo labirinto personale, perché sappia, in mezzo al buio e alla solitudine che tutti sperimentiamo, che potrà sempre tornare alla luce. 

 Così accade anche a Raskol'nikov in prigione, dopo aver ricevuto l'inattesa visita dell'amata Sonia: «Era risuscitato, e lo sapeva, lo sentiva pienamente con tutto il suo essere... La sera di quello stesso giorno Raskol'nikov giaceva sul tavolaccio e pensava a lei. Quel giorno gli era sembrato che tutti i forzati, prima suoi nemici, lo guardassero altrimenti. Egli stesso si metteva perfino a parlar con loro, e gli rispondevano affabilmente. Forse che ora non doveva mutare tutto quanto?». 

 Il «tagliato» da sé e dagli altri diventa «unito» a sé e agli altri. Basta che un filo ci leghi alla vita, ci faccia sentire voluti: che io sappia e senta che fuori dal labirinto o dalla prigione c'è un amore che mi vuole, che mi chiama. Solo allora troverò il coraggio di affrontare i mostri che ho dentro e non trasformerò gli altri in quei mostri. 

 Spero che anche gli autori dei delitti possano trovare questo filo.

Alzogliocchiversoilcielo

 

martedì 24 settembre 2024

L'ARTE DELLO SCRIVERE IN CORSIVO


 

Crepet, occorre rieducare alla scrittura perché espressione di noi stessi, della nostra anima e permette lo sviluppo di capacità cognitive...

 

-         Di Redazione

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Scrivere in corsivo, infatti, richiede una serie di “competenze” che si apprendono col tempo e non riguardano solo aspetti meramente formali ma anche e soprattutto sostanziali, cognitivi...

Soffermarsi sul concetto di scuola, formazione, crescita, presuppone sempre riflessioni articolate, mai scontate, dove ogni piccola sfumatura permette di cogliere un aspetto differente. Non è semplice il ruolo svolto da genitori ed insegnanti nell’ambito di un percorso educativo che presuppone scelte consapevoli, scelte spesso molto difficili e capaci di determinare danni o benefici nei confronti dei giovanissimi.

A tal fine è interessante il pensiero del sociologo e psichiatra Paolo Crepet, nel suo libro “Mordere il cielo”, che tende a sottolineare e a discernere un aspetto importante: molti insegnanti, sia delle scuole materne che delle scuole elementari, hanno riscontrato una difficoltà da parte dei loro allievi a scrivere in corsivo. Si preferisce lo stampatello, alle volte addirittura una tastiera.

Non si tratta di un semplice dibattito su ciò che è giusto o su ciò che è sbagliato, su ciò che si preferisce o su ciò che risulta a noi meno gradevole, ma piuttosto di un aspetto che è stato oggetto di studi e di ricerche da parte di diverse Università, come in California o in Norvegia.

Scrivere in corsivo, infatti, richiede una serie di “competenze” che si apprendono col tempo e non riguardano solo aspetti meramente formali ma anche e soprattutto sostanziali, cognitivi.

Scrivere con una buona calligrafia una serie di parole presuppone che il bambino consideri diversi fattori: dovrà innanzitutto acuire i sensi e comprendere bene il concetto di spazio, cioè utilizzare un carattere tale da permettere alle singole parole di rientrare lungo le righe che compongono il foglio da scrivere.

“Si tratta di un’abilità specifica che ne comporta altre: attenzione, controllo, memoria, precisione, metodo, abilità visivo-spaziali”, così sottolinea Crepet senza esitazione.

Scrivere in stampatello, invece, è sicuramente più semplice, non necessita la stessa premura, attenzione ed è ciò che i bambini prediligono, spesso appoggiati da non pochi genitori ed insegnanti.

Se ci soffermassimo solo un attimo ad osservare l’encefalo di un bambino o di una bambina che sta scrivendo a mano libera rispetto ad un altro/altra che invece utilizza la tastiera di un computer, ci si accorgerebbe subito di un aspetto importantissimo: nel primo caso tutte le aree sono pienamente attive, mentre nel secondo caso appare attenuata l’attività della corteccia cerebrale.

 Più nello specifico: nel primo caso le competenze cognitive, insieme a quelle relazionali ed emotive, si svilupperanno intensamente mentre nel secondo caso ci sarà uno sviluppo molto limitato.

In realtà la scrittura è espressione della nostra personalità ed ognuno scrive in maniera differente, con una calligrafia più o meno comprensibile, a seconda dell’età, dello stato d’animo, del luogo in cui ci si trova: diversi fattori possono determinare una loro specifica influenza.

Riuscire ad esprimersi per iscritto, a mano libera, senza l’ausilio di tastiere, presuppone anche lo sviluppo di un’altra abilità: facciamo riferimento alla capacità di cancellare, di correggere i propri errori quando si scrive.

“La scrittura a mano comporta la giusta fatica di esprimersi”, spiega lo psichiatra.

Si pensi, ad esempio, alle scuole di un tempo, con i vecchi banchi di legno, nelle quali si utilizzava ancora il pennino con l’inchiostro ed ognuno doveva essere abile a scrivere senza sporcarsi, mostrando le sue abilità nella calligrafia, sperimentando anche il disegno.

 Scuola oggi

 

IL CORSIVO PER SVILUPPARE IL PENSIERO

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-         di Vivian Parra.

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Ti sei mai chiesto perché ai bambini non viene più insegnato a scrivere in corsivo?

E no, non è un caso che tendano a usarlo sempre meno.

Scrivere in corsivo significa tradurre i pensieri in parole; ti obbliga a non staccare la mano dal foglio. Uno sforzo stimolante, che ti permette di associare idee, collegarle e metterle in relazione. Non a caso la parola "corsivo" deriva dal latino currere, che corre, che fluisce, perché il pensiero è alato, corre, vola.

Certo, il corsivo non ha più posto nel mondo di oggi, un mondo che fa di tutto per rallentare lo sviluppo del pensiero, per riempirlo.

Penso che il corsivo sia nato in Italia e poi si sia diffuso in tutto il mondo.

Perché?

Perché era una scrittura compatta, elegante, chiara.

Ma la nostra è una società che non ha più tempo per l'eleganza, per la bellezza, per la complessità; abbiamo la sintesi ma non la chiarezza, la velocità ma non l'efficienza, l'informazione ma non la conoscenza!

In generale, sappiamo troppo e troppo poco perché non siamo più (in generale) capaci di mettere in relazione le cose. La maggior parte delle persone non riesce più a pensare.